Una donna

C’è una donna che nasce nel 1955 dalle parti di Reggio Emilia. Verso il ’76 o il ’77 si sposa o si accompagna, non sappiamo. Ha due figli uno dopo l’altro, una femmina (a) e un maschio (b). Quando i bambini hanno undici o dodici anni il marito, o l’uomo, se ne va. La donna è infermiera, si trova in una situazione difficile, porta a casa, per i figli, il cibo dalla mensa dell’ospedale. Il marito, o l’uomo, è andato via, non si fa più vedere, non dà un soldo per i figli. A volte la madre porta ai figli cibo dalla mensa dell’ospedale. Poi non sappiamo. Poi la donna e il marito, o l’uomo, sono in ottimi rapporti, si vogliono bene, nessun rancore. Il marito, o l’uomo, che potremmo chiamare anche il padre, si risposa, o si riaccompagna, non sappiamo, ha un altro figlio (c) molto più giovane dei precedenti. Poi se ne va, poi si accompagna con un’altra donna, poi non sappiamo. Nella folla che presenzia al matrimonio della figlia (a) con Dominique si distinguono: la madre, il nuovo compagno della madre, le zie del nuovo compagno della madre, il fratello (b), il padre, la seconda compagna del padre, il figlio (c) del padre e della seconda compagna, la terza compagna. L’atmosfera è molto calorosa, più tardi la figlia (a) si separa da Dominique; poi non sappiamo, poi conosce Baptiste e rimane inaspettatamente incinta, quindi convive con Baptiste. È in ottimi rapporti con Dominique, ultimamente si vedono molto spesso perché devono divorziare, e questo è un problema perché sono sposati in Italia ma non in Francia, però vorrebbero divorziare in Francia e non in Italia perché in Italia la procedura è più costosa. Per fortuna in Francia li segue la moglie separata di Diego che è avvocato (la moglie, non Diego), carina da morire, naturalmente Diego ha sofferto enormemente però adesso ha una nuova compagna e con la ex moglie è selbstverständlich ottimi rapporti e con l’aiuto della ex moglie di Diego prima o poi si risolverà anche la storia del divorzio francese del matrimonio italiano della figlia (a) con Dominique. Questo però riguarda la figlia (a) e solo marginalmente la donna, benché in realtà quando la figlia (a) è rimasta incinta ci sia stata fra loro una grande complicità telefonica, il che tanto più stupisce se si considera che la donna nel frattempo ha avuto un ictus, è paralizzata dalla vita in giù, ha perso la parola, l’area del cervello preposta al linguaggio è andata, i medici hanno detto che non recupererà. Lei però ha sviluppato delle sillabe sue, lei ha le sue sillabe quindi fa lunghe telefonate con la figlia e c’è fra loro una grande complicità grazie alle sillabe. La donna è una bella donna, è molto femminile, ha qualcosa di molto femminile. Dopo che il marito, o l’uomo, non sappiamo, è andato via lei ha trovato un altro compagno, un compagno bravissimo, innamoratissimo, un dono del cielo. Il nuovo compagno ha dieci anni meno di lei, è, o era, operaio, ha perso il lavoro, ma meno male così la può curare, la cura con dedizione, si dedica totalmente alla cura di lei. La cura già prima dell’ictus perché già prima dell’ictus la donna è malata, ha il diabete, ha un diabete che non vuole curare, è obesa, già prima dell’ictus deve smettere di lavorare, ha il diabete ha problemi di reni le viene un ictus ma meno male che il compagno è disoccupato e può occuparsi di lei, può dedicarsi completamente a lei e curarla. Se ha perso il lavoro in concomitanza dell’ictus o già prima non sappiamo. Il compagno la ama moltissimo, si dedica completamente a lei, anche le zie del compagno la amano moltissimo e non c’è da stupirsi perché lei è una donna che merita tutto questo amore e anche di più. Quando la donna ha l’ictus si scopre che era ludopatica e che in seguito alla ludopatia ha accumulato settantamila euro di debiti che sono stati pagati in seguito con grande fatica. Questa storia della ludopatia nessuno se ne era accorto e è saltata fuori solo per i settantamila euro di debiti e il fatto in sé non sappiamo ma ci pare sia stato inglobato nel grande amore che tutti provano per la donna. La donna che soffre da anni di diabete che non ha mai voluto curare e è obesa e ha problemi di reni e poi ha avuto anche l’ictus a un certo punto comincia a stare molto male, è ricoverata, ma fortunatamente avendo lavorato come infermiera si trova in un ambiente familiare, familiarizza con tutti e all’ospedale non si trova poi male perché tutti la amano e è un ambiente familiare. Sembra anche che si riprenda ma cade, fa una caduta, con la caduta il suo stato di salute precipita, i reni non funzionano, è gonfia, sempre più spesso non è cosciente, sta tre mesi all’ospedale ma non è mai da sola, non un minuto, non un secondo, il compagno la assiste, il figlio (b) la assiste, le zie del compagno fanno le notti, per tre mesi fanno le notti, non ne saltano una, non un minuto la donna è lasciata da sola nell’ospedale dove comunque tutti la conoscono e la amano perché è una donna che merita molto amore. In capo a tre mesi di ospedale la donna muore. Non ha nemmeno sessantatré anni. Al funerale ci sono tutti, probabilmente tutti quelli che erano al matrimonio della figlia (a), più molti altri; sono venuti, da Brescia, tutti i parenti del compagno. È una grande consolazione vedere tutta questa gente al funerale, tutta questa gente che ha amato tanto questa donna che ha meritato tanto amore.

