Un’altra di Cangone

L’instancabile Cangone, che per campare (dura schiavitù del pane quotidiano: per quanti Paternoster si recitino non cade dal cielo) deve sfornarne una al giorno, oggi pubblica questa. Per chi non avesse voglia di andare a vedere, riassumo brevemente: il Papa in carica (non riesco a chiamarlo Papa Francesco, mi suona come Topo Gigio) ha detto che, nella persona dei migranti, Dio stesso ci chiede di poter sbarcare. Lamillo Cangone non è d’accordo, anzi in questa interpretazione della divina volontà annusa “l’utopismo eretico, non il realismo cristiano”. Naturalmente se teniamo buona questa distinzione fra utopismo e realismo il primo eretico sarebbe Gesù Cristo, ma non è questo il punto che vorrei approfondire. Sull’opportunità o meno di far sbarcare i migranti e su come conciliare l’eventuale divieto con la prassi cristiana il Cangone può pensarla come gli pare.

Vorrei invece analizzare brevemente la retorica e la logica della prosa di Cangone. Ora, io capisco che se uno è costretto a scrivere una cazzatiella al giorno per sbarcare il lunario, magari mentre valuta l’accoppiata prosciutto di Langhirano – lambrusco Salamino di Santa Croce, più di tanto non si può pretendere. Tuttavia dovrebbe tenere presente, il Lamillo, che quando il liber scriptus proferetur, dentro ci saranno anche, ineluttabilmente, le antelucane “preghierine” che ha vergato per il Foglio – e che il diavolo potrebbe rivelarsi miglior loico di lui.

Quindi: vediamo dapprima la perifrasi che, senza necessità alcuna, Langone utilizza al posto del nome proprio “Africa”. Senza necessità, perché non si trova nel caso di evitare una ripetizione o di fare maggior chiarezza; dunque appositamente scelta, la perifrasi, autonomamente significante, connotante ecc. Siete pronti? Bene: nella “preghiera” di Cangone, l’Africa è “il Continente color morte”. Anzi, citiamo tutta la frase, così si capisce che non c’è ironia, autoironia, sarcasmo obliquo – niente di tutto ciò, nient’altro che il puro Cangone-pensiero: “io trovo amaro e pesantissimo l’obbligo di prendere in carico chiunque arrivi dal Continente color morte.”

[Pare che “il Continente color morte” non sia nemmeno un’invenzione di Cangone, a giudicare dal post seguente, pescato sul Forum di Termometro Politico ma che sembra essere un’altra preghierina di Langone pubblicata sul Foglio – tanto più che lo stesso testo, parola per parola, lo si ritrova nell’opera del nostro Pensieri del lambrusco, edita da Marsilio – quindi smettete di comprare libri editi da Marsilio.

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Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e bianco. Ce l’ha con me il negro accattone che, siccome non sgancio niente, prova a ricattarmi: “Fai così perché sono nero!”. Non degnandolo di uno sguardo né di una risposta, e per giunta impedendo alla mia accompagnatrice di tacitarlo con qualche moneta (pagare un pizzo in mia presenza significherebbe fare di me un complice), comincia a inveire: “Razzista! Ignorante!”. Ce l’ha con me il bianco, non africano ma africanista, professore universitario e amico di amici, che via mail mi chiede di presentare il suo libro sulla cucina africana. Quando rispondo che di regola non presento libri e meno che meno libri sulla cucina africana comincia a insultare, addebitandomi una “mentalità ignorante ed ottusa” secondo lui tipica degli italiani. Di questi figuri, oltre la rozzezza, oltre la violenza, mi colpisce il trasudare impunità: sanno di avere alle spalle un continente grande e grosso e di potersi permettere tutto con chi, come me, rappresenta una nazione esigua e in declino. Scrive Carl Schmitt che l’ultimo rifugio per un uomo tormentato da altri uomini è una giaculatoria al Dio crocefisso: Cristo salvami dal continente color morte! 

Se qualcuno potesse fornirmi informazioni sul contesto della “giaculatoria” attribuita a Carl Schmitt gliene sarei grata.]

Non commento neanche. Faccio solo presente che, se lasciamo passare senza protestare la cangoniana perifrasi, potremmo trovarci ad avallare diverse cose: per esempio che, visto che il povero George Floyd era sicuramente il tipo “color morte”, aver adeguato lo status biologico alle suggestioni cromatiche non è poi così grave.

Questo per la retorica. E veniamo adesso alla logica. Dice Cangone rivolgendosi alla Madonna: “Tuo figlio ha definito il suo giogo “dolce”, il suo peso “leggero”, e io trovo amaro e pesantissimo l’obbligo di prendere in carico chiunque arrivi dal Continente color morte. Dunque non capisco in nome di chi parli Bergoglio, nelle cui parole annuso l’utopismo eretico, non il realismo cristiano.”

Se penso che per secoli i teologi si sono affrontati, e ancora si affrontano, a suon di scienza e ferree argomentazioni per stabilire il sottile confine fra eresia e ortodossia – e bastava chiedere a Lamillo Cangone! Informarsi discretamente se un carico morale o dottrinale gli apparisse pesante o inver leggero, se il giogo gli sedesse comodo o fastidioso sul collo. Che spreco di tempo e di acume, mentre avevamo a portata di mano la sensibilissima bilancia! E ammiriamo la logica: 1. Cristo ha detto che il suo giogo è dolce e il suo peso è leggero; 2. a Lamillo Cangone l’esortazione del Papa a farsi carico dei migranti appare insostenibilmente pesante; 3. ergo, il Papa non parla a nome di Cristo. Non fa una piega. Proviamo qualche altra applicazione: 1. Cristo ha detto che il suo giogo è dolce e il suo peso è leggero; 2. Elena Grammann trova l’esortazione di Cristo ad amare il prossimo come se stessi insostenibilmente pesante; 3. ergo, Cristo non parla a nome di Cristo. Eccetera.

