LO SGARGABONZI E LA RESTAURAZIONE

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Carlo X e gigli di Francia

Qualche tempo fa un cultore del racconto breve, RW, che già mi aveva fatto conoscere Amy Hempel, mi ha consigliato la raccolta Jocelyn uccide ancoraedita da Minimum fax, autore Lo Sgargabonzi, che il critico Claudio Giunta considera il miglior scrittore comico italiano.

Sgargabonzi

Ora, riguardo all’umorismo letterario italiano io sono un po’ scettica, quindi non ho arrischiato l’acquisto ma l’ho prudentemente preso in biblioteca, dove già è stato difficilissimo reperirlo in quanto relegato nell’esile sezione dedicata alla letteratura umoristica italiana e infognato a due centimetri da terra in mezzo a trenta opere della Littizzetto. Ma insomma alla fine ce l’ho fatta. Però non sono andata tanto avanti a leggere perché lo scetticismo si è dimostrato abbastanza fondato, e questo non per colpa dell’autore ma per motivi che sono del tutto miei e di ordine squisitamente anagrafico. Detto in parole povere sono troppo vecchia.

In realtà c’è un’altra ragione per cui non ho potuto occuparmi con la necessaria serietà di questo autore comico, ed è che abbiamo cambiato dirigente scolastico. Il nuovo è cattolico, dunque la sua missione in questa vita è far crepare il prossimo – con le buone, è ovvio. E con le buone, con le buonissime, il nuovo dirigente ci piazza un'(inutile) riunione dietro l’altra, che sommandosi alle (inutili) riunioni di legge fanno sì che non solo io non sia riuscita a leggere Lo Sgargabonzi (che pazienza), ma che non riesca a leggere proprio niente.

Su una cosa tuttavia, fra una riunione e l’altra, mi è cascato l’occhio; qualcosa che mi ha colpito proprio nel momento in cui del mestiere esperivo l’avvilente schiavitù. È un breve passo dal racconto “L’uomo che non si lascia stare mai”. Il narratore parla dei ricordi musicali della sua infanzia e adolescenza:

“Rammento poi che alle superiori i miei compagni di classe si dividevano in due categorie. Quelli che si bevevano qualsiasi cosa passasse su Videomusic e quelli che invece ascoltavano musica impegnata rinvenuta sulle musicassette dei fratelli. Dai Doors ai Led Zeppelin passando ovviamente per Zappa. […] Io di quegli artisti conoscevo giusto il nome, perché dovevo studiare per l’interrogazione di storia sulla Restaurazione. La Restaurazione, sul piano squisitamente storico-politico, fu il processo di ristabilimento del potere dei sovrani assoluti in Europa, ossia dell’Ancien Régime («Antico Regime»), in seguito alla sconfitta di Napoleone. Ebbe inizio nel 1814 con il Congresso di Vienna, convocato dalle grandi potenze per ridisegnare i confini europei, ovvero gli Imperi di Austria e Russia e i Regni di Prussia e Gran Bretagna. Non so quanti di quelli che negli anni Novanta ascoltavano i Deep Purple possano permettersi di snocciolare nozioni così. Ma non voglio fare polemica.”

È un pezzo di prosa classica: misurato, essenziale ma esauriente, asciuttissimo nei mezzi retorici; ciononostante, o forse proprio per questo, di grande impatto; con quel qualcosa di geniale che sprizza da un grammo di ambiguità. E mi ha colpito, come dicevo, in un momento di fragilità, presa com’ero in una trance ipnotica fra la lucina rossa che ti ammicca dal registro elettronico e la esatta codificazione delle tipologie delle prove di verifica del debito di settembre – compito quest’ultimo senz’altro più difficile che non asportare con un taglio netto la famosa esatta libbra di carne. Mi ha colpito come una nemesi perché proprio in questi giorni sto facendo in quinta Il Rosso e il Nero, e dai ragazzi pretendo fra le altre cose che mi snocciolino delle nozioni precise sulla Restaurazione, ma non solo: in previsione delle ulteriori parti del programma pretendo pure che conoscano a menadito tutte le rivoluzioni e conseguenti cambi di regime dalla Grande Rivoluzione all’avvento della Terza Repubblica. Una richiesta rispetto alla quale si mostrano estremamente refrattari. È come una prova di forza, a vedere chi cede prima. Generalmente cedo io.

Ma tornando a noi, cosa mi vuole Lo Sgargabonzi? Potrebbe egli seriamente affermare che precise nozioni sulla Restaurazione sono un’inutile pedanteria, quando invece sono necessarie alla comprensione dell’assoluto capolavoro che è Il Rosso e il Nero? O arriverebbe addirittura ad affermare che si può benissimo vivere senza conoscere Il Rosso e il Nero e altri assoluti capolavori consimili? E che risulterebbe invece più difficile vivere senza conoscere la musica dei Deep Purple? O che addirittura soltanto i pedanti stanno ancora lì a gingillarsi con Il Rosso e il Nero, mentre i ganzi ascoltano Fabri Fibra (perché i Deep Purple, a dir la verità, sono già un pochino troppo classici). Vuol forse suggerire, Lo Sgargabonzi, che gli insegnanti delle materie umanistiche sono tutti dei gran sfigati e Tagliati Fuori Senza Speranza?

