UN SOGNO

Se mi guardo indietro devo constatare che la mia vita sentimentale è stata piuttosto piatta. Nondimeno ho avuto le mie storie, i miei amori.

Fa strano, a pensarci, vedere quante figure maschili siano cadute nell’indifferenza, abbiano perso ogni malinconica tridimensionalità.

Non tutte però: ce n’è una che resiste. Incistata in un angolo dell’incoscienza notturna si prende la sua rivincita poco prima dell’alba, nell’ultimo sonno, quando i sogni dicono facili verità e noi, per interposta persona, ci vendichiamo su noi stessi del modo in cui siamo.

Non so perché sia sempre lui che si presenta, a distanza di mesi o di anni. Cioè: non so perché sia sempre lui che il mio disappunto, a distanza di mesi e di anni, sceglie per notificarmi che ho fallito.

Non è la sua persona. Lo so perché quando mi capita di incontrarlo alla luce del giorno l’impossibilità fugace che fu è la stessa, immutata. Eppure.

Eppure, nel sogno, mi umilia. Nel sogno il mio desiderio più autentico è dichiarare il tempo trascorso, con tutto ciò che contiene, nullo e non avvenuto. Cioè no: lasciare che sia avvenuto poiché il tempo, nei fatti, è trascorso; ma dichiararlo un errore e riprendere come da un’interruzione.

Non so perché. Lo struggimento onirico dell’alba non dura, si disfa alla luce. Credo che sia come il frutto di una stanchezza, un desiderio di riposo.

L’altra notte è comparso di nuovo. Come spesso nei sogni c’erano edifici comunicanti e teorie di stanze bianche in cui non si è sicuri di abitare. Finalmente ce ne districavamo lasciando indietro, nelle stanze, legami più recenti. Andavamo con sicurezza verso la dimora eletta per noi.

Pensa, dicevo, dopo trentacinque anni…

Il conto era preciso. Facendolo, mi sono resa conto di quanto ero vecchia e mi sono svegliata.

UNE ODEUR DE FOSSE AU PRINTEMPS. Gaspard de la nuit in primavera

Gaspard 2

Nelle giornate fredde di alta pressione, quali ce ne sono state ultimamente, in pianura e in collina sale l’odore di fogna. Si diffonde dappertutto, come se i condotti si destassero al tempo fine e asciutto e rimestassero la materia che ristagna, giudicando sconveniente che rimanga celata.

Dev’essere un rito antico e primaverile, una rivincita del rimosso fecale indipendente dalle moderne canalizzazioni, se è vero che Aloysius Bertrand ne parla già nel 1836 nel suo Gaspard de la nuit.

Aloysius Bertrand – poetizzazione del più comune Louis Bertrand – nacque nel 1807 a Ceva, in Piemonte, da padre ufficiale della gendarmeria napoleonica e madre piemontese. Al crollo dell’Impero la famiglia si trasferì a Digione, antica capitale decaduta dei Duchi di Borgogna, dove Aloysius poté alimentare a piacere il gusto romantico per le memorie gotiche. Fu l’autore di un unico libro, Gaspard de la nuit, una raccolta di poesie in prosa finemente e maniacalmente cesellate il cui manoscritto, se crediamo a quel che ne dice Aloysius nella lunga introduzione, gli fu consegnato da un povero diavolo in abiti lisi, artista girovago o poeta in cerca di editore, che si rivelerà essere il Diavolo con la maiuscola (ma un Diavolo sui generis, dal momento che spera di poter un giorno sedere sotto lo sguardo di Dio di fianco alla fanciulla, ovviamente deceduta, che ha amato). Gaspard de la nuit non è infatti, propriamente, il titolo, bensì l’autore di queste Fantasie alla maniera di Rembrandt e di Callot, di cui Bertrand si presenta ironicamente come il semplice curatore.