Un’ultima osservazione sulla chiusa della Preghierina: pare che alle litanie lauretane sia stato aggiunto recentemente il titolo solacium migrantium e Cangone non se ne dà pace. Visto che frequento poco il Santo Rosario io non me ne ero neanche accorta, ma non mi sembra il caso di disperarsi. La Madonna vi viene invocata, fra gli altri titoli, come salus infirmorum, consolatrix afflictorum e auxilium christianorum. In tutte e tre queste funzioni la sua efficacia è dubbia, se non nulla; sarà scarsamente performante anche come solacium migrantium, e amen. Non vedo il problema.

 

 

RIFLESSIONI SULLA CONCLUSIONE DEI QUATTRO VANGELI

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Pietro Perugino, L’ascensione di Cristo

Nella mia piccola edizione italiana del 1968, il racconto della passione, morte e sepoltura di Gesù occupa 12 pagine su 107 nel vangelo di Matteo, 10 su 60 in quello di Marco, 11 su 105 in quello di Luca e 8 su 84 in quello di Giovanni.

Segue  il racconto non della risurrezione – che non può essere raccontata dal momento che nessuno vi ha assistito -, ma dell’inspiegabile scomparsa di un cadavere. In tre vangeli su quattro (Matteo, Marco e Luca) l’assenza del corpo per avvenuta risurrezione viene annunciata alle donne o ai discepoli allibiti da uno (o due) angeli. 

(In generale nei vangeli gli angeli – o comunque una presenza divina dal cielo – si incaricano di certificare ciò che non può essere testimoniato: per esempio che la gravidanza di Maria le viene non da un uomo ma da Dio, che il bambino nato a Betlemme è il Salvatore, o che l’uomo battezzato nel Giordano da Giovanni è il Figlio di Dio.)

A riprova dell’avvenuta risurrezione, Gesù appare a diverse persone secondo i diversi vangeli: alle donne, alla sola Maria Maddalena, ai discepoli di Emmaus, a due discepoli che probabilmente sono gli stessi, agli Apostoli riuniti, ad alcuni di loro, una o più volte, prima di salire al cielo sotto gli occhi degli Undici.

Matteo e Marco dedicano a risurrezione, apparizioni e ascensione due pagine scarse. Luca e Giovanni sono più generosi di dettagli, soprattutto per quel che riguarda le apparizioni. La caratteristica più generale delle apparizioni è che dapprima Gesù non viene riconosciuto. Ha l’aspetto di qualcun altro, non di Gesù. Viene riconosciuto per una parola, per un gesto, non per l’aspetto; e dopo essere stato riconosciuto generalmente scompare. La seconda caratteristica è che quando invece compare con l’aspetto noto (agli Undici riuniti in un luogo chiuso), incontra dapprima un certo scetticismo. In un secondo tempo naturalmente non solo le donne, che credono sempre a tutto, ma anche gli Apostoli credono.

Comunque questo post-resurrezione sembra che gli evangelisti non abbiano una gran voglia di raccontarlo; che non sappiano bene cosa dire. O che non ci sia niente da dire: che ci si possa solo ripetere.

Il racconto sfuma nel fiabesco, e in due e due quattro è finito.

 

 

Il male immedicabile (un sogno del mattino)

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Edward Hopper, Stairway

Il male immedicabile si manifesta durante l’ultimo sonno, quando credi di ripristinare, dormendo tardi, i ritmi circadiani sbilanciati da Battlestar Galactica nel freddo della notte, davanti al tubo catodico che si squaglia al crescendo forsennato dei wadaiko.

Poi, nella terra di nessuno dell’alba, ti trovi in una casa che ora, come sai, è vuota. Nelle scale aperte dalla cantina al sottotetto c‘è la traccia di una persona morta (un’istantanea senza supporto). Su un pianerottolo c’è una persona che, come sai, non c’è; nel sonno il paradosso ti sembra insopportabile.

È la proiezione di una lanterna magica; eidolon – benché invece, da un certo punto di vista, sia proprio lei, la persona. Però irraggiungibile, perché è chiaro che non si potrà rispondere alla voce che familiarmente ti parla dalla tromba delle scale. (Ma nemmeno lo sa).

Impossibile aggiungere qualcosa, riparare al detto e al non detto.

Uno stato delle cose siglato dalla morte il male inemendabile – o così ti pare, perché nel sonno dimentichi che, sin dall’inizio, nulla fu emendabile.

Nel vestibolo dove toglievate o mettevate le scarpe una persona che ha vissuto nella casa da bambino – nel sonno poco più di un bambino, un adolescente – aiuta, propone il da farsi. Però è strano che sia lì perché poi non ha più voluto viverci, non ci vive più, non ci sarà più in quella casa; di fatto non c’è, è come se non ci fosse, lo vedi ma sai che è un’immagine; eidolon, una nostalgia.

Nessuno che tu possa raggiungere. Nessuno davvero raggiungibile dalla bolla di tempo in cui stai come in un occhio di grasso nel brodo di un tempo più vasto.

