ANTOLOGIA PUTINIANA

Coi tempi che corrono, il mensile di geopolitica Limes è diventato la mia lettura preferita. Sarà che noi pensionati non abbiamo niente da fare, aspetto il dieci del mese con l’impazienza con cui mio padre, in tempi pacifici, aspettava il giovedì della Settimana enigmistica. L’ultimo numero poi si annuncia stratosferico. Sperando di fare cosa gradita, propongo una piccola antologia.

  1. Avevo visto giusto (v. qui):
La Chiesa ortodossa è all'avanguardia nella campagna di promozione dei martiri bianchi, a cominciare dalla famiglia reale. Ma il cuore del presidente non vibra di simpatia per Nicola II martire (1894-1917), icona verso cui il patriarcato moscovita e di tutte le Russie indirizza la devozione del suo gregge. Figura troppo debole per l'attuale padrone del Cremlino. Incapace di salvare lo Stato dai sovversivi. Nel pantheon degli zar Putin preferisce Nicola I (1825-1855) e Alessandro III (1881-1894), di sicura fede reazionaria e accentratrice. Adesione monumentalizzata il 18 novembre 2017, quando Putin inaugura a Jalta, in Crimea, una colossale statua marmorea dell'ultimo Alessandro con inciso il suo motto: «La Russia ha due soli alleati, il suo esercito e la sua flotta». Sempre valido, parrebbe.

(Editoriale del direttore Lucio Caracciolo: "Platov non ha paura")

Unica pecca: non pare che l’esercito e la flotta siano attualmente all’altezza del caso che ne faceva Alessandro III.

2. Più chiaro di così:

L'Urss, a prescindere dai suoi problemi interni, rimase quasi fino alla fine uno dei due fulcri strutturali della geopolitica globale. La Russia in quanto Stato suo erede ha perso tale status e i tentativi di recuperarlo non hanno portato risultati. Persino il ripristino della potenza dello Stato e la riconquista di un posto tra le principali potenze mondiali - due realtà - non hanno fatto della Russia un nuovo perno dell'ordine internazionale. L'unica chance di ottenere tale status è la distruzione del sistema stesso.

(Fëdor Luk'janov, "Un 'vecchio pensiero' per il nostro paese e per tutto il mondo")

Cioè: poiché per la Russia l’unico modo di essere nuovamente un perno dell’ordine internazionale è la distruzione di questo ordine che – pensa lei – le impedisce di diventarlo, esso deve essere distrutto. Non perché è sbagliato o insufficiente o che so – questo, semmai, viene dopo. Semplicemente perché, stando le cose come stanno, la Russia non riesce a essere un perno dell’ordine internazionale come sarebbe suo pieno e buon diritto.

Si chiama narcisismo patologico. Ma un narcisismo molto particolare, molto russo. Luk’janov infatti non si nasconde che quello in cui si sta impegnando la Russia è un grande azzardo, un azzardo rischiosissimo; una roulette russa, veramente. Il suo punto di partenza retorico, tuttavia, è che il sistema liberale è in piena decadenza, vegeta senza speranza, un malato terminale. Nell’inerzia e irresolutezza generale la Russia, magnanimamente, si rende disponibile a dargli il colpo di grazia. Perché la Russia, così Luk’janov, ha una vocazione per i colpi di grazia; si può dire che la sua grande, e in verità unica, vocazione e abilità è dare il colpo di grazia; quello che viene dopo magari fa un po’ schifo, però nel colpo di grazia sono insuperabili. Luk’janov ammette tranquillamente di non avere idea di che cosa sorgerà dalle ceneri della Grande Distruzione; ma che importa, dal momento che l’altruistica missione della Russia per il bene del mondo è la distruzione? Del tutto disinteressata, questo è il bello. Dei veri Cristi in croce:

Per l'ennesima volta (forse la quarta) in un centinaio d'anni la Russia si è assunta in totale abnegazione di sé il ruolo (e l'onere) di protagonista dei cambiamenti globali. Non si è stancata? «In un certo senso possiamo dire di essere un'eccezione tra i popoli. Apparteniamo al novero di quelle nazioni che non sembrano far parte integrante del genere umano, ma esistono soltanto per dare una grande lezione al mondo. L'insegnamento che ci siamo destinati a dare non andrà sicuramente perduto, ma chi sa il giorno in cui ci ritroveremo finalmente in mezzo all'umanità e quanta miseria dovremo sopportare prima che i nostri destini si compiano?» Parole di Piëtr Čaadev nelle sue Lettere filosofiche del 1836. Centosettanta anni fa l'autore di queste affermazioni, un noto intellettuale russo di vedute liberali, venne ufficialmente riconosciuto pazzo pericoloso. A torto.

(Luk'janov, ibid.)

[Piccola osservazione: centosettanta anni fa, scrive Luk'janov. 1836 più 170 fa 2006, non 2022. Il quadro ideologico era pronto e redatto ben prima del 2022, e anche del 2014.]

A torto dice Luk’janov. A ragione, secondo me, almeno a giudicare da queste mistiche sviolinate identitario-messianiche. Che fra l’altro, nel nostro piccolo e in formato più ridotto, ce le abbiamo pure noi (avete presente Del primato morale e civile degli italiani?) – anzi, non credo esista popolo che in un momento o nell’altro della sua storia non si sia assegnato una missione salvifica per l’intera umanità e oltre. Roba passata, abbiamo il buongusto di non tirarla fuori.

3. Il padre di tutte le cose

La cosa che, fin dall’inizio, più mi ha colpito di tutta questa storia – una caratteristica impossibile da non notare, qualcosa che davvero salta agli occhi – è la qualità marcatamente vecchia, sorpassata, involontariamente autoparodica, fuori dal tempo e dunque fuori dal mondo dell’intervento russo e di tutta l’ideologia che lo sostiene, e che lentamente è emersa alla mia stupefatta coscienza. D’altra parte Luk’janov giustamente titola Un ‘vecchio pensiero’ per il nostro paese e per tutto il mondo (dove il virgolettato pare francamente inutile) e sottolinea lui stesso l’effetto “macchina del tempo” dell’iniziativa russa:

Il terrore [dice lui, con riferimento immagino alle reiterate minacce nucleari da parte della Russia, che non ha altre carte da giocarsi] determinato in Occidente dalla prosecuzione delle attuali operazioni militari su vasta scala è legato non soltanto alla tragedia umanitaria ma alla sensazione di trovarsi in una macchina del tempo. Tornano in fretta consuetudini che parevano ormai appartenere per sempre al passato.

(Luk'janov, ibid.)

Ma ecco il vecchio pensiero per la Russia e per il mondo:

Il febbraio 2022 ha segnato anche l'inizio di un altro esperimento, di dimensioni altrettanto grandi, almeno in potenza. La Russia sta tentando di invertire il corso della politica resuscitando il «vecchio pensiero politico» (lo si può anche definire «tradizionale») per sé e per il mondo intero. I princìpi di questo pensiero sono opposti a quelli dichiarati dal «nuovo» pluralismo dei valori (invece dell'universalità), equilibrio delle forze (e non degli interessi) come base dei rapporti internazionali e, infine, il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili. 

(Luk'janov, ibid.)

Confesso che non capisco la frase relativa al “nuovo pluralismo dei valori”. Quindi la Russia sarebbe per l’universalità dei valori? Mi pareva che il multipolarismo predicato da Putin/Dugin andasse nel senso opposto, benché in effetti un “pluralismo dei valori” portato avanti da una bizzarra combinazione di ancien régime e capitalismo scasso sia un po’ difficile da immaginare. Boh. Ma quello che mi interessa è l’ultimo punto: “il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili”. Come qualcuno ha detto molto tempo fa, la guerra è il padre di tutte le cose, e la massima si sposa bene con la dottrina del colpo di grazia e della gaia distruzione. Resta da vedere se questa guerra, totalmente anacronistica come di fatto ammette anche Luk’janov, sarà padre dell’agognata affermazione mondiale della Russia o del suo definitivo ridimensionamento.

4. La paranoia al potere

Dopo quattro anni di pausa dal Cremlino nel nome del rispetto della costituzione, Putin vi torna nel 2012 tra le proteste che sono un'umiliazione e una sfida. Il capo dello Stato è rincorso dall'idea sempre più fissa della minaccia americana, ora non solo ai confini ovest lambiti dall'espansione della Nato ma anche dentro, contro di lui personalmente. Scatta così la svolta conservatrice e autoritaria da cui la Russia non tornerà più indietro. Famiglia, radici cristiane, memoria storica [ovviamente manipolata, ndr], patriottismo: negli ultimi anni il putinismo nella sua funzione di collettore valoriale si è posizionato in crescente opposizione all'Occidente. La narrazione è imperniata sulla Russia sotto assedio, alternativa a una civilizzazione condannata a definitivo declino per negazione delle proprie radici. In questo senso è sottinteso un soft power russo a un certo punto messo alla prova con i sovranisti di mezza Europa. Ma ufficialmente Mosca professa la non ingerenza: niente da insegnare e niente da imparare, ripetono da anni i vertici moscoviti, la Russia non esporta modelli di società, contrariamente a quanto fanno gli americani.
Forse anche perché un modello compiuto non c'è.
[...]
La riunione del Consiglio di sicurezza del 21 febbraio scorso, prologo dell'invasione dell'Ucraina, ha ricordato a molti i racconti apocrifi delle riunioni nella dacia di Kuncevo tra Stalin e i suoi più stretti collaboratori, terrorizzati all'idea di dire qualcosa di sbagliato. I russi ricordano anche come il leader sovietico andasse ripetendo che bisognava vivere «come in una fortezza assediata, il nemico è ovunque».

(Orietta Moscatelli, "Putin=Russia Russia=Putin", possibilmente da leggere tutto)

Povera Russia, il cui unico principio di identità è la maniacale idea fissa dell’aggressione esterna.

Per oggi mi fermo qui. La prossima volta, per par condicio, sentiremo l’altra campana, quella che addossa tutta la responsabilità agli Stati Uniti.

