DIMENTICARE MORESCO (I canti della lettrice indecisa)

Antonio_Moresco

 

CANTO DELLA LETTRICE INDECISA

Non so cosa fare, non so cosa pensare, è mezz’ora che cammino avanti e indietro davanti al grande portone della biblioteca dalle ante ripiegate, snodate, un po’ sbrindellate. Devo entrare? Non devo entrare? E una volta entrata, se mai dovessi entrare, se mi decidessi a oltrepassare con fare spavaldo e come se niente fosse lo sbarramento delle pance scoperte, tutte pelose, di quelli che fumano davanti al portone, e intanto si tolgono un filo di tabacco che gli è rimasto appiccicato al labbro, o in mezzo ai denti, scarugano per toglierlo e si accorgono che è un pelo dei baffi, o della barba biondiccia che sa di birra, di luppolo e malto e quella merda di muco di pesce che ci mettono perché faccia la schiuma, che ti servono in quelle birrerie tutte lordate, escrementate, con la birra che fa scik sciak sull’acciaio forato del bancone e l’orina che fa scik sciak sul cemento non forato dei cessi; e una volta entrata, se mai dovessi entrare, se avessi il coraggio di entrare, avrei poi quello di superare la donna cannone al banco delle informazioni che chiacchiera con la guardia giurata nana, alla quale hanno messo un panchetto dal lato del pubblico perché arrivi a vederla in faccia, avrei il coraggio di superarla e andare dritta al reparto narrativa italiana, incuneata fra gli scaffali cercare la lettera M con i miei occhi parallassici e disassati, e poi la sillaba Mo, e poi le altre lettere in ordine che ancora mancano e a quel punto infilarmi spasticamente gli occhiali non prima di aver rumato a lungo nella borsa per trovarli, e piegarmi infine fino alla prima mensola, fino alla mensola più bassa, fino alla mensola che è a cinque centimetri dal pavimento con la stoffa della veste che mi tira sulla pancia e sul culo e se mi piego ancora un po’ finisce che crepa con quel rumore di scoreggia che fa la stoffa tesa quando crepa e tutti che si voltano e mi guardano?

(300 pagine dopo) CANTO DELLA LETTRICE INDECISA

Non so cosa fare, non so cosa pensare, sono 300 pagine che cammino avanti e indietro davanti al grande portone della biblioteca dalle ante ruminate, disossate, un po’ allucinate. Devo leggere? Non devo leggere? Questo autore parla così bene di questo autore. Soprattutto ne parla bene questo autore, quello con lo sguardo abbassato, abbacinato, un po’ trasmigrato; egli, questo autore, parla davvero molto bene di questo autore. Leggerò? Non leggerò? Le venticinquemila sue pagine che ho letto finora fanno quell’odorino che esplode, che deflagra, come quando vuoti nel pentolino la busta di minestrina liofilizzata precocemente calva e a contatto con l’acqua si sveglia, imperversa; mescoli guardando distrattamente attraverso la parete di vetro i palazzi di vetro roteare, deflagrare, mentre la minestrina in ebollizione spara contro il soffitto scaracchi indelebili di astri, di pianeti. Opperò! dici aspirando conquistata l’odorino muschiato, copulante. Epperò a pagina quattromilatrecentoventisei ti accorgi che è sempre di quella: deflagrazioni quantistiche a scaracchi stampati su planisfero austro-boreale con integrazioni cosmiche ordinate appositamente dalle parti di Alfa Centauri. E lo sguardo ti corre alla foto sulla terza di copertina: ah! ach! argh e doppio argh! Ecco lì! Si spiega tutto! È tutto chiaro! È lì, è lì, è tutto lì: nella testa dell’autore che ti guarda un po’ gufata, disossata, con quella poltiglia radiografata del cervello tutta bene in vista, luminescente, come se l’avessero spalmata con quella cremina al fosforo da set di porno estremo, con tutte le lucine che si accendono e si spengono in punti diversi, a intermittenza, come i palloncini di Natale. Eccole le mappe stellari! Sono lì, nella minestrina alla bava fosforescente di anguilla che scik-sciacqua nel cranio dell’autore un po’ ossuto, inebriato! Ma allor, ma allor, ma allora! Ma quale universo irradiante, quale supernova! È solo un cervello spiaccicato con imbarazzanti esternazioni psicochimiche da fuoco fatuo! Una cagata precocemente calva con supercazzola a tre rimbalzi, ecco cos’è!

Eppur eppur eppure. Non per niente sono la lettrice indecisa, quella che teme di non riconoscere il capolavoro, di arrivare tardi per lo sfondamento, l’inveramento; quella che ha paura di rimanere indietro in un universo usaegettato, tutto consumato; un universo da poveri stronzi, veramente, mentre gli altri vanno avanti a fondare ciò che tanto si fonda da solo perché fonda in quanto sfonda. Le viene il dubbio alla lettrice indecisa, mi viene il dubbio che nelle quarantatremilaseicento pagine che ancora non ho letto avvenga precisamente l’apoteosi e l’apocolocintosi, ma anche l’epifania, la teofania, la crestomazia e financo la cristomimesi dell’autore, nonché la sua assunzione nell’empireo degli spiriti magni sicché Dante scalerà di un posto fra cotanto senno.

