JEAN DE SPONDE, IL PRIMO DEI DODICI SONETTI DELLA MORTE

Vanitas 1

 

Mortali, che dai morti aveste vita,

Che ancor nel Corpo, ch’è sua tomba, muore,

Voi che badate a raccattar quegli ori

Di chi da morte vita ebbe rapita:

 

Voi che lor morte d’altre ancor seguita

Vedete, e case non avete fuori

Che sian di morti,  che pur non vi sfiori

Di morte il dubbio, o memoria smarrita?

 

Forse la vita, amando sue dolcezze,

Di morte aborre le orride fattezze,

Né voglia può nutrire a sé contraria?

 

Mortali, ognun v’accusa, ma io scuso

La gran smemoratezza ch’è in vostro uso:

Di eterna vita impronta necessaria.

 

Mortels, qui des mortels avez pris votre vie,
Vie qui meurt encor dans le tombeau du Corps,
Vous qui ramoncelez vos trésors, des trésors
De ceux dont par la mort la vie fut ravie :

Vous qui voyant de morts leur mort entresuivie,
N’avez point de maisons que les maisons des morts,
Et ne sentez pourtant de la mort un remords,
D’où vient qu’au souvenir son souvenir s’oublie ?

Est-ce que votre vie adorant ses douceurs
Déteste de penser de la mort les horreurs,
Et ne puisse envier une contraire envie ?

Mortels, chacun accuse, et j’excuse le tort
Qu’on forge en votre oubli. Un oubli d’une mort
Vous montre un souvenir d’une éternelle vie.

(Il secondo e il dodicesimo sonetto qui)

 

Dopo due mesi di epi- o pandemia le cose si delineano finalmente con maggiore chiarezza. Emerge che la strage pandemica, almeno qui da noi, è soprattutto una strage di anziani. Se questo, bene o male, si sapeva fin dall’inizio, ora il non detto, ma sempre più chiaramente sottinteso nelle tensioni governo-regioni, è la domanda se abbia senso sacrificare l’intera economia di una nazione probabilmente per anni a venire, per salvaguardare una fascia di popolazione che non produce e anzi costa, e in ogni caso è avviata di suo al fine corsa. 

[Osserverò en passant, sul “non produce e anzi costa”, che c’è un po’ in giro l’idea che l’INPS regali pensioni agli anziani; si dice che la popolazione attiva paga le pensioni degli anziani. Forse si dimentica che la grande maggioranza (non tutti, ma la maggioranza) degli anziani che percepiscono pensioni ha versato durante tutta la vita lavorativa una parte del reddito per garantirsi una pensione di vecchiaia. Se poi l’INPS o la politica in generale hanno gestito male le somme versate, questo non è colpa dei pensionati.]

La cosa strana è che questa non è la prima pandemia negli ultimi cento anni, ma la terza o la quarta, secondo come si conta. Lasciando da parte la Spagnola, particolarmente devastante per vari motivi, l’Asiatica e la sua variante Spaziale sono abbastanza paragonabili alla pandemia attuale, ma non hanno fatto tutto quel casino. Anche per questo ci sono naturalmente dei motivi: la globalizzazione era di là da venire, dunque la diffusione del contagio è stata più lenta; anche all’interno di uno stesso paese o regione la gente si muoveva molto meno, l’informazione era meno globale, capillare e mefitica ecc. Ma soprattutto, le passate pandemie non intasavano gli ospedali. Non saturavano le terapie intensive, per la buona ragione che le terapie intensive non esistevano. Se un anziano – e già ce n’erano meno – in seguito all’influenza sviluppava una polmonite virale, a nessuno veniva l’idea di ricoverarlo: moriva nel suo letto e buonanotte.

Con questo siamo al cuore del problema: che non è evitare che gli anziani siano costretti a lasciare bruscamente una vita che parrebbe altrimenti prolungabile all’infinito, ma evitare di intasare gli ospedali (e in subordine i servizi di pompe funebri, i cimiteri ecc.), cioè evitare un ingorgo gestionale che paralizzerebbe il Sistema Sanitario anche nello svolgimento delle sue normali funzioni e creerebbe caos sociale. Il calcolo, come è stato più volte ribadito, è sulla lama di un rasoio, ma evidentemente si stima che un esercito di disoccupati sia più semplice da gestire di un esercito di moribondi.

Torniamo agli anziani che morivano nel loro letto. Oggi, in tempi normali almeno, nessuno muore più nel suo letto. Se qualcuno morisse nel suo letto si avrebbe l’impressione che non è stato curato, che non si è fatto tutto quello che si poteva. Essere ricoverato, da un lato rassicura il malato – gli dà l’impressione che si possa ancora fare qualcosa -, dall’altro esonera la famiglia dal dover occuparsi della salma. Anche quella è affidata alle mani dei tecnici, che sanno cosa e come. Questi cambiamenti, sopravvenuti nelle nostre vite negli ultimi cinquantanni, sono dovuti agli sviluppi della medicina e alla conseguente gestione sempre più ospedaliera della malattia, fattori che, come è noto, hanno portato fra le altre cose alla negazione della morte. La morte è diventata qualcosa di scandaloso, un incidente da cancellare in fretta. Possibilmente non deve comparire.

Autorizzata a comparire è la vita – come si diceva, indefinitamente prolungabile. Cinquant’anni fa a settant’anni si era vecchi, si poteva morire senza perdere la faccia. Adesso, uno che muore a settant’anni è uno che non ce l’ha fatta. Un fallito in un certo senso, uno che è crollato prima del traguardo. Peccato per lui. Il compito da portare avanti è durare il più a lungo possibile, pro-lungare, aggiungere via via un altro segmento fino al balbettio, all’imbecillità, alla tragedia delle badanti. Fino all’inesistenza – fattuale se non biologica.