Come ogni scrittore di belle speranze, Aloysius Bertrand lascia la provincia per Parigi, dove lo troviamo intorno al 1828 e dove, a sentire Sainte-Beuve, conduce la vita solitaria, anche perché povera, del poeta fantasioso e fantastico. Continua a lavorare alle poesie in prosa, desidera farne qualcosa di squisito. Nel 1836 finisce per trovare, cosa rara, un editore che compra il manoscritto del Gaspard. Lo compra ma, per vari motivi, non lo stampa. Bertrand morirà nel 1841 di tubercolosi all’ospizio Necker senza avere visto un’edizione della sua opera, che sarà pubblicata postuma l’anno seguente soltanto grazie all’interessamento di un amico e ai buoni uffici di Sainte-Beuve. Il quale peraltro, nella lunga Nota introduttiva, dice un sacco di cose carine su Bertrand ma lo relega nel secondo o terzo piano dei romantici minori che avrebbero voluto essere Victor Hugo e non ci sono riusciti. Baudelaire avrà grande stima di lui e confesserà che l’idea dei suoi propri poèmes en prose (Le Spleen de Paris) gli è venuta leggendo Bertrand. Ma più in generale bisognerà attendere il Novecento perché il poeta abbia il riconoscimento che gli spetta.

Poiché, da che ho memoria, la grandezza insopportabilmente francese (cioè insopportabilmente retorica) di Victor Hugo mi scatena reazioni allergiche, è al Gaspard de la Nuit e non a Victor Hugo che penso più spesso; e in quest’inizio fognario di primavera vi offro la traduzione della

PARTENZA PER IL SABBA

Si alzò di notte, e accendendo un po’ di candela prese un  intruglio e si unse, poi, con qualche parola, fu trasportata al sabba.

Jean Bodin. – Della Demonomania delle streghe.

Erano lì in una dozzina a mangiare la zuppa di birra, e ciascuno di loro aveva per cucchiaio l’osso dell’avambraccio di un morto.

Il camino era rosso di bragia, gli stoppini delle candele si ispessivano nel fumo e dai piatti saliva un odore di fogna in primavera.

E ogni volta che Maribas rideva o piangeva si sentiva come gemere un archetto sulle tre corde di un violino sfasciato.

In tutto ciò il mercenario aprì diabolicamente sul tavolo, alla luce del sego, un libro di magia su cui venne a dibattersi pazzamente una mosca strinata.

La mosca ronzava ancora quando, col suo ventre enorme e peloso, un ragno scalò la costa del volume magico.

Ma già streghe e stregoni erano volati via attraverso il camino, a cavalcioni chi di una scopa, chi delle molle, e Maribas del manico della padella.

 

“dai piatti saliva un odore di fogna in primavera”. Degna di streghe e stregoni questa commistione dell’alto e del basso, degli alimenti e delle feci, della bocca e dell’ano. Ma io ci trovo qualcos’altro. Ci trovo un’allusione a un mondo simile al nostro ma un po’ diverso, un mondo in qualche modo diminuito, un mondo dopo la morte. Dove le cose sembrano più o meno le stesse ma la zuppa nei piatti, se la assaggi, ha un sapore amaro, immangiabile, come il fegato dei conigli che bisognava buttare via se per caso, mentre li pulivi, si rompeva la cistifellea.

 

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P.S.: Non chiedetemi chi è Maribas. Non ho mai potuto appurarlo. Il disegno è dello stesso Bertrand, che ne aveva approntati diversi come indicazioni per un futuro illustratore della sua raccolta.

 

 

 

 

 

 

 

DER TEUFEL STECKT IM DETAIL – Il diavolo si nasconde nel dettaglio. Una breve critica del pressapochismo.

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Leggevo ieri sera, su Minima&Moralia, un articolo della giovane Chiara Babuin, che si presenta su Linkedin appunto come “Articolista presso Minima&Moralia”. Non a torto, dal momento che regolarmente suoi articoli appaiono sul noto blog di approfondimento culturale.

Chiara Babuin dispone di una invidiabile formazione a tutto tondo che spazia dalle arti figurative al teatro al cinema alla filosofia psicologia antropologia etologia e etnologia, sapienze orientali yogiche e vediche, sutra mantra e tantra. Passando naturalmente per la Weltliteratur. Spazia parecchio la signora Babuin. Spazia con invidiabile giovanile entusiasmo.

Più che spaziare vola, sorvola intere plaghe di umana spiritualità, non tocca quasi terra, non si preoccupa certo di trascurabili quisquilie quali la lingua italiana, la piega ai suoi voleri, la modifica con energica creatività.

