CHATEAUBRIAND, LEOPARDI, E LA VERTIGINE DEL SILENZIO

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Chateaubriand pubblica nel 1802 René, racconto di una vita (immaginata svolgersi un secolo prima) condensato in quaranta pagine; forse il più attendibile e completo manuale del primo romanticismo europeo.

Nell’economia delle quaranta pagine, quattro sono dedicate dal narratore-protagonista ai viaggi in Europa, organizzati piuttosto secondo un ordine tematico che secondo un plausibile itinerario: i resti mutilati dei popoli antichi e defunti (Roma e la Grecia); in (supposta) opposizione a quelli le grandi città dei vivi (Londra); la Scozia dove l’ultimo bardo gli canta i carmi che furono di Ossian in un paesaggio la cui potenza pagana è da tempo convertita a un cristianesimo pacificatore; l’Italia e le sue architetture, preferibilmente sacre, come esempio suggestivo di bellezza moderna. Alla città di Londra è dedicato un paragrafo di diciotto righe:

“Volli vedere se le razze viventi mi avrebbero offerto maggiori virtù o minori sventure delle razze scomparse. Un giorno, mentre camminavo in una vasta città, passando dietro un palazzo, in un cortile appartato e deserto, vidi una statua che indicava col dito un luogo reso famoso da un sacrificio [si tratta della statua di Giacomo II Stuart che indica il luogo in cui nel 1649 fu giustiziato il padre, Carlo I, a Whitehall]. Fui colpito dal silenzio di quei luoghi; solo il vento gemeva intorno al marmo tragico. Dei manovali erano sdraiati con indifferenza ai piedi della statua, o scalpellavano pietre, fischiando. Chiesi loro cosa significasse quel monumento: alcuni furono a stento in grado di dirmelo, altri ignoravano la catastrofe che ricordava. Nulla mi ha dato maggiormente la giusta misura dei fatti della vita, e del poco che siamo. Che ne è di quei personaggi che fecero tanto rumore? Il tempo ha fatto un passo, e la faccia della terra è stata rinnovata.”

Gli elementi che fanno la memorabilità di questo episodio sono tre. In primo luogo il silenzio, poi un suono individuale e singolo (gemere del vento, fischiare del manovale) il cui effetto non è di rompere ma di enfatizzare, di ampliare a dismisura il silenzio; a questi primi elementi, reali, se ne aggiunge un terzo, immaginario o immaginato: il ricordo di eventi passati, cioè il recuperare dal pozzo di ciò che è caduto nel non-più-essere una traccia, resa dubbia e angosciante precisamente dal fatto di essere traccia di qualcosa che è sprofondato e continua a sprofondare e a essere sepolto sotto strati sempre più spessi di oblio, talché il simulacro stesso, la traccia, rapidamente si perde e non sussisterà, nel migliore dei casi, che come frase, nozione. L’opposizione passato-presente è sottolineata dall’opposizione fra (storicamente) rilevante e (storicamente) irrilevante: ai piedi della statua di Giacomo II che indica il luogo del supplizio di Carlo I sono sdraiati dei manovali scarsamente consapevoli o del tutto inconsapevoli del passato evento. Essi fischiettano: il loro fischiettare, incongruo ma vittorioso perché presente e vivo, ha per effetto di sprofondare compiutamente e angosciosamente nel non essere la pur monumentale rovina che tenta di emergere, per dirla stavolta con Lamartine, dall’“oceano del tempo”.

In tutta la scena gli opposti hanno carattere dialettico: il suono singolo, presente e contingente, è il limite che si travalica facendo emergere come una necessità il silenzio infinito in cui da ultimo sprofonda tutto ciò che è; l’irrilevanza storica dei manovali, la loro indifferenza rispetto a un evento tragico e grandioso del passato ne espande infinitamente la grandezza nel momento in cui la irride, inconsapevolmente forse, ma di fatto la irride perché l’evento grandioso è svanito nel passato mentre essi, gli insignificanti e piccoli, sono vivi nel presente. A sua volta il “marmo tragico” getta un’ombra di tragica grandezza sugli insignificanti e piccoli in quanto significa la precarietà del loro essere presenti e vivi.

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La statua di Giacomo II a Whitehall, ora a Trafalgar Square

Se ora consideriamo, di Leopardi, L’infinito, ma soprattutto La sera del dì di festa, databili fra il 1819 e il 1821, siamo sorpresi da certe somiglianze.

L’infinito è costruito sulla dialettica limite-illimitato: la siepe, il vento che hic et nunc stormisce fra le piante catapultano l’immaginazione nel loro opposto: il silenzio, l’illimitato e infinito – non certo come dimensione salvifica in cui l’individuo è sollevato dalla contingenza; l’infinito di Leopardi non è supposto reale ma è immaginato, è la stessa vertigine dell’immaginazione che coglie Chateaubriand di fronte all’abisso impensabile e indicibile in cui cade tutto ciò che è. Il silenzio “sovrumano”, la quiete “profondissima” di Leopardi, come il “silenzio di quei luoghi” che colpisce Chateaubriand, non sono il sollievo dal frastuono del contingente ma l’assenza di voce, l’assenza di determinazioni che incanta e spaura. Sullo sfondo degli “interminati spazi”, dei “sovrumani silenzi”, la stagione “presente e viva” assume un carattere vivace, quasi frenetico; ma anche precario, instabile, sempre sul punto di naufragare nell’opposto che, generalmente impercepito e inimmaginato, la circonda.

