DER TEUFEL STECKT IM DETAIL – Il diavolo si nasconde nel dettaglio. Una breve critica del pressapochismo.

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Leggevo ieri sera, su Minima&Moralia, un articolo della giovane Chiara Babuin, che si presenta su Linkedin appunto come “Articolista presso Minima&Moralia”. Non a torto, dal momento che regolarmente suoi articoli appaiono sul noto blog di approfondimento culturale.

Chiara Babuin dispone di una invidiabile formazione a tutto tondo che spazia dalle arti figurative al teatro al cinema alla filosofia psicologia antropologia etologia e etnologia, sapienze orientali yogiche e vediche, sutra mantra e tantra. Passando naturalmente per la Weltliteratur. Spazia parecchio la signora Babuin. Spazia con invidiabile giovanile entusiasmo.

Più che spaziare vola, sorvola intere plaghe di umana spiritualità, non tocca quasi terra, non si preoccupa certo di trascurabili quisquilie quali la lingua italiana, la piega ai suoi voleri, la modifica con energica creatività.

Ad esempio sembra convinta, la signora Babuin, che l’avverbio “pedissequamente” abbia in italiano una connotazione positiva, poiché volendo lodare l’allestimento di una mostra dice: “Lo si vuole subito dire forte e chiaro: è così che si fanno le mostre d’arte: anni di studio, presentazione di un progetto chiaro, un allestimento pedissequamente ragionato e tanta, tanta passione e competenza.”(qui) O magari le sfugge che in italiano il verbo scaturire è intransitivo: “Le vere ragioni che lo scaturirono sono tuttora ignote.” (ibid.)

Quisquilie, bazzecole. Un fenomeno diffuso oltretutto. Resistere non serve a niente, eppure la coscienza impone di farlo.

Credo in effetti che sia una questione di coscienza. Una questione morale. La disinvoltura nei confronti della lingua, questo accomodarsela come ti pare, che non ha nulla a che vedere con la sua naturale e necessaria evoluzione, è il sintomo di una più vasta disinvoltura che attraversa tutti i campi: il comportamento privato e sociale, la politica, la cultura.

E di disinvoltura culturale vorrei parlare a proposito dell’articolo di Babuin linkato in apertura. Babuin recensisce una messa in scena romana del Cyrano di Rostand e si lancia in una complessa disquisizione su amore e linguaggio, che nei commenti qualifica di “essenza” dell’articolo, sulla quale non ho nulla da dire dal momento che è un’essenza troppo volatile perché il mio naso possa apprezzarla. Vorrei però fare un’altra osservazione. Non ho ragioni di dubitare che Babuin abbia assistito allo spettacolo teatrale che recensisce. Ho invece il forte sospetto che non abbia letto il testo di Rostand che interpreta così furiosamente. E questo non soltanto per le “sviste”, come le qualifica Babuin in risposta alle mie divertite osservazioni – ancorché la “svista” sulla Borgogna valga da sola un razzie award per la critica letteraria. Ma perché le sue osservazioni su certi “caratteri”, ad esempio Roxane o Christian, non convincono, come se Babuin conoscesse, dell’opera, una versione “tagliata”.

Naturalmente la mia è soltanto un’ipotesi (benché la Borgogna…), ma rende conto di un’impressione diffusa: che per questi entusiasti dell’interpretazione e del volo interpretatorio il testo sia in definitiva questione di poco conto, che si può anche tralasciare se uno ha fretta, ci si informa un po’ così e poi via che si va.

Via che si va!

Via che si vola!

Via che si casca.

Sbadabam.

 

P.S.: Dopo avere starnazzato sull’irrilevanza delle sue sviste, la signora Babuin ha comunque provveduto a correggerle, il che mi costringe ad aggiungere, per comprensione, questa breve nota: il primo atto del Cyrano si svolge, naturalmente a Parigi, all’Hôtel de Bourgogne, che fu nel XVI e XVII secolo uno dei teatri della capitale. Cyrano vi assiste a uno spettacolo e vi succedono diverse cose. La signora Babuin conosce così bene l’opera che aveva capito, e scritto, che essa si svolge in Borgogna.

 

 

 

 

 

I VIZI CAPITALI 6. L’AVARIZIA

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Joachim von Sandrart il Vecchio, Donna che conta monete

 

Mi è sempre sembrato che tutto ciò che non è generosità sia avarizia.

(Tenere qualcosa – quasi tutto – per sé, quando sempre altri sono nel bisogno.

Perché dov’è il confine? A partire da dove si è autorizzati?)

Così però è impossibile vivere.

Ciò che chiamiamo virtù è uno scendere a patti col vizio.