Ad esempio sembra convinta, la signora Babuin, che l’avverbio “pedissequamente” abbia in italiano una connotazione positiva, poiché volendo lodare l’allestimento di una mostra dice: “Lo si vuole subito dire forte e chiaro: è così che si fanno le mostre d’arte: anni di studio, presentazione di un progetto chiaro, un allestimento pedissequamente ragionato e tanta, tanta passione e competenza.”(qui) O magari le sfugge che in italiano il verbo scaturire è intransitivo: “Le vere ragioni che lo scaturirono sono tuttora ignote.” (ibid.)

Quisquilie, bazzecole. Un fenomeno diffuso oltretutto. Resistere non serve a niente, eppure la coscienza impone di farlo.

Credo in effetti che sia una questione di coscienza. Una questione morale. La disinvoltura nei confronti della lingua, questo accomodarsela come ti pare, che non ha nulla a che vedere con la sua naturale e necessaria evoluzione, è il sintomo di una più vasta disinvoltura che attraversa tutti i campi: il comportamento privato e sociale, la politica, la cultura.

E di disinvoltura culturale vorrei parlare a proposito dell’articolo di Babuin linkato in apertura. Babuin recensisce una messa in scena romana del Cyrano di Rostand e si lancia in una complessa disquisizione su amore e linguaggio, che nei commenti qualifica di “essenza” dell’articolo, sulla quale non ho nulla da dire dal momento che è un’essenza troppo volatile perché il mio naso possa apprezzarla. Vorrei però fare un’altra osservazione. Non ho ragioni di dubitare che Babuin abbia assistito allo spettacolo teatrale che recensisce. Ho invece il forte sospetto che non abbia letto il testo di Rostand che interpreta così furiosamente. E questo non soltanto per le “sviste”, come le qualifica Babuin in risposta alle mie divertite osservazioni – ancorché la “svista” sulla Borgogna valga da sola un razzie award per la critica letteraria. Ma perché le sue osservazioni su certi “caratteri”, ad esempio Roxane o Christian, non convincono, come se Babuin conoscesse, dell’opera, una versione “tagliata”.

Naturalmente la mia è soltanto un’ipotesi (benché la Borgogna…), ma rende conto di un’impressione diffusa: che per questi entusiasti dell’interpretazione e del volo interpretatorio il testo sia in definitiva questione di poco conto, che si può anche tralasciare se uno ha fretta, ci si informa un po’ così e poi via che si va.

Via che si va!

Via che si vola!

Via che si casca.

Sbadabam.

 

P.S.: Dopo avere starnazzato sull’irrilevanza delle sue sviste, la signora Babuin ha comunque provveduto a correggerle, il che mi costringe ad aggiungere, per comprensione, questa breve nota: il primo atto del Cyrano si svolge, naturalmente a Parigi, all’Hôtel de Bourgogne, che fu nel XVI e XVII secolo uno dei teatri della capitale. Cyrano vi assiste a uno spettacolo e vi succedono diverse cose. La signora Babuin conosce così bene l’opera che aveva capito, e scritto, che essa si svolge in Borgogna.

 

 

 

 

 

I VIZI CAPITALI 6. L’AVARIZIA

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Joachim von Sandrart il Vecchio, Donna che conta monete

 

Mi è sempre sembrato che tutto ciò che non è generosità sia avarizia.

(Tenere qualcosa – quasi tutto – per sé, quando sempre altri sono nel bisogno.

Perché dov’è il confine? A partire da dove si è autorizzati?)

Così però è impossibile vivere.

Ciò che chiamiamo virtù è uno scendere a patti col vizio.

 

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George Desmarées, Ritratto di Esther Barbara von Sandrart

 

O invece: la generosità è tutta nel gesto. Si esaurisce in esso, non c’è né prima né dopo, non c’è durata. Non è un fatto di buone abitudini (la virtù nel senso classico). Non è un fatto di risultati (filantropia) o di percentuali (le decime). Il gesto che dona è bello. Il gesto che trattiene è brutto. Avarizia e generosità sono un fatto estetico. La virtù è un fatto estetico.

Dunque in sospetto di narcisismo.

Perché ammesso anche che la tua destra non sappia cosa fa la tua sinistra – tu sarai sempre lo spettatore di te stesso.

 

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I VIZI CAPITALI 5. LA LUSSURIA

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Chi non si è mai domandato cosa ci facciano Paolo e Francesca nel cerchio dei lussuriosi? O Didone, o Tristano, o tante fra le altre “donne antiche e ’ cavalieri” per cui batte simpateticamente il nostro cuore e del cui destino perfino l’arcigno Dante si sente partecipe, tanto da esserne “quasi smarrito”.

