L’ALLARGAMENTO A EST DELLA NATO

Ormai chi è appena appena un po’ informato, chi non è di un’ingenuità mostruosa, come dire nato ieri, sa che la causa dell’aggressione russa all’Ucraina è l’espansione a est della Nato – e si cita Tizio e Caio che l’avevano sconsigliata come foriera di sventura. Ci si potrebbe chiedere, innanzitutto, di sventura per chi. Per le repubbliche baltiche, ad esempio? Per la Polonia, che di quel genere di sventure sa qualcosa? Per l’Ucraina, ora? Già, ma l’Ucraina poteva facilmente sventarla, la sventura. Bastava che lanciasse fiori sui carri russi, ad esempio; che sventolasse qualche bandierina della Federazione; l’hanno detto tutti, da Putin in giù, che non era un’invasione: un veloce cambio al vertice e hop, tutto a posto e tranquillo come prima. Com’è che gli ucraini hanno avuto la balordaggine di opporsi? Colpa dell’Occidente che gli ha fatto balenare la possibilità di qualcosa di diverso dalla russian way of life; qualcosa che magari a loro piace di più.

[A proposito del qualcosa che magari a loro piace di più: gli accusatori della Nato, compatti, vedono nell’Euromaidan nient’altro che un’orchestrazione Usa con conseguente, illegittimo colpo di stato. Che la popolazione ucraina, che aderì in massa all’ “orchestrazione” e continua a aderirvi sotto le bombe russe, possa avere un’idea, un’opinione, un desiderio, una volontà, un progetto, questi non lo prendono nemmeno in considerazione. Cancellazione dell’idea di scelta, cioè di libertà, sia individuale che collettiva, esclusiva logica di potenza, v. più sotto].

C’è gente che odia a tal punto le democrazie liberali e le idee di libertà individuale da cui esse sono faticosamente sorte – con una fatica lunga secoli che i russi ad esempio si sono risparmiati -, che pur di coprirle di merda gongola quando crede di poter dire che LA GUERRA IN UCRAINA È COLPA NOSTRA. Esaminiamo allora la questione da vicino. Dunque: l’espansione a est della Nato. L’espressione suggerisce qualcosa di attivo, di aggressivo, al limite di astuto – l’astuto conquistador occidentale. Ma facciamo un piccolo esperimento: giriamo sui talloni – di 180° per favore – e guardiamo la cosa da questa nuova prospettiva. Da questa nuova prospettiva non è più l’allargamento a est della Nato, ma la fuga precipitosa a ovest, il “si salvi chi può” delle nazioni che il destino ha piazzato lungo il confine russo e che sanno per esperienza cosa vuol dire. È un corri-corri a ripararsi “sotto l’ombrello della Nato” prima che la Russia si riprenda dalla sberla della disfatta del comunismo (e sulla disfatta, come su quelli che non sanno perdere, bisognerà che ci torniamo, prima o poi). Ma intanto: un errore ammetterle? Sarebbe stato più saggio lasciarle lì, pronte a essere ripappate e eventualmente – eventualmente – risputate in forma di formattati cuscinetti atti a rassicurare le paranoie della Grande Paranoica Anima Russa? E magari avevano delle idee loro su come volevano essere, cosa volevano diventare; idee in diversi casi non esattamente come le nostre; ma insomma, vediamo, una libertà…

Ma no: la Russia ha paura di essere invasa dalla Nato, quindi per lei è vitale che l’Ucraina rimanga neutrale. Leggi: controllata dalla Russia. Infatti l’Ucraina, che vorrebbe entrare nell’UE e nella Nato, non potrà farlo perché la Russia non lo permette, il che vuol dire che è controllata e interdetta dalla Russia. Ucraina condannata all’eterna minore età – insieme a numerose altre nazioni più o meno piccole, come non tarderemo a vedere.

