RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 11

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Domenica 16 ottobre: # Possedere e Amare

Gli affezionati lettori ricorderanno che la Ravasiana era morta d’inedia la settimana scorsa; in effetti avevo intenzione di chiuderla lì. Non vale la pena mi ero detta; oltretutto sperperare i talenti è antievangelico.

Non fosse che il Cardinale mi provoca. Tira fuori un “sapiente berbero”. Ricorrere al sapiente berbero è come sventolarmi il panno rosso, non ci vedo più. Ed eccomi di nuovo invischiata nella rubrica del lunedì.

Dunque il Cardinale cita ancora una volta lo “scrittore aviatore” Antoine de Saint-Exupéry; cita, di Saint-Exupéry, una raccolta di meditazioni e pensieri uscita postuma – e fortuna che a un certo punto lo scrittore aviatore si è inabissato, se no avremmo scorte di saggezza fino al 2080 e oltre.

Pare che Saint-Exupéry, a sua volta, citi un “sapiente berbero”, che dev’essere lo stesso a cui si rivolge abitualmente Paulo Coelho, il quale ci dice che non bisogna confondere l’amore col delirio di possesso, e che non è l’amore a far soffrire, bensì l’istinto di proprietà che è il contrario dell’amore.

E con questo il sapiente berbero si fa un sol boccone di almeno quattro su sette volumi della Recherche e li espelle in forma di palline digerite e, vogliono farci credere, digeribili. Chacun ses goûts.

Il Cardinale ci dice poi che non è bene uccidere la propria donna perché la si considera un possesso, e su questo non posso che trovarmi d’accordo. Mi chiedo però perché molto raramente, per non dire mai, succeda il reciproco, e cioè che una donna uccida il proprio uomo perché lo considera un possesso. Se il problema è un approccio sbagliato all’amore, dovrebbe valere per entrambi i sessi, o no?

E se invece sotto ci fosse qualche cattiva abitudine di popolazioni, diciamo, medio-orientali? Una parzialità, culturale per l’amor del cielo, per la lapidazione? Un’identificazione tutta maschile con Dio Padre?

Abilmente, il Cardinale para queste e simili obiezioni citando in chiusa il Cantico dei cantici.

Io una volta l’ho letto il Cantico dei cantici. Anzi, di sicuro più di una volta. Ci ho pure fatto un seminario in gioventù, e mi è toccato scrivere un lavoro in cui mettevo a confronto un commento latino con uno medio alto tedesco, figurati che palle. Se nonostante tutto mi ricordo così poco, di questo Cantico dei cantici, è perché, a dirla come va detta, non ci si capisce niente. Questi due non fanno neanche in tempo a trovarsi che già si sono persi; dopo di che si cercano e si cercano per tutto il libro, senza trovarsi mai.

Frustrante dico io, altroché.

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IL SECONDO E IL TERZO DI TRE SONETTI SOPRA UN COLTELLO DA BURRO COL MANICO DI CORNO (il primo lo trovate qui)

 

II

La lama che in Eldalie fu forgiata

Stesa indolente sopra la burriera

Riflette nell’acciaio una brughiera

Smorta sulla tovaglia inamidata.              

 

L’impugnatura stramba variegata,                       

Partita in rami, di pazzia foriera,              

Corno d’innocua bestia in una fiera         

Di mostri e strane cose fu acquistata

 

Dal re degli elfi Gorbaran l’Ardito

– Per  un coltello farne che scalcasse

Le carni preparate per gli eroi.

 

Ma nell’artiglio eburneo c’era il dito

Di un diavolo cornuto di Manasse;

E fu così che giunse in mezzo a noi.

 

 

III

Oh, re degli elfi! Nostalgia mi prende

Della tua mensa d’alberi intrecciata

E di radici, ove curva o spezzata

O flessüosa è ogni linea e tende

 

Ad un intrico senza scopi, o spende

Immemore il suo corso ed è incantata

Dal ferreo caso: come la posata

D’acciaio e corno che ogni uso offende.

 

Che se a noi giunge per ignote strade,

Terragne e oscure, il suo segreto ci arde

Quasi che fosse demoniaco attrezzo;

 

A nulla buono; sulla sua forma cade

Di suscitar sospetto in menti tarde,

Paurose di dover pagare il prezzo.

