PERCHÉ UN ROMANZO BELLISSIMO NON È NECESSARIAMENTE UN GRANDE ROMANZO. L’antidoto della malinconia di Piero Meldini

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Ho riletto in questi giorni L’antidoto della malinconia (Adelphi 1996) di Piero Meldini, che avevo scoperto per caso qualche anno fa e che già alla prima lettura mi era piaciuto moltissimo. Alla seconda – più avvertita, meno “sorpresa” – mi è piaciuto ancora di più. E ho voluto andare in fondo all’ombra di disagio, o di scontento, che le ha accompagnate entrambe. In questo mi ha aiutato una frase di Alfonso Berardinelli, che compare nel suo saggio Non incoraggiate il romanzo, e precisamente nel capitolo dedicato a Roberto Calasso (forse non è un caso che Calasso sia l’editore di questo e di altri due romanzi di Meldini). Dice dunque Berardinelli in questo suo articolo su, e in certa misura contro, Roberto Calasso, che “può avventurarsi in una narrazione moderna solo chi non sia già in possesso di saperi e verità atemporali, solo chi cerchi e non abbia già trovato”. In che senso questa frase può aiutarci a dare conto di quel che di insoddisfatto che rimane dopo la lettura di un libro pur bello, ripeto, come quello di Meldini?

L’antidoto della malinconia è e non è un romanzo storico. Da un lato lo è perché è ambientato sul finire del Seicento in una provincia dello Stato della Chiesa; ma dall’altro non lo è perché alle vicende particolari che racconta non si mischiano in alcun modo gravi accadimenti politici o militari; esse non sono neppure sfiorate, tanto meno determinate, dalla Storia con la maiuscola – e quasi quasi nemmeno con la minuscola, se è vero che l’impressione è quella di un pantano immobile, di uno stagno periferico dove della Storia non giungono nemmeno le estreme e più spossate onde, dove appunto l’impressione dominante, e quasi l’unica impressione a dir la verità, è di essere giunti a una specie di compimento della Storia in cui, poiché nulla di nuovo può avvenire, non resta ai dotti che la minuziosa disamina e compilazione del già noto, con licenza di variare tutt’al più il titolo e l’ordine delle rubriche sotto le quali archiviarlo.

La provincia dello Stato della Chiesa è la Legazione di Romagna e chi, ancora alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, abbia vissuto, venendo da un po’ più a nord, a Lugo, a Bagnacavallo, a Sant’Arcangelo, nella stessa Ravenna, ricorderà l’atmosfera un po’ passatista, ellenistica o bizantina, da chiosatori di un’Opera in cui tutto è già stato detto. Il tempo del romanzo è l’ultimo scorcio del diciassettesimo secolo; il secolo, come dice il protagonista, lo speziale Gioseffo, della malinconia: la bile nera, la cupa depressione che fermenta nelle viscere, sale come fumo al cervello e esplode in disperazione nel cuore. È il secolo, in effetti, in cui Robert Burton scrive il poderoso trattato L’anatomia della malinconia (di cui uscirà a breve, per i Classici Bompiani della Letteratura Europea, la prima traduzione integrale italiana a cura di Luca Manini). Il nostro speziale, sicuramente all’oscuro di quanto viene pubblicato nel Nord eretico e scismatico, attende a una fatica analoga, seppur meno poderosa: la redazione del suo Antidoto della malinconia, da cui si aspetta una modesta ma ben meritata gloria.

