TOM

 Questa è una storia che doveva diventare come Tom Sawyer, soltanto che i tempi sono cambiati. Ma più che un fatto di tempi è forse un fatto di luoghi, perché i luoghi, in effetti, non sono quelli. Sono tanto poco quelli che invece di St. Petersburg lungo le rive del Mississippi, con le piane ondulate del Missouri alle spalle, abbiamo un paesino stretto fra un torrente e le colline; così stretto che quando c’è stato bisogno di una nuova strada non si sapeva dove farla.

C’era però fuori dal paese, andando verso la pianura, una pieve molto, molto, molto antica; e ci fu anche, dentro al paese, una maestra che molto, molto, molto tempo prima che si parlasse di Piano dell’Offerta Formativa organizzava ogni sorta di visite atte a confrontare gli alunni con le realtà del territorio. Visitarono, nei cinque anni delle elementari, una cartiera, una fabbrica di lana di roccia, la Bormioli, l’ultima anziana del paese che tesseva con l’ultimo telaio a mano, una fabbrica di marmellate e conserve che si chiamava Althea come la fidanzata dell’ispettore Ginko, varie altre cose che non ricordo e anche la famosa pieve.

Dai tempi che i Longobardi si erano convertiti al cristianesimo c’era sempre stata una chiesa su questo dosso nel mezzo di terreni acquitrinosi; però, a causa della povertà degli abitanti, la chiesa era costruita male, finiva che ogni due o trecento anni cadeva a pezzi, dunque bisognava restaurarla, però non c’erano soldi, allora la si restaurava male, dopo un po’ cadeva di nuovo a pezzi, e così via. Una storia triste; molto consona al paese però; molto in linea.

Quando fu visitata dalla classe della maestra era da qualche tempo in disuso. Benché si trovasse poco fuori dal borgo e fosse facilmente raggiungibile a piedi o in bicicletta, forse perché si nascondeva, per la vergogna, dietro alcune bruttissime e miserrime case coloniche, finiva che per vederla bisognava proprio andarla a cercare e la maggior parte della gente, soprattutto fra i più giovani, pur avendone spesso sentito parlare non l’aveva mai vista. Questo le aveva conferito negli anni uno statuto quasi di chiesa fantasma, nel senso che quando ci si trovava di fronte ai muri intonacati di arancione sbiadito o alla facciata con quel timpano da barocco messicano, si aveva la netta sensazione che la pieve non potesse essere tutta lì; che questa fosse, in realtà, la parte insignificante e visibile ma che ci dovesse essere dell’altro, qualcosa di non ben definito, un’aura o magari una propaggine nel terreno, come d’altro canto sembravano indicare le iscrizioni sepolcrali sullo zoccolo della facciata. E la nonna di Tom, non diceva forse che c’era una galleria sotto la pieve, un passaggio attraverso il quale i grassi canonici scappavano quando la chiesa era attaccata dai masnadieri?

A casa di Tom se una cosa era stata raccontata da un membro della famiglia era considerata vera e non ci si preoccupava di accertarne l’esatta collocazione temporale, le circostanze, la plausibilità, l’eventuale conferma da parte di altri testimoni, le fonti dell’informazione. E bisogna pure tener presente che, soggettivamente parlando e quindi per Tom, era passato meno tempo fra la conversione dei Longobardi e le uscite scolastiche con la maestra, che non fra quelle e i giorni nostri.

La visita alla pieve è tutto sommato una delusione: nemmeno le reliquie di San Celestino hanno visto, il teschio di cui parla sempre sua nonna e che Tom si è immaginato così vividamente che negli anni a venire non sarà mai del tutto sicuro di non averlo visto, invece. Ma forse si confonde con quelle altre ossa, quelle che per un po’ sono state in una cassetta di legno dietro un confessionale della cappella del cimitero; ci sono state per un po’ e lui ogni tanto andava a guardarle: ossa lunghe e nere come bastoni però, femori più che altro.

No insomma, non hanno visto niente, a parte una torre campanaria dal tetto sfondato e banchi mangiati dai tarli; non hanno visto niente eppure Tom non si dà per vinto. Fuori la maestra chiacchiera con le altre maestre e gli assesta di sbieco qualche occhiata malevola, perché l’antipatia le si esaspera talvolta in un parossismo di antipatia e in qualcosa di molto simile all’odio che deve pur farsi strada e sfogarsi; i ragazzini corrono sul prato bitorzoluto e stentato, ma Tom elabora un piano. Lui ha percepito l’aura; cammina su e giù davanti alla facciata intorpidita dall’intonaco, davanti alle iscrizioni sepolcrali che vibrano, si rende conto che c’è un lavoro da fare. Bisogna ritrovarla, questa cosa che c’è in giro fra le spighe di gramigna e non è certo la merdata sconsolata che hanno visto stamattina. Bisogna riportarla alla luce, entrarci.

Tom organizza una squadra. Non si dilunga sulla necessità del lavoro, che non è in grado di spiegare; punta più che altro sull’avventura, sulla possibilità di un’avventura. Ci sono luoghi segreti, inesplorati; il borgo è pieno di luoghi segreti e inesplorati, basta seguire le tracce, basta stare a sentire cosa dicono i vecchi, i molto anziani. Parla del passaggio sotto la pieve, che sbuca chissà dove; quello però è troppo difficile per loro, un progetto troppo ambizioso. Certo, la cosa più immediata e promettente sarebbe lavorare intorno alla chiesa, ma la chiesa è sprangata e le case dei contadini, intorno, incombenti. E poi ha questa particolarità di scomparire non appena le si voltano le spalle; Tom non è sicuro che la ritroverebbero, comunque.

Ma ci sono cose più facili, luoghi più accessibili. Tom immagina di stilare un elenco, di mappare il territorio dentro e intorno al paese. Al momento l’elenco contiene una sola voce, ma non è un problema, basta interrogare abilmente la nonna, portarla astutamente sul discorso. C’è, per esempio, la storia della nana che è saltata nella siepe. Questa è una cosa sicura, una cosa che è successa all’Emma. L’Emma è una cognata della nonna, una che è morta da moltissimo tempo, da tanto di quel tempo che le ossa nella cassetta dietro il confessionale, al cimitero, potrebbero anche essere le sue; ma comunque la storia della nana l’ha raccontata lei alla nonna, alla nonna e a tutti quelli che volevano sentirla. Dunque l’Emma, che da sposata abitava sopra la Branzana, di sera andava a trovare i suoi che stavano invece alla Croce. Dalla Croce alla Branzana sono tutte colline, campi e carraie. Dunque una sera che era buio pesto e l’Emma se ne tornava a casa alla Branzana si vede improvvisamente camminare a fianco, nella carraia, una donnina nana mai vista né conosciuta e che di sicuro non è di quelle parti. L’Emma è una donna alta, robusta, che non ha paura di niente e di nessuno; però la donnina la inquieta, non c’è che dire. Sta giusto per rivolgerle la parola e chiederle chi è e da dove viene, quando la nana senza il minimo preavviso salta nella siepe e scompare.

Se si riuscisse a stabilire con sufficiente approssimazione in quale punto della siepe è saltata, è facile che scavando si potrebbe trovare qualcosa di interessante, di questo Tom è abbastanza sicuro, tanto più che nella sua testa la storia della nana si confonde un po’ con quella della Mano d’Oro, per la quale però non ci sono testimoni in famiglia. Qui un tizio vede una mano d’oro che gli indica qualcosa in una siepe. Scava e trova un tesoro, e questo fu l’inizio della ricchezza dei Manodori. Oppure, Tom non ricorda più bene, il tizio vede una palla d’oro, o un sfera di fuoco, saltar fuori da una siepe. Scava e trova un tesoro e in mezzo al tesoro c’è una mano d’oro massiccio, per questo si chiamano Manodori. E queste storie hanno indubbiamente qualcosa in comune con una terza, perché anche lì c’è dell’oro, c’è qualcuno che cammina lungo una carraia, e se c’è una carraia di sicuro c’è anche una siepe. La terza storia si svolge al tempo che vennero giù i Francesi, e i frati del convento di Montefrontone scappavano perché avevano paura dei Francesi che odiavano i preti, le suore e tutte le cose della religione. Allora un contadino camminava lungo una carraia e fu superato da un frate che scappava a cavallo di gran carriera e mentre appunto scappava di gran carriera gli cadde una bisaccia da cui uscirono delle monete d’oro. Il contadino si china a raccoglierla, ma il monaco torna indietro, gli dà una scudisciata, recupera la bisaccia e riprende la fuga dicendo vattene via brutto villano, questa non è roba per te o qualcosa del genere. Ciò che affascinava Tom in questa storia erano l’immagine del frate che fuggiva a cavallo col saio arrotolato fin sopra le ginocchia, e il particolare della scudisciata. È sicuro che tutto ciò ha qualcosa di diabolico.

Ma tornando a noi, la storia della Mano d’Oro e quella del frate diabolico non sono ora di alcun uso per Tom, seppure invece il convento di Montefrontone, abbandonato da tempo e frequentato soltanto da profanatori di tombe, potrebbe apparire interessante.

E qui dobbiamo fermarci un attimo e chiederci, nuovamente e più di preciso: che cosa cerca Tom? Non un tesoro, su questo punto è abbastanza realista. Di sicuro cerca l’avventura, la quale comporta, essenzialmente o accidentalmente, il ritrovamento di armi, ossa, monete, oggetti vetusti e sconosciuti. Ma soprattutto bisogna considerare che l’impresa, fin dall’inizio, è plurale, è collegata con l’idea di un catalogo; bisogna considerare che quando Tom l’ha concepita, girovagando davanti alla pieve, essa gli è apparsa, nella sua forma più definita, come un quaderno a quadretti in cui vengono iscritti dei luoghi; bisogna considerare che questi luoghi sono immaginati dentro e tutt’attorno al paese, sono immaginati delimitarlo, trapuntarne il territorio; e da tutto ciò bisogna, in ultimo, dedurre che Tom voglia trasformarlo, che voglia vederlo in un’altra luce, che così com’è non gli vada affatto bene, che tenti di sovrapporgli un’altra immagine, un altro territorio, un altro paese; qualcosa che percepisce soltanto lui, e per di più in modo poco chiaro; qualcosa che gli ha alitato addosso stamattina; un soffio perso fra le iscrizioni tombali e gli steli intirizziti di gramigna.

È questo, in effetti, che irrita in Tom: questo suo fare come se vedesse le cose diversamente da come le vedono gli altri; come se quello che vedono gli altri non gli andasse bene; che so, non fosse abbastanza buono per lui. Irritante, non c’è che dire; e infatti la maestra è irritata, profondamente irritata, e l’irritazione divampa talvolta in una fiammata d’odio che fatica a controllare.

Ma chi si crede di essere questo stronzetto? Cosa crede di sapere?

Be’ intanto sa, perché glielo ha detto sua nonna, che nelle mura del castello c’è un buco. Non che sia un segreto: infatti lo si vede da sotto, a guardar bene, a saper dove guardare; lo si vede nonostante i rovi e i rampicanti che hanno invaso tutto; però di fatto nessuno ci guarda. È una parte impervia, lontana anche dalla scarpata dove si getta istituzionalmente l’immondizia. E non è nemmeno che questo buco nelle mura non sia mai stato visitato. Al contrario: dice sua nonna che qualcuno c’è andato, ci ha trovato ossa e palle di cannone. Ma è stato moltissimo tempo fa, e chissà poi se questi tizi hanno guardato bene, o magari si sono stufati di portar fuori ossa e palle di cannone e ci hanno lasciato qualcosa.

Le mura del castello sono in uno stato pietoso, anzi, le mura vere e proprie non ci sono quasi più; sono rotolate giù, oppure sono state ingoiate dall’argilla. Quello che rimane è più che altro il terrapieno alto sopra il livello del fiume. È un luogo di rovi e di rifiuti e sopra c’è la rocca, che assomiglia a tutte le povere rocche di questa parte di montagna.

Questo è il luogo che, per primo, viene idealmente iscritto nel quaderno a quadretti, il primo che è venuto in mente a Tom là, nel prato stentato davanti alla pieve. Non dovrebbe essere impossibile raggiungerlo. Un pomeriggio, dopo la scuola, la squadra se ne sta a naso all’aria a rimirare l’apertura che forse, ma non è sicuro, occhieggia da dietro una cortina di rovi. La parete in cui si trova è quasi verticale; soltanto nell’ultimissimo tratto però: prima la scarpata è scoscesa e accidentata ma tutto sommato percorribile. Loro la guardano da sotto, dalla parte del fiume, da fuori dell’abitato. Lì c’è una strada bianca che fa una larga curva, si allontana verso il greto, in direzione del lavatoio che però è quasi sempre deserto perché le donne non vanno più con cesti e carretti a lavare alla roggia. Nella strada non passa praticamente nessuno, dovrebbero poter procedere indisturbati. Non si sono portati niente, né corde né rampini né bastoni, e se questo tradisce da un lato una certa disorganizzazione e velleitarietà, denota dall’altro il carattere ideale dell’impresa: uno sforzo dello spirito più che della tecnica, la pretesa di piegare la realtà all’idea; che, se in fondo sa che è destinata a fallire, sa anche che in ogni modo non saranno corde e rampini a salvarla. Comunque cominciano a salire; cominciano a salire e vanno su anche benino, barcollando sui sassi nascosti dalla vegetazione, afferrandosi ai rampicanti, graffiandosi coraggiosamente in mezzo ai rovi. Arrivano in punti in cui non possono proseguire, sono costretti a tornare indietro, a cercare altri percorsi; sono quasi alla base del muro verticale. Il motore di una macchina li costringe a girarsi, a disagio. È una vecchissima due cavalli che vien giù dalla discesa, fa la curva di spinta e prosegue anche, ma poi si ferma, lentamente, come se il conducente non avesse frenato ma spento il motore e messo in folle. Ne esce uno magro, ossuto, un po’ biondo, un po’ bianco, un po’ pallido. Loro lo conoscono: è uno detto Galèina, forse per il collo magro di gallina, forse per un che di ruspante. Ha un canile o qualcosa del genere giù nel fiume. Scende dalla macchina, si sbraccia e urla:

Gnî sò de d’lè![1]

E ancora:

Gnî sò de d’lè!

