Riflessioni di uno scrittore su un romanzo che un personaggio misterioso gli propone di scrivere

Un tizio alieno, piovuto non si sa da dove, propone a uno scrittore di cavare una storia fantastica da certe brevissime esperienze estatiche.

Lo scrittore è perplesso e sulle prime rifiuta ma poi, quasi senza volere, si mette a pensare a come si potrebbe scrivere la storia.

Si dice che è praticamente impossibile. Bisognerebbe incrinare l’istantaneità del bagliore estatico e cavarne azione personaggi ostacoli inizio e conclusione. Un nonsenso.

E poi, siamo sicuri che la storia interesserebbe?

Il momento, è vero, pare propizio. Assistiamo in diretta all’affrontamento fra il nostro mondo, a cui teniamo, e un’alternativa improbabile, una parata di vecchie monete imposte dall’alto.

Ma bisogna riflettere, analizzare. Tanto per incominciare chi, nella storia che vorremmo narrare, sarà minacciato? Un Impero del Bene in disfacimento ma pronto a risorgere? In che misura, essendo un Impero, non sarà esso stesso impositivo? E poiché anche nella nostra storia il Bene dovrà pur ricorrere a qualche forma di potenza, non sarà il suo fine unico la potenza?

La Federazione Garamantica, nella cosiddetta realtà, lo dichiara apertamente: la sua causa finale – come pure le rimanenti aristoteliche tre – è la volontà di potenza. Strano misto di filosofia nietzschiana e liturgia luccicante. Ma, al netto dell’aperta dichiarazione di intenti, non sono le due opzioni – la Federazione e l’Occidente – in fondo equivalenti e in ultima analisi una questione di gusti? O c’è qualcosa di obiettivo a cui appigliarsi, una qualità dirimente?

Qualcosa c’è. Una qualità che la Federazione sbeffeggia come ineffettuale e superata, ma a cui teniamo, o almeno lo scrittore ci tiene, e che certo non si supera all’indietro: la libertà individuale; certe garanzie per l’individuo: ad esempio di non essere caricati a forza su un treno e deportati verso i vasti e lontani confini della Federazione – poiché per essa non è l’individuo che conta, ma la compagine collettiva, un gigantesco termitaio.

Ammesso quindi che si possa ipotizzare un Impero del Bene, o un Impero del Meglio, chi sarà nella nostra storia l’entità che minaccia? Come dovremo dipingere l’Oscuro Signore per non cadere nel cliché e nell’infantile – visto oltretutto che essere infantili è precisamente ciò che si richiede alle masse gestite dalla Federazione?

Lo scrittore si rende conto che qui sta il vero ostacolo. Che gli pare insormontabile. Riflette, cerca modelli. L’unico modello serio che gli viene in mente è il giudice Holden. Sicuramente il giudice Holden è una figura archetipica del Male. Fatta benissimo, tanto di cappello. Ma intanto non è un Antagonista, è il Protagonista assoluto: il punto focale di un mondo extra moenia, in nessun modo regolamentato, in cui di conseguenza il Bene non esiste; o se, in un raro contesto che si tenta civile, cerca di imporsi, viene spazzato via dall’inaudita violenza del Male. Gratuito. Il Male per il male. L’essenza. Inoltre il giudice è l’unica figura archetipica: il resto sono schegge esplose dal caso: nati per caso, sopravvissuti per caso, agiscono per caso, muoiono per caso. Tutto il contrario di quello che vogliamo fare noi, no? O si è dimenticato di dirlo, lo scrittore, che bellezza e felicità, nella brevissima visione estatica, sono legate a una necessità assoluta?

C’è poco da fare, si dice lo scrittore, bisognerebbe tagliare: niente Oscuro Signore né Impero del Bene. Tutto strettamente individuale, fenomenologico.

Ma fammi il piacere. Individuale e fenomenologico con personaggi che sono degli archetipi. Lo sciamano e l’eroe, ma sei matto?

