RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 10

 

Domenica 9 ottobre: #Matematica

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Nel breviario di oggi il Cardinale è prudente: non dice nulla. Dice talmente nulla che non si capisce nemmeno di cosa lo dica, questo nulla.

Così mi spiazza, l’astuto. Fa terra bruciata. Mi priva della materia. Mi toglie la linfa, il nutrimento. Tenta la via dell’inedia.

Perché cosa si può dire di fronte al nulla? Nulla.

Ci si può meravigliare di quelli che pubblicano il nulla e perfino pagano, pare, per pubblicarlo. Ci si può stupire che il nulla paghi, alla fine. Ma dire, del nulla, non si può dire nulla.

Si pensa, è vero, ai Vestiti nuovi dell’imperatore. Si è tentati di vagheggiare la stessa conclusione per il nostro dipanatore di nulla. Ma no: l’imperatore nudo è un bell’explicit, un cardinal Ravasi nudo non lo si augura a nessuno.

Addio dunque. La Ravasiana si strugge per mancanza di nutrimento. E sì che si accontentava di poco: due o tre citazioni appassite, cavate dal contesto, un torsolo di luogo comune, una scemenza ottimistica come la mela di Biancaneve.

Nemmeno più quello le danno. Il nulla, nient’altro che il nulla. La Ravasiana deperisce, languisce, muore.

Good night, ladies. Good night, sweet ladies. Good night, good night.

GLI ANELLI DI SATURNO – Distruzione e tracce in un libro di W.G.Sebald

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“Nell’agosto del 1992, quando i giorni della Canicola si avvicinavano alla fine, intrapresi un viaggio a piedi attraverso la contea del Suffolk, nell’Inghilterra sudorientale, nella speranza di sfuggire al vuoto che mi invadeva dopo la conclusione di un lavoro di un certo impegno. Questa speranza si realizzò anche in qualche misura; raramente infatti mi sono sentito così libero come allora, nel mio vagabondare per ore e per giorni attraverso le contrade, in parte scarsamente abitate, dietro la riva del mare. D’altro canto, mi sembra adesso che potrebbe avere un fondamento la vecchia superstizione secondo la quale determinate malattie del corpo e dell’anima attecchiscono in noi di preferenza sotto il segno del Cane. In ogni caso nel periodo che seguì fui occupato sia dal ricordo della bella libertà di movimento, che da quello dell’orrore paralizzante che in diverse occasioni mi aveva colto di fronte alle tracce della distruzione, risalenti, perfino in questa zona fuori mano, a molto indietro nel tempo.”

Comincia così il libro di W.G.Sebald Gli anelli di Saturno che reca come sottotitolo: Un pellegrinaggio inglese. Il libro è uscito nel 1995 in Germania, Bompiani ne ha pubblicato una prima edizione italiana nel 1998, segue Adelphi nel 2010 con una nuova traduzione. I brani presentati in questo articolo sono tradotti da me. W.G.Sebald è uno scrittore di lingua tedesca nato in Baviera nel 1944 e morto nel 2001 in un incidente d’auto nella contea inglese di Norfolk dove risiedeva dal 1970. Gli anelli di Saturno racconta un viaggio a piedi lungo la costa del Suffolk ed è costituito da dieci capitoli, più precisamente da dieci lunghe divagazioni che prendono spunto dalle diverse tappe del viaggio, sicché fra il modo del viaggio narrato (a piedi, con incertezze e deviazioni) e il modo della narrazione sussiste un’esatta corrispondenza. Dei tre eserghi preposti all’opera, l’ultimo, tratto dall’enciclopedia Brockhaus, suona:

“Gli anelli di Saturno sono composti da cristalli di ghiaccio e particelle di origine verosimilmente meteoritica che descrivono orbite circolari attorno al pianeta all’altezza del suo equatore. Probabilmente si tratta dei frammenti di un antica luna che, troppo vicina al pianeta, è stata distrutta dalle sue forze di marea (→ limite di Roche).”