Nella Sera del dì di festa, che nell’ordine dei canti stabilito da Leopardi segue LInfinito, i punti di contatto sono anche più precisi.

La seconda parte, che comincia al verso 24 con “Ahi, per la via”, e di fronte alla quale il lettore francamente si chiede cosa c’entri con la prima, introduce piuttosto a sorpresa “il solitario canto / dell’artigian, che riede a tarda notte, / dopo i sollazzi, al suo povero ostello”. Anzi, è proprio il canto dell’artigiano, che increspa il grave silenzio della notte così come il fischiare indifferente dei manovali insinua un brivido nel silenzio tragico di Whitehall, a spezzare la poesia creando un brusco passaggio dalla sofferenza d’amore, acuta, individuale e contingente, allo sgomento sovra-individuale che si instaura “a pensar come tutto al mondo passa, / e quasi orma non lascia”. Uno sgomento, potremmo dire, non individuale ma di specie, la cui eco enorme investe tutta la seconda parte conferendole un carattere ben diversamente poetico dalla prima. L’inesorabile scorrere del tempo (“ecco è fuggito / il dì festivo […] e se ne porta il tempo / ogni umano accidente”), topos dei più antichi e inossidabili, non è infatti tematizzato, come da tradizione, a proposito della gioventù o dell’amore (le cui gioie Leopardi aveva senz’altro scarso motivo di rimpiangere) bensì della storia: “or dov’è il grido / de’ nostri avi famosi” ecc. Il canto (casuale, indifferente) dell’artigiano (insignificante) crea nel silenzio una fessura dalla quale emergono, per opposizione, le tracce abolite di eventi storicamente significativi. E poiché sono suscitate, nel silenzio, dal fatto vivo e contingente, assolutamente precario di un canto, sono immaginate come tracce sonore: “il suono”, “il grido”, “il fragorio”. Ora il poeta può tornare al suo io individuale, a un momento della sua adolescenza quando lo stesso fenomeno (un canto solitario a tarda notte) “già similmente [gli] stringeva il core”. Può tornarvi senza perdere, anzi accrescendo l’intensità poetica guadagnata, perché questo “stringere il core” non è da ricondurre a una privata sofferenza d’amore ma è la vertigine di fronte all’infinito silenzio, all’inemendabile assenza di voce che circonda ciò che precariamente è vivo e precariamente “suona”.

RAVASIANA – il breviario del giorno dopo, 1

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NON SUGNU STATO IO!

Ravasiana: poiché il cardinal Ravasi insiste nel pubblicare settimanalmente, sulla prima pagina della Domenica del Sole, il suo scipido Breviario a edificazione del pubblico, mi vedo costretta a inaugurare questa rubrica per parare il lunedì la loffiata della domenica.

Domenica 7 agosto: # Avere – Essere

A proposito di avere vs. essere, dopo aver citato Nuccio Ordine che in un centone di citazioni, nella prima frase della prima pagina del suo dotto lavoro di raccolta (e chissà se il cardinale ha letto oltre) cita un “prete rivoluzionario ottocentesco calabrese”, Ravasi continua citando, come di dovere, Erich Fromm; poi però, preso dalla frenesia del citare, cita “la terribile definizione dell’Essere e il Nulla di Sartre: ‘Io sono ciò che ho’”. E qui la citazione non mi torna tanto: potrebbe gentilmente il cardinale specificarne il contesto? Perché francamente “io sono ciò che ho” non mi suona particolarmente sartriano, anzi non mi suona sartriano per nulla, né per il dritto né per il rovescio. Ma magari il cardinale si confonde con Feuerbach (“l’uomo è ciò che mangia”), o con D’Annunzio (“io ho quel che ho donato”). Oppure, più semplicemente, gli si sono rimescolati i bigliettini dei Baci Perugina.

TEMPO DI FALENE

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Leonardo Caboni, Le falene

 

Non ci sono più al giorno d’oggi, o almeno non si vedono in queste zone pedecollinari dell’Appennino Mordianese, le grosse falene scure che comparivano d’estate sul far delle tenebre, vogando con le grandi ali vellutate e silenziose, orripilanti; ricordo che una volta mi accorsi di essere rinchiusa con un esemplare da quindici centimetri buoni – misura ad ali ripiegate – in una stanza molto piccola; la porta si trovava all’altra estremità. Per fortuna era una stanza alta e la cosa orribile era posata tranquilla appena sotto l’angolo del soffitto. Col sangue freddo che ci stupisce davanti a un pericolo mortale guadagnai la porta. Credo che se la falena mi avesse sfiorato mi sarebbe venuto un attacco epilettico, o sarei caduta in uno stato di morte apparente come quel personaggio di Landolfi. Mi chiedo se c’è un nome per questa repulsione, lancinante fino all’urlo irreprimibile e al collasso psico-viscerale. Esiste, scopro, il termine “mottefobia”, parola di rara bruttezza che indica la paura delle falene. Immagino che venga dal tedesco “Motte”, che sarebbero quelle farfalline beigeoline, con le ali sfrangiatine, che perdono quella polverina, che se le schiacci sembrano fatte più che altro di polvere. Come “moth” in inglese. Ma le autentiche falene terrorizzanti, i Nachtfalter, sono altra cosa.

