Il male immedicabile (un sogno del mattino)

stairway
Edward Hopper, Stairway

Il male immedicabile si manifesta durante l’ultimo sonno, quando credi di ripristinare, dormendo tardi, i ritmi circadiani sbilanciati da Battlestar Galactica nel freddo della notte, davanti al tubo catodico che si squaglia al crescendo forsennato dei wadaiko.

Poi, nella terra di nessuno dell’alba, ti trovi in una casa che ora, come sai, è vuota. Nelle scale aperte dalla cantina al sottotetto c‘è la traccia di una persona morta (un’istantanea senza supporto). Su un pianerottolo c’è una persona che, come sai, non c’è; nel sonno il paradosso ti sembra insopportabile.

È la proiezione di una lanterna magica; eidolon – benché invece, da un certo punto di vista, sia proprio lei, la persona. Però irraggiungibile, perché è chiaro che non si potrà rispondere alla voce che familiarmente ti parla dalla tromba delle scale. (Ma nemmeno lo sa).

Impossibile aggiungere qualcosa, riparare al detto e al non detto.

Uno stato delle cose siglato dalla morte il male inemendabile – o così ti pare, perché nel sonno dimentichi che, sin dall’inizio, nulla fu emendabile.

Nel vestibolo dove toglievate o mettevate le scarpe una persona che ha vissuto nella casa da bambino – nel sonno poco più di un bambino, un adolescente – aiuta, propone il da farsi. Però è strano che sia lì perché poi non ha più voluto viverci, non ci vive più, non ci sarà più in quella casa; di fatto non c’è, è come se non ci fosse, lo vedi ma sai che è un’immagine; eidolon, una nostalgia.

Nessuno che tu possa raggiungere. Nessuno davvero raggiungibile dalla bolla di tempo in cui stai come in un occhio di grasso nel brodo di un tempo più vasto.

La casa è tramontata. Oltre i vetri della porta-finestra un cane che fu sepolto in giardino lo attraversa di corsa. Quando ti svegli hai la percezione di un buco al posto di un organo vitale qualsiasi, forse al posto di diversi. Nulla di reale per chiudere i buchi, ma possono servire sottili foglietti della fortuna, stampati a colori con testi brevi e incoerenti.

Tardi, la sera, ti esponi alle frequenze di Battlestar Galactica.

 

 

 

 

RISAIE E BAMBÙ. Filologia giapponese per principianti

Taketa

 

Rileggendo il post dell’altro giorno e le mie ipotesi sulla città di Takeda/Taketa, mi sono sentita come il marchesino Eufemio quando, nel saggio di francese, “fe’ noto che … / … Rome è una città simile a Roma”.

Mi sono decisa a rivolgermi a Sōkosan, la mia insegnante di giapponese. In genere tengo distinto l’apprendimento della lingua dalle incursioni in letteratura per non fomentare l’impressione, non ingiustificata, di persona un po’ stramba e piuttosto presuntuosa, oltre che fastidiosamente pignola. Avendo però esaurito tutte le risorse di internet ho dovuto coinvolgerla, e molto gentilmente Sōkosan mi ha svelato l’arcano (e fornito la cartina “in lingua”).

Ovviamente chi traduce traduce da un testo scritto, non da un audiolibro o da una fonte orale, e la scrittura giapponese, per quanto riguarda i lessemi almeno, non è fonetica ma ideogrammatica: il kanji dà il significato della parola, non il suono. Quindi la traduttrice si è trovata di fronte alla parola 竹田, formata dagli ideogrammi 竹 [take], che vuol dire bambù, e 田 [ta], cioè risaia. Il problema è che nelle parole composte certe consonanti sorde (t, k, p) diventano facilmente sonore (d, g, b), come anche la fricativa f diventa b. Ad esempio, ‘sacchetto’ si dice ‘fukuro’, ma se voglio dire ‘sacchetto di carta’ dico ‘kamibukuro’, e il signor 山田 (risaia di montagna) si chiama Yamada e non Yamata, come ci si aspetterebbe. Conclusione: probabilmente la traduttrice, di fronte agli ideogrammi 竹田 ha scelto la traduzione fonetica più corrente, cioè Takeda, senza sapere, o senza preoccuparsi di indagare, che la città si pronuncia invece Taketa, come appare da tutte le translitterazioni (compresa, nell’era di internet, quella sul sito ufficiale del comune).