E com’è poi, si chiede, che sei incappato in questi individui da fantasy? Da gioco di ruoli. L’eterna lotta del Bene contro il Male che piace tanto ai cattolici, i quali nemmeno capiscono che c’è assai poco di cristiano in queste teorizzazioni del Male assoluto, dove alla fine i totalmente malvagi sono centrifugati nel nulla. Oppure, se il prodotto è serio – vedi sopra il giudice Holden – è il Male che vince: il Signore Inestirpabile.

Ma tu, si chiede lo scrittore, questo Male con la lettera maiuscola l’hai mai incontrato?

Esita. Ricorda certe disperazioni, quando era piccolo. Troppo enormi per un bambino così piccolo. Poi, con gli anni, erano passate. Più tardi c’erano stati mali circostanziati, compartecipati, un viluppo di oppresso e oppressore, di torto e ragione. Un’infelicità diffusa, un destino che si delineava, questo sì, ma nessun Malvagio che ne fosse responsabile. O, se vogliamo, Dio. Ma, dicono, sarebbe una contraddizione nel concetto.

Quindi no, niente Grande Malvagio. Dunque niente storia?

Ma no, aspetta. Da dove salta fuori questo Grande Malvagio? Compare nella visone? Certo che no. Viene dalle narrazioni, è un suggerimento per il ronfare meccanico della narrazione. Sembra che non se ne possa fare a meno per mettere in moto un’avventura attraverso cui, dall’inizio alla fine, traspaia l’istantaneo e l’indicibile.

Un ostacolo necessario il Male con la maiuscola; abbastanza vago da assumere facilmente valenza metafisica o, se qualcuno preferisce, politica. Essenza personale malvagia o totalitarismo impersonale, a scelta. Nulla che, veramente, rientri nell’esperienza dello scrittore. Esperienza quotidiana o esperienza magica.

Ma come si fa? Ogni protagonista ha bisogno di un antagonista; e se non vogliamo, o non possiamo, sguazzare nel pantano psicologico abbondantemente scandagliato; se vogliamo, o dobbiamo, optare per uno statuto risolutamente metafisico – perché ricordiamoci che in ultima istanza qui non stiamo parlando di persone ma di bagliori estatici, cioè fuori dal sé, cioè di qualcosa che, se non può dirsi totalmente oggettivo, possiede però una soggettività relativamente blanda – se vogliamo o dobbiamo tutto questo, allora il ricorso agli archetipi è inevitabile. E che farà il vecchio saggio se non opporsi alla follia, o l’eroe giovane o meno giovane se non battersi in punta di spada per la verità e la giustizia? Come si fa allora a fare a meno di un Malvagio che neghi verità e giustizia, se non si vuole ricadere nell’individuale psicologico? Un bel problema.

Però, si dice lo scrittore che esita a gettare la spugna, pensiamoci ancora un po’. Perché davvero il momento presente aiuta.

EIN FESTE BURG IST UNSER GOTT

[Subito dopo la laurea, fra il 1981 e il 1983, ho lavorato esattamente venti mesi in Germania con un contratto part-time con l’università. In seguito a questo, da quando ho raggiunto l’età di pensione, cioè da circa due anni, la Previdenza tedesca mi riconosce il diritto a 49,15 mensili per dodici mensilità annue, che mi vengono pagati dalle Ferrovie Federali, non so perché. Oggi mi è arrivata la comunicazione che a partire dalla rata di luglio (i soldi arrivano alla fine del mese) la mia pensione mensile passerà a 51,78, con un aumento netto di 2,63. Credo che si tratti di una specie di adeguamento ISTAT o qualcosa del genere. Ci sono due pagine di delucidazioni, ma non mi sogno neanche di leggerle. Poiché la mia pensione italiana, dopo un primo periodo di stabilità, ha cominciato a oscillare, ma verso il basso, questo aumento di euro due e sessantatrè, così modesti epperò così stabili, così garantiti e granitici, mi ha commosso. E, anche se non c’entra niente, mi ha fatto venire in mente qualcosa che avevo scritto tempo fa sugli amici tedeschi, la cronaca di un fine settimana insieme; un testo lungo, noioso e assolutamente improponibile; ma forse questo estratto può risultare interessante.]

