A PROPOSITO DI GOETHE

Goethe_seinem_Schreiber_John_diktierend,_1831

 

Fra le famose “tirate” in cui Bernhard, nei suoi romanzi, ricopre di sarcastici vituperi i più titolati mostri sacri della cultura di lingua tedesca, ce n’è una in Estinzione che “liquida” Goethe. Poco dopo averla letta mi sono imbattuta in un frammento di Novalis in cui il giovane romantico fa i conti con quello che già allora doveva apparire come un gigante, come un padre anche, alla nuova generazione, ma un padre scomodo, dalla cui influenza e tutela bramavano di liberarsi. Sullo sfondo c’è il grande romanzo goethiano di quegli anni, il Wilhelm Meister, romanzo di formazione per eccellenza dove la formazione però conduce l’eroe precisamente a superare le esaltanti e velleitarie fantasie artistiche della giovinezza. Mutatis mutandis, e mutato soprattutto il lessico, il tono e l’irruenza, mi è sembrato che gli aspetti passibili di interpretazione negativa evidenziati da Novalis siano in fondo gli stessi che nutrono l’invettiva di Bernhard.

Do qui di seguito i due brani, nella mia traduzione. Dapprima quello di Novalis:

Frammento 99 da: Novalis, Frammenti e Studi 1797-1798[1]

“Goethe è un poeta pratico. È nelle opere ciò che gli inglesi sono nelle merci: eminentemente semplice, piacevole, comodo e duraturo. Ha fatto nella letteratura tedesca ciò che Wedgwood ha fatto nel mondo inglese dell’arte; ha, come gli inglesi, un gusto naturalmente economico che viene nobilitato attraverso l’intelletto. Le due cose non sono affatto in disaccordo, hanno anzi una forte affinità, in senso chimico. Nei suoi studi di fisica[2] si vede chiaramente che la tendenza è piuttosto di portare a compimento qualcosa di irrilevante – di conferirgli il massimo della levigatezza e della piacevolezza – che non di dare inizio a un mondo e fare qualcosa di cui già si sa che non lo si potrà realizzare fino in fondo, che vi rimarrà sicuramente un residuo di goffaggine e imperfezione, e che in esso non si potrà mai arrivare a una prestazione magistrale. Anche nel campo della natura egli sceglie un soggetto romantico[3] o comunque simile a un grazioso arabesco. Le sue considerazioni sulla luce, sulle metamorfosi delle piante e degli insetti confermano e a un tempo dimostrano nel modo più convincente che anche la perfetta esposizione scientifica ricade nell’ambito di competenza dell’artista. In un certo senso si potrebbe giustamente affermare che Goethe è il primo naturalista del suo tempo – e che effettivamente fa epoca nella storia delle scienze della natura. Non si parla qui dell’ampiezza delle conoscenze, così come non sono le scoperte che dovrebbero determinare il valore del naturalista. Il punto essenziale nel nostro discorso è se si consideri la natura allo stesso modo in cui un artista considera la statua antica. La natura infatti, è forse qualcosa di diverso da una statua antica che abbia vita?

Natura e cognizione della natura nascono insieme, come la statua antica e la conoscenza della statua antica; perché sbaglia di grosso chi crede che ci siano statue antiche. È soltanto ora che la statua antica comincia ad esistere. [Ora] essa si forma, sotto gli occhi e l’anima dell’artista. I ruderi dell’antichità non sono che gli stimoli specifici per la formazione della statua antica. Non con le mani è fatta. È lo spirito che la produce per mezzo dell’occhio – e la pietra scolpita non è che il corpo che soltanto attraverso l’occhio e lo spirito acquista senso e importanza, e di essi diventa manifestazione.

Come Goethe naturalista sta agli altri naturalisti, così il poeta agli altri poeti. Per ampiezza, varietà e profondità può darsi che qualcuno, qua e là, lo superi, ma chi oserebbe paragonarsi a lui per la capacità di dare forma? In lui tutto è atto – come in altri tutto è soltanto tendenza. Lui fa veramente qualcosa, mentre altri si limitano a rendere qualcosa possibile – o necessario. Tutti noi siamo creatori necessari e possibili – in pochi però siamo creatori effettivi. Il filosofo accademico chiamerebbe forse l’atteggiamento di Goethe empirismo attivo. Noi ci accontentiamo di contemplare il suo talento artistico e magari gettare uno sguardo sul suo intelletto. In lui il dono dell’astrazione si mostra in una nuova luce. Egli è in grado di astrarre con una precisione rara, ma senza mai trascurare di costruire l’oggetto al quale corrisponde l’astrazione. […]