La cifra che questo esergo ci offre per approcciare il libro (il romanzo?) è quella del frammento, della particella superstite di un’antica distruzione, che dal continuo macinare che le forze fisiche e storiche esercitano sulla materia si trova inserita in altre configurazioni, in altre orbite, nelle quali ruota mantenendo il carattere di débris. Non per niente l’incipit nomina, accanto al piacere per la libertà di movimento caratteristica del vagabondare, “l’orrore paralizzante […] di fronte alle tracce della distruzione”; e la lunga divagazione che, nel I capitolo, può essere rubricata sotto il nome del medico e scrittore inglese del XVII secolo Thomas Browne, prende l’avvio dalla ricerca del suo teschio. Che non si trova. W.G. Sebald ne segue le tracce con la tenacia di un bracco fino ad appurare che non molto tempo prima si è ricongiunto col resto dello scheletro – dal quale era stato spiccato come sorta di reliquia laica – nel coro della chiesa di St. Peter Mancroft.

Distruzione, frantumi, frammenti, tracce enigmatiche, difficili da interpretare, tanto più preziose quanto più inspiegabilmente intatte: il calice di vetro della Collezione Farnese, rinvenuto all’interno di un’urna cineraria romana e limpido come appena soffiato. Qual è il senso di ciò che sfugge alla distruzione? Qual è il senso della memoria e del fare memoria, se distruzione e trasformazione impegnano incessantemente l’intero universo?

“Il medico, che nei corpi vede crescere e infuriare le malattie, sviluppa piuttosto un senso per il carattere mortale della vita che non per il suo fiorire. Gli sembra un miracolo che possiamo durare anche solo un giorno. Contro l’oppio del tempo che scorre, scrive [Thomas Browne], non c’è rimedio che tenga. Il sole invernale è un segno di quanto presto la luce si spegnerà nella cenere, di quanto presto ci avvolgerà la notte. Una dopo l’altra le ore si aggiungono al conto. Perfino il tempo invecchia. Piramidi, archi di trionfo e obelischi sono colonne di ghiaccio che fonde. Nemmeno coloro che hanno trovato posto fra le costellazioni celesti hanno potuto conservare la propria fama per sempre. Nimrod è perduto in Orione, Osiris nel Cane. Le più grandi dinastie non superano in durata la vita di tre querce. Apporre il proprio nome su un’opera non garantisce il diritto di essere ricordati, infatti chi può dire se proprio i migliori non siano scomparsi senza lasciare traccia. Il seme di papavero germoglia ovunque, e se, un giorno d’estate, inaspettata come la neve ci coglie la disgrazia, allora non desideriamo altro che essere dimenticati.”

La vita come aggregazione organica che per un lasso di tempo più o meno breve resiste alla dissoluzione, la coscienza, che di questa vita cerca di farsi un’immagine e di rendere conto, sono entrambe destinate a soccombere.

“L’invisibilità e l’inafferrabilità di ciò che ci muove sono state anche per Thomas Browne, che vedeva il nostro mondo soltanto come l’ombra di un altro, un enigma in fin dei conti insondabile. È per questo che continuamente, quando pensava e quando scriveva, ha cercato di contemplare l’esistenza terrena, le cose a lui più vicine così come le sfere dell’universo, dal punto di vista di un osservatore esterno, si potrebbe quasi dire con l’occhio del Creatore. Per raggiungere il grado di sublimità necessario a questo esercizio, conosceva un unico mezzo: il periglioso alzarsi in volo della lingua. Come gli altri scrittori del Seicento inglese, anche Browne porta sempre con sé la sua erudizione, un tesoro immenso di citazioni e i nomi di tutte le autorità che lo hanno preceduto, lavora con straripanti metafore e analogie e costruisce periodi labirintici che talvolta si estendono per una o due pagine, simili a processioni o a cortei funebri nel loro sfoggio di complicati decori. È vero che non sempre gli riesce, anche a causa di questa enorme zavorra, di spiccare il volo da terra; ma quando accade che, insieme al suo carico, egli si sollevi sempre più in alto sui cerchi della prosa come un aliante sulle calde correnti d’aria, allora anche il lettore di oggi è preso da un senso di levitazione.”

Peregrinazione e divagazione: sono queste le calde correnti d’aria sulle quali la prosa di Sebald – la cui monumentale erudizione, a differenza di quella di Browne, è straordinariamente leggera, come le ossa cave degli uccelli – si innalza lentamente, impercettibilmente pare a chi non lo conosce ancora, fino a raggiungere l’altezza dalla quale, forse, è possibile distinguere una struttura, un motivo (ein Muster). E tuttavia il prosatore, anche quando questo motivo lo distingua, deve guardarsi dall’indicarlo. Esso deve apparire da solo – da ciò che il prosatore incontra nella peregrinazione, nella divagazione, nell’erudizione e nella ricerca, come da fili colorati che si intreccino su un telaio mosso da mano non umana.