Chissenefrega, direte voi. Fino a un certo punto, dico io. Perché un conto è, in un romanzo, una città reale, un conto una città fantastica. O una città reale trasformata in città fantastica, come la Parma della Certosa di Stendhal.

Non mi resta che recarmi di persona nel Kyūshū e vedere se Taketa è davvero posta al centro di una corona rocciosa e se l’unico, stretto ingresso è scavato nella roccia.

 

P.S. Per chi non conoscesse l’immortale marchesino Eufemio, qui di seguito il sonetto di Gioachino Belli:

A dì trenta settembre il marchesino,
d’alto ingegno perché d’alto lignaggio,
die’ nel castello avito il suo gran saggio:
di toscan, di francese e di latino.
Ritto all’ombra feudal d’un baldacchino 
con voce ferma e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrìvonsi con due g come cuggino.
Quindi, passando al gallico idioma,
fe’ noto che jambon vuoI dir prosciutto,
e Rome è una città simile a Roma.
E finalmente il marchesino Eufemio, 
latinizzando esercito distrutto, 
disse exercitus lardi, ed ebbe il premio!

Hogwarts apre ai babbani

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Hannibal, ne vitam suam alieno arbitrio dimitteret, venenum quod semper secum gerebat sumpsit.

Semplice, lineare. Traduzione di un ragazzino di seconda liceo classico (quinta ginnasio per chi è abituato alla vecchia numerazione), anche sveglino:

Annibale, per non abbandonare la propria vita a una decisione altrui, prese la pozione magica che portava sempre con sé.

Il ministro della Pubblica Istruzione Lorenzo Fioramonti sta prendendo accordi con il suo omologo Albus Silente per sostituire il Liceo Classico (obsoleto) con un quinquennio a Hogwarts.

LO SGARGABONZI E LA RESTAURAZIONE

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Carlo X e gigli di Francia

Qualche tempo fa un cultore del racconto breve, RW, che già mi aveva fatto conoscere Amy Hempel, mi ha consigliato la raccolta Jocelyn uccide ancoraedita da Minimum fax, autore Lo Sgargabonzi, che il critico Claudio Giunta considera il miglior scrittore comico italiano.

Sgargabonzi

Ora, riguardo all’umorismo letterario italiano io sono un po’ scettica, quindi non ho arrischiato l’acquisto ma l’ho prudentemente preso in biblioteca, dove già è stato difficilissimo reperirlo in quanto relegato nell’esile sezione dedicata alla letteratura umoristica italiana e infognato a due centimetri da terra in mezzo a trenta opere della Littizzetto. Ma insomma alla fine ce l’ho fatta. Però non sono andata tanto avanti a leggere perché lo scetticismo si è dimostrato abbastanza fondato, e questo non per colpa dell’autore ma per motivi che sono del tutto miei e di ordine squisitamente anagrafico. Detto in parole povere sono troppo vecchia.

In realtà c’è un’altra ragione per cui non ho potuto occuparmi con la necessaria serietà di questo autore comico, ed è che abbiamo cambiato dirigente scolastico. Il nuovo è cattolico, dunque la sua missione in questa vita è far crepare il prossimo – con le buone, è ovvio. E con le buone, con le buonissime, il nuovo dirigente ci piazza un'(inutile) riunione dietro l’altra, che sommandosi alle (inutili) riunioni di legge fanno sì che non solo io non sia riuscita a leggere Lo Sgargabonzi (che pazienza), ma che non riesca a leggere proprio niente.

Su una cosa tuttavia, fra una riunione e l’altra, mi è cascato l’occhio; qualcosa che mi ha colpito proprio nel momento in cui del mestiere esperivo l’avvilente schiavitù. È un breve passo dal racconto “L’uomo che non si lascia stare mai”. Il narratore parla dei ricordi musicali della sua infanzia e adolescenza:

“Rammento poi che alle superiori i miei compagni di classe si dividevano in due categorie. Quelli che si bevevano qualsiasi cosa passasse su Videomusic e quelli che invece ascoltavano musica impegnata rinvenuta sulle musicassette dei fratelli. Dai Doors ai Led Zeppelin passando ovviamente per Zappa. […] Io di quegli artisti conoscevo giusto il nome, perché dovevo studiare per l’interrogazione di storia sulla Restaurazione. La Restaurazione, sul piano squisitamente storico-politico, fu il processo di ristabilimento del potere dei sovrani assoluti in Europa, ossia dell’Ancien Régime («Antico Regime»), in seguito alla sconfitta di Napoleone. Ebbe inizio nel 1814 con il Congresso di Vienna, convocato dalle grandi potenze per ridisegnare i confini europei, ovvero gli Imperi di Austria e Russia e i Regni di Prussia e Gran Bretagna. Non so quanti di quelli che negli anni Novanta ascoltavano i Deep Purple possano permettersi di snocciolare nozioni così. Ma non voglio fare polemica.”

