TEMISTOCLE

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Seduto al tavolino spinto contro la parete del corridoio il professore traffica col portatile, cerca di aprire il registro. Intanto ha fatto la prima domanda.

Fine del quadrimestre, interrogazione fuori ora. Fuori ora, fuori aula, dentro il corridoio ma fuori da tutto il resto.

La studentessa approfitta che il professore è occupato col portatile per slumare il quaderno degli appunti che tiene aperto sulle ginocchia. Sluma con discreta disperazione mentre il professore armeggia con calma, senza badarle, in quanto sa che nessuna salvezza le verrà dal quaderno. La studentessa sluma di brutto e intanto, per far vedere che ci sta lavorando, mette in cantiere la risposta: “Temistocle è… Temistocle è…” Come nei peggiori film sulla scuola.

Passo oltre diretta alla mia classe, conscia di una leggera inquietudine. Chi era Temistocle? Un generale greco, direi; guerre persiane o giù di lì. Sempre che non sia la guerra del Peloponneso. Ma no, Temistocle ha un sapore di trionfo, decisamente guerre persiane. Tranquillizzata sulle mie capacità di situare almeno approssimativamente l’oggetto del dimandare, mi abbandono all’altro interrogativo: cuius interest? a chi, oggi come oggi, soprattutto fuori ora e in angolo di corridoio, è di interesse possedere informazioni sull’identità di Temistocle? Però non me lo chiedo in latino, me lo chiedo in volgare. Anzi, poiché la fine del quadrimestre è per tutti e siamo tutti stanchi e pieni di dubbi su noi stessi, me lo chiedo parecchio in volgare.

Entro nella mia quarta che è reduce da una verifica di fisica: grande casino e riposizionamento dei banchi nelle primitive sedi tramite strascicamento. “Chi era Temistocle?” lancio à tout hasard mentre attraverso l’aula per appendere la giacca. “Mio nonno”. Mi giro: “Chi è stato? Chi ha detto mio nonno?” Naturalmente non è stato nessuno; subito dopo sento: “Era un condottiero greco”. L’ha detto Alberto, una stanga che mi mangia la pappa in testa in più di un senso e è approdato da noi dopo qualche erranza in altre scuole. Da noi sembra felice.

“Dov’è che l’hai fatto tu il biennio, Alberto?” Alberto fa uno sbruffo col naso come per dire complicato da ricostruire. Ma così complicato non è: prima ragioneria, poi l’istituto agrario. “E chi era Temistocle, in quale dei due istituti l’hai imparato?” “Me l’ha detto mio padre, prof. Mio nonno si chiamava davvero Temistocle”.

RACCONTI AMERICANI: LUCIA BERLIN

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Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri 2016, € 18,50

La stessa collega che molto prima che Alice Munro ricevesse il Nobel me ne aveva consigliato la lettura e mi aveva permesso di fare l’esperienza, piuttosto rara, di una narrazione completamente convincente, incrociandomi qualche tempo fa in corridoio ha detto un nome: Lucia Berlin. Però avevo delle cose da fare, altre cose da leggere; poi in biblioteca non l’avevano, in libreria era da ordinare – il che ti trasmette sempre una certa esitazione –, fatto sta che Lucia Berlin era ancora nel limbo delle letture che ci si ripromette di fare quando me ne parla un’altra amica, valente traduttrice dall’inglese. Ne parla all’interno di un discorso più ampio che ora non ricordo, ricordo invece la smorfia di sofferenza: “Prendi Lucia Berlin ad esempio: bravissima eh, niente da dire, ma l’operazione editoriale…, che Bollati Boringhieri ti schiaffi lì sto volumone di racconti tutti stipati dentro così, senza una periodizzazione, un’indicazione della fonte, dei criteri di selezione…” Io non ho detto niente ma tendevo a sottovalutarlo, il problema editoriale: se un racconto è bello, è bello; se quarantatré racconti sono belli, sono belli, fine. Quando però l’ho avuto in mano, il volumazzo, 462 pagine senza uno straccio di introduzione, di presentazione, di pre- o postfazione, ho dovuto ammettere che qualche problema c’era. Però l’operazione editoriale non è, a dir la verità, di Bollati Boringhieri. Bollati Boringhieri si limita a trasporre in italiano il volume di Selected Stories uscito negli Stati Uniti nel 2015, decurtandolo della prefazione di Lydia Davis e dell’introduzione del curatore Stephen Emerson. Tutto quello che ci dà Bollati Boringhieri sono le due bandelle, una delle quali contiene una succinta biografia della Berlin. Ah, e fa anche un’altra cosa: cambia il titolo. Invece dell’affascinante Manuale per donne delle pulizie, ripreso da uno dei racconti più riusciti, ci ritroviamo l’insulso La donna che scriveva racconti; chissà, per una fregola femminista, o per creare un collegamento con le due frasi ignominiosamente stampate di seguito sulla copertina: Storie vere ma inventate, a capo, Come quelle di Alice Munro. Alice Munro non c’entra nulla con Lucia Berlin, ma proprio nulla, e tirarla in ballo tradisce soltanto il desiderio – comprensibile ma maldestramente ostentato – di vendere.