UNA QUESTIONE CULTURALE

Capito per caso (qui) sulla traduzione di un’intervista a Héléna Perroud, autrice nel 2018 di una biografia di Putin che secondo qualche commentatore vira al panegirico. L’intervista, originariamente pubblicata su Le Point, è breve, con qualche testa-coda sbalorditivo: ad esempio, a leggerla diresti che Putin ha spianato Groznyj per amore dei ceceni. Mi ha colpito l’ultima risposta, probabilmente non nel senso inteso dall’intervistata:

Al di là della Nato e delle considerazioni storiche, non si può non vedere una dimensione di civiltà in questa opposizione tra la Russia e l’occidente…

E’ vero che, nei confronti dell’occidente, i russi sono passati in trent’anni dall’ammirazione alla compassione. Dicono che noi occidentali siamo in una deriva totale. Questa dimensione di civiltà esiste, effettivamente. E’ sempre difficile da immaginare, ma i russi, in media, sono più acculturati di noi. Leggono molto di più, sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna. Nella metropolitana di Mosca, per esempio, non vedrete delle pubblicità spazzatura, ma immagini dei paesaggi russi o spiegazioni sull’origine di una lettera dell’alfabeto.(Neretti nel testo)

Perroud rileva che i russi “sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna“. Lo enuncia come una differenza specifica perché in Francia – come, credo, in tutti i paesi occidentali tranne l’Italia – la cultura classica non viene insegnata a scuola; né negli istituti di campagna né in quelli di città. È una scelta che ha degli inconvenienti – un’ignoranza pressoché totale del passato, in particolare del passato remoto, mentre da noi si ignora di regola il passato prossimo -, ma anche dei vantaggi: una maggiore dimestichezza e capacità di riflessione sul presente, e soprattutto quella che io chiamerei una maggiore “presenza a se stessi”, possibile appunto perché nell’educazione, e segnatamente in campo umanistico, si cerca il più possibile di evitare gli schematismi – cioè le conoscenze (ma bisognerebbe dire le pseudoconoscenze) non autonomamente verificabili: quelle “che vengono insegnate a scuola”.

“Il ministero dell’educazione ha concepito un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo come principale guida del regime e del sistema politico. Secondo questa dottrina, il popolo deve mostrare lealtà all’illimitata autorità dell’autocrate, alle tradizioni della Chiesa russo-ortodossa e alla nazione russa“. Ah no, pardon, c’è un errore, non è il programma di Putin per l’istruzione pubblica! Volevo fare un copia-incolla da Wikipedia ma sono finita per sbaglio sull’articolo Russia sotto Nicola I (1825-1855). Forget it e torniamo a noi.

Dal punto di vista dei programmi scolastici quindi, mentre c’è uno iato fra la Russia e l’Occidente, con l’Italia sembrerebbe di poter constatare un’affinità, un comune amore scolastico per il passato. Temo però che l’analogia sia tutta di superficie; infatti in Italia il perdurare dell’approccio “classicista” – in realtà storicista e nozionista – è legato soprattutto all’inerzia nazionale, che negli apparati statali, e in particolare negli istituti di per sé e di necessità conservatori come la scuola, raggiunge picchi ragguardevoli; mentre in Russia, mi par di capire, è una cosa sentita. Prima di trarne qualche conclusione, vediamo la faccenda della pubblicità spazzatura (che poi non ho capito cos’è: esiste una pubblicità di qualità, a prescindere dalla maggiore o minore efficacia?)

Il mio primo soggiorno parigino risale al 1978 0 ’79, non ricordo bene. All’epoca vivevo nella Bundesrepublik. Ricordo che a Parigi la metropolitana era letteralmente tappezzata di grandi manifesti pubblicitari nei quali jeunes loups o jeunes lions facevano non so più cosa, in ogni caso a loro completa soddisfazione. I predatori carnivori, rappresentati in accattivanti pose antropomorfe, erano figura di giovani maschi rampanti alla conquista di acconcia situazione nella società. A Parigi, mica a New York. Forse perché a Parigi sono abituati a chiamare le cose con il loro nome. Me ne ricordo perché mi scioccarono. Io, che nelle società occidental-liberali mi sono sempre trovata benino, non mi capacitavo. Mi sembrava che ci fosse, in quella tranquilla magnificazione del potere e del profitto, qualcosa di osceno. Venendo dalla moralissima Germania non ero preparata. Si aggiunga che da diversi anni non ho la televisione (cioè: ho un vecchio apparecchio che non è collegato al digitale terrestre e che uso come schermo per i DVD), e che se si facesse il conto delle ore che in tutta la mia vita ho trascorso davanti al televisore nel senso di programmi televisivi si arriverebbe a un numero straordinariamente basso anche per una persona della mia generazione; si aggiunga ancora che quando vedo una pubblicità commerciale la mia reazione immediata e istintiva, tranne nei rari casi di pubblicità divertente, è il desiderio di non comprare il prodotto. Si avrà che non amo la pubblicità. Tuttavia non vorrei mai vivere in un mondo industriale o postindustriale qual è il nostro, Russia compresa, dove però nelle stazioni della metropolitana invece dei manifesti pubblicitari ci trovassi immagini degli intatti paesaggi nazionali o delucidazioni filologiche. Perché questa sarebbe una menzogna. Perché al momento i paesaggi nazionali rilevanti, per quanto ce ne possa eventualmente dispiacere, non sono quelli. Così come chiunque sia “intris[o] di una cultura classica che viene insegnata a scuola” è, in linea di principio, intriso di menzogna e ottimamente predisposto a credere alle menzogne diffuse dall’autorità religiosa e statale. E questo non per colpa dei testi “classici” in sé, che da questo punto di vista non hanno né meriti né colpe, ma per il loro passaggio attraverso la scuola che, dopo attenta scelta, ne fa dei bizzarri modelli atemporali, sorta di eunuchi culturali preposti all’evirazione degli educandi.

(Fortuna che ci sono altri canali: quelli normalmente aborriti dai pedagoghi, ma in grado di accendere gli immaginari.)

Impressionato dal crollo del regime precedente, l’autocrate inquadrò la società russa in una struttura rigidamente controllata. La polizia segreta, il “Terzo Reparto”, creò una vasta rete di spie ed informatori. Il governo esercitò la censura sulle pubblicazioni e su tutti gli aspetti della vita pubblica. Mantenne anche stretti controlli sul sistema educativo. Il ministero dell’educazione concepì un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo …” Ma no! Di nuovo Nicola I! Ci deve essere sotto qualcosa. Fate come se non aveste letto e andiamo avanti.

Cioè, non mi resta che concludere: capisco benissimo che i russi ci guardino con compassione. In fondo è lo stesso sguardo con cui ci guarderebbe mio bisnonno, del quale si dice che avesse imparato a leggere da solo e fosse in grado di leggere il giornale, ma non sapeva scrivere. E che però, forse proprio perché gli mancò l’esperienza della scuola, era un individualista, uno spirito critico, e molto meno incline dei russi a bersi qualsiasi nazionalistica scemenza.

Quindi forse no, forse neanche lui sarebbe tanto indietro da guardarci così.

TRET’JAKOV, O DELLA SERVITÙ (II)

(La prima parte qui)

Ci chiedevamo, in chiusura della prima parte dell’articolo, perché, per la minuta frittura degli stati europei, a parità di sovranità limitata non deve essere legittimo e possibile decidere autonomamente da chi lasciarsela limitare, se dagli Stati Uniti o dalla Russia: quale cultura prendere a modello, in che sistema integrarsi. Il problema è che il modello russo – ed è un fatto – attira poco; questo crea un certo imbarazzo ai russi, tragicamente sprovvisti di appeal e abituati a ovviare a questa mancanza coi tank, per i quali hanno sviluppato negli anni un profondo affetto. Crea imbarazzo e problema perché va a cozzare direttamente contro il destino della nazione russa. Come dice infatti Tret’jakov in un articolo del 2018 (che sarebbe da leggere tutto), qui:

Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale e di conseguenza non c’è possibilità di scelta: se la Russia vuole continuare a esistere come nazione, paese e Stato, non può far altro che portare avanti una politica estera indipendente, anche se questa politica non soddisfa gli altri attori sullo scacchiere mondiale.

Ora, la politica estera indipendente della Russia, dalla quale dipende la sua esistenza come quella grande potenza mondiale che il suo destino la destina ad essere, comporta attualmente, senza possibilità di scelta, l’invasione e l’annessione diretta o indiretta dell’Ucraina o di gran parte di essa. Almeno detta così è più pulita: ci risparmia la balla della denazificazione. [In generale però de-qualcosa è un’espressione che piace molto a Tret’jakov, vedi ad esempio qui il video De-americanizzare l’Europa, dove de-americanizzare altro non vuol dire che smantellarne – e alla svelta, eh – le strutture politiche e militari per metterla, nei fatti, a disposizione del destino di grande potenza della Russia]. Vorrei però adesso concentrarmi sull’affermazione “Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale“. I concetti fondamentali sono tre: destino, storia, civiltà. Partiamo dal più traballante: civiltà. Tret’jakov sembra ignorare, o bypassa abilmente, il fatto che la civiltà russa, con quel tanto di barbaro e cosacco che la distingueva, ha subito nel 1917 una gigantesca frattura scomposta e un brusco reindirizzo in senso dialettico-tedesco, ha vagato per più di settant’anni nel nulla sovietico, eventualmente sopravvivendo in forma di samizdat, ed è ora in corso di artificiale riassemblaggio a partire da lacerti mummificati a cura di Putin, del patriarca Kirìll, e di pezzi da novanta della mistosofia quali Alexander Dugin. L’unico elemento originario, vivace e indistruttibile della civiltà russa è l’incapacità a sussistere senza un autocrate a vita, volgarmente detto monarca assoluto o despota, incapacità che ben si sposa con un identitarismo forsennato, residuo di secoli passati. Punto due, la storia: in effetti la storia russa è la storia di un impero di terra che nei secoli si è inglobato l’inglobabile e che nel momento della massima espansione andava, nei fatti, da Berlino a Vladivostok. Ma che, rispetto ad altri imperi, aveva e ha questo di particolare (e vagamente anacronistico): che la sua economia non corrispondeva alla sua enfiataggine né, ora, corrisponde alle sue pretese. Su cosa si basano dunque le pretese russe a essere un impero, se la sua economia è quella di un modesto stato (con tutto il suo gas e il suo petrolio, il pil della Russia è più o meno quello dell’Italia)? Si basano in primis sul suo arsenale nucleare: del tutto scollegato da qualcosa come una reale potenza che non sia esclusivamente militare e segnatamente nucleare; e in secundis su una grande forza, su una forza fortissima: sulla volontà di essere un impero, indipendentemente dallo stato delle cose. E qui veniamo al destino. Quando si parla di destino degli individui, il discorso mi interessa, e molto. Mi pare che in quel caso si parli di qualcosa la cui esistenza è più che ipotizzabile, e ancorabile a fatti quali l’assetto genetico e le sue, limitate e predittibili, interazioni con l’ambiente. In questo senso il destino è qualcosa che preesiste a ogni futuro sviluppo dell’individuo e lo determina – se parzialmente o totalmente rimane da discutere. Ma quando si parla di destino dei popoli e delle nazioni e si intende non ciò che è già avvenuto in seguito a fatti e scelte che sono stati in un certo modo ma potevano essere anche in un altro, che sono sottoposti cioè in largo margine alla casualità, bensì ciò che necessariamente dovrà avvenire sulla base dell’identità o assetto genetico di una intera nazione, sulla base di una sua presunta missione, allora qui per me si sconfina alla grande nell’irrazionalismo, heideggerismo, razzismo e nazismo – quattro fenomeni che si ritrovano puntualmente nella mistosofia dughiniana ma che sono anche impliciti nel Tret’jakov-pensiero, il quale non fa che illustrare e diffondere il pensiero di Putin e del suo socio di Kgb Kirìll.