È un pezzo di prosa classica: misurato, essenziale ma esauriente, asciuttissimo nei mezzi retorici; ciononostante, o forse proprio per questo, di grande impatto; con quel qualcosa di geniale che sprizza da un grammo di ambiguità. E mi ha colpito, come dicevo, in un momento di fragilità, presa com’ero in una trance ipnotica fra la lucina rossa che ti ammicca dal registro elettronico e la esatta codificazione delle tipologie delle prove di verifica del debito di settembre – compito quest’ultimo senz’altro più difficile che non asportare con un taglio netto la famosa esatta libbra di carne. Mi ha colpito come una nemesi perché proprio in questi giorni sto facendo in quinta Il Rosso e il Nero, e dai ragazzi pretendo fra le altre cose che mi snocciolino delle nozioni precise sulla Restaurazione, ma non solo: in previsione delle ulteriori parti del programma pretendo pure che conoscano a menadito tutte le rivoluzioni e conseguenti cambi di regime dalla Grande Rivoluzione all’avvento della Terza Repubblica. Una richiesta rispetto alla quale si mostrano estremamente refrattari. È come una prova di forza, a vedere chi cede prima. Generalmente cedo io.

Ma tornando a noi, cosa mi vuole Lo Sgargabonzi? Potrebbe egli seriamente affermare che precise nozioni sulla Restaurazione sono un’inutile pedanteria, quando invece sono necessarie alla comprensione dell’assoluto capolavoro che è Il Rosso e il Nero? O arriverebbe addirittura ad affermare che si può benissimo vivere senza conoscere Il Rosso e il Nero e altri assoluti capolavori consimili? E che risulterebbe invece più difficile vivere senza conoscere la musica dei Deep Purple? O che addirittura soltanto i pedanti stanno ancora lì a gingillarsi con Il Rosso e il Nero, mentre i ganzi ascoltano Fabri Fibra (perché i Deep Purple, a dir la verità, sono già un pochino troppo classici). Vuol forse suggerire, Lo Sgargabonzi, che gli insegnanti delle materie umanistiche sono tutti dei gran sfigati e Tagliati Fuori Senza Speranza?

Se così fosse egli avrebbe, naturalmente, ragione.

Ma non del tutto. E non perché la cultura è comunque importante ecc. Lascio questi argomenti a chi li vuole. No, non perché la cultura è importante, perché a quel punto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa è cultura. Ma perché i Tagliati Fuori hanno sempre una risorsa in più. Infatti io domani vado a scuola e gli leggo il passaggio dello Sgargabonzi: gli faccio una meta-lezione; li costringo a riflettere sul senso che ha o non ha acquisire nozioni sulla Restaurazione, li obbligo a dimenticare per un attimo le verifiche e l’esame di stato e a considerare se stessi dal di fuori.

Non perché pensi che si possa arrivare a una conclusione (magari edificante: è comunque giusto acquisire informazioni sulla Restaurazione perché bla bla; in questo tipo di prassi le conclusioni non sono contemplate); ma giusto così, come esercizio.

 

 

MA CHI VI FA IL MARKETING? Come ridicolizzare un’iniziativa encomiabile con una scemenza evitabile

 

Dalla rivista web Il Primo Amore:

TERRESTRI 14-17 novembre 2019

Mancano pochi giorni all’inizio di Terrestri. Tutta l’iniziativa è autofinanziata e basata su contributi volontari. Chi volesse contribuire alle spese organizzative può ancora farlo: https://www.gofundme.com/f/terrestriTutti i sostenitori riceveranno la cittadinanza della Repubblica dei Terrestri, con spilla ufficiale e passaporto personale.

Insomma, il Club delle Giovani Marmotte.