Ma che cosa è più verosimile? Che la Nato attacchi la Russia scatenando una guerra nucleare, o che la Russia si pappi quello che le sta intorno? – cosa che sta facendo attualmente con l’Ucraina, la quale all’atto dell’indipendenza le aveva consegnato tutto l’arsenale nucleare. Che cosa è più verosimile? Che la Nato invada la Russia, o che la Russia, nuclearmente superiore alla Nato, e che si è già annessa motu proprio la Crimea, si annetta anche il resto, tutto il resto dei pesci più o meno piccoli che la circondano, perché vuole annetterselo – cioè per volontà di potenza? La Russia che ha festeggiato ieri l’anniversario di quella occupazione in uno stadio pieno di folla osannante, con un Presidente che rimarca che l’invasione dell’Ucraina è casualmente incominciata l’anniversario della nascita di “Fyodor Ushakov, leggendario ammiraglio di epoca zarista nato appunto il 24 febbraio che dal 2005 è santo patrono della flotta di bombardieri nucleari russi” (Il Fatto Quotidiano, qui).

Con questa gente abbiamo a che fare, e c’è chi dice che è colpa nostra, che non abbiamo usato le dovute cautele nei confronti della loro esacerbata suscettibilità di perdenti.

A proposito di perdenti, Eduard Limonov, esacerbato scrittore russo e cofondatore, con Alexandr Dugin (v. qui), del Partito Nazional-Bolscevico, nel maggio 2018 era a Milano, al Libraccio-Romolo, a presentare Zona industriale, la sua autobiografia dal 2003 in poi. Disse, fra le altre, un paio di cose che mi hanno colpito perché testimoniano veramente di un’altra prospettiva. Innanzitutto disse di stupirsi della russofobia dell’Occidente, dal momento che i russi erano venuti in Occidente solo due volte, ed entrambe per aiutarci contro due tiranni, intendendo Napoleone e Hitler; dopo di che, dopo averci aiutati, se ne erano andati lasciando soltanto qualche parolina qua e là, tipo ‘vodka’ e non ricordo più cosa altro. Allora: des deux l’une: o questo considerava tutti i paesi dell’est Europa non-Occidente – cioè di fatto Russia -, oppure pensava veramente che la Russia, nei paesi europei del blocco, si fosse limitata in quarant’anni a disseminare qualche anodina parolina.

[Anche che abbia fatto riferimento a Napoleone è un po’ strano. Napoleone è stato vissuto dall’Europa come un fenomeno assolutamente straordinario, non necessariamente bene accetto, ma non come un tiranno o un flagello; anzi, portava comunque il vento del nuovo – che i russi si sono ben guardati dal recepire. Nessuno, in Europa, metterebbe Napoleone di fianco a Hitler, o direbbe che i russi (e gli inglesi, e gli austriaci, e i prussiani…) ci hanno liberato da Napoleone.]

La seconda cosa abbastanza stupefacente che disse Limonov, fu che lui da tempo insisteva affinché la capitale fosse spostata molto più a est, perché Mosca è troppo vicina all’ovest. Disse “a otto [mi pare] ore dai vostri carri armati Nato“. Cioè, nel 2018, un attacco Nato alla Russia coi carri armati. No ma dico. Un po’ vintage come immaginario. E l’impressione, nel 2022, non è diversa: vecchio vecchio vecchio vecchio. Avranno anche i missili ipersonici, ma nella testa sono indietro di qualche secolo.

La Russia, dicevamo, più che essere invasa generalmente invade. Lasciando da parte il caso dei Mongoli (XIII-XV sec.), ormai molto lontano (ma i russi, come i fratelli serbi, pare abbiano una memoria da elefante), la Russia fu quel che si dice invasa soltanto da Napoleone e da Hitler. Napoleone invase anche Italia, Spagna, Germania, Impero, Svezia-Norvegia e sicuramente qualcosa mi scordo. Hitler invase anche Cecoslovacchia, Polonia (d’accordo con i russi), Ungheria, il resto dell’Europa dell’est, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Norvegia e sicuramente qualcosa mi scordo. Tuttavia nessuno di questi paesi soffre, come invece la Russia, di paranoia da invasione; cioè no, non proprio: i paesi dell’est un’invasione la temono eccome: quella russa, e si tutelano entrando nella Nato, se ci riescono.

Ma per chiuderla, perché potremmo andare avanti ore opponendo diritto a costrizione e autodeterminazione a schiavitù, c’è davvero qualcuno che nell’aggressione della Russia vede qualcosa di diverso da un intollerabile atto di prevaricazione e violenza?

