RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 12

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Carl Schleicher, Un punto controverso nel Talmud

Domenica 23 ottobre: # Sta’ attento

Una sola citazione oggi, mais de taille. Si tratta di un “formidabile passo del Talmud, il testo delle grandi tradizioni giudaiche” e suona:

“Sta’ attento ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Sta’ attento alle tue parole, perché diventano azioni. Sta’ attento alle tue azioni, perché diventano abitudini. Sta’ attento alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere. Sta’ attento al tuo carattere, perché diventa il tuo destino”.

Il formidabile passo circola sul web come aforisma di Charles Reade (1814-1884), ma immagino che sia stato lui a fregarlo al Talmud e non viceversa. O magari è la caratteristica delle formidabili verità che prima o poi ci arrivano tutti.

Il Cardinale mette l’accento sul monito: “sta’ attento!”. L’attenzione della coscienza, dice, impedisce alla ragione di addormentarsi. Purtroppo l’attenzione è una di quelle cose che sono scomparse dal mondo come il cestino di fil di ferro per asciugare la lattuga. Basta guardare come gli adolescenti attraversano la strada.

Io invece sul formidabile passo del Talmud vorrei fare due osservazioni.

La prima è che la grande tradizione giudaica non sa far altro che colpevolizzare noi poveri diavoli: ciò che ti accade, contro cui ti scontri, che ti fa male, ti escoria, ti ferisce e ti mutila – il tuo destino – è solo colpa tua perché non hai fatto attenzione. Mi fa venire in mente la grande tradizione punitiva (e tutta femminile) della mia famiglia: se venivi a casa con un ginocchio acciaccato era meglio cercare di nasconderlo se no prendevi anche su.

La seconda è la seguente: è vero, bisogna fare attenzione ai propri pensieri. Ma una volta che ci avete fatto attenzione, una volta che li avete pensati fino in fondo, una volta che siete convinti di non poter pensare diversamente, allora diteli, i vostri pensieri; non abbiate paura di agire conformemente ai vostri pensieri, fate che le vostre abitudini e il vostro carattere diventino conformi ai vostri pensieri; e se tutto questo prenderà la forma di un destino, allora assumetelo, riconoscetelo come vostro, è il vostro destino, per Dio.

E fatemi un favore: mandate a quel paese la grande tradizione giudaica.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 11

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Domenica 16 ottobre: # Possedere e Amare

Gli affezionati lettori ricorderanno che la Ravasiana era morta d’inedia la settimana scorsa; in effetti avevo intenzione di chiuderla lì. Non vale la pena mi ero detta; oltretutto sperperare i talenti è antievangelico.

Non fosse che il Cardinale mi provoca. Tira fuori un “sapiente berbero”. Ricorrere al sapiente berbero è come sventolarmi il panno rosso, non ci vedo più. Ed eccomi di nuovo invischiata nella rubrica del lunedì.

Dunque il Cardinale cita ancora una volta lo “scrittore aviatore” Antoine de Saint-Exupéry; cita, di Saint-Exupéry, una raccolta di meditazioni e pensieri uscita postuma – e fortuna che a un certo punto lo scrittore aviatore si è inabissato, se no avremmo scorte di saggezza fino al 2080 e oltre.

Pare che Saint-Exupéry, a sua volta, citi un “sapiente berbero”, che dev’essere lo stesso a cui si rivolge abitualmente Paulo Coelho, il quale ci dice che non bisogna confondere l’amore col delirio di possesso, e che non è l’amore a far soffrire, bensì l’istinto di proprietà che è il contrario dell’amore.

E con questo il sapiente berbero si fa un sol boccone di almeno quattro su sette volumi della Recherche e li espelle in forma di palline digerite e, vogliono farci credere, digeribili. Chacun ses goûts.

Il Cardinale ci dice poi che non è bene uccidere la propria donna perché la si considera un possesso, e su questo non posso che trovarmi d’accordo. Mi chiedo però perché molto raramente, per non dire mai, succeda il reciproco, e cioè che una donna uccida il proprio uomo perché lo considera un possesso. Se il problema è un approccio sbagliato all’amore, dovrebbe valere per entrambi i sessi, o no?

