Denn Diotima lebt – Poiché Diotima vive

Diotima 1
Susette Gontard – Diotima

Diotima 

Vieni a placare per me, tu che un giorno elementi accordasti,

Delizia di Musa divina, il caos del tempo;

Componi il furore di lotta con suoni celesti,

Finchè nel petto mortale ciò che è diviso si unisca

E l’antica natura dell’uomo, la grande, la calma,

Dal fermentare del tempo alma e possente risorga.

Nel cuore stentato del popolo torna, bellezza vivente!

Torna alla mensa ospitale, torna di nuovo nei templi!

Poiché Diotima vive, come i teneri fiori d’inverno,

Ricca di spirito proprio, cerca però anche il sole.

Ma il sole che è luce allo Spirito, il mondo più bello, è scomparso,

E in gelida notte si scontrano solo uragani.

(Friedrich Hölderlin, traduzione mia)

 

Diotima

Komm und besänftige mir, die du einst Elemente versöhntest,
   Wonne der himmlischen Muse, das Chaos der Zeit,
Ordne den tobenden Kampf mit Friedenstönen des Himmels,
   Bis in der sterblichen Brust sich das Entzweite vereint,
Bis der Menschen alte Natur, die ruhige, große,
   Aus der gärenden Zeit mächtig und heiter sich hebt.
Kehr in die dürftigen Herzen des Volks, lebendige Schönheit!
   Kehr an den gastlichen Tisch, kehr in den Tempel zurück!
Denn Diotima lebt, wie die zarten Blüten im Winter,
   Reich an eigenem Geist, sucht sie die Sonne doch auch.
Aber die Sonne des Geists, die schönere Welt, ist hinunter
   Und in frostiger Nacht zanken Orkane sich nur.

 

Come molti giovani e brillanti intellettuali dell’epoca, di buona famiglia ma di modeste condizioni economiche, che non se la sentono di farsi pastori protestanti per una rendita sicura, anche Friedrich Hölderlin (1770-1843) svolge dal 1773 al 1802 il ruolo di precettore presso diverse famiglie dell’aristocrazia e della ricca borghesia. Nel 1806 un serio aggravarsi dei disturbi psichici di cui soffre già da alcuni anni porta al suo internamento forzato nella clinica universitaria di Tubinga diretta dal professor Autenrieth, dove i trattamenti ai quali viene sottoposto, e di cui si sa poco tranne che Autenrieth cercò di cacciargli fuori la pazzia attraverso l’intestino, portano anziché a un miglioramento alla definitiva Umnachtung: il tranquillo ottenebramento in cui trascorrerà la seconda metà della sua vita. Nel 1807 viene dimesso dalla clinica come incurabile e affidato alla famiglia del mastro falegname Zimmer, un ammiratore della sua poesia, presso la quale vivrà fino alla morte, libero dai medici e affettuosamente assistito, in quella che adesso si chiama la torre di Hölderlin: ex bastione delle fortificazioni, già trasformato in abitazione, con vista sul Neckar.

Ma tornando alla sua vita libera, il secondo incarico di precettore lo porta dal 1796 al 1798 nella casa del banchiere francofortese Gontard, della cui giovane moglie Susette, come da manuale, si innamora. È un amore ricambiato, una comunione perfetta di anime e corpi la cui scoperta, da parte del banchiere, costringe Hölderlin a allontanarsi dalla famiglia. Vede ancora Susette qualche rara volta, di nascosto, fino al 1800, e continueranno a scriversi. Nel 1802, mentre è precettore nella casa del console Meyer a Bordeaux, lo raggiunge, pare, la notizia della malattia di Susette. In ogni caso pianta tutto e torna in Germania a piedi (ma per lui, come già per Rousseau, viaggiare a piedi era piuttosto la regola). Al suo arrivo in Germania Susette è probabilmente già morta; tuttavia delle quattro settimane che separano la partenza da Bordeaux dal momento in cui si presenta improvvisamente a casa della madre, a Nürtingen, completamente devastato nel corpo e nello spirito, non si sa nulla. È lecito supporre che la morte di Susette abbia irrimediabilmente scosso e fatto precipitare una situazione psichica già compromessa. Dallo stato di prostrazione non si riprenderà mai del tutto, anzi, come si è detto, le sue condizioni si aggraveranno progressivamente fino all’internamento nel 1806.

