ERMENEUTICA AUTODIEGETICA DIGESTIVA (dove appare che, procedendo rigorosamente, da tutto si cava tutto)

Il mio secondo ex-marito lamenta che nei sonetti di Halloween, a parte che da qualche parte c’è una zucca, non ci ha capito niente. Provvedo l’esegesi riportando i testi per comodità del lettore.

Sonetto I

L’uso giunse a San Polo da Bologna.

Parenti progrediti, cittadini,

Sotto sera munirono i bambini

Di una zucca, secondo la bisogna

 

Svuotata e incisa. E lì, quando trasogna,

In uno dei crepuscoli ottobrini

Campagnoli ed enormi, i due lumini

Vagarono la strada. Li rampogna

 

La megera ignorante col forcone

Che non sa di scherzetti o di paura.

Più tardi la provincia si ammoderna;

 

E là in cima all’armadio l’arancione

Inutile ora zucca fu figura

Della sollecitudine materna.

 

Già dal primo verso il sonetto appare incentrato sulla contrapposizione fra la città colta e grassa (Bologna) e l’ignoto San Polo, che letto insieme al “campagnoli” del verso 7 e alla “megera ignorante col forcone” (v. 9) si rivela cifra per luogo rustico e incivile (e anche un po’ pericoloso).

Ma il topos, stantio, è subito ribaltato all’inizio della seconda quartina, dove l’essere “progrediti” dei “cittadini” si concretizza in una zucca “svuotata e incisa” (v. 5). La crudezza dei participi in posizione forte (inizio di verso) suggerisce una visione della città come luogo affilato, come bisturi chirurgico che resecando svuota di ogni materia molle, di ogni tenerezza, umanità, approccio dell’altro, disponibilità all’accoglienza e timor di Dio.

Tuttavia nella seconda quartina il sadismo dell’incidere con attrezzo acuminato, la chiara metafora sessuale, il perverso piacere della sevizia si trovano poeticamente trasfigurati, come attraverso una nebbiolina autunnale (cfr. i “crepuscoli ottobrini”, v. 6), nei “lumini” del verso 7: i cilindretti di cera nella povera camiciola di latta, le cui fiammelle vacillano sulle tombe il giorno dei morti; pur mantenendo la parola e la cosa l’ambiguità del lumino scaldavivande, il brillio degli Stövchen nordici, luogo di calore sotto la capace teiera nelle tenebre del lungo inverno. Tanto più che la zucca “svuotata e incisa” è, di fatto, una specie di Stövchen.

È dunque un sonetto all’insegna dell’ambiguità, del capovolgimento dialettico, della vaghezza heideggeriana, della destrutturazione derridiana risolvibili soltanto in sede estetica – che chiude infatti il componimento nella metafora della “sollecitudine materna”: la mano di grazia, l’intervento oltreumano che (in figura) risolve l’irrisolvibile, e che infatti della viva zucca violata e seviziata fa un totem, un feticcio, un oggetto semisacro di contemplazione, un manufatto artistico (una zucca di terracotta dice il titolo) elevato alla trascendenza, necessariamente polverosa, di una sommità di armadio.

Sonetto II

Sono in panni di boia o di vampiri

– Il cappuccio coi buchi gli va stretto –,

Ognuno ha già raccolto quasi un etto

Di caramelle e un pacco di krumiri.

 

Nel lusco della sera li rimiri,

Scesa in strada consideri l’effetto,

L’effetto dell’aspetto e l’altro effetto

Che fa su te vederli andare seri

 

Verso il buio sgranato che li ingoia.

Più tardi sono come adulti a cena:

Li impacci se gli servi la polenta;

 

Stai in disparte per non dargli noia,

Mentre col lume nella bocca piena

Inutile la zucca si arroventa.

 

Questo secondo sonetto, che potremmo chiamare un sonetto di formazione, è dominato in modo inquietante dalla crudeltà: a partire dai “boia o vampiri” del primo verso fino alla zucca sottoposta alla tortura del fuoco nell’ultimo.