Nel capitolo IX Sebald fa visita all’amico Alec Garrard, agricoltore sessantenne appassionato di modellismo che da molti anni è impegnato nella costruzione, su una superficie di circa dieci metri quadrati, di un plastico del tempio di Gerusalemme quale doveva apparire nei primi anni dell’era cristiana. Il lavoro procede con grande lentezza non soltanto per la mole dell’impresa, ma anche perché Alec Garrard si trova ripetutamente costretto a disfare il già fatto mano a mano che, procedendo nelle sue ricerche, si rende conto di determinati errori nella costruzione.

“Ora che comincia a farsi buio ai margini del mio campo visivo”, dice Garrard, “mi chiedo qualche volta se riuscirò mai a finire il plastico e se tutto quello che ho costruito finora non sia soltanto un misero accrocco. Altre volte invece, quando la luce del tramonto entra di lato attraverso la finestra e io mi lascio prendere dall’effetto totale, allora in certi istanti vedo il tempio con i suoi vestiboli e gli alloggi dei sacerdoti, la guarnigione romana, le terme, il mercato degli alimentari, i luoghi dei sacrifici, i portici e le botteghe dei cambiavalute, le grandi porte e le scalinate, gli atrii e le province esterne e le montagne sullo sfondo – vedo tutto ciò come se fosse già compiuto e come se io penetrassi con lo sguardo nei campi dell’eternità.”

In questo libro in cui tutto è metafora di qualcos’altro, il modello del tempio costruito a partire da un’erudizione faticosa e necessariamente lacunosa è figura del libro stesso, e più in generale della prassi scrittoria di Sebald, della paziente ricostruzione di personaggi noti e meno noti, di evoluzioni, di fatti storici semisconosciuti a margine dei grandi eventi, di esistenze private prese per il lembo della veste nella macina della storia. Come Garrard, anche Sebald potrebbe chiedersi se il prodotto del suo lavoro non sia qualcosa di impreciso, di eccessivamente ipotetico, arbitrario, lacunoso. Altre volte però, con la luce giusta, le sue costruzioni appaiono esattamente come le strutture che, oltre la distruzione degli esseri e delle cose, ancora si proiettano nei campi dell’eternità.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 9

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Domenica 2 ottobre: # La faccia

Breviario complesso oggi. Si parte da una citazione di Hawthorne, tratta dalla Lettera scarlatta, in cui il romanziere afferma l’impossibilità di mantenere a lungo due facce, una per sé e una per la gente, senza finire per confonderle. La citazione, di per sé interessante, è immediatamente mollata lì dal Cardinale che passa a dirci quanti e quali film sono stati tratti da questo romanzo che fustiga “l’ipocrisia borghese”. Ora, non so come si possa parlare di ipocrisia borghese nel 1640 a Boston. Si tratta, naturalmente, di ipocrisia puritana, una forma particolarmente virulenta di ipocrisia religiosa, che a sua volta ha rappresentato la figura maggiore dell’ipocrisia tout court (Tartuffe docet), prima di essere soppiantata in tempi recenti dall’ipocrisia civile del politicamente corretto.

Dell’ipocrisia il Cardinale ci dice che è un “vizio costante, già detestato anche da Gesù”. Da Gesù sicuramente; un po’ meno dalla sua chiesa, se è vero che ancora in un Dictionnaire de théologie catholique di non molto tempo fa (Vacant et Mangenot, 1930-1950), si poteva leggere che “l’ipocrisia è un vizio spregevole, ma meno odioso che sfidare apertamente i costumi più santi e sbeffeggiare la religione bravando apertamente le sue leggi col pretesto di essere franchi e sinceri”. Insomma, se si pensa all’episodio evangelico in cui Gesù guarisce qualcuno di sabato, una difesa a tutto campo dei farisei.