UNA MODESTA PROPOSTA

Devo premettere, onestamente, che non capisco nulla di politica. Mi faccio qualche idea a buon senso, ma pare che non sia il modo migliore. Tuttavia, dopo la parentesi estiva con trasferimento di scrivania dal Viminale al Papeete di Milano Marittima, mi sono enormemente goduta la parabola con schianto del ministro. È stato puro godimento, inoffuscata risata rabelaisiana – non mischiandosi all’accaduto, come si può ben immaginare, alcunché di aulico o di solenne. Naufragio senza sublime, farsa senza tragedia – o forse, con riguardo al personaggio, si potrebbe pensare al dramma satiresco.

Ho seguito con trepidazione la formazione del nuovo governo, e se mi astengo dal fare voti per la sua durata è soltanto perché i miei voti non sono mai esauditi.

Questo per dire. Ma mi preoccupa la questione del Veneto. I Veneti minacciano la balcanizzazione se non hanno l’autonomia come gli pare a loro. Il resto d’Italia gli dà noia, è chiaro, lo sopportano a stento. È una zavorra di cui non vogliono più gravare le loro venete spalle. E allora prima, mentre mi lavavo i capelli, mi è venuta un’idea luminosa. Un’idea propriamente geniale, perché accontenta tutti, non presenta inconvenienti, e non c’è neanche il timore di creare un precedente perché è già stato fatto. Quindi la mia modesta proposta è:

VENDIAMO IL VENETO ALL’AUSTRIA!

I vantaggi sono sotto gli occhi di tutti:

  1. I Veneti sarebbero autonomi dal resto d’Italia: niente più comunisti, niente più terroni, extracomunitari soltanto con guinzaglio e museruola.
  2. Come si diceva, c’è stato un precedente; i fieri Veneti conoscono la procedura e non devono neanche farci l’abitudine.
  3. L’Austria essendo un paese cattolico, nessuno impedirà ai deputati veneti di organizzare novene in parlamento.
  4. La lingua nazionale sarebbe beninteso il tedesco; ma siccome in Austria nessuno parla il tedesco, bensì ciascuno il suo dialetto locale, anche i Veneti potrebbero finalmente mandare a culo l’italiano e parlare, scrivere, insegnare ecc. nel loro nobile idioma. Preferibilmente ogni villaggetto la sua particolare sfumatura.
  5. I Veneti e le Venete starebbero da Dio sotto un cappellino tirolese con ciuffo di peli di camoscio.

Se siamo fortunati, l’Austria ce lo paga pure bene lo sbocco sul mare. Ma anche qualora non fosse disposta a sganciare più di tanto, vuoi mettere la soddisfazione di non avere più i Veneti fra i coglioni?

(Si potrebbe ipotizzare qualcosa di simile, oltre che per il Veneto, anche per il Lombardo; purtroppo però quello è già un DOP* del Vaticano.)

*DOP: Dipartimento d’Oltre Po

ANIMALI IMPAGLIATI

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Gli animali imbalsamati mi hanno sempre fatto una gran tristezza. Più loro degli umani nel museo del Pianeta delle scimmie. Anche perché il Pianeta delle scimmie è un film, invece gli animali imbalsamati sono veri. Comunque era un po’ che non mi capitava di pensarci. L’occasione me l’ha data Raffaele con il suo articolo sull’Airone di Giorgio Bassani, qui.

La scena in cui Edgardo Limentani, il protagonista, osserva affascinato la vetrina di un imbalsamatore è importante, perché proprio gli animali esposti gli suggeriscono una via di scampo dal fastidio della vita. Ne vorrei citare qualche passaggio:

“Di là dal vetro il silenzio, l’immobilità assoluta, la pace.

Guardava ad una ad una le bestie imbalsamate, magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive.

La volpe, per esempio, che occupava orizzontalmente il centro della vetrina fra due stivaloni di gomma dritti appaiati e un Browning semiaperto, girava di lato il muso digrignante come se, di girarsi, finisse proprio allora, in quell’attimo; e dai suoi occhi gialli, pieni di odio, dai denti bianchissimi, dalle fauci rosse, accese, dal pelo di un biondo fulvo, ricco e luminoso, dalla gonfia coda ipertrofica, si sprigionava una salute prepotente, quasi insolente, sottratta per incanto a qualsiasi possibile offesa di oggi e di domani.

[…]

Era però sugli uccelli che i suoi sguardi non si sarebbero mai stancati di posarsi.