(Sul “Meister” di Goethe) La sede dell’arte vera e propria è unicamente nell’intelletto. Esso costruisce secondo un suo concetto particolare. Fantasia, spirito e capacità di giudizio vengono requisiti dall’intelletto al bisogno. In questo senso il “Wilhelm Meister” è interamente un prodotto dell’arte – un’opera dell’intelletto. […]

Presso gli italiani e gli spagnoli il talento artistico è di gran lunga più frequente che da noi. Ai francesi stessi non manca affatto – gli inglesi ne hanno già molto meno e in questo assomigliano a noi, che possediamo assai di rado talento artistico – benché fra tutte le nazioni siamo i meglio e più abbondantemente provvisti di quelle capacità che l’intelletto impiega nelle sue opere. E però [proprio] quest’abbondanza di requisiti artistici[, quando c’è,] rende quei pochi, fra noi, che sono artisti, così unici – così eccezionali, e possiamo essere sicuri che in mezzo a noi sorgeranno le più meravigliose opere d’arte, poiché nessuna nazione può competere con noi quanto a energica universalità.

Se capisco bene i più recenti partigiani della letteratura dell’antichità, dietro il loro pressante invito a imitare gli scrittori classici non c’è se non l’intenzione di fare di noi degli artisti – di risvegliare in noi il talento artistico. Nessuna nazione moderna [infatti] ha mai posseduto il senso dell’arte in misura paragonabile agli antichi. […]

Si può dire che Goethe sia inferiore agli antichi per rigore; li supera tuttavia per contenuto – un merito che però non gli appartiene[4]. Il suo “Meister” si avvicina molto al loro livello – infatti quanto è puramente e semplicemente romanzo, senza aggiunte – e che grande cosa è questa in questo tempo!

Goethe sarà superato e deve esserlo – ma soltanto al modo che possono essere superati gli antichi, per contenuto e forza, per varietà e profondità – non però come artista – o se mai solo di molto poco, poiché la sua esattezza e il suo rigore sono forse già più esemplari di quanto possa sembrare.”

È interessante come Novalis, pur dando a Cesare quel che è di Cesare e anzi lodando molto il grande poeta e scrittore, non manchi di rilevare, senza ascriverli apertamente a difetti, tutti quei lati – accontentarsi della perfezione nell’insignificante piuttosto che rischiare l’imperfezione nel grande, preminenza dell’intelletto (Verstand, in senso kantiano) che ben si accorda a uno spiccato senso dell’“economico”, cura della levigatezza e piacevolezza – che dovevano per forza risultare antitetici al nuovo spirito dell’epoca; e intanto approfitta degli scritti sulla natura di Goethe per formulare, quasi a dispetto dell’autore, il principio romantico e idealista secondo il quale la realtà non ha un’esistenza autonoma ma dipende dallo spirito.

 

Ora il testo di Bernhard:

“Da Spadolini ero poi passato stranamente a Goethe: al granborghese Goethe che i tedeschi si sono tagliati e cuciti su misura a principe dei poeti, ho detto l’ultima volta a Gambetti, al brav’uomo Goethe, il collezionista di insetti e aforismi con la sua insalatina filosofica di gallinella, così ho detto a Gambetti che naturalmente non capiva la parola Vogerlsalat, così gliel’avevo spiegata. A Goethe, il piccolo borghese della filosofia, a Goethe, l’opportunista, del quale Maria ha sempre detto che non ha rivoltato il mondo a testa in giù ma ha ficcato lui la testa in un tedeschissimo orticello da pensionato. A Goethe, il catalogatore di minerali, l’astromante, il ciucciapollice filosofico dei tedeschi, che gli ha riempito i barattoli da conserva con la marmellata dell’anima loro, per tutti i casi e tutti gli usi. A Goethe, che per i tedeschi ha raccolto le verità da quattro soldi, ne ha fatto un mazzo e le ha messe in vendita da Cotta come il supremo bene spirituale, e dai maestri di scuola gliele ha fatte spalmare sulle orecchie fino a otturargliele definitivamente. A Goethe, che ha tradito lo spirito tedesco sostanzialmente per secoli e lavorando di forbici lo ha potato sulla misura media dei tedeschi, con quell’applicazione che parlando con Gambetti ho definito l’applicazione goethiana. A Goethe, il pifferaio magico della filosofia, come ho detto a Gambetti l’ultima volta. Che Goethe è il tedesco per l’uso quotidiano, ho detto a Gambetti, loro, i tedeschi, assumono Goethe come una medicina e credono che faccia effetto, credono al suo effetto salutare; in fondo Goethe non è altro che il naturopata dei tedeschi avevo detto a Gambetti, il primo omeopata tedesco dello spirito. Assumono Goethe e stanno bene. L’intero popolo tedesco assume Goethe e si sente in forma. Ma Goethe, ho detto a Gambetti, è un ciarlatano, come sono ciarlatani i naturopati, e la poesia e la filosofia di Goethe è la più grande ciarlataneria dei tedeschi. Stia attento, Gambetti, gli ho detto, stia in guardia da Goethe. Rovina lo stomaco a tutti, ho detto, solo ai tedeschi no, loro credono in Goethe come in una meraviglia dell’universo. E pensare che questa meraviglia dell’universo non è che un filisteo filosofico che si cura il suo orticello da pensionato. Gambetti era scoppiato a ridere quando gli ho spiegato cos’è uno Schrebergarten[5]. Questo non lo sapeva. Nel complesso, ho detto a Gambetti, l’intera opera goethiana è filosofia filistea in forma di Schrebergarten. In nessun ambito Goethe ha prodotto il massimo, in tutti non è andato più in là della mediocrità. Non è il più grande lirico, non è il più grande prosatore, ho detto a Gambetti, e paragonare le sue opere teatrali, per dire, a Shakespeare, è come mettere un bassotto francofortese di periferia, magro e patito, di fianco a un ben pasciuto bovaro del bernese. Faust, avevo detto a Gambetti, che idea megalomane! Il tentativo totalmente abortito di un megalomane che si è dato alla scrittura, avevo detto a Gambetti, al quale il mondo intero ha dato alla testa, la sua testa francofortese. Goethe, il megalomane francofortese e weimariano, il granborghese megalomane sul Frauenplan. Goethe l’abbindolatore dei tedeschi, che da centocinquant’anni li ha sulla coscienza e li mena per il naso. Goethe è il becchino dello spirito tedesco, ho detto a Gambetti. Paragonato ad esempio a Voltaire, a Descartes, a Pascal, ho detto a Gambetti, a Kant, ma naturalmente anche a Shakespeare, Goethe è piccolo da far paura. Principe dei poeti, che concetto ridicolo, ridicolo e fino in fondo tedesco, avevo detto a Gambetti. Hölderlin è il grande lirico, avevo detto a Gambetti, Musil è il grande prosatore e Kleist è il grande autore drammatico, in tutti e tre i casi Goethe non lo è.”

L’invettiva bernhardiana andrebbe letta in parallelo al suo racconto Goethe muore, venti pagine di geniale e profondo divertimento che posso solo consigliare, in cui Goethe stesso, poco prima di morire, dice ad esempio “che in realtà lui non ha innalzato la Germania, ma l’ha annientata. […] Lui, Goethe, ha attirato tutti a sé per distruggerli, per farne degli infelici nel senso più profondo. Sistematicamente. I tedeschi mi venerano, benché per loro non ce ne sia un altro nocivo come me, per secoli”. E ancora: “Goethe disse: io sono il distruttore dei tedeschi! E subito dopo: però non ho rimorsi!

Ciò che irrita Bernhard è l’idea del poeta istituzionalizzato, il “principe dei poeti”, onorato dal potere politico – questo lo aggiungo io – e da esso inglobato, di cui un’intera nazione ha fatto la sua mascotte culturale e che di conseguenza è tenuto a porgere “verità da quattro soldi” ben confezionate. In questo rispecchiarsi senza residui della nazione nel poeta e del poeta nella nazione si nasconde un autocompiacimento e una soddisfazione dell’esistente che si sposano bene sia con l’immagine bernhardiana del “grande borghese sul Frauenplan” che con il “gusto naturalmente economico nobilitato attraverso l’intelletto” secondo la geniale intuizione di Novalis. Allo stesso modo la tendenza osservata da Novalis a cesellare piuttosto il piccolo e “insignificante” che rischiare l’incompiutezza nel “più grande di sé” diventa, nello stile privo di compromessi di Bernhard, coltivare l’orticello da pensionato.