Comunque, sparite quelle e sparite anche le candele che attirano poeticamente le grandi e le piccole, rimangono invece o rimanevano, nei ristoranti all’aperto, le gabbiette elettriche che meno poeticamente le friggono, loro e altri insetti volanti, con uno sfrigolio sinistro e prolungato. Ricordiamo degnamente la falena e la candela con una poesia del 1814:

 

W. v. Goethe, BEATO DESIDERIO

 

Non ditelo a nessuno, solo ai saggi,

Perché la folla subito schernisce,

La cosa viva io lodo che si strugge

E la morte nel fuoco concupisce.

 

Nelle notti che amore ti ristora,

In cui tu generato generasti,

Un fiato estraneo ti sorprende e sfiora,

Mentre la cera splende senza fasti.

 

A lungo più non puoi tu rimanere

Avvolto nelle tenebre dell’ombra,

Nuova brama ti prende di volare

In alto, su, e più alta unione adombra.

 

L’infinita distanza non ti è nulla,

Ecco che giungi a volo affascinato,

Finché avido di luce tu, farfalla,

Nella luce sei da ultimo bruciato.

 

E fino a che tu questo non avrai,

La fiamma che ti dica: Muori e sii!

Sarai solo un viandante pien di guai

Sopra l’oscura terra e i suoi addii.

 

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È, anche questa, una celeberrima poesia tratta dal primo libro del Divan, il Libro del Cantore. La traduzione è mia, l’originale lo trovate qui. A proposito della traduzione, a trasportare un Vierheber tedesco, cioè un verso di quattro accenti, in un endecasillabo italiano, può capitare di trovarsi più sillabe a disposizione che parole da infilarci. A volte non basta nemmeno la zeppa metrica, che già non è una bella cosa in sé. Nell’ultimo verso ho fatto quello che un traduttore non dovrebbe mai fare: ho inserito una zeppa di contenuto. Voglio dire: “i suoi addii” nel testo di Goethe non ci sono proprio.

Quando ho letto per la prima volta questa poesia, verso i ventiquattro, venticinque anni, mi sono sentita trasportata da entusiasmo; mi è sembrata grandiosa. E lo è, naturalmente; ma a rileggerla adesso che è passato tanto tempo mi fa un’impressione non so, insincera. Va be’ che per Goethe la sincerità non è una categoria, lui non è mica un romantico. Quello che voglio dire è che la famosa esortazione Muori e sii! (Stirb und werde!) non so bene come sia da intendere. Ricorda da vicino, è chiaro, l’evangelico “Se il chicco di grano non muore”. Ma lì, mi dispiace, non siamo più nella poesia; e nemmeno nella letteratura in generale.

OMAGGIO A UN MOSCHETTIERE

Valentino Zeichen

 

Valentino Zeichen, La Sumera, Fazi 2015

La sumera

Di questo romanzo di Valentino Zeichen, pubblicato da Fazi nel 2015, candidato allo Strega e escluso già dalla dozzina, dopo la morte dell’autore sopravvenuta nel luglio di quest’anno non parlerà, credo, più nessuno.

Quindi ne parlo io.

Non perché il romanzo mi sia quel che si dice piaciuto (è un romanzo difficile, vedi sotto); ma perché questo poeta (poiché di poeta e non di romanziere si tratta), che si ostina a vivere a Roma in una baracca di lamiera costantemente minacciata dalle ruspe nei pressi di Piazza del Popolo, che rifiuta i benefici della legge Bacchelli da lui definita “il premio Nobel alla miseria”, che oltretutto è pure un bell’uomo, mi sta molto più simpatico, ad esempio, del muso furbetto di Calvino, il quale tiene casa (borghese) a Roma e a Parigi, pendola avanti e indietro dagli Stati Uniti, gira comodamente il mondo, e con le sue storielline della minchia si fa pure la villa nella Pineta di Roccamare.

Ma veniamo al romanzo. Prima di mettermi a scrivere càpito (fortunatamente) sulla recensione di Andrea Cortellessa, il quale non si sa se per amor di verità filologica o per amore del tiro mancino ci svela (a quel che ne so è l’unico) che La sumera è una riedizione quasi letterale, con aggiunta di un capitolo finale, di Tana per tutti, romanzo pubblicato da Zeichen nel 1983 e prontamente dimenticato.

Bene. Questo chiarisce delle cose. Fra i diversi disagi che colgono il lettore già dalle prime pagine, c’è una difficoltà a situare cronologicamente l’azione, l’impressione di un anacronismo ingiustificato, come se non si capisse la scelta di ambientare il romanzo alcuni decenni indietro (e infatti, quando il romanzo è stato scritto, non c’è stata nessuna scelta in tale senso: semplicemente l’autore parlava di anni appena trascorsi). Già, ma intanto quanti decenni indietro? si chiede il lettore che non ha letto Cortellessa. La copertina in bianco e nero, che in realtà è il seppia della nostalgia, non ci aiuta, anzi, è fuorviante. Intanto ricorda da vicino la copertina dell’edizione Adelphi di La bella di Lodi di Arbasino, il cui nucleo risale ai primi anni Sessanta e che racconta una storia degli anni Sessanta: rischiamo di cannare di più di un decennio.