Quando li vede quasi in fondo alla scarpata sale in macchina e riparte, come se sapesse perfettamente che non ci riproveranno, che è andata, che è finita, che la realtà ha ripreso i suoi diritti se mai li aveva ceduti; che, per quel che riguarda Tom, la sua sfasatura rispetto al reale omologato intersoggettivo rimarrà una sfasatura e basta. Che d’ora in poi inutilmente egli tenterà di imporgli il suo idioletto.


[1] Venite giù di lì!

IL PURGATORIO

Questo è un vecchio racconto

Sono una persona tranquilla, amante della quiete e della natura. Purtroppo la vita mi ha portato ad abitare quasi sempre in case rumorose, affacciate su strade di grande traffico. A volte mi prende ancora la rabbia e la frenesia di fuga, ma con gli anni si attenuano e lasciano il posto a una specie di rassegnazione.

Una volta però, ricordo, ero deciso, decisissimo a comprare una casetta in campagna. Era una di quelle volte in cui il desiderio si impone e travalica i limiti del fattibile. La mia intenzione di cambiar casa era fermissima e profonda; inferiore in fermezza soltanto alla convinzione, più profonda, che non ci sarei mai riuscito. E come avrei potuto? Non avevo un soldo.

Mi davo tuttavia un gran daffare. Sfogliavo giornali di annunci e cataloghi di agenzie immobiliari, mi informai perfino presso varie banche delle condizioni dei mutui. Quando trovavo un annuncio che corrispondeva più o meno alla mia idea di prezzo (il che avveniva di rado, giacché la mia idea di prezzo restringeva enormemente il campo delle possibilità), telefonavo. Già al primo incontro, com’era inevitabile, gli agenti immobiliari si rendevano conto della situazione e diventavano sgradevoli. O forse mi immaginavo che vedessero dentro le mie tasche e diventassero sgradevoli. In ogni caso non posso dargli torto e ammetto volentieri che non è corretto far perdere tempo alla gente per soddisfare una fantasia. Perché di fantasia si trattava, e io giocavo a far finta di potermi comprare una casa.

Così cambiai metodo: invece di scorrere gli annunci, vagabondavo per la campagna a piedi, in bicicletta, talvolta anche in macchina, alla ricerca di casolari disabitati, sufficientemente decrepiti da suggerire un prezzo accessibile.

Presto questo metodo mi piacque assai più del primo. Intanto, procrastinava indefinitamente l’annichilimento ad opera dell’agente immobiliare; ma soprattutto aveva un effetto esaltante: era come una caccia al tesoro, regolata unicamente dal caso. E ogni urgenza era abolita. Circostanze negative, come cavi dell’alta tensione a qualche metro dal tetto, venivano lungamente dibattuti. Ma c’erano tre alberi, su un lato, che rimandavano a un’epoca favolosa; e la strada, in fondo, faceva una curva attorno a una torre, o a un bastione, e dove andasse dopo la curva nessuno lo sapeva. Queste, naturalmente, erano qualità preziose.

Il piacere della ricerca soppiantava la necessità di trovare. Non che avessi rinunciato del tutto; c’è però da dire che il nuovo stato di esaltazione peggiorava le cose e mi faceva perdere quel poco di senso della realtà che ancora possedevo. Ricordo di aver trascinato mio cugino (il quale per l’appunto ha un’agenzia immobiliare) a osservare da lontano un rudere promettente, che oltretutto offriva il vantaggio di confinare con l’esteso e curatissimo terreno del locale club di golf – con un’area, insomma, che non sarebbe mai stata fabbricabile. Invano mio cugino cercò di suggerirmi con tatto che tale prossimità ne avrebbe sicuramente fatto lievitare il prezzo oltre ogni ragionevolezza. Mi meravigliai che nei giorni seguenti non si precipitasse a raccogliere informazioni e a sostanziare con esse il mio ben ponderato disegno. Tanto ho sempre creduto, in fondo, che fosse la realtà a doversi adeguare all’immaginazione e non viceversa.

Lo incontrai comunque (mio cugino, intendo) qualche tempo dopo davanti al bar. Più che altro per far vedere che avevo anch’io qualcosa da dire, gli chiesi se sapeva a chi appartenesse una certa casa, una casa da contadini, disabitata secondo ogni apparenza, o forse usata come fienile e ricovero per le macchine agricole, che si trovava proprio alle pendici delle colline spoglie, di qua dal fiume, quasi già nel territorio di Compiano.

Mio cugino mi guardava, perplesso:

«Una casa colonica isolata, a sinistra della provinciale? Non ho presente…»

Mi sforzai di fornire altri riferimenti: la stagionatura dei prosciutti, la strada, più in alto, verso Predosa. Niente da fare; mio cugino scuoteva la testa: non aveva presente.

Me ne andai con la convinzione che volesse di proposito ostacolare ogni mio progetto. Ero deluso. Mi pareva che se solo avessi avuto il nome del proprietario mi sarei precipitato a trattare l’acquisto. Naturalmente, a un altro livello di coscienza, ero sollevato di non essere obbligato a farlo; provavo anche una certa soddisfazione per la relativa invisibilità della casa: era ben nascosta, non rischiavo di farmela soffiare da qualcuno più deciso, o più abbiente, di me.

Nascosta, in verità, la casa non lo era per niente. Stava, come avevo detto a mio cugino, a metà costa di una serie di colline brulle, separate dal fiume da una larga striscia disordinata in cui si vedevano, al di qua della provinciale, edifici accigliati, pieni di sospetto, baracche di lamiera, allevamenti di cani o cavie. La casa era costruita su un pendio piuttosto scosceso, in modo che quello che a valle era il primo piano si trovava a essere, a monte, il piano terra. Era una casa alta, robusta, quasi tutta di sasso grigio; faceva un’impressione di austerità e di forza.

Così un pomeriggio senza sole mi trovai a calpestare la carraia che assomigliava al letto secco di un torrente. L’argilla era dilavata, affioravano grossi sassi, a toccarli col piede si staccavano e rotolavano a valle. Lo trovai corretto: in fin dei conti stavo invadendo una proprietà altrui; era come se il rischio di rompermi qualche osso mi guadagnasse il diritto di vedere la casa più da vicino. Sbucai davanti al portico per il ricovero dei macchinari, in un angolo un uscio di ferro che strisciava sul cemento e dava in un seminterrato quasi buio. C’erano damigiane con i cesti sfatti, bottiglie vuote sulle assi, ma anche la scala verso il piano superiore.

Mi trovai in un vestibolo del tutto insolito: interamente rivestito di un bel legno di colore caldo, come se fossi passato in un altro paese o in un’altra epoca della mia vita. Spinsi una porta e mi trovai in uno stanzone. Le finestre erano sprangate; tuttavia alla luce di alcune candele potei vedere che era occupato in fondo da un lungo bancone, ingombro, a quel che mi parve, di mazzi di erbe seccate. Dietro il bancone c’era un uomo con uno strano berretto di velluto viola, intento a scrivere su un grosso registro. Chissà perché pensai che stesse catalogando le erbe secche di cui era disseminato il ripiano del banco. Vedendomi entrare sollevò lo sguardo dal registro e disse, senza alcuna sorpresa:

«Buongiorno. È venuto per la casa?»

Io ero allibito; ma la domanda era così pertinente che non potei fare a meno di annuire, e l’uomo mi indicò, con la penna, una porta.

Fui un attimo perplesso: secondo la mia percezione del luogo quello doveva essere un muro perimetrale. Non poteva esserci una stanza al di là. Tuttavia il gesto dell’uomo era così perentorio che mi avviai verso la porta. La aprii cautamente, aspettandomi di trovare il vuoto.

Che sciocco, mi dissi un attimo dopo, certo che la porta dà sull’esterno, ma da questa parte il fianco della collina è più alto, quindi siamo al livello del terreno.

C’era appena un gradino e subito dopo un boschetto di faggi e quercioli che doveva normalmente essere nascosto dalla casa, infatti non ricordavo di averlo mai notato. Feci qualche passo fra gli alberi; il suolo scompariva sotto le foglie secche di quercia, i tronchi dei faggi erano picchiettati di verde; non c’era sole, l’aria era tranquilla. Mi accorsi che avevo sulle spalle una specie di tappetino che assomigliava vagamente a un tappetino da preghiera ebraico. Ne fui contento: non faceva affatto freddo, anzi, la temperatura era ideale; ma il tappetino mi avrebbe protetto dall’umidità della sera. Si avvicinava il crepuscolo.

Sollevai lo sguardo e capii cosa aveva voluto dire l’uomo dello stanzone: dall’altra parte di un piccolo avvallamento, asciutto e pieno di foglie secche, c’era una casetta straordinaria. Era di dimensioni lillipuziane, poco più alta di un uomo se ben ricordo, ma per il resto perfetta. Così dunque le case erano due, e quella grande, grigia, severa, era soltanto l’accesso a questa.

Era come se la casetta fosse già mia. Me ne rallegrai, mentre giravo intorno lo sguardo e non trovavo difetto alcuno nei tronchi dei faggi e delle querce, nei ceppi coperti di muschio, nel pavimento di foglie lucide e secche, nell’aria tranquilla. Stavo bene, non c’è che dire, stavo proprio bene. Il vecchio disagio, comparso chissà quando e che non se ne andrà, si sentiva appena; e in ogni caso non c’era nulla che si potesse fare, tanto valeva essere sereni, come l’aria mite fra gli alberi.

A una delle finestre – ce n’erano due, incorniciate da rami curvi – vidi mio figlio. Forse non l’ho detto: ho un figlio, che ora è adulto, ma all’epoca era poco più di un ragazzo. Quasi nello stesso momento udii il rumore complicato della finestra che si chiudeva.

«Aspetta!» gridai. «Non chiudermi fuori!»

Lui rise:

«Ma no, sto solo chiudendo la finestra».

Vidi che mi comportavo con lui come mio padre – un vecchio decrepito allora – si comportava con me: lo stesso modo querulo, ossessionato da prudenze e precauzioni. Vidi anche che non gli ero più necessario. Incrociai sul petto i lembi del tappetino: di nuovo non c’era nulla che si potesse fare e fu con mestizia, ma con serena mestizia, che dissi fra me: I figli! Durano giusto dieci anni.

Non so perché pensai “dieci anni”, ma questo è il numero di anni che pensai.

In realtà non lo pensai: lo dissi ad alta voce perché lì intorno, nel fossato pieno di foglie, c’erano mio fratello e mia sorella. Ne fui leggermente infastidito dal momento che abbiamo opinioni diverse su quasi tutto. Temevo che, come era loro abitudine, si mettessero a criticare la casetta che volevo comprare. Alla mia osservazione sui figli annuirono con un sorriso cortese. Era evidente che non gliene importava nulla; o forse constatavano soltanto, con un’alzata di spalle, qualcosa che avevano visto venire. C’era anche mio padre. Come sempre quando voleva a tutti i costi superare un momento di imbarazzo si mise a parlare a voce troppo alta, come un cieco che si metta a picchiare le mani sulla tavola, rovesciando piatti e bicchieri, perché non gli piace la piega che ha preso la conversazione.

Tuttavia l’aria continuava a essere mite, i tronchi picchiettati di verde e le foglie di quercia lucide e pulite. Mi girai verso la casetta; mio figlio non c’era più. Mi resi conto che non sapevo dov’era e che sarebbe stato molto difficile, forse impossibile, raggiungerlo. Di colpo la serenità dell’aria, del bosco e delle foglie mi divenne insopportabile. Mi girai di scatto, temendo che la porta dalla quale ero venuto fosse scomparsa. C’era ancora invece, a una certa distanza. Corsi, terrorizzato dal pozzo di irrealtà in cui ero precipitato.

L’uomo dal berretto di velluto era al suo posto dietro il bancone; mi guardò con un sopracciglio inarcato come se fosse sorpreso, o forse contrariato, di vedermi tornare. Attraversai la stanza con pochi passi decisi.

«Può dirmi» lo affrontai risolutamente «che cos’era quello?» e indicai in direzione della porta.

L’uomo mi guardò con un sorriso incredulo, come se non si capacitasse che non avessi capito:

«Ma, mio caro signore» rispose, «quello è il suo Purgatorio».

Sono passati diversi anni da allora, e non sempre ricordo cosa avesse voluto dire. Ma allora capii immediatamente e le sue parole mi apparvero evidenti, illuminanti, indubitabili. Mi sentii perduto; ricordo che sgranai gli occhi ed esclamai:

«E il mio Paradiso allora? Dov’è il mio Paradiso?»

Di nuovo l’uomo sorrise. Doveva essere rosso di capelli sotto quel suo berretto viola, perché la pelle del viso e delle mani era straordinariamente pallida e disseminata di lentiggini color crusca.

«Questo, signore», rispose gentilmente, «deve saperlo lei».

La mia vita non è mutata. Non ho scoperto dov’è il mio Paradiso. Come ho detto, ho rinunciato al progetto di cambiar casa. Quando, passando, ne vedo una che mi attira, la guardo con piacere e una vena di scetticismo. Faccio lunghe passeggiate, a piedi o in bicicletta. Ma evito il sentiero che porta alle colline brulle sotto la strada di Predosa.

AUTUNNO (GENERAZIONI)

Sul sentiero le confuse alternative delle foglie morte. Morte come i morti che sono morti, bruciati marciti spolpati anneriti – improbabile che risorgano. Pensa anche l’imbarazzo: il bisnonno e la bisnonna mai conosciuti, e dovresti pur scambiarci quattro parole.

A meno che anche fra i risorti non si ripieghi sull’infinita convenzionalità della comunicazione. Per forza: la discesa (o ascesa) verso uno spazio dell’autenticità naufraga contro il bisogno di considerazione (Geltungsbedürfnis). Non per vizio o cattiveria, ma perché siamo individui e l’individuo deve distinguersi. Se non si distinguesse non sarebbe individuo.