(Sentito al ristorante qualche giorno dopo il funerale della donna)

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

Rabelais, Gargantua / Illust. v. G. Doré - - Rabelais, François

Dal Gargantua (1534) di François Rabelais:

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

La storia richiede che si narri cosa accadde a sei pellegrini che venivano da San Sebastiano, vicino a Nantes, e per ripararsi quella notte, per paura dei nemici, si erano nascosti nell’orto sotto i bastoni dei piselli, fra cavoli e lattughe. Gargantua si sentiva un po’ di arsura e chiese se ci fossero delle lattughe da mettere in insalata, e sentendo che proprio lì se ne trovavano delle più belle e più grandi del paese (avevano infatti le dimensioni di pruni o noci), volle andare lui stesso a raccoglierle e tornò recandone in mano quante gli sembrò buono. Raccolse, assieme alle lattughe, i sei pellegrini, i quali avevano una tale paura che non osavano né parlare né tossire.

Lavandole lui dunque per prima cosa alla fontana, i pellegrini si dicevano l’un l’altro a voce bassa: “Che dobbiamo fare? Finirà che anneghiamo, fra queste lattughe. Non è meglio parlare? Ma, se parliamo, ci ucciderà come spie.”. E mentre così si consultavano Gargantua li mise con le lattughe in un piatto della casa, grande come la botte dell’abbazia di Cîteaux, e con olio sale e aceto le mangiava per rinfrescarsi prima di cena, e aveva già infilato in bocca cinque dei sei pellegrini. Il sesto era nel piatto, nascosto sotto una foglia di lattuga tranne per il bordone che spuntava. Vedendolo, Grandgousier disse a Gargantua:

“Mi pare che ci sia là un corno di lumaca; non mangiatela.

– Perché? (disse Gargantua). Sono buone tutto questo mese.”

E, afferrato il bordone, sollevò insieme a quello il pellegrino e lo mangiava di buon appetito; poi bevve un sorso orrendo di vino pineau, e aspettarono che si apparecchiasse la cena.

I pellegrini così divorati scansarono meglio che poterono le mole dei denti, e pensavano di essere stati gettati in qualche segreta di prigione; e quando Gargantua bevve il gran sorso credettero di annegare in quella bocca, e il torrente di vino quasi li trascinò al gorgo dello stomaco; tuttavia, saltando con i bordoni come fanno i pellegrini del Mont-Saint-Michel, raggiunsero la zona franca al margine dei denti. Sfortunatamente però uno di loro, tastando il terreno col bordone per vedere se erano al sicuro, beccò l’incavo di un dente cariato e colpì malamente il nervo della mandibola causando grande dolore a Gargantua, che infatti cominciò a urlare per il male che sentiva. Per alleviare il dolore si fece portare lo stuzzicadenti, e uscito fuori dove c’era il noce ghiandaio[1], a uno a uno vi snidava i signori pellegrini. Ne acchiappava uno per gambe, l’altro per le spalle, l’altro per la bisaccia, l’altro per la borsa, l’altro per la sciarpa, e il povero diavolo che gli aveva ficcato il bordone nel dente cariato lo agganciò per la patta; fu però per lui una gran fortuna, perché gli forò un ascesso che lo tormentava da quando avevano passato Ancenis.