Religiosamente parlando, entrambe le confessioni erano equamente rappresentate, benché la Vestfalia fosse storicamente un covo di cattolici e anzi a questo proposito girasse la barzelletta:

  • Quali sono i gradi dell’aggettivo “nero”?
  • Nero, Münster, Paderborn.

Ma ad esempio Isa, benché marcatamente atea, è di origine protestante; Uwe è protestante; talmente protestante che finirà per sposare la moglie di un pastore; e Jӧrg appartiene alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno e studia teologia evangelica. Le ha prestato un opuscolo una volta, in cui un qualche benintenzionato pastore mette in guardia la gioventù contro il pericolo delle sette. Nell’introduzione indica brevemente le sette di cui tratterà e conclude dicendo che naturalmente non bisogna dimenticare la più grande, la più pericolosa e la più falsa di tutte, e cioè la chiesa cattolica. A lei non sembra tanto un’enormità, le sembra piuttosto una scemenza. In fin dei conti non le verrebbe mai in mente di definire la chiesa evangelica una setta. La stupisce, soprattutto, la veemenza del pastore; il suo astio; come se gli avessero pestato le palle.

Jӧrg continua per un po’ a rifornirla di libelli che denunciano la follia, l’idolatria e l’insostenibile presunzione della chiesa cattolica e lei continua a essere vagamente sorpresa dall’aggressività e dai toni velenosi. Pensa a quando Don Walter gli spiegava la Riforma, alle medie, che il Vaticano Secondo quasi non c’era stato: diceva dove i protestanti sbagliavano come se fosse un fatto oggettivo, e ovviamente non ci si poteva aspettare altro; ma nel suo ricordo non c’è traccia dell’acredine di questi qua.

Poi Jӧrg smette di passarle libelli perché lei li trova noiosi e non li legge più.

Un sacco di anni più tardi, ampiamente nel ventunesimo secolo, a Reggio Emilia c’è un concerto in San Domenico. Viene eseguito fra l’altro il coro Ein feste Burg ist unser Gott, testo di Lutero, musica di Bach. Un simpatico pastore protestante tedesco si incarica di introdurre l’inno e sfatare una leggenda; anzi dalla foga con cui si precipita sul pulpito si direbbe che ci tiene molto, a introdurre l’inno e sfatare la leggenda. Esordisce ricordando la grande amicizia che lo lega ai religiosi cattolici che lo ospitano, esprime il proprio rammarico per le parole che gli corre l’obbligo di dire, e informa il pubblico che secondo la tradizione l’inno Una forte rocca è il nostro Dio è stato ispirato a Lutero dal pericolo dei turchi osmani che invadevano in quel punto l’Europa, ma che in realtà ciò che spinse Lutero alla composizione dell’inno erano sì, forse anche i turchi, ma principalmente la minaccia della chiesa di Roma sulla nascente comunità protestate e il timore che questa potesse esserne schiacciata. Intorno al 1529. Parla bene il pastore, in un italiano corretto; si ha proprio l’impressione che stia parlando di cose successe l’altro ieri. Il pubblico largamente cattolico e credente, che è appena stato assimilato ai turchi osmani, si sente in leggero imbarazzo e si chiede cosa voglia di preciso quel tizio lì davanti.

Questi e altri episodi, dispersi e lontani nel tempo, la colpiscono come qualcosa di strano, come qualcosa che non va. Poi però se li dimentica e non ci pensa più. Perché dal vago stupore scaturisca finalmente una teoria in grado di spiegare i fatti è necessario l’incontro, per così dire, di tre persone: Armgard, Joseph Ratzinger, e William Thackeray.