Non si tratta, naturalmente, di mettere in dubbio la grandezza e il valore di Goethe in assoluto. Bernhard non ha certo in mente questo. Si tratta però di sottolineare in lui quel carattere di “olimpica” serenità e soddisfazione, di classica cura della lima e del limite, il rifuggire dagli estremi, la geniale mediocritas che se da un lato lo rendono adatto al ruolo di poeta nazionale, dall’altro ce lo fanno apparire, con tutta la grandezza, legato più al vecchio tempo che al nuovo. Non per niente gli autori che Bernhard contrappone a Goethe nei tre ambiti della lirica, della prosa e del dramma, Hölderlin, Musil e Kleist, sono segnati dall’incompiutezza, la loro vita e/o la loro opera sono (strutturalmente) interrotte: dalla follia e dal suicidio per Hölderlin e Kleist, mentre nel caso di Musil, al di là della morte improvvisa, è l’opera stessa che reca in sé l’impossibilità del compimento. Questo indica nei tre autori quell’incapacità di scendere a patti con l’esistente che Goethe aveva liquidato col Werther e il cui superamento aveva fatto la sua (irritante) forza.

Non avrebbe senso, in realtà, rimproverare a Goethe la qualità particolare della sua letteratura, non fosse che essa si è trovata calzare a pennello una certa mentalità tedesca magari ancora in formazione, si è trovata a influenzarla potentemente in un senso, grazie anche all’improvviso prestigio guadagnato a una lingua e a una nazione che fino allora erano state decisamente marginali nel panorama europeo. È questo il bersaglio di Bernhard: il connubio, secondo lui fatale, di autocompiacimento goethiano e tendenza tedesca al piccolo-borghese: allo Schrebergarten dello spirito.

È chiaro che la sua simpatia andrebbe e va, piuttosto, a Novalis.

 

[1] Traduco dall’edizione: Novalis Werke, hrsg. G. Schulz, München 1981. Ho modificato leggermente la punteggiatura, diviso in paragrafi e aggiunto qualche precisazione fra parentesi quadre per facilitare la comprensione.

[2] Con “fisica” si intende all’epoca di Novalis genericamente ogni dottrina intorno alla natura.

[3] Nel senso di “poetico”.

[4] Intendo quest’ultima affermazione nel senso che il contenuto “maggiore” rispetto agli antichi non è un merito personale di Goethe ma della modernità.

[5] Gli Schrebergärten (dal nome proprio di un medico di Lipsia vissuto nel XIX secolo) sono piccoli appezzamenti di terreno alla periferia delle città, appartenenti al comune e dati in uso agli abitanti del centro i cui alloggi sono sprovvisti di giardino. I tedeschi ne fanno, più forse che degli orti, dei curatissimi minuscoli giardini con tanto di Gartenlaube: pergolato o piccola veranda. Il comune dove abito aveva avuto anni fa un’iniziativa analoga: piccoli appezzamenti appena fuori paese dati in uso perlopiù a pensionati che ci facevano l’orto. Naturalmente la cosa è andata abbastanza velocemente in vacca, ma mi è rimasta l’espressione “orticello da pensionato” come possibile traduzione.

PROUST & Co. Meglio ricostruire l’Io o lasciar perdere?

Proust

Di fronte all’imperativo della scrittura, al compito, per lui, di mettere in salvo la vita che in ogni momento sfugge non solo al presente ma anche alla memoria – insufficiente, lacunosa, e comunque in grado di conservare tutt’al più gli schemi di ciò che fu – Proust riesce nell’impresa di recuperare il vissuto biografico, che permette la Narrazione, soltanto nel momento in cui recupera anche quella parte dell’Io sottratta al tempo che egli chiama l’Io atemporale o eterno, e che costituisce l’Opera in quanto tonalità, voce, Terra Incognita nuovamente cartografata nell’Atlante delle possibili identità umane.

Spesso ci si dimentica che è l’Opera nel senso detto a rendere possibile la Narrazione, cioè la ricomposizione del corpo biografico; così avviene che qualsiasi tentativo di risuscitare brani di esistenza trascorsa venga assimilato alla démarche proustiana, senza tener conto delle premesse su cui quest’ultima riposa.