Così i pellegrini snidati fuggirono di buon trotto attraverso la vigna nuova, e a lui si calmò il mal di denti.

In quel momento fu chiamato a cena da Eudemon poiché tutto era pronto:

“Me ne andrò dunque (disse) a pisciare la mia disgrazia.”

E pisciò così abbondantemente che l’urina tagliò la strada ai pellegrini, i quali furono costretti ad attraversare il canale della Gran Beverata. Di là passando poi al margine del bosco della Touche, nel bel mezzo del sentiero caddero tutti, tranne Fournillier, in una trappola che era stata fatta per prendere i lupi nella rete, e se ne liberarono grazie all’abilità del detto Fournillier che ruppe tutti i lacci e le corde. Usciti dal mal passo, per il resto della notte si ripararono in una capanna di frasche vicino al castello di Couldray, e là furono confortati nella loro sventura dalle buone parole di uno della compagnia, di nome Passofiacco, il quale mostrò loro che quell’avventura era stata predetta da Davide nel Salmo:

Cum exurgerent homines in nos, forte vivos deglutissent nos, quando fummo mangiati in insalata al grano di sale; cum irasceretur furor eorum in nos, forsitan aqua absorbuisset nos, quando bevve il gran sorso; torrentem pertransivit anima nostra, quando passammo la Gran Beverata; forsitan pertransisset anima nostra aquam intolerabilem, della sua urina, con cui ci tagliò la strada. Benedictus Dominus qui non dedit nos in captionem dentibus eorum. Anima nostra, sicut passer erepta est de laquea venantium, quando cademmo nella trappola ; laqueus contritus est da Fournillier, et nos liberati sumus[2]. Adiutorium nostrum, ecc.”

François Rabelais, Gargantua, Cap. XXXVIII (traduzione mia)

[1] Le noyer grollier: il noce con le noci così dure che soltanto i corvi e le gazze (grolles) riescono a romperle.

[2] “Quando gli uomini si ersero contro di noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi… Quando il loro furore si infiammava contro di noi, forse l’acqua ci avrebbe sommerso… La nostra anima ha superato il torrente… Forse la nostra anima avrebbe attraversato l’acqua insopportabile… Benedetto sia il Signore che non ci ha dato come preda ai loro denti… La nostra anima come un passero è sfuggita alla rete dei cacciatori… La rete è stata lacerata [da Fournillier] e noi siamo stati liberati”. Si tratta del Salmo 123.

 

Questo capitolo del Gargantua, che mi ha sempre fatto ridere alle lacrime, mi è tornato in mente leggendo l’altro giorno un articolo di Alessandra, di Libri nella mente, a proposito del Vecchio e il mare di Hemingway. Naturalmente Hemingway non c’entra nulla con Rabelais, però mi ha fatto riflettere, nell’articolo, il passo seguente:

“[…] Hemingway non amava le interpretazioni simboliche del romanzo, il cui fascino suggestivo è dato a suo parere solo dall’azione che crea emozione e nulla più. Nel tentativo di zittire i critici, che all’epoca facevano a gara nell’individuare significati nascosti (anche i più assurdi) in quelle parti di testo dove non ve n’erano affatto, ecco come cercò di chiarire il suo punto di vista in una lettera inviata all’amico e critico d’arte Bernard Berenson, nel settembre 1952: «… non c’è alcun simbolismo. Il mare è il mare. Il vecchio è un vecchio. Il ragazzo è un ragazzo e il pesce è un pesce. Gli squali sono tutti gli squali né peggio né meglio. Tutti i simbolismi che la gente dice di vederci sono merda.»”

Mi è venuto in mente questo capitolo del Gargantua perché qui Rabelais si fa beffe degli interpreti ossessivi, degli ermeneuti impenitenti che devono trovare dappertutto significati nascosti. L’idea che ciò che accade abbia un senso, nella realtà come in letteratura, è un pio desiderio, non è nelle cose. Il senso delle cose è che le cose accadono. Non c’è altro.