Se così fosse egli avrebbe, naturalmente, ragione.

Ma non del tutto. E non perché la cultura è comunque importante ecc. Lascio questi argomenti a chi li vuole. No, non perché la cultura è importante, perché a quel punto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa è cultura. Ma perché i Tagliati Fuori hanno sempre una risorsa in più. Infatti io domani vado a scuola e gli leggo il passaggio dello Sgargabonzi: gli faccio una meta-lezione; li costringo a riflettere sul senso che ha o non ha acquisire nozioni sulla Restaurazione, li obbligo a dimenticare per un attimo le verifiche e l’esame di stato e a considerare se stessi dal di fuori.

Non perché pensi che si possa arrivare a una conclusione (magari edificante: è comunque giusto acquisire informazioni sulla Restaurazione perché bla bla; in questo tipo di prassi le conclusioni non sono contemplate); ma giusto così, come esercizio.

 

 

MA CHI VI FA IL MARKETING? Come ridicolizzare un’iniziativa encomiabile con una scemenza evitabile

 

Dalla rivista web Il Primo Amore:

TERRESTRI 14-17 novembre 2019

Mancano pochi giorni all’inizio di Terrestri. Tutta l’iniziativa è autofinanziata e basata su contributi volontari. Chi volesse contribuire alle spese organizzative può ancora farlo: https://www.gofundme.com/f/terrestriTutti i sostenitori riceveranno la cittadinanza della Repubblica dei Terrestri, con spilla ufficiale e passaporto personale.

Insomma, il Club delle Giovani Marmotte.

UNA MODESTA PROPOSTA

Devo premettere, onestamente, che non capisco nulla di politica. Mi faccio qualche idea a buon senso, ma pare che non sia il modo migliore. Tuttavia, dopo la parentesi estiva con trasferimento di scrivania dal Viminale al Papeete di Milano Marittima, mi sono enormemente goduta la parabola con schianto del ministro. È stato puro godimento, inoffuscata risata rabelaisiana – non mischiandosi all’accaduto, come si può ben immaginare, alcunché di aulico o di solenne. Naufragio senza sublime, farsa senza tragedia – o forse, con riguardo al personaggio, si potrebbe pensare al dramma satiresco.

Ho seguito con trepidazione la formazione del nuovo governo, e se mi astengo dal fare voti per la sua durata è soltanto perché i miei voti non sono mai esauditi.

Questo per dire. Ma mi preoccupa la questione del Veneto. I Veneti minacciano la balcanizzazione se non hanno l’autonomia come gli pare a loro. Il resto d’Italia gli dà noia, è chiaro, lo sopportano a stento. È una zavorra di cui non vogliono più gravare le loro venete spalle. E allora prima, mentre mi lavavo i capelli, mi è venuta un’idea luminosa. Un’idea propriamente geniale, perché accontenta tutti, non presenta inconvenienti, e non c’è neanche il timore di creare un precedente perché è già stato fatto. Quindi la mia modesta proposta è:

VENDIAMO IL VENETO ALL’AUSTRIA!

I vantaggi sono sotto gli occhi di tutti:

  1. I Veneti sarebbero autonomi dal resto d’Italia: niente più comunisti, niente più terroni, extracomunitari soltanto con guinzaglio e museruola.
  2. Come si diceva, c’è stato un precedente; i fieri Veneti conoscono la procedura e non devono neanche farci l’abitudine.
  3. L’Austria essendo un paese cattolico, nessuno impedirà ai deputati veneti di organizzare novene in parlamento.
  4. La lingua nazionale sarebbe beninteso il tedesco; ma siccome in Austria nessuno parla il tedesco, bensì ciascuno il suo dialetto locale, anche i Veneti potrebbero finalmente mandare a culo l’italiano e parlare, scrivere, insegnare ecc. nel loro nobile idioma. Preferibilmente ogni villaggetto la sua particolare sfumatura.
  5. I Veneti e le Venete starebbero da Dio sotto un cappellino tirolese con ciuffo di peli di camoscio.

Se siamo fortunati, l’Austria ce lo paga pure bene lo sbocco sul mare. Ma anche qualora non fosse disposta a sganciare più di tanto, vuoi mettere la soddisfazione di non avere più i Veneti fra i coglioni?

(Si potrebbe ipotizzare qualcosa di simile, oltre che per il Veneto, anche per il Lombardo; purtroppo però quello è già un DOP* del Vaticano.)

*DOP: Dipartimento d’Oltre Po

ANIMALI IMPAGLIATI

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Gli animali imbalsamati mi hanno sempre fatto una gran tristezza. Più loro degli umani nel museo del Pianeta delle scimmie. Anche perché il Pianeta delle scimmie è un film, invece gli animali imbalsamati sono veri. Comunque era un po’ che non mi capitava di pensarci. L’occasione me l’ha data Raffaele con il suo articolo sull’Airone di Giorgio Bassani, qui.