E se invece sotto ci fosse qualche cattiva abitudine di popolazioni, diciamo, medio-orientali? Una parzialità, culturale per l’amor del cielo, per la lapidazione? Un’identificazione tutta maschile con Dio Padre?

Abilmente, il Cardinale para queste e simili obiezioni citando in chiusa il Cantico dei cantici.

Io una volta l’ho letto il Cantico dei cantici. Anzi, di sicuro più di una volta. Ci ho pure fatto un seminario in gioventù, e mi è toccato scrivere un lavoro in cui mettevo a confronto un commento latino con uno medio alto tedesco, figurati che palle. Se nonostante tutto mi ricordo così poco, di questo Cantico dei cantici, è perché, a dirla come va detta, non ci si capisce niente. Questi due non fanno neanche in tempo a trovarsi che già si sono persi; dopo di che si cercano e si cercano per tutto il libro, senza trovarsi mai.

Frustrante dico io, altroché.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 10

 

Domenica 9 ottobre: #Matematica

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Nel breviario di oggi il Cardinale è prudente: non dice nulla. Dice talmente nulla che non si capisce nemmeno di cosa lo dica, questo nulla.

Così mi spiazza, l’astuto. Fa terra bruciata. Mi priva della materia. Mi toglie la linfa, il nutrimento. Tenta la via dell’inedia.

Perché cosa si può dire di fronte al nulla? Nulla.

Ci si può meravigliare di quelli che pubblicano il nulla e perfino pagano, pare, per pubblicarlo. Ci si può stupire che il nulla paghi, alla fine. Ma dire, del nulla, non si può dire nulla.

Si pensa, è vero, ai Vestiti nuovi dell’imperatore. Si è tentati di vagheggiare la stessa conclusione per il nostro dipanatore di nulla. Ma no: l’imperatore nudo è un bell’explicit, un cardinal Ravasi nudo non lo si augura a nessuno.

Addio dunque. La Ravasiana si strugge per mancanza di nutrimento. E sì che si accontentava di poco: due o tre citazioni appassite, cavate dal contesto, un torsolo di luogo comune, una scemenza ottimistica come la mela di Biancaneve.

Nemmeno più quello le danno. Il nulla, nient’altro che il nulla. La Ravasiana deperisce, languisce, muore.

Good night, ladies. Good night, sweet ladies. Good night, good night.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 9

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Domenica 2 ottobre: # La faccia

Breviario complesso oggi. Si parte da una citazione di Hawthorne, tratta dalla Lettera scarlatta, in cui il romanziere afferma l’impossibilità di mantenere a lungo due facce, una per sé e una per la gente, senza finire per confonderle. La citazione, di per sé interessante, è immediatamente mollata lì dal Cardinale che passa a dirci quanti e quali film sono stati tratti da questo romanzo che fustiga “l’ipocrisia borghese”. Ora, non so come si possa parlare di ipocrisia borghese nel 1640 a Boston. Si tratta, naturalmente, di ipocrisia puritana, una forma particolarmente virulenta di ipocrisia religiosa, che a sua volta ha rappresentato la figura maggiore dell’ipocrisia tout court (Tartuffe docet), prima di essere soppiantata in tempi recenti dall’ipocrisia civile del politicamente corretto.

Dell’ipocrisia il Cardinale ci dice che è un “vizio costante, già detestato anche da Gesù”. Da Gesù sicuramente; un po’ meno dalla sua chiesa, se è vero che ancora in un Dictionnaire de théologie catholique di non molto tempo fa (Vacant et Mangenot, 1930-1950), si poteva leggere che “l’ipocrisia è un vizio spregevole, ma meno odioso che sfidare apertamente i costumi più santi e sbeffeggiare la religione bravando apertamente le sue leggi col pretesto di essere franchi e sinceri”. Insomma, se si pensa all’episodio evangelico in cui Gesù guarisce qualcuno di sabato, una difesa a tutto campo dei farisei.

