DUE AFORISMI DI GEORG TRAKL

Di Georg Trakl, poeta austriaco nato a Salisburgo nel 1887 e morto nel 1914 a Cracovia di un’overdose, probabilmente intenzionale, di cocaina, si conoscono due aforismi. Il primo non è particolarmente originale – per quanto esprima, al modo dell’aforisma, il carattere necessario di una verità parziale. Dice:

Nur dem, der das Glūck verachtet, wird Erkenntnis. 
Soltanto chi disprezza la felicità giunge alla conoscenza.

Ma forse è meglio tradurre:

La conoscenza si fa [o: ha luogo] soltanto in chi disprezza la felicità.

O anche (più preciso):

Soltanto a chi disprezza la felicità tocca [in sorte] la conoscenza. 

Trovo però più interessante, anche perché più articolato, il secondo:

Gefūhl in den Augenblicken totenähnlichen Seins: Alle Menschen sind der Liebe wert. Erwachend fūhlst du die Bitternis der Welt; darin ist alle deine ungelöste Schuld; dein Gedicht eine unvollkommene Sūhne.
Quello che si sente nei momenti in cui l'essere è simile alla morte: tutti gli uomini sono degni di amore. Risvegliandoti percepisci l'amarezza del mondo; dentro c'è tutta la tua colpa non riscattata; la tua poesia un'espiazione imperfetta.

Secondo me è un aforisma perfetto, nel senso che la verità che rivela non ha nulla di parziale.

Che tutti gli uomini siano degni d’amore – la verità di questa affermazione così controintuitiva, così francamente opposta, a essere sinceri, all’esperienza di ciascuno, e che tuttavia la religione o il luogo comune, o la religione come luogo comune, vogliono farci passare per ovvia e lampante – la verità di questa affermazione, ci dice l’aforisma, ci appare evidente, anzi la percepiamo come qualcosa che è, e che essendo e essendo direttamente percepita non ha bisogno di essere (malamente) predicata, soltanto in momenti molto particolari. Momenti in cui la qualità del nostro essere sembra virare nel suo opposto, nel senso che in quegli istanti esso somiglia alla morte. Momenti limite, stati limite. A cosa di preciso faccia riferimento Trakl non sappiamo; possibile che il consumo abituale di droga c’entri per qualcosa. In ogni caso questo non ci interessa: comunque siano raggiunti, noi abbiamo qui degli stati simili all’annullamento, alla cancellazione dei tratti individuali, in cui sentiamo che ‘tutti gli uomini sono degni di amore’, in cui il nostro sentimento è precisamente quello. Risvegliandoci però da questi stati, recuperando una modalità di essere non più simile alla morte, recuperando i nostri abituali tratti individuali, ci troviamo immersi nell’amarezza del mondo. Si direbbe che l’amarezza del mondo faccia tutt’uno con l’individuazione che ci fa vivere e ci distacca da un fondo umano confuso e indistintamente degno di amore. E che a sua volta l’individuazione sia sempre legata a una colpa, sia anzi questa colpa stessa: debito mai saldato e probabilmente insanabile. Perché con che cosa lo salderemmo? Biblicamente, lo sappiamo: col lavoro. Ma il lavoro non basterà mai. Come potrebbe, se anche il lavoro più radicale, rigoroso, demiurgico – il lavoro del poeta – non è che un’espiazione imperfetta?