Occupandomi di merli sul prato di casa mi è capitato di rileggere un racconto di Musil (intitolato appunto Il merlo) e di imbattermi in un passo che descrive un’esperienza opposta al desiderio di recuperare il passato; un’esperienza che mi è famigliare ma della quale non riuscivo a rendere conto:

“Posso ben dire che non mi piace indugiare su me stesso, e il gusto con il quale molta gente contempla le fotografie che la rappresentano in tempi passati, o ricorda quello che ha fatto nel tal posto e quando – tutto questo sistema da Cassa di Risparmio dell’Io – mi è sempre sembrato del tutto incomprensibile.

Non sono particolarmente volubile, né vivo soltanto per il presente; ma quando una cosa è passata, è passato anche l’Io di allora, e se mi ricordo di aver fatto spesso, in altri tempi, la strada in cui mi trovo, o se rivedo la mia casa di prima, sento semplicemente, senza pensarci, una specie di dolore, di avversione per me stesso, come se mi ricordassero un atto vergognoso. Ciò che è stato scorre via, quando si cambia, e mi sembra che, in qualunque modo si cambi, non lo si farebbe se colui che si lascia fosse poi così irreprensibile.”

Non ho mai posseduto una macchina fotografica, ho un vecchissimo cellulare che non fa foto, tutte le foto che ho (fatte da altri) sono infilate alla rinfusa in una cassetta di legno che non viene mai aperta perché sopra c’è una lampada, dei libri ecc., le fasi della mia vita passata le considero andate e concluse, mi infastidisce essere costretta a tornarci sopra (per dire in una conversazione), se vengo confrontata con qualcosa che emerge dal passato (ad esempio, esattamente come nel testo di Musil, se mi capita di trovarmi dopo un certo tempo di assenza in una strada che in un determinato periodo ho percorso spesso) “sento semplicemente, senza pensarci, una specie di dolore, di avversione per me stesso, come se mi ricordassero un atto vergognoso”.

Imputavo questo fatto, scomodo a volte come un sasso in una scarpa, a una mia freddezza, anaffettività, consapevolezza di essere sempre stata in qualche modo inadeguata alle varie circostanze e dunque alla vita nel suo complesso. Ne derivava un più vasto senso di inadeguatezza e di fallimento.

La lettura del passo di Musil mi ha illuminata e rinfrancata. Può ben darsi, in fondo, che proprio il senso di inadeguatezza sia la reazione più corretta al nostro essere nel mondo: se infatti, come dice il testo di Musil, in ogni momento del tempo il nostro Io fosse “così irreprensibile”, perché cambieremmo?

Ho l’impressione che coloro che, senza condividere le premesse in un senso irripetibili di Proust, si dedicano alla (per loro) piacevole occupazione di raccogliere i disiecti membra poetae, debbano essere persone molto soddisfatte di sé. Il che naturalmente è una fortuna.

TEMISTOCLE

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Seduto al tavolino spinto contro la parete del corridoio il professore traffica col portatile, cerca di aprire il registro. Intanto ha fatto la prima domanda.

Fine del quadrimestre, interrogazione fuori ora. Fuori ora, fuori aula, dentro il corridoio ma fuori da tutto il resto.

La studentessa approfitta che il professore è occupato col portatile per slumare il quaderno degli appunti che tiene aperto sulle ginocchia. Sluma con discreta disperazione mentre il professore armeggia con calma, senza badarle, in quanto sa che nessuna salvezza le verrà dal quaderno. La studentessa sluma di brutto e intanto, per far vedere che ci sta lavorando, mette in cantiere la risposta: “Temistocle è… Temistocle è…” Come nei peggiori film sulla scuola.

Passo oltre diretta alla mia classe, conscia di una leggera inquietudine. Chi era Temistocle? Un generale greco, direi; guerre persiane o giù di lì. Sempre che non sia la guerra del Peloponneso. Ma no, Temistocle ha un sapore di trionfo, decisamente guerre persiane. Tranquillizzata sulle mie capacità di situare almeno approssimativamente l’oggetto del dimandare, mi abbandono all’altro interrogativo: cuius interest? a chi, oggi come oggi, soprattutto fuori ora e in angolo di corridoio, è di interesse possedere informazioni sull’identità di Temistocle? Però non me lo chiedo in latino, me lo chiedo in volgare. Anzi, poiché la fine del quadrimestre è per tutti e siamo tutti stanchi e pieni di dubbi su noi stessi, me lo chiedo parecchio in volgare.