Ma andiamo avanti. Torniamo alla Rivoluzione d’ottobre in atto in Ucraina, con la quale

il 24 febbraio 2022 la Russia ha sfidato apertamente l'egemonia americana, che da tempo schiaccia sotto il suo tallone anche quella che fu la grande civiltà europea, ovvero l'attuale Unione Europea non sovrana, chiusa nello schema della Nato. Gli «europei» non si sono decisi a ribellarsi, la Russia sì.

D’altra parte, su questa mancata ribellione da parte degli «europei» Tret’jakov ha la sua teoria. Scrive infatti a proposito delle basi Nato in Europa:

Gli Stati Uniti non si fidano né dei governi dei paesi europei, né dei loro popoli. Condividono la medesima paura provata dai governi di questi paesi (ad esempio Stati baltici o Bulgaria) nei confronti dei loro stessi popoli: temono che, senza una presenza militare statunitense, questi potrebbero semplicemente rovesciare chi li governa e «rinnovare» radicalmente la classe dirigente.

Insomma, proprio dire che i popoli degli Stati baltici desiderano precipitarsi nuovamente nelle braccia della Russia sarebbe un peu fort anche per Tret’jakov; quindi ripiega su questo radicale «rinnovamento» della classe dirigente. E chissà cosa vuol dire. Probabilmente che anche gli Stati baltici, e la Bulgaria, e mezza Europa vorrebbero – ma non possono – aggregarsi alla nuova Rivoluzione d’ottobre. Non so per la Bulgaria; per gli Stati baltici sembrerebbe proprio di no. Ma che importanza ha, dal momento che proprio gli Stati baltici, insieme alla Polonia e ad altri non specificati, vengono qualche pagina dopo definiti “nani politici europei“? In un contesto da cui si evince chiaramente quanto gli brucia che questi “nani politici” guardino ora alla Russia in un certo senso da pari a pari.

Sia l’espressione “nani politici” che le tret’jakoviane ipotesi sui terrori e tremori degli Stati Uniti e dell’establishment europeo dicono parecchio di certi automatismi psichici: come il pontefice di infausta memoria Karol Wojtyla combatté sì il comunismo, ma governò poi la chiesa cattolica con gli stessi metodi di quel comunismo con cui era stato per più di trent’anni a stretto contatto, così Tret’jakov e gli altri, abituati al metodo russo di imposizione del dominio con la forza, e incapaci perfino di immaginare che un potere politico possa affermarsi diversamente che con l’imposizione e la forza, concepiscono l’allineamento dell’Europa su posizioni atlantiche unicamente nei termini di asservimento e schiavitù. Non gli viene neanche in mente che ci possa essere da questa parte dell’Atlantico un diffuso e vasto consenso sulle strutture di fondo precisamente perché, a dispetto dell’Oceano che ci divide e che Tret’jakov enfatizza neanche fossero le Colonne d’Ercole, queste strutture hanno una solida radice comune, una solidissima radice europea, liberale e illuminista, costata secoli di lotte, di sangue e di fatica, che i russi – sbalzati da un totalitarismo medievale a un totalitarismo comunista e poi di nuovo indietro a un regime medievale per cultura prima ancora che per strutture politiche – che i russi, dicevo, non sanno neanche cos’è. Io credo che se si guarda l’Europa – non l’Italia, famosa per aver ospitato il più grande partito comunista dell’occidente e per ospitare tuttora il centro di potere della chiesa cattolica, ma l’Europa -, il consenso sulle strutture di fondo liberali e illuministe, Tret’jakov n’en déplaise, sia piuttosto vasto. Non l’unanimità, certo – e Dio scampi: si sa che l’unanimità era soltanto bulgara.

Naturalmente, tutto è migliorabile – ma le rivoluzioni raramente migliorano qualcosa, meglio andarci per gradi. Di questo insomma, di un consenso euroatlantico migliorabile, sono piuttosto convinta; e questo intendevo quando nella prima parte dell’articolo parlavo di asimmetria; asimmetria fra i paesi dell’Europa occidentale (zona di egemonia Nato) e paesi del blocco sovietico: ritengo che il consenso popolare – come la libertà di esprimere il dissenso – fosse/sia molto più generale e assicurato/a fra i primi che non fra i secondi. Credo quindi che la Rivoluzione d’ottobre a cui Tret’jakov sprona i paesi europei dovrà attendere; mi auguro a tempo indefinito, ma chi lo sa. In questo spirito – del “chi lo sa” – mi congedo riportando il passaggio finale dell’articolo di Tret’jakov. Il lettore avrà la bontà di giudicare lui stesso della sua saggezza profetica o della sua mistificante follia. Mi limito a far notare che la parola ‘Ucraina’ non vi compare mai. L’Ucraina, come si sa, non dovrebbe esistere. Quindi è bene nominarla il meno possibile. Farla scomparire. Sim salabim: l’escamotage de l’Ukraine.

Il sic! in corsivo fra parentesi non è mio, ma si trova così nel testo di Limes.

Gli eventi del febbraio e del marzo 2022 sono paragonabili nella loro importanza storica e nelle loro ripercussioni globali (sic!) a ciò che accadde in Russia nell'ottobre 1917, ossia a quella che io chiamo ancora la Grande rivoluzione socialista d'Ottobre. Qui non si tratta di socialismo, ma del fatto che nel febbraio 2022 la Russia, proprio come nel 1917, si è liberata del controllo politico, economico, ideologico e, cosa molto importante, psicologico dell'Occidente. In questo momento storico, si tratta dell'«ultima e decisiva battaglia» (parole tratte dall'inno russo dell'Internazionale) per la Russia. La vittoria della Russia è attesa non solo da milioni di suoi cittadini, ma anche da decine di paesi (segretamente, anche da molti europei). L'egemonia globale degli Stati Uniti ha subìto un colpo poderoso. Il colosso sulle gambe di dollaro lo ha capito. Ecco perché è furioso. Ma crollerà. Perderà. Se ora non mi credete, ricordate almeno questa mia dichiarazione. Tra qualche anno, vedrete voi stessi che tutto era vero.

TRET’JAKOV, O DELLA SERVITÙ (I)

Vitalij Tret’jakov

L’ultimo numero di Limes (3/2022 – La fine della pace), rivista di geopolitica che posso solo consigliare a chi desidera seriamente farsi un’idea, ospita un articolo di Vitalij Tret’jakov dal titolo “Questa è la nostra rivoluzione d’ottobre“. Titolo che è già un rebus: qual è il senso di quel “nostra”? nostra di chi? Non può essere “di noi russi”, perché i russi una rivoluzione di ottobre l’hanno già fatta e anche già persa; immagino si intenda “di noi Putin-russi”, “di noi russi di oggi”. Una rivoluzione d’ottobre ogni tre o quattro generazioni; per gli amanti del genere.

Anyway: Vitalij Tret’jakov ci è presentato come “giornalista, preside della Scuola superiore per la televisione dell’Università statale Mikhail Lomonosov di Mosca” e, quanto a sé, si dice convinto che “la presente rivista [Limes, n.d.r.] [sia] probabilmente l’ultimo baluardo libero e pluralista tra i paesi della UE.” Trovarsi in territorio di schiavi intolleranti (tutta la UE tranne Limes) offre comunque qualche vantaggio:

Questo testo consiste di una serie di tesi che non argomenterò dettagliatamente. Ritengo che non sia tempo di soffermarsi su ragionamenti complessi nel rivolgersi al pubblico dell'«Europa» contemporanea, dato che vi regna una propaganda primitiva e russofoba e che le opinioni dissenzienti non soltanto non vengono recepite, ma nemmeno espresse.