 

Mitterrand taumaturgo

Mitterrand

Sto leggendo, per motivi di lavoro e con poco entusiasmo, Rien ne s’oppose à la nuit (it. Niente si oppone alla notte, Mondadori 2012), romanzo autobiografico di Delphine de Vigan uscito in Francia nel 2011.

In seguito al suicidio, nel 2008, della madre Lucile, avvenuto dopo quasi trent’anni di forte disagio psicologico e due ricoveri psichiatrici, l’autrice si sente in dovere di raccontarla. Per quattrocento pagine racconta la famiglia d’origine di Lucile, i suoi numerosi fratelli e sorelle, se stessa e la sorella Manon alle prese con questa donna “strana” sempre più assorbita dal suo male.

Il 31 gennaio 1980, quando Delphine ha quattrordici anni e Manon nemmeno undici, Lucile ha la prima crisi caratterizzata da delirio, aggressività, violenza, pericolosità per sé e per gli altri. Viene internata, sedata, sottoposta a terapia farmacologica. I farmaci, che sarà costretta a assumere per anni, la riducono a un essere cupo, vacuo, assente; per dieci anni ne annientano l’identità, le intenzioni, i desideri.

Tuttavia nella primavera del 1981 il clima pre-elettorale sembra scuoterla dal torpore:

“La primavera seguente, l’effervescenza delle presidenziali del 1981 parve attirare Lucile fuori dal suo silenzio. Per la prima volta dopo molto tempo sembrò interessarsi a qualcosa che stava fuori da lei e non riguardava noi due. A tentoni espresse un desiderio, era così raro, cercò di spiegarmi perché. Da quei brevi scambi conclusi che François Mitterrand era con ogni evidenza l’uomo del futuro: il nostro salvatore. François Mitterrand incarnava il rinnovamento, il nuovo inizio, la parola così preziosa di Lucile, la sua speranza articolata, la prova tangibile che era ancora dei nostri. La forza tranquilla, ecco ciò di cui avevamo bisogno, e che senza fragore cadessero le mura del silenzio e della solitudine.”

La notizia della vittoria di Mitterrand è accolta, da una parte almeno della nazione, con entusiasmi quasi messianici. Essa raggiunge Delphine e Manon mentre tornano in treno a casa del padre, portata di vagone in vagone da un controllore che l’ha ricevuta sul telefono di servizio:

“La sera mi addormentai pensando a mia madre, la immaginai in piazza della Bastiglia benché sapessi che non era in grado di andarvi, la immaginai in mezzo alla letizia e alla folla che non cessava di aumentare, Lucile danzava, faceva roteare la gonna a fiori, era felice.”

L’entusiasmo è di breve durata:

“Lucile si era ritirata, lontano da noi, lontano da tutto. Ormai era soltanto una comparsa in un film il cui copione sembrava sfuggirle ogni giorno di più […].

François Mitterrand non poteva farci niente.”

Peccato, perché dopo i re per diritto divino che guarivano la scrofola col tocco, un presidente socialista in grado di vaporizzare il disturbo bipolare con la sola presenza ci sarebbe stato bene.

 

 

Successo sociale

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Successo sociale

Il maggiordomo mi porse cappotto e cappello, e come avvolto da un alone di intima compiacenza, uscii nella notte.

“Deliziosa serata”, pensai, “gente gradevolissima. Come li ho colpiti parlando di finanza e di filosofia; e come hanno riso quando ho imitato il grugnito del maiale”. Ma poco dopo: “Mio Dio, è terribile,” mormorai, “vorrei essere morto”.

Logan Pearsall Smith, Trivia.

Da: Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, Racconti brevi e straordinari, La biblioteca blu, Franco Maria Ricci editore 1973

 

ERMENEUTICA AUTODIEGETICA DIGESTIVA (dove appare che, procedendo rigorosamente, da tutto si cava tutto)

Il mio secondo ex-marito lamenta che nei sonetti di Halloween, a parte che da qualche parte c’è una zucca, non ci ha capito niente. Provvedo l’esegesi riportando i testi per comodità del lettore.