 

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John Anster Fitzgerald, The Fairy’s Banquet

 

ANCORA SU “GLI ANELLI DI SATURNO”: NARRARE COME RI-RACCONTARE

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Girodet de Roussy, Atala au tombeau

Dicevamo, dei dieci capitoli o meglio delle dieci parti in cui è suddiviso Gli anelli di Saturno di W.G.Sebald, che esse si condensano o si conglomerano (per mantenerci fedeli all’immagine delle particelle che formano gli anelli del titolo) attorno a luoghi del viaggio, personaggi incontrati, edifici dismessi o adibiti a un uso enigmatico – in breve attorno a fenomeni che si manifestano nel presente del paesaggio (nello spazio, come documentano le fotografie che sono al pari del testo elemento costitutivo dell’opera), ma per la più gran parte affondano una mole invisibile nel passato (chiamano in causa il tempo come fattore imprescindibile della propria sostanza).

Nella Parte Nona, dopo essersi congedato dall’amico Alec Garrard e dopo lungo vagare per sentieri improvvisamente cancellati dall’esuberanza della vegetazione o dall’aratro del contadino (mi ha consolato scoprire che questa incivile abitudine, oggetto di imprecazioni durante le mie passeggiate, non è diffusa soltanto nel basso Appennino Mordianese), Sebald raggiunge il cimitero della piccola parrocchia di Ilketshall St. Margaret, servita, nell’ultimo decennio del XVIII secolo, dal reverendo Ives che risiede con la famiglia nella vicina cittadina di Bungay. L’Index des noms propres dei Mémoires d’Outre-Tombe nell’edizione della Pléiade ci informa che nel 1795, mentre il reverendo Ives predicava nella chiesetta di St. Margaret, sua figlia Charlotte e l’esule visconte di Chateaubriand erano impegnati in sentimentali passeggiate nel cimitero di campagna e dintorni, e che quelle passeggiate erano notate e facevano scandalo. Se e quanto il visconte fosse consapevole di ciò che poteva esservi di compromettente nella sua condotta, è difficile stabilirlo. Da un lato ci informa, a riprova dell’idealità del suo sentimento, che non avrebbe osato raccogliere da terra un guanto di Miss Ives; dall’altro, dopo l’amara e prevedibilissima fine, si accusa della compiacenza con la quale si è abbandonato a un’inclinazione di cui conosceva il carattere irrimediabilmente illegittimo (il visconte ha in Francia una moglie).

Comunque sia, Sebald aderisce pienamente alla presunzione di buona fede dell’autore e ci ri-racconta, in parte direttamente in prima persona, i capitoli 9 e 11 del decimo libro dei Mémoires. È una narrazione quasi letterale a cui la naturalezza dell’espressione tedesca, il passaggio dalla terza alla prima persona e viceversa, l’introduzione di particolari assenti nel testo originario conferiscono il fascino di una re-invenzione estemporanea. Il racconto autobiografico di Chateaubriand diventa, rimanendo sostanzialmente lo stesso, racconto di un’esperienza di Sebald non diversa da una qualsiasi altra esperienza di viaggio (l’incontro per esempio, nella Parte Seconda, con William Hazel, il giardiniere della tenuta Somerleyton con la passione, sviluppata da ragazzo e contestualmente agli eventi, per la storia della guerra aerea contro la Germania nazista, con i caccia e i bombardieri alleati che decollavano dai sessantasette campi di volo allestiti a partire dal 1940 nell’Anglia orientale; con la carta che si era procurato della Germania, dalla Polonia al Reno, e che la sua fantasia – realistica – popolava di città in fiamme secondo i toponimi annunciati dai notiziari radio; con la sua incredula perplessità quando agli inizi degli anni Cinquanta, di stanza a Lüneburg con le truppe di occupazione, si accorge che sulle immani distruzioni dovute ai bombardamenti aerei non esiste letteratura e che nessuno pare ricordarsene). Attraverso il ri-racconto, l’esperienza di Chateaubriand trasmigra in un’esperienza di Sebald; si incorpora alla sua vita come una tappa di un viaggio, una camera d’albergo, un incontro, una lettura.