Si vede che Vitalij Tret’jakov non ha sentito il prof. Orsini in televisione, o magari l’ha sentito e ha pensato che fosse un fake, un attore appositamente travestito da Pinocchio per ridicolizzare “le opinioni dissenzienti“. Sicché Tret’jakov è convinto di essere “una voce che grida nel deserto europeo” e di parlare a dei sordi, ragion per cui si chiede: “per qual motivo dovrei prolungare questo mio grido e argomentarlo nei suoi coloriti dettagli?” Bene allora: bando alle argomentazioni e veniamo alle tesi. Che poi, per quel che riguarda l’Europa (alla Santa Russia arriviamo dopo), si riducono a una unica, ai miei lettori già nota, che Tret’jakov espone per bocca di Putin, il quale

è troppo pragmatico per decidere di entrare in un conflitto diretto con gli Stati Uniti per il controllo di questa «Europa» [il virgolettato è utilizzato da Tret'jakov quando si riferisce "a quel conglomerato di popoli e paesi vittima delle manipolazioni globali dell'impero anglosassone, di cui è appendice politica e poligono militare".]; ha infatti ben capito che l'«Europa» o non vuole o non può liberarsi dai diktat di Washington [...]. È chiaro che Putin si pone degli obiettivi ambiziosi e pertanto spesso rischiosi, ma per nulla impossibili. È sempre stato intelligente, ma soprattutto non ingenuo. Dopo tutto, più volte negli ultimi anni ha affermato in maniera diretta e pubblica che l'«Europa» non è indipendente, che è un vassallo e per molti versi un lacchè di Washington. Se c'è qualcuno con cui parlare di una «nuova divisione del mondo», non sono i vassalli e i lacchè ma il loro padrone. Che non ha intenzione di dare la libertà ai suoi servi e sudditi europei. Tanto più quando sembra che siano i più fedeli, se non gli unici, di cui dispone. Tutti gli altri stanno prendendo le distanze (o sognano di farlo). Stanno solo aspettando chi lo farà per primo, chi farà la prima breccia nel muro della Pax Americana.

Su questo affondo contro l’Europa – menato perché di fronte all’invasione dell’Ucraina gli europei si sono schierati con gli invasi invece di lasciar operare tranquillamente gli invasori (ma se l’avessero fatto sarebbero stati «quei coglioni imbelli degli Occidentali», così o così i prodi russi sono sempre meglio) – vorrei osservare alcune cose:

  1. Quando un concetto politico viene espresso, esattamente lo stesso e negli stessi identici termini, volutamente offensivi, dal Presidente di una grande nazione, dal preside di una Scuola superiore per la televisione ecc., e dalla assistente (volgarmente detta “badante”) di mia madre (v. qui), l’impressione è di trovarmi di fronte a qualcosa di decisamente primitivo. A una cultura stranamente primitiva. Per certi versi paragonabile, ancorché antitetica e molto più povera, a quella degli Stati Uniti.
  2. Il tono generale dell’affondo, aggressivo e intenzionato a ferire, si giustifica soltanto a partire da un gigantesco complesso di inferiorità.
  3. chi farà la prima breccia nel muro“. Si dice che non si parla di corda in casa dell’impiccato; Tret’jakov sembra aver elaborato il lutto e superato il trauma; o forse c’è una sfumatura inconscia più raffinata: il desiderio, di ognuno, che l’avversario sia colpito nello stesso punto in cui iniziò il proprio crollo.

Ma la cosa più buffa di tutto questo parlare di servi e lacchè è che per Tret’jakov (come per Limonov, v. qui: deve trattarsi di una vera a propria koinè russa) questa chiamiamola egemonia degli Stati Uniti sull’Europa occidentale post seconda guerra mondiale, che nessuno si sogna di negare, è una cosa del tutto unilaterale e asimmetrica. Evidentemente per i Sig. e le Sig.re russi/e la speculare egemonia (e che egemonia!) dell’URSS sull’Europa centro-orientale non è mai esistita; e, qualora anche fossero indotti a prenderne conoscenza, mai e poi mai ammetterebbero che è (provvisoriamente) cessata non per graziosa concessione russa, ma per il crollo catastrofico di un’economia, la loro, che non teneva botta. E che i paesi più spaventati dall’invasione dell’Ucraina sono proprio quelli che hanno sperimentato i bienfaits dell’egemonia russa. Su questo Tret’jakov è tassativo: secondo lui i paesi dell’est (di “paesi del blocco” o di patto di Varsavia non parla ovviamente mai), naturalmente quelli che non sono, come la Bielorussia, servi dei russi, lungi dall’aver motivo di temere i russi, sono colpevoli del

comportamento vergognoso nei confronti della Russia tenuto dalla maggioranza delle istituzioni europee, da molti politici europei e da paesi come la Polonia, gli stati baltici e, negli ultimi anni, l'Ucraina nazionalista e sempre più simil-nazista. 

Delle istituzioni europee non so, e mi avrebbero fatto comodo un paio di quei “coloriti dettagli“, di cui Tret’jakov non ci considera degni. Immagino si riferisca al prospettato (ma mai calendarizzato) ingresso dell’Ucraina nella UE e/o nella Nato. Sull'”Ucraina nazionalista e sempre più simil-nazista” invece, inutile ripetere che la balla del nazismo diffuso andrà bene per il consumo interno, ma è di difficile esportazione; quanto al nazionalismo, anche lì inutile far notare che un eventuale nazionalismo, se c’era, è stato potenziato e esasperato quando, nel 2014, la Russia si è incamerata un tocco non proprio indifferente di territorio ucraino e ha cominciato a fomentare attivamente la rivolta di un altro tocco. E che la solfa putiniana delle 14.000 vittime del razzismo ucraino ha stufato anche quella, poiché non sono vittime di razzismo ma di una guerra civile sostenuta e armata dalla Russia, infatti le 14.000 vittime sono abbastanza equamente suddivise fra i due fronti. E non so se in Russia qualcuno crede alla storia dei

quaranta milioni di ucraini, tra cui milioni di russi, […] costretti dal 1991 a sottomettersi a poche decine di migliaia di ucraini galiziani che fanno risalire la loro discendenza personale e politica ai combattenti di Stepan Bandera e dell'Upa (esercito insurrezionale ucraino), antisemiti ideologici e russofobi zoologici (sic) che collaborarono attivamente con i nazisti tedeschi[… ecc. ecc.] 

Qui da noi, a riprova che siamo in un contesto pluralistico, la narrazione ha un certo corso, ma è normalmente avvertita come troppo folle perfino dai filorussi. Inutile però insistere, perché da parte russa o filorussa (checché ne dica Tret’jakov ben rappresentata almeno in Italia) si incontra una sordità uguale o maggiore alla supposta nostra.

Veniamo dunque a punti più interessanti. Ad esempio il seguente: come già notavo a proposito di Limonov (v. sopra), per i russi i rapporti con l’Europa vogliono dire Napoleone e Hitler. Come Limonov, anche Tret’jakov fa un vanto alla Russia e una prova della sua moderazione (in opposizione all’appetito “smodato” degli Stati Uniti) di non avere, dopo la vittoria su Napoleone e su Hitler, esteso il proprio dominio all’Europa occidentale. E ci tocca ripassare la storia: ora, nel caso di Napoleone, il proclama di Parigi dello zar Alessandro I, menato per il naso da quella volpe di Talleyrand, fu certamente un beau geste e un proclama generoso che sicuramente non piacque agli alleati austriaci e inglesi; tuttavia un’occupazione russa della Francia ha qualcosa di difficilmente tenibile, un’ipotesi teorica che non va molto più in là della teoria; e in ogni caso la Russia fu dédommagée con un bel tocco di Polonia, molto più realisticamente tenibile; non tutta la Polonia, come aveva chiesto e avrebbe desiderato, ma un bel tocco (il Granducato di Varsavia, creazione artificiale di Napoleone). Il resto andò alla Prussia. Quanto alla seconda guerra mondiale, l’Unione sovietica, che nel 1939, a Mosca, secondo consolidata abitudine si era spartita la Polonia con la Germania nazista:

L'accordo inoltre definiva in base ad un «Protocollo segreto» anche le rispettive acquisizioni territoriali corrispondenti ai loro obiettivi di espansione: in questo modo l'URSS si assicurò l'annessione della Polonia orientale, i Paesi baltici e la Bessarabia per ristabilire i vecchi confini dell'Impero zarista, mentre la Germania si vide riconosciute le pretese sulla parte occidentale della Polonia. (Wikipedia, neretto mio)

nel 1945, a Jalta, si spartì con gli angloamericani le zone di influenza più o meno diretta e pesante sull’Europa. Questo fu il risultato della guerra, indipendentemente dalle infinite interpretazioni della conferenza stessa. Quindi moderazione un corno. Su quelle che io vedo come le asimmetrie della spartizione dirò nel prossimo post. Adesso vorrei seguire il filo dei “vecchi confini dell’Impero zarista“.

Per mostrare quanto siano infondati e ipocriti i timori della Polonia, Tret’jakov non esita a essere molto franco:

Mosca intende preservare la sua influenza politico-economica e in parte continuare a esportare il suo modello di civiltà soltanto su quei territori che una volta si trovavano all'interno dei confini o dell'impero russo o dell'Unione sovietica. E soltanto su di essi. La diceria secondo cui la Russia vorrebbe («dopo l'Ucraina») attaccare la Polonia, per esempio, può essere pronunciata solo da pazzi, ignoranti o provocatori.

Su queste sei righe c’è parecchio da dire. In ordine crescente d’importanza:

  1. La formale appartenenza o non appartenenza del polacco Regno del Congresso (1814-1915) all’Impero russo a cui era aggregato, e che in ogni caso lo controllava totalmente, è questione filosofica. Tanto che anche dopo la magnanima dichiarazione di Tret’jakov qui sopra, i polacchi potrebbero conservare qualche dubbio se debbano considerarsi “territorio che una volta si trovava all’interno dei confini dell’impero russo” o no.
  2. A proposito di “pazzi, ignoranti o provocatori“: il direttore di Limes, cioè della testata che Tret’jakov considera “l’ultimo baluardo libero e pluralista tra i paesi della UE“, fino alla sera del 23 febbraio era fermamente convinto che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina. Questo per dire che, di fronte poi al fatto, sapienza e fondate previsioni valgono quello che valgono, cioè niente. E un po’ di sano timore è preferibile.
  3. Ma il punto importante è questo: “soltanto su quei territori che una volta si trovavano all’interno dei confini o dell’impero russo o dell’Unione sovietica” . E, ribadisce magnanimamente Tert’jakov: “soltanto su di essi“. Dopo l’Ucraina, Repubbliche baltiche, Moldavia e Georgia sono avvertite.
  4. esportare il suo modello di civiltà“. E se questi “territori” non lo volessero? Non è previsto.