Armgard è la moglie di Uwe; è protestante attiva se non proprio praticante; nel senso che in chiesa non ci va mica tanto (d’altra parte cosa ci andrebbe a fare), però è seriamente impegnata nell’aiuto organizzato al prossimo. Armgard è molto critica sugli usi dei cattolici; ne parla con una specie di scandalizzata meraviglia, come se fossero zulù – anzi no, perché meravigliarsi degli zulù è decisamente scorretto, da subdoli eurocentrici; coi cattolici invece si può. All’inizio lei è conciliante, non ha difficoltà a darle ragione su alcune cose; poi si stufa. Ma cosa gliene importa in fin dei conti a Armgard, le vien fatto di pensare.

Con ciò il problema è posto nel modo corretto e attende una soluzione.

Che arriva in parte dal pontefice Joseph Ratzinger, il quale parlando dei protestanti dice una volta che si sono separati dalla successione apostolica. Non parla di fede, di opere, di grazia, di libertà, di predestinazione – nulla di ciò. Non dice nemmeno che sbagliano. Dice che si sono separati dalla successione apostolica. Tutto lì.

La cosa le fa una certa impressione. Non l’aveva mai pensata in questi termini; o forse sì, ma non così chiaramente. D’altra parte il fenomeno in sé: staccarsi da una successione qualunque, la occupa da diverso tempo in seguito a vicende del tutto personali. Ed è qui che il cerchio, per così dire, si chiude: un’osservazione di William Thackeray riguardo alla rottura di legami, sulla quale aveva riflettuto a lungo per i suoi casi, si trova calzare a pennello ai protestanti e di colpo tutto si spiega. Dice Thackeray, che quando, per un motivo che può essere anche giusto, si decide di rompere un legame di lunga data, un legame che comporti magari anche una parte di debito nei confronti di colui o colei da cui abbiamo deciso di staccarci, be’ allora noi cercheremo in tutti i modi di attribuire a questa persona i più neri vizi e difetti e cattive qualità, perché ciò giustifica la nostra decisione; e il lavoro ossessivo di calunnia e screditamento non avrà fine, non può aver fine, perché ci sarà sempre un livello al quale la nostra decisione non è giustificata. Questo, pensa lei, spiega il secolare, duraturo, immarcescente e da ultimo anche ridicolo astio dei protestanti nei confronti della chiesa cattolica.

Che è l’altra faccia della separazione: il rimpianto dell’unità perduta.

UNA QUESTIONE DI LETTERATURA (LA PELLE DEL LUSUARDO)

È domenica mattina e mia madre riceve una telefonata. Che sia domenica posso dirlo con sicurezza, benché la nostra casa nella prateria sia lontana da chiese e congregazioni, perché il vento nelle alte erbe è molto diverso la domenica rispetto agli altri giorni, come pure il sole sui balaustri e la luce sulle stoviglie.

È domenica mattina dunque, e mia madre riceve una telefonata. Il che è già abbastanza strano. Potrebbe essere Felipe, il direttore della Revista literaria de la Pampa argentina. Dalla cucina dove mi trovo mi pare di udire un tono concitato, vocali tirate sull’acuto; è vero che può essere il fischio delle marmotte, o dei cani della prateria, o il latrato di un coyote, o il verso di un altro animale. Ma quando mia madre mi raggiunge ha lo sguardo duro e le labbra tirate.

«Qualcosa non va?» chiedo prudentemente.

«No», risponde con aria indifferente. Si ferma a osservare la lampada a stelo di fianco alla poltrona dove siede a leggere, la sera. Il paralume di seta, vecchio e frusto, è tagliato e sfilacciato in diversi punti.

«Però» dice, «mi farò un paralume di pelle di lusuardo.»

Non ho idea di che cosa sia un lusuardo ma preferisco non chiedere; piuttosto, approfitto che mia madre si ritira dopo il pranzo per fare qualche ricerca.