Le anitre, almeno una dozzina, stipavano in gruppo il proscenio del teatrino, così vicine da credere di riuscire a toccarle, e quiete, finalmente, non spaventate, non costrette a tenersi alte, sospese alle corte ali palpitanti nell’aria immobile e infida. […] Vivi ad ogni modo anche gli uccelli di una vita che non correva più nessun rischio di deteriorarsi, tirati a lucido, ma soprattutto diventati di gran lunga più belli di quando respiravano e il sangue correva veloce nelle loro vene, lui solo, forse – pensava -, era in grado di capirla davvero la perfezione di quella loro bellezza finale e non deperibile, di apprezzarla sino in fondo.”

Nell’ambiguità fra essere qualcosa di vivo o qualcosa di morto, che conferisce all’animale imbalsamato un che di perturbante, il personaggio di Bassani sceglie l’apparenza di vita – una vita potenziata, esaltata, lustra – più vita della vita “ordinaria” perché liberata dalle tribolazioni e dalle paure – liberata dalla continua minaccia dell’impermanenza.

Mi vengono in mente, fra gli animali impagliati letterari, due casi che, dalla soglia in cui si trovano, muovono l’uno verso un’apoteosi celestiale, l’altro verso la polvere e il disfacimento. Il primo è Loulou, il pappagallo del racconto di Flaubert Un cuore semplice. La domestica Félicité, il “cuore semplice”, inconsolabile per la morte del pappagallo che le avevano regalato, lo fa impagliare, ed eccolo, “splendido, ritto su un ramo d’albero avvitato su un piedistallo di mogano, una zampa sollevata, la testa piegata da un lato e nell’atto di mordere una noce che l’impagliatore, per amore del grandioso, aveva dorato.” Col tempo, la devotissima Félicité scopre inconfutabili analogie fra Loulou e lo Spirito Santo come appare in certe immaginette sacre che si procura. Si ammala di polmonite. Siamo nei giorni che precedono la festa del Corpus Domini. Per uno dei repositori lungo il percorso della processione viene scelto il giardino della casa della sua padrona. Félicité si dispera di non avere nulla di prezioso da offrire per adornare il piccolo altare. Vorrebbe offrire Loulou, “la sua unica ricchezza”. Le vicine obiettano, il parroco, di più larghe vedute, dà il permesso. Il gran giorno arriva, il repositorio è un tripudio di fiori, ghirlande di foglie e “cose rare”: “e delle cose rare attiravano gli occhi. Un zuccheriera di vermeil aveva una corona di violette, dei ciondoli in diamanti di Alençon brillavano sul muschio, due paraventi cinesi mostravano i loro paesaggi. Di Loulou, nascosto sotto le rose, si vedeva soltanto la fronte blu, simile a un inserto di lapislazzuli.” L’ostensorio, il “grande sole d’oro che irradiava” è deposto sull’altare, i turiboli vanno a ritmo pieno, si fa un gran silenzio. Félicité rende l’anima. “E quando esalò l’ultimo respiro le sembrò di vedere, nei cieli aperti, un pappagallo gigantesco planare sopra la sua testa.”

Se non l’avete già fatto, leggete Un cuore semplice. Qua e là c’è qualche flaubertismo, ma nel complesso è una cosa meravigliosa.

Un destino opposto – dagli onori di casa, se non proprio dagli altari, alla polvere – è invece quello di Bendicò, il cane del Principe di Salina e, in un certo senso, animale araldico del casato. Riporto la chiusa del romanzo, dopo la famosa strage delle reliquie:

“[Concetta] continuò a non sentire niente: il vuoto interiore era completo; soltanto dal mucchietto di pelliccia esalava una nebbia di malessere. Questa era la pena di oggi: financo il povero Bendicò insinuava ricordi amari. Suonò il campanello. «Annetta» disse «questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portatelo via, buttatelo.»

Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante; si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.”