Quando entra come precettore a casa Gontard, nel gennaio del 1796, Hölderlin lavora già da alcuni anni al romanzo Iperione, o l’eremita in Grecia, la cui protagonista femminile si chiama Diotima (da pronunciarsi Diotìma, ma io, del tutto personalmente e metricamente, preferisco la pronuncia Diòtima). In Susette Gontard Hölderlin trova una Diotima vivente, il personaggio della sua fantasia e la donna reale coincidono e si influenzano a vicenda (in questo, se non nel resto, Hölderlin è fortunato).

Hölderlin scriverà diverse poesie intitolate a Diotima-Susette. In quella tradotta e riportata sopra, del 1797, Diotima compare espressamente soltanto al verso 9 (su dodici totali). È incerto infatti se il vocativo “delizia di Musa divina” del verso 2 (dal quale dipende tutta la serie degli imperativi), sia da riferirsi direttamente a Diotima stessa o a Urania, ordinatrice del caos primigenio, alla quale Diotima viene, qui come altrove, assimilata. Comunque sia, la poesia è la preghiera a un essere divino o semi-divino affinché crei o restauri una situazione di armonia e di unità in un mondo frantumato dal caos degli elementi in lotta. È una preghiera affinché la situazione di conflitto e di dolorosa opposizione, esterna e interna all’animo dell’uomo – conflitto fra ragione e sentimento, dovere e inclinazione, io e mondo, libertà individuale e costrizioni sociali, assolutismo e democrazia – venga ricomposta in un’unità umana pacificata.

Che questo sia possibile, lo assicura il verso 9. Infatti, cosa garantisce e promette che la felicità umana sia possible? Diotima, l’esistenza di Diotima: poiché Diotima vive. L’esserci di Diotima è garanzia che la palingenesi del mondo, qui ed ora, è possibile – una palingenesi del mondo che le incondizionate esigenze dell’individuo, da poco comparso sulla scena, le speranze accese dalla Rivoluzione francese e i presagi delle future, amare delusioni legate alle conquiste napoleoniche rendono qualcosa di febbrilmente atteso, desiderabile e fragile come “un tenero fiore in inverno”.

Se Diotima, infatti, vive grazie allo spirito di cui è riccamente provvista, garantisce cioè la possibilità della felicità e dell’armonia grazie a una disposizione interna, è anche vero che “cerca anche il sole”, poiché senza una qualche corrispondenza e unisono con l’esterno, senza un nutrimento che venga dal fuori, i “teneri fiori in inverno” dell’anima individuale rischiano di soccombere. Ora, il sole, fuori, non c’è. “Die Sonne des Geists […] ist hinunter”, il sole dello Spirito è tramontato, nel gelo della notte infuriano gli uragani. Nessun aiuto, quindi dall’esterno; la poesia si chiude su un quadro di desolazione cosmica.

Eppure Diotima vive: questa affermazione non viene né ritirata né contraddetta. Per quanto possa mancare il sole, per quanto in seguito a questa assenza i cuori del popolo siano stentati, bisognosi, miseri, Diotima vive; la possibilità, fragile e incerta, resta. Anzi, quanto più è fragile e incerta, tanto più appare sublime e eroica.

Cosa possiamo fare, oggi, di una poesia come questa? Quanto sia scarso il sole fuori ce lo dice l’atmosfera pre-elettorale italiana, e nel resto d’Europa non deve essere molto diverso. La desolazione esterna riverbera a tal punto all’interno che pensare a una felicità privata appare ridicolo, ove non scandaloso. E dunque?