Chi crede che il suo io funzioni diversamente, o è sciocco, o è in malafede. La buona educazione consiste nel moderare, e possibilmente nascondere, il bisogno di centralità dell’io, sein Geltungsbedürfnis. Ma se, dissimulandolo, l’educazione rende l’interazione sociale più gradevole, per quanto lo nasconda non può eliminarlo[1]. E per quanto educatamente lo si tenga a bada, il bisogno di considerazione elude il controllo e si manifesta con commovente spontaneità nel lampo dello sguardo quando qualcuno, a torto o a ragione, pensa che si stia per lodarlo.

Per quello che so della mia bisnonna – ed è estremamente poco – poteva ben essere un individuo quasi totalmente privo di Geltungsbedürfnis. «Mia madre era una santa» pare dicesse il nonno. Potrei credergli: una santa non beatificata, non calendarizzata – una santa laica, il suo sentito cattolicesimo del tutto accidentale. Nessun rischio, con lei, di convenzionalità nella comunicazione. Ma che direbbe anche? Nulla. Sorriderebbe mestamente e basta.

Sante così devono essercene state. Santi, al maschile, ho qualche dubbio. Ma chi lo sa. Magari uno l’ho incontrato oggi.

Oggi pomeriggio, un po’ sul tardi, già passate le quattro, ho fatto un giro in collina col cane. Il sole era andato, nebbiolina, sentieri coperti di foglie morte. Verso la dimora che fu dei bisnonni, precisamente. Non un’anima viva. A sinistra c’è una casa che fino a poco tempo fa era abitata, col bel tempo c’era sempre qualcuno sull’uscio. Adesso porte e finestre sprangate, fa tristezza. Che fine hanno fatto gli abitanti? Erano meridionali, e anziani. Forse sono tornati in Meridione. Una volta c’era una di loro sul sentiero, che raccoglieva qualcosa dalla riva. Siccome non riuscivo a scorgere nulla di commestibile le ho chiesto cosa raccogliesse. «Asparagi selvatici» ha detto, e me ne ha mostrato un pugno: lunghi, storti e sottili. «E sono buoni?» «Buonissimi!» «Lei come li cucina?» «Io», dice lei di spinta, come se di colpo si decidesse a confidarti qualcosa di molto personale, «faccio una frittata. È buona. Davvero».

Un po’ più avanti, a destra, in un campetto sul pendio, un tizio su una piccola scavatrice sta facendo uno scasso largo e lungo fra due filari di viti. Mi fermo a guardare. Profondo anche. Ma che fa? Proprio non capisco. È il tizio dei cinghiali? Dovrebbe essere lui, il campo è il suo. Però mi dà le spalle quindi non posso essere sicura. E magari non lo riconoscerei nemmeno.

È stato questa estate che l’ho visto lavorare da quelle parti e gli ho chiesto se si era rotto un tubo dell’acqua perché il sentiero mi sembrava allagato in un paio di punti. No mi ha detto, è una sorgente, appena più su. C’è sempre stata. Io l’avevo incanalata ben bene, ma i cinghiali fanno la malora, sguazzano, razzolano e pestano tutto, così adesso l’acqua si perde in giro. Ha recintato un paio di rettangoli a vigna col filo elettrificato. Gli chiedo come mai. Perché vorrei vendemmiarli io. Perché se no chi glieli vendemmia? I cinghiali. E così quella volta abbiamo parlato un po’ dei cinghiali. Parla bene, in italiano. Mi chiedo se faccia anche un altro mestiere oltre coltivare quel paio di campetti. Probabile. Mica ci campa con quelli.

Comunque, come dicevo, mi dà la schiena, non so nemmeno se è lui, e la scavatrice fa un bel fracasso. Tiro dritto e imbocco il sentiero di Miranda. Arrivata in fondo rifletto se affrontare la salita, scollinare e scendere di nuovo verso il paese. Non ne ho voglia, né di affrontare la salita né di scendere in paese, quindi giro sui tacchi per tornare all’imbocco e prendere un’altra strada, una salitina più breve. Dalla direzione opposta mi viene incontro un uomo. Il sentiero è solitario, la nebbiolina da trapassati, e insomma c’è qualcosa di leggermente inquietante. L’uomo non è accompagnato da un cane, non ha propriamente l’aria di uno che fa una passeggiata – e non è né la giornata né l’orario da passeggiate. Che ci fa lì? Quando lo vedo meglio mi tranquillizzo: è un vecchio – molto alto, molto magro, molto anziano – che cammina dritto con la leggera insicurezza dell’età avanzata, e infatti si cautela col bastone. Indossa una specie di tuta da lavoro blu e credo che fosse questo, insieme all’altezza veramente ragguardevole, a farmi quell’impressione di stranezza. Ci salutiamo molto educatamente, direi cerimoniosamente. Il vecchio mi colpisce per l’espressione: mite, disarmata. E mesta naturalmente; molto bella. Sta a vedere che è un santo.

Credo di averlo già visto una volta. Era lui senz’altro, non è che qui intorno di vecchi contadini alti e magri con una tendenza alla santità ce ne possano essere poi molti. Quando l’ho incontrato – dev’essere stato un due o tre anni fa – stava frugando fra le foglie secche al margine della stradina su, fra le case del cucuzzolo. Mi sono fermata a osservarlo e probabilmente, visto che non mi faccio mai gli affari miei, gli ho chiesto cosa stava facendo. Mi ha mostrato, nella mano, delle ghiande. Sceglieva le più belle e le piantava in un piccolo appezzamento triangolare, in parte adibito a orto, sotto l’imbocco del sentiero di Miranda. Mi ha detto con un certo orgoglio quanti alberelli – non solo querce – aveva già tirato su. Abbiamo parlato un po’, da un lato all’altro della stradina (c’era già la pandemia?), ma non ricordo più bene cosa mi abbia detto delle ghiande e delle querce. Non vorrei confondere con un racconto di Jean Giono.

Il vecchio di questo pomeriggio sembra molto più vecchio, ma si sa che a quell’età due o tre anni fanno una differenza. Come ho saputo poco dopo, ha perso la moglie qualche mese fa. Anche questo c’era, nell’espressione.

Salitina breve, giro intorno al cucuzzolo e di nuovo giù. In fondo, con una certa sorpresa, rivedo il vecchio. Cioè: questo si è fatto tutta la salita che io ho evitato, ha tagliato per un passaggio semiostruito dalle frasche che una volta mi ci sono quasi ammazzata, e adesso, col suo bastoncino, mi scende incontro dall’altra parte della collina. Entrambi nuovo cenno del capo sorridente e  cerimonioso.

Ora la scavatrice è girata nella mia direzione, l’uomo che la manovra mi fa un largo saluto col braccio, probabile che abbia riconosciuto il cane. «Cosa sta facendo? Una piscina?» grido per coprire il rumore del motore. Scuote la testa. «Un campo da tennis?» Nuovo diniego, dice qualcosa che non capisco. Sono curiosa, salgo con accettabile agilità la scarpatina e lo raggiungo. Spegne il motore.

Informatosi sul mio lavoro (insegnante di francese, ma mi sgama subito che sono in pensione: terza età conclamata), fa un segno come dire: chiaro che non ne capisci niente – una constatazione, niente di personale. «La France, la France, hanno il vino buono. Questo non è così buono, ma è buono anche lui» – col che dimostra un grande amore per la sua terra, perché l’Italia produce senz’altro ottimi vini, ma non in Emilia. Però mi ha messo una curiosità di sentirlo il suo vino. Siccome poi mi dice che ammazza anche il maiale, magari coi ciccioli. Dei ciccioli buoni come quelli che facevano mio padre e Ghidoni quando ammazzavano il maiale non ne ho mai più mangiati. Quelli che si comprano in negozio fanno schifo. Grasso pressato, punto.

Ma tornando a noi, indica un filare su un lato dello scasso: quello è giovane. Quello dall’altra parte invece è vecchio. Appena quello giovane comincerà a produrre come si deve, toglierà quello vecchio e ne pianterà uno nuovo. Nel frattempo smuove la terra in profondità perché la vite deve lavorare nel profondo. Se ho capito bene. Gli faccio i complimenti per il lavoro capillare. Il lavoro capillare in campagna non è che si veda più tanto. Non si può più fare, mi spiega, perché non rende. Lui se lo può permettere perché i suoi due o tre campetti sono, in un certo senso, un lusso e non una fonte di reddito. Non tenendo vacche, il foraggio lo vende, va bene; però il vino vuole farselo lui, i salumi pure, ecc. Una mania, una soddisfazione. Ma chi ci deve campare – chi ha l’azienda – lavora con delle macchine di quattro o cinque metri di largo, non è che può andare per il sottile. Bisogna massimizzare. Come gli artigiani, che sono spariti. Inutile, il lavoro personalizzato al cliente porterebbe via troppo tempo, non si può più fare.

Non mi sembra vero, tout prof de français que je suis, di poter dire qualcosa di connesso col tema: menziono l’ultimo artigiano del paese, il fabbro (al frèra) Franco Franceschi, morto da poco. Dio l’abbia nella sua gloria. Adesso l’officina la manda avanti il figlio Andrea. Come se la caverà, fra lo stile di famiglia e l’imperativo di massimizzazione, non sappiamo.

Mi dice che loro stanno, come immaginavo, nella casa di fronte a quella dei bisnonni. Tutt’e due in cima all’erta, al sole, splendenti case da contadini. La loro è quella che fu dei Chierici, e qui passiamo in rivista tre generazioni di Chierici, dal Cavaliere – cavaliere, credo, di Vittorio Veneto, che io ho conosciuto e lui no – ai nipoti. I quali se ne andarono a vivere nel nuovo e furono sfortunati, poverini. E in ogni caso adesso sono quasi tutti morti. E a lui non l’ho detto, perché non sono sicura che capirebbe, ma qui lo scrivo, così da qualche parte rimane: a me, di uno di questi Chierici – ma quale? Il Cavaliere? suo padre? non so – è stata tramandata la preghiera, che mi è sempre sembrata geniale nella sua brevità, e suona così: Gesù, fè vu, me son Tognètt.

Mi rendo conto che in paese conosco molti più morti che vivi. Anche perché adesso si passa alla casa di fronte, quella dei bisnonni, gli Azzimondi, che andò, per via di legittima eredità, ai Mentasti e ai Corona, i quali la vendettero e mia madre, che non era né Mentasti né Corona e giustamente non aveva voce in capitolo, ci fece una malattia. In ogni caso coloro che la vendettero per comprare del nuovo sono morti e la schiatta è in esaurimento; d’altra parte anche noi, le figlie dell’Azzimondi, abbiamo venduto la casa in collina – troppo grande, troppo dispendiosa, e chi poteva permettersela? – eh certo, dice lui, noi eravamo in sette e siamo rimati in tre: i figli sono andati a convivere – perché adesso non si sposano più, convivono –, mia madre è morta qualche mese fa, siamo rimasti io, mia moglie e mio padre. E questa casa enorme. Suo padre non è per caso quel signore che passeggiava laggiù col bastone? Proprio lui, pensi: novantaquattro anni.

Ci penso, ci penso.

È quasi buio e l’umidità si è fatta fredda. Il sudorino della camminata mi si gela sulla schiena. Altra cosa se ci fosse un bicchiere del famoso vino. Ma non c’è. Allora meglio congedarsi. Arrivederci! Arrivederci!

Speriamo di scendere la scarpatina senza ruzzolare. È più di un anno che il ginocchio destro mi fa male e cede. Ma no, via, è andata. Sento che riaccende il motore. Se è quasi buio? Boh.

Dai, va’, è andata bene, no? Hai capito quasi tutto. E hai pure parlato a proposito.


[1] Pascal: « Le moi est haïssable : vous, Miton, le couvrez, vous ne l’ôtez point pour cela : vous êtes donc toujours haïssable » (455-597).

ZOOMORFI

Del romanzo Telluria (2013) del russo Vladimir Sorokin (n. 1955) ho parlato brevemente qui. All’epoca di quel primo articolo non ne avevo terminato la lettura e l’opera mi sembrava “interessante ma non entusiasmante”. Nel frattempo, a lettura ultimata e dopo aver acquisito, attraverso altri testi, maggiore dimestichezza con l’autore, mi sbilancio a dire che si tratta di un’opera importante – e lasciamo anche stare la categoria un po’ desueta di capolavoro che comunque richiederebbe una più lunga sedimentazione, ma qualcosa di geniale mi sembra di ravvisarlo.

Ricapitolo alcune informazioni che avevo già dato: il romanzo, piuttosto corposo, è composto da cinquanta capitoli numerati, senza titolo, apparentemente slegati fra loro. Soltanto pochissimi, tre o quattro, fanno riferimento a personaggi o situazioni presentati in capitoli precedenti. Quello che li salda, e che fa dell’opera qualcosa di diverso da una raccolta di racconti, è che essi concorrono alla creazione e definizione di un mondo che non gli preesiste: l’Eurasia della metà del XXI secolo. Romanzo distopico, che però a una tonalità apocalittica o anche soltanto tragica preferisce una chiave ironica, parodica, con una predilezione per il grottesco e qualche incursione nel gore. I fondamentali politici, biologici e antropologici di questa Eurasia futura sono presto riassunti:

  • In seguito a guerre feroci fra paesi europei e integralismo islamico, finalmente sconfitto e ricacciato, l’Europa occidentale si ritrova però frammentata in staterelli identitari e medievaleggianti fra i quali spiccano volentieri, oltre alle repubbliche e alle libere città, principati e granducati. Alle atrocità e al bellicismo dei salafiti si sono sostituite le prepotenze e il bellicismo di crociati e templari. A est, la Federazione Russa è implosa in seguito a guerre intestine e si è sbriciolata anch’essa in repubblichine e autocrazie ancien régime, spesso in conflitto fra loro.
  • Determinate specie, fra cui quella umana, esistono in tre versioni: standard, macro e micro. Cavallini, diciamo, da borsetta, e cavalloni in grado di sostituire una locomotiva. Né deve stupire l’esistenza di umani zoomorfi – tassonomicamente inseriti, provvisti di adeguato passaporto, ma insomma “un gradino sotto” i non-zoomorfi.
  • Il quotidiano si caratterizza per un misto di pratiche preindustriali, tecnologia ora steampunk ora avveniristica, e futurismi informatici.
  • La vita di questi eurasiatici non è, alla fine, molto diversa dalla nostra: nessuna apocalissi ma un peso costante. Peso della storia, della sofferenza, dell’esistenza. A cui si ovvia con la sostanza tellur, estratta e commercializzata nella piccola repubblica di Telluria, nell’Altai. Non è del tutto chiaro se si tratti semplicemente di una sostanza psicotropa o se in effetti sia in grado di spalancare le porte su altri universi (es. il passato, proprio o altrui, da condividere o da modificare). Quel che è certo è che la modalità di somministrazione è particolare e non esente da rischi (la sostanza è in qualche modo incorporata a un chiodo che viene piantato direttamente nel cervello), ma non si direbbe che dia assuefazione. Dati anche i costi di acquisto e somministrazione è piuttosto equiparabile a un’esperienza mistica che ci si permette in casi rari e importanti, per acquisire una conoscenza individuale e privata in qualche modo risolutiva.