Sì, c’è. Ci sono quelli che ragionano unicamente in termini di potenza, come se la potenza fosse l’unica cosa che regge il mondo. Poiché dunque la Russia post-sovietica ha ritrovato un’identità nell’ambizione di essere ancora una grande potenza, deve, per la legge delle potenze, dominare chi le sta vicino. Per questi teorici della potenza il mondo è uno scacchiere i cui pezzi si muovono secondo dinamiche inappellabili che essi interpretano con la sicumera di aruspici, ostentando scientifica indifferenza per il concreto, cioè i popoli coinvolti. Anzi no, sono molto sensibili: infatti consigliano al popolo ucraino di arrendersi, o meglio gli consigliano di essersi già arreso, per evitare ulteriori distruzioni e sofferenze, poiché contro la potenza non c’è lotta che tenga. L’idea che qualcuno, e in primis i politici, possa credere a quelle che per semplificare chiameremo ragioni ideali, gli pare di una risibile ingenuità. Anzi peggio: “una malattia spirituale“, per citare un aruspice della Bassa modenese.

Ma chissà, magari qualcuno affetto dalla “malattia spirituale” di amare le democrazie liberali e disposto a combattere per quello che considera un valore, e non soltanto un effetto passeggero di “potenza”, c’è ancora.

Chi volesse leggere un breve saggio, molto ben scritto e da persona più competente di me, qui.

CECI N’EST PAS UNE INVASION

Ceci n’est pas une invasion

Si continua a sostenere, da parte russa, che l’operazione militare speciale in Ucraina non è un’invasione. L’abbiamo sentito l’altro giorno da Lavrov e ieri di nuovo da Aleksandr Dugin, il filosofo (?) di riferimento di Putin che Luigi Mascheroni ha intervistato per il Giornale (qui). L’intervista – o almeno la parte che ho potuto leggerne su il Giornale.it – non dice gran che di nuovo, a parte chiarire bene l’obiettivo putiniano della Grande Russia, e affermare che è condiviso dalla sostanziale totalità del popolo russo. E su questo credo che abbia ragione. La speranza, a cui si è dato voce da più parti, che Putin sia più o meno metaforicamente fatto fuori dai suoi, mi sembra al momento del tutto infondata. Mi auguro di sbagliarmi, ma temo di no. Vorrei però citare quello che Dugin individua come il primo dei due obiettivi di Putin (il secondo è “cambiare il regime politico a Kiev per fare ritornare l’Ucraina nella sfera politica, militare e strategica russa” – papale papale, alla faccia dei pacifisti nostrani che non hanno vergogna di parlare di “neutralità e demilitarizzazione” dell’Ucraina come se davvero ci potesse essere in ciò qualcosa di neutro). Ma veniamo al primo obiettivo:

È un'operazione militare. Putin ha spiegato molto bene gli scopi, che sono due. Primo: denazificare un Paese il cui governo ha non solo tollerato ma appoggiato i gruppi neonazisti per dare forza a una identità nazionalista ucraina basata sull'odio contro i russi. Una identità artificiale creata attraverso una ideologia che l'Occidente ha finto di non vedere perché odiare i russi è più importante che odiare i nazisti.
  1. Un russo (nella fattispecie Dugin/Putin) che parla di denazificare, non importa quale paese e non importa con quanta ragione, mi sembra il bue che dà del cornuto all’asino.
  2. Che l’identità “nazionalista” ucraina sia un’identità artificiale basata sull’odio contro i russi è un’affermazione di Dugin. Ma qualora davvero, già prima dell’invasione, ci fosse stato quell’odio, forse dovremmo chiederci il perché. E invaderla non mi sembra il modo migliore per farsi amare. Se Putin vuole l’Ucraina, dovrebbe rendere l’appartenenza alla Russia un obiettivo allettante; altrimenti è il solito discorso, quello che fanno in Italia i vari Diego Fusaro: so io qual è il tuo bene, e se tu non vuoi farlo te lo faccio fare lo stesso; il discorso che gli “illuminati” fanno agli eterni minori: il pastore al gregge, il dittatore alla nazione, il fanatico a tutti.
  3. Ma il punto che mi interessa viene adesso: secondo Dugin, per l’Occidente odiare i russi è più importante che odiare i nazisti. Ora, prima delle smanie di grandezza di Putin, in Occidente nessuno “odiava” i russi. E nessuno li odiava per il semplice motivo che nessuno se li cagava. Ma questo i russi proprio non lo sopportano. Non ci si abitua tanto presto a non fare più paura. Inoltre – ed è il punto più importante – i russi desiderano l’odio dell’Occidente; ne hanno bisogno per costruire la loro identità. I russi si definiscono come l’antagonista europeo (?) dell’Occidente; se gli viene a mancare il (supposto) odio dell’Occidente non sanno neanche più chi sono; è l’esistenza dell’Occidente – razionalista e individualista – che dà corpo, per opposizione, al grande progetto dughiniano (e putiniano) dell’Eurasia; di cui naturalmente la Russia sarà l’anima e la guida; il resto (in primis i paesi islamici) si accorperà per sostanziale compatibilità di intenti; né il patriarca Kirill avrà alcunché da obiettare. E con ciò passiamo alla seconda parte di queste riflessioni.