La casa del pastore a Bungay, dove il visconte francese in fuga dal Terrore, esule e squattrinato, dà lezioni di francese due pomeriggi la settimana, è accolto anche più spesso a pranzo e a cena ed è finalmente ospitato dopo una caduta da cavallo, ci appare nel ri-racconto di Sebald nell’immediatezza di toni e di rapporti propria del vissuto personale – col reverendo, “del quale si tramanda che assumesse volentieri, nell’ora del crepuscolo, un bicchiere di porto” (Kanariensekt è la parola usata da Sebald. Dall’Index des noms propres, interessante repertorio di chiacchiere e sentito dire, apprendiamo che secondo la tradizione il rev. Ives avrebbe ottenuto la parrocchia di St. Margaret grazie alle doti di hard drinker, avendo battuto il duca di Norfolk a un torneo di porto; Chateaubriand stesso dice che a casa sua “si beveva al modo degli antichi inglesi, e si rimaneva a tavola due ore dopo che le signore si erano ritirate”), che conversa con l’ospite dei viaggi di entrambi nel Nuovo Mondo, mentre la quindicenne Charlotte ascolta di preferenza le storie, narrate dal visconte, di ragazze indiane virtuose e sventurate che vagano in seno alla natura selvaggia.

Di questa immagine vivace su cui Sebald si dilunga con naturalezza – Charlotte che ascolta dalla viva voce di Chateaubriand la storia di Atala (a cui egli lavorava, assieme alle altre storie ambientate in Louisiana, dal 1791, ma che arriverà alla pubblicazione soltanto nel 1801) e che è commossa, piuttosto che dai conflitti tragici e dalle scene sublimi, dal cane dell’eremita che portando in bocca un bastone a cui è appesa una lanterna guida l’impaurita Atala attraverso le tenebre – di questa immagine non c’è traccia nei Mémoires d’Outre-Tombe. E la scena descritta – il cane col bastone a cui è appesa la lanterna, le tenebre, la situazione di pericolo – assomiglia alla scena corrispondente di Atala, ma non è la stessa. Non credo che Sebald disponesse di altre fonti – non mi risulta che esistano altre fonti. Credo piuttosto che la libertà di affabulazione, che si manifesta nell’ampliamento, nella distorsione, nell’aggiunta o caduta di particolari, anche in una sfumatura di ironia quando si toccano temi che così come sono appaiono difficili da ingoiare al giorno d’oggi, credo che questa libertà sia precisamente il segno dell’appropriarsi della materia da parte di chi esercita la prassi del ri-raccontare – prassi che si fonda sulla memoria e non sul riscontro testuale, che si fonda cioè sul racconto in quanto è diventato, con le menomazioni inevitabili nel passaggio, direi con le menomazioni costitutive, una parte della psiche del ri-raccontatore. Questo rende conto dell’effetto di immediatezza, di vissuto: ciò che leggiamo negli Anelli di Saturno non è il ricordo di Chateaubriand, ma ciò che esso è divenuto dopo che Sebald se ne è appropriato, dopo che ne ha fatto un ricordo suo; in parte almeno un ricordo diretto, un ricordo di primo grado.

D’altra parte, se da un lato per Chateaubriand/Sebald la memoria è irrinunciabile per l’esistenza (“Cosa saremmo senza il ricordo? […] la nostra esistenza consisterebbe unicamente di un’infinita serie di istanti privi di senso e non ci sarebbe più traccia di un passato”), dall’altro più che restituire gli esseri e le cose a una dimensione autentica al riparo dalla distruzione, come in Proust, essa esercita un’azione distruttiva. Ventisette anni dopo l’idillio di Bungay, e pochi giorni dopo averlo messo per iscritto nei Mémoires, a cui lavora alacremente in questo 1822 a Londra, Chateaubriand incontra nuovamente Charlotte. Ora lui è ambasciatore di Luigi XVIII presso Giorgio IV e lei è lady Sutton (Mrs. Suttun a voler essere precisi, nobilitata dall’ex-innamorato per galanteria, o forse per snobismo). Si vedono un paio di volte: Lady Sutton gli chiede di intervenire in favore del figlio maggiore che vuole iniziare una carriera in India. “Questa è la mia storia con miss Ives”, conclude Chateaubriand. “Finendo di raccontarla, mi sembra di perdere Charlotte una seconda volta, su questa stessa isola dove la persi la prima.”