Rimane da dire che in questo romanzo (ma non solo) Sorokin, grande conoscitore della storia e letteratura russe (e altre), “gioca” con gli stili, variandoli di capitolo in capitolo. Sul senso di questi “esercizi di stile” dirò, eventualmente, in un altro post. Per il momento mi sembra di aver fornito le informazioni minime affinché il lettore possa entrare nel capitolo XXXV che traduco qui di seguito (come già con altri brani di Sorokin, purtroppo dalla traduzione tedesca dal momento che non so il russo).

XXXV

È cominciato tutto con i crociati sono arrivati in macchina da noi a Mittenwald al mattino presto in tre con i garzoni a far luce sull’omicidio dei vicini han fatto luce han fatto luce e poi hanno confiscato alla signora Schulze ventun vitelli un trattore e due rimorchi di patate come se l’assassina fosse lei del trattore e delle patate non me ne frega niente ma per i vitellini mi dispiace dove li portano mi chiedo al macello o in una fattoria a Füssen o Schwangau e di lì poi al macello e io me ne sono dovuta andare dalla fattoria della signora Schulze e a Angelika i crociati hanno assegnato quel che rimaneva dei vicini ammazzati si è ritrovata un sacco di roba un frigorifero tre prosciutti affumicati una panchina una macchina per il burro un mucchio di vestiti e le andavano bene tutti e a me addirittura andava bene un vestito e un cappotto anche se erano sporchi di sangue l’ho lavato via e fine e una giacca e stivali di gomma e due anellini col turchese e un foulard con sopra Parigi i pantaloni non mi andavano bene sono ingrassata durante la guerra ridicolo come le natiche mi sono uscite in fuori alla fattoria bevevo latte e mangiavo pane e canederli col sugo ma i pantaloni sono buoni solo troppo stretti le scarpe non vanno bene coi tacchi come vuoi che faccia a camminarci gli stivali di gomma sono meglio e poi c’era anche una brocca e un orologio e un vecchio computer quello funziona ancora ho lavato i vitellini può darsi anche che non li abbiano macellati tenuti a ingrassare per carne di manzo la signora Schulze non voleva macellarli ha strillato come una matta ma i crociati le hanno aperto il sapientone [sorta di computer onnisciente e onniperformante che si può allargare, distendere e ripiegare come un pezzo di plastilina. NdT] sotto il naso e le hanno fatto vedere la bolla papale col sigillo lei ha attaccato una geremiade l’hanno cacciata via dall’aia e il loro capo dice puoi ringraziarci che non ti arrestiamo i ventun vitelli e il trattore con due rimorchi pieni di patate via a Neuschwanstein e io ho pianto mi dispiaceva per i vitellini li ho tirati su come figli quell’oca dell'Angelika taceva avrebbe anche potuto lasciarsi fare io con le mie orecchie d’asino e il muso peloso cosa se ne fanno ma Angelika ha due belle tette è giovane se si fosse lasciata fare nel fienile lì vicino si vedeva che lei gli piaceva le hanno anche assegnato tutta le cianfrusaglie dei vicini e per tre che erano non sarebbe morta di sicuro quella stupida capra e avrebbe salvato i vitellini e io le ho anche strizzato l’occhio e fatto segno con le dita e con la lingua ma lei macché si gira dall’altra parte come se non capisse non è neanche vergine dei tipi a mano ne aveva già prima della guerra e la signora Schulze piange soldi per riscattare non ne ha della roba i crociati non sanno che farsene anche se lei gli ha offerto roba buona solo la pelliccia è un valore stivali sei paia belle scarpe dodici paia le scarpe del suo defunto marito tre paia pantaloni di pelle tre cappelli col ciuffo di camoscio roba buona nuova e gli stronzi arricciano il naso la roba non ci serve ci credo che non vi serve in un anno ne avete arraffata tanta che vi basta per i prossimi dieci quelli non ci mollano con la bolla la bolla qua con i vitelli trattore e patate caricati e via che se li portano quegli stronzi Urban dice che i crociati sono peggio dei salafiti è vero che quelli ti tagliavano la mano destra se giocavi a scacchi e per l’alcol e il tabacco ti frustavano in piazza ma la carne l’hanno sempre pagata alla popolazione e questi qui con la nuova bolla papale si prendono tutto e se lo portano via hanno occupato Neuschwanstein e là ci sono montagne d’oro dicono da tutta Europa ci manca solo il drago Smaug ma forse i vitellini non li hanno macellati subito portati a Füssen là ci sono tre grandi masserie e magari li hanno soltanto venduti perché forse poi ai crociati dell’altra carne non gli serve li vendono e prendono i soldi e magari i nostri vitelli adesso sono a Schwangau anche lì c’è una grande latteria e perfino tre cavalli giganti tre castrati con quelli trasportano la legna li mettono nei box sarebbe una bella cosa se i pezzati rossi stessero insieme ma così be’ ecco adesso non c’è più lavoro per me dalla signora Schulze e me l’ha detto subito che tu asina hai visto come mi hanno rovinato adesso non so che farmene di una vaccara ma io allora cosa faccio parti vai dove vuoi e dove posso andare eh dove vuoi vai a fare la vaccara dai crociati eh certo come se non ne avessero già solo di garzoni ne hanno seimila e chissà quante vaccare e tutte di sicuro belline mica come me con le orecchie d’asino dove devo andare non lo so non lo sa neanche la signora Schulze piagnucola e basta che fare ho chiesto a Urban e lui dice c’è un posto dove c’è una grossa masseria in Svizzera a Ascona si chiama Monte Verità ci vivono dei pagani che adorano la luna nudi di notte non prendono ordini da nessuno hanno una loro guarnigione e una grossa masseria bevono solo latte perché il latte è un dono della luna consumano molto latte esclusivamente munto a mano le ragazze cattoliche non ci vanno lì a fare le vaccare ma tu sei zoomorfa lavora da loro come vaccara così avrai un tetto e un pezzo di pane mangerai tutti i giorni ricotta e panna acida e io sono partita cosa vuoi bisogna pur mangiare gratis non te ne dà nessuno anche se sono un’asina non mi va di chiedere l’elemosina non voglio impiegarmi come facchina voglio rimanere nel mio mestiere ho riempito due valige inchiodate a un bastone appese alla spalla e via a piedi che dovevo fare oggigiorno ci vogliono soldi per l’autobus e pure per il treno e a me mi pagavano col mangiare soldi ne ho visti solo prima della guerra per tutta la guerra la signora Schulze mi ha pagato solo col mangiare contanti non ne ho visti neanche col lanternino e la signora Schulze non mi ha potuto dar niente neanche per il viaggio piange che non ha un soldo da far ballare una scimmia per il viaggio mi ha dato dietro pane patate al forno mele e torta di rabarbaro ben cosa vuoi che faccia le faccio un inchino e parto che devo fare è lontano però là c’è un buon lavoro mungerò le mucche è una cosa che so fare con le mucche sono a tu per tu di loro sai tutto io cammino cammino cammino e mentre cammino penso a questo e a quello così non mi annoio e sto attenta a mettere bene i piedi per non sformare le scarpe da montagna sono quasi nuove Urban mi ha pagato il lavoro con quelle sono le scarpe di suo figlio più grande che non è ritornato dalla signora Schulze andavo sempre a piedi nudi estate e inverno chiaro che con le gambe pelose non ho freddo però adesso ho deciso di mettermi le scarpe per non tagliarmi i piedi sulle pietre e perché nessuno rida già ridono così tanto di me orecchie d’asino muso peloso asina asina i ragazzini arrivano di corsa mi tirano dietro delle pigne asina asina con le scarpe è più decente e ci saranno anche meno risate e più rispetto e anche al confine mi prenderanno più sul serio se ho le scarpe e infatti ho passato il confine senza storie il mio passaporto zoomorfo è a posto e poi ho camminato camminato fino al paese e lì ci sono i soldati austriaci ed è successo il solito chiaro che avevano appena fatto uno spuntino sono lì seduti e fumano e io cammino e cammino e vado e di tutti i posti sono andata alla fontana per dissetarmi e lì arriva uno e chiede da dove vieni sono bavarese dico io di Mittenwald quello ride ma non è una fatica con due valige no non una gran fatica dico io sei robusta sì robusta dico io e come bisogna chiamarti tu asina robusta io dico bisogna chiamarmi col mio nome quello ride e quando mi chino di nuovo per bere mi arriva da dietro mi afferra per il sedere e sbraita non ho mai chiavato un’asina io gli do uno spintone e mi rimetto a camminare ma loro mi vengono dietro in cinque e dicono sporcaccionate sul sedere e sulle orecchie e che in mezzo alle gambe ho sicuramente un pozzo profondo dove fa fresco e poi hanno cominciato a scommettere sulle mie gambe se sono lisce o pelose e uno dice adesso controlliamo e si è avvicinato e mi ha tirato su la gonna così hanno visto che ho le gambe pelose e hallalì! Io cammino non gli bado e poi improvvisamente quelli hanno lasciato perdere e io penso oh là continuo a camminare esco dal paese scendo lungo la strada penso soldati e crociati vogliono tutto gratis i contadini sono più onesti puoi star sicura che se ti usano ti danno sempre qualcosa in cambio se non sono soldi è roba da mangiare sono lì che penso e non ero mica andata tanto in là e da dietro sento che arriva una macchina mi sposto sul margine della strada ma la macchina frena do un’occhiata una jeep militare e dentro quei cinque e sono saltati fuori mi hanno afferrato trascinata nell’abetaia e tutti senza una parola senza ridere non dicevano niente io li spintono mi dimeno quelli mi stanno addosso mi mettono stesa sulla schiena mi strappano giù la gonna su le gambe due mi tengono per una gamba due per quell’altra ho le gambe robuste io e il quinto mi si sdraia addosso mi sta addosso e mi fa violenza ma io ho appeso al collo un chiodo di tellur l’ho trovato una volta in città nella via Albert Schott era lì sul selciato allora l’ho raccolto e ho deciso di servirmene per pulirmi le orecchie per via che ho due grandi orecchie e si ammucchia molto cerume quando lavori in una fattoria ci si infilano dentro le mosche allora alla fine della giornata avvolgo il chiodo nell’ovatta lo intingo nell’aceto mi pulisco le orecchie e vado a dormire e da quella volta lo porto al collo appeso a uno spago per non perderlo e adesso che quello voleva farmi violenza ho afferrato il chiodo e gliel’ho infilato nel collo con tutta la forza quello urla e mi scivola giù di dosso il chiodo ce l’ha piantato nel collo fino alla capocchia gli altri austriaci si buttano su di lui e io scappo nell’abetaia quelli gridavano poi se ne sono andati in macchina probabilmente all’ospedale più tardi sono tornata mi sono rimessa la gonna ho preso le mie valige e giù di corsa non per la strada ma dritto attraverso il bosco ho camminato ho camminato finché non si è fatto buio allora sono tornata giù sulla strada ho camminato due giorni interi fino al confine svizzero e là ho dovuto fare la quarantena mi hanno controllato se avevo malattie e parassiti mi davano da mangiare due volte al giorno poi ho potuto continuare e lì mi è capitato un camion con un brav’uomo mi ha dato un passaggio fino a Schwyz poi sul treno merci fino a Bellinzona e poi cammina cammina ho camminato fino a Ascona e ho trovato Monte Verità è in cima a un monte non volevano lasciarmi entrare là c’è il loro confine pali col filo spinato cannoni e mitragliatrici si chiudono su da tutti io ho mostrato il mio passaporto ho detto sono una vaccara qualificata voglio lavorare sono venuta dalla Baviera mi hanno fatta entrare e dritto nella stalla e lì arriva una donna capelli bianchi e una luna d’argento sul petto senza una parola mi porta dalle mucche e la sua masseria è grande centoventi mucche e cavalli e vitelli e tacchini e faraone e anatre in uno stagno con le oche e galline e era l’ora della mungitura serale e le sue vaccare avevano già cominciato a mungere e si munge solo manualmente e questa coi capelli bianchi mi dice facci vedere asina bavarese come mungi e mi danno secchio e sgabello mi portano dalla mucca e io le sciacquo la mammella dico datemi la vaselina da spalmare sui capezzoli e mi danno del burro buono ma guarda te quanta ricchezza li ho spalmati col burro e quando ho cominciato a mungere il secchio suonava come una campana e in due e due quattro ho munto il secchio pieno bene dice quella coi capelli bianchi sono contenta di te asina io mi chiamo Jyotsana sono la tua capa puoi vivere e lavorare qui da noi mi ha portato prima alla doccia là una donna mi ha lavato mi ha disinfettato poi mi hanno portato alla mensa lì mi hanno dato da mangiare polenta con formaggio e insalata da crepare e mi hanno portato nel dormitorio delle guardiane del bestiame mostrato il mio letto e hanno detto che mi devo riposare dal viaggio io ho detto non sono stanca posso continuare a mungere ma loro dormi dormi oggi non lavorerai e se ne sono andati e sono rimasta da sola nel dormitorio lì ci sono trentadue letti e sono soltanto le vaccare poi ci sono anche i bovari dalle parti delle stalle ho visto tre ragazzotti con teste d’orso portavano via il letame e anche bei ragazzi con teste equine e una cinghialessa con le oche e anche umani ma teste d’asino non ne ho ancora viste mah ero messa così e ero seduta sul letto sono crollata e mi è venuto subito un gran sonno mentre mi addormentavo ho pensato adesso per colpa di quelle canaglie austriache non ho niente da grattarmi dentro le orecchie di notte.