Sarò sincera: io di questo Dugin sapevo poco o niente. L’avevo incontrato nel libro-biografia di Carrère: Limonov, perché con Limonov Dugin fonda nel 1993 il Partito Nazional-Bolscevico (ricordiamo en passant che per Limonov – e non a torto – secondo dice il documentatissimo Carrère la grandezza della Russia sovietica consisteva sostanzialmente nel “far paura a «quei coglioni imbelli degli Occidentali»”).

Ho consultato Wikipedia, che non sarà il massimo ma dà un’idea, e sono inorridita. Consiglio la lettura completa (qui); per fare un sunto, diciamo che questo Dugin, filosofo fascista dunque la denazificazione dovrebbe cominciare da lui, è un grande sincretista; sincretizza, fra gli altri, Heidegger e Julius Evola – non che debba essere stato particolarmente difficile -, ha la fissa dell’identità etnica, “teorizza la possibilità di una riorganizzazione della società nell’antica tripartizione di sacerdoti, guerrieri e contadini, affinché il Cielo riconquisti la Terra“, sguazza nell’esoterismo, giostra con simboli e archetipi, per esempio le forze ctonie: “Cibele, la Terra, la madre e la materialità, titanica, ctonica e caotica, che è assenza di ogni principio maschile, apollineo, celestiale“, che “cerca perennemente con i suoi Titani di distruggere l’ordine del Cielo e di creare un mondo che va «dal basso verso l’alto»“, e non, come dovrebbe, dall’alto (Apollo, spirito) verso il basso. “La società occidentale liberale moderna alimentata dalla tecnoscienza è per Dugin, escatologicamente, l’attacco finale della Grande Madre che tutto divora e dei suoi rappresentanti a ciò che resta dell’ordine celestiale. Attenzione, femministe: se a sentir parlare di Grande Madre avevate drizzato le orecchie, sappiate che nella futura Eurasia non c’è posto per voi – d’altra parte in una società “di sacerdoti, guerrieri e contadini” non vedo un grande ruolo per le donne, se non quello della “base in cui il Logos celeste si può incarnare” – il Logos celeste maschile, è chiaro. Ma se invece vi attira un futuro detecnologizzato – fuorché per gli strumenti bellici, s’intende – in cui le donne tessono tappeti secondo l’antica sapienza femminile ereditata dalle trisavole, allora avete trovato il vostro uomo.

Occhio però perché il nostro filosofo è anti-lunare e anti-mestruale. Si bea dei raggi dell’attualmente iper-solare Putin: iper-solare da quando ha rifiutato ogni compromesso con l’Occidente e si è posto risolutamente sotto “il sole dello svastika eterno“. Da paura questo Dugin. Antimoderno, irrazionale, primitivo, fanatico. Io non lo trovo folle: lo trovo spaventoso. Pericoloso. La Russia si sente minacciata? Davvero non ha motivo. Siamo noi che siamo circondati. Ed è un bene – poiché, a parte tutto, è sempre bene sapere le cose – che “quei coglioni imbelli degli Occidentali” se ne rendano conto.