Dicevamo del curatore dell’edizione americana. Già, perché Lucia Berlin è morta nel 2004 all’età di sessantotto anni, senza che nessuna delle sei o sette raccolte di racconti da lei pubblicate in vita presso piccoli editori conoscesse l’eclatante successo ottenuto nel 2015 dall’antologia curata dall’amico Stephen Emerson. Scherzi del destino. Ma insomma, com’è questa Lucia Berlin? Un’autrice ingiustamente misconosciuta in vita o esageratamente mitizzata dopo la morte?

Diciamo subito che è una brava scrittrice, e che la prima delle due ignominiose frasi di copertina, Storie vere ma inventate, è esatta. Berlin pratica spontaneamente l’autofiction, senza imbarazzarsi della teoria. La materia dei racconti – e su questo sono tutti d’accordo – viene in larghissima parte dalla sua vita movimentata e, aggiungerei io, picaresca: una vita caratterizzata da inizi difficili, improvvisi favori della fortuna, rovesci, finale accettazione di una saggia mediocritas. Dalle stalle alle stelle alle stalle – con una spiccata simpatia per le stalle.

Nel primo racconto dell’antologia, La lavanderia a gettoni di Angel, la narratrice ci presenta il cliente abituale di una di queste lavanderie a gettoni di cui, pare, è piena l’America: si tratta di un vecchio indiano alcolizzato che spesso e volentieri casca giù lungo disteso per tutto l’alcol che ha in corpo; ma simpatico, ironico, e a un certo punto confida alla narratrice che lui è un capotribù. Confidenza per confidenza, lei gli racconta che la prima sigaretta che ha fumato gliel’ha accesa un principe – per la precisione, apprenderà il lettore, il principe Aly Khan. “E com’è che sei finito a fare il bucato degli apache?” chiede lei a un certo punto. Ma lui potrebbe benissimo chiedere e com’è che tu (in un altro racconto) sei finita in una lavanderia a gettoni con gli spiccioli contati, che non ti bastano neanche per l’asciugatrice e devi portarti a casa il carico pesantissimo della biancheria bagnata e non sai neanche dove appenderla?

Già, com’è? È come deve essere: tre matrimoni (il primo a diciassette anni), quattro figli che ha tirato su sostanzialmente da sola, la dipendenza dall’alcol (ettecredo), i lavori saltuari, i continui traslochi, le disintossicazioni – più una grave scoliosi congenita che finirà per perforarle un polmone. Questo per il lato stalle, che non deve essere stato uno scherzo. E tuttavia l’impressione del lettore è che la narratrice non scenda mai veramente dalle stelle – da quell’atmosfera di autostima accada quel che accada, di glamour, di donna abituata a ricevere i complimenti e i corteggiamenti dei maschi. Mi fa venire in mente una scena del Viaggio di Capitan Fracassa, di Ettore Scola, con l’indimenticabile Massimo Troisi: il guitto Pulcinella (Massimo Troisi) spiega al molto nobile e molto senza un soldo barone di Sigognac che i suoi genitori (che hanno dilapidato il patrimonio) con il denaro ci hanno solamente litigato, che non può essere una rottura definitiva, proprio in grazia di quella nobiltà che pone Sigognac su un altro piano rispetto ai poveri poveri, ai poveri che sono poveri in seguito a generazioni di povertà, come per esempio i guitti della compagnia itinerante. Allo stesso modo la narratrice di questi racconti pur nelle situazioni più avvilenti e degradanti mantiene una salda superiorità dell’io narrante rispetto all’io narrato, si sdoppia in colei che narra e colei che è oggetto della narrazione, non potrà mai, nemmeno per un attimo, essere solo oggetto, prendersi sul serio come totalità di un fenomeno doloroso, di un clamoroso fallimento esistenziale, rinunciare alla leggerezza dell’ironia e dell’autoironia di fronte a manifestazioni dell’umano in cui veramente si direbbe che la dignità è andata a farsi friggere.

C’è almeno una contraddizione fra l’alcolismo, con ciò che esso implica di tendenze autodistruttive, fra la marcata vocazione alla marginalità da una parte e, dall’altra, la sostanziale adesione alla bontà e perfetta fruibilità estetica dell’universo. Estremizzando, si ha l’impressione che una signorina di buona famiglia ci parli di un’altra signorina di buona famiglia, un po’ monella, la quale ha momentaneamente smarrito la retta via ma la ritroverà di sicuro.

Credo sia questa contraddizione latente che a poco a poco, passato l’entusiasmo per i primi sei o sette racconti, comincia a disturbare e, alla lunga, a stancare (per questo, secondo me, l’operazione commerciale di infilare più racconti possibile in un’unica edizione non è stata una buona idea). Si spiega così anche una certa disomogeneità qualitativa: non tutti i racconti sono dei capolavori, tutt’altro; e più d’uno, nonostante l’ottima tecnica e una diversa complessità, potrebbe figurare in un settimanale femminile.