Il lavoro di penna, cui sono dedicate le ore notturne sottratte al sonno, è per il povero speziale una faccenda irta di affanni e di tormenti: come condurre a buon fine un’impresa tanto titanica? come destreggiarsi nella mole di materiali, autori, citazioni, passi – tutta la scienza dell’antichità sul veleno e il suo contravveleno? come assicurarsi di uno stile adeguato, non eccessivamente greve né colpevolmente leggero? C’è di che perdere la testa, e il nostro Gioseffo è a rischio di perderla – anche perché in questa insalubre stagnazione in cui la Storia è finita e l’unica cosa che ci si può ancora attendere è la fine del mondo e l’avvento del Giudice, in questa insalubre stagnazione le stagioni sono stravolte, le estati torride e opprimenti, gli inverni impietosamente gelidi, le primavere marce di pioggia, gli autunni percorsi da strani presagi, e tutto pesa insopportabilmente sul corpo e sull’anima degli uomini. Gioseffo sarebbe in effetti a rischio di perdere la testa, se nel buio in cui la creazione letteraria avanza a tentoni non gli rilucesse quale stella polare l’astro luminoso del Cardinale Ondedei, il Legato Pontificio che nel corso di un fuggevolissimo incontro – una visita del porporato alla provinciale Accademia di cui lo speziale è membro – ha risposto, pare, con un impercettibile cenno del capo alla farfugliata proposta di dedicargli l’opera. Per anni Gioseffo scrive al Legato lettere su lettere per informarlo dei progressi e delle difficoltà che incontra, senza mai ricevere risposta e senza tuttavia che la sua fede nell’augusto patrono si incrini. Fino all’amarissima conclusione in cui è costretto a toccare con mano l’equivoco sul quale aveva costruito il castello.

L’ultima parte del romanzo è bellissima, in certi punti direi sublime. La fiducia del suddito – e dell’intellettuale in quanto suddito – nella fondamentale bontà del potere, nella sua razionalità, nella parte che ci si immagina esso debba prendere alla felicità di ciascuno – e poi l’improvvisa disillusione, il velo che cade dagli occhi, scoprire che il potere, e il destino, sono ciechi e insensati come la più cieca e insensata delle Parche, aprire gli occhi per la propria sventura, come già fu per Edipo – ha qualcosa dell’antica tragedia.

Cos’è allora che manca? Perché questa lieve sensazione di disagio, come se ci sentissimo in colpa proprio perché il romanzo ci è piaciuto?

La risposta è abbastanza semplice: l’antropologia di Meldini è un’antropologia classica; le passioni – il mal d’amore, la malinconia, la vanità – sono quelle dell’eterno-umano, né si suppone che possano essere soggette a variazioni; l’uomo è orientato e proiettato verso il mistero dell’aldilà; il suo sperare, soffrire, errare sfocia inevitabilmente in questo mare sconosciuto che ci attira e ci atterrisce e al quale, indipendentemente da ogni posizione più o meno fideistica, attribuiamo un senso – anzi attribuiamo il senso di dare un senso – non specifico, non univoco, ma un senso – a un aldiquà che altrimenti non ne avrebbe.

È una posizione poetica; però un po’ trita – trita nel senso di Berardinelli: nel senso di un sapere e di una verità atemporali. Sono cose che sappiamo già, dunque, in un certo senso, che sono diventate false.

“Che l’Altissimo, nella Sua infinita misericordia, spalanchi le braccia a maestro Gioseffo” chiude il notaio Bentivegni, alla fine del romanzo, la pagina della sua cronaca cittadina.

Che dire? Amen.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 6

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Cioccolatino Moretto

Domenica 11 settembre: #Dal Togo

Invece di un Bacio Perugina, oggi abbiamo un Moretto. Chissà se esistono ancora, i cilindretti  di cioccolato bombati e ripieni di crema al chiaro d’uovo, un po’ stomachevoli, che il fornaio Rovacchi vendeva sulla strada per la scuola. O se sono scomparsi insieme a quelle altre leccornie lunghe e piatte che si pescavano dalla scatola rotonda: gli straccadenti.

Ma non divaghiamo. Oggi il Cardinale ci serve una “suggestiva sequenza di appelli morali e spirituali” che dobbiamo, dice lui, all’etnia Ewe di matrice sudanese che vive nel sud del Togo. Non conosco l’etnia Ewe di matrice sudanese, ma dichiaro fin da ora che la considero del tutto innocente degli usi e degli abusi che alti prelati possono fare di suggestive sequenze a lei attribuite. Questa, nella fattispecie, culmina nel seguente appello morale e spirituale: “Respirate l’aria fresca della foresta. Ascoltate le onde che mormorano. Contemplate la luce del sole, della luna e delle stelle che ridono. È Dio che vi chiama”.