Credo che tutti abbiamo una nozione spontanea del comportamento lussurioso: è quel comportamento in cui l’altro non è che il mezzo per il raggiungimento del piacere, il che significa: in cui l’altra persona è intercambiabile – al massimo all’interno di un tipo (c’è a chi piace alta e bionda, chi la preferisce mora e piccolina). Ma Paolo e Francesca non sono affatto intercambiabili l’uno per l’altra, il loro comportamento erotico ha un’intenzione precisa verso quella persona e solo quella. Caso mai, se volessimo farci i fatti degli altri, potremmo ipotizzare che Francesca, prima di innamorasi di Paolo, abbia magari cercato, la povera, di cavare qualcosa anche per sé dal legame coniugale con Gianciotto – non lo affermiamo, abbiamo di lei un’opinione troppo alta, ma sarebbe pure umano. Ecco, lì avremmo la lussuria.

Facciamo anche la tara di un romanticismo da cui Dante, a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, era per forza esente (però qualcosina, nella forma di una nostalgia gotica, ogni tanto compare); rimane che un paio di riflessioni doveva avercele fatte – non fosse perché a lui, all’età di dodici anni, hanno combinato il matrimonio con Gemma Donati e quella si è dovuto tenere. Allora, i rapporti coniugali con questa sconosciuta, in che casella li rubricava? Mettiamo anche che avesse per lei la famosa massima stima e massimo rispetto su cui pare si fondi l’onesto matrimonio – quel che succedeva sotto le lenzuola cos’era, se avrebbe potuto e dovuto succedere con qualsiasi altra donna che la famiglia avesse scelto per lui? (quindi con una donna intercambiabile).

Ma lasciamo stare le lenzuola di Dante, immagino che siano l’oggetto di una sterminata letteratura che non conosco, perciò mi ritiro in buon ordine. Mi pare evidente che il tentativo di scardinare il secondo cerchio con l’idea romantica dell’amore che santifica la sessualità non ci porta lontano. Paolo e Francesca lì sono e lì restano, almeno fin che dura la Commedia. Proviamo ad abbordare il problema da un altro capo, cioè a partire dal concetto di acrasia che domina tutta questa prima parte dell’inferno. I lussuriosi non sono stati in grado di dominare, o piuttosto di temperare l’istinto sessuale, per questo sono puniti. Cioè, ciò che è punito è l’eccesso. Poiché però francamente non abbiamo dati relativi alla frequenza con cui Paolo e Francesca, Enea e Didone, Tristano e Isotta cedevano all’istinto sessuale, dobbiamo concludere che la sessualità è sempre un eccesso, è sempre e comunque fuori dalla grazia di Dio (così come si dice che uno in preda all’ira è fuori dalla grazia di Dio, o ha perso il lume della ragione), e che soltanto la sua irreggimentazione nel matrimonio la priva (in più di un senso) dell’aculeo del peccato e, diciamo, la neutralizza. Ancor meglio se provvista di istruzioni per l’uso. Martin Lutero, ad esempio, si è premurato di indicare una frequenza ottimale: due volte la settimana (“In der Woche zwier, schadet weder ihm noch ihr“).

Ci vediamo dunque costretti a modificare la nostra nozione spontanea di comportamento lussurioso: in quella che potremmo chiamare un’economia di sussistenza, e naturalmente attenendovi al mode d’emploi, portatevi pure a casa, come meglio potete e sapete, quanto più godimento personale riuscite a spremere. Se è con il coniuge legittimo, è tutto a posto.

 

Fatima
Da notare l’aria incazzata della santa.

IL CASTELLO DI RHEINSBERG. UN IDILLIO?