Vorrei provvisoriamente concludere la discussione dell’articolo di Tret’jakov, da proseguire in un prossimo post, con un’osservazione che sarà anch’essa da riprendere. Ha a che fare con la questione dell’asimmetria. Tert’jakov spende buona parte dell’articolo a dimostrare quanto aggressiva, violenta, liberticida ecc. sia l’ingerenza americana nelle zone che considera di sua pertinenza. Ora, perché l’ingerenza russa nelle zone che parimenti considera di sua pertinenza dovrebbe essere considerata meno aggressiva, violenta, liberticida? Mi si concederà che non c’è motivo. A questo punto, perché non si dovrebbe accettare che i famosi “territori”, a parità di aggressività, violenza, liberticidio, scelgano essi stessi quale formula preferiscono? Perché la formula russa dovrebbe essere considerata, da qualcuno che non sia la Russia, migliore di quella americana?

Su questo interrogativo provvisoriamente chiudo. Riprenderò il discorso fra qualche giorno.

FENOMENOLOGIA DI UN PRIVATGELEHRTER

La figura del Privatgelehrter, dello “studioso privato”, cioè non inserito in un’accademia, istituto, o altro ente scientifico organizzato (e generalmente pubblico), è una figura quasi scomparsa. Ebbe notevole fortuna nel XIX secolo ma declinò a partire dagli anni ’30 del XX, in parte in seguito a modifiche e sviluppi dell’accademia, ma soprattutto perché la conditio sine qua non del Privatgelehrter è il possesso di una solida fortuna personale che gli permetta di passare la vita a fare ricerca senza cavarne sostanzialmente un ghello. Per fare qualche esempio, Schopenhauer fu Privatgelehrter, ma lo è anche il protagonista del romanzo Autodafé (Die Blendung) di Elias Canetti; e in tempi più recenti lo fu, almeno fino a quando non gli assegnarono una laurea h.c. e una cattedra, il nostro Furio Jesi. Aggiungiamo, per completezza, che se si focalizza piuttosto l’estraneità all’accademia che non l’indipendenza economica, anche Marx e Benjamin furono (poveri) Privatgelehrte; tuttavia l’idea classica dello “studioso privato” implica una larga autonomia economica che permetta di dedicarsi agli “otia“.

Privatgelehrter: specie, dicevamo, quasi estinta. Almeno un esemplare tuttavia sopravvive in Italia nella persona di Pierluigi Fagan. Come dice egli stesso nella sezione ABOUT del suo blog di indubbio spessore: Pierluigi Fagan. Complessità, ventitré anni di lavoro come professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione gli hanno permesso di ammassare una fortuna sufficiente a vivere ormai da studioso non retribuito. Studioso di cosa, precisamente? Della complessità. Stante la complessità del suo campo di studi, campo che possiamo tranquillamente definire totale, Pierluigi Fagan ha dovuto dotarsi di competenze estremamente variegate, acquisite, come dice egli stesso, mediante “lettura e studio di testi, i principali delle principali discipline – dalla fisica alla metafisica“. Lettura integrale e diretta: dritto alle fonti. Un metodo che a me piace molto e che non si può che raccomandare, soprattutto se lo si applica con la costanza e la radicalità di Fagan, il quale ci informa che “ad, oggi e riferendomi solo a questi ultimi quindici anni, i saggi affrontati sono più di mille (ma qualcun’altro [sic] l’ho letto anche nei miei primi quarantacinque anni), dalla fisica alla metafisica, circa 70 l’anno, più di uno a settimana, tutte le settimane dell’anno, da quindici anni“. La comunicazione ha qualcosa di piacevolmente ingenuo, ma insomma: chapeau. Poiché però io sono un’insegnante in pensione – un’insegnante che, non avendo ammassato alcuna fortuna in trentasette anni di lavoro, gode soltanto ora, da pensionata acciaccata, di una piena disposizione del suo tempo, tempo che peraltro sfrutta in misura minima, essendo una persona che si distrae continuamente e la cui unica abilità consiste nel perdere tempo – da insegnante in pensione tuttavia so con certezza che il punto non è cosa e quanto si legge, ma cosa e quanto si capisce. Fagan è senz’altro una persona intelligente, su questo non c’è dubbio; tuttavia mi chiedo: chi certifica che il suo essere uno “studioso” indichi non solo un’attività “privata” – un hobby in fondo – ma anche dei risultati? In altre parole: chi certificava in passato e dovrebbe certificare tuttora le competenze e il valore dello studioso privato, se non è l’accademia (il mondo scientifico), dal quale il Privatgelehrter per un motivo o per l’altro si distanzia e distingue? La risposta è: la chiara fama. Quali sono i titoli di Pierluigi Fagan alla chiara fama? Ne individuo un unico: Fagan “[fa] parte dello staff che organizza l’annuale Festival della Complessità“, festival ideato e organizzato da esponenti dell’accademia. Un solo reale titolo insomma, ma di un certo peso.

Al di là della passione personale per la materia, Fagan individua il proprio compito di studioso nel provvedere il più possibile il pubblico di strumenti atti a penetrare la complessità della realtà contemporanea e in particolare a vedere oltre il desolante appiattimento della stessa operato dagli organi di informazione: dai media dominanti e “accreditati”. Fornire strumenti atti a una valutazione autonoma e personale (cfr. il motto del suo blog) significa naturalmente che lo studioso deve astenersi dall’essere bellicosamente di parte, e offrire invece elementi rilevanti ai fini della valutazione, il più oggettivi e il più neutralmente proposti possibile. Ora, nella questione della guerra d’Ucraina Fagan sembra venir meno ai suoi stessi propositi. Nei diversi articoli del suo blog dedicati alla questione (è molto attivo anche su facebook, ma io non ci sono, quindi non so) premette generalmente in mezza riga che l’aggressione militare russa è senz’altro da condannare, ma poi per tutte le altre, numerosissime righe, espone unicamente gli infiniti torti dell’Ucraina e dei suoi sostenitori. Mostra in particolare un dente avvelenato, e un’acredine non proprio da studioso super partes, nei confronti del presidente Zelensky. Insomma, vorrebbe fare quello che, almeno a livello “scientifico”, non si schiera, invece si schiera eccome. E siccome mi schiero anch’io, ma dall’altra parte, ho cercato di esaminare un po’ più da vicino la fenomenologia del nostro studioso. L’ho fatto analizzando un’intervista concessa a Money.it, qui, nel corso della quale Fagan, col tono bonario e l’accento un po’ svaccato del vecchio nonno, dice cose realmente molto interessanti. Ai fini dell’analisi ho trovato particolarmente utile una porzione del video, dal minuto 3.10 al minuto 5.46 circa. È parte di un lunghissimo monologo in cui Fagan risponde all’intervistatore sulle possibilità/probabilità di una degenerazione nucleare. Qui sotto la trascrizione della parte che mi interessa:

E tra l’altro, a parte i contendenti, c’è sempre poi magari di mezzo qualcuno che ha interesse a far precipitare la situazione no, cioè, magari non è la Nato, magari non è neanche la Russia, forse non è neanche l’esercito ufficiale ucraino, però insomma in Ucraina si stanno muovendo anche diverse fazioni che vivono di guerra, vivono di armi, vivono di conflitto e vivono del nazionalismo antirusso revanscista; quindi sono quelli che in teoria potrebbero avere più interesse… Ricordo che la prima invasione fatta dai russi è la centrale di Chernobyl, però Chernobyl non funziona come centrale – non c’è più il reattore attivo. In realtà c’è il sarcofago con dentro il reattore che fonde e del terreno contaminato tutto intorno, quindi non esattamente il posto più desiderabile sulla faccia della terra, così, da sgomitare – anche perché hanno combattuto tre giorni con le truppe ucraine, quindi si capiva, si è capito poco perché questo obiettivo fosse così importante all’inizio e si è capito anche poco perché gli ucraini lo difendessero con tanta veemenza. Lì c’è qualcuno che ha sospettato che le accuse che avevano fatto i russi del fatto che gli ucraini si stavano preparando a confezionare le cosiddette bombe sporche, bombe a zaino, tattiche a raggio limitato, eh, potesse provenire da lì, visto che dai satelliti ovviamente e dai rilevatori la radioattività emerge di suo quindi non desta sospetti diciamo, no, mentre viceversa farlo dove le centrali funzionano poteva essere incauto perché comunque è un’attività che è meglio tenere segreta. Però sono tutte congetture, quindi non sappiamo se al momento è una guerra di parole, di accuse, un po’ tipo ragazzi “aaah... poi vengo lì t’ammazzo… maaa t’ammazzo io per primo…” eccetera eccetera, o se sotto ci sono piani e dei fatti, perché dall’altra parte c’è comunque il più grande arsenale nucleare del mondo, quindi uno può inizia’ pure con le tattiche, ma poi finisce presumibilmente… anche perché Putin l’ha detto, la sera prima di iniziare il conflitto, ha guardato in camera e ha detto: non vi impicciate altrimenti troverete delle conseguenze che non avete mai visto nella vostra storia...

Sono venti righe abbondanti di congetture – e infatti Fagan dice onestamente in conclusione: “Però sono tutte congetture” – , e però su cosa portano queste congetture? Cioè, in risposta alla domanda sulla possibilità/probabilità di un incidente nucleare, qual è il punto su cui Fagan punta il dito? Il punto è molto semplice ed è questo: il vero rischio di degenerazione nucleare non viene in realtà né dalla Nato, né dalla Russia, né dall’esercito regolare ucraino, ma dalle formazioni paramilitari ucraine, incontrollabili e dissennate, che potrebbero eventualmente impadronirsi delle bombe sporche eventualmente prodotte dagli ucraini a Chernobyl (o, aggiungiamo dopo più recenti informazioni di fonte ucraina, dei materiali necessari a fabbricarle – anche se pare che fabbricare una bomba tattica sporca, o bomba a zaino, non sia proprio una cosa così immediata). Cosa sappiamo – nel senso di sapere e non di congetturare -, a una settimana dall’intervista e dopo che i russi hanno abbandonato la centrale dismessa, della produzione ucraina di bombe sporche a Chernobyl? Assolutamente nulla. Se questa è la penetrazione della realtà a cui vuole portarci lo studioso, è una penetrazione che sfocia sul nulla, ma lascia dietro di sé una costruzione che è sì puramente congetturale, ma che comunicativamente – e l’esperto di marketing e comunicazione Fagan non può non saperlo – assume il peso di un fatto. E questo, per uno studioso, è un po’ sospetto.