Ad esempio nel racconto Toda luna, todo año un’insegnante americana di spagnolo, Eloise, che ha perso il marito qualche anno prima e ne sente acutamente la mancanza, fa una vacanza in Messico. Dopo un giorno di permanenza nell’albergo per turisti americani scopre, in un punto della baia, un piccolo insediamento di pescatori subacquei del luogo, capeggiato dal maturo César. Si trasferisce nell’unica capanna tenuta libera per qualche sub di passaggio, e per il resto della vacanza condivide la vita del gruppo; impara a immergersi, a pescare con la fiocina, scopre le meraviglie del mondo subacqueo e le preoccupazioni economiche dei pescatori che sono indietro di due rate nel pagamento della grande barca assolutamente necessaria alla loro attività. Per finire di pagarla ci vorrebbero ventimila pesos. L’insegnante americana è affascinata dalla naturalezza con cui i pescatori accettano chi capita e ciò che capita, semplicemente perché capita. Prima di andarsene Eloise vorrebbe fare un’immersione in profondità; ma questa, le spiega César, deve essere preceduta dall’esperienza di una “brutta immersione” – una specie di prova di iniziazione. E prontamente gliene procura una legandole, ovviamente senza dirglielo, il tubo della riserva di ossigeno. Eloise se la cava benino e il giorno dopo – l’ultimo della vacanza – può aver luogo l’immersione in profondità. Con scopata subacquea, naturalmente. Mi scuso per l’espressione cruda; in realtà Berlin non è né patetica né rozza:

“Si abbracciarono, i regolatori cozzarono. Eloise si accorse che il pene di César era dentro di lei; si avvinghiò a lui con le gambe, e cominciarono a ondeggiare e a girare nel mare scuro. Quando César si staccò da lei, il suo sperma galleggiava tra di loro come pallido inchiostro di polipo. In seguito, quando ripensò a questo episodio, non fu con la sensazione di chi ricorda una persona o un atto sessuale, ma come a un fenomeno naturale, una lieve scossa di terremoto, una folata di vento in un giorno d’estate.”

Interessante – tuttavia una scopata resta una scopata; tant’è vero che la notte stessa, nella più tradizionale location di un letto, tutto diventa più tradizionale:

“César entrò nel letto, l’abbracciò, l’accarezzò con le mani forti piene di cicatrici. La sua bocca, il suo corpo sapevano di sale. I loro corpi erano pesanti, a terra, caldi, dondolavano. Il ritmo del mare. Sorrisero nella luce pallida e si addormentarono, avvinghiati come le tartarughe.”

Il mattino, poco prima che lei parta, César le chiede con grande naturalezza ventimila pesos per pagare la barca. Lei glieli dà.

Morale: i nativi, che con grande naturalezza accolgono chi capita semplicemente perché capita, con altrettanta naturalezza chiedono a chi ce l’ha ciò di cui hanno bisogno. E l’americana sgancia. Cosa paga? Paga la scopata? Certo che no. Paga la naturalezza nativa dell’accoglienza – o meglio effettua un riequilibrio fra la naturalezza nativa dell’accoglienza ricevuta e la non-naturalezza americana dei soldi.

Insomma.

ALDO NOVE

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Spaghetti alla Giulio Cesare

Oggi avevo appuntamento dal dentista alle 13.30. Niente di cruento, solo un controllo; così ho pensato che invece di tornare a casa e pranzare chissà a che ora avrei pranzato al Ciascheduno, stessa via del dentista, bruschetta bevanda un piatto a scelta caffè 11 €, il che mi avrebbe pure risparmiato di lavare i piatti. Mi dirigevo tutta contenta al Ciascheduno quando mi è venuto in mente che non avevo niente da leggere. Starsene quaranta minuti in mezzo a gente che chiacchiera senza avere altro da fare che guardarsi intorno è piuttosto noioso, ma lì ho avuto il colpo di genio: la biblioteca municipale è a cinquanta metri, entro, prendo un libro e vado a mangiare. Su cosa prendere non c’era tanto da stare a riflettere. Era un po’ che volevo leggere qualcosa di Aldo Nove. In fin dei conti non è corretto aborrire un autore senza averlo letto. Voglio dire senza aver letto nulla fino in fondo, perché qualcosa avevo cominciato ma non mi aveva spinto a continuare. Woobinda è fuori, Superwoobinda il computer lo dà disponibile ma a scaffale non lo trovo, piglio La più grande balena morta della Lombardia, Einaudi Stile Libero Big, la collana va be’, la copertina fa venir voglia di rimetterlo dove l’hai preso ma se non altro è smilzo. E vado a mangiare.