La scena in cui Edgardo Limentani, il protagonista, osserva affascinato la vetrina di un imbalsamatore è importante, perché proprio gli animali esposti gli suggeriscono una via di scampo dal fastidio della vita. Ne vorrei citare qualche passaggio:

“Di là dal vetro il silenzio, l’immobilità assoluta, la pace.

Guardava ad una ad una le bestie imbalsamate, magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive.

La volpe, per esempio, che occupava orizzontalmente il centro della vetrina fra due stivaloni di gomma dritti appaiati e un Browning semiaperto, girava di lato il muso digrignante come se, di girarsi, finisse proprio allora, in quell’attimo; e dai suoi occhi gialli, pieni di odio, dai denti bianchissimi, dalle fauci rosse, accese, dal pelo di un biondo fulvo, ricco e luminoso, dalla gonfia coda ipertrofica, si sprigionava una salute prepotente, quasi insolente, sottratta per incanto a qualsiasi possibile offesa di oggi e di domani.

[…]

Era però sugli uccelli che i suoi sguardi non si sarebbero mai stancati di posarsi.

Le anitre, almeno una dozzina, stipavano in gruppo il proscenio del teatrino, così vicine da credere di riuscire a toccarle, e quiete, finalmente, non spaventate, non costrette a tenersi alte, sospese alle corte ali palpitanti nell’aria immobile e infida. […] Vivi ad ogni modo anche gli uccelli di una vita che non correva più nessun rischio di deteriorarsi, tirati a lucido, ma soprattutto diventati di gran lunga più belli di quando respiravano e il sangue correva veloce nelle loro vene, lui solo, forse – pensava -, era in grado di capirla davvero la perfezione di quella loro bellezza finale e non deperibile, di apprezzarla sino in fondo.”

Nell’ambiguità fra essere qualcosa di vivo o qualcosa di morto, che conferisce all’animale imbalsamato un che di perturbante, il personaggio di Bassani sceglie l’apparenza di vita – una vita potenziata, esaltata, lustra – più vita della vita “ordinaria” perché liberata dalle tribolazioni e dalle paure – liberata dalla continua minaccia dell’impermanenza.

Mi vengono in mente, fra gli animali impagliati letterari, due casi che, dalla soglia in cui si trovano, muovono l’uno verso un’apoteosi celestiale, l’altro verso la polvere e il disfacimento. Il primo è Loulou, il pappagallo del racconto di Flaubert Un cuore semplice. La domestica Félicité, il “cuore semplice”, inconsolabile per la morte del pappagallo che le avevano regalato, lo fa impagliare, ed eccolo, “splendido, ritto su un ramo d’albero avvitato su un piedistallo di mogano, una zampa sollevata, la testa piegata da un lato e nell’atto di mordere una noce che l’impagliatore, per amore del grandioso, aveva dorato.” Col tempo, la devotissima Félicité scopre inconfutabili analogie fra Loulou e lo Spirito Santo come appare in certe immaginette sacre che si procura. Si ammala di polmonite. Siamo nei giorni che precedono la festa del Corpus Domini. Per uno dei repositori lungo il percorso della processione viene scelto il giardino della casa della sua padrona. Félicité si dispera di non avere nulla di prezioso da offrire per adornare il piccolo altare. Vorrebbe offrire Loulou, “la sua unica ricchezza”. Le vicine obiettano, il parroco, di più larghe vedute, dà il permesso. Il gran giorno arriva, il repositorio è un tripudio di fiori, ghirlande di foglie e “cose rare”: “e delle cose rare attiravano gli occhi. Un zuccheriera di vermeil aveva una corona di violette, dei ciondoli in diamanti di Alençon brillavano sul muschio, due paraventi cinesi mostravano i loro paesaggi. Di Loulou, nascosto sotto le rose, si vedeva soltanto la fronte blu, simile a un inserto di lapislazzuli.” L’ostensorio, il “grande sole d’oro che irradiava” è deposto sull’altare, i turiboli vanno a ritmo pieno, si fa un gran silenzio. Félicité rende l’anima. “E quando esalò l’ultimo respiro le sembrò di vedere, nei cieli aperti, un pappagallo gigantesco planare sopra la sua testa.”

Se non l’avete già fatto, leggete Un cuore semplice. Qua e là c’è qualche flaubertismo, ma nel complesso è una cosa meravigliosa.

Un destino opposto – dagli onori di casa, se non proprio dagli altari, alla polvere – è invece quello di Bendicò, il cane del Principe di Salina e, in un certo senso, animale araldico del casato. Riporto la chiusa del romanzo, dopo la famosa strage delle reliquie:

“[Concetta] continuò a non sentire niente: il vuoto interiore era completo; soltanto dal mucchietto di pelliccia esalava una nebbia di malessere. Questa era la pena di oggi: financo il povero Bendicò insinuava ricordi amari. Suonò il campanello. «Annetta» disse «questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portatelo via, buttatelo.»

Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante; si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.”

Che con l’imbalsamazione ci si trovi su un limite che ha qualcosa dell’impensabile o dell’impossibile, lo conferma anche, a suo modo e indirettamente, il romanzo di Thomas Bernhard Correzione. L’intera narrazione – affidata, secondo il modo di Bernhard, a un narratore che conosceva il personaggio centrale (Roithamer), di cui cerca di ricostruire il percorso fino al suicidio – si fa a partire dalla “mansarda di Höller”, una stanza nella casa dell’imbalsamatore Höller dove Roithamer era solito passare lunghi periodi e dove il narratore si propone di esaminare e riordinare le sue carte. Nel romanzo c’è una scena (vista o più probabilmente sognata) in cui Höller prepara un “grande uccello nero”, ma non è di quella che vorrei parlare. Ciò che mi ha incuriosito è la lunga disquisizione a proposito della casa di Höller. L’imbalsamatore ha progettato e costruito la sua casa in una strettoia della valle dell’Aurach, un punto dove tutti pensano che la prossima piena la trascinerà via. Ma benché l’Aurach devasti effettivamente ogni anno diversi punti della valle, la casa dell’imbalsamatore non subisce alcun danno, perché egli l’ha costruita tenendo conto di tutti i parametri, calcolando esattamente tutte le variabili. In questa “migliore di tutte le case” l’imbalsamatore vive con la sua famiglia in un tempo che si direbbe, come spesso in Bernhard, fuori dalla storia: fra un passato mai esistito e una modernità inaccettabile. Anche qui sul filo del rasoio di uno strano limite.

Nel romanzo, un’altra casa “impossibile” è stata costruita con lo stesso sistema: il “cono” in mezzo alla foresta che Roithamer, dopo lunghissimi calcoli, costruisce per l’amatissima sorella. Una casa perfetta, una casa ideale; talmente ideale e perfetta che la sorella muore poco dopo esservisi trasferita.

Rispetto alla linea di confine di una perfezione che assicurerebbe all’esistenza qualcosa come una (pericolosa) vivibilità, l’imbalsamatore si tiene appena al di qua, nella vita, a prezzo però di un’esistenza avulsa da ogni contesto e quasi fiabesca. Roithamer, più compromesso con il tempo e con la storia, non può che scollinare coerentemente di là: nella morte.

Con queste brevi osservazioni su un romanzo difficile si conclude la parte seria del post e comincia quella semiseria o nient’affatto seria. Un’estate di qualche anno fa, non sapendo bene che fare, mi misi a scrivere sonetti. La rima, il metro: era una sfida, aveva qualcosa del passatempo enigmistico. Qualcuno l’ho poi anche pubblicato sul blog, ma in seguito allo scarso successo (sarebbe meglio dire: alla totale assenza di successo) ho pensato di lasciar perdere. Avevo anche già smesso di scriverne: non era stato difficile, più facile che smettere di fumare. Tuttavia gli animali impagliati mi hanno fatto venire in mente due cose dell’epoca che ancora non mi dispiacciono. Quindi ve le rifilo. Sentitevi pur liberi di non reagire, non me ne avrò a male 🙂

 

CONVERSAZIONI DI ANIMALI IMPAGLIATI

 

 I. Un gallo di brughiera e una faina

 – Però  quest’esistenza ha il suo vantaggio,

Tentenna assorto il gallo di brughiera.

Sì, prima eravam vivi, ma non c’era

Un attimo di quiete dal servaggio

 

Imposto alle pellicce ed al piumaggio

Dalla natura arpia e filibustiera:

O mangi, o sei mangiato, o di leggiera

Muori di fame. Qui soltanto assaggio

 

L’indivisa teoria e la squisita

Fratellanza. – Può essere, concede

Dubbiosa la faina. Ma stupitz-sce

 

Che la teoria sia fuori dalla vita,

E scusi se m’inzeppolo, ma vede,

Vorrei sapere che ne pensa Nietz-sche.

 

 

II. Un pappagallo dai colori sgargianti e un altro uccello, di fronte alla fuga precipitosa di un visitatore 

– Ma che gli prende a quello, che è scappato?

E che? Gli fa spavento la cromia?

Troppo sgargiante, da idiosincrasia,

Questa livrea per cui sono ammirato?

 

– No no, tranquillo, è un male pubblicato;

Trattasi di automatonofobia:

Un panico che incombe su chi spia

Ciò che appar vivo, eppure è inanimato.

 

Il pappagallo tace, riluttante.

– Saremmo dunque una contraddizione?

Vuol sbattere le ali, ma il cervello

 

Non spedisce l’impulso, ché è mancante.

Annichilisce per l’umiliazione;

Ma fulminea un’idea soccorre in quello

 

Il cartesiano uccello:

Penso, ergo sono! esclama trionfante.

E dietro il vetro esiste, come avante.