(Vladimir Sorokin, Telluria (edizione tedesca) Kiepenheuer & Witsch 2013, traduzione dal russo del collettivo Hammer und Nagel)

(Dei giochi di stile di Sorokin parlerò forse, come dicevo, in un altro articolo. Ma per questa specie di monologo interiore – piuttosto ordinato però – di un individuo di sesso femminile è quasi impossibile non pensare al monologo di Molly Bloom. Non è una gran pensata, in effetti. Né voglio esortare nessuno a andarsi a rileggere il monologo. Io ho cominciato, ma ho smesso velocemente. E, come alla protagonista del testo sopra, mi è venuto un pensiero: senza nulla togliere, Dio scampi, alla grandezza di Joyce, ma quanto ci è più vicina quest’asina di Molly Bloom?)

Riflessioni di uno scrittore su un romanzo che un personaggio misterioso gli propone di scrivere

Un tizio alieno, piovuto non si sa da dove, propone a uno scrittore di cavare una storia fantastica da certe brevissime esperienze estatiche.

Lo scrittore è perplesso e sulle prime rifiuta ma poi, quasi senza volere, si mette a pensare a come si potrebbe scrivere la storia.

Si dice che è praticamente impossibile. Bisognerebbe incrinare l’istantaneità del bagliore estatico e cavarne azione personaggi ostacoli inizio e conclusione. Un nonsenso.

E poi, siamo sicuri che la storia interesserebbe?

Il momento, è vero, pare propizio. Assistiamo in diretta all’affrontamento fra il nostro mondo, a cui teniamo, e un’alternativa improbabile, una parata di vecchie monete imposte dall’alto.

Ma bisogna riflettere, analizzare. Tanto per incominciare chi, nella storia che vorremmo narrare, sarà minacciato? Un Impero del Bene in disfacimento ma pronto a risorgere? In che misura, essendo un Impero, non sarà esso stesso impositivo? E poiché anche nella nostra storia il Bene dovrà pur ricorrere a qualche forma di potenza, non sarà il suo fine unico la potenza?

La Federazione Garamantica, nella cosiddetta realtà, lo dichiara apertamente: la sua causa finale – come pure le rimanenti aristoteliche tre – è la volontà di potenza. Strano misto di filosofia nietzschiana e liturgia luccicante. Ma, al netto dell’aperta dichiarazione di intenti, non sono le due opzioni – la Federazione e l’Occidente – in fondo equivalenti e in ultima analisi una questione di gusti? O c’è qualcosa di obiettivo a cui appigliarsi, una qualità dirimente?

Qualcosa c’è. Una qualità che la Federazione sbeffeggia come ineffettuale e superata, ma a cui teniamo, o almeno lo scrittore ci tiene, e che certo non si supera all’indietro: la libertà individuale; certe garanzie per l’individuo: ad esempio di non essere caricati a forza su un treno e deportati verso i vasti e lontani confini della Federazione – poiché per essa non è l’individuo che conta, ma la compagine collettiva, un gigantesco termitaio.

Ammesso quindi che si possa ipotizzare un Impero del Bene, o un Impero del Meglio, chi sarà nella nostra storia l’entità che minaccia? Come dovremo dipingere l’Oscuro Signore per non cadere nel cliché e nell’infantile – visto oltretutto che essere infantili è precisamente ciò che si richiede alle masse gestite dalla Federazione?

Lo scrittore si rende conto che qui sta il vero ostacolo. Che gli pare insormontabile. Riflette, cerca modelli. L’unico modello serio che gli viene in mente è il giudice Holden. Sicuramente il giudice Holden è una figura archetipica del Male. Fatta benissimo, tanto di cappello. Ma intanto non è un Antagonista, è il Protagonista assoluto: il punto focale di un mondo extra moenia, in nessun modo regolamentato, in cui di conseguenza il Bene non esiste; o se, in un raro contesto che si tenta civile, cerca di imporsi, viene spazzato via dall’inaudita violenza del Male. Gratuito. Il Male per il male. L’essenza. Inoltre il giudice è l’unica figura archetipica: il resto sono schegge esplose dal caso: nati per caso, sopravvissuti per caso, agiscono per caso, muoiono per caso. Tutto il contrario di quello che vogliamo fare noi, no? O si è dimenticato di dirlo, lo scrittore, che bellezza e felicità, nella brevissima visione estatica, sono legate a una necessità assoluta?

C’è poco da fare, si dice lo scrittore, bisognerebbe tagliare: niente Oscuro Signore né Impero del Bene. Tutto strettamente individuale, fenomenologico.

Ma fammi il piacere. Individuale e fenomenologico con personaggi che sono degli archetipi. Lo sciamano e l’eroe, ma sei matto?

E com’è poi, si chiede, che sei incappato in questi individui da fantasy? Da gioco di ruoli. L’eterna lotta del Bene contro il Male che piace tanto ai cattolici, i quali nemmeno capiscono che c’è assai poco di cristiano in queste teorizzazioni del Male assoluto, dove alla fine i totalmente malvagi sono centrifugati nel nulla. Oppure, se il prodotto è serio – vedi sopra il giudice Holden – è il Male che vince: il Signore Inestirpabile.

Ma tu, si chiede lo scrittore, questo Male con la lettera maiuscola l’hai mai incontrato?

Esita. Ricorda certe disperazioni, quando era piccolo. Troppo enormi per un bambino così piccolo. Poi, con gli anni, erano passate. Più tardi c’erano stati mali circostanziati, compartecipati, un viluppo di oppresso e oppressore, di torto e ragione. Un’infelicità diffusa, un destino che si delineava, questo sì, ma nessun Malvagio che ne fosse responsabile. O, se vogliamo, Dio. Ma, dicono, sarebbe una contraddizione nel concetto.

Quindi no, niente Grande Malvagio. Dunque niente storia?

Ma no, aspetta. Da dove salta fuori questo Grande Malvagio? Compare nella visone? Certo che no. Viene dalle narrazioni, è un suggerimento per il ronfare meccanico della narrazione. Sembra che non se ne possa fare a meno per mettere in moto un’avventura attraverso cui, dall’inizio alla fine, traspaia l’istantaneo e l’indicibile.

Un ostacolo necessario il Male con la maiuscola; abbastanza vago da assumere facilmente valenza metafisica o, se qualcuno preferisce, politica. Essenza personale malvagia o totalitarismo impersonale, a scelta. Nulla che, veramente, rientri nell’esperienza dello scrittore. Esperienza quotidiana o esperienza magica.

Ma come si fa? Ogni protagonista ha bisogno di un antagonista; e se non vogliamo, o non possiamo, sguazzare nel pantano psicologico abbondantemente scandagliato; se vogliamo, o dobbiamo, optare per uno statuto risolutamente metafisico – perché ricordiamoci che in ultima istanza qui non stiamo parlando di persone ma di bagliori estatici, cioè fuori dal sé, cioè di qualcosa che, se non può dirsi totalmente oggettivo, possiede però una soggettività relativamente blanda – se vogliamo o dobbiamo tutto questo, allora il ricorso agli archetipi è inevitabile. E che farà il vecchio saggio se non opporsi alla follia, o l’eroe giovane o meno giovane se non battersi in punta di spada per la verità e la giustizia? Come si fa allora a fare a meno di un Malvagio che neghi verità e giustizia, se non si vuole ricadere nell’individuale psicologico? Un bel problema.

Però, si dice lo scrittore che esita a gettare la spugna, pensiamoci ancora un po’. Perché davvero il momento presente aiuta.

EIN FESTE BURG IST UNSER GOTT

[Subito dopo la laurea, fra il 1981 e il 1983, ho lavorato esattamente venti mesi in Germania con un contratto part-time con l’università. In seguito a questo, da quando ho raggiunto l’età di pensione, cioè da circa due anni, la Previdenza tedesca mi riconosce il diritto a 49,15 mensili per dodici mensilità annue, che mi vengono pagati dalle Ferrovie Federali, non so perché. Oggi mi è arrivata la comunicazione che a partire dalla rata di luglio (i soldi arrivano alla fine del mese) la mia pensione mensile passerà a 51,78, con un aumento netto di 2,63. Credo che si tratti di una specie di adeguamento ISTAT o qualcosa del genere. Ci sono due pagine di delucidazioni, ma non mi sogno neanche di leggerle. Poiché la mia pensione italiana, dopo un primo periodo di stabilità, ha cominciato a oscillare, ma verso il basso, questo aumento di euro due e sessantatrè, così modesti epperò così stabili, così garantiti e granitici, mi ha commosso. E, anche se non c’entra niente, mi ha fatto venire in mente qualcosa che avevo scritto tempo fa sugli amici tedeschi, la cronaca di un fine settimana insieme; un testo lungo, noioso e assolutamente improponibile; ma forse questo estratto può risultare interessante.]

Religiosamente parlando, entrambe le confessioni erano equamente rappresentate, benché la Vestfalia fosse storicamente un covo di cattolici e anzi a questo proposito girasse la barzelletta:

  • Quali sono i gradi dell’aggettivo “nero”?
  • Nero, Münster, Paderborn.

Ma ad esempio Isa, benché marcatamente atea, è di origine protestante; Uwe è protestante; talmente protestante che finirà per sposare la moglie di un pastore; e Jӧrg appartiene alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno e studia teologia evangelica. Le ha prestato un opuscolo una volta, in cui un qualche benintenzionato pastore mette in guardia la gioventù contro il pericolo delle sette. Nell’introduzione indica brevemente le sette di cui tratterà e conclude dicendo che naturalmente non bisogna dimenticare la più grande, la più pericolosa e la più falsa di tutte, e cioè la chiesa cattolica. A lei non sembra tanto un’enormità, le sembra piuttosto una scemenza. In fin dei conti non le verrebbe mai in mente di definire la chiesa evangelica una setta. La stupisce, soprattutto, la veemenza del pastore; il suo astio; come se gli avessero pestato le palle.

Jӧrg continua per un po’ a rifornirla di libelli che denunciano la follia, l’idolatria e l’insostenibile presunzione della chiesa cattolica e lei continua a essere vagamente sorpresa dall’aggressività e dai toni velenosi. Pensa a quando Don Walter gli spiegava la Riforma, alle medie, che il Vaticano Secondo quasi non c’era stato: diceva dove i protestanti sbagliavano come se fosse un fatto oggettivo, e ovviamente non ci si poteva aspettare altro; ma nel suo ricordo non c’è traccia dell’acredine di questi qua.

Poi Jӧrg smette di passarle libelli perché lei li trova noiosi e non li legge più.

Un sacco di anni più tardi, ampiamente nel ventunesimo secolo, a Reggio Emilia c’è un concerto in San Domenico. Viene eseguito fra l’altro il coro Ein feste Burg ist unser Gott, testo di Lutero, musica di Bach. Un simpatico pastore protestante tedesco si incarica di introdurre l’inno e sfatare una leggenda; anzi dalla foga con cui si precipita sul pulpito si direbbe che ci tiene molto, a introdurre l’inno e sfatare la leggenda. Esordisce ricordando la grande amicizia che lo lega ai religiosi cattolici che lo ospitano, esprime il proprio rammarico per le parole che gli corre l’obbligo di dire, e informa il pubblico che secondo la tradizione l’inno Una forte rocca è il nostro Dio è stato ispirato a Lutero dal pericolo dei turchi osmani che invadevano in quel punto l’Europa, ma che in realtà ciò che spinse Lutero alla composizione dell’inno erano sì, forse anche i turchi, ma principalmente la minaccia della chiesa di Roma sulla nascente comunità protestate e il timore che questa potesse esserne schiacciata. Intorno al 1529. Parla bene il pastore, in un italiano corretto; si ha proprio l’impressione che stia parlando di cose successe l’altro ieri. Il pubblico largamente cattolico e credente, che è appena stato assimilato ai turchi osmani, si sente in leggero imbarazzo e si chiede cosa voglia di preciso quel tizio lì davanti.

Questi e altri episodi, dispersi e lontani nel tempo, la colpiscono come qualcosa di strano, come qualcosa che non va. Poi però se li dimentica e non ci pensa più. Perché dal vago stupore scaturisca finalmente una teoria in grado di spiegare i fatti è necessario l’incontro, per così dire, di tre persone: Armgard, Joseph Ratzinger, e William Thackeray.

Armgard è la moglie di Uwe; è protestante attiva se non proprio praticante; nel senso che in chiesa non ci va mica tanto (d’altra parte cosa ci andrebbe a fare), però è seriamente impegnata nell’aiuto organizzato al prossimo. Armgard è molto critica sugli usi dei cattolici; ne parla con una specie di scandalizzata meraviglia, come se fossero zulù – anzi no, perché meravigliarsi degli zulù è decisamente scorretto, da subdoli eurocentrici; coi cattolici invece si può. All’inizio lei è conciliante, non ha difficoltà a darle ragione su alcune cose; poi si stufa. Ma cosa gliene importa in fin dei conti a Armgard, le vien fatto di pensare.

Con ciò il problema è posto nel modo corretto e attende una soluzione.

Che arriva in parte dal pontefice Joseph Ratzinger, il quale parlando dei protestanti dice una volta che si sono separati dalla successione apostolica. Non parla di fede, di opere, di grazia, di libertà, di predestinazione – nulla di ciò. Non dice nemmeno che sbagliano. Dice che si sono separati dalla successione apostolica. Tutto lì.