Sia come sia, anche l’ipocrisia è mollata lì, perché ora il Cardinale passa a citare l’immancabile Camus che, nella Caduta, “dichiarava che ‘dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia’ autentica. E spesso non è un bel vedere…” A parte il fatto che di facce autentiche, fenomenologicamente parlando, ognuno ne avrà almeno quattro o cinque, se non è un bel vedere sarà meglio tenerci sopra una maschera, no? O dobbiamo proprio portare a spasso, in bella vista, le pustole della sifilide? Tanto più che, a togliere la maschera, si rischia che sotto non c’è niente. E non perché, come voleva Pirandello, l’individuo in sé non è nulla e deve per forza mettere una maschera, ma perché l’individuo è costitutivamente una maschera. O una serie di maschere, una sopra l’altra.

Ma quello che il Cardinale vuol dire, naturalmente, è che dobbiamo adoprarci fin da’ giovani anni per avere una bella faccia franca e pulita così da non trovarci mai nella necessità di indossare una maschera. Un bel pensiero, che mostra una profonda conoscenza delle cose umane.

E allora, mi dico, lasciamoglielo fare questo pensiero! Che assieme a tanti altri pensieri di ugual calibro farà una raccolta di pensieri che il Cardinale pubblicherà con Mondadori e che venderà un sacco di copie.

Alla faccia.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 8

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Croquéglise, pièce montée

Domenica 25 settembre: # Il posto

Al momento di mettermi a scrivere mi prende una grande stanchezza. Qui non si tratta di un cioccolatino ogni tanto, qui si tratta di metabolizzare le tonnellate di saccarosio e sciroppo di glucosio che il Cardinale impasta nelle sue pillole domenicali. E se a forza di rimestarci mi fosse venuto il diabete? Se questa stanchezza fosse un sintomo? Il controbreviario è un esercizio pericoloso per la salute. A pensarci bene ha qualcosa del martirio.

“Il posto” del titolo è quello che ogni cosa, anche gli esseri e i fatti apparentemente meno accettabili, occupa nella bene ordinata opera del Creatore. La saggezza ebraica, rabbinica e non, viene messa a contribuzione per sostenere questa tesi. Così ad esempio un passo dal libro della Sapienza: “Tu ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato, perché se avessi odiato qualcosa non l’avresti neppure formata” (11,24). Dal che si evince, se non vado errata, che Dio ama e approva il virus Ebola, fra le altre cose.

In meno di mezzo minuto mi sono venute in mente una quantità enorme di cose orribili che esistono. Tanto per dire basta digitare su google: teratoma – immagini e ne avete fin che volete; dev’essere un Dio ben strano quello che se ne compiace.

Mi era venuta una mezza idea di pubblicare qualche foto, ma no; la sventura merita rispetto; precisamente il rispetto che manca allo zuccheroso ottimismo cristiano del Cardinale.

A proposito di dolciumi, e della loro sospetta affinità con l’umor nero, mi viene in mente il modellino della battaglia di Esztergom, realizzato interamente in zucchero da un pasticcere di corte, di cui parla W.G.Sebald negli Anelli di Saturno; e del quale si dice che l’imperatrice Maria Teresa, in un furioso accesso di malinconia, se lo spazzolò fino all’ultima briciola.

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IL PRIMO DI TRE SONETTI SOPRA UN COLTELLO DA BURRO COL MANICO DI CORNO

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I

Per manico ha questo coltello un palco

Di capriolo maschio con tre punte

Che sembrano le tre vene disgiunte

Di un delta favoloso, o vuoi di un falco

 

L’artiglio, o ancora irrigidito calco

Di smorte arterie di ogni sangue espunte.

Che sia uno spalmaburro, le congiunte

Dichiarazioni afferman dello scalco,

 

Or fattosi arrotino, e di sua moglie,

bionda valchiria in ricci e copparosa.

Ma se la punta è arrotondata, luce

 

Il filo della lama quando coglie

La carne incauta. Sulla tovaglia posa

L’acciaio grigio, ed ominoso, e truce.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 7

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Domenica 18 settembre: # Omero e il giornale

Gesù! Il Cardinale schiera l’artiglieria e ci seppellisce sotto una salva di citazioni.

Si comincia con Péguy: “Omero è nuovo, stamattina, e niente è forse così vecchio come il giornale di oggi”, frase fra le più gettonate del libro Les citations pour gagner des points au bac, edizioni L’Étudiant, di cui la coautrice Nathalie Denizot ha realizzato una selezione per la comodità dei cardinali.