In tutto ciò è un fatto che nelle nostre società si è sempre meno vitali. Per quello che comunemente si intende per vivere c’è sempre più bisogno di supporti esterni: mezzi di trasporto, musica, sostanze, intrattenimento – fino agli oratori o al volontariato per i più virtuosi. La morte, abbiamo detto, non compare; ma dall’orrore del tedio nei giovani fino all’ossessione per il prolungamento della vita negli anziani ogni cosa viene fatta per allontanare la morte. Che è come dire che ci si pensa incessantemente.

È evidente che la vita lunga – al limite prolungabile all’infinito – non ha nulla a che vedere con una vita eterna. Anzi, nulla di più antitetico: chi ha una vita piena, cioè una vita che conserva un assaggio, una traccia (una memoria) di eternità, come nota Sponde, non pensa alla morte. Chi invece è costretto a passare da un ammazza-tedio al seguente o da un controllo medico al seguente, magari non se ne rende conto e pensa di prendersi cura della propria vita, in realtà pensa di continuo alla propria morte. Non pensa che a quello. Vive nella sua non-luce.

È dunque vero, come dice Sponde e contrariamente all’opinione di medici e moralisti, che vive bene, vive una vita che ha qualcosa dell’eterna, soltanto chi dimentica l’esistenza della morte. Chi non ne ha ricordo.

Un obiettivo che varrebbe la pena perseguire.

 

 

 

TEMPO DI NATALE. Christine Lavant, Si sente odor di neve (Es riecht nach Schnee)

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[Nota: I cantori della stella (in tedesco Sternsinger) sono gruppi di cantori, soprattutto bambini, tre dei quali in costume da Re Magi, che nel periodo natalizio vanno di casa in casa, distribuiscono benedizioni e raccolgono offerte.]

 

Christine Lavant

Si sente odor di neve

 

Si sente odor di neve, resta appeso 

il sole ai vetri come un frutto rosso;

se questa febbre scrollo via di dosso 

diventerà un furetto, e sarà preso,    

e chi vi scalda poi, dita gelate?

I re cantori vanno per le strade

e dalle mie sorelle certamente.

La mia tristezza cresce giornalmente,

però non quanto basta a essere pia.

Prendere il frutto rosso nella mia

stanza vorrei, e annuserei la buccia,

giusto per dirmi che sapore ha il cielo.

Il furetto s’acquatta a bruciapelo,

sguscia via dal vicino e s’incantuccia,

tanto in un groppo mi si stringe il cuore.

Chissà se il cielo scende dalle alture

quando si è troppo deboli a salire.

Il frutto l’hanno già fatto sparire…

Però nella mia stanza si sta bene,

e caldi più che neve su un pomario.

Del cranio mi fa male un emisferio

soltanto; poi nel sangue va e viene

il sonno con un fiore, e su e giù in me

lui canta le carole dei tre re.

 

Da: Die Bettlerschale (La scodella del mendicante), Salzburg 1956, traduzione mia

 

Es riecht nach Schnee

Es riecht nach Schnee, der Sonnenapfel hängt
so schön und rot vor meiner Fensterscheibe;
wenn ich das Fieber jetzt aus mir vertreibe,
wird es ein Wiesel, das der Nachbar fängt,
und niemand wärmt dann meine kalten Finger.
Durchs Dorf gehn heute wohl die Sternensinger
und kommen sicher auch zu meinen Schwestern.
Ein wenig bin ich trauriger als gestern,
doch lange nicht genug, um fromm zu sein.
Den Apfel nähme ich wohl gern herein
und möchte heimlich an der Schale riechen,
bloß um zu wissen, wie der Himmel schmeckt.
Das Wiesel duckt sich wild und aufgeschreckt
und wird vielleicht nun doch zum Nachbar kriechen,
weil sich mein Herz so eng zusammenzieht.
Ich weiß nicht, ob der Himmel niederkniet,
wenn man zu schwach ist, um hinaufzukommen?
Den Apfel hat schon jemand weggenommen …
Doch eigentlich ist meine Stube gut
und wohl viel wärmer als ein Baum voll Schnee.
Mir tut auch nur der halbe Schädel weh
und außerdem geht jetzt in meinem Blut
der Schlaf mit einer Blume auf und nieder
und singt für mich allein die Sternenlieder.

 

Si dice che Dio renda la vita difficile a coloro che ama. Se è così, deve avere amato molto Christine Habernig, nata Thonhauser, in letteratura Christine Lavant.