La cosa le fa una certa impressione. Non l’aveva mai pensata in questi termini; o forse sì, ma non così chiaramente. D’altra parte il fenomeno in sé: staccarsi da una successione qualunque, la occupa da diverso tempo in seguito a vicende del tutto personali. Ed è qui che il cerchio, per così dire, si chiude: un’osservazione di William Thackeray riguardo alla rottura di legami, sulla quale aveva riflettuto a lungo per i suoi casi, si trova calzare a pennello ai protestanti e di colpo tutto si spiega. Dice Thackeray, che quando, per un motivo che può essere anche giusto, si decide di rompere un legame di lunga data, un legame che comporti magari anche una parte di debito nei confronti di colui o colei da cui abbiamo deciso di staccarci, be’ allora noi cercheremo in tutti i modi di attribuire a questa persona i più neri vizi e difetti e cattive qualità, perché ciò giustifica la nostra decisione; e il lavoro ossessivo di calunnia e screditamento non avrà fine, non può aver fine, perché ci sarà sempre un livello al quale la nostra decisione non è giustificata. Questo, pensa lei, spiega il secolare, duraturo, immarcescente e da ultimo anche ridicolo astio dei protestanti nei confronti della chiesa cattolica.

Che è l’altra faccia della separazione: il rimpianto dell’unità perduta.

UNA QUESTIONE DI LETTERATURA (LA PELLE DEL LUSUARDO)

È domenica mattina e mia madre riceve una telefonata. Che sia domenica posso dirlo con sicurezza, benché la nostra casa nella prateria sia lontana da chiese e congregazioni, perché il vento nelle alte erbe è molto diverso la domenica rispetto agli altri giorni, come pure il sole sui balaustri e la luce sulle stoviglie.

È domenica mattina dunque, e mia madre riceve una telefonata. Il che è già abbastanza strano. Potrebbe essere Felipe, il direttore della Revista literaria de la Pampa argentina. Dalla cucina dove mi trovo mi pare di udire un tono concitato, vocali tirate sull’acuto; è vero che può essere il fischio delle marmotte, o dei cani della prateria, o il latrato di un coyote, o il verso di un altro animale. Ma quando mia madre mi raggiunge ha lo sguardo duro e le labbra tirate.

«Qualcosa non va?» chiedo prudentemente.

«No», risponde con aria indifferente. Si ferma a osservare la lampada a stelo di fianco alla poltrona dove siede a leggere, la sera. Il paralume di seta, vecchio e frusto, è tagliato e sfilacciato in diversi punti.

«Però» dice, «mi farò un paralume di pelle di lusuardo.»

Non ho idea di che cosa sia un lusuardo ma preferisco non chiedere; piuttosto, approfitto che mia madre si ritira dopo il pranzo per fare qualche ricerca.

Il dizionario non mi è di alcun aiuto, ma la vecchia Enciclopedia española de literatura, ciencias y artes di cui, venendo ad abitare nella casa, abbiamo trovato in cantina i volumi dalla A alla H, contiene questa laconica informazione: animale mitopoietico di dimensioni variabili, già diffuso nell’emisfero boreale.

Di mitopoietico, il dizionario bodleiano dà due definizioni: a. che racconta storie; b. che racconta frottole.

Il Nuovissimo Melzi del 1928 lo annovera fra gli animali fantastici. L’illustrazione, di autore ignoto, rappresenta una specie di ratto dal lungo naso a punta, seduto dritto su un grosso deretano e con minuscole zampette posteriori; quelle anteriori finiscono in dita sottili da cui gocciola qualcosa che sembra inchiostro.

Il Deutsches Lexikon der phantastischen Tiere conferma che si tratta di inchiostro e cita Considerazioni filosofiche del gatto Murr, di E.T.A. Hoffmann (1819), dove l’autore parla di animali nei quali la materia peccans fuoriesce dalle dita.

Linné non ne fa parola, ma una tavola della Histoire naturelle di Buffon lo mostra tutto sommato come nella piccola illustrazione del Melzi, soltanto con maggiore rilievo e dettaglio, e con la differenza che la tavola di Buffon reca la didascalia Énorme, mon cul!, da cui pare che Rostand abbia tratto la suggestione per il famoso Énorme, mon nez! dell’atto primo, scena quarta del Cyrano.

È però soltanto grazie alla Naturalis historia di Plinio che mi riesce di comporre tutte le tessere del mosaico. Nel libro VIII, capoverso 40, trovo la seguente descrizione:

tradunt in Poeonia feram quae lusuardus vocetur, propter diutius sedendi habitum elephantis clune, cetera muri similem, interdum voce paene humana se aliquando poetam nonnumquam philosophum vel rhetorem dicentem. atramentum quoddam e digitis fluit quo tenebricosa ac fastidiosissima poemata componit.

Dicono che in una regione della Macedonia ci sia un animale selvatico chiamato lusuardo, che per l'abitudine di star seduto troppo a lungo ha didietro di elefante, ma per il resto è simile a un ratto. Ha talvolta voce quasi umana, e quella usa per dirsi ora poeta, ora filosofo o oratore. Dalle dita gli scorre una specie di inchiostro col quale compone poemi oscuri e noiosissimi.

Ora tutto torna: l’animale mitopoietico nell’accezione a e b, la materia peccans che fluisce dalle dita, perfino il grosso posteriore. È tutto chiaro. Tutto tranne una cosa. Perché mia madre vuole un paralume di pelle di lusuardo?

Fuori la sera scende uniforme e violetta sulla prateria senza ombre, i grossi volumi che ho aperti davanti si oscurano, mi sento stanco. Mi appoggio indietro contro lo schienale screpolato di cuoio di roscellino e chiudo gli occhi. Il breve paragrafo di Plinio mi occupa ancora la mente. Tenebricosa ac fastidiosissima poemata… dunque di questo si tratta. Tutta una questione di letteratura. Chi vuole pubblicare Felipe, che a mia madre non garba? Non sei democratica, le ha detto una volta. Lei ha alzato le spalle: cosa c’entra la letteratura con la democrazia?

Mi alzo e vado a guardare in corridoio: la doppietta è là, appoggiata nell’angolo.

Mia madre scende in silenzio mentre riattraverso il corridoio: mi sento colto in fallo. I suoi occhi passano su di me senza vedermi. Va in cucina e si mette a preparare la cena, ma è chiaro che pensa ad altro. Non ho il coraggio di rivolgerle la parola.

Mangiamo uno stufato di coniglio. Sempre che sia coniglio. Dopo cena, ci ritiriamo ognuno nella sua stanza. Cerco di leggere, ma ho la testa altrove e l’orecchio ai rumori di fuori, ai sibili e agli stridii acuti della prateria. Pure, poco a poco cado in una specie di dormiveglia agitato in cui mi sembra di svegliarmi ogni momento per un rumore di sparo seguito da un grido lungo, straziante. Ma è soltanto un’impressione e non mi sveglio affatto. Poi il dormiveglia si trasforma in un sonno profondo, senza sogni. Quando apro gli occhi la stanza è piena di luce: deve essere molto più tardi del solito. Subito il pensiero mi corre agli avvenimenti del giorno prima; ho uno strano vuoto al cuore e mi affretto a scendere.

Mia madre è in cucina, seduta in poltrona sotto un paralume nuovo. È fatto di una materia che sembra pergamena sottile, ambrata, con delle chiazze più scure. «Allora l’hai ucciso!» esclamo con orrore. «Ucciso chi?» trasecola lei. «Ma il lusuardo!» «Ah, il paralume…». Mi guarda con compatimento, non so se per l’infondatezza dei miei timori o per la solidarietà inconfessata col lusuardo, che non può approvare; muove una mano come per allontanare un pensiero. «Non è stato necessario. Li vendono su Amazon. Lavabili».

LA POIANA ROSSA

Un racconto fantastico per le mattinate di brina

Si svegliò che era buio. Volle accendere la candela, vedere che ore erano, ma ricordò che la sera, per scorrere il grosso tomo De morbis quorum causae remediaque plurimis ignota, l’aveva consumata fino al moccolo. La stanza era fredda; inutile sperare che la domestica passasse ad accendere le stufe prima della partenza. Dal cortile le giunsero rumori di passi, di zoccoli: il cocchiere nuovo, quell’essere truce che l’aveva salutata la sera prima guardando basso, attaccava i cavalli. Bisognava sbrigarsi. Si vestì al buio, nel riquadro appena più chiaro della finestra.

Il cortile fumigava di nebbia; la guardò roteare in meandri contro la smunta luce della scuderia, contro la lampada alta del portico. Vide con disappunto che il cocchiere non aveva attaccato la carrozza ma un calesse scoperto, rustico, quasi una carretta. Avanzò vivacemente:

«E la carrozza?»

«A riparare!», rispose quello brusco, senza una parola di rammarico o di scusa, senza nemmeno aggiungere il “signora” che era pur in diritto di aspettarsi. Comunque le prese di mano la borsa da viaggio, la sistemò sull’asse che faceva da poggiapiedi e da fondo del calesse, la aiutò a salire. Il fanale appeso a un montante dondolava, spento. Partirono.

Una volta superati i pilastri del cancello, ogni luce scomparve nell’oscurità rarefatta del crepuscolo d’alba. Verena si avvolse meglio nella zimarra che si era gettata addosso per il viaggio: il freddo era pungente. Forse avrebbe dovuto dire al cocchiere di tornare indietro, rimandare la partenza. Ma l’indecisione, prolungandosi, si perpetuava, si accomodava al trotto del cavallo che la trascinava fuori, avanti nel viaggio.

Avanzavano in un mondo di gelo. La neve dell’inverno si era squagliata da un pezzo ma c’era una brina sottile, durissima, che irrigidiva i tratti delle erbe nei fossi, ricopriva la strada, le zolle, i tronchi e i rami degli alberi e ogni singolo sprocco di cespuglio, quasi si fosse data una pena infinita per non trascurare alcun dettaglio. Sopra l’armatura biancastra che imponeva alle cose, il sereno lottava contro una foschia titubante, già sconfitta: un corpo a corpo immobile che non trapassava nel giorno.

La strada prese a salire, il cavallo procedeva con la medesima lena. L’unica luce veniva dal gelo fantastico della terra; l’aria al di sopra era scura, confusa, non sapeva se stesse avanzando verso il chiarore o le tenebre, si teneva sospesa. A destra della carreggiata c’era un dislivello, una piccola scarpata giù nei campi; lì, sulla brina color perla, così rigida che certamente era impossibile piegarla, Verena vide un grande volatile – una poiana le sembrò, ma la testa rotonda ricordava piuttosto un allocco; era alto come un bambino di sei o sette anni, la grossa testa e le ali strette contro il corpo erano color rosso mattone, cupo; ma le parve anche, mentre passava al trotto veloce del cavallo, di vedere che le estremità delle ali, là dove la sagoma si rastremava in basso, avessero piccole chiazze verde smeraldo. La poiana stava immobile, con gli occhi chiusi, un po’ inclinata in avanti come se dormisse o fosse impagliata. Verena si sporse verso la schiena del cocchiere:

«Si fermi, per favore! C’è qualcosa nella scarpata.»

Quello si volse a metà:

«No! Non in mezzo alla salita! Mi fermerò più su se vuole.»

Ma quando furono in alto, sull’orlo del rilievo, il punto dove aveva visto la poiana parve a Verena così lontano, così perso, in basso, nel fumo sottile sugli sterpi ghiacciati, che rinunciò a far fermare la vettura.

Pareva che il giorno non dovesse mai venire. Dalla sommità dell’altura videro ancora il colore della notte pesare stranamente, indeciso, sul bianco d’albume della galaverna; turbinare, velarlo, farlo grigio come cera di candela. Il cocchiere intraprese la discesa. Spesso tirava la leva del freno e scintille color acciaio sprizzavano dalla ruota come nella fucina triste di un fabbro. Malgrado il freddo Verena dovette addormentarsi ad un certo punto, perché si trovò a sfogliare, come nemmeno ci fosse stata l’interruzione della notte, il tomo De morbis, che le parve ancor più poderoso, tanto che a fatica riusciva a reggerlo sulle ginocchia e lo sentiva premere contro il petto. Percorreva veloce le colonne, scorrendole col dito, alla ricerca della strana malattia di Eugenio: Si aegrotus cibum ricusaverit… no, non era questo; Si sanguis ex auribus se profuderit… nemmeno; Si magna vi membra iactaverit… nulla, nulla…; Si canis eum momorderit… ma no, ma no, nessun cane l’aveva morso… Nulla, nulla – da nessuna parte si parlava di quell’avversione quieta per l’acqua che aveva preso lui e, diceva Giovanna, la casa, i muri giallastri da cui rovinava una polvere silenziosa, la pelle che incartapecoriva sulle guance e sulle mani, sul viso altero… Nella lettera – se tuttavia Verena capiva bene la lingua inframmezzata di dialetto – Giovanna diceva che metteva bacinelle d’acqua ovunque: sui tavoli, sulle panche, intorno al letto. Di notte, mentre dormiva, gli bagnava le labbra, il viso…

La svegliò uno scossone del calesse, contrasse le mani e gli avambracci per trattenere il grosso volume; si stupì di non trovarlo, lo sentiva ancora pesare sulle ginocchia, contro le costole. Non le sembrava di aver dormito; non c’era, in effetti, transizione fra il sogno e i pensieri della veglia. Le bacinelle d’acqua… Le pareva di vederle, nella vecchia casa, come l’anziana domestica diceva di averle disposte nella lettera che l’aveva raggiunta oltre la cordigliera. Era partita subito; l’ultima notte l’aveva passata al podere Manenti, ora proseguiva il viaggio su quello scomodo calesse. Sperava che Giovanna esagerasse, che fossero, le sue, preoccupazioni vuote di vecchia. Che senso aveva, poi, una malattia che avesse preso insieme la casa e il padrone? Dei sintomi che riferiva non aveva trovato traccia nei testi medici. E alla fine, rifletté per la centesima volta, al netto delle sgrammaticature e delle oscurità le pareva che si riducessero a due: un progressivo estraniarsi dall’acqua, un ritrarsi di fronte al bere, al bagnarsi; e un’irrequietezza che lo spingeva a percorrere le stanze della dimora decrepita, a prestare orecchio allo scorrere della sabbia lungo i muri, a scostare, dopo il tramonto, le tende rossastre per mirare la polvere pacata del crepuscolo.

Da Eugenio, certo, non avrebbe saputo nulla; da tempo, dall’incidente in fondo, Eugenio aveva smesso di rispondere alle sue lettere. Sollevò l’indice guantato di pelliccia come per sfiorare la cicatrice che gli attraversava la guancia, gli arricciava il labbro come la buccia aperta di un frutto; vide il gesto di lui, elegante, di diniego, gli angoli della bocca piegati nel sorriso ironico contro se stesso. Incrociò le mani in grembo: inutile sollevarle.