 

 

 

 

 

L’ANIMA DELLA LETTERATURA. Genio e regolatezza

PRODOTTO 1

Vi segnalo un post che vale la pena di leggere. Il punto è il primo romanzo di Romolo Bugaro, La buona e brava gente della nazione (1998), da poco ripubblicato da Marsilio, ma soprattutto la postfazione dell’autore, riportata integralmente nell’articolo. In due parole: vent’anni dopo la prima pubblicazione, cioè ora, in questa riedizione, Bugaro ci dice che il romanzo che leggiamo non è che sia proprio suo, o al massimo lo è per metà, dal momento che l’editor, all’epoca, gli aveva fatto un editing talmente approfondito da stravolgerlo considerevolmente:

La buona e brava gente della nazione è stato scritto da me con una certa architettura, una certa forma linguistica, poi è stato sottoposto a un lavoro di editing e revisione talmente profondo e radicale da superare di molto ciò che viene solitamente definito con i termini “editing” e “revisione”, e infine stampato.”

Poiché il punto pare essere l’editing – cioè il lavoro su di un’opera dopo che è stata conclusa – vorrei portare dapprima due testimonianze, o meglio una e mezza. La prima è di Victor Hugo, che in una “Nota all’edizione definitiva (1832)” di Notre-Dame de Paris dice:

“L’annuncio, che è stato fatto, che questa edizione sarebbe apparsa aumentata di diversi capitoli nuovi, è erroneo. Si doveva dire inediti. Infatti, se con nuovi si intende fatti da poco, i capitoli aggiunti a questa edizione non sono nuovi. Sono stati scritti contemporaneamente al resto dell’opera, appartengono allo stesso periodo, sono venuti dallo stesso pensiero, hanno sempre fatto parte del manoscritto di Notre-Dame de Paris. Ma c’è di più: l’autore non capirebbe che si possano aggiungere ulteriori sviluppi a un’opera di questo genere, una volta conclusa. Sono cose che non si fanno a piacere. Un romanzo, secondo lui, nasce, in qualche modo necessariamente, provvisto di tutti i suoi capitoli; un dramma nasce con tutte le sue scene. Non crediate che ci sia qualcosa di arbitrario nel numero delle parti di cui si compone questo tutto, questo microcosmo misterioso che chiamate dramma o romanzo. L’innesto o la saldatura non prendono su opere di questo genere, che devono sgorgare in un unico getto e restare come sono. Una volta che la cosa è fatta, non abbiate ripensamenti, non metteteci più le mani. […] Il vostro libro non è riuscito? Pazienza. Non aggiungete capitoli a un libro mal riuscito. È incompleto? Bisognava completarlo mentre lo facevate. Il vostro albero è nodoso? Non lo raddrizzerete. Il vostro romanzo è tisico? non è vitale? Non gli darete il respiro che gli manca. Il vostro dramma è nato zoppo? Datemi retta, non mettetegli una gamba di legno.”

Il romanticismo battagliero e magniloquente del giovane autore di successo può irritare, ma il messaggio è chiaro: una volta che l’opera è conclusa non ha senso rimetterci le mani per cercare di migliorarla. Non si migliora nulla, si falsifica e basta. Figuriamoci se le mani ce le mette un altro. Questo, Victor Hugo non se lo immaginava neanche. Poi arrivò Gordon Lish.

Romanticismo, si diceva. Alla base c’è l’idea che l’opera letteraria non soltanto è legata all’autore (un pensiero) nel senso preciso che dall’autore o attraverso l’autore sgorga, ma è anche necessariamente legata a un momento nel tempo, tanto che egli stesso non può modificarla in un altro momento. Riuscita o abortita, l’opera è la concrezione di un frammento di tempo passato attraverso la vita di un autore. Incrociare la vita dell’autore in un momento preciso del tempo è ciò che vincola l’opera. Con questo, l’autore assume, nell’opera, un’importanza che va molto oltre il mero fatto di redigerla.

Romanticismo, si dirà. Può darsi, tuttavia sorprende (o no, appunto) che Alain Robbe-Grillet, forse il più noto esponente del Nouveau roman e cocco di Roland Barthes, autore di romanzi che sarebbe difficile definire romantici, inizi la finzione autobiografica Le miroir qui revient (Lo specchio che ritorna) con la famosa frase: “Je n’ai jamais parlé d’autre chose que de moi” (“Non ho mai parlato d’altro che di me”).

La seconda testimonianza è più recente ma più indiretta – piuttosto una supposizione che una testimonianza. Uno dei personaggi del romanzo 1Q84 di Murakami Haruki è un editor senza troppi scrupoli che propone/impone al protagonista, un aspirante scrittore, un lavoro non del tutto pulito di ghostwriting. Diverse recensioni che avevo letto all’epoca suggerivano che Murakami avesse voluto “vendicarsi” degli editor che all’inizio della carriera gli sfiguravano i libri senza che lui potesse opporsi: o mangi questa minestra o salti questa finestra.