E dunque Diotima vive. Ci salva comunque la felicità, la possibilità della felicità. Ci deve essere – cerchiamolo, accudiamolo – un pensiero, un’immagine, una vaga combinazione, artificiale e artificiosa quanto si vuole, da cui sprizza felicità come da un acciarino; un punto di luce infinitesimo e concentrato, intermittente, sempre sul punto di svanire; incerto, non sai mai se c’è davvero, probabilmente te lo immagini soltanto; però stranamente vitale, deciso a continuare a essere. Coltiviamolo, è la nostra unica chance.

Diciamocelo ogni tanto: denn Diotima lebt, poiché Diotima vive.

 

QUE MAUDIT SOIT LE MIROIR QUI VOUS MIRE

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Tiziano, Donna allo specchio

Sul blog Il cavallo di Brunilde, Giacinta ha pubblicato l’altro giorno una piccola antologia di madrigali italiani, da Petrarca a Attilio Bertolucci, per concludere, come spesso in questo bel blog letterario-musicale, con una composizione di Monteverdi. La lettura mi ha fatto venire in mente una poesia di Ronsard intitolata appunto Madrigal, che non è forse, nel suo complesso, delle migliori, ma che ha un incipit folgorante per il miracolo di allitterazioni che riunisce (che in traduzione, purtroppo, vanno in parte perse), e, direi, almeno una strofa (la terza) davvero eccellente. Ho deciso di tradurla, trasponendo il decasillabo francese (in questo primo libro degli Amori l’uso dell’alessandrino non si è ancora imposto) nell’endecasillabo italiano e cercando di mantenere la rima, magari imperfetta.

Questo pare che non si faccia più perché l’attenzione per la forma andrebbe a scapito dell’aspetto semantico, del significato delle parole usate dal poeta, trasponendo le quali non è corretto procedere con leggerezza per amor di metro e soprattutto di rima. Ciò è senz’altro vero, ma è anche vero che, sul lato del significante, certe regolarità di suono (rima) contribuiscono in modo sostanziale al significato globale del testo, che, se le si elimina, risulta decisamente impoverito. Posso affermare di aver letto, di essermi informata; e, in linea generale, di aver trovato le traduzioni di poesie regolari (strofe, metro, rima) fatte sulla base della fedeltà alla parola avant toute chose non particolarmente soddisfacenti.

Quindi faccio come mi pare.

Pierre de Ronsard è un celebre poeta francese della seconda metà del Cinquecento. Assieme a Joachim du Bellay e a altri meno noti creò il gruppo autonominatosi La Pléiade, il cui scopo dichiarato era rifondare quasi ex novo la poesia nazionale dopo l’avvenuto grande passaggio linguistico dal francese antico al francese moderno (lingua, quest’ultima, foneticamente, grammaticalmente e lessicalmente assai diversa dalla precedente), e dopo che i temi gotico-cavallereschi della grande letteratura francese medievale si erano definitivamente esauriti. I modelli per l’ambizioso progetto sono, oltre agli autori greci e latini riscoperti o rivalutati da Umanesimo e Rinascimento, soprattutto Petrarca e i petrarchisti italiani di Quattro- e Cinquecento, nonché poeti più propriamente rinascimentali come Angelo Poliziano e Lorenzo de’ Medici.

Traducendo mi sono scontrata con la discrepanza fra la lingua moderna (benché, se vogliamo, ancora un po’ rozza) di Ronsard e la perfezione aulica e astorica, cui l’imitazione di Petrarca e le direttive programmatiche del Bembo hanno consegnato, alla medesima epoca e per lunghi secoli, l’italiano letterario.

 

MADRIGALE (1552)

 

Maledetto lo specchio che vi mira

E fiera vi fa essere in bellezza,

Vi fa gonfiare il cuore di crudezza,

Rifiutandomi il bene a cui aspiro!