Il calesse ballava parecchio: le parve che avessero abbandonato la strada maestra; ma certamente non potevano essere arrivati, no, e nemmeno già  vicini alla meta. Il cavallo girò a sinistra, con una precauzione di animale saggio; Verena si sentì sprofondare come per un mancamento; la vettura si raddrizzò dopo il ripido dislivello e imboccò un viale alberato. Gli alberi erano antichi, bassi, nodosi: gelsi o tigli – il gelo e il buio non le permettevano di distinguere. Le pareva che non fossero stati potati da moltissimo tempo tanto l’intreccio dei rami era fitto sopra la testa del cocchiere. Alla bella stagione dovevano fare un tunnel verde e segreto; ma anche così, spogli, coperti di ghiaccio, con la brina che li illuminava fiocamente dal basso e le cime perse nella bruma scura, facevano una galleria in cui il buio teneva luogo di frasche. Il calesse filava liscio su uno strato di foglie marce, rigide di brina, che crepitavano sotto le ruote. Verena si appoggiò meglio al legno duro dello schienale e cadde nuovamente nel sonno.

Arrivavano alla casa di Eugenio, sulla sommità della collina. Il calesse la portò fin davanti alla porta: si stupì di vedere che era senza battenti e sormontata da un’edicola, come l’ingresso a un edificio classico o a una necropoli. Dentro, il buio fumigava, faceva una barriera. Non ricordava di essere scesa dal calesse, eppure si trovava in piedi sulla soglia, a cercar di scrutare attraverso la caligine; si accorse di aver dimenticato la borsa da viaggio, ma vettura e cocchiere erano scomparsi. Stava lì titubante, un po’ impaurita dal buio ostinato, come di fumo che si arrotolasse in volute all’interno. Si decise a chiamare Giovanna; la voce usciva a stento e sicuramente non penetrava oltre la soglia. Stava per oltrepassarla quando il brusco arrestarsi della vettura la svegliò.

Non erano più nel viale alberato; da una parte e dall’altra della strada campi grigiastri ricoprivano i pendii. Ora l’aveva vista il cocchiere: «Ah, bestiaccia!», gridò saltando da cassetta. Verena guardò: a destra della strada c’era di nuovo la poiana. Era sempre immobile, ma ora aveva rivolto verso di loro il grosso capo rotondo, di gufo o di allocco, e li guardava. Il cocchiere armeggiava sotto il sedile. Ne trasse un lungo schioppo, prese la mira.

«Cosa fa! E’ impazzito?», gridò Verena urtando il calcio del fucile. Il colpo partì, mancò il bersaglio; la poiana si sollevò in un volo lento, pesante. Era veramente enorme.

Il cocchiere la fissava, furioso:

«Era una poiana rossa. Una poiana rossa.»

«E con questo?» Verena non capiva.

La rabbia del cocchiere cadde di colpo, fece posto al disprezzo:

«Ah, se per lei va bene così…» E con movimenti bruschi, negligenti, assicurò nuovamente l’arma alle cinghie sotto il sedile. «Ecco», disse con ira guardando davanti a sé mentre risaliva a cassetta, come se ci fosse là, a sinistra, qualcosa di spiacevole, qualcosa che era una diretta conseguenza dell’improvvido intervento di Verena. Guardò anche Verena, ma non vide altro, dove il rilievo digradava nella pianura, che una striscia di rosso cupo a oriente. Soltanto allora si accorse che la luce era aumentata. Era il giorno, finalmente? E come mai giungeva così tardi, quando erano in viaggio da tante ore? La striscia sanguigna era poco più che una fessura, stretta fra l’orizzonte e uno strato compatto di spesse nubi; tuttavia la luce invadeva lo spazio fino al più lontano occidente. Il cocchiere si guardava attorno inquieto, come se spiasse i prodromi di una catastrofe. Verena non vedeva nulla di mutato, se non che, con la luce, il fantastico fulgore della brina si smorzava, si appiattiva e, forse a causa del cielo coperto all’orizzonte, il freddo pareva farsi meno intenso. Un noce protendeva sulla carreggiata le dita anchilosate da cui pendeva qualche foglia ricurva. Una goccia gelida le rigò una guancia: la guaina di gelo si disfaceva intorno ai rami più alti. Anche il cocchiere se n’era accorto, schioccò la frusta e le ruote del calesse girarono più in fretta sul terreno ghiacciato. Lo sentiva borbottare, preoccupato. Non capiva cosa dicesse, tuttavia le parve di cogliere, a diverse riprese, la parola poiana. In un tratto alberato, poco dopo, goccioloni d’acqua e piccole stalattiti ghiacciate piovevano fitte. Il cocchiere si alzò a cassetta e schioccò nuovamente la frusta come se volesse comunicare al cavallo il proprio panico.

Pure, per quanta fretta avessero, dovettero far riposare la bestia e rifocillarsi. Quando Verena si era alzata, prima dell’alba, la cucina del podere Manenti era buia e senza fuoco. Era partita a stomaco vuoto e così pure,  verosimilmente, il cocchiere. Si fermarono a una locanda su un poggio, una collinetta rotonda dalla quale, sotto il cielo nuvoloso e nitido, si potevano vedere da una parte le propaggini di un lungo rilievo e dall’altra la pianura. Sulla porta, invece della frasca che solitamente indica il cibo e l’alloggio, era appeso un ciuffo di penne rossastre, forse di fagiano, con un occhio color smeraldo all’estremità. Il cocchiere si occupò del cavallo, ma Verena entrò direttamente nella stanza comune, impaziente di riscaldarsi.

Era difficile stabilire che momento fosse della giornata, se il mezzogiorno non fosse ancor giunto o se fosse invece già passato; in ogni caso nella saletta umida e appena appena tiepida nessun tavolo era apparecchiato. C’erano tuttavia diversi avventori raggruppati attorno al bancone. Si girarono a guardarla, la ispezionarono per qualche secondo; non avendo trovato nulla di interessante riassunsero la primitiva posizione e non si occuparono più di lei. Verena sedette su una panca vicino alla finestra, sistemò di fianco a sé la borsa da viaggio e stette un attimo indecisa se estrarre dal fondo, dove giaceva, il tomo De morbis. Ma difficilmente, con la fame che aveva, avrebbe potuto concentrarsi; decise che era meglio rinunciare alla lettura e cercare di attirare l’attenzione dell’oste. Che arrivò due minuti dopo, con un cencio di colore dubbio ripiegato sul braccio, e disse che da mangiare c’era zuppa di pane con formaggio, oppure selvaggina alla cacciatora. Verena ordinò tutte e due le cose, una dopo l’altra, e anche del vino rosso. Mentre ingollava la zuppa bollente (squisita, col pane ammollato nel brodo al punto giusto, non completamente disfatto ma in nessun punto troppo asciutto, e la crosta delicata di formaggio che filava) entrò il cocchiere e si diresse al banco, dove fu salutato da quegli avventori che conosceva. La conversazione riprese esattamente come si era interrotta, in un borbottio indistinto cui Verena non prestava alcuna attenzione. L’oste portò il piatto di cacciatora: un ragù molto sminuzzato in un sugo bruno, con delle patate lesse. Alzando lo sguardo Verena si accorse che quelli del banco si erano girati e la fissavano. Il cocchiere doveva aver raccontato la storia con la poiana. Mentre li guardava a sua volta, a disagio, vide che anche sul bancone, e precisamente sopra il rubinetto della birra, c’era un trofeo di penne come quello appeso fuori, sulla porta; in un lampo si rese conto che non erano penne di fagiano, ma di poiana – le penne della poiana rossa! – e anche il ragù che si rapprendeva nel piatto attorno a tre patate clorotiche era dello stesso volatile, e il brodo della zuppa era brodo di poiana!

Spinse il piatto lontano da sé e bevve rapidamente tre o quattro sorsi di vino, come se tentasse di ripulirsi la bocca dopo un atto di cannibalismo. Avrebbe voluto andarsene ora, e di fretta; ma il cocchiere si era messo a mangiare e pareva intenzionato a farlo con comodo.

Fuori la luce era nuovamente calata, sia che le nuvole fossero più fitte, sia che il giorno stesse declinando verso un precoce crepuscolo; nella stanza, anche avvicinandosi il più possibile alla finestra, faceva troppo buio per leggere. Verena aveva appoggiato il gomito sul tavolo e la testa sul palmo della mano, si sentiva il viso in fiamme, forse per il brodo bollente o per il vino; guardava senza vederla, oltre il fango del cortile irrigidito dal gelo, la bassa costruzione della scuderia. Era impaziente di riprendere il viaggio: doveva assolutamente arrivare prima di sera, non poteva permettersi di perdere un altro giorno. La percezione della propria impotenza la esasperava: mentre se ne stava lì, in quella locanda ostile, ad aspettare che un cocchiere finisse di mangiare della carne di poiana, Eugenio soffriva nella casa polverosa. Uno slancio incondizionato, doloroso, la trasportava verso di lui. Nello stesso momento una diffidenza nei confronti di se stessa, che conosceva bene, la paralizzava. Era sicura che non ci sarebbe stata in lei, da ultimo, una resistenza? – oh, non nella voce e nemmeno nei gesti o nello sguardo; no, ancora più nascosta…; una resistenza ineliminabile, una delusione – che egli avrebbe indovinato, o soltanto sospettato; allora avrebbe sorriso col suo sorriso di impeccabile cortesia e insanabile amarezza, le avrebbe girato le spalle e se ne sarebbe andato.

Un rumore esterno, singolare, in qualche modo inatteso venne a disturbare le sue riflessioni: un rumore di metallo, come di una lastra percossa. Ancor prima di capire cosa fosse si rese conto che esso creava nella stanza, fra gli avventori, uno scompiglio e uno sgomento. Erano gocce, grossi goccioloni isolati che piombavano in fondo alle gronde: il ghiaccio si disfaceva sul tetto.

Il cocchiere balzò in piedi, in un attimo ebbe saldato il conto, attaccato il cavallo e fu pronto a partire. Gli altri avventori la guardavano storto, con un misto di franco odio e timore, come se la ritenessero responsabile di una calamità ma si trattenessero dal vendicarsi per paura di peggiorare le cose. Verena fu felice di andarsene.

«Avanti, avanti! Si sbrighi!», intimò poco cerimoniosamente il cocchiere aiutandola a salire, «o affonderemo nel fango fino al mozzo!» La minaccia pareva a Verena francamente esagerata: il terreno era sì un po’ meno duro, ma quanto ad affondare ne erano ancora lontani, e il calesse corse giù per la discesa senza nemmeno imbrattarsi le ruote. Ripresero la strada ai piedi delle colline, di nuovo verso est. Ora avevano il buio di fronte: un lividume spesso di tempesta che copriva tutto il cielo da quella parte. Ma dietro di loro, come constatò Verena girandosi varie volte, le grosse nuvole erano interrotte e dagli interstizi traspariva una luce gialla e rossa come di un incendio.

La sosta aveva giovato al cavallo: trottava allegramente, spensieratamente; questo faceva uno strano contrasto con l’irrequietezza del cocchiere che continuamente si guardava intorno e borbottava. Certo, rifletté Verena, se era il disgelo che temeva, aveva motivo di preoccuparsi: la brina era ovunque scomparsa, tranne negli avvallamenti più profondi; l’erba era color verde buio, come muschio, o come un paesaggio su cui ci si deve piegare da presso per scorgere una luce nascosta. Tuttavia Verena non vedeva pericoli di sorta e, quanto a sé, si sentiva piuttosto dell’umore del cavallo. La vicinanza della meta (non poteva mancare molto ormai) faceva evaporare le inquietudini che l’avevano oppressa per tutto il viaggio e durante la notte al podere Manenti. Le sembrava sempre più probabile che Giovanna avesse esagerato; inoltre, ripensandoci, la lettera non era affatto chiara e soltanto la sua propria ansia l’aveva interpretata in senso così estremo. Più si avvicinavano alla dimora di Eugenio più la gioia di rivederlo la occupava. Ora avvertiva a tratti un profumo: lontano, pungente, di inizio di primavera.

Le ruote girarono con un fruscio lungo, trasportando gocce d’acqua verso l’alto come ruote di mulino: il calesse avanzava, ancora veloce, in una spanna d’acqua – senza sprofondare, perché in quel punto il suolo erboso, benché sommerso, era compatto. Il cocchiere era ammutolito; stranamente però non guardava in basso lo stato della strada: pareva cercare qualcosa su, nell’aria. Seguendo il suo sguardo, Verena la vide per la terza volta, molto in alto: vide la poiana rossa, più grande di un’aquila, tuffarsi nel cielo di tempesta e scomparirvi in un vorticare di penne rosso cupo.

Subito l’acqua debordò dai fossi. Il cocchiere gemette come per una disgrazia a lungo paventata; abbandonò un momento le redini e con le due mani schiacciò più giù sulla testa, piegandola in avanti, il berretto di pelo – se in una mimica di disperazione o per altro motivo Verena non avrebbe saputo dire. Non pensava più a frustare il cavallo, che sembrava rendersi conto da sé della situazione e filava via deciso, senza il panico un po’ ridicolo del padrone.

Per fortuna il terreno riprese a salire, si lasciarono alle spalle l’allagamento e la strada fu di nuovo passabilmente asciutta. Ma i fossi gorgogliavano minacciosi e da una parte e dall’altra della carreggiata, nei campi saturi, grandi pozze si formavano nei punti più bassi. Da dove veniva tutta quell’acqua, si stupiva Verena. Non certo dallo strato di brina, per quanto spesso, che aveva ricoperto il mondo durante la lunga alba. Forse era piovuto in montagna e la piena raggiungeva le basse terre? Ma più che dall’alto l’acqua pareva venire da sotto – dalla terra. Il paesaggio intorno a lei assomigliava sempre di più a un piatto di pane ammollato.