Nona figlia di un minatore, nasce il 4 luglio 1915 in una famiglia poverissima di un piccolissimo borgo della Carinzia. A cinque settimane di vita si manifesta una scrofolosi (sono andata a vedere, è una cosa orribile) su petto, collo e viso; la neonata perde quasi completamente la vista. A tre anni compare la prima polmonite, che in seguito si ripresenterà quasi ogni anno. Nel 1919, in occasione di un ricovero ospedaliero, la bambina viene giudicata non in grado di sopravvivere. Nel 1921 è però in prima elementare, e in seguito a un ricovero a Klagenfurt anche i suoi problemi di vista migliorano. Un medico dell’ospedale di Klagenfurt le regala le opere di Goethe che lei si porta a casa nello zaino percorrendo a piedi sessanta chilometri. Nel 1927 sta di nuovo male: tubercolosi polmonare e ancora la scrofolosi. Considerato che la prognosi è di un anno di vita, viene sottoposta a una radioterapia molto rischiosa, che però porta alla rapida scomparsa di entrambe le patologie (pare che il fazzoletto annodato dietro la nuca, che porta in quasi tutte le foto e i ritratti, abbia lo scopo di nascondere le ferite (?) dovute alla scrofolosi e alla radioterapia). Può così portare a termine la scuola elementare, ma la frequenza della scuola media deve essere interrotta perché il tragitto è troppo lungo per una bambina dalla salute così cagionevole. Christine passa il tempo aiutando un po’ in casa, legge, scrive, dipinge, impara il lavoro di magliaia grazie al quale manterrà in seguito se stessa e il marito. Un’otite non diagnosticata la lascia sorda da un orecchio. Nel 1932 un editore di Graz, dopo aver inizialmente mostrato interesse, rifiuta un suo romanzo. Christine distrugge tutto ciò che ha scritto e rinuncia, crede in modo definitivo, alla scrittura. In seguito a ricorrenti crisi depressive, nel 1935 decide di farsi ricoverare in una clinica psichiatrica di Klagenfurt. Rimasta sola dopo la morte dei genitori (i fratelli e le sorelle sono da tempo fuori casa), sposa nel 1938 il pittore Josef Habernig, di trent’anni più anziano di lei, conosciuto l’anno prima. Pare che l’abbia sposato per assicurargli una vecchiaia tranquilla. Mah. Quando, dodici anni più tardi, incontrerà il grande amore, il pittore Werner Berg, ci saranno momenti in cui il matrimonio le peserà molto. D’altra parte anche Werner Berg è sposato, ha cinque figli e una situazione economica difficile. Insomma, tutto molto complicato. [Credo che il ritratto di Christine riportato in alto sia opera sua, anche se non l’ho proprio trovato confermato nero su bianco.]

Dal 1938, anno in cui muore la madre e in cui Christina sposa Habernig, al 1950, quando conosce Werner Berg, le cose sono comunque un po’ cambiate. Ha cominciato a pubblicare – soprattutto poesie, ma anche racconti – e a farsi un nome nell’ambiente letterario. Dal 1950 in poi le pubblicazioni si susseguono e premi nazionali sanciscono la qualità dell’opera. Christine è in contatto epistolare con personalità di spicco dell’intellighenzia austro-tedesca – e tuttavia continua a fare la magliaia e a vivere in ristrettezze economiche. Nel 1955 la relazione con Werner Berg è sostanzialmente conclusa, la convivenza col marito poco piacevole: “Da giorni ormai ho la bronchite e un po’ di febbre, e interiormente sono a pezzi come non mai. Ira amarezza abbandono odio. Sono sola tutto il tempo. Habernig esce come al solito due volte al giorno e vuole mangiare e dorme e io lo odio lui e tutto quanto.” (Lettera a Ingeborg Teuffenbach, inizio 1956). La carriera procede, la salute peggiora. Dal 1963 in poi si moltiplicano i soggiorni in ospedali e case di cura. Muore in seguito a un ictus il 7 giugno 1973. (Informazioni desunte da Wikipedia deutsch e da altre fonti tedesche reperite in rete)

Le edizioni Effigie hanno pubblicato nel 2016 un’antologia di Poesie di Lavant scelte da Thomas Bernhard per Suhrkamp nel 1987 e tradotte da Anna Ruchat, antologia che io però non conosco. A quello che ho potuto capire, Bernhard ha epurato gran parte della componente troppo acquiescentemente religiosa. Un esempio di religiosità eccessivamente remissiva potrebbero essere, nella poesia presentata e malgrado la forma dubitativa, i due versi: “Chissà se il cielo scende dalle alture / quando si è troppo deboli a salire” – Ich weiß nicht, ob der Himmel niederkniet, / wenn man zu schwach ist, um hinaufzukommen? – versi che anch’io ho trovato leggermente irritanti, oltre che non del tutto in tono col resto. La poesia, in effetti, non compare nella scelta effettuata da Bernhard, che d‘altronde considerava Lavant una vittima della sua educazione cristiano-cattolica. Personalmente, quello che mi ha conquistato in questa lirica è l’autoironia.

Qui una bella recensione del volume pubblicato da Effigie.

Le poesie di Lavant che ho trovato in rete (purtroppo senza indicazione della raccolta di appartenenza o dell’anno di pubblicazione) sono molto austriache: un po’ simboliste, un po’ espressioniste, intimiste e affascinanti.

 

 

 

IL NATALE DEL MISCREDENTE. Quattro sonetti per le incombenti festività

presepe

 

  1. RACCOGLIENDO IL MUSCHIO PER IL PRESEPE

 

Il muschio di dicembre mi avviluppa

nella luce nascosta che lo infiamma;

fiamma che non consuma incerta fiamma

come fuoco che in macero si inzuppa.

 

Rosa canina attorta si sviluppa

in mistico segnale d’orifiamma,

bacca appuntita bacca come fiamma

che non avvampa sulla rama zuppa.

 

Merlo d’inverno crocchia tra le frasche

(rosse per un incendio inesistente)

il suo piumaggio di carbone tinto.

 

Per il presepe cavi dalle tasche

gusci stecchetti tarde infiorescenze:

il vero in miniatura – e tutto finto.

 

 

2. NOTTE SANTA

 

La notte, dicono, è salita in cielo.

La terra che ha sguarnito resta vuota;

disancorata, su, gira la ruota

col tintinnio degli angeli del gelo.

 

Dentro le trombe soffiano con zelo

da una distanza sempre più remota;

per l’ossidata patina la nota

s’invischia in un verdastro ragnatelo.

 

Strumenti musicali impreziositi!

Plettri d’argento, cimbali, ribeche,

violini sideréi, disarmonie –

 

tutto un armamentario di squisiti

vecchiumi fessi, di ori di pianete

– persi fra bui cespugli di lumie!