Il singolare percorso iniziatico riguarda un (piccolo) gruppo di adolescenti maschi addestrati all’esercizio della crudeltà, banalizzata (la banalità del male di arendtiana memoria!) dall’irrisoria ricompensa: caramelle e biscotti.

La scena è vista e commentata dalla prospettiva di un personaggio femminile (“scesa in strada”, v. 6), presumibilmente materno, che assiste perplesso e impotente al procedere dei bambini/adolescenti verso l’età adulta, metaforizzata dal “buio che li ingoia” (v. 9). La maturità come luogo oscuro del male spaventa la donna, ma non gli adolescenti che assumono il percorso con serietà (“seri”, v. 8) e determinazione.

Nelle terzine la formazione è conclusa e la frittata (rappresentata, con ardito salto ingredienziale, dalla polenta) è fatta: gli adolescenti siedono a cena (di nuovo la ricompensa) “come adulti” (v. 10). Il personaggio femminile, portatore di un umanesimo obsoleto, è respinto al margine dalla corrente della storia mentre la zucca/vittima, in un sarcastico raffinamento di crudeltà, soffre atrocemente  con “la bocca piena” (v. 13).

A conclusione dell’esegesi possiamo osare un’ipotesi: che l’autore dei sonetti sia in realtà Padre Amorth (nella foto), esorcista della diocesi di Roma e da sempre avverso alla celebrazione di Halloween.

Padre Amorth

TRASMIGRAZIONE

Metempsicosi

 

L’anima di sua nonna

– che non aveva molto amato poiché era difficile amarla,

essendo oltremodo severa, incapace di amare, intimamente fascista e un po’ sadica

(provava piacere a punire e era felice di scoprire motivi di punizione) –

la visitò una volta in forma di cavalletta verde, un insetto che le causava repulsione.

La aspirò con la lancia dell’aspirapolvere.

Non fu facile perché la cavalletta avvertendo il risucchio saltava,

alla fine però fu aspirata e risalì fulmineamente il tubo con un rumore secco.

 

Un’altra volta l’anima di sua nonna – o almeno pensò che potesse essere lei –

se la trovò sulla ceramica bianca dello sciacquone, andando in bagno,

una macchia triangolare che la paralizzò con la mano sulla maniglia,

un calabrone immobile sul bianco, doveva agire in fretta e non sbagliare.

Innestò la lancia

fece partire il motore all’ultimo e aspirò.

Per un po’ nel corpo dell’elettrodomestico, nel sacchetto pieno di polvere compressa,

il calabrone continuò a urtare con schiocchi sinistri.

 

La terza volta, all’inizio dell’autunno, la vide che camminava,

una cimice scolorita, di un marrone marcio, sul ripiano del tavolo.

La catturò con una striscia ripiegata di carta igienica e tirò lo sciacquone.

Quando ripassò per caso,  cinque minuti dopo, la cimice nuotava febbrilmente nel water.

Al secondo scroscio fu ingoiata dal condotto.

 

L’anima di sua nonna smise di visitarla.

 

Più o meno in questo periodo cominciò a sentirsi sola.

 

CUORE E INTELLETTO

Holderlin

A partire da un suo articolo su La lucina di Moresco, ho avuto con Raffaele del Collezionista di letture un piacevole e proficuo scambio di opinioni che mi ha portato a riflettere sul ruolo e sul valore della fantasia e della visione nella narrativa in generale (riflessione per nulla conclusa), e sull’innegabile vena barocca della narrativa italiana, che Manzoni si è inutilmente adoperato di irreggimentare visto che nel secolo seguente è riesplosa alla grande.

Dedico a Raffaele la traduzione di un distico (abbastanza noto) di Hölderlin, che forse non c’entra tanto ma forse un po’ sì:

 

Guter Rat – Buon consiglio

 

Hast du Verstand und ein Herz, so zeige nur eines von beiden,

Beides verdammen sie dir, zeigest du beides zugleich.

 

Se hai intelletto ed un cuore, mostra uno soltanto dei due,

Tutt’e due li condannano, è certo, se a un tempo mostrare li vuoi.