La casa è tramontata. Oltre i vetri della porta-finestra un cane che fu sepolto in giardino lo attraversa di corsa. Quando ti svegli hai la percezione di un buco al posto di un organo vitale qualsiasi, forse al posto di diversi. Nulla di reale per chiudere i buchi, ma possono servire sottili foglietti della fortuna, stampati a colori con testi brevi e incoerenti.

Tardi, la sera, ti esponi alle frequenze di Battlestar Galactica.

 

 

 

 

RISAIE E BAMBÙ. Filologia giapponese per principianti

Taketa

 

Rileggendo il post dell’altro giorno e le mie ipotesi sulla città di Takeda/Taketa, mi sono sentita come il marchesino Eufemio quando, nel saggio di francese, “fe’ noto che … / … Rome è una città simile a Roma”.

Mi sono decisa a rivolgermi a Sōkosan, la mia insegnante di giapponese. In genere tengo distinto l’apprendimento della lingua dalle incursioni in letteratura per non fomentare l’impressione, non ingiustificata, di persona un po’ stramba e piuttosto presuntuosa, oltre che fastidiosamente pignola. Avendo però esaurito tutte le risorse di internet ho dovuto coinvolgerla, e molto gentilmente Sōkosan mi ha svelato l’arcano (e fornito la cartina “in lingua”).

Ovviamente chi traduce traduce da un testo scritto, non da un audiolibro o da una fonte orale, e la scrittura giapponese, per quanto riguarda i lessemi almeno, non è fonetica ma ideogrammatica: il kanji dà il significato della parola, non il suono. Quindi la traduttrice si è trovata di fronte alla parola 竹田, formata dagli ideogrammi 竹 [take], che vuol dire bambù, e 田 [ta], cioè risaia. Il problema è che nelle parole composte certe consonanti sorde (t, k, p) diventano facilmente sonore (d, g, b), come anche la fricativa f diventa b. Ad esempio, ‘sacchetto’ si dice ‘fukuro’, ma se voglio dire ‘sacchetto di carta’ dico ‘kamibukuro’, e il signor 山田 (risaia di montagna) si chiama Yamada e non Yamata, come ci si aspetterebbe. Conclusione: probabilmente la traduttrice, di fronte agli ideogrammi 竹田 ha scelto la traduzione fonetica più corrente, cioè Takeda, senza sapere, o senza preoccuparsi di indagare, che la città si pronuncia invece Taketa, come appare da tutte le translitterazioni (compresa, nell’era di internet, quella sul sito ufficiale del comune).

Chissenefrega, direte voi. Fino a un certo punto, dico io. Perché un conto è, in un romanzo, una città reale, un conto una città fantastica. O una città reale trasformata in città fantastica, come la Parma della Certosa di Stendhal.

Non mi resta che recarmi di persona nel Kyūshū e vedere se Taketa è davvero posta al centro di una corona rocciosa e se l’unico, stretto ingresso è scavato nella roccia.

 

P.S. Per chi non conoscesse l’immortale marchesino Eufemio, qui di seguito il sonetto di Gioachino Belli:

A dì trenta settembre il marchesino,
d’alto ingegno perché d’alto lignaggio,
die’ nel castello avito il suo gran saggio:
di toscan, di francese e di latino.
Ritto all’ombra feudal d’un baldacchino 
con voce ferma e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrìvonsi con due g come cuggino.
Quindi, passando al gallico idioma,
fe’ noto che jambon vuoI dir prosciutto,
e Rome è una città simile a Roma.
E finalmente il marchesino Eufemio, 
latinizzando esercito distrutto, 
disse exercitus lardi, ed ebbe il premio!

Hogwarts apre ai babbani

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Hannibal, ne vitam suam alieno arbitrio dimitteret, venenum quod semper secum gerebat sumpsit.

Semplice, lineare. Traduzione di un ragazzino di seconda liceo classico (quinta ginnasio per chi è abituato alla vecchia numerazione), anche sveglino:

Annibale, per non abbandonare la propria vita a una decisione altrui, prese la pozione magica che portava sempre con sé.

Il ministro della Pubblica Istruzione Lorenzo Fioramonti sta prendendo accordi con il suo omologo Albus Silente per sostituire il Liceo Classico (obsoleto) con un quinquennio a Hogwarts.

LO SGARGABONZI E LA RESTAURAZIONE

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Carlo X e gigli di Francia

Qualche tempo fa un cultore del racconto breve, RW, che già mi aveva fatto conoscere Amy Hempel, mi ha consigliato la raccolta Jocelyn uccide ancoraedita da Minimum fax, autore Lo Sgargabonzi, che il critico Claudio Giunta considera il miglior scrittore comico italiano.

Sgargabonzi

Ora, riguardo all’umorismo letterario italiano io sono un po’ scettica, quindi non ho arrischiato l’acquisto ma l’ho prudentemente preso in biblioteca, dove già è stato difficilissimo reperirlo in quanto relegato nell’esile sezione dedicata alla letteratura umoristica italiana e infognato a due centimetri da terra in mezzo a trenta opere della Littizzetto. Ma insomma alla fine ce l’ho fatta. Però non sono andata tanto avanti a leggere perché lo scetticismo si è dimostrato abbastanza fondato, e questo non per colpa dell’autore ma per motivi che sono del tutto miei e di ordine squisitamente anagrafico. Detto in parole povere sono troppo vecchia.