 

 

3. GIORNO DI NATALE (dal mattino al crepuscolo)

 

Un po’ di neve sporca, un po’ di nebbia,

acqua d’acquasantiera (genuflesso),

e dopo i cappelletti un po’ di lesso

coi sottaceti.

 

Un po’ di freddo in chiesa, poi si annebbia

lo schermo parrocchiale ora dismesso,

si brucia la pellicola al riflesso

d’altri pianeti.

 

In casa il padre arrotola i trinciati,

volge le spalle ai vetri ed alla bruma;

fuori la sera impasta con la scopa

 

biacca di neropiombo sui selciati;

invano nelle pozze cerchi una

acqua d’Europa.

 

 

4. EPIFANIA

 

Hanno deposto i doni sulla paglia,

adorato il bambino – neanche sanno

perché si sono messi in tanto affanno.

Ripartono fra ali di plebaglia.

 

Adocchiano lassù la nuvolaglia

senza timore: ché il celeste danno,

la cometa foriera di malanno

sospesa sopra l’asino che raglia

 

si lasciano alle spalle. Dan di sprone.

La carovana segua come può,

loro hanno fretta: li sospinge il vento

 

inebriante di liberazione.

(Trascorrono la vita che passò,

i secoli che durano un momento).

 

[Avvertiti dall’angelo, i re magi se ne tornarono per un’altra strada. E non seppero nulla del macello che avevano causato con le loro incaute domande.]

 

 

IMPRESCINDIBILITÀ DELL’OPERA. L’ode “Alle Parche” di Friedrich Hölderlin

Sodoma_001
Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma (o Marco Bigio?), Le tre Parche

Alle Parche

 

A me un’estate soltanto largite,

O Possenti!, e a farmi il canto maturo

Un autunno, che più docile il cuore,

Sazio di dolci armonie, poi mi muoia.

 

Non trova pace nell’Orco chi in vita

La sua parte di divino non ebbe;

Ma se il Sacro che ho a cuore, il Poema,

Una volta mi riesce, o benvenuta

 

Allora, quiete del mondo dell’ombre!

Seppur non mi segua suono di plettro

A voi scendo contento. Come un dio

Io vissi una volta, e più non domando.

                                                                          (1796-1798, traduzione mia)

An die Parzen

 

Nur Einen Sommer gönnt, ihr Gewaltigen!

   Und einen Herbst zu reifem Gesange mir,

      Daß williger mein Herz, vom süßen

         Spiele gesättiget, dann mir sterbe.

 

Die Seele, der im Leben ihr göttlich Recht

   Nicht ward, sie ruht auch drunten im Orkus nicht;

      Doch ist mir einst das Heilge, das am

         Herzen mir liegt, das Gedicht, gelungen,

 

Willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!

   Zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel

      Mich nicht hinab geleitet; Einmal

         Lebt ich, wie Götter, und mehr bedarfs nicht.

L’EROTISMO DEL CONIGLIO

Le lapin 1

 

Ma io conosco un altro coniglio

Che vorrei prendere vivo e fremente.

La sua garenna è fra il timo e il loglio

Del paese di Amor nella Mente.

(Guillaume Apollinaire, LE BESTIAIRE ou CORTÈGE D’ORPHÉE, Parigi 1911, illustrato da Raoul Dufy)

Note:

Il poeta tardoromantico, protomodernista e malizioso Guillaume Apollinaire (1880-1918) pubblica nel 1911 Il Bestiario o corteggio di Orfeo, trenta tavole composte ognuna da una xilografia di Raoul Dufy che illustra una singola strofa, generalmente una quartina, dedicata a Orfeo o agli animali del suo corteggio.

La quartina intitolata al coniglio gioca sul doppio senso, naturalmente perso in italiano, del termine desueto e arcaicizzante “connin”, che se da un lato indica il simpatico roditore ed è quindi un sinonimo di “lapin”, fin dall’inizio, per affinità fonetica e etimologica con il volgare “con”, è anche sentito come atto a designare il sesso femminile.

“Garenna” è italianizzazione del francese “garenne” e indica l’habitat boschivo o sabbioso  dei conigli selvatici.

Quanto al “pays de Tendre”, da me discutibilmente tradotto con “paese di Amor nella Mente”, esso fa riferimento a un gioco di società – non dei più divertenti a quanto pare – al quale intorno alla metà del XVII secolo si dedicarono per una mezz’ora la romanziera di successo Mlle de Scudéry e i suoi amici, in qualche salotto alla moda, magari proprio quello di Mme de Rambouillet. Si trattava in definitiva di mappare la casistica dei sentimenti amorosi – progressi e regressi, ostacoli e facilitazioni, fallimenti e successi – come si sarebbe fatto di un paese con le sue città, i villaggi, i fiumi e i laghi. Si passava ad esempio dal castello arroccato di Orgoglio ai graziosi paesini di Bei Versi e Biglietti d’Amore, avendo cura di evitare il mortifero Lago di Indifferenza o borghi del tutto malfamati come Perfidia, Cattiveria e Maldicenza. Potremmo tranquillamente calare il velo pietoso, non fosse che la mappa di questo paese, la famosa Carte du Tendre, incisa, pare, da tal François Chauveau, è finita come illustrazione in Clélie, romanzo in dieci volumi della stessa Mlle de Scudéry; di lì, senza fallo, in tutte le antologie di letteratura francese per le scuole. E non ce la scaveremo più.

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La garenna del “connin” di Apollinaire si trova fra il timo delle valli del pays de Tendre. Può ben essere che il timo e le valli ne facciano un luogo meno platonico di quanto Preziose e Preziosi del XVII secolo avessero immaginato.

Il loglio del v.3 non c’è nell’originale. È lì per far rima (imperfetta) con “coniglio”. Avrei potuto anche metterci “tiglio” o “miglio”; alla fine “loglio” mi è sembrato meglio.