 

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George Desmarées, Ritratto di Esther Barbara von Sandrart

 

O invece: la generosità è tutta nel gesto. Si esaurisce in esso, non c’è né prima né dopo, non c’è durata. Non è un fatto di buone abitudini (la virtù nel senso classico). Non è un fatto di risultati (filantropia) o di percentuali (le decime). Il gesto che dona è bello. Il gesto che trattiene è brutto. Avarizia e generosità sono un fatto estetico. La virtù è un fatto estetico.

Dunque in sospetto di narcisismo.

Perché ammesso anche che la tua destra non sappia cosa fa la tua sinistra – tu sarai sempre lo spettatore di te stesso.

 

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I VIZI CAPITALI 5. LA LUSSURIA

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Chi non si è mai domandato cosa ci facciano Paolo e Francesca nel cerchio dei lussuriosi? O Didone, o Tristano, o tante fra le altre “donne antiche e ’ cavalieri” per cui batte simpateticamente il nostro cuore e del cui destino perfino l’arcigno Dante si sente partecipe, tanto da esserne “quasi smarrito”.

Credo che tutti abbiamo una nozione spontanea del comportamento lussurioso: è quel comportamento in cui l’altro non è che il mezzo per il raggiungimento del piacere, il che significa: in cui l’altra persona è intercambiabile – al massimo all’interno di un tipo (c’è a chi piace alta e bionda, chi la preferisce mora e piccolina). Ma Paolo e Francesca non sono affatto intercambiabili l’uno per l’altra, il loro comportamento erotico ha un’intenzione precisa verso quella persona e solo quella. Caso mai, se volessimo farci i fatti degli altri, potremmo ipotizzare che Francesca, prima di innamorasi di Paolo, abbia magari cercato, la povera, di cavare qualcosa anche per sé dal legame coniugale con Gianciotto – non lo affermiamo, abbiamo di lei un’opinione troppo alta, ma sarebbe pure umano. Ecco, lì avremmo la lussuria.

Facciamo anche la tara di un romanticismo da cui Dante, a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, era per forza esente (però qualcosina, nella forma di una nostalgia gotica, ogni tanto compare); rimane che un paio di riflessioni doveva avercele fatte – non fosse perché a lui, all’età di dodici anni, hanno combinato il matrimonio con Gemma Donati e quella si è dovuto tenere. Allora, i rapporti coniugali con questa sconosciuta, in che casella li rubricava? Mettiamo anche che avesse per lei la famosa massima stima e massimo rispetto su cui pare si fondi l’onesto matrimonio – quel che succedeva sotto le lenzuola cos’era, se avrebbe potuto e dovuto succedere con qualsiasi altra donna che la famiglia avesse scelto per lui? (quindi con una donna intercambiabile).

Ma lasciamo stare le lenzuola di Dante, immagino che siano l’oggetto di una sterminata letteratura che non conosco, perciò mi ritiro in buon ordine. Mi pare evidente che il tentativo di scardinare il secondo cerchio con l’idea romantica dell’amore che santifica la sessualità non ci porta lontano. Paolo e Francesca lì sono e lì restano, almeno fin che dura la Commedia. Proviamo ad abbordare il problema da un altro capo, cioè a partire dal concetto di acrasia che domina tutta questa prima parte dell’inferno. I lussuriosi non sono stati in grado di dominare, o piuttosto di temperare l’istinto sessuale, per questo sono puniti. Cioè, ciò che è punito è l’eccesso. Poiché però francamente non abbiamo dati relativi alla frequenza con cui Paolo e Francesca, Enea e Didone, Tristano e Isotta cedevano all’istinto sessuale, dobbiamo concludere che la sessualità è sempre un eccesso, è sempre e comunque fuori dalla grazia di Dio (così come si dice che uno in preda all’ira è fuori dalla grazia di Dio, o ha perso il lume della ragione), e che soltanto la sua irreggimentazione nel matrimonio la priva (in più di un senso) dell’aculeo del peccato e, diciamo, la neutralizza. Ancor meglio se provvista di istruzioni per l’uso. Martin Lutero, ad esempio, si è premurato di indicare una frequenza ottimale: due volte la settimana (“In der Woche zwier, schadet weder ihm noch ihr“).

Ci vediamo dunque costretti a modificare la nostra nozione spontanea di comportamento lussurioso: in quella che potremmo chiamare un’economia di sussistenza, e naturalmente attenendovi al mode d’emploi, portatevi pure a casa, come meglio potete e sapete, quanto più godimento personale riuscite a spremere. Se è con il coniuge legittimo, è tutto a posto.

 

Fatima
Da notare l’aria incazzata della santa.