In realtà c’è un’altra ragione per cui non ho potuto occuparmi con la necessaria serietà di questo autore comico, ed è che abbiamo cambiato dirigente scolastico. Il nuovo è cattolico, dunque la sua missione in questa vita è far crepare il prossimo – con le buone, è ovvio. E con le buone, con le buonissime, il nuovo dirigente ci piazza un'(inutile) riunione dietro l’altra, che sommandosi alle (inutili) riunioni di legge fanno sì che non solo io non sia riuscita a leggere Lo Sgargabonzi (che pazienza), ma che non riesca a leggere proprio niente.

Su una cosa tuttavia, fra una riunione e l’altra, mi è cascato l’occhio; qualcosa che mi ha colpito proprio nel momento in cui del mestiere esperivo l’avvilente schiavitù. È un breve passo dal racconto “L’uomo che non si lascia stare mai”. Il narratore parla dei ricordi musicali della sua infanzia e adolescenza:

“Rammento poi che alle superiori i miei compagni di classe si dividevano in due categorie. Quelli che si bevevano qualsiasi cosa passasse su Videomusic e quelli che invece ascoltavano musica impegnata rinvenuta sulle musicassette dei fratelli. Dai Doors ai Led Zeppelin passando ovviamente per Zappa. […] Io di quegli artisti conoscevo giusto il nome, perché dovevo studiare per l’interrogazione di storia sulla Restaurazione. La Restaurazione, sul piano squisitamente storico-politico, fu il processo di ristabilimento del potere dei sovrani assoluti in Europa, ossia dell’Ancien Régime («Antico Regime»), in seguito alla sconfitta di Napoleone. Ebbe inizio nel 1814 con il Congresso di Vienna, convocato dalle grandi potenze per ridisegnare i confini europei, ovvero gli Imperi di Austria e Russia e i Regni di Prussia e Gran Bretagna. Non so quanti di quelli che negli anni Novanta ascoltavano i Deep Purple possano permettersi di snocciolare nozioni così. Ma non voglio fare polemica.”

È un pezzo di prosa classica: misurato, essenziale ma esauriente, asciuttissimo nei mezzi retorici; ciononostante, o forse proprio per questo, di grande impatto; con quel qualcosa di geniale che sprizza da un grammo di ambiguità. E mi ha colpito, come dicevo, in un momento di fragilità, presa com’ero in una trance ipnotica fra la lucina rossa che ti ammicca dal registro elettronico e la esatta codificazione delle tipologie delle prove di verifica del debito di settembre – compito quest’ultimo senz’altro più difficile che non asportare con un taglio netto la famosa esatta libbra di carne. Mi ha colpito come una nemesi perché proprio in questi giorni sto facendo in quinta Il Rosso e il Nero, e dai ragazzi pretendo fra le altre cose che mi snocciolino delle nozioni precise sulla Restaurazione, ma non solo: in previsione delle ulteriori parti del programma pretendo pure che conoscano a menadito tutte le rivoluzioni e conseguenti cambi di regime dalla Grande Rivoluzione all’avvento della Terza Repubblica. Una richiesta rispetto alla quale si mostrano estremamente refrattari. È come una prova di forza, a vedere chi cede prima. Generalmente cedo io.

Ma tornando a noi, cosa mi vuole Lo Sgargabonzi? Potrebbe egli seriamente affermare che precise nozioni sulla Restaurazione sono un’inutile pedanteria, quando invece sono necessarie alla comprensione dell’assoluto capolavoro che è Il Rosso e il Nero? O arriverebbe addirittura ad affermare che si può benissimo vivere senza conoscere Il Rosso e il Nero e altri assoluti capolavori consimili? E che risulterebbe invece più difficile vivere senza conoscere la musica dei Deep Purple? O che addirittura soltanto i pedanti stanno ancora lì a gingillarsi con Il Rosso e il Nero, mentre i ganzi ascoltano Fabri Fibra (perché i Deep Purple, a dir la verità, sono già un pochino troppo classici). Vuol forse suggerire, Lo Sgargabonzi, che gli insegnanti delle materie umanistiche sono tutti dei gran sfigati e Tagliati Fuori Senza Speranza?

Se così fosse egli avrebbe, naturalmente, ragione.

Ma non del tutto. E non perché la cultura è comunque importante ecc. Lascio questi argomenti a chi li vuole. No, non perché la cultura è importante, perché a quel punto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa è cultura. Ma perché i Tagliati Fuori hanno sempre una risorsa in più. Infatti io domani vado a scuola e gli leggo il passaggio dello Sgargabonzi: gli faccio una meta-lezione; li costringo a riflettere sul senso che ha o non ha acquisire nozioni sulla Restaurazione, li obbligo a dimenticare per un attimo le verifiche e l’esame di stato e a considerare se stessi dal di fuori.

Non perché pensi che si possa arrivare a una conclusione (magari edificante: è comunque giusto acquisire informazioni sulla Restaurazione perché bla bla; in questo tipo di prassi le conclusioni non sono contemplate); ma giusto così, come esercizio.

 

 

MA CHI VI FA IL MARKETING? Come ridicolizzare un’iniziativa encomiabile con una scemenza evitabile

 

Dalla rivista web Il Primo Amore:

TERRESTRI 14-17 novembre 2019

Mancano pochi giorni all’inizio di Terrestri. Tutta l’iniziativa è autofinanziata e basata su contributi volontari. Chi volesse contribuire alle spese organizzative può ancora farlo: https://www.gofundme.com/f/terrestriTutti i sostenitori riceveranno la cittadinanza della Repubblica dei Terrestri, con spilla ufficiale e passaporto personale.