 

 

Denn Diotima lebt – Poiché Diotima vive

Diotima 1
Susette Gontard – Diotima

Diotima 

Vieni a placare per me, tu che un giorno elementi accordasti,

Delizia di Musa divina, il caos del tempo;

Componi il furore di lotta con suoni celesti,

Finché nel petto mortale ciò che è diviso si unisca

E l’antica natura dell’uomo, la grande, la calma,

Dal fermentare del tempo alma e possente risorga.

Nel cuore stentato del popolo torna, bellezza vivente!

Torna alla mensa ospitale, torna di nuovo nei templi!

Poiché Diotima vive, come i teneri fiori d’inverno,

Ricca di spirito proprio, cerca però anche il sole.

Ma il sole che è luce allo Spirito, il mondo più bello, è scomparso,

E in gelida notte si scontrano solo uragani.

(Friedrich Hölderlin, traduzione mia)

 

Diotima

Komm und besänftige mir, die du einst Elemente versöhntest,
   Wonne der himmlischen Muse, das Chaos der Zeit,
Ordne den tobenden Kampf mit Friedenstönen des Himmels,
   Bis in der sterblichen Brust sich das Entzweite vereint,
Bis der Menschen alte Natur, die ruhige, große,
   Aus der gärenden Zeit mächtig und heiter sich hebt.
Kehr in die dürftigen Herzen des Volks, lebendige Schönheit!
   Kehr an den gastlichen Tisch, kehr in den Tempel zurück!
Denn Diotima lebt, wie die zarten Blüten im Winter,
   Reich an eigenem Geist, sucht sie die Sonne doch auch.
Aber die Sonne des Geists, die schönere Welt, ist hinunter
   Und in frostiger Nacht zanken Orkane sich nur.

 

Come molti giovani e brillanti intellettuali dell’epoca, di buona famiglia ma di modeste condizioni economiche, che non se la sentono di farsi pastori protestanti per una rendita sicura, anche Friedrich Hölderlin (1770-1843) svolge dal 1773 al 1802 il ruolo di precettore presso diverse famiglie dell’aristocrazia e della ricca borghesia. Nel 1806 un serio aggravarsi dei disturbi psichici di cui soffre già da alcuni anni porta al suo internamento forzato nella clinica universitaria di Tubinga diretta dal professor Autenrieth, dove i trattamenti ai quali viene sottoposto, e di cui si sa poco tranne che Autenrieth cercò di cacciargli fuori la pazzia attraverso l’intestino, portano anziché a un miglioramento alla definitiva Umnachtung: il tranquillo ottenebramento in cui trascorrerà la seconda metà della sua vita. Nel 1807 viene dimesso dalla clinica come incurabile e affidato alla famiglia del mastro falegname Zimmer, un ammiratore della sua poesia, presso la quale vivrà fino alla morte, libero dai medici e affettuosamente assistito, in quella che adesso si chiama la torre di Hölderlin: ex bastione delle fortificazioni, già trasformato in abitazione, con vista sul Neckar.

Ma tornando alla sua vita libera, il secondo incarico di precettore lo porta dal 1796 al 1798 nella casa del banchiere francofortese Gontard, della cui giovane moglie Susette, come da manuale, si innamora. È un amore ricambiato, una comunione perfetta di anime e corpi la cui scoperta, da parte del banchiere, costringe Hölderlin a allontanarsi dalla famiglia. Vede ancora Susette qualche rara volta, di nascosto, fino al 1800, e continueranno a scriversi. Nel 1802, mentre è precettore nella casa del console Meyer a Bordeaux, lo raggiunge, pare, la notizia della malattia di Susette. In ogni caso pianta tutto e torna in Germania a piedi (ma per lui, come già per Rousseau, viaggiare a piedi era piuttosto la regola). Al suo arrivo in Germania Susette è probabilmente già morta; tuttavia delle quattro settimane che separano la partenza da Bordeaux dal momento in cui si presenta improvvisamente a casa della madre, a Nürtingen, completamente devastato nel corpo e nello spirito, non si sa nulla. È lecito supporre che la morte di Susette abbia irrimediabilmente scosso e fatto precipitare una situazione psichica già compromessa. Dallo stato di prostrazione non si riprenderà mai del tutto, anzi, come si è detto, le sue condizioni si aggraveranno progressivamente fino all’internamento nel 1806.

Quando entra come precettore a casa Gontard, nel gennaio del 1796, Hölderlin lavora già da alcuni anni al romanzo Iperione, o l’eremita in Grecia, la cui protagonista femminile si chiama Diotima (da pronunciarsi Diotìma, ma io, del tutto personalmente e metricamente, preferisco la pronuncia Diòtima). In Susette Gontard Hölderlin trova una Diotima vivente, il personaggio della sua fantasia e la donna reale coincidono e si influenzano a vicenda (in questo, se non nel resto, Hölderlin è fortunato).

Hölderlin scriverà diverse poesie intitolate a Diotima-Susette. In quella tradotta e riportata sopra, del 1797, Diotima compare espressamente soltanto al verso 9 (su dodici totali). È incerto infatti se il vocativo “delizia di Musa divina” del verso 2 (dal quale dipende tutta la serie degli imperativi), sia da riferirsi direttamente a Diotima stessa o a Urania, ordinatrice del caos primigenio, alla quale Diotima viene, qui come altrove, assimilata. Comunque sia, la poesia è la preghiera a un essere divino o semi-divino affinché crei o restauri una situazione di armonia e di unità in un mondo frantumato dal caos degli elementi in lotta. È una preghiera affinché la situazione di conflitto e di dolorosa opposizione, esterna e interna all’animo dell’uomo – conflitto fra ragione e sentimento, dovere e inclinazione, io e mondo, libertà individuale e costrizioni sociali, assolutismo e democrazia – venga ricomposta in un’unità umana pacificata.