A proposito del ricordo, e della titanica impresa autobiografica di Chateaubriand, Sebald commenta: “Il cronista, che era presente ai fatti e richiama ancora una volta alla memoria ciò che ha visto, incide le proprie esperienze sul corpo in un atto di automutilazione. Fattosi martire esemplare, attraverso questo lavoro di iscrizione, di ciò che la Provvidenza ci destina, giace già da vivo nella tomba che le sue Memorie teatralmente rappresentano.”

Non diversamente dagli altri frammenti del passato – sparsi, parzialmente organizzati o del tutto riorganizzati in nuove orbite – anche le Memorie, che vorrebbero preservare, sono una tomba, contengono virtualmente polvere e ossa (ossements – una parola che torna con ossessiva frequenza sotto la penna del visconte); contengono tracce che devono essere pazientemente seguite (inseguite, come il teschio di Thomas Browne che non a caso apre Gli anelli di Saturno), palpeggiate, riscaldate, incorporate, vivificate. Rivissute. Rivissute come proprie.

La sola chance per il visconte e la povera Charlotte – persa una seconda volta proprio quando viene affidata alle Memorie – è che compaia un Sebald e ri-racconti la loro storia, la ri-attualizzi: non rivestendola di improbabili panni moderni, ma ri-raccontandola come se fosse la sua.

Specularmente, l’opera di W.G.Sebald, morto troppo presto, ha non da ultimo il senso di “svergognare” la narrativa di finzione e di affermare, con grande discrezione, che la sola operazione onesta del racconto è il ri-racconto.

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RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 10

 

Domenica 9 ottobre: #Matematica

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Nel breviario di oggi il Cardinale è prudente: non dice nulla. Dice talmente nulla che non si capisce nemmeno di cosa lo dica, questo nulla.

Così mi spiazza, l’astuto. Fa terra bruciata. Mi priva della materia. Mi toglie la linfa, il nutrimento. Tenta la via dell’inedia.

Perché cosa si può dire di fronte al nulla? Nulla.

Ci si può meravigliare di quelli che pubblicano il nulla e perfino pagano, pare, per pubblicarlo. Ci si può stupire che il nulla paghi, alla fine. Ma dire, del nulla, non si può dire nulla.

Si pensa, è vero, ai Vestiti nuovi dell’imperatore. Si è tentati di vagheggiare la stessa conclusione per il nostro dipanatore di nulla. Ma no: l’imperatore nudo è un bell’explicit, un cardinal Ravasi nudo non lo si augura a nessuno.

Addio dunque. La Ravasiana si strugge per mancanza di nutrimento. E sì che si accontentava di poco: due o tre citazioni appassite, cavate dal contesto, un torsolo di luogo comune, una scemenza ottimistica come la mela di Biancaneve.

Nemmeno più quello le danno. Il nulla, nient’altro che il nulla. La Ravasiana deperisce, languisce, muore.

Good night, ladies. Good night, sweet ladies. Good night, good night.

GLI ANELLI DI SATURNO – Distruzione e tracce in un libro di W.G.Sebald

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“Nell’agosto del 1992, quando i giorni della Canicola si avvicinavano alla fine, intrapresi un viaggio a piedi attraverso la contea del Suffolk, nell’Inghilterra sudorientale, nella speranza di sfuggire al vuoto che mi invadeva dopo la conclusione di un lavoro di un certo impegno. Questa speranza si realizzò anche in qualche misura; raramente infatti mi sono sentito così libero come allora, nel mio vagabondare per ore e per giorni attraverso le contrade, in parte scarsamente abitate, dietro la riva del mare. D’altro canto, mi sembra adesso che potrebbe avere un fondamento la vecchia superstizione secondo la quale determinate malattie del corpo e dell’anima attecchiscono in noi di preferenza sotto il segno del Cane. In ogni caso nel periodo che seguì fui occupato sia dal ricordo della bella libertà di movimento, che da quello dell’orrore paralizzante che in diverse occasioni mi aveva colto di fronte alle tracce della distruzione, risalenti, perfino in questa zona fuori mano, a molto indietro nel tempo.”