Insomma, il Club delle Giovani Marmotte.

UNA MODESTA PROPOSTA

Devo premettere, onestamente, che non capisco nulla di politica. Mi faccio qualche idea a buon senso, ma pare che non sia il modo migliore. Tuttavia, dopo la parentesi estiva con trasferimento di scrivania dal Viminale al Papeete di Milano Marittima, mi sono enormemente goduta la parabola con schianto del ministro. È stato puro godimento, inoffuscata risata rabelaisiana – non mischiandosi all’accaduto, come si può ben immaginare, alcunché di aulico o di solenne. Naufragio senza sublime, farsa senza tragedia – o forse, con riguardo al personaggio, si potrebbe pensare al dramma satiresco.

Ho seguito con trepidazione la formazione del nuovo governo, e se mi astengo dal fare voti per la sua durata è soltanto perché i miei voti non sono mai esauditi.

Questo per dire. Ma mi preoccupa la questione del Veneto. I Veneti minacciano la balcanizzazione se non hanno l’autonomia come gli pare a loro. Il resto d’Italia gli dà noia, è chiaro, lo sopportano a stento. È una zavorra di cui non vogliono più gravare le loro venete spalle. E allora prima, mentre mi lavavo i capelli, mi è venuta un’idea luminosa. Un’idea propriamente geniale, perché accontenta tutti, non presenta inconvenienti, e non c’è neanche il timore di creare un precedente perché è già stato fatto. Quindi la mia modesta proposta è:

VENDIAMO IL VENETO ALL’AUSTRIA!

I vantaggi sono sotto gli occhi di tutti:

  1. I Veneti sarebbero autonomi dal resto d’Italia: niente più comunisti, niente più terroni, extracomunitari soltanto con guinzaglio e museruola.
  2. Come si diceva, c’è stato un precedente; i fieri Veneti conoscono la procedura e non devono neanche farci l’abitudine.
  3. L’Austria essendo un paese cattolico, nessuno impedirà ai deputati veneti di organizzare novene in parlamento.
  4. La lingua nazionale sarebbe beninteso il tedesco; ma siccome in Austria nessuno parla il tedesco, bensì ciascuno il suo dialetto locale, anche i Veneti potrebbero finalmente mandare a culo l’italiano e parlare, scrivere, insegnare ecc. nel loro nobile idioma. Preferibilmente ogni villaggetto la sua particolare sfumatura.
  5. I Veneti e le Venete starebbero da Dio sotto un cappellino tirolese con ciuffo di peli di camoscio.

Se siamo fortunati, l’Austria ce lo paga pure bene lo sbocco sul mare. Ma anche qualora non fosse disposta a sganciare più di tanto, vuoi mettere la soddisfazione di non avere più i Veneti fra i coglioni?

(Si potrebbe ipotizzare qualcosa di simile, oltre che per il Veneto, anche per il Lombardo; purtroppo però quello è già un DOP* del Vaticano.)

*DOP: Dipartimento d’Oltre Po

ANIMALI IMPAGLIATI

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Gli animali imbalsamati mi hanno sempre fatto una gran tristezza. Più loro degli umani nel museo del Pianeta delle scimmie. Anche perché il Pianeta delle scimmie è un film, invece gli animali imbalsamati sono veri. Comunque era un po’ che non mi capitava di pensarci. L’occasione me l’ha data Raffaele con il suo articolo sull’Airone di Giorgio Bassani, qui.

La scena in cui Edgardo Limentani, il protagonista, osserva affascinato la vetrina di un imbalsamatore è importante, perché proprio gli animali esposti gli suggeriscono una via di scampo dal fastidio della vita. Ne vorrei citare qualche passaggio:

“Di là dal vetro il silenzio, l’immobilità assoluta, la pace.

Guardava ad una ad una le bestie imbalsamate, magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive.

La volpe, per esempio, che occupava orizzontalmente il centro della vetrina fra due stivaloni di gomma dritti appaiati e un Browning semiaperto, girava di lato il muso digrignante come se, di girarsi, finisse proprio allora, in quell’attimo; e dai suoi occhi gialli, pieni di odio, dai denti bianchissimi, dalle fauci rosse, accese, dal pelo di un biondo fulvo, ricco e luminoso, dalla gonfia coda ipertrofica, si sprigionava una salute prepotente, quasi insolente, sottratta per incanto a qualsiasi possibile offesa di oggi e di domani.

[…]

Era però sugli uccelli che i suoi sguardi non si sarebbero mai stancati di posarsi.

Le anitre, almeno una dozzina, stipavano in gruppo il proscenio del teatrino, così vicine da credere di riuscire a toccarle, e quiete, finalmente, non spaventate, non costrette a tenersi alte, sospese alle corte ali palpitanti nell’aria immobile e infida. […] Vivi ad ogni modo anche gli uccelli di una vita che non correva più nessun rischio di deteriorarsi, tirati a lucido, ma soprattutto diventati di gran lunga più belli di quando respiravano e il sangue correva veloce nelle loro vene, lui solo, forse – pensava -, era in grado di capirla davvero la perfezione di quella loro bellezza finale e non deperibile, di apprezzarla sino in fondo.”