Sia come sia, anche l’ipocrisia è mollata lì, perché ora il Cardinale passa a citare l’immancabile Camus che, nella Caduta, “dichiarava che ‘dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia’ autentica. E spesso non è un bel vedere…” A parte il fatto che di facce autentiche, fenomenologicamente parlando, ognuno ne avrà almeno quattro o cinque, se non è un bel vedere sarà meglio tenerci sopra una maschera, no? O dobbiamo proprio portare a spasso, in bella vista, le pustole della sifilide? Tanto più che, a togliere la maschera, si rischia che sotto non c’è niente. E non perché, come voleva Pirandello, l’individuo in sé non è nulla e deve per forza mettere una maschera, ma perché l’individuo è costitutivamente una maschera. O una serie di maschere, una sopra l’altra.

Ma quello che il Cardinale vuol dire, naturalmente, è che dobbiamo adoprarci fin da’ giovani anni per avere una bella faccia franca e pulita così da non trovarci mai nella necessità di indossare una maschera. Un bel pensiero, che mostra una profonda conoscenza delle cose umane.

E allora, mi dico, lasciamoglielo fare questo pensiero! Che assieme a tanti altri pensieri di ugual calibro farà una raccolta di pensieri che il Cardinale pubblicherà con Mondadori e che venderà un sacco di copie.

Alla faccia.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 8

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Croquéglise, pièce montée

Domenica 25 settembre: # Il posto

Al momento di mettermi a scrivere mi prende una grande stanchezza. Qui non si tratta di un cioccolatino ogni tanto, qui si tratta di metabolizzare le tonnellate di saccarosio e sciroppo di glucosio che il Cardinale impasta nelle sue pillole domenicali. E se a forza di rimestarci mi fosse venuto il diabete? Se questa stanchezza fosse un sintomo? Il controbreviario è un esercizio pericoloso per la salute. A pensarci bene ha qualcosa del martirio.

“Il posto” del titolo è quello che ogni cosa, anche gli esseri e i fatti apparentemente meno accettabili, occupa nella bene ordinata opera del Creatore. La saggezza ebraica, rabbinica e non, viene messa a contribuzione per sostenere questa tesi. Così ad esempio un passo dal libro della Sapienza: “Tu ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato, perché se avessi odiato qualcosa non l’avresti neppure formata” (11,24). Dal che si evince, se non vado errata, che Dio ama e approva il virus Ebola, fra le altre cose.

In meno di mezzo minuto mi sono venute in mente una quantità enorme di cose orribili che esistono. Tanto per dire basta digitare su google: teratoma – immagini e ne avete fin che volete; dev’essere un Dio ben strano quello che se ne compiace.

Mi era venuta una mezza idea di pubblicare qualche foto, ma no; la sventura merita rispetto; precisamente il rispetto che manca allo zuccheroso ottimismo cristiano del Cardinale.

A proposito di dolciumi, e della loro sospetta affinità con l’umor nero, mi viene in mente il modellino della battaglia di Esztergom, realizzato interamente in zucchero da un pasticcere di corte, di cui parla W.G.Sebald negli Anelli di Saturno; e del quale si dice che l’imperatrice Maria Teresa, in un furioso accesso di malinconia, se lo spazzolò fino all’ultima briciola.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 7

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Domenica 18 settembre: # Omero e il giornale

Gesù! Il Cardinale schiera l’artiglieria e ci seppellisce sotto una salva di citazioni.

Si comincia con Péguy: “Omero è nuovo, stamattina, e niente è forse così vecchio come il giornale di oggi”, frase fra le più gettonate del libro Les citations pour gagner des points au bac, edizioni L’Étudiant, di cui la coautrice Nathalie Denizot ha realizzato una selezione per la comodità dei cardinali.

Il nostro si muove bene nelle sillogi, tant’è che continua con Camus e la constatazione che per essere famosi basta ammazzare la portinaia; “effettivamente” commenta il Cardinale “i giornali, che dovrebbero offrirci le novità, sono spesso ripetitivi e scontati”. Nel senso che la stessa portinaia viene ammazzata più volte? O che è scontato che si ammazzino le portinaie?