Ci si aspetterebbe che la postfazione di Bugaro andasse in questa direzione: l’autore affermato che finalmente può dire come sono andate le cose. Le cose sono andate che l’editor gli ha cambiato il lessico, modificato radicalmente il registro, inventato uno stile (!) – senza parlare, poiché Bugaro vi accenna soltanto, delle modifiche strutturali. Orrore!, pensiamo, e ci aspettiamo da Bugaro un j’accuse, una recriminazione, una ferma condanna. Niente di tutto ciò:

“Il romanzo, dopo gli interventi dell’editor, […] ci ha probabilmente guadagnato. È abbastanza paradossale che sia proprio io a dirlo, ma credo malgré moi che sia così. Mentre lavoravamo, una piccola parte di me sentiva che il testo cresceva, migliorava. Certi innesti, per quanto lontani dal mio sentire dell’epoca, lo facevano brillare. Era come ritrovarsi in uno spazio dove gli opposti convivevano: buio profondo e luce abbagliante fusi insieme in una percezione del tutto nuova.”

Interessante che Bugaro usi esattamente la stessa parola, innesti, che usa Hugo per dire che non funzionano; interessante anche che questi “innesti” fossero “lontani dal [suo] sentire dell’epoca”. E conclude, in gloria:

“Magari è addirittura venuto il momento di ringraziare il mio vecchio editor, che non vedo e non sento da molti anni, per il tempo e la pazienza che mi ha dedicato tanto tempo fa.”

Bene, meglio un autore soddisfatto che un autore amareggiato; inoltre la sua postfazione (un bel testo che consiglio di leggere per intero) potrebbe fondare il genere del Bildungsnachwort. Ma qual è l’idea di opera letteraria che ne emerge? Sicuramente l’idea di un’opera fortemente scollegata dall’autore, alla quale non solo è possibile, ma in linea di principio pure auspicabile che mettano mano altri (infatti, da un punto di vista assoluto, quale opera non sarebbe “migliorabile”?); un’idea di opera quindi eventualmente costruibile a più mani – che è, credo, il progetto fondante dei Wu Ming – dico credo perché dei Wu Ming ho letto soltanto, quando ancora erano Luther Blisset, Q, e neanche fino in fondo, perché sì, un bel ripasso di storia se si vuole, più efficace del manuale, ma non c’è stile. D’altra parte eliminare lo stile, questo residuo borghese, non è l’obiettivo dei Wu Ming? Ma fra l’eliminare lo stile dei Wu Ming e il farselo confezionare da un altro di Bugaro (lasciare che un altro te lo confezioni e essere soddisfatto del risultato) c’è una differenza di gradi ma non di sostanza. Entrambi giocano nello stesso campo (il campo, per inciso, in cui prosperano le scuole di scrittura), che è quello di un’opera tendenzialmente svincolata dall’autore, un’opera che brilli di luce propria – e questo suonerebbe bene, naturalmente; non fosse che l’idea di luce propria taglia ogni collegamento con una qualunque sorgente e ciò che ne deriva: gli effetti di specchio, i riflessi, le rifrazioni cangianti sulla materia. La luminosità rischia allora di apparire un po’ finta, un po’ dubbia. Un buon prodotto però, ben confezionato; con un occhio, come è giusto, al valore di scambio – letterario eh, non si pensi.

 

 

 

IL GIUSTO

Sul sito in rete Il primo amore, Tiziano Scarpa, in un post che titola Come funzionano i social, cita Plutarco di Cheronea:

“Duemila anni fa Plutarco di Cheronea ci ha spiegato come funzionano i social network, la rete e l’opinione pubblica. Ecco cosa scrive nella Vita di Aristide:

«Mentre si vota la procedura di esilio dell’ostracismo, un analfabeta che ha sempre vissuto in campagna incontra per caso Aristide e gli chiede di aiutarlo a scrivere proprio il nome di Aristide sul suo coccio elettorale. Aristide resta di stucco, gli chiede cosa gli ha mai fatto di male questo Aristide. L’uomo risponde: “Niente, non lo conosco neanche, ma mi sono stufato di sentire che lo chiamano tutti il Giusto”».

[L’episodio si conclude così: «A quanto dicono, Aristide non fa una piega, e senza dire nulla scrive il proprio nome sul coccio dell’ostracismo e glielo consegna».] T. S.”

Grandioso questo campagnolo analfabeta che anticipa la dialettica di Hegel, e molto correttamente. Chiamato a esprimersi su una decisione (se si debba o no esiliare Aristide), rispetto alla quale, poiché non conosce Aristide, non ha elementi di giudizio – che è la situazione di base delle democrazie di massa – cosa fa? Invece di adeguarsi pedissequamente all’opinione pubblica (poiché è dall’opinione pubblica e non da altra istanza che Aristide ha ricevuto l’appellativo “il Giusto”), il campagnolo ragiona. Dunque vediamo, pensa. Qui abbiamo un’identità A (il Giusto) che proprio relativamente al suo essere A, proprio perché è A, per certi aspetti deve necessariamente essere non-A (il Non-Giusto), e più forte e conclamata sarà l’identità A, più forti, benché normalmente non conclamati, saranno gli aspetti non-A; quindi il venire a noia è perfettamente giustificato, quindi la reazione è corretta, quindi, per favore, mi scriva Aristide su quel coccio.