Ma veniamo alla prima parte della congettura: le formazioni paramilitari ucraine. Su questo punto: che in realtà la situazione sia in mano a “bande armate“, o “bande di giovinastri armati” a cui vanno le armi fornite dai paesi occidentali, Fagan insiste molto anche nel resto dell’intervista. Poiché Zelensky – dice Fagan – ha dichiarato che intende armare la popolazione, non possiamo certo sapere in che mani finiscono le armi che inviamo. Questo è probabilmente vero, tuttavia la congettura di Fagan poggia essenzialmente su due “documenti”: una frase del presidente della CRI, e una comunicazione personale di amici suoi residenti a Odessa. Lo scenario delle “bande armate” dipinto da Fagan sembra attagliarsi piuttosto alla situazione ucraina del 2014; nel frattempo le cose, come il peso dell’esercito regolare, potrebbero essere un po’ cambiate. Non faccio fatica a immaginare che la situazione in Ucraina sia caotica e non penso affatto che i militari ucraini siano più corretti o moralmente migliori dei loro corrispettivi russi, né che i miliziani siano cavalieri senza macchia e senza paura che proteggono gli orfani e le vedove; però gli ucraini – militari, miliziani e popolazione – sono gli aggrediti, e questo a casa mia fa la differenza. (Sulle formazioni paramilitari negli stati dell’ex blocco sovietico, che a noi puzzano immediatamente di nazionalista e di fascista, consiglio la lettura di un articolo del Post, qui).

A Fagan tuttavia fa comodo incentrare il discorso sulle supposte bande armate “che vivono di guerra, vivono di armi, vivono di conflitto e vivono del nazionalismo antirusso revanscista” (e del revanscismo russo che diciamo?) perché quello che gli interessa è mettere l’Ucraina come stato di diritto fuori dal gioco. La sua tesi è che l’Ucraina non c’entra niente e che in realtà il conflitto è fra gli Stati Uniti e la Russia. Questa tesi, che Fagan vuole “silenziata” e estromessa dall’informazione mainstream, lo è tanto poco che io, con i miei limitatissimi mezzi di informazione, l’ho letta e sentita almeno tremila volte. E se al posto degli Stati Uniti mettiamo l’Occidente, è anche la mia. La differenza è nel peso e nell’importanza che si dà all’Occidente, ma soprattutto all’Ucraina come soggetto giuridico, storico e morale. Agli occhi di Fagan questa importanza è talmente nulla che egli, come del resto tutta la sua parte di opinione, vorrebbe che Zelensky facesse suo il (supposto) consiglio del premier israeliano Bennett e per salvare il suo popolo, la sua gente e la sua nazione (?!) smettesse di resistere all’invasore e si decidesse a trattare “seriamente”: cioè a rimetterci quasi tutto. La teoria si basa sull’ipotesi, sostanzialmente verosimile, che l’Ucraina non possa vincere contro la Russia, e che quindi accettare, anzi domandare l’aiuto “tecnico” dell’Occidente non possa che prolungare un’orrenda agonia e faccia soltanto il gioco degli Stati Uniti. Ora, se è verosimile che l’Ucraina, pur continuando a resistere, non possa vincere, è d’altro canto piuttosto sicuro che, più decisa è la resistenza, più l’eventuale sconfitta dell’Ucraina non sarà una vittoria per la Russia. Anzi. Il resto dipende esclusivamente dall’importanza che gli ucraini danno a se stessi e può essere deciso soltanto da loro.

A proposito della rilevanza degli ucraini: l’ultimo punto dell’intervista riguarda la, chiamiamola, guerra di propaganda di Zelensky: se e in che misura sia orchestrata, pianificata e fin nei dettagli “allestita” dagli Stati Uniti. Fagan è dell’idea che scenografia e pianificazione siano in larga misura opera degli Stati Uniti. Riconosce però qualcosa anche all’iniziativa dello staff di Zelensky che, a quanto si dice, non è altro che l’ex staff della sua serie televisiva. E gliela riconosce perché, come dice letteralmente, ed è l’ultima frase dell’intervista, “a modo loro, per quanto siano ucraini, ma insomma sono del ramo” (neretto mio).

Errata corrige: “Fagan «[fa] parte dello staff che organizza l’annuale Festival della Complessità», festival ideato e organizzato da esponenti dell’accademia.” Dopo più accurate ricerche, nello staff che ha ideato e organizza l’annuale Festival della Complessità non ci sono “esponenti dell’accademia”, come mi era sembrato in un primo tempo, ma persone che, venendo da altri ambiti, hanno contatti tangenziali con l’accademia.

BATJUŠKA PUTIN

 MIKHAIL KLIMENTYEV / SPUTNIK / AFP
– Vladimir Putin durante l’incontro con il mondo culturale russo

L’altro giorno, mentre giravo su internet alla ricerca di informazioni, sono incappata in questa foto. L’emozione è stata istantanea. Ha fottuto sul tempo qualsiasi riflessione. Solidarietà, adesione immediata a quest’uomo che prende su di sé il destino del suo popolo, l’Uomo dei Dolori, che nella difficoltà della presente congiuntura ha un’anima abbastanza grande da occuparsi del mondo culturale russo, che ne ascolta i rappresentanti con sorriso paziente di padre e stilografica pronta agli appunti. Come sono fortunati i russi ad averlo! Un Padre Benevolo che senza durezza corregge chi sbaglia ed è pronto a riaccoglierlo, ravveduto, nel suo paterno abbraccio! Come vorrei essere russa, prostrarmi con lacrime di abbandono davanti a questa Fonte di Grazia, essere assolta con una carezza sulla testa!

Poi mi sono ricordata che, nonostante una tendenza all’infantilismo, a un certo punto mi sono decisa a crescere.

I russi invece, a quanto pare, non crescono mai.

RIFLESSIONI SPARSE SUL MULTIPOLARISMO.

[Mentre cercavo un’immagine per questo post (poi ci ho rinunciato) sono capitata su una quantità di siti che spiegano, a vari livelli di raffinatezza concettuale, cos’è il multipolarismo. Ciò che accomuna questi siti, piuttosto variegati, è il desiderio, presentato come necessità, di superare l’idea che la cultura dell’Occidente sia “migliore”, o più avanzata, rispetto a tutte (?) le altre; di superare l’idea, in particolare, che le libertà liberali e i diritti umani siano dei valori universali. Al contrario, la cultura dell’Occidente e il suo assunto di base politico-filosofico: la libertà da indebite costrizioni “collettivizzanti” (libertà dell’individuo dalle tirannie politiche e culturali, emancipazione dello stato nazionale dall’impero), sarebbero un residuo anacronistico dell’evo moderno e il nemico da combattere. Il motto di uno di questi siti è: Carthago delenda est. Carthago siamo noi (significativo comunque che il motto sia latino), e chi si incarica di distruggere Cartagine è la Terza Roma: Mosca.

Il mondo cambia e non sarò io a dire di no; anzi, io sono per un mondo che cambia, per questo non mi piacciono le culture tradizionaliste e immobiliste, fideistiche o sciamaniche che siano; come non mi piacciono le nostalgie e i cambiamenti all’indietro. Penso anche che la cultura dell’Occidente sia “più avanzata” di altre in un senso molto preciso e non necessariamente beatificante, di sicuro però “chiarificante”: è una cultura critica, che discute sui suoi presupposti, che li problematizza, che, discutendoli e problematizzandoli, è effettivamente in grado di avanzare. In avanti e non all’indietro. Essere capaci di discutere i propri presupposti significa essere capaci di riflessione. La riflessione – in questo senso di disamina critica di se stessi – è una caratteristica occidentale. Altre culture non ne sono capaci o la rifiutano a limine. Inoltre – e non è secondario – la possibilità per “entità” non-occidentali di entrare in qualche tipo di reale confronto con l’Occidente dipende dalla loro capacità più o meno sviluppata di acquisire precisamente ciò che ha “fatto” l’Occidente: la tecnica. Possiamo dolercene, ma non possiamo far finta che non sia così. Chiusa la parentesi.]

Come ci si sente a essere europei – e, precisiamo, europei italiani, cioè appartenenti a una nazione che, se ha qualche diritto a rivendicare un passato culturale glorioso, non può vantare nessun passato (né presente) politicamente glorioso, anzi, a parte qualche breve parentesi, tutti piuttosto vergognosi? Come ci si sente a far parte di una nazione che ha fatto la guerra dalla parte sbagliata, l’ha persa, e ospita attualmente ca. 111 basi Nato sul suo territorio? Ha ancora senso parlare di “suo territorio”? Come ci si sente a far parte di una nazione in cui un pilota militare USA trancia per diporto il cavo di una funivia, ammazza venti persone e se ne torna a casa impunito (ma dopo lunghe trattative gli USA ci smollano la terrorista Silvia Baraldini – grande prova di forza dello Stato italiano)? E lasciamo stare tutto il resto. Lasciamo stare i malanni nostri di cui gli americani non sono responsabili. Come ci si sente a essere italiani? Male, ci si sente.

Gli italiani sono servi degli americani, diceva, con disprezzo ma non senza qualche ragione, Aleksandra Gavrilova (qui). Io preferivo considerarmi cittadina della provincia di un impero che non mi dispiaceva; e mi congratulavo con me stessa che gli italiani non fossero finiti invece a fare i servi dei russi.