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Quando sono lì vedo sulla mensola il quotidiano locale leggermente arruffato e il quotidiano nazionale bello intatto, allora mi dico che l’Aldo Nove me lo posso portare a casa, il quotidiano invece no e allora diamoci un’occhiata prima. Vado direttamente alla pagina della cultura, tanto le altre notizie le ho già lette ieri pomeriggio e ieri sera e stamattina su Google news e anzi quando te le ritrovi sul giornale, a forza di averle già lette tre o quattro o cinque volte ti fa l’impressione di avere fra le mani un giornale vecchio. Sulla pagina della cultura Marco Belpoliti celebra l’ottantesimo compleanno di Gianni Celati, dice che è un narratore complesso e inimitabile e che ha anticipato un sacco di mode. Gli credo volentieri a Belpoliti, non ho nessun problema, io di Celati ho letto soltanto Narratori delle pianure, e neanche tutti i racconti credo, perché stralunato è bello ma dopo un po’ stufa. Comunque non ho niente da eccepire al discorso di Belpoliti, leggo l’articolo fino in fondo, non ci trovo niente di sconvolgente ma perché dovrebbe esserci, nel frattempo ho mangiato la bruschetta e mentre aspetto che arrivino gli spaghetti alla Giulio Cesare attacco Aldo Nove.

Allora: a vederlo così sembrerebbe una raccolta di raccontini o di capitoletti sparsi molto autonomi l’uno dall’altro. Il primo, quello che dà il nome alla raccolta, parla di un’enorme balena morta e puzzolente in decomposizione che partendo da Como pian piano si ingoia tutto: tutta l’Italia, tutta l’Europa, tutto l’Atlantico, tutta l’America e che so io. Sulle prime pensi a una farneticazione, poi dici va be’ è un’allegoria: del consumismo che divora tutto e alla fine anche se stesso. Wow.

Il secondo si chiama I Ricchi e Poveri e lì Aldo Nove ci va giù duro col cannibalismo, però surreale, antropofagia spinta dell’intrattenimento popolar-televisivo, sangue a secchi e succulenti bambini introiettati dalle lingue prensili delle star, un po’ James Ensor però sempre ambientato dalle parti di Varese.

Poiché gli spaghetti non arrivano vado avanti. Il terzo racconto ha nome Sardegna Sardegna e anche qui col surrealismo non si scherza: “Genova era una muraglia circolare innalzata di navi davanti alla folla gremita del cielo del mare ubriaca che tace il rumore delle bottiglie sulla nave ubriaca: che andava nel bar della nave ogni sera.” Molto poetico, dico davvero; ritmo interessante. Superate le muraglie circolari, il cielo, il mare e le folle ubriache (o è Genova che è ubriaca?), si comincia a intravedere qualcosa; e cioè che chi racconta è un bambino, si può supporre il bambino che fu Aldo Nove, ovviamente non al naturale: piuttosto versione strampalata, espressionista, un “bambino inquietante”, come recita suggestivamente la quarta di copertina, che “non è altri che la parte rimasta buona di noi stessi, e disposta alla meraviglia”. Questi cannibali sono umani in fondo, e infatti a chi ricorrono? A Giovanni Pascoli.

Vado avanti a leggere e di racconto in racconto vedo sfilare sotto lo sguardo straniante e imperturbabile del bambino quello che la quarta di copertina chiama, non a torto, “una fantastica galleria degli orrori” – e sottolineerei fantastica – che pertiene sostanzialmente a due ambiti: il primo è il passaggio in Italia da una civiltà in fondo ancora rurale e conservatrice delle cose – una civiltà della durata – a una civiltà industriale e consumistica, della distruzione e autodistruzione; il secondo, e più interessante, è il mondo dell’infanzia e pre-adolescenza nella sua perplessità e impotenza di fronte alle regole dettate dagli adulti, che dovrebbero essere le regole del mondo ma che il mondo disattende a ogni piè sospinto e che comunque non valgono per gli adulti stessi, il cui comportamento sembra invece obbedire a leggi sconosciute e incomprensibili.

Vado avanti a leggere, al ristorante e poi a casa, fino a pagina 81. A pagina 81 mi fermo. Dopo avere letto 81 pagine su 177 mi fermo e decido che basta, che ho capito l’antifona, che questo libro, come diceva mio figlio da ragazzo, “conta per letto”. Decido che basta perché mi sono stufata.

Di che cosa mi sono stufata (posto che fin dall’inizio non c’era nessuna consonanza fra me e la prosa di Aldo Nove)? Mi sono stufata di questo bambino che non sta né in cielo né in terra, che è uscito tutto (arte)fatto e strampalato dalla testa di Aldo Nove, che parla un linguaggio che dovrebbe essere da bambino e che nessun bambino si sognerebbe mai di parlare, ma non è neanche questo il punto, un linguaggio che non ha niente a che fare con nessun bambino, un linguaggio dietro al quale si vede l’adulto che scimmiotta il bambino – come, e per restare in tema, ai tempi del mago Zurlì l’insopportabile Richetto. Mi viene in mente la battuta, impertinente ma non priva di una sua giustezza, sui boy scout: bambini vestiti da cretini guidati da un cretino vestito da bambino.