Un plauso all’anonimo analfabeta e un plauso a Tiziano Scarpa che ci ha permesso di vedere le cose nella giusta luce.

[A quel che ho potuto capire, sulla questione che opponeva Aristide a Temistocle, e in seguito alla quale Aristide fu ostracizzato, Temistocle aveva ragione e Aristide aveva torto.] E.G.

GIUSEPPE GENNA LOMBROSIANO?

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In calce a un estratto dall’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, History, pubblicato su Minima&Moralia, un lettore commenta laconicamente: “Linguaggio post-lombrosiano”. Commento illuminante. Per chi non voglia sobbarcarsi più di tanto la prosa ipnotica e visionaria di Genna, ho estrapolato un estratto dell’estratto che dovrebbe permettere di cogliere il punto:

“Diffidiamo dei biondi. La loro solarità è caucasica, e ciò lo si è sperimentato una volta per tutte, è anche in qualche modo nazista. I biondi nazisti tuttavia sono cupi, ghiaccei, cinerini. Soprattutto sono sempre lisci. Anche se portano barbe, sono lisci, non si tratta di barbe vichinghe e disordinate o folte, sono azzimate e rade. I loro volti bambini o ragazzini esprimono una cifra che non ha nulla a che vedere col complotto, con il sottopotere muschivo a cui siamo abituati noi, gli eterni levantini italiani, gli eternamente cauti. La nostra perennità si nutre di cospirazione. Di uno sterminato esercito di cospirazioni, microfaghe, una legione romana che bisbiglia urlando, popolana anche quando insediatasi nei palazzi e nei salotti e nelle anticamere, travasandosi dalle piazze popolane, quel popolo di mangiatori di acciughe sotto sale sa bene cospirare e garantirsi una perennità, due soldi che sfamano e quanto è sufficiente a stare nel futuro che li interessa: di qui alla loro morte. Dopo la loro morte continuerà tutto come prima, le acciughe a morire, i figli dei figli a masticarle sotto sale. I biondi nazisti emettono le molecole di una morte tagliente, squadrata, algebrica, precisa. L’organizzazione sta ai biondi nazisti quanto il sotterfugio preterorganizzato sta ai biondi italiani, queste eccezioni con un gene svevo, che non imbiancano se non alle basette e ostentano un candore falso come la moneta corrente, l’oro finto della granaglia che inflaziona e deflaziona il pane, i circensi.”

L’arsi del paragrafo, quel “Diffidiamo dei biondi” così perentorio, così luminosamente icastico, non poteva non ricordarmi la sapienza popolare che mia nonna (classe 1893) citava talvolta: “al più bon di ross l’a butè so ped’r in-t-un foss”: il più buono dei rossi (di capelli) ha gettato suo padre in un fosso.

Di nonna in nonno e un po’ preoccupata, non so ancora perché, da quell’accenno alle “barbe azzimate e rade”, mi precipito a osservare da vicino la foto di mio nonno dal lato paterno, socialista della prima ora, mai avuto la tessera del PNF, che nella foto sfoggia i baffetti che portò tutta la vita e che sono… e che sono… ma porca miseria, sono baffetti hitleriani! Avevo un nonno criptonazista e non lo sapevo neanche! Adesso che ci penso aveva pure gli occhi azzurri, gli stessi che ho ereditato; è il gene longobardo, non c’è scampo.

Famiglia M.

Mi vedo già zolianamente predeterminata a organizzare campi di sterminio, quando mi dico: No ma ferma tutto, ma non erano gli altri che ragionavano così? O piuttosto che sragionavano secondo gli stessi stilemi, e intanto andavano in giro con strumenti di misurazione e tabelle di riferimento? Ma non sarà che ‘sto Giuseppe Genna è razzista e non lo sa? Che ha un gene che gli sfugge, un gene che gli sguscia fra le dita, lui non vorrebbe ma lo spinge a scrivere delle cose razziste? Non sarà mica che ha un gene che magari ce l’aveva anche Julius Evola, lo stesso identico? Non ci sarebbe niente di strano, sono siciliani tutti e due, no?

Perplessa come sono digito Giugenna e eccomi sul blog di Giuseppe Genna – scrittore in Milano, Mondo. E sotto il titolo “Memorie da quel tempo berlingueriano” trovo questo:

“Questa posa, questa capigliatura, i capelli brizzolati, questa complessione fisica, questa cifosi tenera, queste grisaglie, queste cravatte, questa soppesata nonchalance nei confronti della realtà, questa responsabile facilità dell’assumersi la responsabilità, questi colori, questo simbolo, questo microfono, questa fede al dito, questa calma in pubblico che sfiora la riottosità ed è pudica […]”

Segue, naturalmente, una caratterizzazione più prettamente morale; ma, appunto, segue. E allora mi domando: E se Berlinguer avesse avuto la pancia? E se non avesse avuto la fede al dito? O i capelli tutti bianchi invece che brizzolati? Magari di quel bianco un po’ giallino che fa un pochetto schifo? Perché questa insistenza sul fisico, come se da esso dovesse necessariamente e univocamente trasparire il morale, come se dato un certo fisico se ne potesse dedurre il morale, e viceversa?