Non si sa, perché poi tocca subito all’ “ottimismo di Hegel, convinto che ‘la preghiera del mattino dell’uomo moderno fosse la lettura del giornale’ ”. A parte il fatto che non si capisce cosa dovrebbe esserci di così ottimistico in questa frase, in ogni caso, sempre che Hegel l’abbia detta, non era una convinzione ma un bon mot. Il problema, coi Baci Perugina, è che si perdono le sfumature.

Ma la chicca deve ancora venire. La chicca è Mallarmé, “poeta francese ottocentesco” per chi non lo sapesse, e il suo “verso un po’ enigmatico” : “Il mondo è fatto per finire in un bel libro”. “Le monde est fait pour aboutir à un beau livre” suona in francese. Vorrei che qualcuno mi dicesse cosa c’è di enigmatico, ma soprattutto COME CAVOLO FA A ESSERE UN VERSO!

Non lo è infatti: è una frase presa da un’intervista (proprio! un’intervista! una cosa così giornalistica…). È la frase conclusiva di un’intervista uscita il 14 marzo 1891 sul quotidiano L’Écho de Paris. Occhio, Cardinale, a razzolare senza criterio su Wikiquote.

Per la miseria! Con tutte queste Wikicitazioni quasi quasi perdevo di vista il vero nocciolo del breviario, il succo della faccenda, il punto della riflessione. Che è, come da titolo: Omero e il giornale.

Ma, scusi, Cardinale, cosa c’entra Omero con il giornale?

 

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 6

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Cioccolatino Moretto

Domenica 11 settembre: #Dal Togo

Invece di un Bacio Perugina, oggi abbiamo un Moretto. Chissà se esistono ancora, i cilindretti  di cioccolato bombati e ripieni di crema al chiaro d’uovo, un po’ stomachevoli, che il fornaio Rovacchi vendeva sulla strada per la scuola. O se sono scomparsi insieme a quelle altre leccornie lunghe e piatte che si pescavano dalla scatola rotonda: gli straccadenti.

Ma non divaghiamo. Oggi il Cardinale ci serve una “suggestiva sequenza di appelli morali e spirituali” che dobbiamo, dice lui, all’etnia Ewe di matrice sudanese che vive nel sud del Togo. Non conosco l’etnia Ewe di matrice sudanese, ma dichiaro fin da ora che la considero del tutto innocente degli usi e degli abusi che alti prelati possono fare di suggestive sequenze a lei attribuite. Questa, nella fattispecie, culmina nel seguente appello morale e spirituale: “Respirate l’aria fresca della foresta. Ascoltate le onde che mormorano. Contemplate la luce del sole, della luna e delle stelle che ridono. È Dio che vi chiama”.

Se la sequenza rischia di apparirci, più che suggestiva, insulsa, ciò è dovuto, sembra suggerire il Cardinale, alle “nostre menti più sofisticate” (e già qui se io fossi uno dell’etnia Ewe di matrice sudanese m’incazzerei non poco). Comunque, insulsa o non insulsa essa gli offre il destro per rimproverarci di non essere capaci, con le nostre menti sofisticate, “di cogliere le voci segrete della natura”. E qui m’incazzo io.

Non sono mai stata in Africa. Non ho idea di che lingua parli la natura fra il tropico del Cancro e l’equatore. Ma qui da noi, questo è certo, di qualsiasi cosa parli non parla di Dio.

Vede, caro Cardinale, io sono una dei pochi, dei pochissimi, che a lungo e contro ogni evidenza hanno creduto che la natura parlasse; fin dalla prima giovinezza, con mente per nulla sofisticata, mi sono adoperata per cercare di capire e di tradurre questo estetico, enorme, sovrumano, e pure in qualche modo familiare linguaggio. I risultati che ho ottenuto sono troppo poco sofisticati per essere interessanti; ma di una cosa, ripeto, sono certa: di qualsiasi cosa parli la natura, di sicuro non parla di Dio. Non di quel Dio.

D’altra parte, il grande Pan è morto, no? Non penserà mica di risuscitarlo giusto quel tantino che fa comodo a Lei?

Se invece si accontenta delle onde che mormorano e delle stelle che ridono, allora prego, si accomodi. Però mi raccomando, non esageri; ricordi che i Moretti, per quanto poco sofisticati, sono piuttosto stomachevoli.