Il dizionario non mi è di alcun aiuto, ma la vecchia Enciclopedia española de literatura, ciencias y artes di cui, venendo ad abitare nella casa, abbiamo trovato in cantina i volumi dalla A alla H, contiene questa laconica informazione: animale mitopoietico di dimensioni variabili, già diffuso nell’emisfero boreale.

Di mitopoietico, il dizionario bodleiano dà due definizioni: a. che racconta storie; b. che racconta frottole.

Il Nuovissimo Melzi del 1928 lo annovera fra gli animali fantastici. L’illustrazione, di autore ignoto, rappresenta una specie di ratto dal lungo naso a punta, seduto dritto su un grosso deretano e con minuscole zampette posteriori; quelle anteriori finiscono in dita sottili da cui gocciola qualcosa che sembra inchiostro.

Il Deutsches Lexikon der phantastischen Tiere conferma che si tratta di inchiostro e cita Considerazioni filosofiche del gatto Murr, di E.T.A. Hoffmann (1819), dove l’autore parla di animali nei quali la materia peccans fuoriesce dalle dita.

Linné non ne fa parola, ma una tavola della Histoire naturelle di Buffon lo mostra tutto sommato come nella piccola illustrazione del Melzi, soltanto con maggiore rilievo e dettaglio, e con la differenza che la tavola di Buffon reca la didascalia Énorme, mon cul!, da cui pare che Rostand abbia tratto la suggestione per il famoso Énorme, mon nez! dell’atto primo, scena quarta del Cyrano.

È però soltanto grazie alla Naturalis historia di Plinio che mi riesce di comporre tutte le tessere del mosaico. Nel libro VIII, capoverso 40, trovo la seguente descrizione:

tradunt in Poeonia feram quae lusuardus vocetur, propter diutius sedendi habitum elephantis clune, cetera muri similem, interdum voce paene humana se aliquando poetam nonnumquam philosophum vel rhetorem dicentem. atramentum quoddam e digitis fluit quo tenebricosa ac fastidiosissima poemata componit.

Dicono che in una regione della Macedonia ci sia un animale selvatico chiamato lusuardo, che per l'abitudine di star seduto troppo a lungo ha didietro di elefante, ma per il resto è simile a un ratto. Ha talvolta voce quasi umana, e quella usa per dirsi ora poeta, ora filosofo o oratore. Dalle dita gli scorre una specie di inchiostro col quale compone poemi oscuri e noiosissimi.

Ora tutto torna: l’animale mitopoietico nell’accezione a e b, la materia peccans che fluisce dalle dita, perfino il grosso posteriore. È tutto chiaro. Tutto tranne una cosa. Perché mia madre vuole un paralume di pelle di lusuardo?

Fuori la sera scende uniforme e violetta sulla prateria senza ombre, i grossi volumi che ho aperti davanti si oscurano, mi sento stanco. Mi appoggio indietro contro lo schienale screpolato di cuoio di roscellino e chiudo gli occhi. Il breve paragrafo di Plinio mi occupa ancora la mente. Tenebricosa ac fastidiosissima poemata… dunque di questo si tratta. Tutta una questione di letteratura. Chi vuole pubblicare Felipe, che a mia madre non garba? Non sei democratica, le ha detto una volta. Lei ha alzato le spalle: cosa c’entra la letteratura con la democrazia?

Mi alzo e vado a guardare in corridoio: la doppietta è là, appoggiata nell’angolo.

Mia madre scende in silenzio mentre riattraverso il corridoio: mi sento colto in fallo. I suoi occhi passano su di me senza vedermi. Va in cucina e si mette a preparare la cena, ma è chiaro che pensa ad altro. Non ho il coraggio di rivolgerle la parola.