Sonetto I

L’uso giunse a San Polo da Bologna.

Parenti progrediti, cittadini,

Sotto sera munirono i bambini

Di una zucca, secondo la bisogna

 

Svuotata e incisa. E lì, quando trasogna,

In uno dei crepuscoli ottobrini

Campagnoli ed enormi, i due lumini

Vagarono la strada. Li rampogna

 

La megera ignorante col forcone

Che non sa di scherzetti o di paura.

Più tardi la provincia si ammoderna;

 

E là in cima all’armadio l’arancione

Inutile ora zucca fu figura

Della sollecitudine materna.

 

Già dal primo verso il sonetto appare incentrato sulla contrapposizione fra la città colta e grassa (Bologna) e l’ignoto San Polo, che letto insieme al “campagnoli” del verso 7 e alla “megera ignorante col forcone” (v. 9) si rivela cifra per luogo rustico e incivile (e anche un po’ pericoloso).

Ma il topos, stantio, è subito ribaltato all’inizio della seconda quartina, dove l’essere “progrediti” dei “cittadini” si concretizza in una zucca “svuotata e incisa” (v. 5). La crudezza dei participi in posizione forte (inizio di verso) suggerisce una visione della città come luogo affilato, come bisturi chirurgico che resecando svuota di ogni materia molle, di ogni tenerezza, umanità, approccio dell’altro, disponibilità all’accoglienza e timor di Dio.

Tuttavia nella seconda quartina il sadismo dell’incidere con attrezzo acuminato, la chiara metafora sessuale, il perverso piacere della sevizia si trovano poeticamente trasfigurati, come attraverso una nebbiolina autunnale (cfr. i “crepuscoli ottobrini”, v. 6), nei “lumini” del verso 7: i cilindretti di cera nella povera camiciola di latta, le cui fiammelle vacillano sulle tombe il giorno dei morti; pur mantenendo la parola e la cosa l’ambiguità del lumino scaldavivande, il brillio degli Stövchen nordici, luogo di calore sotto la capace teiera nelle tenebre del lungo inverno. Tanto più che la zucca “svuotata e incisa” è, di fatto, una specie di Stövchen.

È dunque un sonetto all’insegna dell’ambiguità, del capovolgimento dialettico, della vaghezza heideggeriana, della destrutturazione derridiana risolvibili soltanto in sede estetica – che chiude infatti il componimento nella metafora della “sollecitudine materna”: la mano di grazia, l’intervento oltreumano che (in figura) risolve l’irrisolvibile, e che infatti della viva zucca violata e seviziata fa un totem, un feticcio, un oggetto semisacro di contemplazione, un manufatto artistico (una zucca di terracotta dice il titolo) elevato alla trascendenza, necessariamente polverosa, di una sommità di armadio.

Sonetto II

Sono in panni di boia o di vampiri

– Il cappuccio coi buchi gli va stretto –,

Ognuno ha già raccolto quasi un etto

Di caramelle e un pacco di krumiri.

 

Nel lusco della sera li rimiri,

Scesa in strada consideri l’effetto,

L’effetto dell’aspetto e l’altro effetto

Che fa su te vederli andare seri

 

Verso il buio sgranato che li ingoia.

Più tardi sono come adulti a cena:

Li impacci se gli servi la polenta;

 

Stai in disparte per non dargli noia,

Mentre col lume nella bocca piena

Inutile la zucca si arroventa.

 

Questo secondo sonetto, che potremmo chiamare un sonetto di formazione, è dominato in modo inquietante dalla crudeltà: a partire dai “boia o vampiri” del primo verso fino alla zucca sottoposta alla tortura del fuoco nell’ultimo.

Il singolare percorso iniziatico riguarda un (piccolo) gruppo di adolescenti maschi addestrati all’esercizio della crudeltà, banalizzata (la banalità del male di arendtiana memoria!) dall’irrisoria ricompensa: caramelle e biscotti.

La scena è vista e commentata dalla prospettiva di un personaggio femminile (“scesa in strada”, v. 6), presumibilmente materno, che assiste perplesso e impotente al procedere dei bambini/adolescenti verso l’età adulta, metaforizzata dal “buio che li ingoia” (v. 9). La maturità come luogo oscuro del male spaventa la donna, ma non gli adolescenti che assumono il percorso con serietà (“seri”, v. 8) e determinazione.