A pagina 81 lo mollo lì, con sollievo e con la coscienza tranquilla. Ma mentre lo mollo lì sono fulminata da un’associazione, una di quelle associazioni incredibili, che non crederesti mai che possano prodursi e invece si producono: fra una frase di Madame Bovary e l’articolo di Belpoliti su Gianni Celati. C’è un punto, verso la fine del romanzo, in cui Madame Bovary dice che non potrà mai perdonare a Charles di averla conosciuta – il che è un’assurdità logica ma ha un suo senso esistenziale. Be’, per me, sento improvvisamente che non potrò mai perdonare a Celati di aver dato la stura, con i suoi Narratori delle pianure, a racconti strampalati in cui qualcuno porta sulle cose uno sguardo fintamente in-mediato e straniante.

JOHANNES VON HILDESHEIM, Dei doni dei Magi e del loro significato

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“I Magi avevano con sé molti doni preziosi e ricchi gioielli. Questi tesori erano giunti in Caldea, in India e in Persia attraverso il re Alessandro di Macedonia; più tardi la Regina di Saba li aveva portati nel Tempio di Salomone, e dopo la distruzione di Gerusalemme i preziosi arredi e gli oggetti di inestimabile valore erano stati razziati dal Tempio e dal Palazzo per mano dei Caldei e dei Persiani. I Magi recavano ora questi antichi manufatti d’oro e d’argento, queste gemme e perle e pietre preziose dalla loro terra a Betlemme; di tutto volevano far dono al Signore.

Trovarono il Bambino esattamente nello stato di grande povertà riportato dai pastori. Nella capanna cadente, la luce della stella portentosa irradiava un tale chiaro splendore che tutti erano come in un fuoco. Furono talmente confusi da queste cose che dai loro bauli spalancati afferrarono quello che gli capitava sotto mano: il Re Melchior diede a Gesù trenta monetine d’oro e una piccola mela, pure d’oro, che si poteva stringere in una mano. Il Re Balthasar gli donò l’incenso, il Re Kaspar porse – con le lacrime agli occhi – un vaso di mirra. Erano in preda a un divino sgomento, ardevano di intima devozione e non fecero caso a nulla di ciò che disse Santa Maria. Udirono soltanto che disse piano, col capo un po’ chino: “Sia grazie a Dio”.

La mela d’oro che Melchior donò a Gesù era appartenuta anch’essa al grande Alessandro. La mela doveva significare il mondo. Alessandro l’aveva fatta fare utilizzando piccole parti del tributo che gli veniva da tutte le sue province e la portava sempre con sé. La racchiudeva nella mano come racchiudeva il mondo nel suo potere. Al suo ritorno dal paradiso terrestre aveva lasciato la mela in India.

Il significato dei doni dei Magi viene spiegato dai dotti in molti libri in diverso modo; sul perché il Re Melchior abbia donato a Gesù la mela c’è un generale consenso: la rotondità della mela indica l’infinito, infatti un globo non ha né inizio né fine. Il globo è il simbolo della sfera, dell’universo, e contemporaneamente simbolo della potenza di Dio, la quale comprende l’alto dei Cieli, il profondo dell’Inferno e i confini del mondo. Nella sua mobilità e mutevolezza  il globo è anche un simbolo del pentimento dei peccatori. Come la fede cristiana crebbe e si rafforzò, si diffuse il costume – dapprima in Oriente – per re e imperatori di tenere nella mano una mela d’oro come segno del dominio.

Fra le varie interpretazioni dei doni dei Magi, si dice anche che l’oro doveva aiutare Maria e il Bambino nel bisogno, l’incenso purificava l’aria pesante della stalla, e la mirra doveva tener lontani i vermi dal Bambino.

Bisogna sapere inoltre che si usa in Oriente, in occasione dell’ingresso di un sultano o di un re in una città o in un villaggio, bruciare davanti alle case incenso o mirra. Chi non lo fa, viene considerato ribelle e punito, poiché questo olocausto di aromi significa fino al giorno odierno sottomissione e obbedienza nei confronti di Dio, dei simulacri degli dei e del re. Per questo è stato sempre più facile indurre i martiri a adorare i simulacri degli dei che non a bruciare incenso davanti a essi, e i Saraceni chiedono ai cristiani convertiti, come prova della loro sincerità, prima di tutto il sacrifico dell’incenso.”

Johannes von Hildesheim, La Leggenda dei Re Magi

Questo brano mi piace per due motivi.

Uno è il secondo paragrafo, dove lo stato di grande povertà del Bambino passa senza transizione nel chiaro splendore di fuoco della stella. Tutto il quadro – in particolare il fatto che i Magi siano talmente assorti nella luce da non cogliere nulla di quanto dice Maria, tranne alla fine la piccola frase e la posizione del capo – è surreale nel più puro senso di Breton.

L’altro è che vi appaiono evidenti i deliri dell’interpretazione.

A parte ciò, l’Epifania potrebbe essere una bella festa, piena di sfarzo, di lusso e di esotica voluttà. Però è sempre una festa triste, perché il giorno dopo ricomincia il quotidiano.