Mangiamo uno stufato di coniglio. Sempre che sia coniglio. Dopo cena, ci ritiriamo ognuno nella sua stanza. Cerco di leggere, ma ho la testa altrove e l’orecchio ai rumori di fuori, ai sibili e agli stridii acuti della prateria. Pure, poco a poco cado in una specie di dormiveglia agitato in cui mi sembra di svegliarmi ogni momento per un rumore di sparo seguito da un grido lungo, straziante. Ma è soltanto un’impressione e non mi sveglio affatto. Poi il dormiveglia si trasforma in un sonno profondo, senza sogni. Quando apro gli occhi la stanza è piena di luce: deve essere molto più tardi del solito. Subito il pensiero mi corre agli avvenimenti del giorno prima; ho uno strano vuoto al cuore e mi affretto a scendere.

Mia madre è in cucina, seduta in poltrona sotto un paralume nuovo. È fatto di una materia che sembra pergamena sottile, ambrata, con delle chiazze più scure. «Allora l’hai ucciso!» esclamo con orrore. «Ucciso chi?» trasecola lei. «Ma il lusuardo!» «Ah, il paralume…». Mi guarda con compatimento, non so se per l’infondatezza dei miei timori o per la solidarietà inconfessata col lusuardo, che non può approvare; muove una mano come per allontanare un pensiero. «Non è stato necessario. Li vendono su Amazon. Lavabili».

LA POIANA ROSSA

Un racconto fantastico per le mattinate di brina

Si svegliò che era buio. Volle accendere la candela, vedere che ore erano, ma ricordò che la sera, per scorrere il grosso tomo De morbis quorum causae remediaque plurimis ignota, l’aveva consumata fino al moccolo. La stanza era fredda; inutile sperare che la domestica passasse ad accendere le stufe prima della partenza. Dal cortile le giunsero rumori di passi, di zoccoli: il cocchiere nuovo, quell’essere truce che l’aveva salutata la sera prima guardando basso, attaccava i cavalli. Bisognava sbrigarsi. Si vestì al buio, nel riquadro appena più chiaro della finestra.

Il cortile fumigava di nebbia; la guardò roteare in meandri contro la smunta luce della scuderia, contro la lampada alta del portico. Vide con disappunto che il cocchiere non aveva attaccato la carrozza ma un calesse scoperto, rustico, quasi una carretta. Avanzò vivacemente:

«E la carrozza?»

«A riparare!», rispose quello brusco, senza una parola di rammarico o di scusa, senza nemmeno aggiungere il “signora” che era pur in diritto di aspettarsi. Comunque le prese di mano la borsa da viaggio, la sistemò sull’asse che faceva da poggiapiedi e da fondo del calesse, la aiutò a salire. Il fanale appeso a un montante dondolava, spento. Partirono.

Una volta superati i pilastri del cancello, ogni luce scomparve nell’oscurità rarefatta del crepuscolo d’alba. Verena si avvolse meglio nella zimarra che si era gettata addosso per il viaggio: il freddo era pungente. Forse avrebbe dovuto dire al cocchiere di tornare indietro, rimandare la partenza. Ma l’indecisione, prolungandosi, si perpetuava, si accomodava al trotto del cavallo che la trascinava fuori, avanti nel viaggio.

Avanzavano in un mondo di gelo. La neve dell’inverno si era squagliata da un pezzo ma c’era una brina sottile, durissima, che irrigidiva i tratti delle erbe nei fossi, ricopriva la strada, le zolle, i tronchi e i rami degli alberi e ogni singolo sprocco di cespuglio, quasi si fosse data una pena infinita per non trascurare alcun dettaglio. Sopra l’armatura biancastra che imponeva alle cose, il sereno lottava contro una foschia titubante, già sconfitta: un corpo a corpo immobile che non trapassava nel giorno.