LA QUESTIONE DELLA LINGUA 2. Un’anchilosi mortuaria

 

L’Espresso dello scorso 7 ottobre offriva “un decalogo di parole-chiave per uscire dal buio” proposte e commentate da alcune sue firme. La parola-chiave di Giuseppe Genna è “popolo”, e il suo contributo (che potete leggere qui) comincia così: “Il popolo è il tutto nel tutto”. Affermazione difficile da contraddire – più che altro perché non vuole dire niente. “Definisce”, continua Genna, e si suppone che il soggetto sia il popolo, “una comunità di lingua, di immaginario e di urgenti bisogni.” Anche qui, mah, può darsi, niente da dire, tranne forse che gli “urgenti bisogni” fanno pensare alle singolari edicole per cui l’imperatore Vespasiano istituì una tassa. Ma la frase su cui vorrei soffermarmi è la seguente: “È la parte vivente dello Stato, che senza il popolo appare la macchina celibe di un’anchilosi mortuaria”.

Quindi: senza il popolo lo Stato è “macchina celibe”. Si potrebbe supporre che, in virtù di un ardito balzo analogico, “celibe” in questo contesto voglia dire “orbato, privo” – pensa il lettore che non conosce la mariée mise à nu. A questo punto però integrando “di un’anchilosi mortuaria” avremmo una macchina priva di anchilosi (e lasciamo pur stare quel “mortuaria”): cioè lo Stato senza il popolo sarebbe una macchina che funziona bene.

No, Genna non può aver voluto dire questo, pensa il volonteroso lettore. Ricominciamo da capo. È evidente che la “macchina celibe” non tollera specificazioni: lo Stato senza il popolo è qualcosa di monco punto e basta. Ma allora qual è il rapporto fra la macchina celibe e l’anchilosi mortuaria? La preposizione “di” potrebbe indicare appartenenza: nel caso di uno Stato senza popolo siamo in presenza di un’anchilosi mortuaria che dispone di una macchina celibe. Insomma con l’aiuto di un mezzo meccanico, per quanto incompleto, l’anchilosi in qualche modo va. O no?

No, mi sa di no. Ricominciamo da capo. Cominciamo dal fondo, cioè dall’aggettivo “mortuaria”. Mortuaria non vuol dire mortale; cioè non stiamo parlando di un’anchilosi con prognosi letale, ma piuttosto di qualcosa di cupo, di funereo, di vagamente gotico, ceri accesi, drappi neri. Cioè, c’è un’anchilosi funerea, che non vuol saperne di muoversi, e una macchina che, pur essendo celibe, un po’ ce la fa a farla muovere; oppure che, essendo celibe, non ce la fa a farla muovere.

Sì va be’, ma celibe di che? Celibe del popolo, no? Come dire lo Stato è vedovo del popolo. Ma è vedovo o è celibe? Celibe, lì c’è scritto celibe. Una macchina però, a rigor di logica, dovrebbe essere nubile. Nubile o vedova? Vedova, il senso è vedova. Il marito è morto di una malattia degenerativa delle articolazioni. Ah, allora anchilosato era il marito! Sì, cioè il popolo. Il popolo? Be’, sì, direi di sì. O no?

“Un segno di luce”, dice L’Espresso, “per uscire dal buio”. Buio tutt’intorno, buio al governo, un buio da far spavento; ma il buio più buio la prosa di Giuseppe Genna.

 

 

IL CASTELLO DI RHEINSBERG. UN IDILLIO?

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Idillio n° 1

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Antoine Pesne, Ritratto di Federico II di Prussia (particolare)

A Rheinsberg, cittadina di 8.000 abitanti sull’omonimo lago, molte cose – la birra, i negozi di souvenir, la Deputazione di Storia Patria – sono all’insegna del Kronprinz, il principe ereditario. Il quale altri non è che il grande Federico prima che, alla morte del tremendissimo padre, si avviasse a diventare il grande Federico. Non crediamo di fargli torto affermando che il decesso di Federico Guglielmo I, nel 1740, debba essere stato per lui motivo di sollievo, se è vero che una decina di anni prima, nel 1730, i sistemi educativi feroci e dispotici del padre lo avevano spinto a pianificare la fuga dal regno, con meta l’Inghilterra (ci si renda conto, prego: un principe ereditario che fugge dal regno e cerca rifugio – oggi diremmo asilo – in un’altra nazione). Il piano era stato scoperto, il migliore amico del Kronprinz, Hans Hermann von Katte, ci aveva lasciato la testa, altri amici e amiche, colpevoli solo di aver condiviso la passione, necessariamente clandestina, del giovane Federico per la musica e la letteratura erano stati arrestati, indagati, imprigionati. La sedicenne Dorothea Ritter, figlia di un pastore protestante e colpevole di incontri musicali e passeggiate col principe, fu arrestata, frustata pubblicamente in sei punti diversi della città e rinchiusa per tre anni in uno Spinnhaus – sorta di manicomio-prigione femminile in cui finivano indistintamente malate mentali, mendicanti e soprattutto prostitute (di queste istituzioni parla diffusamente Foucault nella sua Storia della follia). Nel corso dell’inchiesta fu sottoposta a visita ginecologica per accertare se il principe avesse o no avuto con lei rapporti sessuali: non li aveva avuti, Dorothea era vergine.