Dev’essere, mi dico, una caratteristica degli scrittori ipnotici e visionari, e in effetti mi viene in mente un altro pezzo di bruttura, stavolta di Antonio Moresco:

“La faccia di Céline

Questa foto è stata scattata nel 1934. Céline ha quarant’anni esatti. Ha già scritto e pubblicato Viaggio al termine della notte e sta scrivendo Morte a credito. È un uomo maturo, già potentemente formato come scrittore. È Céline. Questo è proprio Céline. La sua foto della maturità, il suo baricentro somatico. Dopo le immagini giovanili in divisa da corazziere e prima di quelle finali, dove appare travestito da delirante clochard in mezzo ai suoi cani e gatti o mentre parla con il suo pappagallo. È una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga. Com’è possibile che uno dei maggiori scrittori del Novecento abbia una faccia simile? Eppure questa faccia appartiene proprio al più grande scrittore lirico del Novecento, al suo inventore più scatenato e più raffinato, al rabdomante del male, all’anima nera dell’Europa, della letteratura e del Novecento, alla cartina di tornasole delle sue abominevoli verità, appartiene a uno dei più grandi artisti della parola scritta che siano mai esistiti. Che faccia avevano gli altri grandi scrittori del Novecento? Vediamo. Kafka aveva quella faccia da angelo anoressico con le ali al posto delle orecchie. Proust da mondano un po’ debosciato da cui al massimo non ti potevi aspettare niente. Joyce aveva quella faccia da schiaffi da irlandese alcolista e un po’ dandy. Musil poteva sembrare al massimo un dentista, un direttore di banca austriaco un po’ testa di cazzo o il titolare di un negozio di articoli ortopedici. […] Nessuno, assolutamente nessun’altro grande scrittore del Novecento ha una simile faccia di merda, da alieno salito dagli strati intestinali e gastrici dell’Europa e del Novecento, da meteora piombata all’incontrario, dal basso, nel mondo della cosiddetta letteratura. Nessuno. Solo Céline.” (Testo pubblicato sul Primo Amore, poi raccolto nel volume La parete di luce, ed. Effigie 2011.)

Non ho intenzione di commentare (ma il baricentro somatico! fra il baricentro somatico e il baricentro somarico c’è una sola piccola lettera di differenza – questo dalla parte del significante, perché dalla parte del significato non c’è manco quella). Vorrei solo far riflettere sui pericoli dell’irrazionalismo (“i biondi”, “una faccia di merda”). Uno pensa che sia sufficiente delimitare l’acconcia aiuoletta in cui si desidera soggiornare per risultare ipso facto innocenti. Ma non è vero: tu cedi alle sirene dell’irrazionalismo e inaspettatamente ti trovi dove non volevi neanche andare – ti trovi dove neanche tu sai che sei. Nella fattispecie ti trovi gomito a gomito con quelli che guardano le foto degli inquisiti e commentano: ah be’, con una faccia così. Oppure, se l’immagine è normalissima, l’immagine di una persona normalissima come potrebbero essere loro stessi: però si vede che c’è qualcosa che tocca, si capisce che c’è del marcio.

(Guardiamolo, quindi, questo Giuseppe Genna: queste occhiaie, questa pappagorgia, i tratti segnati da ombre curiali, ombre di buia cancelleria di tribunale in cui si insabbiano le cause in rotoli ammucchiati dietro ante chiuse da esagonale rete metallica; guardiamole le labbra a ricciolo d’anatra di questo che sguazza nel Macero, Mondo, e spera di sfangarla, che dovrebbe proprio farcela a sfangarla, che non è del tutto sicuro ma intanto ostenta sicurezza con la sigaretta fra le dita grassocce e le unghie mangiate alla radice; guardiamola l’espressione che ha nella bocca, di quello che vuol fare il buono ma non si decide, non sa se riuscirà a persuadere, qualche volta ha come la percezione di esagerare nella recita, di esagerare col patetico; guardiamola la trepidazione che traspare, nonostante tutto. Ma soprattutto guardiamole, le guance cascanti, la glabra cotenna sottesa di soffice grasso, faccia e collo un rettangolo siculo remotamente approdato dal Vicino Oriente, gli antenati acciughe sotto sale mattina mezzogiorno e sera ma nutrito lui di troppe, oh troppe longobarde cotiche e cotechini e zamponi con fagioli bianchi o borlotti. In umido.

Ah! La chair que trop avons nourrie…

Visto? Non è poi mica difficile.)