Di nuovo l’acqua invadeva la carreggiata, il cocchiere, a cassetta, si raggomitolava su se stesso, il cavallo trottava spavaldo e la frusta, inutilizzata, fissa sul suo sostegno, oscillava come un pennone o una smilza orifiamma. Verena non aveva paura; tuttavia fu con sollievo che sentì il calesse piegare a destra e attaccare la salita che portava su, alle colline di Eugenio.

Per un lungo tratto la carraia saliva incassata fra due rialzi di terra che impedivano la vista. Ma quando sbucarono in alto, sul crinale, ed ebbero di nuovo la pianura sotto di sé, Verena trasecolò e si fece pensierosa: l’acqua copriva tutto tranne gli spessori degli argini e delle siepi fra un campo e l’altro, così che ora la campagna aveva l’aspetto di una sterminata risaia. Il tempo di raggiungere la collina successiva e anche le siepi e gli argini erano scomparsi e soltanto le cime degli alberi svettavano sull’acqua. Sulla sommità rotonda apparve la casa di Eugenio.

Sbucati che furono sul piazzale, il cocchiere tirò le redini, la aiutò a scendere e posò sull’erba la borsa da viaggio con tanta furia e mala grazia che questa rotolò giù per il pendio. Esterrefatta, Verena la guardò ruzzolare e rimbalzare, si volse per fare delle rimostranze al cocchiere e intimargli di andare a recuperarla, ma quello, con una larga curva, aveva già fatto voltare il cavallo e imboccava la discesa. Verena guardò giù, verso la pianura: le colline, a destra e a sinistra, emergevano dalle acque come altre volte da una distesa di nebbia in una giornata serena.

«Dove va!», gridò al cocchiere. «Si fermi, torni indietro! Lo faccia almeno per il cavallo!» E poiché quello non dava segno di aver udito aggiunse, gridando più forte che poteva:

«Si fermi! Annegherete tutti e due!»

Allora il cocchiere si volse: sotto il berretto di pelo il volto era distorto dalla rabbia e dall’astio:

«Sì!», le urlò di rimando. «E sarà colpa sua!»

Verena si incamminò verso la casa. Non aveva mai badato, prima, a quanto fosse simile a un fortino: con il lungo, alto muro quasi sprovvisto di finestre. Il portone non era sormontato da un’edicola, come nel sogno, però era spalancato. L’interno era buio.

Abituando gli occhi all’oscurità ritrovò le stanze che conosceva, i corridoi. Dappertutto le cortine tirate facevano un crepuscolo indistinto, e ovunque, sui mobili e sul pavimento, c’erano bacinelle: d’argento, di rame, di smalto, di coccio. Verena allungò la mano: erano asciutte; soltanto una pellicola secca e impastata, sul fondo, testimoniava che avevano contenuto acqua. Sabbia rovinava giù dai muri, senza posa, con un fruscio sottile come in una gigantesca clessidra; si ammucchiava sui pavimenti, cricchiava sotto le suole, ticchettava come un orologio. Strisciando col dito sul fondo calcareo dei bacili, Verena capì il senso della lettera di Giovanna, delle oscure parole dialettali: non Eugenio si ritraeva dall’acqua, ma l’acqua li abbandonava, loro e quel luogo, lasciando solo polvere. Catini e bacinelle erano serviti a raccogliere le ultime vene, le ultime infiltrazioni.

La profondità della casa era interminabile: Verena percorreva una stanza dopo l’altra senza giungere alla porta che dava sul giardino. Una luce biancastra che vide in fondo a un corridoio le fece accelerare il passo, si mise quasi a correre: era arrivata al cortile interno – vuoto, squadrato. La gramigna nel vasto spiazzo era arsa e sminuzzata, il pozzo al centro faceva odore di secco.

Verena attraversò il cortile di corsa, infilò l’uscio di fronte. In questa parte della casa, se ricordava bene, c’erano i locali della masseria: frantoi, stalle, fienili. Era tutto vuoto. Qui la luce grigia della sera penetrava attraverso le assi sconnesse, il suolo era coperto di pula, c’era un odore mordente di polvere e di olio stantio. Camminava piano ora, piangeva. Non si chiedeva nemmeno che ne fosse di Eugenio. E non era nemmeno vero che piangeva. Credeva di piangere, ma nessun umore usciva da lei; soltanto una specie di guaito che voleva essere pianto. E tutta quell’acqua, pensò, quell’acqua inutile che copre la piana! E qui nemmeno una lacrima! A un fruscio alzò lo sguardo e vide il nido enorme, là, sul soppalco del fienile, il nido di fieno e di sterpi, vasto come una macina da mulino, il nido della poiana. Il grande uccello rossastro si rivelò con un movimento, girò il capo verso di lei, la guardò con severità. Era orrido, pensò, faceva paura. Faceva paura, eppure spazzava via la paura: ecco lì, a destra, a due passi, la grande porta ad arco, la porta del giardino.

In fondo al viale c’era una rotonda, lo sapeva anche se non la distingueva perché era già di nuovo quasi buio. Avanzò sul ghiaino che scricchiolava; a metà del viale lo vide, al centro della rotonda, in piedi. Riconobbe il profilo, la barba che si faceva crescere, a volte, per nascondere la cicatrice e il labbro spaccato. Era intento a fissare qualcosa. Nemmeno quando gli fu di fianco si volse; ma indicò davanti a sé:

«Guarda.»

Verena guardò: dalla terra polverosa della rotonda sgorgava una polla d’acqua; il getto breve si innalzava, ricadeva, scorreva via seguendo la pendenza del terreno. Eugenio si piegò, stese la mano sull’acqua che balzava su, cercò di afferrarla come fanno i cani. Quando si rialzò sorrideva. Verena sedette a terra dopo l’interminabile viaggio, tirò un sospiro interrotto come un bambino che ha singhiozzato a lungo. È stata la poiana rossa disse. Ha portato l’acqua.

A Parma (à SUIVRE…10)

Ci sono cose che fa anche se sa che sono sbagliate, o che non hanno senso, o che non porteranno ad alcun risultato, o che porteranno a un risultato spiacevole. Generalmente le fa perché a un certo punto ha deciso di farle; non vede altri criteri per l’azione. Quando ha deciso magari le sembravano buone idee, che aprivano nuove prospettive, che potevano cambiare in meglio la vita. (…Continua su Poliscritture)

L’EDITORE

Aveva smesso di piovere. Fuori c’era un grigio un po’ terroso come l’intonaco della casa, il lillà era piegato dalla pioggia, sulle colline si gonfiavano le macchie più chiare delle fioriture. Era la primavera dopo tutto, c’era in giro una leggerezza, come un essere sospesi nel presente che le faceva bene, la riposava. Sorrise a una merla che cercava grani fra l’erba.

Sul retro della casa fu incerta se prendere il viottolo e scendere al punto più basso della forra, dove l’acqua stagnava e crescevano due pioppi giganteschi, e risalire dall’altra parte, per la collina e le carraie, fin su dove comincia il bosco. Ma non c’era ragione. Non c’era più nulla da vedere, gli eroi erano giunti a destinazione, il romanzo era concluso.

Non era triste. Inspirò come un’umidità sui muri la solitudine delle stanze vuote; non c’era nessuno, soltanto il manoscritto sul tavolo e tutto lì dentro – congedato, staccato da lei.

Sedette sulla poltrona che le parve dura; lasciò penzolare la mano oltre il bracciolo.

Verso sera bussarono alla porta.

Sulla soglia c’era un uomo con un completo nero, o forse grigio scuro, e una bombetta. Era un uomo di mezza età, curato, impeccabile, del tutto privo di fascino.

«Sono l’editore» disse senza togliersi il cappello. «Posso entrare?»

Penelope si fece da parte.

Nel soggiorno accese la lampada sul tavolo. Le guance dell’editore, un po’ cascanti come quelle di un bracco, disegnavano due pieghe decise agli angoli della bocca; in mezzo, le labbra erano dritte e sottili. Accennò al manoscritto, posato di fianco alla lampada:

«È questo?»

Penelope fece segno di sì.

Poiché l’uomo non diceva nulla cercò lei stessa un inizio, esitando:

«Quindi lei è un editore…»

L’uomo si strinse appena nelle spalle:

«Abbiamo mantenuto il termine tradizionale, ma suppongo che lei sia al corrente della procedura…»

Penelope si affrettò ad annuire, arrossendo appena: soprattutto non voleva che l’uomo la prendesse per un’ingenua.

Però non dava segno di voler iniziare, anzi si era seduto e faceva ruotare il cappello sulle ginocchia. Così, senza averne veramente l’intenzione, domandò:

«Ma perché lo fate?»

L’editore la fissò esagerando un’espressione di stupore:

«Non mi dica che non lo sa».

«So quello che si dice. La proliferazione dei libri».

«Era diventata mostruosa. Un mostruoso essere tentacolare. E la patologia psichica? La sindrome del lettore inebetito? Ne avrà sentito parlare».

«Sì» disse lei, incerta. «Ora però, dopo tanto tempo…»

L’editore aveva un’espressione severa. «E quanto pensa che ci metteremmo, a ripiombare nel caos?»

«Ma anche a prescindere da questo» continuò con una certa animazione «ci siamo accorti che grazie alla nuova procedura si ottengono esattamente gli stessi benefici, a costi assai inferiori e senza inconvenienti».

«Gli stessi benefici?»

L’editore tacque e fissò il cappello in grembo, come per raccogliere i pensieri. Quando sollevò lo sguardo aveva un’espressione ardita:

«Che ne era, poi, dei volumi che venivano stampati?»

«Come, che ne era? Non so… »

«Venivano dimenticati!» urlò, trionfante. Abbassò la voce:

«E meno male. La psiche reagiva, si tutelava… Ma comunque. Mi dica, non è, ora, la stessa cosa? E molto più rapidamente, senza intoppi. Che altro accade ora ai volumi, con la nuova procedura, se non di essere dimenticati?»

Penelope lo fissava esterrefatta:

«Tutto qua? Tutto qua il beneficio?»

«Be’, no» ammise l’editore con una piccola irritazione. «Il grosso degli effetti benefici riguarda gli autori, esattamente come prima. Vede, mia cara, una volta, quando il manoscritto era “pubblicato”, come si diceva, l’autore si sentiva gratificato, colmato, liberato dal peso morto dell’opera inedita, e si metteva immediatamente a scriverne un’altra. È un fatto costituzionale degli autori, non si può cambiare. Ora, noi facciamo, a costi decisamente inferiori e senza danno per il pubblico, esattamente la stessa cosa: noi liberiamo l’autore dal suo manoscritto; da quella cosa vergognosa, impudica, inconfessabile che è il manoscritto bruto. Gli restituiamo un’anima immacolata, una coscienza vergine: può ricominciare da capo».

«Ma…» balbettò Penelope. Qualcosa le ostruiva la faringe; deglutì con fatica. «Ma, non le viene in mente che magari… fra i manoscritti che trattate secondo la procedura… chissà… potrebbe anche esserci un capolavoro?»

L’editore sorrise, con benevolenza:

«Bambina mia,» disse paterno, sicuro di sé «se lei mi garantisce che quello» e indicò il manoscritto «è un capolavoro, se lei è in grado di affermare senz’ombra di dubbio che è un capolavoro, io istruisco la procedura straordinaria e lo tratto nel modo tradizionale. Non è mai stato fatto, ma se lei mi assicura che è un capolavoro, lo farò».

Penelope trattenne il fiato. Guardava la pila di fogli sul tavolo, cercava di concentrarsi, di ricondurre tutto a una coscienza nitida. C’erano tante cose dentro, cose che erano venute da sé, cose che aveva dovuto inventare faticosamente, che avrebbero potuto essere altre, essere dette altrimenti. C’erano frasi che erano scivolate fuori perfette, e altre che aveva riscritto molte volte, che avrebbero potuto essere scritte diversamente o non essere scritte affatto.

Quanto c’era di necessario? Qualcosa, sì, qualcosa; probabilmente molto poco. E poi, necessario per chi?

Chinò il capo.

«Mi dia retta,» disse l’editore comprensivo, battendo col medio sullo spesso pacco di fogli ordinatamente rilegati, «si decida. Vedrà che dopo starà meglio».

Penelope si mordicchiava il labbro. Ma davvero, cos’altro poteva fare?

Si alzò e prese il manoscritto con le due mani, per il lungo. Anche l’editore si era alzato e la guardava con una certa solennità. Penelope era tesa, i polsi e le spalle le tremavano. Era la prima volta, non l’aveva mai fatto. Qualcuno le aveva detto che la prima volta quel fatto fisico, quell’enormità, fa un po’ impressione. Sollevò il manoscritto all’altezza del viso dell’editore.

Ecco, ecco, ora accadeva. Vide la fessura sottile delle labbra allargarsi a dismisura, superare i contorni del viso, diventare un’apertura vacua, rettangolare, delle dimensioni esatte del manoscritto. Lo accostò alla fenditura, lo spinse dentro. Era fatta.

Il collo dell’editore si dilatò come un serpente che ingoia una preda più grossa di lui. Deglutì con un certo sforzo, si ricompose. Non si notava più nulla.

L’uomo si inchinò brevemente, sorrise:

«È stata una saggia decisione. Vedrà, fra poco si sentirà meglio.»

Si rimise il cappello:

«Non importa che mi accompagni, troverò la strada.»

Sentì la porta d’ingresso che si apriva e si richiudeva.

Le parve che sul tavolo, di fianco alla lampada, mancasse qualcosa.

Povera bambina, pensò mentre scendeva i tornanti della strada bianca. Attaccata a quelle cose che non ci sono più. Convinta che siano ciò che veramente conta, il nucleo duro dell’essere. E quanto doveva aver lavorato a tessere tutta quella natura. Anni di natura fedelmente registrata – macché registrata, romanzata! ridacchiò. E mai un dubbio.

Intanto si guardava attorno per imprimersi il percorso; aveva faticato a trovare la casa e non dubitava che fra non molto gli sarebbe toccato tornare. Intorno c’erano le colline, le fioriture spumose. Le vedeva, ma piuttosto come le immagini di un video. E a poco a poco tutto scompariva nell’oscurità.

«“E a poco a poco tutto scompariva nell’oscurità”» pensò arricciando metà labbro. «Ecco un’altra cosa che non esiste più».