PLAUSIBILITÀ

Fritz non poteva saperlo ancora. Da persona in gamba qual era, è normale che considerasse l’amore qualcosa su cui si può lavorare. Per dire: quando parlava con me sembrava che si tirasse su le maniche. Ricambiava l’interesse che sulla base della combinazione fra il viso onesto e i jeans lilla stonewashed gli avevo manifestato quando l’avevo visto per la prima volta in una cantina buia. Fin qui, molto specifico. Ma non mi liberavo dal sospetto che da parte mia l’interesse fosse da imputarsi più a una specie di buonsenso che a una vera scintilla. I miei umori hanno generalmente un carattere opposto al buonsenso, il che me lo rende addirittura eccitante. Qui – con Fritz, con Gazelle[1] – avvertivo in ogni caso il fiorire di un equivoco di tipo strutturale e profondo. Mi interessavo a Fritz in un modo del tutto pigro e ozioso, per il fatto degli stonewashed lilla ad esempio, e il loro paradigma di plausibilità che aveva un’aria così familiare; in generale Fritz mi sembrava sprizzare plausibilità da tutti i pori; ma forse questo è solo il nome che io attribuisco a ciò la cui organizzazione mi appare troppo pratica e straightforward per essere vera – cioè per essere attrattiva. O non sarà che negli incontri desidero evitare il buonsenso, perché so che poi si mette in moto il mio e mi invischia in cose serratamente logiche? In ogni caso non mi attirava particolarmente l’idea che qualcosa di plausibile dovesse diventare veramente vero. Al contrario, ero quasi sicura che presto o tardi mi sarei sentita stuzzicata, anzi costretta, a smarcarmi in un modo che contravveniva alle regole che nessuno aveva esplicitato, e mi sembrava più leale non attirarlo nemmeno fuori dal suo buco, questo giovane tizio con la sua buona filosofia di vita, e tuttavia, poiché a livello logico non mi veniva in mente nessun argomento contrario – non da ultimo perché la sua buona filosofia della vita e dell’amore nulla ha da temere da una logica che difende il No –, gli avevo insomma dato appuntamento. Mi era chiaro che non avrebbe considerato un valido argomento per non vedersi l’obiezione che il mio interesse era perverso, voyeuristico e ossessivamente inutile, per la buona ragione – e in questo viceversa era simile a me – che si era fatto un principio di non aver paura di nulla e nessuno scrupolo puritano. E tuttavia, confrontato con i miei umori nella loro reale manifestazione, avrebbe trovato argomenti morali, estetici e di quotidiana pratica di vita contro i miei comportamenti. Se mi fossi lasciata andare con questo tizio avrei tirato fuori il peggio di lui, lo avrei disteso gentilmente sulle ginocchia di entrambi, in modo che potesse coccolarlo, avrei continuato, di nascosto, a farmi beffe della sua “plausibilità” fino a dover tanto ridere di battute segrete e impossibili da spiegare – senza che con tutto ciò diminuisse la mia inaffidabilità e voglia di cose diverse da lui –, che si sarebbe sentito offeso, avrebbe cominciato a piagnucolare, e io, dal momento che non sarei stata in grado di spiegargli perché poteva anche essere banale e piacermi, mi sarei allontanata. Era meglio, conclusi, farlo aspettare inutilmente adesso, seppure la cosa non mi convincesse del tutto.

Da: Ann Cotten, Des Todes dummer Bruder (Il fratello stupido della morte)[2], in: Ann Cotten, Der schaudernde Fächer (Il ventaglio che trema), Suhrkamp 2013 (traduzione mia)

Tema del racconto, e della raccolta, è l’amore: la fusione impossibile e la distanza che rimane. La “plausibilità” si sforza di ignorare la distanza – anzi, essenza della plausibilità è proprio il fatto – la pratica capacità – di non vedere la distanza. Un io sensibile, cioè dolorosamente consapevole di sé e di ciò a cui, tutto intorno, si urta, non dispone di questa abilità che permetterebbe di passare attraverso la vita in modo relativamente indolore. Buonsenso e plausibilità attirano – per contrasto – l’io sensibile come per una sotterranea invidia; ma egli sa che l’idillio non durerebbe. È un problema psicologico, metafisico, dunque anche, in senso lato, politico, come emerge parzialmente dalla conclusione del racconto, purtroppo non ancora tradotto.

Trovo ineccepibile il lavoro di analisi dell’autrice. Parla di cose che conosce, che riguardano potenzialmente tutti, e le analizza con una lingua e una logica impeccabili. Va al fondo dell’analizzabile.

La vita è spesso, e anzi per definizione, aporetica. Quello che possiamo fare, è utilizzarla per l’arte: “Ciò che facciamo da tempo, è rendere la vita utilizzabile per l’arte.” (Dalla quarta di copertina).


[1] Ragazza che la narratrice incontra nel caffè dove sta riflettendo sull’appuntamento con Fritz e sull’opportunità di andarci.

[2] Il titolo del racconto allude al romanzo di Jeff Lindsay Darkly Dreaming Dexter, tradotto in tedesco Des Todes dunkler Bruder (il fratello oscuro della morte) e in italiano La mano sinistra di Dio, alla base di un’omonima serie.