Federico stesso fu arrestato con l’accusa di alto tradimento, imprigionato, gli schiacciarono la faccia contro l’inferriata della cella perché assistesse alla decapitazione di Katte (ma svenne prima), il tremendissimo padre era dell’idea di decapitare anche lui, fu salvato dall’intervento diplomatico di diverse corti europee.

Un’interessante atmosfera di famiglia. In ogni caso il tentativo fallito di fuga e la conseguente durissima repressione spezzarono la resistenza del principe. Capitolò, passò per tutti i gradi della punizione (detenzione nella fortezza di Küstrin, bassa manovalanza nell’esercito e nell’amministrazione, che gli vennero buone in seguito). Nel 1732 accettò senza mormorare il matrimonio con Elisabeth Christine von Braunschweig-Bevern e fu riabilitato. Il tremendissimo padre assegnò agli sposi il castello di Rheinsberg e qui il Kronprinz, affrancato dalla tutela paterna e non ancora oppresso dalle cure del governo, passò dal 1736 al 1740 gli anni più belli della sua vita.

Detto così si potrebbe equivocare. Non si allude, infatti, a un idillio con la giovane sposa di cui non gli importò mai molto (anzi, si potrebbe dire che non gliene importò mai nulla che andasse al di là dell’etichetta), ma alla libertà, finalmente conquistata, di occuparsi di ciò che veramente gli stava a cuore: musica, filosofia, letteratura, teoria politica. Nel castello ampliato e abbellito secondo le sue direttive si circondò di begli spiriti e, ove non poté direttamente circondarsene, curò vaste corrispondenze con l’intellighenzia di mezza Europa. La bellezza dei luoghi, il parco, il lago, le sale eleganti senza sfarzo, le dotte conversazioni, tutto contribuiva alla sensazione di aver realizzato un ideale privato: Rheinsberg, luogo dell’idillio.

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Si noti il Kronprinz, in piedi al centro della scena, con l’amato flauto stretto al petto. (Precisazione: le donne ci sono per bellezza)

 

Idillio n° 2

Il secondo nome legato a Rheinsberg è di parecchio posteriore. Siamo agli inizi del Novecento, per la precisione nel 1912, gli ultimissimi anni dell’età guglielmina. Il berlinese Kurt Tucholsky, studente ventiduenne già relativamente noto in campo pubblicistico, dà alle stampe il racconto Rheinsberg. Un libro illustrato per innamorati[1] – illustrato in effetti dall’amico Kurt Szafransky – che avrà un successo di pubblico strepitoso e durevole.

Prima e dopo la Grande Guerra Tucholsky, pacifista e antimilitarista, democratico di sinistra, sarà, sul modello di Heine, il critico lucido e instancabile della società e della politica tedesca – del nazionalismo e militarismo guglielmino come delle speranze tradite e della politica sempre più autoritaria e conservatrice della Repubblica di Weimar, del nazionalsocialismo che si affermava come della sostanziale acquiescenza sia da parte di una larga maggioranza della popolazione che da parte delle potenze europee. Stabilitosi a Parigi nel 1924 come corrispondente del settimanale Die Weltbühne, di fatto non fece più ritorno in patria, nemmeno quando la sua presenza sarebbe stata necessaria a sostenere i compagni di lotta (l’impressione è che non fosse precisamente un cuor di leone). Nel 1929 si stabilì in Svezia. Nel 1933 i nazionalsocialisti soppressero la Weltbühne, bruciarono i libri di Tucholsky e gli tolsero la cittadinanza tedesca. I suoi incessanti avvertimenti non erano stati ascoltati, quello che aveva temuto si era verificato (e si sarebbe verificato: la guerra gli sembrava la conseguenza necessaria della politica nazista), Tucholsky soffriva di depressione e aveva problemi di salute: lui che in passato aveva avuto bisogno di quattro o cinque pseudonimi per coprire la sua intensissima e brillante attività giornalistica smise di scrivere, ammutolì. Il 21 dicembre 1935 morì nella sua casa di Hindås, in Svezia, dopo aver assunto, intenzionalmente o per errore, una dose eccessiva di barbiturici.

Nel 1912 però la serie di catastrofi che comincerà con la prima guerra mondiale è di là da venire, della stoccafissica società guglielmina ci si fanno beffe senza prenderla troppo sul serio, la Belle Époque è agli sgoccioli ma si può far finta che durerà in eterno – soprattutto due giovani borghesi colti e benestanti, e per colmo di misura innamorati, possono far finta che durerà in eterno.