Il simbolo del Partito nazional bolscevico e, nel riquadro, Dugin

(Se dopo questa lettura volete riprendervi con qualcosa di biecamente razionale, consiglio l’intervista a Alexander Stubb, qui).

L’OMELIA DEL PATRIARCA KIRILL

Saruman 2022

L’omelia pronunciata domenica scorsa da Sua Beatitudine Kirill I, patriarca di Tutte le Russie e un po’, nella Cattedrale moscovita di Cristo Salvatore e non in un villaggetto sperduto in mezzo alla steppa, ci dice molte cose di questo paese. Come abbiamo letto, per Kirill la guerra in Ucraina – anzi mi correggo, l’operazione speciale nel Donbass, perché è evidente che al patriarca non pervengono informazioni riguardanti il resto dell’Ucraina, su cui Sua Beatitudine pare del tutto all’oscuro – è giustificata e anzi giusta perché salvaguarda il Donbass dall’imposizione, cui andrebbe altrimenti soggetto, di mostrare la propria lealtà all’Occidente per il tramite obbligato di una parata del gay pride. Non un certo assetto economico-finanziario, non la trasparenza e democraticità delle istituzioni, non la tutela e salvaguardia dei diritti umani sono richiesti per essere accettati nel club esclusivo dei paesi occidentali; niente di tutto questo, ti basta organizzare una parata del gay pride e sei a posto: quello è il vero lasciapassare, la cartina al tornasole che mostra senza possibilità di errore se sei o no disposto a andare all’inferno per un po’ di libertà individuale e di trasparenza. Bene ha fatto Kirill a metterlo in chiaro, e speriamo che Zelensky l’abbia recepito, così sa cosa deve fare per togliersi i pensieri e avere tutti gli aerei che vuole.

Comunque, sparata la comunicazione in formato supposta per il popolo, Sua Beatitudine affronta il problema della guerra nel Donbass (resto dell’Ucraina: non pervenuto) in modo assai più serio, come dice egli stesso non fisico ma metafisico – dove per fisico si intendono, penso, i cumuli di macerie e i corpi a pezzi, il controllo del territorio e delle persone, cose così; mentre metafisico è l’enjeu, la posta in gioco. I termini non sono scelti a caso, c’è da scommetterci, perché appena sentono ‘metafisico’ i russi vanno in brodo di giuggiole e ti scodellano come niente una leggenda del Grande Inquisitore. Poiché però le cose meglio del patriarca non le dice nessuno, citerò alcuni passaggi dell’omelia come li riporta un sito a caso, ma si trovano più o meno dappertutto, anche Avvenire ne dà una scelta e un resoconto, un po’ più stringati.

«Oggi esiste una prova per dimostrare la lealtà a questo governo [il potere mondiale prima evocato], una specie di lasciapassare verso quel mondo “felice”, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della “libertà” visibile. Sapete che cos’è questa prova? Una prova molto semplice e allo stesso tempo terribile: è il gay pride. Le richieste a molti di organizzare un gay pride sono una prova di lealtà a quel mondo molto potente; e sappiamo che quando le persone o i paesi rifiutano queste richieste, allora non possono entrare in quel mondo, ne diventano estranei. […] I gay pride sono progettati per dimostrare che il peccato è una delle variabili del comportamento umano. Ecco perché per entrare nel club di quei paesi è necessario organizzare una parata del gay pride.[…] E sappiamo come le persone resistono a queste richieste e come questa resistenza viene repressa con la forza. Ciò significa che si vuole imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio, e quindi imporre con la forza alle persone la negazione di Dio e della sua verità. […] Intorno a questo argomento oggi c’è una vera guerra». L’argomento è centrale, decisivo: «Se l’umanità riconosce che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità concorda sul fatto che il peccato è una delle opzioni per il comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì. E le parate gay sono progettate per dimostrare che il peccato è una delle variazioni del comportamento umano». (Qui)

Ricapitolando: l’operazione speciale di Putin, dice il patriarca nel più puro spirito e lessico dostoevskiano, è cosa buona e giusta perché libera i russo-ortodossi del Donbass dal giogo occidentale che vuole costringerli alla peccaminosa deriva lgbt+, la quale, se non sarà stoppata dalla Santa Madre Russia, condurrà alla fine della civiltà umana.