La bella di Lodi

D’altra pare, c’è chi va ancora più indietro e chiama in causa I Vitelloni. Per fortuna il testo ci offre qualche (scarsissimo) riferimento: qualche termine post quem, se non altro. Nelle prime pagine la Sumera se ne va su “una 127 rossa con ruote a raggi”. Una veloce consultazione in Internet ci permette di stabilire che la Fiat iniziò la produzione della 127 nel 1971. L’inizio del Capitolo Dieci poi ci informa che “in seguito al balzo in avanti del prezzo del petrolio avvenuto qualche anno prima, prevalse l’austerità anche nelle gallerie d’arte e si abolirono i variopinti cocktail.” Il balzo in avanti del prezzo del petrolio è del 1973, quindi, se è avvenuto qualche anno prima, qui siamo nella seconda metà degli anni Settanta. Rimane, se non si è letta la recensione di Cortellessa, la domanda: perché? Perché situare l’azione in un passato minimamente caratterizzato, talché non si può parlare di romanzo storico (e gliene siamo grati), e non invece a questo punto nel presente, come se veramente non avesse importanza? Certo ha diritto alla nostra eterna riconoscenza per aver messo in scena gli anni Settanta senza farne gli anni di piombo, lui che pure c’era, mentre adesso furoreggia la moda di raccontarli, precisamente da parte di quelli che non c’erano. Però non si capisce la manovra (finché, appunto, non si scopre che non c’è nessuna manovra).

Questo è il primo, lieve, disagio. Prima di passare al secondo, che è un disagio ma potrebbe anche diventare un agio, parliamo un po’ dell’azione. Che, naturalmente, non c’è. “Naturalmente” come si conviene al romanzo di uno che di professione fa il poeta. Ci sono tre amici, dice il risvolto di copertina, (in realtà sono due più uno), già fuori dalla prima giovinezza, un po’ artisti, un po’ senza arte né parte, che vivono a Roma tutto sommato alla giornata fra la Galleria d’Arte Moderna, la Flaminia e Villa Giulia. La Sumera, conosciuta sulla scalinata della Galleria, ha un’idea assai libera della vita sentimentale e sessuale e sta con tutti e tre. Ivo (il vero protagonista) non sopporta l’infedeltà e si defila; conosce Caterina, minorenne candida e innamorata, sembrerebbe l’inizio di una autoaccettazione e, perché no, di una felicità. Naturalmente Ivo nell’ultimo capitolo, quello aggiunto, muore.

La trama è prossima allo zero, l’interesse della trama è prossimo allo zero. E allora? E allora, e qui arriviamo al secondo disagio, si fa una gran fatica a leggerlo. La fatica di quando capisci che c’è qualcosa sotto che vale la pena; eppure se dopo aver letto due o tre volte la frase, la pagina, ti chiedi cosa, non è facile rispondere. Nella sua bella recensione Angelo Guglielmi ne fa un fatto di poesia vs. prosa: Zeichen è un poeta, fa un uso larghissimo della metafora, che gli serve anche per aprire, per ossigenare il perimetro claustrofobico del romanzo. Questo è senz’altro vero, ma a mio parere non è tutto lì.

Nell’esergo che antepone al romanzo, e che citerò per intero, Zeichen dice:

“Le gesta dei tre moschettieri vivono immortali, trasvolando di fantasia in fantasia nelle serie di generazioni. Chi avesse in mente di suggerire al loro orecchio il da farsi, o indagasse sul movente di quell’avventuroso agire, non otterrebbe risposta, dovendo essi mantenere segreti i pensieri ed esplicite solo le azioni.”

“Il da farsi” (causa finale), il “movente” sono assenti da questo romanzo fin nelle minime azioni o inazioni dei protagonisti; quando ne compare un abbozzo è immaginato, se non è immaginato è immediatamente vanificato da una contro-azione dell’altro, altrettanto immotivata. Il nesso causa-effetto latita dalla narrazione, così come nella descrizione i movimenti e i rapporti spaziali sono inediti, del tutto insoliti, lontani da quello che ci si aspetterebbe, difficili da immaginare, al limite dell’incomprensibile. Difficile, ad esempio, individuare nel passaggio che segue i preliminari di un atto amoroso:

“Ruotando il busto come una sagoma del tiro a segno, ripetutamente colpito nell’intimo, cercava una scusa per sottrarlesi e sgusciarle via dalle mani. Inutilmente, perché Lei modificò la presa afferrandogli la testa più saldamente. Gli sembrava che se la passasse da una mano all’altra, tantoché immaginò il suo ovale intellettuale fra le mani di un giocatore di rugby che correva a raggiungere la meta.”

O anche qua:

“La latteria era chiusa. Ivo si mise a contemplare la saracinesca, notando che il lattaio ultimamente aveva sostituito quella vecchia, arrugginita, che rimandava a un quaderno a fitte righe, con un’altra nuova fiammante, piena di feritoie per l’areazione dell’ambiente. Quando Mario intuì il motivo di questo turbamento, compianse Ivo dentro di sé scusandolo, vittima di agenti della superstizione oltre che di virus influenzali.”