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Idillio n° 1

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Antoine Pesne, Ritratto di Federico II di Prussia (particolare)

A Rheinsberg, cittadina di 8.000 abitanti sull’omonimo lago, molte cose – la birra, i negozi di souvenir, la Deputazione di Storia Patria – sono all’insegna del Kronprinz, il principe ereditario. Il quale altri non è che il grande Federico prima che, alla morte del tremendissimo padre, si avviasse a diventare il grande Federico. Non crediamo di fargli torto affermando che il decesso di Federico Guglielmo I, nel 1740, debba essere stato per lui motivo di sollievo, se è vero che una decina di anni prima, nel 1730, i sistemi educativi feroci e dispotici del padre lo avevano spinto a pianificare la fuga dal regno, con meta l’Inghilterra (ci si renda conto, prego: un principe ereditario che fugge dal regno e cerca rifugio – oggi diremmo asilo – in un’altra nazione). Il piano era stato scoperto, il migliore amico del Kronprinz, Hans Hermann von Katte, ci aveva lasciato la testa, altri amici e amiche, colpevoli solo di aver condiviso la passione, necessariamente clandestina, del giovane Federico per la musica e la letteratura erano stati arrestati, indagati, imprigionati. La sedicenne Dorothea Ritter, figlia di un pastore protestante e colpevole di incontri musicali e passeggiate col principe, fu arrestata, frustata pubblicamente in sei punti diversi della città e rinchiusa per tre anni in uno Spinnhaus – sorta di manicomio-prigione femminile in cui finivano indistintamente malate mentali, mendicanti e soprattutto prostitute (di queste istituzioni parla diffusamente Foucault nella sua Storia della follia). Nel corso dell’inchiesta fu sottoposta a visita ginecologica per accertare se il principe avesse o no avuto con lei rapporti sessuali: non li aveva avuti, Dorothea era vergine.

Federico stesso fu arrestato con l’accusa di alto tradimento, imprigionato, gli schiacciarono la faccia contro l’inferriata della cella perché assistesse alla decapitazione di Katte (ma svenne prima), il tremendissimo padre era dell’idea di decapitare anche lui, fu salvato dall’intervento diplomatico di diverse corti europee.

Un’interessante atmosfera di famiglia. In ogni caso il tentativo fallito di fuga e la conseguente durissima repressione spezzarono la resistenza del principe. Capitolò, passò per tutti i gradi della punizione (detenzione nella fortezza di Küstrin, bassa manovalanza nell’esercito e nell’amministrazione, che gli vennero buone in seguito). Nel 1732 accettò senza mormorare il matrimonio con Elisabeth Christine von Braunschweig-Bevern e fu riabilitato. Il tremendissimo padre assegnò agli sposi il castello di Rheinsberg e qui il Kronprinz, affrancato dalla tutela paterna e non ancora oppresso dalle cure del governo, passò dal 1736 al 1740 gli anni più belli della sua vita.

Detto così si potrebbe equivocare. Non si allude, infatti, a un idillio con la giovane sposa di cui non gli importò mai molto (anzi, si potrebbe dire che non gliene importò mai nulla che andasse al di là dell’etichetta), ma alla libertà, finalmente conquistata, di occuparsi di ciò che veramente gli stava a cuore: musica, filosofia, letteratura, teoria politica. Nel castello ampliato e abbellito secondo le sue direttive si circondò di begli spiriti e, ove non poté direttamente circondarsene, curò vaste corrispondenze con l’intellighenzia di mezza Europa. La bellezza dei luoghi, il parco, il lago, le sale eleganti senza sfarzo, le dotte conversazioni, tutto contribuiva alla sensazione di aver realizzato un ideale privato: Rheinsberg, luogo dell’idillio.

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Si noti il Kronprinz, in piedi al centro della scena, con l’amato flauto stretto al petto. (Precisazione: le donne ci sono per bellezza)

 

Idillio n° 2

Il secondo nome legato a Rheinsberg è di parecchio posteriore. Siamo agli inizi del Novecento, per la precisione nel 1912, gli ultimissimi anni dell’età guglielmina. Il berlinese Kurt Tucholsky, studente ventiduenne già relativamente noto in campo pubblicistico, dà alle stampe il racconto Rheinsberg. Un libro illustrato per innamorati[1] – illustrato in effetti dall’amico Kurt Szafransky – che avrà un successo di pubblico strepitoso e durevole.