Che questo sia possibile, lo assicura il verso 9. Infatti, cosa garantisce e promette che la felicità umana sia possible? Diotima, l’esistenza di Diotima: poiché Diotima vive. L’esserci di Diotima è garanzia che la palingenesi del mondo, qui ed ora, è possibile – una palingenesi del mondo che le incondizionate esigenze dell’individuo, da poco comparso sulla scena, le speranze accese dalla Rivoluzione francese e i presagi delle future, amare delusioni legate alle conquiste napoleoniche rendono qualcosa di febbrilmente atteso, desiderabile e fragile come “un tenero fiore in inverno”.

Se Diotima, infatti, vive grazie allo spirito di cui è riccamente provvista, garantisce cioè la possibilità della felicità e dell’armonia grazie a una disposizione interna, è anche vero che “cerca anche il sole”, poiché senza una qualche corrispondenza e unisono con l’esterno, senza un nutrimento che venga dal fuori, i “teneri fiori in inverno” dell’anima individuale rischiano di soccombere. Ora, il sole, fuori, non c’è. “Die Sonne des Geists […] ist hinunter”, il sole dello Spirito è tramontato, nel gelo della notte infuriano gli uragani. Nessun aiuto, quindi dall’esterno; la poesia si chiude su un quadro di desolazione cosmica.

Eppure Diotima vive: questa affermazione non viene né ritirata né contraddetta. Per quanto possa mancare il sole, per quanto in seguito a questa assenza i cuori del popolo siano stentati, bisognosi, miseri, Diotima vive; la possibilità, fragile e incerta, resta. Anzi, quanto più è fragile e incerta, tanto più appare sublime e eroica.

Cosa possiamo fare, oggi, di una poesia come questa? Quanto sia scarso il sole fuori ce lo dice l’atmosfera pre-elettorale italiana, e nel resto d’Europa non deve essere molto diverso. La desolazione esterna riverbera a tal punto all’interno che pensare a una felicità privata appare ridicolo, ove non scandaloso. E dunque?

E dunque Diotima vive. Ci salva comunque la felicità, la possibilità della felicità. Ci deve essere – cerchiamolo, accudiamolo – un pensiero, un’immagine, una vaga combinazione, artificiale e artificiosa quanto si vuole, da cui sprizza felicità come da un acciarino; un punto di luce infinitesimo e concentrato, intermittente, sempre sul punto di svanire; incerto, non sai mai se c’è davvero, probabilmente te lo immagini soltanto; però stranamente vitale, deciso a continuare a essere. Coltiviamolo, è la nostra unica chance.

Diciamocelo ogni tanto: denn Diotima lebt, poiché Diotima vive.

 

QUE MAUDIT SOIT LE MIROIR QUI VOUS MIRE

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Tiziano, Donna allo specchio

Sul blog Il cavallo di Brunilde, Giacinta ha pubblicato l’altro giorno una piccola antologia di madrigali italiani, da Petrarca a Attilio Bertolucci, per concludere, come spesso in questo bel blog letterario-musicale, con una composizione di Monteverdi. La lettura mi ha fatto venire in mente una poesia di Ronsard intitolata appunto Madrigal, che non è forse, nel suo complesso, delle migliori, ma che ha un incipit folgorante per il miracolo di allitterazioni che riunisce (che in traduzione, purtroppo, vanno in parte perse), e, direi, almeno una strofa (la terza) davvero eccellente. Ho deciso di tradurla, trasponendo il decasillabo francese (in questo primo libro degli Amori l’uso dell’alessandrino non si è ancora imposto) nell’endecasillabo italiano e cercando di mantenere la rima, magari imperfetta.

Questo pare che non si faccia più perché l’attenzione per la forma andrebbe a scapito dell’aspetto semantico, del significato delle parole usate dal poeta, trasponendo le quali non è corretto procedere con leggerezza per amor di metro e soprattutto di rima. Ciò è senz’altro vero, ma è anche vero che, sul lato del significante, certe regolarità di suono (rima) contribuiscono in modo sostanziale al significato globale del testo, che, se le si elimina, risulta decisamente impoverito. Posso affermare di aver letto, di essermi informata; e, in linea generale, di aver trovato le traduzioni di poesie regolari (strofe, metro, rima) fatte sulla base della fedeltà alla parola avant toute chose non particolarmente soddisfacenti.

Quindi faccio come mi pare.

Pierre de Ronsard è un celebre poeta francese della seconda metà del Cinquecento. Assieme a Joachim du Bellay e a altri meno noti creò il gruppo autonominatosi La Pléiade, il cui scopo dichiarato era rifondare quasi ex novo la poesia nazionale dopo l’avvenuto grande passaggio linguistico dal francese antico al francese moderno (lingua, quest’ultima, foneticamente, grammaticalmente e lessicalmente assai diversa dalla precedente), e dopo che i temi gotico-cavallereschi della grande letteratura francese medievale si erano definitivamente esauriti. I modelli per l’ambizioso progetto sono, oltre agli autori greci e latini riscoperti o rivalutati da Umanesimo e Rinascimento, soprattutto Petrarca e i petrarchisti italiani di Quattro- e Cinquecento, nonché poeti più propriamente rinascimentali come Angelo Poliziano e Lorenzo de’ Medici.

Traducendo mi sono scontrata con la discrepanza fra la lingua moderna (benché, se vogliamo, ancora un po’ rozza) di Ronsard e la perfezione aulica e astorica, cui l’imitazione di Petrarca e le direttive programmatiche del Bembo hanno consegnato, alla medesima epoca e per lunghi secoli, l’italiano letterario.