Nell’ambiguità fra essere qualcosa di vivo o qualcosa di morto, che conferisce all’animale imbalsamato un che di perturbante, il personaggio di Bassani sceglie l’apparenza di vita – una vita potenziata, esaltata, lustra – più vita della vita “ordinaria” perché liberata dalle tribolazioni e dalle paure – liberata dalla continua minaccia dell’impermanenza.

Mi vengono in mente, fra gli animali impagliati letterari, due casi che, dalla soglia in cui si trovano, muovono l’uno verso un’apoteosi celestiale, l’altro verso la polvere e il disfacimento. Il primo è Loulou, il pappagallo del racconto di Flaubert Un cuore semplice. La domestica Félicité, il “cuore semplice”, inconsolabile per la morte del pappagallo che le avevano regalato, lo fa impagliare, ed eccolo, “splendido, ritto su un ramo d’albero avvitato su un piedistallo di mogano, una zampa sollevata, la testa piegata da un lato e nell’atto di mordere una noce che l’impagliatore, per amore del grandioso, aveva dorato.” Col tempo, la devotissima Félicité scopre inconfutabili analogie fra Loulou e lo Spirito Santo come appare in certe immaginette sacre che si procura. Si ammala di polmonite. Siamo nei giorni che precedono la festa del Corpus Domini. Per uno dei repositori lungo il percorso della processione viene scelto il giardino della casa della sua padrona. Félicité si dispera di non avere nulla di prezioso da offrire per adornare il piccolo altare. Vorrebbe offrire Loulou, “la sua unica ricchezza”. Le vicine obiettano, il parroco, di più larghe vedute, dà il permesso. Il gran giorno arriva, il repositorio è un tripudio di fiori, ghirlande di foglie e “cose rare”: “e delle cose rare attiravano gli occhi. Un zuccheriera di vermeil aveva una corona di violette, dei ciondoli in diamanti di Alençon brillavano sul muschio, due paraventi cinesi mostravano i loro paesaggi. Di Loulou, nascosto sotto le rose, si vedeva soltanto la fronte blu, simile a un inserto di lapislazzuli.” L’ostensorio, il “grande sole d’oro che irradiava” è deposto sull’altare, i turiboli vanno a ritmo pieno, si fa un gran silenzio. Félicité rende l’anima. “E quando esalò l’ultimo respiro le sembrò di vedere, nei cieli aperti, un pappagallo gigantesco planare sopra la sua testa.”

Se non l’avete già fatto, leggete Un cuore semplice. Qua e là c’è qualche flaubertismo, ma nel complesso è una cosa meravigliosa.

Un destino opposto – dagli onori di casa, se non proprio dagli altari, alla polvere – è invece quello di Bendicò, il cane del Principe di Salina e, in un certo senso, animale araldico del casato. Riporto la chiusa del romanzo, dopo la famosa strage delle reliquie:

“[Concetta] continuò a non sentire niente: il vuoto interiore era completo; soltanto dal mucchietto di pelliccia esalava una nebbia di malessere. Questa era la pena di oggi: financo il povero Bendicò insinuava ricordi amari. Suonò il campanello. «Annetta» disse «questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portatelo via, buttatelo.»

Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante; si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.”

Che con l’imbalsamazione ci si trovi su un limite che ha qualcosa dell’impensabile o dell’impossibile, lo conferma anche, a suo modo e indirettamente, il romanzo di Thomas Bernhard Correzione. L’intera narrazione – affidata, secondo il modo di Bernhard, a un narratore che conosceva il personaggio centrale (Roithamer), di cui cerca di ricostruire il percorso fino al suicidio – si fa a partire dalla “mansarda di Höller”, una stanza nella casa dell’imbalsamatore Höller dove Roithamer era solito passare lunghi periodi e dove il narratore si propone di esaminare e riordinare le sue carte. Nel romanzo c’è una scena (vista o più probabilmente sognata) in cui Höller prepara un “grande uccello nero”, ma non è di quella che vorrei parlare. Ciò che mi ha incuriosito è la lunga disquisizione a proposito della casa di Höller. L’imbalsamatore ha progettato e costruito la sua casa in una strettoia della valle dell’Aurach, un punto dove tutti pensano che la prossima piena la trascinerà via. Ma benché l’Aurach devasti effettivamente ogni anno diversi punti della valle, la casa dell’imbalsamatore non subisce alcun danno, perché egli l’ha costruita tenendo conto di tutti i parametri, calcolando esattamente tutte le variabili. In questa “migliore di tutte le case” l’imbalsamatore vive con la sua famiglia in un tempo che si direbbe, come spesso in Bernhard, fuori dalla storia: fra un passato mai esistito e una modernità inaccettabile. Anche qui sul filo del rasoio di uno strano limite.

Nel romanzo, un’altra casa “impossibile” è stata costruita con lo stesso sistema: il “cono” in mezzo alla foresta che Roithamer, dopo lunghissimi calcoli, costruisce per l’amatissima sorella. Una casa perfetta, una casa ideale; talmente ideale e perfetta che la sorella muore poco dopo esservisi trasferita.

Rispetto alla linea di confine di una perfezione che assicurerebbe all’esistenza qualcosa come una (pericolosa) vivibilità, l’imbalsamatore si tiene appena al di qua, nella vita, a prezzo però di un’esistenza avulsa da ogni contesto e quasi fiabesca. Roithamer, più compromesso con il tempo e con la storia, non può che scollinare coerentemente di là: nella morte.