 

Da tre anni per i vostri occhi sospiro,

Eppur né pianti, Fede, né Saldezza

Dal cuore vi hanno tolto quell’asprezza

Superba e dolce che fa il mio martiro.

 

Ma non sapete, e il dubbio non vi afferra,

Che questo mese e vostra età si scioglie

Come un fiore che langue chino a terra

E il tempo andato più non si raccoglie.

 

Mentre che grazia avete e verde foglia

E il tempo proprio all’amorosa guerra,

Dei bei piaceri mai non siate spoglia,

Né senza amare scendete sotterra.

 

MADRIGAL

 

Que maudit soit le miroir qui vous mire

Et vous fait être ainsi fière en beauté,

Ainsi enfler le coeur de cruauté,

Me refusant le bien que je désire!

 

Depuis trois ans pour vos yeux je soupire,

Et si mes pleurs, ma Foi, ma Loyauté

N’ont, ô destin! de votre coeur ôté

Ce doux orgueil qui cause mon martyre.

 

Et cependant vous ne connaissez pas

Que ce beau mois et votre âge se passe,

Comme une fleur qui languit contrebas,

Et que le temps passé ne se ramasse.

 

Tandis qu’avez la jeunesse et la grâce,

Et le temps propre aux amoureux combats,

Des doux plaisirs ne soyez jamais lasse

Et sans aimer n’attendez le trépas.

 

 

Ronsard-Matisse

 

 

 

SERA DI HALLOWEEN

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DUE SONETTI SOPRA UNA ZUCCA PORTALUMINO DI TERRACOTTA, GENERE HALLOWEEN, CONSERVATA IN CIMA A UN ARMADIO

 

I

L’uso giunse a San Polo da Bologna.

Parenti progrediti, cittadini,

Sotto sera munirono i bambini

Di una zucca, secondo la bisogna

 

Svuotata e incisa. E lì, quando trasogna,

In uno dei crepuscoli ottobrini

Campagnoli ed enormi, i due lumini

Vagarono la strada. Li rampogna

 

La megera ignorante col forcone

Che non sa di scherzetti o di paura.

Più tardi la provincia si ammoderna;

 

E là in cima all’armadio l’arancione

Inutile ora zucca fu figura

Della sollecitudine materna.

 

II

Sono in panni di boia o di vampiri

– Il cappuccio coi buchi gli va stretto –,

Ognuno ha già raccolto quasi un etto

Di caramelle e un pacco di krumiri.

 

Nel lusco della sera li rimiri,

Scesa in strada consideri l’effetto,

L’effetto dell’aspetto e l’altro effetto

Che fa su te vederli andare seri

 

Verso il buio sgranato che li ingoia.

Più tardi sono come adulti a cena:

Li impacci se gli servi la polenta;

 

Stai in disparte per non dargli noia,

Mentre col lume nella bocca piena

Inutile la zucca si arroventa.

STÖRTEBEKER

Störtebeker_Statue_(Hamburg)

Il 20 o 21 ottobre del 1401, a Amburgo, fu giustiziato, se mai è esistito, il famoso capitano Klaus Störtebeker che nel Baltico e nel Mare del Nord aveva praticato con successo prima la guerra di corsa (munito, cioè, di lettere di incarico da parte di stati o signori), poi la pirateria per conto proprio e con notevole danno per i commerci delle città anseatiche.

Nel ruolo piò onorevole di Vitalienbruder (membro cioè della leggendaria Confraternita dell’approvvigionamento, organizzazione di capitani indipendenti in bilico fra legalità e pirateria), aveva contribuito a rifornire di vettovaglie via mare la città di Stoccolma durante l’assedio ad opera dei danesi (1389-1394). Finita la guerra e distrutta la base dei Vitalienbrüder sull’isola di Gotland (Svezia), i capitani oltrepassarono l’incerto confine, si fecero più francamente pirati e furono anche noti col nome di Likedeeler, basso tedesco per Gleichteiler cioè coloro che dividono in parti uguali, il che suggerisce un’organizzazione tendenzialmente democratica e socialista sulle navi di questi famosi e, in un’epoca di rigida struttura feudale della società, comprensibilmente popolari capitani.