 

MADRIGALE (1552)

 

Maledetto lo specchio che vi mira

E fiera vi fa essere in bellezza,

Vi fa gonfiare il cuore di crudezza,

Rifiutandomi il bene a cui aspiro!

 

Da tre anni per i vostri occhi sospiro,

Eppur né pianti, Fede, né Saldezza

Dal cuore vi hanno tolto quell’asprezza

Superba e dolce che fa il mio martiro.

 

Ma non sapete, e il dubbio non vi afferra,

Che questo mese e vostra età si scioglie

Come un fiore che langue chino a terra

E il tempo andato più non si raccoglie.

 

Mentre che grazia avete e verde foglia

E il tempo proprio all’amorosa guerra,

Dei bei piaceri mai non siate spoglia,

Né senza amare scendete sotterra.

 

MADRIGAL

 

Que maudit soit le miroir qui vous mire

Et vous fait être ainsi fière en beauté,

Ainsi enfler le coeur de cruauté,

Me refusant le bien que je désire!

 

Depuis trois ans pour vos yeux je soupire,

Et si mes pleurs, ma Foi, ma Loyauté

N’ont, ô destin! de votre coeur ôté

Ce doux orgueil qui cause mon martyre.

 

Et cependant vous ne connaissez pas

Que ce beau mois et votre âge se passe,

Comme une fleur qui languit contrebas,

Et que le temps passé ne se ramasse.

 

Tandis qu’avez la jeunesse et la grâce,

Et le temps propre aux amoureux combats,

Des doux plaisirs ne soyez jamais lasse

Et sans aimer n’attendez le trépas.

 

 

Ronsard-Matisse

 

 

 

SERA DI HALLOWEEN

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DUE SONETTI SOPRA UNA ZUCCA PORTALUMINO DI TERRACOTTA, GENERE HALLOWEEN, CONSERVATA IN CIMA A UN ARMADIO

 

I

L’uso giunse a San Polo da Bologna.

Parenti progrediti, cittadini,

Sotto sera munirono i bambini

Di una zucca, secondo la bisogna

 

Svuotata e incisa. E lì, quando trasogna,

In uno dei crepuscoli ottobrini

Campagnoli ed enormi, i due lumini

Vagarono la strada. Li rampogna

 

La megera ignorante col forcone

Che non sa di scherzetti o di paura.

Più tardi la provincia si ammoderna;

 

E là in cima all’armadio l’arancione

Inutile ora zucca fu figura

Della sollecitudine materna.

 

II

Sono in panni di boia o di vampiri

– Il cappuccio coi buchi gli va stretto –,

Ognuno ha già raccolto quasi un etto

Di caramelle e un pacco di krumiri.

 

Nel lusco della sera li rimiri,

Scesa in strada consideri l’effetto,

L’effetto dell’aspetto e l’altro effetto

Che fa su te vederli andare seri

 

Verso il buio sgranato che li ingoia.

Più tardi sono come adulti a cena:

Li impacci se gli servi la polenta;

 

Stai in disparte per non dargli noia,

Mentre col lume nella bocca piena

Inutile la zucca si arroventa.

STÖRTEBEKER

Störtebeker_Statue_(Hamburg)

Il 20 o 21 ottobre del 1401, a Amburgo, fu giustiziato, se mai è esistito, il famoso capitano Klaus Störtebeker che nel Baltico e nel Mare del Nord aveva praticato con successo prima la guerra di corsa (munito, cioè, di lettere di incarico da parte di stati o signori), poi la pirateria per conto proprio e con notevole danno per i commerci delle città anseatiche.

Nel ruolo piò onorevole di Vitalienbruder (membro cioè della leggendaria Confraternita dell’approvvigionamento, organizzazione di capitani indipendenti in bilico fra legalità e pirateria), aveva contribuito a rifornire di vettovaglie via mare la città di Stoccolma durante l’assedio ad opera dei danesi (1389-1394). Finita la guerra e distrutta la base dei Vitalienbrüder sull’isola di Gotland (Svezia), i capitani oltrepassarono l’incerto confine, si fecero più francamente pirati e furono anche noti col nome di Likedeeler, basso tedesco per Gleichteiler cioè coloro che dividono in parti uguali, il che suggerisce un’organizzazione tendenzialmente democratica e socialista sulle navi di questi famosi e, in un’epoca di rigida struttura feudale della società, comprensibilmente popolari capitani.

Che furono, come è l’uso, via via catturati e giustiziati assieme alle loro ciurme. La fama del più noto, Störtebeker appunto, è legata piuttosto alla leggenda della sua morte che alla sua vita (storicamente, è perfino difficile identificarlo). Vuole infatti la leggenda che avesse ottenuto dal borgomastro di Amburgo la promessa di liberare quelli dei suoi uomini, in fila in attesa della spada del boia, che il suo tronco avesse raggiunto camminando dopo la decapitazione. Bene, pare che ne avesse superati undici prima che il boia lo facesse crollare tirandogli fra i piedi uno sgabello. In ogni caso il borgomastro se ne fregò e gli undici furono decapitati esattamente come gli altri settantadue (o trenta, secondo le versioni). C’è anche una coda: a un membro del Senato (presente in seduta plenaria) che si complimentava per l’impeccabile esecuzione dei settantatré, il boia Rosenfeld, venuto apposta da Buxtehude, rispose che quello non era nulla, e che avrebbe potuto decapitare senza problemi anche tutti i Senatori. Per questa risposta fu arrestato e il più giovane dei Senatori ebbe l’onore di tagliargli la testa.