Comincia così il libro di W.G.Sebald Gli anelli di Saturno che reca come sottotitolo: Un pellegrinaggio inglese. Il libro è uscito nel 1995 in Germania, Bompiani ne ha pubblicato una prima edizione italiana nel 1998, segue Adelphi nel 2010 con una nuova traduzione. I brani presentati in questo articolo sono tradotti da me. W.G.Sebald è uno scrittore di lingua tedesca nato in Baviera nel 1944 e morto nel 2001 in un incidente d’auto nella contea inglese di Norfolk dove risiedeva dal 1970. Gli anelli di Saturno racconta un viaggio a piedi lungo la costa del Suffolk ed è costituito da dieci capitoli, più precisamente da dieci lunghe divagazioni che prendono spunto dalle diverse tappe del viaggio, sicché fra il modo del viaggio narrato (a piedi, con incertezze e deviazioni) e il modo della narrazione sussiste un’esatta corrispondenza. Dei tre eserghi preposti all’opera, l’ultimo, tratto dall’enciclopedia Brockhaus, suona:

“Gli anelli di Saturno sono composti da cristalli di ghiaccio e particelle di origine verosimilmente meteoritica che descrivono orbite circolari attorno al pianeta all’altezza del suo equatore. Probabilmente si tratta dei frammenti di un antica luna che, troppo vicina al pianeta, è stata distrutta dalle sue forze di marea (→ limite di Roche).”

La cifra che questo esergo ci offre per approcciare il libro (il romanzo?) è quella del frammento, della particella superstite di un’antica distruzione, che dal continuo macinare che le forze fisiche e storiche esercitano sulla materia si trova inserita in altre configurazioni, in altre orbite, nelle quali ruota mantenendo il carattere di débris. Non per niente l’incipit nomina, accanto al piacere per la libertà di movimento caratteristica del vagabondare, “l’orrore paralizzante […] di fronte alle tracce della distruzione”; e la lunga divagazione che, nel I capitolo, può essere rubricata sotto il nome del medico e scrittore inglese del XVII secolo Thomas Browne, prende l’avvio dalla ricerca del suo teschio. Che non si trova. W.G. Sebald ne segue le tracce con la tenacia di un bracco fino ad appurare che non molto tempo prima si è ricongiunto col resto dello scheletro – dal quale era stato spiccato come sorta di reliquia laica – nel coro della chiesa di St. Peter Mancroft.

Distruzione, frantumi, frammenti, tracce enigmatiche, difficili da interpretare, tanto più preziose quanto più inspiegabilmente intatte: il calice di vetro della Collezione Farnese, rinvenuto all’interno di un’urna cineraria romana e limpido come appena soffiato. Qual è il senso di ciò che sfugge alla distruzione? Qual è il senso della memoria e del fare memoria, se distruzione e trasformazione impegnano incessantemente l’intero universo?

“Il medico, che nei corpi vede crescere e infuriare le malattie, sviluppa piuttosto un senso per il carattere mortale della vita che non per il suo fiorire. Gli sembra un miracolo che possiamo durare anche solo un giorno. Contro l’oppio del tempo che scorre, scrive [Thomas Browne], non c’è rimedio che tenga. Il sole invernale è un segno di quanto presto la luce si spegnerà nella cenere, di quanto presto ci avvolgerà la notte. Una dopo l’altra le ore si aggiungono al conto. Perfino il tempo invecchia. Piramidi, archi di trionfo e obelischi sono colonne di ghiaccio che fonde. Nemmeno coloro che hanno trovato posto fra le costellazioni celesti hanno potuto conservare la propria fama per sempre. Nimrod è perduto in Orione, Osiris nel Cane. Le più grandi dinastie non superano in durata la vita di tre querce. Apporre il proprio nome su un’opera non garantisce il diritto di essere ricordati, infatti chi può dire se proprio i migliori non siano scomparsi senza lasciare traccia. Il seme di papavero germoglia ovunque, e se, un giorno d’estate, inaspettata come la neve ci coglie la disgrazia, allora non desideriamo altro che essere dimenticati.”

La vita come aggregazione organica che per un lasso di tempo più o meno breve resiste alla dissoluzione, la coscienza, che di questa vita cerca di farsi un’immagine e di rendere conto, sono entrambe destinate a soccombere.

