AVVENTO

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Nel Nordeuropa, si sa, il periodo natalizio è particolarmente magico. Le radici nel solstizio invernale si fanno sentire, e riesce quella miscela di spiritualità (non del tutto cristiana) e consumismo (non troppo spinto) che da noi non attacca; da noi siamo o tutti sparati sul versante del panettone, o virtuosamente arroccati in una magra religiosità di parrocchia.

Così, benché già da qualche decennio i calendari dell’Avvento, le corone dell’Avvento, i mercatini di Natale e altri usi nordici abbiano con un certo successo valicato le Alpi, rimane che qui l’atmosfera non è la stessa. Troppa nebbia padana, troppo sole mediterraneo, troppa miseria (in passato), troppa ricchezza (fino all’altro ieri).

Ho pensato dunque di offrire come strenna ai miei lettori la traduzione della poesia Advent del comico, attore e regista tedesco Loriot (nome d’arte di Vicco von Bülow, 1923-2011), tutta intrisa dell’atmosfera natalizia del favoloso nord.

Sono necessarie però alcune informazioni: come noi abbiamo Santa Lucia, così nei paesi di lingua tedesca il santo incaricato di portare doni ai bimbi buoni è San Nicola (Nikolaus, San Nicola di Myra, o di Bari), che si festeggia il 6 dicembre.

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Nikolaus è spesso accompagnato dal garzone Ruprecht (Knecht Ruprecht), che dovrebbe terrorizzare i bambini cattivi ma è anche, più genericamente e mitemente, colui che guida le renne e si occupa della logistica.

Ecco, ora sapete tutto e potete godervi il clima natalizio.

AVVENTO

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È azzurra la notte, trapunta di stelle,

Frusciando la neve discende da quelle,

Già sopra la cima dei giovani abeti

Un bianco pennacchio che luccica vedi,

E calda attraverso la buia foresta

Traspare una luce che è come di festa.

Davanti al camino, al chiaror della fiamma,

La moglie del Guardaforesta si affanna:

Nell’alto silenzio di notte di gelo

Il consorte ha badato a promuovere in cielo.

Poiché da gran tempo, nel fare i lavori,

Le era di impaccio sia dentro che fuori,

Fra sé e sé ha deciso, ma questo da un pezzo,

Per Santo Nicola lo tolgo di mezzo.

E all’ora che il cervo ricerca la tana,

Nel cóvo s’addorme la lepre balzana,

Lei prende la mira, non tira una piega,

Gli spara lo schioppo diretto nell’epa.

La lepre si desta a quel colpo di fuoco,

Arriccia il nasino, ma solo per poco,

Poi dorme di nuovo il suo sonno sicuro

Nel mentre le stelle rifulgono d’oro.

E dentro il salotto, sul tappeto grande,

Il sangue del Guardaforesta si spande.

Adesso madama si deve sbrigare

Il morto consorte per bene a smembrare.

Menando abilmente il coltello da caccia

Disloca le giunte dell’ex-guardiacaccia.

I pezzi ripone con ordine e cura

– Di che suo marito non ebbe mai cura!

Pei giorni di festa trattien del filetto,

Per farne un arrosto, una libbra più un etto.

Il resto lo avvolge – saran già le tre –

in carta d’argento con nastri lamé.

Quand’ecco da lungi tintinnan sonagli,

Abbaiano i cani da tutti i serragli.

Chi è che nel mezzo di notte sì fonda

In barba alla neve fa ancora la ronda?

È Ruprecht che guida la slitta dorata,

Cavalca di un cervo la groppa muschiata.

“O voi della casa! Avete qualcosa

Che ai poveri faccia la festa gioiosa?”

Del Guardaforesta la casa è innevata,

Ma pronta è la moglie e ben preparata:

“Questi otto pacchetti, vedete, sant’uomo,

È quanto posseggo da porgere in dono.”

Knecht Ruprecht governa le redini ardito

Che argentee tinniscon nel bosco romito.

Fiammella riarde protetta dal vento,

Occhieggia una stella: siam proprio in Avvento.

(Vicco von Bülow, traduzione mia, l’originale qui)

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BUON NATALE!

CREMAZIONE

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Strega al rogo. Pratica di cremazione ammessa dalla Chiesa Cattolica

La vocazione integralista e totalitaria della Chiesa Cattolica si manifesta nell’impegno profuso per regolamentare la totalità delle circostanze in cui può venire a trovarsi un individuo. Con uno sforzo opposto a quello di Gesù Cristo, che mirava a smantellare l’impianto legalistico della religiosità ebraica, la Chiesa Cattolica ha sviluppato molto presto, e mantiene aggiornato, un codice di ciò che si è tenuti a fare o a non fare in ogni possibile occasione della vita. Non solo pretende di intervenire nella legislazione civile sul finis vitae, ma ha promulgato per usi interni una “legge quadro” sul post finem: che deve, appunto, rientrare nel quadro.

Leggiamo sul Corriere del 25 ottobre, in un articolo di Gian Guido Vecchi, che “l’«Istruzione» Ad resurgendum cum Christo, è stata scritta dall’ex Sant’Uffizio «allo scopo di ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi ed emanare norme per quanto riguarda la conservazione delle ceneri nel caso della cremazione»”.

Sembrerebbe che a una religione che predica la sopravvivenza dell’anima individuale separata dal corpo, in attesa di una resurrezione del medesimo che avverrà quando la stragrande maggioranza dei corpi sarà comunque ridotta in polvere, il “trattamento” funerario debba essere indifferente. Non è così.