Cioè: Ivo contempla una saracinesca nuova (chiusa) che ha sostituito quella vecchia. La contemplazione viene interpretata da Mario, senza che il lettore sia messo al corrente della plausibilità di questa interpretazione, come “turbamento”. A sua volta, il turbamento è ricondotto da Mario a “agenti della superstizione”. I due nessi esplicativi sono più che soggettivi. Soggettivi sarebbero se fossero preceduti da un “Mario pensò che …”. Così come sono invece, i nessi esplicativi, o causali, sono semplicemente campati per aria, nel senso proprio delle aeree campate di un ponte, sottilissime e inconsistenti.

Gli unici momenti in cui le azioni e le esternazioni sono finalizzate a uno scopo – hanno cioè un motivo – sono quelli in cui Paolo (il pittore) manovra per convincere l’affermata gallerista Stella a organizzargli una mostra e a promuoverlo presso i critici. Uno scopo – e un motivo – del tutto indegni di un moschettiere.

Che i nessi causali e logici in genere, come pure gli automatismi percettivi, fossero in crisi non era certo una novità nemmeno nel 1983. La novità, semmai, sta da una parte nella radicalità con cui Zeichen cancella dalla narrazione i dispositivi di causa e di scopo, dall’altra nell’azzeramento, nella descrizione, della gerarchia di più e meno importante: in occasione della prima visita della Sumera, l’atteggiamento irritante e dominante di lei non riceve maggiore attenzione da parte dell’autore della pasta tragicamente scotta che Ivo mette in tavola:

“Andò a sedersi sulle gambe di Ivo, gli tolse la forchetta dalle mani e iniziò a imboccarlo. Come una scassinatrice provetta gli forzò con il tridente l’ingresso della bocca incurante del pericolo, tra gli ingranaggi dei denti gli sospinse in fondo alla gola con sgarbo le canne tronche della pasta, talmente incollate da sembrare il tamburo di una pistola” – dove l’immagine che si fissa è quella delle canne tronche della pasta talmente incollate le une alle altre da sembrare il tamburo di una pistola.

Zeichen lo sa benissimo che le tassonomie sono in crisi da quel po’. Lo sa talmente bene che non ci fa una piega, non ne fa certo una tragedia, qui la tragedia non c’è da nessuna parte e l’unica che piange, alla fine, l’unica inconsolabile, è la giovane, ingenua, inesperta Caterina. Ma gli altri, i moschettieri, o l’unico vero moschettiere, Ivo, è rassegnato alle azioni – alle ormai minime azioni i cui pensieri fondanti devono restare segreti. Talmente segreti e per sì lunga abitudine che sono per sempre segreti anche a se stessi.

 

J.W. von Goethe (1749-1832), PASSATO NEL PRESENTE (Im Gegenwärtigen Vergangnes, 1814)

DUGHET-Landsacape
Gaspard Dughet, detto Gaspard Poussin, Paesaggio nella Campagna Romana

 

Stillanti di rugiada rosa e giglio

Fioriscono nell’alba a me vicino;

Alle mie spalle scabra fra i cespugli

Sale la rupe familiare e il pino;

E là l’arco del monte coronato

Di nobile castello, e di foresta

Impenetrabile e alta circondato

Verso la valle piega la sua cresta.

 

Tutto profuma intorno come ai tempi

Che ancora per amore si soffriva

Ed alle corde del salterio intenti

Il raggio dell’aurora ci coglieva.

Quando dal folto della selva il canto

Della caccia esalava in toni pieni,

Ora infuocando oppure rinfrescando,

Come piaceva al petto, sprone o freni.

 

Poi che eterno dei boschi è il germogliare

Rinvigorite l’animo con essi,

Ciò che voi aveste in sorte di godere

Godetelo ora in altri da voi stessi.

Così nessuno avrà da rinfacciare

Che vogliam bere soli dalla brocca;

Siate invece capaci di gustare

D’altri il piacere, quando ad essi tocca.

 

E alla svolta così del nostro canto

Ritroviamo Hafis nelle calme sere,

Poi ch’è bene godere il compimento

Della giornata con chi sa godere.

(Traduzione mia)

 

Im gegenwärtigen Vergangnes

Ros’ und Lilie morgentaulich
Blüht im Garten meiner Nähe;
Hinten an, bebuscht und traulich,
Steigt der Felsen in die Höhe;
Und mit hohem Wald umzogen
Und mit Ritterschloß gekrönet,
Lenkt sich hin des Gipfels Bogen,
Bis er sich dem Tal versöhnet.

Und da duftet’s wie vor alters,
Da wir noch von Liebe litten
Und die Saiten meines Psalters
Mit dem Morgenstrahl sich stritten;
Wo das Jagdlied aus den Büschen
Fülle runden Tons enthauchte,
Anzufeuern, zu erfrischen,
Wie’s der Busen wollt und brauchte.

Nun die Wälder ewig sprossen,
So ermutigt euch mit diesen,
Was ihr sonst für euch genossen.
Läßt in andern sich genießen.
Niemand wird uns dann beschreien,
Daß wir’s uns alleine gönnen;
Nun in allen Lebensreihen
Müsset ihr genießen können.