Prima e dopo la Grande Guerra Tucholsky, pacifista e antimilitarista, democratico di sinistra, sarà, sul modello di Heine, il critico lucido e instancabile della società e della politica tedesca – del nazionalismo e militarismo guglielmino come delle speranze tradite e della politica sempre più autoritaria e conservatrice della Repubblica di Weimar, del nazionalsocialismo che si affermava come della sostanziale acquiescenza sia da parte di una larga maggioranza della popolazione che da parte delle potenze europee. Stabilitosi a Parigi nel 1924 come corrispondente del settimanale Die Weltbühne, di fatto non fece più ritorno in patria, nemmeno quando la sua presenza sarebbe stata necessaria a sostenere i compagni di lotta (l’impressione è che non fosse precisamente un cuor di leone). Nel 1929 si stabilì in Svezia. Nel 1933 i nazionalsocialisti soppressero la Weltbühne, bruciarono i libri di Tucholsky e gli tolsero la cittadinanza tedesca. I suoi incessanti avvertimenti non erano stati ascoltati, quello che aveva temuto si era verificato (e si sarebbe verificato: la guerra gli sembrava la conseguenza necessaria della politica nazista), Tucholsky soffriva di depressione e aveva problemi di salute: lui che in passato aveva avuto bisogno di quattro o cinque pseudonimi per coprire la sua intensissima e brillante attività giornalistica smise di scrivere, ammutolì. Il 21 dicembre 1935 morì nella sua casa di Hindås, in Svezia, dopo aver assunto, intenzionalmente o per errore, una dose eccessiva di barbiturici.

Nel 1912 però la serie di catastrofi che comincerà con la prima guerra mondiale è di là da venire, della stoccafissica società guglielmina ci si fanno beffe senza prenderla troppo sul serio, la Belle Époque è agli sgoccioli ma si può far finta che durerà in eterno – soprattutto due giovani borghesi colti e benestanti, e per colmo di misura innamorati, possono far finta che durerà in eterno.

Rheinsberg, il libro illustrato del ventiduenne Tucholsky questo è: il racconto di un fine settimana che i giovani berlinesi Claire e Wolfgang – all’insaputa dei genitori di lei che la credono in visita a un’amica – trascorrono a Rheinsberg, dove alloggiano alla locanda del paese spacciandosi per i coniugi Gambetta[2].

Ciò che, nella lettura, fin dall’inizio spiazza e taglia le gambe a ogni rischio di sentimentalismo è una lingua insolita, tutta a salti, a connessioni incerte e aeree, che rispecchia il modo dei protagonisti di porsi di fronte alla realtà; un modo che deve essere a tutti i costi nuovo, inusitato, obliquo; che deve assumere un taglio e una prospettiva diversi da quelli dei comuni sudditi e cittadini: di coloro che restano acriticamente immersi nel solito modo di vedere le cose. In loro il linguaggio tiene luogo di azione e, a ben guardare, anche di passione, di sentimento:

“Nel complesso il loro stile era uniformemente distorto. Spesso si dicevano cose che c’entravano poco una con l’altra soltanto per poter usare questo o quel modo di dire, per irritare l’altro, per scuotere il suo equilibrio…”

Il linguaggio è la vera, e unica, rivoluzione di Claire e Wolfgang.

A questo effetto di libertà individuale attraverso la lingua contribuisce potentemente l’idioletto di Claire, vera colonna portante del racconto. Claire parla un tedesco tutto e solo suo, apofonico, sgrammaticato, pieno di sghembe proliferazioni sintattiche e desinenze di fantasia[3]. È un linguaggio spesso infantile, bambinesco, fintamente ingenuo o implorante: Claire, studentessa di medicina e sicuramente “testa forte”, gioca a fare la bambina che ha bisogno di protezione, che vuol essere accontentata, ecc. Dopo dieci pagine vorresti soffocarla con un cuscino, invece l’effetto sul grande pubblico, a quanto pare, è (stato) un altro. Un esempio:

“«Wolfgang?»

«Claire?»

«Me lo lassi fare? Eh? Una volta sola! Pe favore! Pe favore!»

Gli si pigiava addosso, lo accarezzava, gli faceva le moine…

«Cosa, bambina, cosa devo lasciarti fare?» Si districò.

«Dai, lassamelo fare! Non mi lassi mamai fare nienne! Mi piacerebbe taanto…»

«Ma cosa insomma?»

Lei taceva. Dal ponte fissarono di nuovo l’acqua che scorreva pigramente.

«Wolfgang», disse Claire con voce sognate, «vorrei, una volta, sputare nell’acqua…» E nei toni più acuti: «Me lo lassi fare?» Pigolando: «Sì?»

Glielo lasciò fare.”