Nota filologica: il codice contenente la Historia beatissimorum trium regum di Johannes von Hildesheim, monaco carmelitano del XIV secolo, fu rinvenuto da Goethe nel 1819. Io ho tradotto dalla traduzione tedesca di Elisabeth Christern, DTV 1963. Mi sarebbe piaciuto avere a disposizione l’originale latino, per un confronto, ma non l’ho trovato. Cioè, ho trovato il codice, nudo e crudo, qui. Ho individuato il brano, che si trova alle pagine 27-29. Ma leggerlo tutto era veramente troppo faticoso; e in ogni caso per una corretta comprensione del testo, che vada oltre il puro livello sintattico-grammaticale, servirebbero competenze che non ho.

Jesse Thoor (1905-1952), SONETTO DEL CUPO CAPODANNO

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Der rote Hahn: il gallo rosso. Mettere il gallo rosso sul tetto di qualcuno vuol dire appiccargli fuoco alla casa.

Jesse Thoor (1905-1952) è stato un poeta tedesco di origine austriaca, membro del KPD (Partito Comunista Tedesco) fino alla presa del potere da parte del Nazionalsocialismo. Riparò prima in Austria e poi, dopo l’Anschluss, in Inghilterra. Negli anni dell’esilio prese le distanze dal comunismo e si isolò sempre più. La sua poesia assunse toni mistici pervasi da una religiosità propria. Morì improvvisamente nel 1952 durante una breve vacanza in Austria. (Fonte: Wikipedia)

 

SONETTO DEL CUPO CAPODANNO

 

Nei piatti manco un resto di panpepato vecchio,

svanito in gola il gusto di grappa o di cordiale.

Brina sul tetto e brina sul largo davanzale,

imprecano garzone e domestica col secchio.

 

Di malumore, irosi, trucioli e cartaccia

han gettato a far fiamma; aspettano che prenda,

che soffi rabbia il fuoco, malvage voci spanda

come chi i denti scopre e il pugno stringe e caccia.

 

Cattivo è stato l’anno. E il nuovo, sarà come?

Preciso uguale a quelli che son venuti e andati,

pieno di amaro e peso, di acciacchi e umiliazione.

E per finirlo, i preti col tiepido sermone:

“Figlioli, fate i bravi, ciò che Dio fa è ben fatto!

E niente gallo rosso al padrone sopra il tetto!”

(Traduzione mia, l’originale qui di seguito)

 

DAS SONETT VOM TRÜBSELIGEN NEUJAHR

 

Nun sind die Teller wieder leer vom trocknen Weihnachtskuchen.

Und ausgebrannt sind in der Kehle Pfefferminz und Slivowitz.

Der Reif liegt auf dem Dach und auf dem breiten Fenstersitz.

Und schlecht gelaunt sind Knecht und Magd und beide fluchen.

 

Und mürrisch tragen sie und aufgebracht die dürren Späne

zum Ofen hin und warten, bis die erste Flamme leise knistert.

Fast wie ein Mensch, der zornig ist und schlimme Worte flüstert,

und wild und drohend seine Fäuste zeigt und seine Zähne.

 

Denn wahrlich schlecht war dieses Jahr. Wie soll das neue werden?

Nun so, wie alle Jahre, die gekommen und vergangen sind –

voll Bitterkeit und voller Last und Kränkung und Beschwerden.

Und dann zum Schluss ein sanftes Wort der Hirten ihren Herden:

“Seid brav, ihr Kinder, denn was Gott tut, das ist wohlgetan!

Und setzt dem Gutsherrn nicht aufs Dach den roten Hahn!”

 

Hans Magnus Enzensberger, GIARDINO DI CILIEGI SOTTO LA NEVE

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i

Ciò che un giorno fu albero, palo, siepe, staccionata:

soccombono nell’aria di neve, vuota,

queste minuscole tracce di seppia

come una parola nel gigantesco bianco della pagina:

bianchi disegnano nel cielo bianco, con dita delicate,

i rami se stessi in una loro bellezza da nulla,

quasi senza ricordo, quasi soltanto gelo,

quasi per nulla più a casa nel tempo, quasi per nulla

sopra e sotto, offuscata la linea fra cielo e colline,

pochissimo bianco nel bianco:

quasi nulla –

 

ii

eppure c’è ancora,

prima che la pagina, il luogo, il minuto

sia del tutto bianco,

c’è questo tumulto di colori da nulla

chiaramente distinguibile nel già quasi indistinto:

schiera bellicosa di astiosi puntini:

bianco di zinco, bianco di piombo, marna bianca,

gesso, latte, bianco candido e muffa:

uno diverso dall’altro:

così polifonico, così preciso

nei chiari ammassi picchiettati

il giubilo di morte delle tracce.

 

iii

fra quasi nulla e nulla

resiste e fiorisce bianca la ciliegia.

(Traduzione mia)

 

kirschgarten im schnee

i
was einst bäum war, stock, hecke, zaun:
unter gehn in der leeren schneeluft
diese winzigen spuren von tusche
wie ein wort auf der seite riesigem weiß:
weiß zeichnet dies geringfügig schöne geäst
in den weißen himmel sich, zartfingng,
fast ohne andenken, fast nur noch frost,
kaum mehr zeitheimisch, kaum noch
oben und unten, unsichtig
die Knie zwischen himmel und hügel,
sehr wenig weiß im weißen:
fast nichts –
ii
und doch ist da,
eh die seite, der ort, die minute
ganz weiß wird,
noch dies getümmel geringer färben
im kaum mehr deutlichen deutlich:
eine streitschar erbitterter tüpfel:
zink-, blei-, kreideweiß,
gips, milch, schlohweiß und schimmel:
jedes von jedem distinkt:
so vielstimmig, so genau
in hellen gesprenkelten haufen,
der todesjubel der spuren.
iii
zwischen fast nichts und nichts
wehrt sich und blüht weiß die kirsche.