Con queste brevi osservazioni su un romanzo difficile si conclude la parte seria del post e comincia quella semiseria o nient’affatto seria. Un’estate di qualche anno fa, non sapendo bene che fare, mi misi a scrivere sonetti. La rima, il metro: era una sfida, aveva qualcosa del passatempo enigmistico. Qualcuno l’ho poi anche pubblicato sul blog, ma in seguito allo scarso successo (sarebbe meglio dire: alla totale assenza di successo) ho pensato di lasciar perdere. Avevo anche già smesso di scriverne: non era stato difficile, più facile che smettere di fumare. Tuttavia gli animali impagliati mi hanno fatto venire in mente due cose dell’epoca che ancora non mi dispiacciono. Quindi ve le rifilo. Sentitevi pur liberi di non reagire, non me ne avrò a male 🙂

 

CONVERSAZIONI DI ANIMALI IMPAGLIATI

 

 I. Un gallo di brughiera e una faina

 – Però  quest’esistenza ha il suo vantaggio,

Tentenna assorto il gallo di brughiera.

Sì, prima eravam vivi, ma non c’era

Un attimo di quiete dal servaggio

 

Imposto alle pellicce ed al piumaggio

Dalla natura arpia e filibustiera:

O mangi, o sei mangiato, o di leggiera

Muori di fame. Qui soltanto assaggio

 

L’indivisa teoria e la squisita

Fratellanza. – Può essere, concede

Dubbiosa la faina. Ma stupitz-sce

 

Che la teoria sia fuori dalla vita,

E scusi se m’inzeppolo, ma vede,

Vorrei sapere che ne pensa Nietz-sche.

 

 

II. Un pappagallo dai colori sgargianti e un altro uccello, di fronte alla fuga precipitosa di un visitatore 

– Ma che gli prende a quello, che è scappato?

E che? Gli fa spavento la cromia?

Troppo sgargiante, da idiosincrasia,

Questa livrea per cui sono ammirato?

 

– No no, tranquillo, è un male pubblicato;

Trattasi di automatonofobia:

Un panico che incombe su chi spia

Ciò che appar vivo, eppure è inanimato.

 

Il pappagallo tace, riluttante.

– Saremmo dunque una contraddizione?

Vuol sbattere le ali, ma il cervello

 

Non spedisce l’impulso, ché è mancante.

Annichilisce per l’umiliazione;

Ma fulminea un’idea soccorre in quello

 

Il cartesiano uccello:

Penso, ergo sono! esclama trionfante.

E dietro il vetro esiste, come avante.

 

 

 

 

 

L’ANIMA DELLA LETTERATURA. Genio e regolatezza

PRODOTTO 1

Vi segnalo un post che vale la pena di leggere. Il punto è il primo romanzo di Romolo Bugaro, La buona e brava gente della nazione (1998), da poco ripubblicato da Marsilio, ma soprattutto la postfazione dell’autore, riportata integralmente nell’articolo. In due parole: vent’anni dopo la prima pubblicazione, cioè ora, in questa riedizione, Bugaro ci dice che il romanzo che leggiamo non è che sia proprio suo, o al massimo lo è per metà, dal momento che l’editor, all’epoca, gli aveva fatto un editing talmente approfondito da stravolgerlo considerevolmente:

La buona e brava gente della nazione è stato scritto da me con una certa architettura, una certa forma linguistica, poi è stato sottoposto a un lavoro di editing e revisione talmente profondo e radicale da superare di molto ciò che viene solitamente definito con i termini “editing” e “revisione”, e infine stampato.”

Poiché il punto pare essere l’editing – cioè il lavoro su di un’opera dopo che è stata conclusa – vorrei portare dapprima due testimonianze, o meglio una e mezza. La prima è di Victor Hugo, che in una “Nota all’edizione definitiva (1832)” di Notre-Dame de Paris dice:

“L’annuncio, che è stato fatto, che questa edizione sarebbe apparsa aumentata di diversi capitoli nuovi, è erroneo. Si doveva dire inediti. Infatti, se con nuovi si intende fatti da poco, i capitoli aggiunti a questa edizione non sono nuovi. Sono stati scritti contemporaneamente al resto dell’opera, appartengono allo stesso periodo, sono venuti dallo stesso pensiero, hanno sempre fatto parte del manoscritto di Notre-Dame de Paris. Ma c’è di più: l’autore non capirebbe che si possano aggiungere ulteriori sviluppi a un’opera di questo genere, una volta conclusa. Sono cose che non si fanno a piacere. Un romanzo, secondo lui, nasce, in qualche modo necessariamente, provvisto di tutti i suoi capitoli; un dramma nasce con tutte le sue scene. Non crediate che ci sia qualcosa di arbitrario nel numero delle parti di cui si compone questo tutto, questo microcosmo misterioso che chiamate dramma o romanzo. L’innesto o la saldatura non prendono su opere di questo genere, che devono sgorgare in un unico getto e restare come sono. Una volta che la cosa è fatta, non abbiate ripensamenti, non metteteci più le mani. […] Il vostro libro non è riuscito? Pazienza. Non aggiungete capitoli a un libro mal riuscito. È incompleto? Bisognava completarlo mentre lo facevate. Il vostro albero è nodoso? Non lo raddrizzerete. Il vostro romanzo è tisico? non è vitale? Non gli darete il respiro che gli manca. Il vostro dramma è nato zoppo? Datemi retta, non mettetegli una gamba di legno.”