Il nostro si muove bene nelle sillogi, tant’è che continua con Camus e la constatazione che per essere famosi basta ammazzare la portinaia; “effettivamente” commenta il Cardinale “i giornali, che dovrebbero offrirci le novità, sono spesso ripetitivi e scontati”. Nel senso che la stessa portinaia viene ammazzata più volte? O che è scontato che si ammazzino le portinaie?

Non si sa, perché poi tocca subito all’ “ottimismo di Hegel, convinto che ‘la preghiera del mattino dell’uomo moderno fosse la lettura del giornale’ ”. A parte il fatto che non si capisce cosa dovrebbe esserci di così ottimistico in questa frase, in ogni caso, sempre che Hegel l’abbia detta, non era una convinzione ma un bon mot. Il problema, coi Baci Perugina, è che si perdono le sfumature.

Ma la chicca deve ancora venire. La chicca è Mallarmé, “poeta francese ottocentesco” per chi non lo sapesse, e il suo “verso un po’ enigmatico” : “Il mondo è fatto per finire in un bel libro”. “Le monde est fait pour aboutir à un beau livre” suona in francese. Vorrei che qualcuno mi dicesse cosa c’è di enigmatico, ma soprattutto COME CAVOLO FA A ESSERE UN VERSO!

Non lo è infatti: è una frase presa da un’intervista (proprio! un’intervista! una cosa così giornalistica…). È la frase conclusiva di un’intervista uscita il 14 marzo 1891 sul quotidiano L’Écho de Paris. Occhio, Cardinale, a razzolare senza criterio su Wikiquote.

Per la miseria! Con tutte queste Wikicitazioni quasi quasi perdevo di vista il vero nocciolo del breviario, il succo della faccenda, il punto della riflessione. Che è, come da titolo: Omero e il giornale.

Ma, scusi, Cardinale, cosa c’entra Omero con il giornale?

 

PERCHÉ UN ROMANZO BELLISSIMO NON È NECESSARIAMENTE UN GRANDE ROMANZO. L’antidoto della malinconia di Piero Meldini

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Ho riletto in questi giorni L’antidoto della malinconia (Adelphi 1996) di Piero Meldini, che avevo scoperto per caso qualche anno fa e che già alla prima lettura mi era piaciuto moltissimo. Alla seconda – più avvertita, meno “sorpresa” – mi è piaciuto ancora di più. E ho voluto andare in fondo all’ombra di disagio, o di scontento, che le ha accompagnate entrambe. In questo mi ha aiutato una frase di Alfonso Berardinelli, che compare nel suo saggio Non incoraggiate il romanzo, e precisamente nel capitolo dedicato a Roberto Calasso (forse non è un caso che Calasso sia l’editore di questo e di altri due romanzi di Meldini). Dice dunque Berardinelli in questo suo articolo su, e in certa misura contro, Roberto Calasso, che “può avventurarsi in una narrazione moderna solo chi non sia già in possesso di saperi e verità atemporali, solo chi cerchi e non abbia già trovato”. In che senso questa frase può aiutarci a dare conto di quel che di insoddisfatto che rimane dopo la lettura di un libro pur bello, ripeto, come quello di Meldini?

L’antidoto della malinconia è e non è un romanzo storico. Da un lato lo è perché è ambientato sul finire del Seicento in una provincia dello Stato della Chiesa; ma dall’altro non lo è perché alle vicende particolari che racconta non si mischiano in alcun modo gravi accadimenti politici o militari; esse non sono neppure sfiorate, tanto meno determinate, dalla Storia con la maiuscola – e quasi quasi nemmeno con la minuscola, se è vero che l’impressione è quella di un pantano immobile, di uno stagno periferico dove della Storia non giungono nemmeno le estreme e più spossate onde, dove appunto l’impressione dominante, e quasi l’unica impressione a dir la verità, è di essere giunti a una specie di compimento della Storia in cui, poiché nulla di nuovo può avvenire, non resta ai dotti che la minuziosa disamina e compilazione del già noto, con licenza di variare tutt’al più il titolo e l’ordine delle rubriche sotto le quali archiviarlo.