Che furono, come è l’uso, via via catturati e giustiziati assieme alle loro ciurme. La fama del più noto, Störtebeker appunto, è legata piuttosto alla leggenda della sua morte che alla sua vita (storicamente, è perfino difficile identificarlo). Vuole infatti la leggenda che avesse ottenuto dal borgomastro di Amburgo la promessa di liberare quelli dei suoi uomini, in fila in attesa della spada del boia, che il suo tronco avesse raggiunto camminando dopo la decapitazione. Bene, pare che ne avesse superati undici prima che il boia lo facesse crollare tirandogli fra i piedi uno sgabello. In ogni caso il borgomastro se ne fregò e gli undici furono decapitati esattamente come gli altri settantadue (o trenta, secondo le versioni). C’è anche una coda: a un membro del Senato (presente in seduta plenaria) che si complimentava per l’impeccabile esecuzione dei settantatré, il boia Rosenfeld, venuto apposta da Buxtehude, rispose che quello non era nulla, e che avrebbe potuto decapitare senza problemi anche tutti i Senatori. Per questa risposta fu arrestato e il più giovane dei Senatori ebbe l’onore di tagliargli la testa.

Ma tornando a Störtebeker, l’aura romantica di pirata socialista, il motto (“amico di Dio, nemico del [resto del] mondo”), la leggenda della morte ne hanno tenuto vivo il ricordo. Il poeta tedesco Günter Eich (1907-1972) scrive un breve testo in cui a parlare è uno dei compagni di Störtebeker, in fila in attesa dell’esecuzione:

“In ginocchio, il cranio rasato. Una fila di nove, legati al timone di un carro. La testa del capitano in un cesto di vimini. Il suo tronco si alza, mette giù i piedi. Quelli che raggiunge sono liberi. Io sono il nono, un brutto posto. Ma ancora cammina.”

A partire da questo testo un altro poeta, il quarantaseienne Jan Wagner, vincitore quest’anno del prestigioso Georg-Büchner-Preis, scrive la poesia störtebeker tradotta assieme a altre quattro, su Le parole e le cose, da Dario Borso. La poesia mi è piaciuta tanto che ne ho voluto fare una traduzione anch’io:

 

Io sono il nono, un brutto posto.

Ma  ancora cammina.

Günter Eich

 

ancora cammina, la testa assiste al barcollare

in avanti del corpo. ma lui,

lui dov’è? in quegli ultimi sguardi dal canestro

o nei passi senza sguardo?

io sono il nono e siamo in ottobre;

il freddo e la corda tagliano più a fondo

la carne. siamo in ginocchio, in una fila, in macchie

di bianco le nuvole sopra di noi, come se spennassero

volatili lassù – come le donne

prima delle feste. papà che nei pugni sbiancati

stringeva il manico, e la scure, netta,

ammiccava alla luce. nel mentre la gallina

correva insanguinata sbattendo le ali, cercando la sua strada

fra due mondi, oltrepassando noi bambini urlanti d’entusiasmo.

 

 

„Ich bin der neunte, ein schlechter Platz.
Aber noch läuft er.“

(Günter Eich)

noch läuft er, sieht der kopf dem körper zu
bei seinem vorwärtstaumel. aber wo
ist er, er selbst? in diesen letzten blicken
vom korb her oder in den blinden schritten?
ich bin der neunte und es ist oktober;
die kälte und das hanfseil schneiden tiefer
ins fleisch. wir knien, aufgereiht, in tupfern
von weiß die wolken über uns, als rupfe
man federvieh dort oben – wie vor festen
die frauen. vater, der mit bleichen fäusten
den stiel umfaßt hielt, und das blanke beil,
das zwinkerte im licht. das huhn derweil
lief blutig, flatternd, seinen weg zu finden
zwischen zwei welten, vorbei an uns johlenden kindern.