Se la sequenza rischia di apparirci, più che suggestiva, insulsa, ciò è dovuto, sembra suggerire il Cardinale, alle “nostre menti più sofisticate” (e già qui se io fossi uno dell’etnia Ewe di matrice sudanese m’incazzerei non poco). Comunque, insulsa o non insulsa essa gli offre il destro per rimproverarci di non essere capaci, con le nostre menti sofisticate, “di cogliere le voci segrete della natura”. E qui m’incazzo io.

Non sono mai stata in Africa. Non ho idea di che lingua parli la natura fra il tropico del Cancro e l’equatore. Ma qui da noi, questo è certo, di qualsiasi cosa parli non parla di Dio.

Vede, caro Cardinale, io sono una dei pochi, dei pochissimi, che a lungo e contro ogni evidenza hanno creduto che la natura parlasse; fin dalla prima giovinezza, con mente per nulla sofisticata, mi sono adoperata per cercare di capire e di tradurre questo estetico, enorme, sovrumano, e pure in qualche modo familiare linguaggio. I risultati che ho ottenuto sono troppo poco sofisticati per essere interessanti; ma di una cosa, ripeto, sono certa: di qualsiasi cosa parli la natura, di sicuro non parla di Dio. Non di quel Dio.

D’altra parte, il grande Pan è morto, no? Non penserà mica di risuscitarlo giusto quel tantino che fa comodo a Lei?

Se invece si accontenta delle onde che mormorano e delle stelle che ridono, allora prego, si accomodi. Però mi raccomando, non esageri; ricordi che i Moretti, per quanto poco sofisticati, sono piuttosto stomachevoli.

J.W.v.Goethe, TORQUATO TASSO

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Nino Galizzi, Busto di Torquato Tasso

LEONORE: Vedessi chiaro tu come io vedo!

Ti sbagli su di lui, non è così.

TASSO: Se sbaglio su di lui, voglio sbagliare!

Io penso a lui come al peggior nemico,

Sarei perduto, dovessi io mai ora

Sfumare il mio giudizio. È degli sciocchi

Equanimi mostrarsi in ogni cosa,

Buono solo a distruggere se stessi.

Son forse gli altri equanimi con noi?

È necessario all’uomo, che è finito,

D’amore e d’odio il doppio sentimento.

Non gli abbisogna pur anche la notte

Oltre che il giorno? E sonno al par di veglia?

No, d’ora in poi dovrà costui formare

Per me l’oggetto d’odio più profondo;

E nulla potrà togliermi il piacere

Di pensare di lui quel ch’è più abbietto.

J.W.v.Goethe, Torquato Tasso (1790), IV, 2 (La traduzione è mia)

 

Il tema del Torquato Tasso è il conflitto (insanabile?) fra una verità sentita dall’individuo, che gli si impone immediatamente come incontrovertibile, e una verità presunta oggettiva o almeno intersoggettiva, che in quanto estranea e spesso antitetica alla prima gli appare volentieri nella luce del complotto e della persecuzione. Il personaggio storico del Tasso – col carattere ombroso, le manie di persecuzione, gli episodi patologici e il sospetto sempre rinnovato degli intrighi di corte dietro l’internamento forzato – offe un protagonista ideale a un dramma che voglia tematizzare questo conflitto. L’ombra minacciosa del Wahn, della follia nel senso dell’abbaglio: del percepire ciò che non è o del percepirlo come non è, aleggia per tutti e cinque gli atti attorno al capo del protagonista. Ma non è ogni autentica percezione in sé un Wahn, quando non si accomodi immediatamente e per lunga abitudine nelle forme e nei binari sociali? (cosa che il poeta, se vuole restare poeta, non può fare). Un certo modo di vedere le cose – per quanto tutti vogliano persuaderci che è sbagliato – è talmente connaturato a noi stessi come individui che rinunciarvi in nome di una presunta “equanimità” o “oggettività” significherebbe rinunciare al nostro io, sarebbe un procedimento “buono solo a distruggere se stessi”.