La provincia dello Stato della Chiesa è la Legazione di Romagna e chi, ancora alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, abbia vissuto, venendo da un po’ più a nord, a Lugo, a Bagnacavallo, a Sant’Arcangelo, nella stessa Ravenna, ricorderà l’atmosfera un po’ passatista, ellenistica o bizantina, da chiosatori di un’Opera in cui tutto è già stato detto. Il tempo del romanzo è l’ultimo scorcio del diciassettesimo secolo; il secolo, come dice il protagonista, lo speziale Gioseffo, della malinconia: la bile nera, la cupa depressione che fermenta nelle viscere, sale come fumo al cervello e esplode in disperazione nel cuore. È il secolo, in effetti, in cui Robert Burton scrive il poderoso trattato L’anatomia della malinconia (di cui uscirà a breve, per i Classici Bompiani della Letteratura Europea, la prima traduzione integrale italiana a cura di Luca Manini). Il nostro speziale, sicuramente all’oscuro di quanto viene pubblicato nel Nord eretico e scismatico, attende a una fatica analoga, seppur meno poderosa: la redazione del suo Antidoto della malinconia, da cui si aspetta una modesta ma ben meritata gloria.

Il lavoro di penna, cui sono dedicate le ore notturne sottratte al sonno, è per il povero speziale una faccenda irta di affanni e di tormenti: come condurre a buon fine un’impresa tanto titanica? come destreggiarsi nella mole di materiali, autori, citazioni, passi – tutta la scienza dell’antichità sul veleno e il suo contravveleno? come assicurarsi di uno stile adeguato, non eccessivamente greve né colpevolmente leggero? C’è di che perdere la testa, e il nostro Gioseffo è a rischio di perderla – anche perché in questa insalubre stagnazione in cui la Storia è finita e l’unica cosa che ci si può ancora attendere è la fine del mondo e l’avvento del Giudice, in questa insalubre stagnazione le stagioni sono stravolte, le estati torride e opprimenti, gli inverni impietosamente gelidi, le primavere marce di pioggia, gli autunni percorsi da strani presagi, e tutto pesa insopportabilmente sul corpo e sull’anima degli uomini. Gioseffo sarebbe in effetti a rischio di perdere la testa, se nel buio in cui la creazione letteraria avanza a tentoni non gli rilucesse quale stella polare l’astro luminoso del Cardinale Ondedei, il Legato Pontificio che nel corso di un fuggevolissimo incontro – una visita del porporato alla provinciale Accademia di cui lo speziale è membro – ha risposto, pare, con un impercettibile cenno del capo alla farfugliata proposta di dedicargli l’opera. Per anni Gioseffo scrive al Legato lettere su lettere per informarlo dei progressi e delle difficoltà che incontra, senza mai ricevere risposta e senza tuttavia che la sua fede nell’augusto patrono si incrini. Fino all’amarissima conclusione in cui è costretto a toccare con mano l’equivoco sul quale aveva costruito il castello.

L’ultima parte del romanzo è bellissima, in certi punti direi sublime. La fiducia del suddito – e dell’intellettuale in quanto suddito – nella fondamentale bontà del potere, nella sua razionalità, nella parte che ci si immagina esso debba prendere alla felicità di ciascuno – e poi l’improvvisa disillusione, il velo che cade dagli occhi, scoprire che il potere, e il destino, sono ciechi e insensati come la più cieca e insensata delle Parche, aprire gli occhi per la propria sventura, come già fu per Edipo – ha qualcosa dell’antica tragedia.

Cos’è allora che manca? Perché questa lieve sensazione di disagio, come se ci sentissimo in colpa proprio perché il romanzo ci è piaciuto?

La risposta è abbastanza semplice: l’antropologia di Meldini è un’antropologia classica; le passioni – il mal d’amore, la malinconia, la vanità – sono quelle dell’eterno-umano, né si suppone che possano essere soggette a variazioni; l’uomo è orientato e proiettato verso il mistero dell’aldilà; il suo sperare, soffrire, errare sfocia inevitabilmente in questo mare sconosciuto che ci attira e ci atterrisce e al quale, indipendentemente da ogni posizione più o meno fideistica, attribuiamo un senso – anzi attribuiamo il senso di dare un senso – non specifico, non univoco, ma un senso – a un aldiquà che altrimenti non ne avrebbe.

È una posizione poetica; però un po’ trita – trita nel senso di Berardinelli: nel senso di un sapere e di una verità atemporali. Sono cose che sappiamo già, dunque, in un certo senso, che sono diventate false.

“Che l’Altissimo, nella Sua infinita misericordia, spalanchi le braccia a maestro Gioseffo” chiude il notaio Bentivegni, alla fine del romanzo, la pagina della sua cronaca cittadina.

Che dire? Amen.