 

Hölderlin se la prende col kantismo esasperato da un lato e col romanticismo trabocchevole dall’altro, che pensano di risolvere la (parziale) aporia della propria posizione semplicemente assolutizzandola. Ma se a cuore/sentimento sostituiamo visione/fantasia, ecco che secondo me abbiamo materia di riflessione sulla tendenza di una certa narrativa a non ammettere che queste – perlomeno in forma esplicita – o eventualmente a inserirle in una struttura concettuale nota, tendenzialmente scontata e comunque esterna. In ballo ci sono scrittori come Antonio Moresco, Maurizio Salabelle, Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni (?) e sicuramente altri. Join the discussion!

 

ELOGIO DELLA CASTITÀ

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Quando il Decano Wurt entrò nella stanza, Dom Baliano, il Priore dei Lunghi Mantelli, nascose nelle pieghe del suo (un finissimo panno nero con orlature viola) l’amante-scricciolo che non aveva avuto il tempo di congedare.

Il Decano notò un movimento fra le falde, ma intanto il mantello era di Dolce e Gabbana, e poi il viso del Priore appariva così brunito, così ripiegati negli angoli gli occhi e la bocca come mesti beccucci di teiera, che preferì far finta di niente. Sedette su uno scranno di pietra. Benché un piccolo fuoco crepitasse nel camino pure di pietra la stanza era fredda, il che spiegava che il padrone di casa sedesse avvolto nel mantello. Il Priore fece cenno al servente che versò l’idromele e si ritirò.

– L’immoralità, si lamentò il Decano davanti alla coppa, dilaga.

– Oh, è terribile, rincarò il Priore, e la castità non è tenuta in nessun conto.

– Peggio, è dileggiata; è diventata una vergogna da nascondere.

– Giusto: più si fornica più si vale. Questa è la lezione del mondo, in barba ai gigli di San Luigi.

– E alla verga fiorita di San Giuseppe.

– E alla chierica di Sant’Antonio.

– E alla colomba di Sant’Eulalia.

– E ai testicoli di Origene.

– Quello però non era un santo.

– Giusto. Torniamo a noi. E quindi?

– E quindi dobbiamo fare qualcosa, disse il Decano.

– Una crociata! esclamò il Priore. Una crociata della castità! E riunì più saldamente i lembi del mantello perché l’uccelletto nascosto fra le pieghe, al quale aveva pur detto di non muoversi, cercava di saltellare e frullava le ali.

– Sì, disse il Decano spaventato dalla mole di lavoro che sarebbe stata necessaria, ma chi la organizza?

Dom Baliano offrì i suoi servigi sperando di aggiungere al viola del bordo una passamaneria di certi colori che sapeva lui.

Discussero a lungo i dettagli: le giornate di preparazione, i campi giovani, la mensa dei campi giovani, le latrine dei campi giovani, le divise degli scout della castità, se dovessero o no portare una fascia bianca al braccio come il giorno della cresima, e dove fosse opportuno collocare le sentinelle antilibidine, e di quali armi si dovessero dotare. Durante tutto questo tempo il Priore stringeva sempre di più il mantello per contenere i sussulti spasmodici della bestiola che non voleva saperne di star quieta.

Quando il Decano se ne fu andato, Dom Baliano frugò fra le pieghe del finissimo panno per estrarre l’amante mignon (ottantatré centimetri dalla sommità della testa all’estremità dei piedi. Gli piacevano piccole, delle bamboline). Ci rimase male, tanto che in faccia era tutto ripiegato in giù e sembrava proprio una teiera di peltro, quando il corpicino cadde mollemente sull’impiantito e egli dovette constatare che la cosina era morta soffocata.

LODE DEL PERDERSI. Estratto da una conversazione fra Andrea Cortellessa e Paolo Morelli

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[Paolo Morelli è autore, fra le altre cose, di Vademecum per perdersi in montagna, Nottetempo 2003, ed è presente col racconto Mannaggia alla Maiella! nell’antologia Con gli occhi aperti curata da Andrea Cortellessa per Exòrma, da cui è tratta la seguente conversazione.]