La Chiesa apre alla cremazione, tuttavia, dice l’Istruzione, “seguendo l’antichissima tradizione cristiana, la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro. Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, mistero alla luce del quale si manifesta il senso cristiano della morte, l’inumazione è innanzitutto la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale [] Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne, e intende mettere in rilievo l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia”.

Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore. Non dimentichiamo però che, nel caso del Signore, Dio Padre non ha voluto che il suo Santo vedesse la corruzione, mentre i cristiani ordinari la vedono eccome. Si potrebbe obiettare che a ogni defunto che si seppellisce non si può escludere che la Risurrezione della carne non debba aver luogo di lì a tre giorni, nel quale caso la cremazione sarebbe superflua se non fuori luogo. Tuttavia il calcolo è debole, e dal momento che nessuno conosce il giorno e l’ora, nemmeno tanto ortodosso.

Stando le cose come normalmente stanno, qualcuno dovrebbe spiegarmi in che cosa viene salvaguardata “l’alta dignità del corpo umano”, quando esso è chiuso a marcire dentro una cassa di zinco – perché mi pare che la Chiesa non abbia nulla contro l’orrore dei loculi e delle casse di zinco. Davvero, faccio fatica a ravvisare una grande dignità nel marciume, ma tant’è, la Chiesa ama la sepoltura.

“La sepoltura” ricorda l’Istruzione, “favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi”. In effetti, se la pratica della cremazione si generalizzasse, addio monache giovinette o frati giallo limone conservati in teche di cristallo; addio crani, tibie, peroni, ciuffi di capelli, ampolle di sangue, cuori incartapecoriti, fegati in boccali di vetro e altre religiose frattaglie. E addio resti di Padre Pio da esporre alla venerazione dei fedeli. Ma anche lì bisogna essere attenti a cogliere l’attimo: “Secondo Stefano Campanella, direttore di Teleradio Padre Pio e capo ufficio stampa del Centro comunicazioni dei Frati cappuccini, se si fosse atteso ancora per la esumazione del corpo di Padre Pio, sarebbe stato difficile recuperarlo per l’esposizione ai fedeli, a causa dell’umidità del sepolcro.” Agendo tempestivamente invece qualcosa si recuperò: “D’Ambrosio ha illustrato le condizioni dei resti di san Pio, sottolineando tra l’altro che “il cranio e gli arti superiori sono in parte scheletriti. Le restanti parti presentano i tegumenti adesi ai piani sottostanti e molto umidi, ma suscettibili di trattamento conservativo”. (La fonte qui)

In ogni caso, benché la Chiesa non rinunci volentieri a arti in parte scheletriti e tegumenti adesi ai piani sottostanti e li sottoponga volentieri a trattamenti conservativi, sotto la spinta dei tempi che notoriamente vanno per conto loro sembra che abbia in qualche modo digerito la pratica della cremazione; sempre, beninteso, che non avvenga in spregio alla religione.

Soprattutto però, la legge quadro si preoccupa di definire cosa si possa o non si possa poi fare con le ceneri, e stabilisce che «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo”.

Trovo molto interessante il “non sia permessa” in un epoca in cui, per fortuna, la Chiesa non è in grado di permettere o non permettere un bel niente; il lupo perde il pelo ma non il vizio: questo ci mostra quanto poco siano cambiati. Poi mi si può dire che se vuoi entrare nel club devi accettare le regole, e sono d’accordo, ma sia chiaro che stiamo parlando di un club.

Per me, desidero che le mie ceneri siano sparse, in un giorno di vento, su una delle prime colline dell’Appennino mordianese: un baluardo contro il nichilismo. Non so se in questo c’è spregio della religione; del club di sicuro.

VULCANO

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Pare che ultimamente “magma” e “magmatico” siano parole letterariamente alla moda. Io non le amo. Mi sembra che vogliano nascondere e allo stesso tempo sdoganare una frettolosa rinuncia a fare chiarezza, a adoperare la testa; come se dal magma, appunto, di materiali sensoriali non filtrati e non elaborati ci si potesse e dovesse aspettare chissà quale autoproducentesi rivelazione nonché nuovo assetto del mondo.

Faut sméfier, faut sméfier, faut sméfier, come dice Zazie: non c’è da fidarsi. Tanto più che sull’argomento ha già detto tutto Chateaubriand nel 1802:

“Un giorno ero salito sulla cima dell’Etna, vulcano che brucia nel mezzo di un’isola. Vidi il sole sorgere in basso nell’immensità dell’orizzonte, la Sicilia stretta come un punto ai miei piedi, e il mare che srotolava le sue onde lontano, negli spazi. In questa prospettiva perpendicolare del quadro i fiumi sembravano niente più che linee tracciate su una carta geografica; ma mentre il mio occhio percepiva da un lato queste cose, dall’altro sprofondava nel cratere dell’Etna, di cui scoprivo le viscere bollenti fra gli sbuffi di un nero vapore. […] È così che tutta la mia vita ho avuto davanti agli occhi una creazione a un tempo immensa e impercettibile, e un abisso spalancato al fianco.” (René)

È stato il dramma del soggetto moderno: all’esterno, irraggiungibilità delle cose che si deteriorano a schemi; all’interno, ribollire di volizioni che sussistono soltanto nella misura in cui rimangono fluide, non assumono forma definita.

E allora, per favore, smettiamola di rimestare nell’alibi del magma.