Rheinsberg, il libro illustrato del ventiduenne Tucholsky questo è: il racconto di un fine settimana che i giovani berlinesi Claire e Wolfgang – all’insaputa dei genitori di lei che la credono in visita a un’amica – trascorrono a Rheinsberg, dove alloggiano alla locanda del paese spacciandosi per i coniugi Gambetta[2].

Ciò che, nella lettura, fin dall’inizio spiazza e taglia le gambe a ogni rischio di sentimentalismo è una lingua insolita, tutta a salti, a connessioni incerte e aeree, che rispecchia il modo dei protagonisti di porsi di fronte alla realtà; un modo che deve essere a tutti i costi nuovo, inusitato, obliquo; che deve assumere un taglio e una prospettiva diversi da quelli dei comuni sudditi e cittadini: di coloro che restano acriticamente immersi nel solito modo di vedere le cose. In loro il linguaggio tiene luogo di azione e, a ben guardare, anche di passione, di sentimento:

“Nel complesso il loro stile era uniformemente distorto. Spesso si dicevano cose che c’entravano poco una con l’altra soltanto per poter usare questo o quel modo di dire, per irritare l’altro, per scuotere il suo equilibrio…”

Il linguaggio è la vera, e unica, rivoluzione di Claire e Wolfgang.

A questo effetto di libertà individuale attraverso la lingua contribuisce potentemente l’idioletto di Claire, vera colonna portante del racconto. Claire parla un tedesco tutto e solo suo, apofonico, sgrammaticato, pieno di sghembe proliferazioni sintattiche e desinenze di fantasia[3]. È un linguaggio spesso infantile, bambinesco, fintamente ingenuo o implorante: Claire, studentessa di medicina e sicuramente “testa forte”, gioca a fare la bambina che ha bisogno di protezione, che vuol essere accontentata, ecc. Dopo dieci pagine vorresti soffocarla con un cuscino, invece l’effetto sul grande pubblico, a quanto pare, è (stato) un altro. Un esempio:

“«Wolfgang?»

«Claire?»

«Me lo lassi fare? Eh? Una volta sola! Pe favore! Pe favore!»

Gli si pigiava addosso, lo accarezzava, gli faceva le moine…

«Cosa, bambina, cosa devo lasciarti fare?» Si districò.

«Dai, lassamelo fare! Non mi lassi mamai fare nienne! Mi piacerebbe taanto…»

«Ma cosa insomma?»

Lei taceva. Dal ponte fissarono di nuovo l’acqua che scorreva pigramente.

«Wolfgang», disse Claire con voce sognate, «vorrei, una volta, sputare nell’acqua…» E nei toni più acuti: «Me lo lassi fare?» Pigolando: «Sì?»

Glielo lasciò fare.”

A volte, francamente, i giochi linguistici di Claire sfiorano la genialità, come quando, davanti alla vetrina di generi coloniali allestita in modo da suggerire un Paese di Cuccagna, sta a lungo in silenzio e recita infine, con sentimento:

«Und einen Ochsen, ganz bepackt,

Mit Fleischextrakt…»[4]

Spesso i loro dialoghi sono vere e proprie recite, sketch estemporanei il cui scopo è la satira dei cliché borghesi :

“«Wolfi, è vero che non hai mannimai amato un’altra prima di me?»

«Mai!»

Gli dava una sensazione spumeggiante farsi beffe così del romanticismo borghese, di quello che i borghesi chiamavano amore, di quella bramosia di essere sempre il primo… Loro non erano, nessuno dei due, alla prima esperienza.”

Ma quando si viene al serio e al sodo, cosa troviamo se non un romanticismo che assomiglia molto a quello dei borghesi?

“Durante la notte si svegliò. Scostò cautamente le pieghe della tenda bianca appena mossa dal vento. La luna vagava come un fantasma fra gli alberi, da una parte un obelisco minaccioso gettava un’ombra netta. Le foglie stormirono. Perché reagiamo a questi fenomeni come a qualcosa di bello, sentì che si chiedeva. Non è altro che un rumore propagato dalle onde sonore… E subito dopo si abbandonò senza resistenza al tranquillo stormire, che era un po’ triste ma suggeriva qualcosa di elevato e allargava il petto…”

A occhio e croce direi che siamo dalle parti di Eichendorff.

Alla fine, dopo tre giorni di passeggiate per campi e per boschi, gite in barca sul lago, visite del parco e del castello, e soprattutto raffinato dileggio linguistico di sé e degli altri, cosa rimane, qual è il succo del fine settimana degli innamorati?