“L’invisibilità e l’inafferrabilità di ciò che ci muove sono state anche per Thomas Browne, che vedeva il nostro mondo soltanto come l’ombra di un altro, un enigma in fin dei conti insondabile. È per questo che continuamente, quando pensava e quando scriveva, ha cercato di contemplare l’esistenza terrena, le cose a lui più vicine così come le sfere dell’universo, dal punto di vista di un osservatore esterno, si potrebbe quasi dire con l’occhio del Creatore. Per raggiungere il grado di sublimità necessario a questo esercizio, conosceva un unico mezzo: il periglioso alzarsi in volo della lingua. Come gli altri scrittori del Seicento inglese, anche Browne porta sempre con sé la sua erudizione, un tesoro immenso di citazioni e i nomi di tutte le autorità che lo hanno preceduto, lavora con straripanti metafore e analogie e costruisce periodi labirintici che talvolta si estendono per una o due pagine, simili a processioni o a cortei funebri nel loro sfoggio di complicati decori. È vero che non sempre gli riesce, anche a causa di questa enorme zavorra, di spiccare il volo da terra; ma quando accade che, insieme al suo carico, egli si sollevi sempre più in alto sui cerchi della prosa come un aliante sulle calde correnti d’aria, allora anche il lettore di oggi è preso da un senso di levitazione.”

Peregrinazione e divagazione: sono queste le calde correnti d’aria sulle quali la prosa di Sebald – la cui monumentale erudizione, a differenza di quella di Browne, è straordinariamente leggera, come le ossa cave degli uccelli – si innalza lentamente, impercettibilmente pare a chi non lo conosce ancora, fino a raggiungere l’altezza dalla quale, forse, è possibile distinguere una struttura, un motivo (ein Muster). E tuttavia il prosatore, anche quando questo motivo lo distingua, deve guardarsi dall’indicarlo. Esso deve apparire da solo – da ciò che il prosatore incontra nella peregrinazione, nella divagazione, nell’erudizione e nella ricerca, come da fili colorati che si intreccino su un telaio mosso da mano non umana.

Nel capitolo IX Sebald fa visita all’amico Alec Garrard, agricoltore sessantenne appassionato di modellismo che da molti anni è impegnato nella costruzione, su una superficie di circa dieci metri quadrati, di un plastico del tempio di Gerusalemme quale doveva apparire nei primi anni dell’era cristiana. Il lavoro procede con grande lentezza non soltanto per la mole dell’impresa, ma anche perché Alec Garrard si trova ripetutamente costretto a disfare il già fatto mano a mano che, procedendo nelle sue ricerche, si rende conto di determinati errori nella costruzione.

“Ora che comincia a farsi buio ai margini del mio campo visivo”, dice Garrard, “mi chiedo qualche volta se riuscirò mai a finire il plastico e se tutto quello che ho costruito finora non sia soltanto un misero accrocco. Altre volte invece, quando la luce del tramonto entra di lato attraverso la finestra e io mi lascio prendere dall’effetto totale, allora in certi istanti vedo il tempio con i suoi vestiboli e gli alloggi dei sacerdoti, la guarnigione romana, le terme, il mercato degli alimentari, i luoghi dei sacrifici, i portici e le botteghe dei cambiavalute, le grandi porte e le scalinate, gli atrii e le province esterne e le montagne sullo sfondo – vedo tutto ciò come se fosse già compiuto e come se io penetrassi con lo sguardo nei campi dell’eternità.”

In questo libro in cui tutto è metafora di qualcos’altro, il modello del tempio costruito a partire da un’erudizione faticosa e necessariamente lacunosa è figura del libro stesso, e più in generale della prassi scrittoria di Sebald, della paziente ricostruzione di personaggi noti e meno noti, di evoluzioni, di fatti storici semisconosciuti a margine dei grandi eventi, di esistenze private prese per il lembo della veste nella macina della storia. Come Garrard, anche Sebald potrebbe chiedersi se il prodotto del suo lavoro non sia qualcosa di impreciso, di eccessivamente ipotetico, arbitrario, lacunoso. Altre volte però, con la luce giusta, le sue costruzioni appaiono esattamente come le strutture che, oltre la distruzione degli esseri e delle cose, ancora si proiettano nei campi dell’eternità.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 9

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Domenica 2 ottobre: # La faccia

Breviario complesso oggi. Si parte da una citazione di Hawthorne, tratta dalla Lettera scarlatta, in cui il romanziere afferma l’impossibilità di mantenere a lungo due facce, una per sé e una per la gente, senza finire per confonderle. La citazione, di per sé interessante, è immediatamente mollata lì dal Cardinale che passa a dirci quanti e quali film sono stati tratti da questo romanzo che fustiga “l’ipocrisia borghese”. Ora, non so come si possa parlare di ipocrisia borghese nel 1640 a Boston. Si tratta, naturalmente, di ipocrisia puritana, una forma particolarmente virulenta di ipocrisia religiosa, che a sua volta ha rappresentato la figura maggiore dell’ipocrisia tout court (Tartuffe docet), prima di essere soppiantata in tempi recenti dall’ipocrisia civile del politicamente corretto.