Racconti americani. CATTEDRALE di Raymond Carver

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Ricostruzione scenografica del bar di Nighthawks, curata dal team dell’architetto Luca Cendali per la mostra Edward Hopper, Roma, Fondazione Roma Museo (2010)

 

L’altro giorno ho voluto colmare una lacuna culturale e ho ordinato su Amazon Cattedrale, di Carver, Einaudi tascabile. Quando mi è arrivato ho scoperto che è corredato di una prefazione di Francesco Piccolo. L’avessi saputo non l’avrei ordinato. Il fatto è che io frasi del tipo “Poi è arrivato un tale di nome Ernest Hemingway” non le posso leggere, mi copro di ponfi rossi, si chiama orticaria da stress psichico, esiste, è una malattia pubblicata.

Be’, e tu non leggerle, direte. È che basta il sospetto. Basta il sospetto che siano contenute nel volume che maneggio cautamente, un sospetto che ovviamente non mi dà pace fin che non ho appurato che infatti ci sono, come è inevitabile che sia se si compra un volume con prefazione di Francesco Piccolo; basta il sospetto a generare un prurito diffuso, ancor prima che la conferma scateni l’eruzione cutanea.

Insomma, a prezzo di sofferenze ho colmato la lacuna riguardo a Raymond Carver. Non avevo ancora letto nulla di lui, tranne un racconto che avevo trovato tempo fa sul web e che, all’epoca, mi aveva lasciata perplessa. Il racconto è contenuto in questa raccolta, si chiama Una cosa piccola ma buona ed è sicuramente un capolavoro, al modo di Carver.

Ho letto, con interesse e godimento crescenti, i dodici racconti di Cattedrale; ho letto la prefazione di Francesco Piccolo; ho raccolto le idee. Ma prima di mettermi a scrivere queste impressioni ho voluto documentarmi un po’ sull’edizione che avevo fra le mani. Einaudi ripropone la traduzione di Riccardo Duranti per Minimum fax (2002). La pagina web di Minimum fax  riporta, nella rassegna stampa, una recensione di Giuseppe Genna (apparsa il 23 gennaio 2003 su http://www.Clarence.com, pagina not found), che contiene la seguente osservazione:

“Meglio rileggersi, o leggersi per la prima volta, questi sutra laici di verità non segrete esposte in evidenza.
Per esempio leggere o rileggere il racconto d’apertura della raccolta carveriana, quell’incredibile cena tra colleghi di lavoro con consorti e tacchino – un tacchino vivente, addomesticato ma non abbastanza, che circola libero e irritante per l’appartamento, latore emblematico di sovrasignificazioni: dalla festività centrale della cultura statunitense, quella del Ringraziamento, fino al significato teologico e di sconvolgimento del rapporto con la Natura che l’animale comporta in questo contesto civilizzato e decivilizzato.”

Il problema è che l’animale in questione non è un tacchino ma un pavone (a peacock), correttamente tradotto da Riccardo Durante e ampiamente connotato come pavone durante tutto il racconto. Il che ci costringe a stralciare perlomeno la sovrasignificazione della festività centrale della cultura statunitense.  Le altre sovrasignificazioni non ho idea di cosa vogliano dire, secondo me neanche Giuseppe Genna; ma una cosa è sicura: un tempo in cui uno scrittore prende un pavone di Carver per un tacchino del Ringraziamento non può essere che un tempo devastato e vile.

Abbandoniamo, con un po’ di rimpianto, l’esilarante tacchino di Genna e concentriamoci sui racconti.

In genere si insiste sull’effetto di realtà, di vita in presa diretta che questi racconti comunicano o dovrebbero comunicare. Si usa volentieri la metafora dell’istantanea per sottolineare l’assenza di qualsiasi filtro: ideologico, culturale, morale, spesso anche puramente affettivo. Sono, si dice, uomini e donne a un grado zero di determinazione, spesso allo sbando, consegnati senza difese a circostanze accidentali che potrebbero non avere nulla di definitivo (l’alcol, un licenziamento, uno sfratto, una crisi del settore lavorativo), ma che da subito pesano su di loro come un destino; senza farne tuttavia dei personaggi tragici, perché oracoli di questo destino sono in Carver oggetti anodini della quotidianità: scatoloni di un trasloco, una tenda che viene tirata, cerume nelle orecchie, il liquido di refrigerazione di un frigo che si spande, vitamine. Di sicuro non sanno cosa gli succede, in quali campi di forze sono presi, quali dinamiche li mantengono immobili o in movimento. In questo senso sono modernissimi, una versione aggiornata dei personaggi di Kafka, i loro avatar up to date, sgravati da superflue quanto false profondità.