Provincia di un impero mi andava bene; non però il provincialismo italiano; né le sue moribonde radici contadine. Mi è sempre piaciuta l’idea di Europa, il superamento delle particolarità nazionali in qualcosa di più vasto, spontaneamente affine e simpatetico fra le parti; trovavo le poche lingue europee che conosco, e ciò che in esse era stato scritto nel tempo, di una bellezza e di una verità stupefacenti. E infatti l’Europa aveva il vantaggio di essere una Provincia che per cultura superava il centro dell’Impero (Graecia victa ecc.).

Poi naturalmente anche questo è andato. Il romanzo americano ha soppiantato il romanzo francese, del cinema non parliamo neanche, al netto di quelle che possiamo chiamare tonalità regionali l’amalgama è pressoché lo stesso sulle due sponde dell’Atlantico. Giusto così, i prodotti locali vanno bene nella ristorazione, meno bene in altri ambiti. La nostra specialità, la riflessione, rimaneva garantita e le si aprivano nuovi orizzonti.

Nel frattempo era caduto il Muro di Berlino – questo monumento all’ipocrisia comunista; L’Unione Sovietica era crollata come un castello di carte, sembravamo avviati alla pax augustea.

Si sa che nulla dura a questo mondo. Un idiota tira giù le Torri Gemelle, gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan, nel decennio che segue invece di riaffermare la propria credibilità la perdono a una rapidità sorprendente; un mostro mai visto prima, la Cina, solleva il crapone asiatico: addio pax augustea, unipolarità, e presunta funzione-guida dell’Occidente.

Non dall’oggi al domani però. Se i russi non ci sparano un’atomica nei prossimi giorni – cosa sempre possibile – il declino dell’Occidente non sarà fulmineo come il crollo dell’Unione Sovietica, e a differenza di quello, che si consumò in una nube di polvere grigia, potrebbe avere i suoi splendori. Ma ammesso anche che declino sia, e rapido, perché si dovrebbe avere qualcosa contro la multipolarità? Suona bene, suona allegro e pluralistico, suona colorato come un tappeto etnico. Intravedo qualche difficoltà di incastro là dove si arrivi alla sovrapposizione di poli molto disomogenei, come è il caso per l’immigrazione islamica in Europa; ma forse nella multipolarità l’Occidente non è nemmeno più previsto come polo fra gli altri; così, per rimanere all’islam, non ci sarà nemmeno più nessuno che si preoccupa della sorte dei musulmani uiguri in Cina, dal momento che chi se ne preoccupa attualmente non è certo il mondo islamico bensì l’Occidente.

Attenzione però, perché la multipolarità ancora non è ben definita. Lo spiega bene in un pacato articolo Alexander Dugin, qui. Mi limiterò a citare integralmente il punto 6:

6. La multipolarità non è né riducibile alla non polarità né al multilateralismo, perché non affida il centro del processo decisionale (il polo) né ad un governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei loro alleati democratici (“l’Occidente”), né al livello delle reti sub-statali, organizzazioni non governative e altre entità della società civile. Un polo del processo decisionale deve essere localizzato da qualche altra parte. 

È l’ultima frase che mi inquieta. Quel “da qualche altra parte”. Perché se “da qualche altra parte” è dove intende Alexander Dugin nelle sue più recenti esternazioni, allora mi dispiace, preferisco andare a morire con l’Occidente. E chissà che, come quel barbaro che giunto davanti a Ravenna abbandonò i compagni e si unì ai difensori della città, qualcuno fra i nuovi barbari non rimanga folgorato dalla bellezza di un McDonald’s e capisca che può valere la pena di morire per essa.

L’UCRAINA E LA FILOSOFIA (2): MA GLI UCRAINI ESISTONO?

Mi scuso per la cattiva qualità dell’immagine. Ho fotografato da Google, non sono su Twitter, né su alcun altro social network. Ma si dovrebbe leggere. Chi twitta è uno che ha dei princìpi. Saldi. Che gli permettono di fare dello spirito su quelli degli altri, anche nella tragedia. Infatti all’autore del tweet degli ucraini non gliene frega proprio niente, anzi, per lui gli ucraini in realtà non esistono. Esaminiamo la situazione dal suo punto di vista:

  1. Con l’orchestrazione integrale dell’Euromaidan – e sottolineo integrale, cioè orchestrata entrando in ogni singolo cervello di ogni singolo ucraino, operazione d’altra parte piuttosto facile dal momento che gli ucraini non esistono – gli USA hanno astutamente attirato l’Ucraina nell’orbita occidentale, fregandosene che ciò potesse irritare e allarmare i russi. Gli ucraini, che per postulato non esistono se non per essere manipolati dagli USA, non hanno avuto niente da ridire – e come avrebbero potuto dal momento che non esistono.
  2. La Nato, a questo punto l’unico attore, ha poi rifiutato di firmare un accordo secondo il quale l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella Nato. Qui la cosa diventa un po’ più complicata, perché in effetti la Nato difficilmente avrebbe potuto firmare qualcosa che andava contro il suo statuto, basato, fino a prova contraria, sulla libera volontà degli stati sovrani. Ma questo per l’autore del tweet non rappresenta certo un problema perché, come si diceva, per lui gli ucraini non esistono. Della mancata firma dà quindi una spiegazione raffinata, che ha il vantaggio di prescindere totalmente dall’esistenza e dalla volontà degli ucraini. Secondo l’autore del tweet infatti la Nato non ha firmato perché firmare avrebbe significato ammettere l’esistenza di un’altra potenza (la Russia) di pari livello, dignità, legittimità ecc. e questo gli USA non possono accettarlo perché vivono ancora in un universo unipolare, di cui essi stessi sono l’unico polo, e non hanno ancora fatto il passaggio all’universo multipolare in cui c’è una pluralità di poli. Che gli USA siano cosiffatti può benissimo essere vero, né io mi azzarderei a contestarlo. Ma che sia questa la causa della mancata firma è un’interpretazione filosofica, di filosofia della storia, materia quanto mai multipolare e caratterizzata precisamente da una pluralità di possibili interpretazioni. L’autore del tweet ad esempio trascura il fatto, abbastanza rilevante, che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, di fatto non è mai stato all’ordine del giorno, il che può venire interpretato, e infatti è stato da diverse parti interpretato, come una procrastinazione sine die: un modo insomma di venire incontro alla Russia senza apporre una firma impossibile. Ma questo il nostro twittatore non lo prende in considerazione. Andiamo dunque avanti. Prima però vorrei specificare, a scanso di equivoci, che gli Stati Uniti in sé non mi stanno particolarmente simpatici; in particolare il presidente Biden, della cui elezione mi ero comunque felicitata, mi pare abbia la consistenza della scoreggia che, dicono, mollò sotto il naso della esterrefatta Camilla. E me ne dispiace molto. Ma torniamo a noi.
  3. La mancata firma Nato (leggi USA) – e solo quella – determina la reazione della Russia la quale, logicamente, invade. Si badi: logicamente, non legittimamente. La legittimità non è una categoria del nostro autore, quindi la lasciamo fuori. Per il nostro autore la logica geopolitica, nella fattispecie la sua, tiene luogo di legittimità.

E a questo punto che succede? Succede qualcosa di incredibile: la contingenza hegeliana, gli individui, quelli che in qualche modo, va be’, ci sono – ma in modo attenuato, inconsistente, filosoficamente del tutto trascurabile – entrano di colpo in scena. Improvvisamente, guarda te, gli ucraini esistono. Sono. E piuttosto compatti anche. Una nazione – distinta da quella russa. Hanno anche certe idee, piuttosto chiare, e una volontà. Combattono. Non mollano. Questo potrebbe spiazzare il nostro filosofo della storia. Ma no, si riprende istantaneamente e ci mostra le cose come stanno (qui, qui e qui): Putin ha calcolato tutto, l’operazione militare speciale sta andando esattamente come l’aveva prevista, un vero Imperatore Palpatine, non c’è nessuna difficoltà, le forze impegnate sembrano poche perché le altre le tiene da parte per la guerra con la Nato, lo Spirito del Mondo viaggia sui tank invece che a cavallo ma Spirito del Mondo è. Gli ucraini soccomberanno, non caveranno un ragno dal buco, prima si arrendono meglio è. Quanto sono irritanti questi ucraini che non si arrendono, che non si rendono conto che l’Occidente li arma per combattere la sua guerra.

E su questo non ci piove: è la guerra dell’Occidente per l’autodeterminazione. Ma – e sembrerà strano – in questo momento è soprattutto la guerra degli ucraini. Che resistono. E una cosa è certa: comunque vada, gli ucraini un ragno dal buco l’hanno già cavato: poiché resistono, esistono. Nulla di ciò che è stato fatto, a quanto appare, è stato fatto sopra le loro inesistenti teste. Essi affermano la loro esistenza contro lo Spirito del Mondo. A piedi o a cavallo. (Esattamente quello, fra parentesi, che il nostro autore ammirava negli afghani talebani. Ma per gli ucraini, non si sa perché, non va bene. Anzi si sa: per lui lo Spirito del Mondo si incarna nei talebani e assimilati).

E questo, al momento, è quanto. Restano da dire due cose sull’autore del tweet e soci. La smania che hanno di vedere gli ucraini arresi, battuti, nullificati, riconsegnati alla non-esistenza nella pseudo-identità collettiva slava e imperial-ortodossa è comprensibile soltanto a partire dal loro proprio antimodernismo, dall’odio per il principio di autodeterminazione, dall’odio per l’idea di libera scelta come per l’idea stessa di individuo, che deve essere annebbiato e annegato in un brodo mistico etnico-religioso con abbondanza di passamanerie dorate e sottofondo di cori liturgici. Nella speranza che la grande anima russa finisca per ricondurre finalmente anche gli occidentali, liberali e recalcitranti, alla sottomissione al Sacro. Al Sacro Leader.

COSINE DAI CONFINI

Messaggio inoltrato dal gruppo di amici tedeschi su WhatsApp: “A tutti quelli che al momento hanno in casa quantità sufficienti di olio di semi e carta igienica. La settima prossima cervello in offerta nelle migliori macellerie!