Andrea Cortellessa: In questo testo sulla Maiella […], come già nel Racconto del fiume Sangro, è come se la presenza di un’unità geografica, territoriale, ponesse un limite a questa entropia del senso, a questa decostruzione che connota la tua scrittura. La presenza fisica del luogo è per te come un bordone, una corda di sicurezza cui tenersi aggrappati.

Paolo Morelli: Il perdersi equivale al divagare, che anche secondo gli scienziati è il modo dominante del pensiero, la base su cui si costruisce tutto il resto, la concentrazione, i bei ragionamenti eccetera. […] Quanto ai luoghi in sé non so, mi pare che se ne possa parlare solo standone fuori, anche solo con la testa… a rigor di logica, di un luogo si può parlare solo se se ne è assenti. Altrimenti è un crampo del pensiero, induce a pensare che il mondo esista già prima della nostra espressione, e che non sia invece la nostra espressione a dargli forma. Ogni volta che raccontiamo qualcosa, e pensiamo di raccontare una “verità dei fatti”, quei fatti li stiamo inventando. Lo diceva Gianbattista Vico, che la memoria è la stessa cosa della fantasia; se io racconto la mia colazione di stamattina è chiaro che la sto inventando. L’aver dimenticato questo dato elementare è una delle ragioni dell’attuale miseria della narrazione, di questo diktat della drammatizzazione del reale, questo feticcio attorno al quale ballano un po’ tutti, la scarsità di pensiero che rende i libri insulsi, senza sapore, senza valore nutritivo.

Andrea Cortellessa: Per la Maiella evochi una categoria filosofica: “la confusione pulita che c’era forse all’inizio e dappertutto” […] Dunque questo disordine non caratterizza tanto il soggetto che percepisce, ma si trova nella realtà stessa. Gadda parlava della “baroccaggine” del mondo…

Paolo Morelli: La nostra epoca ha messo da parte questa percezione filosofica della confusione, dell’instabilità come base del pensiero e dell’esperienza. Ha prevalso una razionalizzazione maldestra, non solo il cogito cartesiano che ci portiamo appresso da quattrocento anni, è qualcosa che viene da ancora più lontano, da quando qualche migliaio di anni fa abbiamo inventato il mondo come oggetto mentre prima, appunto, c’era una completa perdita nel mondo… oggi è in atto un mutamento cognitivo che se affrontato con questi strumenti rischia di perdere l’umanità in quanto tale.

[…]

Non possiamo più pensare di esercitare un controllo; per stare al passo coi mutamenti in atto il nostro rapporto col mondo deve presumere una mancanza di controllo originale, originaria, primordiale; altrimenti non ce la facciamo, nessuno controlla in realtà più nulla. Molti fingono di farlo, quanto riusciranno ancora a far finta non lo so.

Da: Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi, a cura di Andrea Cortellessa, Exòrma 2016

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JOHANNES VON HILDESHEIM, Dei doni dei Magi e del loro significato

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“I Magi avevano con sé molti doni preziosi e ricchi gioielli. Questi tesori erano giunti in Caldea, in India e in Persia attraverso il re Alessandro di Macedonia; più tardi la Regina di Saba li aveva portati nel Tempio di Salomone, e dopo la distruzione di Gerusalemme i preziosi arredi e gli oggetti di inestimabile valore erano stati razziati dal Tempio e dal Palazzo per mano dei Caldei e dei Persiani. I Magi recavano ora questi antichi manufatti d’oro e d’argento, queste gemme e perle e pietre preziose dalla loro terra a Betlemme; di tutto volevano far dono al Signore.