“Desiderio inappagato del compimento! Qui, così sentiva, c’era tutto, c’era l’autunno, il chiaro, chiarificante autunno, c’era Claire, tutto, eppure qualcosa lo spingeva a proseguire, i piedi volevano muoversi in avanti, da qualche parte c’era una meta, impossibile da raggiungere! […] Cos’è che non ci dà pace dove siamo, che ci spinge a continuare, più avanti, più in alto? – Non è la primavera, perché è qualcosa che c’è in tutte le stagioni; non è la giovinezza, poiché è un impulso che avvertiamo a tutte le età; non è Claire, c’è anche senza di lei. […] Essere felici, ma mai soddisfatti. Non lasciare che il fuoco si spenga, mai, mai! […] Non c’è desiderio più profondo di questo: il desiderio di compimento. E non può essere appagato…”

Nel 1912, il ventiduenne protagonista (autobiografico) di questo racconto, a dispetto dei suoi gentili sarcasmi, non arriva più in là di un romanticismo stantio vagamente spruzzato di dopobarba nietzschiano. Immagino che il successo dell’opera sia in parte dovuto a questo: al pubblico fa piacere trovare nei libri quello che conosce già.

Nonostante il suo indubitabile impegno per la pace, la giustizia e le libertà democratiche, e benché quando i tempi si furono fatti decisamente bui in alcune delle sue numerosissime (brutte) poesie abbia individuato nella rivoluzione l’unica via d’uscita e abbia spronato i proletari a farla, Kurt Tucholsky rimane un borghese ben intenzionato, probabilmente onesto, e infinitamente deluso dal fatto che il prodotto finale della borghesia tedesca sia stato il nazismo.

 

Ein Bilderbuch

 

Considerazioni finali? Sì, una: i tedeschi amano l’idillio. Su questo si potrebbe riflettere.

 

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[1] Rheinsberg. Ein Bilderbuch für Verliebte. Ne esiste una traduzione italiana: Il castello di Rheinsberg. Libro illustrato per innamorati e altro, Il Nuovo Melangolo 2003, che io però non conosco.

[2] Il (falso) nome è da leggere, mi pare, come un omaggio di Tucholsky a un certo tipo di scelta politica, ma anche come manifestazione liminare dell’ironia venata di benevolo sarcasmo a cui si limita in questo racconto – forse anche per l’atmosfera naturistica e campestre che lo pervade – la presa di distanza dalla mentalità guglielmina.

[3] Mi dispiace di non avere sottomano l’edizione italiana: avrei visto volentieri come la traduttrice Palma Severi rende il modo di esprimersi di Claire.

[4] «E un bue, fino in cima caricato, / di brodo di dado…»

PRINZ FRIEDRICH VON HOMBURG

 

Warentin

 

Questo è il nostro albergo a Warenthin. Si chiama Gasthaus “Am Rheinsberger See”, non ci si può sbagliare perché c’è solo quello; è a conduzione famigliare, ha 11 camere e un Biergarten, volendo si cena molto bene. In generale in Brandenburg e Mecklenburg, le zone attualmente depresse della ex-DDR, abbiamo mangiato molto meglio che all’ovest, incomparabilmente meglio che nelle città turistiche della Baviera e della Sassonia. Warenthin è una piccolissima località a una delle estremità sud-occidentali del Rheinsberger See. Oltre al Gasthaus ci sono dieci o quindici case per le vacanze e questo è tutto. Dall’altra parte della strada, asfaltata per i primi venti metri, c’è il lago; l’albergo ha un piccolo molo, la gente viene a cena con la barca. La stradina costeggia per poco il lago e si inoltra nel bosco dalle cui profondità era emersa.

Arrivare a Warenthin è stata un’avventura. Un po’ meno un’avventura che, il giorno del nostro ingresso nel Brandeburgo, cercare sotto la pioggia Päwesin all’estremità nord-orientale del Beetzsee (va da sé che la macchinina non ha un navigatore), un posto che neanche quelli che stanno nella città di Brandenburg sanno dov’è; un po’ meno avventuroso che a Päwesin ma comunque un’avventura. Avevamo stampato tutte le mail di conferma degli alberghi, però siccome da Warenthin ci avevano risposto soltanto: OK, va bene, quella non l’avevamo stampata e adesso che eravamo a Rheinsberg, sul lago, non ci ricordavamo né il nome della piccola località né quello dell’albergo. Non saprei dire se è una questione di arretratezza ex-dedeerrica o un problema di laghi e di boschi, il fatto è che in questa zona di laghi e di boschi internet funziona malissimo; quindi nessun accesso alla posta elettronica, quindi non sapevamo che pesci pigliare, quindi ci sentivamo proprio cretini finché non so, un lampo di memoria o un lampo di rete, e ecco avevamo il nome: a Warenthin dev’essere.