Risposta di una coppia che si è trasferita da alcuni anni nella ex-DDR, in zona di confine: Erzgebirge, Monti Metalliferi, di là dalla strada è Repubblica Ceca:

“Come è vero! – qui all’est la gente ha cominciato subito a fare incetta; in momenti come questi si vede come la DDR non appartenga ancora affatto al passato.”

“Wie wahr, wie wahr – hier im Osten kam es augenblicklich zu Hamsterkäufen; in solchen Momenten ist die DDR noch lange keine Vergangenheit”.

Questo come aiutino a vedere l’allargamento a est della Nato da un’altra prospettiva.

L’ALLARGAMENTO A EST DELLA NATO

Ormai chi è appena appena un po’ informato, chi non è di un’ingenuità mostruosa, come dire nato ieri, sa che la causa dell’aggressione russa all’Ucraina è l’espansione a est della Nato – e si cita Tizio e Caio che l’avevano sconsigliata come foriera di sventura. Ci si potrebbe chiedere, innanzitutto, di sventura per chi. Per le repubbliche baltiche, ad esempio? Per la Polonia, che di quel genere di sventure sa qualcosa? Per l’Ucraina, ora? Già, ma l’Ucraina poteva facilmente sventarla, la sventura. Bastava che lanciasse fiori sui carri russi, ad esempio; che sventolasse qualche bandierina della Federazione; l’hanno detto tutti, da Putin in giù, che non era un’invasione: un veloce cambio al vertice e hop, tutto a posto e tranquillo come prima. Com’è che gli ucraini hanno avuto la balordaggine di opporsi? Colpa dell’Occidente che gli ha fatto balenare la possibilità di qualcosa di diverso dalla russian way of life; qualcosa che magari a loro piace di più.

[A proposito del qualcosa che magari a loro piace di più: gli accusatori della Nato, compatti, vedono nell’Euromaidan nient’altro che un’orchestrazione Usa con conseguente, illegittimo colpo di stato. Che la popolazione ucraina, che aderì in massa all’ “orchestrazione” e continua a aderirvi sotto le bombe russe, possa avere un’idea, un’opinione, un desiderio, una volontà, un progetto, questi non lo prendono nemmeno in considerazione. Cancellazione dell’idea di scelta, cioè di libertà, sia individuale che collettiva, esclusiva logica di potenza, v. più sotto].

C’è gente che odia a tal punto le democrazie liberali e le idee di libertà individuale da cui esse sono faticosamente sorte – con una fatica lunga secoli che i russi ad esempio si sono risparmiati -, che pur di coprirle di merda gongola quando crede di poter dire che LA GUERRA IN UCRAINA È COLPA NOSTRA. Esaminiamo allora la questione da vicino. Dunque: l’espansione a est della Nato. L’espressione suggerisce qualcosa di attivo, di aggressivo, al limite di astuto – l’astuto conquistador occidentale. Ma facciamo un piccolo esperimento: giriamo sui talloni – di 180° per favore – e guardiamo la cosa da questa nuova prospettiva. Da questa nuova prospettiva non è più l’allargamento a est della Nato, ma la fuga precipitosa a ovest, il “si salvi chi può” delle nazioni che il destino ha piazzato lungo il confine russo e che sanno per esperienza cosa vuol dire. È un corri-corri a ripararsi “sotto l’ombrello della Nato” prima che la Russia si riprenda dalla sberla della disfatta del comunismo (e sulla disfatta, come su quelli che non sanno perdere, bisognerà che ci torniamo, prima o poi). Ma intanto: un errore ammetterle? Sarebbe stato più saggio lasciarle lì, pronte a essere ripappate e eventualmente – eventualmente – risputate in forma di formattati cuscinetti atti a rassicurare le paranoie della Grande Paranoica Anima Russa? E magari avevano delle idee loro su come volevano essere, cosa volevano diventare; idee in diversi casi non esattamente come le nostre; ma insomma, vediamo, una libertà…

Ma no: la Russia ha paura di essere invasa dalla Nato, quindi per lei è vitale che l’Ucraina rimanga neutrale. Leggi: controllata dalla Russia. Infatti l’Ucraina, che vorrebbe entrare nell’UE e nella Nato, non potrà farlo perché la Russia non lo permette, il che vuol dire che è controllata e interdetta dalla Russia. Ucraina condannata all’eterna minore età – insieme a numerose altre nazioni più o meno piccole, come non tarderemo a vedere.

Ma che cosa è più verosimile? Che la Nato attacchi la Russia scatenando una guerra nucleare, o che la Russia si pappi quello che le sta intorno? – cosa che sta facendo attualmente con l’Ucraina, la quale all’atto dell’indipendenza le aveva consegnato tutto l’arsenale nucleare. Che cosa è più verosimile? Che la Nato invada la Russia, o che la Russia, nuclearmente superiore alla Nato, e che si è già annessa motu proprio la Crimea, si annetta anche il resto, tutto il resto dei pesci più o meno piccoli che la circondano, perché vuole annetterselo – cioè per volontà di potenza? La Russia che ha festeggiato ieri l’anniversario di quella occupazione in uno stadio pieno di folla osannante, con un Presidente che rimarca che l’invasione dell’Ucraina è casualmente incominciata l’anniversario della nascita di “Fyodor Ushakov, leggendario ammiraglio di epoca zarista nato appunto il 24 febbraio che dal 2005 è santo patrono della flotta di bombardieri nucleari russi” (Il Fatto Quotidiano, qui).

Con questa gente abbiamo a che fare, e c’è chi dice che è colpa nostra, che non abbiamo usato le dovute cautele nei confronti della loro esacerbata suscettibilità di perdenti.

A proposito di perdenti, Eduard Limonov, esacerbato scrittore russo e cofondatore, con Alexandr Dugin (v. qui), del Partito Nazional-Bolscevico, nel maggio 2018 era a Milano, al Libraccio-Romolo, a presentare Zona industriale, la sua autobiografia dal 2003 in poi. Disse, fra le altre, un paio di cose che mi hanno colpito perché testimoniano veramente di un’altra prospettiva. Innanzitutto disse di stupirsi della russofobia dell’Occidente, dal momento che i russi erano venuti in Occidente solo due volte, ed entrambe per aiutarci contro due tiranni, intendendo Napoleone e Hitler; dopo di che, dopo averci aiutati, se ne erano andati lasciando soltanto qualche parolina qua e là, tipo ‘vodka’ e non ricordo più cosa altro. Allora: des deux l’une: o questo considerava tutti i paesi dell’est Europa non-Occidente – cioè di fatto Russia -, oppure pensava veramente che la Russia, nei paesi europei del blocco, si fosse limitata in quarant’anni a disseminare qualche anodina parolina.

[Anche che abbia fatto riferimento a Napoleone è un po’ strano. Napoleone è stato vissuto dall’Europa come un fenomeno assolutamente straordinario, non necessariamente bene accetto, ma non come un tiranno o un flagello; anzi, portava comunque il vento del nuovo – che i russi si sono ben guardati dal recepire. Nessuno, in Europa, metterebbe Napoleone di fianco a Hitler, o direbbe che i russi (e gli inglesi, e gli austriaci, e i prussiani…) ci hanno liberato da Napoleone.]

La seconda cosa abbastanza stupefacente che disse Limonov, fu che lui da tempo insisteva affinché la capitale fosse spostata molto più a est, perché Mosca è troppo vicina all’ovest. Disse “a otto [mi pare] ore dai vostri carri armati Nato“. Cioè, nel 2018, un attacco Nato alla Russia coi carri armati. No ma dico. Un po’ vintage come immaginario. E l’impressione, nel 2022, non è diversa: vecchio vecchio vecchio vecchio. Avranno anche i missili ipersonici, ma nella testa sono indietro di qualche secolo.

La Russia, dicevamo, più che essere invasa generalmente invade. Lasciando da parte il caso dei Mongoli (XIII-XV sec.), ormai molto lontano (ma i russi, come i fratelli serbi, pare abbiano una memoria da elefante), la Russia fu quel che si dice invasa soltanto da Napoleone e da Hitler. Napoleone invase anche Italia, Spagna, Germania, Impero, Svezia-Norvegia e sicuramente qualcosa mi scordo. Hitler invase anche Cecoslovacchia, Polonia (d’accordo con i russi), Ungheria, il resto dell’Europa dell’est, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Norvegia e sicuramente qualcosa mi scordo. Tuttavia nessuno di questi paesi soffre, come invece la Russia, di paranoia da invasione; cioè no, non proprio: i paesi dell’est un’invasione la temono eccome: quella russa, e si tutelano entrando nella Nato, se ci riescono.

Ma per chiuderla, perché potremmo andare avanti ore opponendo diritto a costrizione e autodeterminazione a schiavitù, c’è davvero qualcuno che nell’aggressione della Russia vede qualcosa di diverso da un intollerabile atto di prevaricazione e violenza?

Sì, c’è. Ci sono quelli che ragionano unicamente in termini di potenza, come se la potenza fosse l’unica cosa che regge il mondo. Poiché dunque la Russia post-sovietica ha ritrovato un’identità nell’ambizione di essere ancora una grande potenza, deve, per la legge delle potenze, dominare chi le sta vicino. Per questi teorici della potenza il mondo è uno scacchiere i cui pezzi si muovono secondo dinamiche inappellabili che essi interpretano con la sicumera di aruspici, ostentando scientifica indifferenza per il concreto, cioè i popoli coinvolti. Anzi no, sono molto sensibili: infatti consigliano al popolo ucraino di arrendersi, o meglio gli consigliano di essersi già arreso, per evitare ulteriori distruzioni e sofferenze, poiché contro la potenza non c’è lotta che tenga. L’idea che qualcuno, e in primis i politici, possa credere a quelle che per semplificare chiameremo ragioni ideali, gli pare di una risibile ingenuità. Anzi peggio: “una malattia spirituale“, per citare un aruspice della Bassa modenese.

Ma chissà, magari qualcuno affetto dalla “malattia spirituale” di amare le democrazie liberali e disposto a combattere per quello che considera un valore, e non soltanto un effetto passeggero di “potenza”, c’è ancora.

Chi volesse leggere un breve saggio, molto ben scritto e da persona più competente di me, qui.