Und mit diesem Lied und Wendung
Sind wir wieder bei Hafisen,
Denn es ziemt, des Tags Vollendung
Mit Genießern zu genießen.

 

Questa celebre poesia fa parte del West-östlicher Divan, titolo che preferisco spiegare anziché tradurre, dal momento che “Il Divano occidentale-orientale” (Rizzoli 1990, a cura di L.Koch e I.Porena) rischia di suscitare sconcerto soprattutto nelle giovani generazioni. Bisognerebbe infatti sapere (ma francamente, chi lo sa?) che un divano, oltre a essere un mobile da salotto, è anche, e con l’identica etimologia, in ambito arabo-persiano una raccolta di testi poetici: un canzoniere.

Da sempre Goethe si interessa all’Oriente, già a partire dalla giovanile dimestichezza col Pentateuco che Herder gli insegnerà a leggere, al pari dell’intera Bibbia, come una Kulturgeschichte, una storia della cultura del medio oriente antico. Ma nel 1814, all’età di sessantacinque anni, si trova fra le mani il Divan, appunto, del poeta persiano Hafis (Hafez, XIV sec.), nella traduzione di J. v. Hammer, ed è abbagliato dalla congenialità di temi e dalle soluzioni poetico-concettuali elaborate da questo confratello, lontanissimo, per tempo e per spazio, tanto dall’Europa napoleonica quanto dalla colta provincia di Weimar. Nei cinque anni che seguono Goethe costruisce, con il suo proprio Divan (pubblicato nel 1819, ma Goethe ci lavorerà, con un’ulteriore edizione ampliata, con rimaneggiamenti e piccole modifiche, fino agli ultimi anni), un ponte fra Oriente e Occidente che rimane estraneo all’esotismo d’evasione di stampo romantico e cerca invece nell’inscindibile commistione di realtà mondana e superamento mistico un modello esistenzialmente utilizzabile: hic et nunc.

In Passato nel presente tuttavia, se si prescinde dall’ultima quartina in cui si fa espresso riferimento a Hafis come al garante di una possibilità e capacità di godimento che va oltre un piacere egoisticamente personale, l’oriente non compare. Luoghi e paesaggi evocati nelle prime due ottave – i luoghi reali del presente e le scene ricordate del passato – sono risolutamente occidentali: la Selva di Turingia se guardiamo al luogo e alla data di composizione, più in generale un’Arcadia che appare quasi di sogno dopo gli sconvolgimenti delle guerre napoleoniche. È tuttavia un’Arcadia radicata nel presente e nella realtà, alla quale il prolungamento attraverso il ricordo conferisce quella vibrazione, come di un paesaggio visto attraverso un velo di calura, che è tutt’uno con la qualità poetica. Proprio i luoghi rimasti uguali nel tempo, testimoni e in un certo senso “depositari” del piacere che il poeta vi sperimentò nella giovinezza, gli suggeriscono l’idea di una consistenza autonoma di questo stato psichico, indipendente dall’individuo che di volta in volta lo prova; uno stato psichico al quale, una volta che si sia esperito, si può attingere sempre. In questa capacità, di vivere come proprio il piacere che appartiene a un altro stadio della vita e a coloro che vi si trovano, consiste la qualità dell’autentico gaudente che non può essere, in fondo, che un gaudente mistico.

È un’idea da vecchi, si dirà. Effettivamente quando Goethe si lancia nell’impresa del Divan ha sessantacinque anni: un’età ragguardevole per l’epoca. Rimane che in questa stessa estate del 1814, al termine del viaggio che lo porta da Weimar alla natia Renania, conosce la trentenne Marianne von Willemer, compagna poi moglie di un amico banchiere; ed è subito amore. Se e quanto mistico non ve lo so dire.

 

DIMENTICARE MORESCO (I canti della lettrice indecisa)

Antonio_Moresco

 

CANTO DELLA LETTRICE INDECISA

Non so cosa fare, non so cosa pensare, è mezz’ora che cammino avanti e indietro davanti al grande portone della biblioteca dalle ante ripiegate, snodate, un po’ sbrindellate. Devo entrare? Non devo entrare? E una volta entrata, se mai dovessi entrare, se mi decidessi a oltrepassare con fare spavaldo e come se niente fosse lo sbarramento delle pance scoperte, tutte pelose, di quelli che fumano davanti al portone, e intanto si tolgono un filo di tabacco che gli è rimasto appiccicato al labbro, o in mezzo ai denti, scarugano per toglierlo e si accorgono che è un pelo dei baffi, o della barba biondiccia che sa di birra, di luppolo e malto e quella merda di muco di pesce che ci mettono perché faccia la schiuma, che ti servono in quelle birrerie tutte lordate, escrementate, con la birra che fa scik sciak sull’acciaio forato del bancone e l’orina che fa scik sciak sul cemento non forato dei cessi; e una volta entrata, se mai dovessi entrare, se avessi il coraggio di entrare, avrei poi quello di superare la donna cannone al banco delle informazioni che chiacchiera con la guardia giurata nana, alla quale hanno messo un panchetto dal lato del pubblico perché arrivi a vederla in faccia, avrei il coraggio di superarla e andare dritta al reparto narrativa italiana, incuneata fra gli scaffali cercare la lettera M con i miei occhi parallassici e disassati, e poi la sillaba Mo, e poi le altre lettere in ordine che ancora mancano e a quel punto infilarmi spasticamente gli occhiali non prima di aver rumato a lungo nella borsa per trovarli, e piegarmi infine fino alla prima mensola, fino alla mensola più bassa, fino alla mensola che è a cinque centimetri dal pavimento con la stoffa della veste che mi tira sulla pancia e sul culo e se mi piego ancora un po’ finisce che crepa con quel rumore di scoreggia che fa la stoffa tesa quando crepa e tutti che si voltano e mi guardano?