Di qui il riconoscersi del personaggio Tasso al proprio possibile abbaglio, il restare fedele a una parzialità necessaria contro il miraggio di un’imparzialità assai dubbia (“Son forse gli altri equanimi con noi?”), l’accettare, il richiedere quasi la presenza di un “oggetto dell’odio più profondo”, senza voler indagare la legittimità di questo sentimento al di là e al di fuori della propria psiche, come se la presenza di un antagonista (in questo caso Antonio Montecatino, il pragmatico, assennato, prudente segretario di stato del duca Alfonso d’Este), la presenza di una forza soggettiva esterna che mette in discussione il nostro modo di essere in quanto tale e ci è dunque mortale nemica, fosse tuttavia necessaria alla precisa e preziosa configurazione dell’identità personale.

 

VULCANO

vulcano

Pare che ultimamente “magma” e “magmatico” siano parole letterariamente alla moda. Io non le amo. Mi sembra che vogliano nascondere e allo stesso tempo sdoganare una frettolosa rinuncia a fare chiarezza, a adoperare la testa; come se dal magma, appunto, di materiali sensoriali non filtrati e non elaborati ci si potesse e dovesse aspettare chissà quale autoproducentesi rivelazione nonché nuovo assetto del mondo.

Faut sméfier, faut sméfier, faut sméfier, come dice Zazie: non c’è da fidarsi. Tanto più che sull’argomento ha già detto tutto Chateaubriand nel 1802:

“Un giorno ero salito sulla cima dell’Etna, vulcano che brucia nel mezzo di un’isola. Vidi il sole sorgere in basso nell’immensità dell’orizzonte, la Sicilia stretta come un punto ai miei piedi, e il mare che srotolava le sue onde lontano, negli spazi. In questa prospettiva perpendicolare del quadro i fiumi sembravano niente più che linee tracciate su una carta geografica; ma mentre il mio occhio percepiva da un lato queste cose, dall’altro sprofondava nel cratere dell’Etna, di cui scoprivo le viscere bollenti fra gli sbuffi di un nero vapore. […] È così che tutta la mia vita ho avuto davanti agli occhi una creazione a un tempo immensa e impercettibile, e un abisso spalancato al fianco.” (René)

È stato il dramma del soggetto moderno: all’esterno, irraggiungibilità delle cose che si deteriorano a schemi; all’interno, ribollire di volizioni che sussistono soltanto nella misura in cui rimangono fluide, non assumono forma definita.

E allora, per favore, smettiamola di rimestare nell’alibi del magma.

 

 

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 5

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Domenica 4 settembre: # Cretini

“Cretini” si intitola la riflessione di oggi. Ma guarda, mi sono detta: un metabreviario. Il Cardinale lo conclude coerentemente con l’osservazione che “un cialtrone rimane tale anche se si affaccia a uno schermo televisivo”. O alla prima pagina di un magazine culturale.

Ma veniamo al punto. Il punto è “l’ipocrisia di alcune locuzioni del politically correct”. E fin qui ci siamo, il politically correct è ipocrita per definizione. Però il Cardinale mica se la prende con una locuzione come “diversamente abili”, il cui uso è raccomandato nel caso di persone totalmente dipendenti dagli altri per l’esplicazione di qualsiasi quotidiana funzione, e che quindi, in un senso corrente, purtroppo non sono per nulla abili. Non se la prende con “diversamente abili” perché a un livello superiore – a un metalivello! – prendersela con la locuzione “diversamente abili” suonerebbe a sua volta politicamente scorretto, metterebbe il Cardinale in cattiva luce e oltretutto non gli servirebbe a nulla, perché i diversamente abili di sicuro andranno in paradiso, mentre il Cardinale, non ho capito perché, ce l’ha con quelli che hanno liberamente scelto di andare all’inferno; e quindi ecco che la locuzione politically correct che gli sta su, guarda te, è “escort”.

Bisogna avere il coraggio di dire, dice il Cardinale, che una escort è semplicemente una prostituta; bisogna avere il coraggio di scartare il politically correct e scoprire – brrrr… – IL VIZIO!