AUTUNNO

 

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Già lo sentimmo venire – dice Cardarelli – nel vento d’agosto. Ieri c’è stato vento, le temperature si sono abbassate, le giornate si accorciano, da lontano c’è odore di autunno. Stagione perfetta, pericolosa ai melancolici, oggi detti bipolari, che pure ne sono affascinati.

L’atrabile, o bile nera, con sede nella milza[1], uno dei quattro umori corporei della medicina ippocratica, il cui eccesso è causa della melanconia o inadeguatezza al vivere, fermenta in autunno, con conseguenze spiacevoli per gli atrabiliari; d’altra parte col vantaggio di offrire una visione dei confini; un’esperienza che vale la pena, sempre che la si regga.

Per fissare sul calendario, com’è l’uso della meteorologia clinica, il sentore d’autunno, offro la traduzione di due poesie. La prima è di Hölderlin, molto nota. Se ne trovano diverse traduzioni su internet. Come con le ricette di cucina, vi do la mia:

 

METÀ DELLA VITA (1805)

Di pere gialle si inclina

E colma di rose selvagge

La terra nel lago,

O cigni amanti,

E voi ebbri di baci

Tuffate il capo

Nell’acqua sobria lustrale.

 

Ahimè, dove prendo, quando

È inverno, i fiori, e dove

La luce del sole

E ombra della terra?

I muri stanno

Senza parola e freddi, nel vento

Suonano le banderuole.

 

HÄLFTE DES LEBENS

Mit gelben Birnen hänget

Und voll mit wilden Rosen

Das Land in den See,

Ihr holden Schwäne,

Und trunken von Küssen

Tunkt ihr das Haupt

Ins heilignüchterne Wasser.

 

Weh mir, wo nehm ich, wenn

Es Winter ist, die Blumen, und wo

Den Sonnenschein,

Und Schatten der Erde?

Die Mauern stehn

Sprachlos und kalt, im Winde

Klirren die Fahnen.

 

La seconda è di Paul Celan:

 

L’ETERNITÀ (da: Papavero e memoria,1952)

Corteccia dell’albero notturno, coltelli nati da ruggine

Ti sussurrano i nomi, i cuori e il tempo.

Una parola, che dormiva quando la udimmo,

sguscia sotto il fogliame:

loquace sarà l’autunno,

più loquace la mano che lo raccoglie,

fresca come il papavero dell’oblio la bocca che la bacia.

 

DIE EWIGKEIT 

Rinde des Nachtbaums, rostgeborene Messer

flüstern dir zu die Namen, die Zeit und die Herzen.

Ein Wort, das schlief, als wirs hörten,

schlüpft unters Laub:

beredt wird der Herbst sein,

beredter die Hand, die ihn aufliest,

frisch wie der Mohn des Vergessens der Mund, der sie küsst.

 

La poesia di Hölderlin è stata composta un paio d’anni prima dell’ottenebramento dovuto a schizofrenia catatonica. Quella di Celan, invece, precede di comodi venti il suicidio.

Buon autunno.

 

[1] Cfr. l’etimologia dell’inglese spleen: lat. splen, vale a dire milza

Jean de Sponde, SONETTI DELLA MORTE

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Due traduzioni dai Sonetti della Morte di Jean de Sponde (1557-1595). Nella scommessa (nel gioco?) di costringere l’alessandrino francese nell’endecasillabo italiano alcune cose sono andate perdute. Ho cercato di mantenere la rima, che mi sembra importante, e l’effetto generale.