E ben.

Questa è la Russia attuale, signori. E la premessa non esplicitata ma perfettamente leggibile del discorso di Sua Beatitudine è: noi russi siamo meglio degli occidentali. Posizione nota anche come panslavismo, che, come tutti i pan-, poggia sulla convinzione: noi siamo meglio di voi.

Per concludere: è plausibile che la Russia si senta minacciata dall’Occidente (USA, Nato, UE)? A me non pare; tuttavia io non sono un’analista politica né tantomeno militare. Quel che è certo invece, è che la Russia con l’Europa non vuole averci nulla a che fare – se non venderle il gas che le serve per finanziarsi; perché Tutte Queste Russie di cui Kirill è il patriarca, con la loro spaventosa estensione, i loro centoquarantaquattro milioni di abitanti e le loro testate nucleari, hanno un pil che è più o meno quello dell’Italia. E lì credo che sia una parte del problema.

FRATELLI SERBI

Leggo ora, dal Fatto quotidiano, la notizia “A Belgrado migliaia di persone in piazza per sostenere Putin: «Siamo fratelli»” (qui). Cito la frase finale della comunicazione: “Successivamente le persone scese in strade si sono dirette all’ambasciata bielorussa, dove hanno scandito i seguenti cori: «Serbi e russi fratelli per sempre», «la Crimea è Russia», «il Kosovo è Serbia»“.

Innanzitutto, bene che a Belgrado si possa manifestare, mentre a Mosca non si può. Magari i serbi potrebbero rifletterci. Ma non è questo che volevo dire. Volevo dire che l’assistente russa di mia madre (evito di proposito il termine ‘badante’ che lei non avrebbe accettato, e con ragione) – alla quale ripenso molto spesso in questi giorni e che è stata una vera miniera di informazioni indirette – mi disse una volta la stessa cosa, cioè che i serbi erano i loro fratelli – appunto come lo sono i fratelli: da sempre e per sempre, non è un legame che si possa fare e disfare. Ricordo che la scelta lessicale mi stupì abbastanza: non ero abituata a considerare la fratellanza fra i popoli come una cosa di sangue e destino, ma piuttosto come una cosa di amore, di volontà, di solidarietà; l’obiettivo assoluto, d’accordo, ma che si raggiunge, o si prova a raggiungere, a forza di determinazione e fatica, superando notevolissimi ostacoli che sarebbe sciocco ignorare. Lì invece no. Lì loro erano fratelli, un point c’est tout. Mi sembrò un pochino vecchio, un po’ rimasto indietro. Andava ad aggiungersi ad altre osservazioni che mi apparivano, come dire, datate. Ad esempio questa signora avrebbe voluto trovare in ogni paese europeo l’elemento nazionale, io direi folkloristico, che pensava di essere in diritto di aspettarsi: che so, la baguette col café au lait in Francia, le danze lusitane in Portogallo, il Wiener Schnitzel in Austria e Germania e gli orologi in Svizzera. Non trovandoli – o almeno non trovandoli nella misura pervasiva che immaginava – si sentiva defraudata di qualcosa. Mi è di conforto pensare che, se andasse in Catalogna, potrebbe assistere ogni domenica alle sardane spontanee in piazza. Rimane il fatto che a me queste nostalgie sembravano un po’ fuori tempo, non sono una fan della conservazione del passato sotto spirito. È un certo livello di omogeneità che può tutelare le differenze, non il contrario. Naturalmente sull’omogeneità si può e si deve discutere; ma da dentro, non da fuori. Anche su questo però la signora aveva idee ben chiare e definite. Disse ad esempio una volta (ed ebbe poi modo di ripeterlo), con la lapidarietà e la civiltà di una cannonata, che gli italiani sono servi degli americani. Lo disse mentre prendevamo insieme il tè che le avevo offerto, e siccome gli italiani saranno pure servi degli americani ma hanno il senso del rispetto per gli ospiti, e oltretutto ero stata colta piuttosto di sorpresa, mi limitai a un sorriso imbarazzato. C’era sicuramente nel suo atteggiamento generale una parte di frustrazione, come peraltro in Putin e nella Russia che lo sostiene. E lei infatti per Putin stravedeva. Se lo guardava beata sullo schermo del computer. Ci fece notare, con orgoglio, che aveva “gli occhi da lupo”; pare sia una caratteristica fisiognomica molto positivamente connotata; non so. Ma sto divagando. Aggiungo solo che per molti aspetti la stimavo e la ammiravo; non per tutti.