Le strade nei centri urbani della ex DDR, a cominciare da Dresda, ti accolgono con un acciottolato rozzo e irregolare; molto vintage e bello da vedere, ma a percorrerlo hai l’impressione che la macchinina debba disfarsi da un momento all’altro. Qui, oltre alla chaussée tutto intorno al castello di Federico II, il suo amato castello di quando non era ancora Federico II ma soltanto der Kronprinz, oltre alla chaussée tutto intorno al castello sul lago, e proprio a partire da questa, per arrivare a Warenthin ci sono cinque chilometri di strettissimo e irregolarissimo acciottolato in mezzo a un bosco pieno di cervi, cinghiali e altri animali selvatici. I tedeschi che abbiamo incrociato sul percorso invece erano domestici.

Nell’albergo di Warenthin a conduzione famigliare c’era un cameriere, o forse anche capocameriere, un ragazzo giovane, alto, snello, col grembiulone nero a metà polpaccio e un’aria molto compresa, che si materializzava a intervalli regolari fra i tavoli del Biergarten a chiederti se avevi bisogno di qualcosa. Non so se fosse uno studente che si guadagnava due soldi durante l’estate o un cameriere di professione; di sicuro aveva un’aria nobile, appariva conscio dei doveri connessi al ruolo ma ben deciso a non tollerare familiarità. Ci trattava con un filo di superiorità appena benevola. Il secondo giorno, al pomeriggio, ci chiese se eravamo già tornati dal giro in canoa. Lo sospetto di aver saputo benissimo che non eravamo tipi da giro in canoa. Questo misto di serietà e bonaria, appena percettibile presa per il culo non mi dispiaceva, lo trovavo interessante, interessante la formalità con sospetto di psicopatia, interessanti i tratti del viso aristocratici, per nulla smentiti dal modo inimitabile con cui appoggiava sul tavolo le due birre piccole. In breve: l’avevo soprannominato Prinz Friedrich von Homburg, ipotizzando in lui, oltre al gentile aspetto, il dissidio fra una felice, tramontata spontaneità, e una superiore coscienza della forma e delle regole.

E poiché del Principe di Homburg abbiamo parlato, vi traduco, passim, un altro capitolo dalle Wanderungen di Fontane: “La tomba di Kleist”[1].

“Un terzo e ultimo punto nelle vicinanze del casino di caccia Dreilinden è la tomba di Heinrich v. Kleist sulle rive del piccolo Wannsee[2]

[…]

Alla confluenza dei due sentieri mi unii a un gruppo, quattro persone e un pinscher, i quali tutti, pinscher compreso, compivano il pellegrinaggio col buon umore che da che mondo è mondo accompagna ogni visita a una tomba. Era gente di ceto modesto, sul cui marcato carattere di borghesi di sobborgo, per me che sentivo i loro discorsi, non potevano esserci dubbi.

La figlia camminava un passo avanti agli altri. «Pare che fosse così tremendamente povero», disse girandosi a metà e giocando con un grosso medaglione appeso a una catenina. «Un poeta così famoso! Non riesco neanche a immaginarlo.»

«Proprio così, Anna», disse il padre. «Ma a quei tempi eravamo tutti poveri. E naturalmente i nobili erano i più poveri di tutti. Però era colpa loro. Prima tutta quell’alterigia, poi il patatrac e la batosta[3]. Be’, grazie a Dio queste cose non succedono più. Adesso abbiamo Bismarck.»

«Ah, Herrmann» lo interruppe una signora piuttosto ben messa, alla quale il cammino, benché breve, cominciava a sembrare troppo lungo, «per favore, quello lascialo stare. Qui siamo da Kleist. E poi non è vero che fosse così povero, solo deve averla tremendamente amata.»

«Per l’amor del Cielo, Dio scampi» disse l’uomo come se si trattasse della cosa più incredibile del mondo.

Fra questi discorsi avevamo raggiunto un punto in cui la stradina attraverso il prato sembrava finire nel nulla. Solo guardando attentamente scorgemmo un sentiero che procedeva tortuoso fra erbacce e cespugli. Era questa la nostra strada? Almeno un tentativo bisognava farlo, ed ecco che dopo nemmeno cento passi avevamo raggiunto la meta e ci trovavamo davanti alla tomba che, discosta e solitaria, in un luogo ombroso, mostrava lo stesso carattere cupo della vita che qui si era conclusa. Nemmeno il restauro, dopo anni di abbandono, ha potuto modificare questa impressione. Una cancellata di ferro fra quattro pilastri di pietra delimita la tomba su cui si trovano due lapidi: un obelisco tronco di epoca più antica, e un blocco di marmo tagliato obliquamente a mo’ di leggio, di tempi più recenti. Sull’obelisco tronco trovammo un mucchietto di terra in cui una mano ingegnosa, forse nemmeno un’ora prima, aveva infilato un mazzo di fiori di campo raccolti durante il cammino. Ai piedi dell’obelisco, sul marmo obliquo, si leggeva:

Heinrich von Kleist

Nato il 10 ottobre 1776, morto il 21 settembre 1811[4].