Nelle terzine la formazione è conclusa e la frittata (rappresentata, con ardito salto ingredienziale, dalla polenta) è fatta: gli adolescenti siedono a cena (di nuovo la ricompensa) “come adulti” (v. 10). Il personaggio femminile, portatore di un umanesimo obsoleto, è respinto al margine dalla corrente della storia mentre la zucca/vittima, in un sarcastico raffinamento di crudeltà, soffre atrocemente  con “la bocca piena” (v. 13).

A conclusione dell’esegesi possiamo osare un’ipotesi: che l’autore dei sonetti sia in realtà Padre Amorth (nella foto), esorcista della diocesi di Roma e da sempre avverso alla celebrazione di Halloween.

Padre Amorth

TRASMIGRAZIONE

Metempsicosi

 

L’anima di sua nonna

– che non aveva molto amato poiché era difficile amarla,

essendo oltremodo severa, incapace di amare, intimamente fascista e un po’ sadica

(provava piacere a punire e era felice di scoprire motivi di punizione) –

la visitò una volta in forma di cavalletta verde, un insetto che le causava repulsione.

La aspirò con la lancia dell’aspirapolvere.

Non fu facile perché la cavalletta avvertendo il risucchio saltava,

alla fine però fu aspirata e risalì fulmineamente il tubo con un rumore secco.

 

Un’altra volta l’anima di sua nonna – o almeno pensò che potesse essere lei –

se la trovò sulla ceramica bianca dello sciacquone, andando in bagno,

una macchia triangolare che la paralizzò con la mano sulla maniglia,

un calabrone immobile sul bianco, doveva agire in fretta e non sbagliare.

Innestò la lancia

fece partire il motore all’ultimo e aspirò.

Per un po’ nel corpo dell’elettrodomestico, nel sacchetto pieno di polvere compressa,

il calabrone continuò a urtare con schiocchi sinistri.

 

La terza volta, all’inizio dell’autunno, la vide che camminava,

una cimice scolorita, di un marrone marcio, sul ripiano del tavolo.

La catturò con una striscia ripiegata di carta igienica e tirò lo sciacquone.

Quando ripassò per caso,  cinque minuti dopo, la cimice nuotava febbrilmente nel water.

Al secondo scroscio fu ingoiata dal condotto.

 

L’anima di sua nonna smise di visitarla.

 

Più o meno in questo periodo cominciò a sentirsi sola.

 

CUORE E INTELLETTO

Holderlin

A partire da un suo articolo su La lucina di Moresco, ho avuto con Raffaele del Collezionista di letture un piacevole e proficuo scambio di opinioni che mi ha portato a riflettere sul ruolo e sul valore della fantasia e della visione nella narrativa in generale (riflessione per nulla conclusa), e sull’innegabile vena barocca della narrativa italiana, che Manzoni si è inutilmente adoperato di irreggimentare visto che nel secolo seguente è riesplosa alla grande.

Dedico a Raffaele la traduzione di un distico (abbastanza noto) di Hölderlin, che forse non c’entra tanto ma forse un po’ sì:

 

Guter Rat – Buon consiglio

 

Hast du Verstand und ein Herz, so zeige nur eines von beiden,

Beides verdammen sie dir, zeigest du beides zugleich.

 

Se hai intelletto ed un cuore, mostra uno soltanto dei due,

Tutt’e due li condannano, è certo, se a un tempo mostrare li vuoi.

 

Hölderlin se la prende col kantismo esasperato da un lato e col romanticismo trabocchevole dall’altro, che pensano di risolvere la (parziale) aporia della propria posizione semplicemente assolutizzandola. Ma se a cuore/sentimento sostituiamo visione/fantasia, ecco che secondo me abbiamo materia di riflessione sulla tendenza di una certa narrativa a non ammettere che queste – perlomeno in forma esplicita – o eventualmente a inserirle in una struttura concettuale nota, tendenzialmente scontata e comunque esterna. In ballo ci sono scrittori come Antonio Moresco, Maurizio Salabelle, Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni (?) e sicuramente altri. Join the discussion!