Ma per tornare al punto e alla fratellanza russo-serba, la stessa impressione di sfasatura storica – tragicamente ampliata, ça va sans dire – l’ho avuta con l’aggressione russa all’Ucraina. Non fosse che la gente muore davvero, e che la Russia ingloba davvero, e ingloba adesso, sembrerebbe di assistere a qualche filmato della metà del secolo scorso. La retorica di Putin – nel senso proprio del modo in cui parla – fa uno strano effetto; un effetto esotico, come sentir parlare l’indigeno di una remota isoletta. Ci sarebbe da ridere, non fosse che la remota isoletta ha un arsenale atomico.

Del marcio ce n’è dappertutto. Ma in Russia, e questa è la cosa preoccupante, c’è del vecchio.

L’UCRAINA E LA FILOSOFIA. I maestri del sospetto

Circa a metà del secolo scorso Paul Ricoeur coniò per Marx, Nietzsche e Freud l’espressione “maestri del sospetto”, nel senso che ci avevano insegnato a guardare oltre le apparenze (a sospettarne, appunto) alla ricerca di una verità più vera anche se a prima vista difficilmente accettabile o paradossale. Il termine ha avuto successo, ma un successo ancora più grande l’ha avuto l’atteggiamento, che dalle cautele proprie e già da sempre attive della disamina e della riflessione è passato alla negazione senza se e senza ma di ciò che è evidente, per la sola ragione che è evidente. E quindi (sospetto) dev’essere senz’altro falso. Ci deve essere qualcosa sotto che me lo capovolge nel suo contrario. Un passatempo appassionante come il sudoku, ma non così difficile. Alla portata di tutti. Naturalmente a monte di questo passatempo popolare ci sono, a permetterlo, i padri nobili della dissoluzione delle cose nel discorso. Una dissoluzione senza residui. Secondo questi noi non abbiamo accesso alle cose, e men che meno alle cose come stanno. Noi ci muoviamo sempre già all’interno di un discorso: del discorso che nei vari momenti della storia si trova a essere via via egemone (come si passi da un’egemonia alla successiva non è chiaro). Senza voler noi banalizzare la filosofia del discorso che sicuramente ha diverse cose dalla sua, siamo però costretti a prendere atto di una forma banalizzata e molto popolare che, una volta che si sia scelto il discorso che più si confà alla nostra indole individuale, permette di incorporarvi senza difficoltà e senza sforzo qualsiasi fenomeno (e sottolineo: qualsiasi fenomeno), compresi quelli che con ogni evidenza la contraddicono. La narrazione scelta come fiaba della buonanotte ingloba tutto, e senza nemmeno bisogno di digerirlo lo risputa immediatamente in forma stravolta ma consonante. Così ad esempio l’invasione di una nazione sovrana e indipendente, senza motivi degni di nota, attuata all’unico scopo di ricostituire un Impero perduto (manovra a cui l’Europa ha già assistito in forma pressoché identica e con i medesimi scopi e motivazioni alla vigilia della seconda guerra mondiale) viene narrata come la reazione a un genocidio inesistente e a atteggiamenti aggressivi ancor più inesistenti, di modo che l’aggressore diventa la vittima e l’aggredito il colpevole. In un ribaltamento dialettico da manuale.

Come dice però il mio filosofo di riferimento, sarebbe ora di tener presente che sì, le cose non sono semplicemente come sembrano e devono essere debitamente indagate; tuttavia è innegabile che, alla fine, esse sono più come sembrano che come non sembrano. O, espresso in termini leggermente più filosofici, le cose tendono a essere più come appaiono, che come non appaiono.