Ho deciso! Andrò, entrerò, leggerò! Mi insinuerò con destrezza fra le pance di quelli che masticano tabacco davanti al portone cercando di staccarsi peli di barba che odorano di orina al luppolo, oltrepasserò la donna cannone precocemente calva e il poliziotto privato di statura nana che volterà la schiena al pubblico e non vedrà passare il terrorista palmipede armato di fucile da sub con fiocina innestata, mi dirigerò alla sezione narrativa italiana e fra gli scaffali aguzzerò i miei occhi ventriloqui e disossati alla ricerca prima della lettera M, poi della sillaba Mo e poi delle altre lettere ancora mancanti in debito ordine, tenderò fino a farla crepare la stoffa della veste sulla pancia e sul culo allungandomi penosamente piegata in due verso l’ultima mensola a cinque centimetri dal suolo, sentirò la goccia (ploc!) che cadrà sul dorso della mano protesa a afferrare il capolavoro di quaranttrimilsinqsent pagine robustamente rilegato in cartapesta armata. Riplòc! Leverò gli occhi al soffitto e constaterò che nella parte inferiore di un grosso tubo ingessato, un po’ curvato, fisarmonicato, si allargherà una macchia marroncina da cui cadrà ritmicamente una goccia di liquido uretrale o ureterale che dir si voglia, contenente però anche materia fecale, il tutto proveniente dallo scarico dei cessi della biblioteca. Aaargh! esclamerò ritirando fulmineamente la mano che stringe il capolavoro rilegato in cartapesta armata, la quale essendo ignifuga, idrofoba ma anche idrovora, catramata e per maggior sicurezza ricoperta di carta stagnola non avrà riportato danni. Quanto al libro propriamente detto, al malloppo delle quaranttrimilsinqsent pagine, esso avrà golosamente ingurgitato la simpatetica sostanza piovutagli in dono dall’alto. Slurp.

(450 pagine dopo) CANTO DELLA LETTRICE CHE SI È DECISA

Sto leggendo, sto avanzando in questa poltiglia, in questa melma, dev’essere esplosa una fossa settica, debordata una fogna, esondata una chiavica, devo issarmi sui trampoli, farmi strada manovrando i pali, scif sciaf, ma che cos’è, sembra il paiolo del sanguinaccio, un po’ di pangrattato per favore, le mensole dei trampoli sono tutte scivolose, agglutinate, sento dei grumi, sotto le suole, che scoppiano come grappoli di uova di pesce, sensazioni tattili, sensazioni olfattive, suoni quasi niente, l’autore dev’essere un po’ sordo, e non ci vede nemmeno tanto secondo me, le cose le vede proprio quando gli arrivano addosso, un attimo prima che gli arrivino addosso, iperdimensionate, spampanate, tutte sfarfallate. Io però non mi arrendo, vado avanti, ho superato le prime quindici, venti pagine spompinate, tutte cincischiate, un po’ incaccolate; si vede che sono state lette, che le hanno lette in tanti e magari anche la guardia giurata nana che è salita sull’ultimo gradino del panchetto per tenere i gomiti sul bancone, e il libro aperto in mezzo ai gomiti, e ogni tanto ne toglie uno per sistemarsi la patta e sospira e legge quelle dieci, venti righe aspettando che la donna cannone torni dalla toilette delle donne cannone al pianterreno, legge tutto intento quelle dieci, venti righe e non vede che gli passa dietro la schiena il terrorista travestito da soldato romano armato della lancia di Longino precocemente calva. Io intanto vado avanti, ho superato le prime pagine scosciate, sverginate, che se ne stanno lì a gambe aperte, bagnate dalla saliva di quelli che si leccano il dito per girarle, le ho superate e sono arrivata alle consorelle pudiche, che non vogliono staccarsi, che non vogliono spalancarsi, pagine mai toccate da mano, mai sfiorate da sguardo, intatte come appena uscite dallo stampatore. Io non mi sono arresa, non sono tornata indietro, non ho riconsegnato il libro all’impiegata di biblioteca che lo ha messo nel cesto lì di fianco come se niente fosse, come un libro qualsiasi da ricollocare a scaffale, o magari anche un po’ più vicino, un po’ più comodo alla guardia giurata per buttarci l’occhio quelle venti, trenta righe, mentre aspetta che la donna cannone precocemente calva torni dalla toilette delle donne cannone al pianterreno. Io sono andata avanti muovendomi sui trampoli fra intestini lacerati, vagine sfasciate, buchi del culo che non ne parliamo, cazzi di plexiglas, rostri, coccodrilli da monta, serpenti microchippati, donne avvolte nella carta stagnola col gambo di sedano in bocca e molte altre cose ancora, finché alla prima conclusione provvisoriamente definitiva ho lanciato il tomo dalla finestra. “Aaaargh!!” ho esclamato subito dopo affacciandomi, “e se sotto non c’è il camion del traslocatore?” Non c’era infatti, ma in quel momento è passato l’uomo che pesta le merde e inavvertitamente ha messo un piede sul libro dell’autore; dalla finestra l’ho visto che continuava la sua strada, zoppicando perché il libro gli era rimasto appiccicato all’escremento che porta sempre spiattellato sotto la suola.

“E mo’ come faccio”, mi disperavo, “a restituirlo alla biblioteca? Come faccio che non posso neanche ricomprarlo perché è esaurito, esauritissssimo! E chissà quando glielo ristampano, adesso che ha cambiato editore appositamente per farsi trombare allo Strega! Che bel pasticcio che ho combinato!” “Va be’ non fa niente”, mi sono detta dopo un po’ asciugandomi una lacrima e mezza, “mal che vada glielo riscrivo.”