Egli visse, cantò e soffrì  in tempi difficili e cupi,

cercò qui la morte e trovò immortalità.

La figlia lesse i versi a alta voce, e che fosse la prossimità della tomba, o anche soltanto l’imbarazzo in cui così tanti di noi cadono quando sentono recitare versi (un residuo di rispetto nei confronti degli antichi bardi e profeti), il fatto è che tutti ce ne stavamo in silenzio e il silenzio era come un omaggio e una preghiera.

[…]

Ora di fianco alla figlia camminava un giovanotto legato a lei dal doppio vincolo dell’amore e degli affari. Questi cercò di riprendere il discorso letterario interrotto all’andata, partì a parlare di Caterina di Heilbronn[5] e utilizzò l’espressione “angelica creatura”.

Scelta infelice, perché Anna, che con ogni evidenza aderiva al principio materno: «educarli fin dall’inizio», replicò piccata: «Non so proprio, signor Behm, cosa ci trovi di tanto angelico. A me sembra semplicemente innaturale, questo eterno correre dietro e farsi andar bene tutto. E ha come unico risultato di guastare gli uomini, che già non valgono nulla.»

Il giovanotto voleva protestare energicamente, ma la madre si inserì e affermò perentoria: “Ben detto, Annina… Sì, signor Behm, Anna ha ragione.»

E ora eravamo di nuovo al punto in cui le nostre strade si dividevano, ragion per cui sollevai il cappello e mi congedai nel modo più compito. Ciononostante non feci fatica a capire dagli sguardi e dai gesti che, per usare un’espressione blanda, mi stavano valutando molto criticamente, e che soltanto la madre era decisamente a mio favore. Il che peraltro mi tranquillizzò sul risultato finale della discussione.” 

 

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(La didascalia è di mano di Theodor Storm, altro celebre scrittore tedesco (1817-1888), e dice: “La tomba e il luogo della morte di Heinrich von Kleist non lontano da Potsdam. Disegnato per me dal vero a Potsdam da Hermann Schnee, all’epoca studente liceale, in seguito pittore paesaggista.” )

Alla tomba di Kleist non siamo stati. Abbiamo visto invece, nel parco del castello di Rheinsberg, la piramide tronca che è il monumento funerario di Enrico di Prussia, cui toccò la disgrazia di essere il fratello minore del grande Federico.

Ma di questo parlerò magari in un altro post.

 

[1] Il 21 novembre 1811 Kleist si suicidò assieme all’amata Henriette Vogel, malata di tumore. Qualche informazione sul suicidio e sulla tomba qui (ma i versetti di Matteo non c’entrano nulla, chissà come ci sono finiti).

[2] Lago alla periferia sud-occidentale di Berlino, fra Berlino e Potsdam.

[3] Il signore si riferisce alle guerre napoleoniche (in particolare alla battaglia di Jena, 1806) e all’occupazione della Germania (ca. 1804-1815) e specificamente della Prussia da parte dei francesi. Questa occupazione, che è all’origine del nazionalismo tedesco, uno non se la deve immaginare come se i soldati francesi andassero cortesemente di casa in casa a distribuire copie del Codice Civile. Fu un’occupazione dura, seguita a una guerra voluta da Napoleone, piena di soprusi e crudeltà come tutte le occupazioni, vissuta malissimo dalla popolazione, che in particolare in Prussia era esasperata dall’atteggiamento titubante e sostanzialmente imbelle del sovrano Friedrich Wilhelm III. Kleist stesso, durante l’anno che precedette il suicidio, era ossessionato dall’idea di assassinare Napoleone.

[4] Le date sono sbagliate – sia perché la lapide vista da Fontane recava una data di nascita erronea, sia perché Fontane stesso sbagliò a riportare il mese della morte. Le date corrette sono: 10. 10. 1777 – 21.11.1811

[5] Caterina di Heilbronn (Das Käthchen von Heilbronn) è un dramma cavalleresco e fiabesco di Kleist, la cui protagonista Caterina, figlia di un fabbro (quindi appartenente al popolo), quasi trascinata da una forza superiore o come se si trovasse in uno stato sonnambolico, effettivamente “corre dietro” a un conte – gli corre materialmente dietro incurante di ogni genere di ostacolo. Finché non si scopre che Caterina è figlia naturale dell’imperatore, il quale la integra nello stato nobiliare che le compete e il matrimonio può aver luogo.