Entro nella mia quarta che è reduce da una verifica di fisica: grande casino e riposizionamento dei banchi nelle primitive sedi tramite strascicamento. “Chi era Temistocle?” lancio à tout hasard mentre attraverso l’aula per appendere la giacca. “Mio nonno”. Mi giro: “Chi è stato? Chi ha detto mio nonno?” Naturalmente non è stato nessuno; subito dopo sento: “Era un condottiero greco”. L’ha detto Alberto, una stanga che mi mangia la pappa in testa in più di un senso e è approdato da noi dopo qualche erranza in altre scuole. Da noi sembra felice.

“Dov’è che l’hai fatto tu il biennio, Alberto?” Alberto fa uno sbruffo col naso come per dire complicato da ricostruire. Ma così complicato non è: prima ragioneria, poi l’istituto agrario. “E chi era Temistocle, in quale dei due istituti l’hai imparato?” “Me l’ha detto mio padre, prof. Mio nonno si chiamava davvero Temistocle”.

J.W.v.Goethe, TORQUATO TASSO

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Nino Galizzi, Busto di Torquato Tasso

LEONORE: Vedessi chiaro tu come io vedo!

Ti sbagli su di lui, non è così.

TASSO: Se sbaglio su di lui, voglio sbagliare!

Io penso a lui come al peggior nemico,

Sarei perduto, dovessi io mai ora

Sfumare il mio giudizio. È degli sciocchi

Equanimi mostrarsi in ogni cosa,

Buono solo a distruggere se stessi.

Son forse gli altri equanimi con noi?

È necessario all’uomo, che è finito,

D’amore e d’odio il doppio sentimento.

Non gli abbisogna pur anche la notte

Oltre che il giorno? E sonno al par di veglia?

No, d’ora in poi dovrà costui formare

Per me l’oggetto d’odio più profondo;

E nulla potrà togliermi il piacere

Di pensare di lui quel ch’è più abbietto.

J.W.v.Goethe, Torquato Tasso (1790), IV, 2 (La traduzione è mia)

 

Il tema del Torquato Tasso è il conflitto (insanabile?) fra una verità sentita dall’individuo, che gli si impone immediatamente come incontrovertibile, e una verità presunta oggettiva o almeno intersoggettiva, che in quanto estranea e spesso antitetica alla prima gli appare volentieri nella luce del complotto e della persecuzione. Il personaggio storico del Tasso – col carattere ombroso, le manie di persecuzione, gli episodi patologici e il sospetto sempre rinnovato degli intrighi di corte dietro l’internamento forzato – offe un protagonista ideale a un dramma che voglia tematizzare questo conflitto. L’ombra minacciosa del Wahn, della follia nel senso dell’abbaglio: del percepire ciò che non è o del percepirlo come non è, aleggia per tutti e cinque gli atti attorno al capo del protagonista. Ma non è ogni autentica percezione in sé un Wahn, quando non si accomodi immediatamente e per lunga abitudine nelle forme e nei binari sociali? (cosa che il poeta, se vuole restare poeta, non può fare). Un certo modo di vedere le cose – per quanto tutti vogliano persuaderci che è sbagliato – è talmente connaturato a noi stessi come individui che rinunciarvi in nome di una presunta “equanimità” o “oggettività” significherebbe rinunciare al nostro io, sarebbe un procedimento “buono solo a distruggere se stessi”.

Di qui il riconoscersi del personaggio Tasso al proprio possibile abbaglio, il restare fedele a una parzialità necessaria contro il miraggio di un’imparzialità assai dubbia (“Son forse gli altri equanimi con noi?”), l’accettare, il richiedere quasi la presenza di un “oggetto dell’odio più profondo”, senza voler indagare la legittimità di questo sentimento al di là e al di fuori della propria psiche, come se la presenza di un antagonista (in questo caso Antonio Montecatino, il pragmatico, assennato, prudente segretario di stato del duca Alfonso d’Este), la presenza di una forza soggettiva esterna che mette in discussione il nostro modo di essere in quanto tale e ci è dunque mortale nemica, fosse tuttavia necessaria alla precisa e preziosa configurazione dell’identità personale.