Dell’ipocrisia il Cardinale ci dice che è un “vizio costante, già detestato anche da Gesù”. Da Gesù sicuramente; un po’ meno dalla sua chiesa, se è vero che ancora in un Dictionnaire de théologie catholique di non molto tempo fa (Vacant et Mangenot, 1930-1950), si poteva leggere che “l’ipocrisia è un vizio spregevole, ma meno odioso che sfidare apertamente i costumi più santi e sbeffeggiare la religione bravando apertamente le sue leggi col pretesto di essere franchi e sinceri”. Insomma, se si pensa all’episodio evangelico in cui Gesù guarisce qualcuno di sabato, una difesa a tutto campo dei farisei.

Sia come sia, anche l’ipocrisia è mollata lì, perché ora il Cardinale passa a citare l’immancabile Camus che, nella Caduta, “dichiarava che ‘dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia’ autentica. E spesso non è un bel vedere…” A parte il fatto che di facce autentiche, fenomenologicamente parlando, ognuno ne avrà almeno quattro o cinque, se non è un bel vedere sarà meglio tenerci sopra una maschera, no? O dobbiamo proprio portare a spasso, in bella vista, le pustole della sifilide? Tanto più che, a togliere la maschera, si rischia che sotto non c’è niente. E non perché, come voleva Pirandello, l’individuo in sé non è nulla e deve per forza mettere una maschera, ma perché l’individuo è costitutivamente una maschera. O una serie di maschere, una sopra l’altra.

Ma quello che il Cardinale vuol dire, naturalmente, è che dobbiamo adoprarci fin da’ giovani anni per avere una bella faccia franca e pulita così da non trovarci mai nella necessità di indossare una maschera. Un bel pensiero, che mostra una profonda conoscenza delle cose umane.

E allora, mi dico, lasciamoglielo fare questo pensiero! Che assieme a tanti altri pensieri di ugual calibro farà una raccolta di pensieri che il Cardinale pubblicherà con Mondadori e che venderà un sacco di copie.

Alla faccia.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 8

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Croquéglise, pièce montée

Domenica 25 settembre: # Il posto

Al momento di mettermi a scrivere mi prende una grande stanchezza. Qui non si tratta di un cioccolatino ogni tanto, qui si tratta di metabolizzare le tonnellate di saccarosio e sciroppo di glucosio che il Cardinale impasta nelle sue pillole domenicali. E se a forza di rimestarci mi fosse venuto il diabete? Se questa stanchezza fosse un sintomo? Il controbreviario è un esercizio pericoloso per la salute. A pensarci bene ha qualcosa del martirio.

“Il posto” del titolo è quello che ogni cosa, anche gli esseri e i fatti apparentemente meno accettabili, occupa nella bene ordinata opera del Creatore. La saggezza ebraica, rabbinica e non, viene messa a contribuzione per sostenere questa tesi. Così ad esempio un passo dal libro della Sapienza: “Tu ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato, perché se avessi odiato qualcosa non l’avresti neppure formata” (11,24). Dal che si evince, se non vado errata, che Dio ama e approva il virus Ebola, fra le altre cose.

In meno di mezzo minuto mi sono venute in mente una quantità enorme di cose orribili che esistono. Tanto per dire basta digitare su google: teratoma – immagini e ne avete fin che volete; dev’essere un Dio ben strano quello che se ne compiace.

Mi era venuta una mezza idea di pubblicare qualche foto, ma no; la sventura merita rispetto; precisamente il rispetto che manca allo zuccheroso ottimismo cristiano del Cardinale.

A proposito di dolciumi, e della loro sospetta affinità con l’umor nero, mi viene in mente il modellino della battaglia di Esztergom, realizzato interamente in zucchero da un pasticcere di corte, di cui parla W.G.Sebald negli Anelli di Saturno; e del quale si dice che l’imperatrice Maria Teresa, in un furioso accesso di malinconia, se lo spazzolò fino all’ultima briciola.