(300 pagine dopo) CANTO DELLA LETTRICE INDECISA

Non so cosa fare, non so cosa pensare, sono 300 pagine che cammino avanti e indietro davanti al grande portone della biblioteca dalle ante ruminate, disossate, un po’ allucinate. Devo leggere? Non devo leggere? Questo autore parla così bene di questo autore. Soprattutto ne parla bene questo autore, quello con lo sguardo abbassato, abbacinato, un po’ trasmigrato; egli, questo autore, parla davvero molto bene di questo autore. Leggerò? Non leggerò? Le venticinquemila sue pagine che ho letto finora fanno quell’odorino che esplode, che deflagra, come quando vuoti nel pentolino la busta di minestrina liofilizzata precocemente calva e a contatto con l’acqua si sveglia, imperversa; mescoli guardando distrattamente attraverso la parete di vetro i palazzi di vetro roteare, deflagrare, mentre la minestrina in ebollizione spara contro il soffitto scaracchi indelebili di astri, di pianeti. Opperò! dici aspirando conquistata l’odorino muschiato, copulante. Epperò a pagina quattromilatrecentoventisei ti accorgi che è sempre di quella: deflagrazioni quantistiche a scaracchi stampati su planisfero austro-boreale con integrazioni cosmiche ordinate appositamente dalle parti di Alfa Centauri. E lo sguardo ti corre alla foto sulla terza di copertina: ah! ach! argh e doppio argh! Ecco lì! Si spiega tutto! È tutto chiaro! È lì, è lì, è tutto lì: nella testa dell’autore che ti guarda un po’ gufata, disossata, con quella poltiglia radiografata del cervello tutta bene in vista, luminescente, come se l’avessero spalmata con quella cremina al fosforo da set di porno estremo, con tutte le lucine che si accendono e si spengono in punti diversi, a intermittenza, come i palloncini di Natale. Eccole le mappe stellari! Sono lì, nella minestrina alla bava fosforescente di anguilla che scik-sciacqua nel cranio dell’autore un po’ ossuto, inebriato! Ma allor, ma allor, ma allora! Ma quale universo irradiante, quale supernova! È solo un cervello spiaccicato con imbarazzanti esternazioni psicochimiche da fuoco fatuo! Una cagata precocemente calva con supercazzola a tre rimbalzi, ecco cos’è!

Eppur eppur eppure. Non per niente sono la lettrice indecisa, quella che teme di non riconoscere il capolavoro, di arrivare tardi per lo sfondamento, l’inveramento; quella che ha paura di rimanere indietro in un universo usaegettato, tutto consumato; un universo da poveri stronzi, veramente, mentre gli altri vanno avanti a fondare ciò che tanto si fonda da solo perché fonda in quanto sfonda. Le viene il dubbio alla lettrice indecisa, mi viene il dubbio che nelle quarantatremilaseicento pagine che ancora non ho letto avvenga precisamente l’apoteosi e l’apocolocintosi, ma anche l’epifania, la teofania, la crestomazia e financo la cristomimesi dell’autore, nonché la sua assunzione nell’empireo degli spiriti magni sicché Dante scalerà di un posto fra cotanto senno.

Ho deciso! Andrò, entrerò, leggerò! Mi insinuerò con destrezza fra le pance di quelli che masticano tabacco davanti al portone cercando di staccarsi peli di barba che odorano di orina al luppolo, oltrepasserò la donna cannone precocemente calva e il poliziotto privato di statura nana che volterà la schiena al pubblico e non vedrà passare il terrorista palmipede armato di fucile da sub con fiocina innestata, mi dirigerò alla sezione narrativa italiana e fra gli scaffali aguzzerò i miei occhi ventriloqui e disossati alla ricerca prima della lettera M, poi della sillaba Mo e poi delle altre lettere ancora mancanti in debito ordine, tenderò fino a farla crepare la stoffa della veste sulla pancia e sul culo allungandomi penosamente piegata in due verso l’ultima mensola a cinque centimetri dal suolo, sentirò la goccia (ploc!) che cadrà sul dorso della mano protesa a afferrare il capolavoro di quaranttrimilsinqsent pagine robustamente rilegato in cartapesta armata. Riplòc! Leverò gli occhi al soffitto e constaterò che nella parte inferiore di un grosso tubo ingessato, un po’ curvato, fisarmonicato, si allargherà una macchia marroncina da cui cadrà ritmicamente una goccia di liquido uretrale o ureterale che dir si voglia, contenente però anche materia fecale, il tutto proveniente dallo scarico dei cessi della biblioteca. Aaargh! esclamerò ritirando fulmineamente la mano che stringe il capolavoro rilegato in cartapesta armata, la quale essendo ignifuga, idrofoba ma anche idrovora, catramata e per maggior sicurezza ricoperta di carta stagnola non avrà riportato danni. Quanto al libro propriamente detto, al malloppo delle quaranttrimilsinqsent pagine, esso avrà golosamente ingurgitato la simpatetica sostanza piovutagli in dono dall’alto. Slurp.