A volte, francamente, i giochi linguistici di Claire sfiorano la genialità, come quando, davanti alla vetrina di generi coloniali allestita in modo da suggerire un Paese di Cuccagna, sta a lungo in silenzio e recita infine, con sentimento:

«Und einen Ochsen, ganz bepackt,

Mit Fleischextrakt…»[4]

Spesso i loro dialoghi sono vere e proprie recite, sketch estemporanei il cui scopo è la satira dei cliché borghesi :

“«Wolfi, è vero che non hai mannimai amato un’altra prima di me?»

«Mai!»

Gli dava una sensazione spumeggiante farsi beffe così del romanticismo borghese, di quello che i borghesi chiamavano amore, di quella bramosia di essere sempre il primo… Loro non erano, nessuno dei due, alla prima esperienza.”

Ma quando si viene al serio e al sodo, cosa troviamo se non un romanticismo che assomiglia molto a quello dei borghesi?

“Durante la notte si svegliò. Scostò cautamente le pieghe della tenda bianca appena mossa dal vento. La luna vagava come un fantasma fra gli alberi, da una parte un obelisco minaccioso gettava un’ombra netta. Le foglie stormirono. Perché reagiamo a questi fenomeni come a qualcosa di bello, sentì che si chiedeva. Non è altro che un rumore propagato dalle onde sonore… E subito dopo si abbandonò senza resistenza al tranquillo stormire, che era un po’ triste ma suggeriva qualcosa di elevato e allargava il petto…”

A occhio e croce direi che siamo dalle parti di Eichendorff.

Alla fine, dopo tre giorni di passeggiate per campi e per boschi, gite in barca sul lago, visite del parco e del castello, e soprattutto raffinato dileggio linguistico di sé e degli altri, cosa rimane, qual è il succo del fine settimana degli innamorati?

“Desiderio inappagato del compimento! Qui, così sentiva, c’era tutto, c’era l’autunno, il chiaro, chiarificante autunno, c’era Claire, tutto, eppure qualcosa lo spingeva a proseguire, i piedi volevano muoversi in avanti, da qualche parte c’era una meta, impossibile da raggiungere! […] Cos’è che non ci dà pace dove siamo, che ci spinge a continuare, più avanti, più in alto? – Non è la primavera, perché è qualcosa che c’è in tutte le stagioni; non è la giovinezza, poiché è un impulso che avvertiamo a tutte le età; non è Claire, c’è anche senza di lei. […] Essere felici, ma mai soddisfatti. Non lasciare che il fuoco si spenga, mai, mai! […] Non c’è desiderio più profondo di questo: il desiderio di compimento. E non può essere appagato…”

Nel 1912, il ventiduenne protagonista (autobiografico) di questo racconto, a dispetto dei suoi gentili sarcasmi, non arriva più in là di un romanticismo stantio vagamente spruzzato di dopobarba nietzschiano. Immagino che il successo dell’opera sia in parte dovuto a questo: al pubblico fa piacere trovare nei libri quello che conosce già.

Nonostante il suo indubitabile impegno per la pace, la giustizia e le libertà democratiche, e benché quando i tempi si furono fatti decisamente bui in alcune delle sue numerosissime (brutte) poesie abbia individuato nella rivoluzione l’unica via d’uscita e abbia spronato i proletari a farla, Kurt Tucholsky rimane un borghese ben intenzionato, probabilmente onesto, e infinitamente deluso dal fatto che il prodotto finale della borghesia tedesca sia stato il nazismo.

 

Ein Bilderbuch

 

Considerazioni finali? Sì, una: i tedeschi amano l’idillio. Su questo si potrebbe riflettere.

 

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[1] Rheinsberg. Ein Bilderbuch für Verliebte. Ne esiste una traduzione italiana: Il castello di Rheinsberg. Libro illustrato per innamorati e altro, Il Nuovo Melangolo 2003, che io però non conosco.

[2] Il (falso) nome è da leggere, mi pare, come un omaggio di Tucholsky a un certo tipo di scelta politica, ma anche come manifestazione liminare dell’ironia venata di benevolo sarcasmo a cui si limita in questo racconto – forse anche per l’atmosfera naturistica e campestre che lo pervade – la presa di distanza dalla mentalità guglielmina.

[3] Mi dispiace di non avere sottomano l’edizione italiana: avrei visto volentieri come la traduttrice Palma Severi rende il modo di esprimersi di Claire.

[4] «E un bue, fino in cima caricato, / di brodo di dado…»