L’impressione che producono – su noi europei, e magari non più giovanissimi, ancora legati alla dimensione del profondo – è tuttavia ambigua, un’impressione di superficialità tesa, talmente consapevole da apparire finta; e davvero ci appare difficilmente credibile che qualcuno possa vivere spalmato su una superficie così sottile. Non hanno né padri né madri, se li hanno avuti sono morti, dispersi, scomparsi, assorbiti nel nulla; la loro vita comincia al massimo qualche anno prima; se sono o sono stati una coppia comincia quando si è formata la coppia; più indietro c’è il vuoto. Assomigliano a figurine di plastica che si muovono sulla carta degli Stati Uniti secondo itinerari sonnambolici piuttosto che a individui in carne e ossa con un qualche tipo di progetto; non sono meno artificiali dei bicchieri di plastica da cui bevono spumante; salvo eccezione, bere è la loro attività principale, come se gli fosse necessario per mantenersi in uno stato di perenne distrazione in cui non si interrogano sulle conseguenze di essere spalmati su una superficie.

Poi accade che in un centro di recupero per alcolisti un tale J.P., il quale essendosi messo a bere smodatamente senza alcun motivo ha reso la vita della famiglia un inferno, riceva la visita della moglie: “Vedo una donna che parcheggia la macchina a tira il freno a mano. Vedo J.P. che le apre la portiera. La vedo scendere e li osservo mentre si abbracciano. Distolgo lo sguardo. Poi torno a guardarli. J.P. la prende sottobraccio e vengono su per le scale. Questa è la donna che una volta gli ha rotto il naso. Ha avuto due figli e un sacco di guai, ma ama quest’uomo che ora la tiene sottobraccio.”

Oppure abbiamo questo Carlyle che è stato piantato in asso dalla moglie con due bambini piccoli e una volta dice all’anziana signora che gli bada ai figli e alla casa: “Voglio che sappia una cosa, signora Webster. Per parecchio tempo mia moglie e io ci siamo amati più di ogni altra cosa e più di chiunque altro al mondo. Compresi i bambini”. E poco dopo l’anziana signora non si fa scrupolo di rispondere: “Una volta anche a me è capitata una cosa del genere, una cosa come quella che sta descrivendo lei. L’amore. Ecco di cosa si tratta.”

E una tale signora Holits, parlando dei figli di primo matrimonio di suo marito, due ragazzini di cui viene detto soltanto che passano le giornate nella piscina del blocco abitativo, afferma: “ – I ragazzi sono figli suoi, – dice. – Del suo primo matrimonio. Quando ci siamo conosciuti, lui era già divorziato. Ma io gli voglio bene come fossero miei. Non potrei volergli più bene di così neanche a provarci. Neanche se fossi la loro madre naturale.”

Poi abbiamo il pasticciere di Una cosa piccola ma buona che nel corso degli anni ha perso qualsiasi ridondante manifestazione di umanità e si è ridotto a essere solo questo: un pasticciere. “Sentite: io sono solo un pasticciere. Non pretendo di essere altro. Magari una volta, tanti anni fa, ero un essere umano diverso, non ne sono più tanto sicuro, non me lo ricordo. In ogni caso, se mai lo sono stato, ormai non lo sono più. Adesso sono soltanto un pasticciere.” Eppure qualcosa deve essere rimasto sotto la crosta pasticciera, perché poco più avanti leggiamo: “Vi prego, – disse l’uomo, – permettetemi di chiedervi solo una cosa: ve la sentite in cuor vostro di perdonarmi?”

Quello che, per me, non torna in questi ammirevoli racconti, non è che siano popolati di personaggi di plastica che, in entrambi i casi senza ragione, si muovono o non si muovono in sparuti scenari di plastica, ma che questa plastica erutti di tanto in tanto fortissimi sentimenti primigeni. Nella sua prefazione, Francesco Piccolo chiama questo fenomeno “l’umanità” di Carver: “Ce ne sono tanti altri, di ingredienti, in ogni singolo racconto o poesia, ma tensione e umanità sono a fondamento di ogni ricetta”; “il secondo tema fondamentale di Carver: l’umanità”; “in qualche modo già si sente che dentro la disumanità sta germogliando un’umanità fortissima, potente”. Be’, io invece con questa umanità ho qualche problema, mi fa lo stesso effetto che se la Metamorfosi, invece che con la morte del protagonista, si chiudesse con tutta la famiglia che festeggia commossa il Natale attorno a Gregor Samsa/scarafaggio. Non mi è chiaro insomma come uno che rappresenta così bene, con tale precisione, l’unidimensionalità dell’uomo nel mondo occidentale alla seconda metà del XX secolo, si metta improvvisamente a parlare d’amore. Non che la cosa propriamente mi disturbi (qualche volta sì, ma non è questo il punto); è che non mi è chiaro da dove sprizzi fuori, tutto questo amore.

cattedrale

Raymond Carver, Cattedrale, Einaudi Super ET, euro 12

 

Ricostruzione scenografica del bar di