Trovarono il Bambino esattamente nello stato di grande povertà riportato dai pastori. Nella capanna cadente, la luce della stella portentosa irradiava un tale chiaro splendore che tutti erano come in un fuoco. Furono talmente confusi da queste cose che dai loro bauli spalancati afferrarono quello che gli capitava sotto mano: il Re Melchior diede a Gesù trenta monetine d’oro e una piccola mela, pure d’oro, che si poteva stringere in una mano. Il Re Balthasar gli donò l’incenso, il Re Kaspar porse – con le lacrime agli occhi – un vaso di mirra. Erano in preda a un divino sgomento, ardevano di intima devozione e non fecero caso a nulla di ciò che disse Santa Maria. Udirono soltanto che disse piano, col capo un po’ chino: “Sia grazie a Dio”.

La mela d’oro che Melchior donò a Gesù era appartenuta anch’essa al grande Alessandro. La mela doveva significare il mondo. Alessandro l’aveva fatta fare utilizzando piccole parti del tributo che gli veniva da tutte le sue province e la portava sempre con sé. La racchiudeva nella mano come racchiudeva il mondo nel suo potere. Al suo ritorno dal paradiso terrestre aveva lasciato la mela in India.

Il significato dei doni dei Magi viene spiegato dai dotti in molti libri in diverso modo; sul perché il Re Melchior abbia donato a Gesù la mela c’è un generale consenso: la rotondità della mela indica l’infinito, infatti un globo non ha né inizio né fine. Il globo è il simbolo della sfera, dell’universo, e contemporaneamente simbolo della potenza di Dio, la quale comprende l’alto dei Cieli, il profondo dell’Inferno e i confini del mondo. Nella sua mobilità e mutevolezza  il globo è anche un simbolo del pentimento dei peccatori. Come la fede cristiana crebbe e si rafforzò, si diffuse il costume – dapprima in Oriente – per re e imperatori di tenere nella mano una mela d’oro come segno del dominio.

Fra le varie interpretazioni dei doni dei Magi, si dice anche che l’oro doveva aiutare Maria e il Bambino nel bisogno, l’incenso purificava l’aria pesante della stalla, e la mirra doveva tener lontani i vermi dal Bambino.

Bisogna sapere inoltre che si usa in Oriente, in occasione dell’ingresso di un sultano o di un re in una città o in un villaggio, bruciare davanti alle case incenso o mirra. Chi non lo fa, viene considerato ribelle e punito, poiché questo olocausto di aromi significa fino al giorno odierno sottomissione e obbedienza nei confronti di Dio, dei simulacri degli dei e del re. Per questo è stato sempre più facile indurre i martiri a adorare i simulacri degli dei che non a bruciare incenso davanti a essi, e i Saraceni chiedono ai cristiani convertiti, come prova della loro sincerità, prima di tutto il sacrifico dell’incenso.”

Johannes von Hildesheim, La Leggenda dei Re Magi

Questo brano mi piace per due motivi.

Uno è il secondo paragrafo, dove lo stato di grande povertà del Bambino passa senza transizione nel chiaro splendore di fuoco della stella. Tutto il quadro – in particolare il fatto che i Magi siano talmente assorti nella luce da non cogliere nulla di quanto dice Maria, tranne alla fine la piccola frase e la posizione del capo – è surreale nel più puro senso di Breton.

L’altro è che vi appaiono evidenti i deliri dell’interpretazione.

A parte ciò, l’Epifania potrebbe essere una bella festa, piena di sfarzo, di lusso e di esotica voluttà. Però è sempre una festa triste, perché il giorno dopo ricomincia il quotidiano.

Nota filologica: il codice contenente la Historia beatissimorum trium regum di Johannes von Hildesheim, monaco carmelitano del XIV secolo, fu rinvenuto da Goethe nel 1819. Io ho tradotto dalla traduzione tedesca di Elisabeth Christern, DTV 1963. Mi sarebbe piaciuto avere a disposizione l’originale latino, per un confronto, ma non l’ho trovato. Cioè, ho trovato il codice, nudo e crudo, qui. Ho individuato il brano, che si trova alle pagine 27-29. Ma leggerlo tutto era veramente troppo faticoso; e in ogni caso per una corretta comprensione del testo, che vada oltre il puro livello sintattico-grammaticale, servirebbero competenze che non ho.