Ma bisogna vedere, caro Cardinale, bisogna vedere! Perché le parole hanno il loro peso, non sono mica così interscambiabili, e i sinonimi, a ben guardare, non esistono. Prendiamo per esempio le meretrici (meretrices nella Vulgata, hai pórnai nel greco): a loro è garantito un certo diritto di precedenza nel regno di Dio. Le traduzioni più recenti recano “prostitute”. Ora, si domanda, il diritto in questione, passato dalle meretrici alle prostitute, è o non è estendibile alle escort? In altre parole, in che misura una pórnē è assimilabile a una escort? Il fatto che le meretrici siano citate in stretta contiguità con i pubblicani – cioè con gente che si faceva un sacco di soldi – sembrerebbe andare più nel senso delle escort che delle prostitute di strada; e questo naturalmente apre un nuovo interrogativo, e cioè se una fellatio eseguita in ambiente curato e gradevole sia moralmente (e economicamente) equiparabile alla stessa prestazione erogata su una piazzola di autostrada. Per non parlare poi del fatto che la prossimità evangelica di meretrici e pubblicani rilancia l’annoso problema dei rapporti, tutti da costruire, fra escort e Agenzia delle Entrate.

Vede, Eminenza, quanti problemi con le parole? Ma la questione principale, la vera quaestio princeps è un’altra: le escort – entreranno nel regno di Dio prima o dopo il cardinal Ravasi?

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UNO PTERODATTILO FOSSILE RIFLETTE SULLE SUE OSSA SCOMPOSTE

 

Hanno tanto ingoiato minerali

Le ossa discontinue, che soltanto

Con fatica e con pena – e contro quanto

Oblio che riaffiora – lungo canali

 

Pietrificati vuoti parietali

Si affanna la memoria, che l’incanto

Dei millenni rallenta. Come un guanto

Pesante, terroso di acidi e alcali

 

Le sta sopra il tempo; soccombe senza

Lotta, scivola giù lungo le ossa

Disconnesse, le vertebre mancanti;

 

Infinito cadere è la sua essenza.

Pensa nella caduta a come possa

Almeno afferrarsi alle remiganti

 

Membrane di ali alianti

Che nulla sono più sotto l’artiglio.

E cade la memoria senza appiglio.

 

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Pterodattili in volo

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 4

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Domenica 28 agosto: # Sentimento

Poiché mi trovo in Germania, leggo solo oggi il Breviario di domenica 28, gentilmente inviato da un amico in Italia. Il Cardinale vi cita “il grande regista teologo laico” Ingmar Bergman che lamenta l´assenza, dai programmi scolastici, dell`educazione al sentimento. Non educare 1)al senso della vita, 2)alla bellezza, 3)allˈamore autentico, rincara il Cardinale “è una drammatica sconfitta di ogni famiglia, scuola o chiesa”.

Fortunatamente le cose non stanno così dappertutto nel mondo. Ad esempio, il ragazzino che recentemente, in Turchia credo, si è fatto esplodere ammazzando un sacco di gente oltre a se medesimo, era sicuramente mosso da un grande sentimento, da un enorme sentimento direi, che, a quanto ci dicono i media, era stato impiantato e coltivato dal padre. Apprendiamo con sollievo che ci sono ancora parti del mondo in cui la famiglia educa al sentimento e al senso della vita.

Scrivo queste righe a Telgte, in Vestfalia, la cittadina dove Günter Grass immagina che si svolga LˈIncontro di Telgte, una riunione di intellettuali tedeschi che nel bel mezzo della guerra dei TrentˈAnni cerca, per vie letterarie, una soluzione al macello. Bei tempi, in cui un forte sentimento religioso, una chiara idea del senso della vita portarono a ridurre di due terzi la popolazione in Germania e introdussero la peste in Italia, permettendo così al Manzoni di scrivere un romanzo sui sicuri effetti della Provvidenza.

Scherzi a parte, 1)sul senso della vita ci informano settimanalmente le prediche domenicali – con scarsi effetti, dal momento che il senso della vita che vogliono trasmettere è qualcosa che si può forse praticare, ma sicuramente non dire.

2)La bellezza è scomparsa dal mondo più o meno allˈepoca di Baudelaire. Quello che resta si chiama turismo.

3)Resta il pezzo da novanta: lˈamore autentico. A titolo strettamente personale, sono convinta che lˈamore autentico debba essere riconosciuto, in senso kantiano, come idea regolativa della ragione. Il che significa che dirne qualcosa è impossibile, oltre che inverecondo. Trovo che si dovrebbe parlarne pochissimo, quasi niente, niente addirittura – rispettando quello che è: un enigma  e un silenzio.