(450 pagine dopo) CANTO DELLA LETTRICE CHE SI È DECISA

Sto leggendo, sto avanzando in questa poltiglia, in questa melma, dev’essere esplosa una fossa settica, debordata una fogna, esondata una chiavica, devo issarmi sui trampoli, farmi strada manovrando i pali, scif sciaf, ma che cos’è, sembra il paiolo del sanguinaccio, un po’ di pangrattato per favore, le mensole dei trampoli sono tutte scivolose, agglutinate, sento dei grumi, sotto le suole, che scoppiano come grappoli di uova di pesce, sensazioni tattili, sensazioni olfattive, suoni quasi niente, l’autore dev’essere un po’ sordo, e non ci vede nemmeno tanto secondo me, le cose le vede proprio quando gli arrivano addosso, un attimo prima che gli arrivino addosso, iperdimensionate, spampanate, tutte sfarfallate. Io però non mi arrendo, vado avanti, ho superato le prime quindici, venti pagine spompinate, tutte cincischiate, un po’ incaccolate; si vede che sono state lette, che le hanno lette in tanti e magari anche la guardia giurata nana che è salita sull’ultimo gradino del panchetto per tenere i gomiti sul bancone, e il libro aperto in mezzo ai gomiti, e ogni tanto ne toglie uno per sistemarsi la patta e sospira e legge quelle dieci, venti righe aspettando che la donna cannone torni dalla toilette delle donne cannone al pianterreno, legge tutto intento quelle dieci, venti righe e non vede che gli passa dietro la schiena il terrorista travestito da soldato romano armato della lancia di Longino precocemente calva. Io intanto vado avanti, ho superato le prime pagine scosciate, sverginate, che se ne stanno lì a gambe aperte, bagnate dalla saliva di quelli che si leccano il dito per girarle, le ho superate e sono arrivata alle consorelle pudiche, che non vogliono staccarsi, che non vogliono spalancarsi, pagine mai toccate da mano, mai sfiorate da sguardo, intatte come appena uscite dallo stampatore. Io non mi sono arresa, non sono tornata indietro, non ho riconsegnato il libro all’impiegata di biblioteca che lo ha messo nel cesto lì di fianco come se niente fosse, come un libro qualsiasi da ricollocare a scaffale, o magari anche un po’ più vicino, un po’ più comodo alla guardia giurata per buttarci l’occhio quelle venti, trenta righe, mentre aspetta che la donna cannone precocemente calva torni dalla toilette delle donne cannone al pianterreno. Io sono andata avanti muovendomi sui trampoli fra intestini lacerati, vagine sfasciate, buchi del culo che non ne parliamo, cazzi di plexiglas, rostri, coccodrilli da monta, serpenti microchippati, donne avvolte nella carta stagnola col gambo di sedano in bocca e molte altre cose ancora, finché alla prima conclusione provvisoriamente definitiva ho lanciato il tomo dalla finestra. “Aaaargh!!” ho esclamato subito dopo affacciandomi, “e se sotto non c’è il camion del traslocatore?” Non c’era infatti, ma in quel momento è passato l’uomo che pesta le merde e inavvertitamente ha messo un piede sul libro dell’autore; dalla finestra l’ho visto che continuava la sua strada, zoppicando perché il libro gli era rimasto appiccicato all’escremento che porta sempre spiattellato sotto la suola.

“E mo’ come faccio”, mi disperavo, “a restituirlo alla biblioteca? Come faccio che non posso neanche ricomprarlo perché è esaurito, esauritissssimo! E chissà quando glielo ristampano, adesso che ha cambiato editore appositamente per farsi trombare allo Strega! Che bel pasticcio che ho combinato!” “Va be’ non fa niente”, mi sono detta dopo un po’ asciugandomi una lacrima e mezza, “mal che vada glielo riscrivo.”

Joseph von Eichendorff (1788-1857), LA SERA (Der Abend)

 

 

Caspar_David_Friedrich_-_Mann_und_Frau_in_Betrachtung_des_Mondes_-_Alte_Nationalgalerie_Berlin
Caspar David Friedrich: Un uomo e una donna contemplano la luna

 

Tace l’umana rumorosa festa;

Con immenso fruscio sogna la terra

Sussurrando con quanti alberi serra

Ciò che oscuro nel cuore si ridesta,

Tempi da lungo andati, antichi duoli,

E nel petto trascorrono tremori

Come lampi di soffice tempesta.

(Traduzione mia)

 

Der Abend

Schweigt der Menschen laute Lust:
Rauscht die Erde wie in Träumen
Wunderbar mit allen Bäumen,
Was dem Herzen kaum bewusst,
Alte Zeiten, linde Trauer,
Und es schweifen leise Schauer
Wetterleuchtend durch die Brust.