Il romanticismo battagliero e magniloquente del giovane autore di successo può irritare, ma il messaggio è chiaro: una volta che l’opera è conclusa non ha senso rimetterci le mani per cercare di migliorarla. Non si migliora nulla, si falsifica e basta. Figuriamoci se le mani ce le mette un altro. Questo, Victor Hugo non se lo immaginava neanche. Poi arrivò Gordon Lish.

Romanticismo, si diceva. Alla base c’è l’idea che l’opera letteraria non soltanto è legata all’autore (un pensiero) nel senso preciso che dall’autore o attraverso l’autore sgorga, ma è anche necessariamente legata a un momento nel tempo, tanto che egli stesso non può modificarla in un altro momento. Riuscita o abortita, l’opera è la concrezione di un frammento di tempo passato attraverso la vita di un autore. Incrociare la vita dell’autore in un momento preciso del tempo è ciò che vincola l’opera. Con questo, l’autore assume, nell’opera, un’importanza che va molto oltre il mero fatto di redigerla.

Romanticismo, si dirà. Può darsi, tuttavia sorprende (o no, appunto) che Alain Robbe-Grillet, forse il più noto esponente del Nouveau roman e cocco di Roland Barthes, autore di romanzi che sarebbe difficile definire romantici, inizi la finzione autobiografica Le miroir qui revient (Lo specchio che ritorna) con la famosa frase: “Je n’ai jamais parlé d’autre chose que de moi” (“Non ho mai parlato d’altro che di me”).

La seconda testimonianza è più recente ma più indiretta – piuttosto una supposizione che una testimonianza. Uno dei personaggi del romanzo 1Q84 di Murakami Haruki è un editor senza troppi scrupoli che propone/impone al protagonista, un aspirante scrittore, un lavoro non del tutto pulito di ghostwriting. Diverse recensioni che avevo letto all’epoca suggerivano che Murakami avesse voluto “vendicarsi” degli editor che all’inizio della carriera gli sfiguravano i libri senza che lui potesse opporsi: o mangi questa minestra o salti questa finestra.

Ci si aspetterebbe che la postfazione di Bugaro andasse in questa direzione: l’autore affermato che finalmente può dire come sono andate le cose. Le cose sono andate che l’editor gli ha cambiato il lessico, modificato radicalmente il registro, inventato uno stile (!) – senza parlare, poiché Bugaro vi accenna soltanto, delle modifiche strutturali. Orrore!, pensiamo, e ci aspettiamo da Bugaro un j’accuse, una recriminazione, una ferma condanna. Niente di tutto ciò:

“Il romanzo, dopo gli interventi dell’editor, […] ci ha probabilmente guadagnato. È abbastanza paradossale che sia proprio io a dirlo, ma credo malgré moi che sia così. Mentre lavoravamo, una piccola parte di me sentiva che il testo cresceva, migliorava. Certi innesti, per quanto lontani dal mio sentire dell’epoca, lo facevano brillare. Era come ritrovarsi in uno spazio dove gli opposti convivevano: buio profondo e luce abbagliante fusi insieme in una percezione del tutto nuova.”

Interessante che Bugaro usi esattamente la stessa parola, innesti, che usa Hugo per dire che non funzionano; interessante anche che questi “innesti” fossero “lontani dal [suo] sentire dell’epoca”. E conclude, in gloria:

“Magari è addirittura venuto il momento di ringraziare il mio vecchio editor, che non vedo e non sento da molti anni, per il tempo e la pazienza che mi ha dedicato tanto tempo fa.”

Bene, meglio un autore soddisfatto che un autore amareggiato; inoltre la sua postfazione (un bel testo che consiglio di leggere per intero) potrebbe fondare il genere del Bildungsnachwort. Ma qual è l’idea di opera letteraria che ne emerge? Sicuramente l’idea di un’opera fortemente scollegata dall’autore, alla quale non solo è possibile, ma in linea di principio pure auspicabile che mettano mano altri (infatti, da un punto di vista assoluto, quale opera non sarebbe “migliorabile”?); un’idea di opera quindi eventualmente costruibile a più mani – che è, credo, il progetto fondante dei Wu Ming – dico credo perché dei Wu Ming ho letto soltanto, quando ancora erano Luther Blisset, Q, e neanche fino in fondo, perché sì, un bel ripasso di storia se si vuole, più efficace del manuale, ma non c’è stile. D’altra parte eliminare lo stile, questo residuo borghese, non è l’obiettivo dei Wu Ming? Ma fra l’eliminare lo stile dei Wu Ming e il farselo confezionare da un altro di Bugaro (lasciare che un altro te lo confezioni e essere soddisfatto del risultato) c’è una differenza di gradi ma non di sostanza. Entrambi giocano nello stesso campo (il campo, per inciso, in cui prosperano le scuole di scrittura), che è quello di un’opera tendenzialmente svincolata dall’autore, un’opera che brilli di luce propria – e questo suonerebbe bene, naturalmente; non fosse che l’idea di luce propria taglia ogni collegamento con una qualunque sorgente e ciò che ne deriva: gli effetti di specchio, i riflessi, le rifrazioni cangianti sulla materia. La luminosità rischia allora di apparire un po’ finta, un po’ dubbia. Un buon prodotto però, ben confezionato; con un occhio, come è giusto, al valore di scambio – letterario eh, non si pensi.