Ma tornando a Störtebeker, l’aura romantica di pirata socialista, il motto (“amico di Dio, nemico del [resto del] mondo”), la leggenda della morte ne hanno tenuto vivo il ricordo. Il poeta tedesco Günter Eich (1907-1972) scrive un breve testo in cui a parlare è uno dei compagni di Störtebeker, in fila in attesa dell’esecuzione:

“In ginocchio, il cranio rasato. Una fila di nove, legati al timone di un carro. La testa del capitano in un cesto di vimini. Il suo tronco si alza, mette giù i piedi. Quelli che raggiunge sono liberi. Io sono il nono, un brutto posto. Ma ancora cammina.”

A partire da questo testo un altro poeta, il quarantaseienne Jan Wagner, vincitore quest’anno del prestigioso Georg-Büchner-Preis, scrive la poesia störtebeker tradotta assieme a altre quattro, su Le parole e le cose, da Dario Borso. La poesia mi è piaciuta tanto che ne ho voluto fare una traduzione anch’io:

 

Io sono il nono, un brutto posto.

Ma  ancora cammina.

Günter Eich

 

ancora cammina, la testa assiste al barcollare

in avanti del corpo. ma lui,

lui dov’è? in quegli ultimi sguardi dal canestro

o nei passi senza sguardo?

io sono il nono e siamo in ottobre;

il freddo e la corda tagliano più a fondo

la carne. siamo in ginocchio, in una fila, in macchie

di bianco le nuvole sopra di noi, come se spennassero

volatili lassù – come le donne

prima delle feste. papà che nei pugni sbiancati

stringeva il manico, e la scure, netta,

ammiccava alla luce. nel mentre la gallina

correva insanguinata sbattendo le ali, cercando la sua strada

fra due mondi, oltrepassando noi bambini urlanti d’entusiasmo.

 

 

„Ich bin der neunte, ein schlechter Platz.
Aber noch läuft er.“

(Günter Eich)

noch läuft er, sieht der kopf dem körper zu
bei seinem vorwärtstaumel. aber wo
ist er, er selbst? in diesen letzten blicken
vom korb her oder in den blinden schritten?
ich bin der neunte und es ist oktober;
die kälte und das hanfseil schneiden tiefer
ins fleisch. wir knien, aufgereiht, in tupfern
von weiß die wolken über uns, als rupfe
man federvieh dort oben – wie vor festen
die frauen. vater, der mit bleichen fäusten
den stiel umfaßt hielt, und das blanke beil,
das zwinkerte im licht. das huhn derweil
lief blutig, flatternd, seinen weg zu finden
zwischen zwei welten, vorbei an uns johlenden kindern.

AUTUNNO

 

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Già lo sentimmo venire – dice Cardarelli – nel vento d’agosto. Ieri c’è stato vento, le temperature si sono abbassate, le giornate si accorciano, da lontano c’è odore di autunno. Stagione perfetta, pericolosa ai melancolici, oggi detti bipolari, che pure ne sono affascinati.

L’atrabile, o bile nera, con sede nella milza[1], uno dei quattro umori corporei della medicina ippocratica, il cui eccesso è causa della melanconia o inadeguatezza al vivere, fermenta in autunno, con conseguenze spiacevoli per gli atrabiliari; d’altra parte col vantaggio di offrire una visione dei confini; un’esperienza che vale la pena, sempre che la si regga.

Per fissare sul calendario, com’è l’uso della meteorologia clinica, il sentore d’autunno, offro la traduzione di due poesie. La prima è di Hölderlin, molto nota. Se ne trovano diverse traduzioni su internet. Come con le ricette di cucina, vi do la mia:

 

METÀ DELLA VITA (1805)

Di pere gialle si inclina

E colma di rose selvagge

La terra nel lago,

O cigni amanti,

E voi ebbri di baci

Tuffate il capo

Nell’acqua sobria lustrale.

 

Ahimè, dove prendo, quando

È inverno, i fiori, e dove

La luce del sole

E ombra della terra?

I muri stanno

Senza parola e freddi, nel vento

Suonano le banderuole.

 

HÄLFTE DES LEBENS

Mit gelben Birnen hänget

Und voll mit wilden Rosen

Das Land in den See,

Ihr holden Schwäne,

Und trunken von Küssen

Tunkt ihr das Haupt

Ins heilignüchterne Wasser.

 

Weh mir, wo nehm ich, wenn

Es Winter ist, die Blumen, und wo

Den Sonnenschein,

Und Schatten der Erde?

Die Mauern stehn

Sprachlos und kalt, im Winde

Klirren die Fahnen.

 

La seconda è di Paul Celan:

 

L’ETERNITÀ (da: Papavero e memoria,1952)

Corteccia dell’albero notturno, coltelli nati da ruggine

Ti sussurrano i nomi, i cuori e il tempo.

Una parola, che dormiva quando la udimmo,

sguscia sotto il fogliame:

loquace sarà l’autunno,

più loquace la mano che lo raccoglie,

fresca come il papavero dell’oblio la bocca che la bacia.

 

DIE EWIGKEIT 

Rinde des Nachtbaums, rostgeborene Messer

flüstern dir zu die Namen, die Zeit und die Herzen.

Ein Wort, das schlief, als wirs hörten,

schlüpft unters Laub:

beredt wird der Herbst sein,

beredter die Hand, die ihn aufliest,

frisch wie der Mohn des Vergessens der Mund, der sie küsst.

 

La poesia di Hölderlin è stata composta un paio d’anni prima dell’ottenebramento dovuto a schizofrenia catatonica. Quella di Celan, invece, precede di comodi venti il suicidio.

Buon autunno.

 

[1] Cfr. l’etimologia dell’inglese spleen: lat. splen, vale a dire milza