AVVENTO

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Nel Nordeuropa, si sa, il periodo natalizio è particolarmente magico. Le radici nel solstizio invernale si fanno sentire, e riesce quella miscela di spiritualità (non del tutto cristiana) e consumismo (non troppo spinto) che da noi non attacca; da noi siamo o tutti sparati sul versante del panettone, o virtuosamente arroccati in una magra religiosità di parrocchia.

Così, benché già da qualche decennio i calendari dell’Avvento, le corone dell’Avvento, i mercatini di Natale e altri usi nordici abbiano con un certo successo valicato le Alpi, rimane che qui l’atmosfera non è la stessa. Troppa nebbia padana, troppo sole mediterraneo, troppa miseria (in passato), troppa ricchezza (fino all’altro ieri).

Ho pensato dunque di offrire come strenna ai miei lettori la traduzione della poesia Advent del comico, attore e regista tedesco Loriot (nome d’arte di Vicco von Bülow, 1923-2011), tutta intrisa dell’atmosfera natalizia del favoloso nord.

Sono necessarie però alcune informazioni: come noi abbiamo Santa Lucia, così nei paesi di lingua tedesca il santo incaricato di portare doni ai bimbi buoni è San Nicola (Nikolaus, San Nicola di Myra, o di Bari), che si festeggia il 6 dicembre.

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Nikolaus è spesso accompagnato dal garzone Ruprecht (Knecht Ruprecht), che dovrebbe terrorizzare i bambini cattivi ma è anche, più genericamente e mitemente, colui che guida le renne e si occupa della logistica.

Ecco, ora sapete tutto e potete godervi il clima natalizio.

AVVENTO

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È azzurra la notte, trapunta di stelle,

Frusciando la neve discende da quelle,

Già sopra la cima dei giovani abeti

Un bianco pennacchio che luccica vedi,

E calda attraverso la buia foresta

Traspare una luce che è come di festa.

Davanti al camino, al chiaror della fiamma,

La moglie del Guardaforesta si affanna:

Nell’alto silenzio di notte di gelo

Il consorte ha badato a promuovere in cielo.

Poiché da gran tempo, nel fare i lavori,

Le era di impaccio sia dentro che fuori,

Fra sé e sé ha deciso, ma questo da un pezzo,

Per Santo Nicola lo tolgo di mezzo.

E all’ora che il cervo ricerca la tana,

Nel cóvo s’addorme la lepre balzana,

Lei prende la mira, non tira una piega,

Gli spara lo schioppo diretto nell’epa.

La lepre si desta a quel colpo di fuoco,

Arriccia il nasino, ma solo per poco,

Poi dorme di nuovo il suo sonno sicuro

Nel mentre le stelle rifulgono d’oro.

E dentro il salotto, sul tappeto grande,

Il sangue del Guardaforesta si spande.

Adesso madama si deve sbrigare

Il morto consorte per bene a smembrare.

Menando abilmente il coltello da caccia

Disloca le giunte dell’ex-guardiacaccia.

I pezzi ripone con ordine e cura

– Di che suo marito non ebbe mai cura!

Pei giorni di festa trattien del filetto,

Per farne un arrosto, una libbra più un etto.

Il resto lo avvolge – saran già le tre –

in carta d’argento con nastri lamé.

Quand’ecco da lungi tintinnan sonagli,

Abbaiano i cani da tutti i serragli.

Chi è che nel mezzo di notte sì fonda

In barba alla neve fa ancora la ronda?

È Ruprecht che guida la slitta dorata,

Cavalca di un cervo la groppa muschiata.

“O voi della casa! Avete qualcosa

Che ai poveri faccia la festa gioiosa?”

Del Guardaforesta la casa è innevata,

Ma pronta è la moglie e ben preparata:

“Questi otto pacchetti, vedete, sant’uomo,

È quanto posseggo da porgere in dono.”

Knecht Ruprecht governa le redini ardito

Che argentee tinniscon nel bosco romito.

Fiammella riarde protetta dal vento,

Occhieggia una stella: siam proprio in Avvento.

(Vicco von Bülow, traduzione mia, l’originale qui)

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BUON NATALE!