Che con l’imbalsamazione ci si trovi su un limite che ha qualcosa dell’impensabile o dell’impossibile, lo conferma anche, a suo modo e indirettamente, il romanzo di Thomas Bernhard Correzione. L’intera narrazione – affidata, secondo il modo di Bernhard, a un narratore che conosceva il personaggio centrale (Roithamer), di cui cerca di ricostruire il percorso fino al suicidio – si fa a partire dalla “mansarda di Höller”, una stanza nella casa dell’imbalsamatore Höller dove Roithamer era solito passare lunghi periodi e dove il narratore si propone di esaminare e riordinare le sue carte. Nel romanzo c’è una scena (vista o più probabilmente sognata) in cui Höller prepara un “grande uccello nero”, ma non è di quella che vorrei parlare. Ciò che mi ha incuriosito è la lunga disquisizione a proposito della casa di Höller. L’imbalsamatore ha progettato e costruito la sua casa in una strettoia della valle dell’Aurach, un punto dove tutti pensano che la prossima piena la trascinerà via. Ma benché l’Aurach devasti effettivamente ogni anno diversi punti della valle, la casa dell’imbalsamatore non subisce alcun danno, perché egli l’ha costruita tenendo conto di tutti i parametri, calcolando esattamente tutte le variabili. In questa “migliore di tutte le case” l’imbalsamatore vive con la sua famiglia in un tempo che si direbbe, come spesso in Bernhard, fuori dalla storia: fra un passato mai esistito e una modernità inaccettabile. Anche qui sul filo del rasoio di uno strano limite.

Nel romanzo, un’altra casa “impossibile” è stata costruita con lo stesso sistema: il “cono” in mezzo alla foresta che Roithamer, dopo lunghissimi calcoli, costruisce per l’amatissima sorella. Una casa perfetta, una casa ideale; talmente ideale e perfetta che la sorella muore poco dopo esservisi trasferita.

Rispetto alla linea di confine di una perfezione che assicurerebbe all’esistenza qualcosa come una (pericolosa) vivibilità, l’imbalsamatore si tiene appena al di qua, nella vita, a prezzo però di un’esistenza avulsa da ogni contesto e quasi fiabesca. Roithamer, più compromesso con il tempo e con la storia, non può che scollinare coerentemente di là: nella morte.

Con queste brevi osservazioni su un romanzo difficile si conclude la parte seria del post e comincia quella semiseria o nient’affatto seria. Un’estate di qualche anno fa, non sapendo bene che fare, mi misi a scrivere sonetti. La rima, il metro: era una sfida, aveva qualcosa del passatempo enigmistico. Qualcuno l’ho poi anche pubblicato sul blog, ma in seguito allo scarso successo (sarebbe meglio dire: alla totale assenza di successo) ho pensato di lasciar perdere. Avevo anche già smesso di scriverne: non era stato difficile, più facile che smettere di fumare. Tuttavia gli animali impagliati mi hanno fatto venire in mente due cose dell’epoca che ancora non mi dispiacciono. Quindi ve le rifilo. Sentitevi pur liberi di non reagire, non me ne avrò a male 🙂

 

CONVERSAZIONI DI ANIMALI IMPAGLIATI

 

 I. Un gallo di brughiera e una faina

 – Però  quest’esistenza ha il suo vantaggio,

Tentenna assorto il gallo di brughiera.

Sì, prima eravam vivi, ma non c’era

Un attimo di quiete dal servaggio

 

Imposto alle pellicce ed al piumaggio

Dalla natura arpia e filibustiera:

O mangi, o sei mangiato, o di leggiera

Muori di fame. Qui soltanto assaggio

 

L’indivisa teoria e la squisita

Fratellanza. – Può essere, concede

Dubbiosa la faina. Ma stupitz-sce

 

Che la teoria sia fuori dalla vita,

E scusi se m’inzeppolo, ma vede,

Vorrei sapere che ne pensa Nietz-sche.

 

 

II. Un pappagallo dai colori sgargianti e un altro uccello, di fronte alla fuga precipitosa di un visitatore 

– Ma che gli prende a quello, che è scappato?

E che? Gli fa spavento la cromia?

Troppo sgargiante, da idiosincrasia,

Questa livrea per cui sono ammirato?

 

– No no, tranquillo, è un male pubblicato;

Trattasi di automatonofobia:

Un panico che incombe su chi spia

Ciò che appar vivo, eppure è inanimato.

 

Il pappagallo tace, riluttante.

– Saremmo dunque una contraddizione?

Vuol sbattere le ali, ma il cervello

 

Non spedisce l’impulso, ché è mancante.

Annichilisce per l’umiliazione;

Ma fulminea un’idea soccorre in quello

 

Il cartesiano uccello:

Penso, ergo sono! esclama trionfante.

E dietro il vetro esiste, come avante.