II

E pur si muore, e la vita orgogliosa

Di morte che sprezza assaggia i furori,

Fiori d’un giorno disseccano i Soli,

Il tempo crepa la bolla fumosa.

 

Quel cero ardente di fiamma impetuosa

Sul moccolo verde estingue l’ardore,

L’olio del Quadro annerisce il colore,

Le onde si rompono a riva schiumosa.

 

Di chiari lampi è passata sugli occhi

La luce, il tuono è trascorso sui cocchi

Del cielo; qui o là poi scoppia tempesta.

 

Dei fiumi ho visto asciugarsi l’umore,

Leoni ruggenti chinare la testa,

Vivete, mortali, eppure si muore.

 

Mais si faut-il mourir ! et la vie orgueilleuse,
Qui brave de la mort, sentira ses fureurs ;
Les Soleils haleront ces journalieres fleurs,
Et le temps crevera ceste ampoule venteuse.

Ce beau flambeau qui lance une flamme fumeuse,
Sur le verd de la cire esteindra ses ardeurs ;
L’huile de ce Tableau ternira ses couleurs,
Et ses flots se rompront à la rive escumeuse.

J’ay veu ces clairs esclairs passer devant mes yeux,
Et le tonnerre encor qui gronde dans les Cieux.
Ou d’une ou d’autre part esclatera l’orage.

J’ay veu fondre la neige, et ces torrens tarir,
Ces lyons rugissans, je les ay veus sans rage.
Vivez, hommes, vivez, mais si faut-il mourir.

 

XII

Contro me s’enfia, e m’assalta, e mi tenta

E il Mondo, e la Carne, e il Genio ribelle,

Di cui l’onda, e l’urto, e il fascino imbelle,

O Dio!, mi sommerge, e squassa, e m’incanta.

 

Qual nave, qual roccia, e orecchio incurante,

Fuor di periglio, di crollo, e d’incanto,

Mi darai tu? il Tabernacolo Santo,

la forte Mano, la Voce costante.

 

Pure combatter tal volta feroce

Contro il tuo Tempio, la Mano, la Voce

Sento in me il Genio, e la Carne, ed il Mondo.

 

Ma Tempio, e Mano, e Voce saranno

Nave, roccia, orecchio in che periranno

Fascino e urto e si romperà l’onda.

 

Tout s’enfle contre moy, tout m’assaut, tout me tente,
Et le Monde et la Chair, et l’Ange revolté,
Dont l’onde, dont l’effort, dont le charme inventé
Et m’abisme, Seigneur, et m’esbranle, et m’enchante.

Quelle nef, quel appuy, quelle oreille dormante,
Sans peril, sans tomber, et sans estre enchanté,
Me donras tu? Ton Temple où vit ta Sainteté,
Ton invincible main, et ta voix si constante ?

Et quoy ? mon Dieu, je sens combattre maintes fois
Encor avec ton Temple, et ta main, et ta voix,
Cest Ange revolté, ceste Chair, et ce Monde.

Mais ton Temple pourtant, ta main, ta voix sera
La nef, l’appuy, l’oreille, où ce charme perdra,
Où mourra cest effort, où se rompra ceste onde.

LE DONNE DEI CLUB LIONS (Un sonetto di Elena Grammann)

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Le donne dei club Lions assomigliano

A tutto tranne che a leonesse o parde.

Da omeri secchi al pari di spingarde

Gli pendono i vestiti che le abbigliano

 

Mezzo-eleganti; a loro si apparigliano

Mariti vecchi quasi come sarde

Pressate in un barile, le cui tarde

Galanterie nell’alta età si impigliano.

 

Ma ecco che entra lei: il grasso, bellissimo

Viso ultrasettantenne senza ruga;

Mancò per qualche tempo; se impedita

 

Da cruccio o infermità non è certissimo.

Fino alla tempia il sopracciglio in fuga

Disegnò all’egiziana la matita.

 

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