La strada prese a salire, il cavallo procedeva con la medesima lena. L’unica luce veniva dal gelo fantastico della terra; l’aria al di sopra era scura, confusa, non sapeva se stesse avanzando verso il chiarore o le tenebre, si teneva sospesa. A destra della carreggiata c’era un dislivello, una piccola scarpata giù nei campi; lì, sulla brina color perla, così rigida che certamente era impossibile piegarla, Verena vide un grande volatile – una poiana le sembrò, ma la testa rotonda ricordava piuttosto un allocco; era alto come un bambino di sei o sette anni, la grossa testa e le ali strette contro il corpo erano color rosso mattone, cupo; ma le parve anche, mentre passava al trotto veloce del cavallo, di vedere che le estremità delle ali, là dove la sagoma si rastremava in basso, avessero piccole chiazze verde smeraldo. La poiana stava immobile, con gli occhi chiusi, un po’ inclinata in avanti come se dormisse o fosse impagliata. Verena si sporse verso la schiena del cocchiere:

«Si fermi, per favore! C’è qualcosa nella scarpata.»

Quello si volse a metà:

«No! Non in mezzo alla salita! Mi fermerò più su se vuole.»

Ma quando furono in alto, sull’orlo del rilievo, il punto dove aveva visto la poiana parve a Verena così lontano, così perso, in basso, nel fumo sottile sugli sterpi ghiacciati, che rinunciò a far fermare la vettura.

Pareva che il giorno non dovesse mai venire. Dalla sommità dell’altura videro ancora il colore della notte pesare stranamente, indeciso, sul bianco d’albume della galaverna; turbinare, velarlo, farlo grigio come cera di candela. Il cocchiere intraprese la discesa. Spesso tirava la leva del freno e scintille color acciaio sprizzavano dalla ruota come nella fucina triste di un fabbro. Malgrado il freddo Verena dovette addormentarsi ad un certo punto, perché si trovò a sfogliare, come nemmeno ci fosse stata l’interruzione della notte, il tomo De morbis, che le parve ancor più poderoso, tanto che a fatica riusciva a reggerlo sulle ginocchia e lo sentiva premere contro il petto. Percorreva veloce le colonne, scorrendole col dito, alla ricerca della strana malattia di Eugenio: Si aegrotus cibum ricusaverit… no, non era questo; Si sanguis ex auribus se profuderit… nemmeno; Si magna vi membra iactaverit… nulla, nulla…; Si canis eum momorderit… ma no, ma no, nessun cane l’aveva morso… Nulla, nulla – da nessuna parte si parlava di quell’avversione quieta per l’acqua che aveva preso lui e, diceva Giovanna, la casa, i muri giallastri da cui rovinava una polvere silenziosa, la pelle che incartapecoriva sulle guance e sulle mani, sul viso altero… Nella lettera – se tuttavia Verena capiva bene la lingua inframmezzata di dialetto – Giovanna diceva che metteva bacinelle d’acqua ovunque: sui tavoli, sulle panche, intorno al letto. Di notte, mentre dormiva, gli bagnava le labbra, il viso…

La svegliò uno scossone del calesse, contrasse le mani e gli avambracci per trattenere il grosso volume; si stupì di non trovarlo, lo sentiva ancora pesare sulle ginocchia, contro le costole. Non le sembrava di aver dormito; non c’era, in effetti, transizione fra il sogno e i pensieri della veglia. Le bacinelle d’acqua… Le pareva di vederle, nella vecchia casa, come l’anziana domestica diceva di averle disposte nella lettera che l’aveva raggiunta oltre la cordigliera. Era partita subito; l’ultima notte l’aveva passata al podere Manenti, ora proseguiva il viaggio su quello scomodo calesse. Sperava che Giovanna esagerasse, che fossero, le sue, preoccupazioni vuote di vecchia. Che senso aveva, poi, una malattia che avesse preso insieme la casa e il padrone? Dei sintomi che riferiva non aveva trovato traccia nei testi medici. E alla fine, rifletté per la centesima volta, al netto delle sgrammaticature e delle oscurità le pareva che si riducessero a due: un progressivo estraniarsi dall’acqua, un ritrarsi di fronte al bere, al bagnarsi; e un’irrequietezza che lo spingeva a percorrere le stanze della dimora decrepita, a prestare orecchio allo scorrere della sabbia lungo i muri, a scostare, dopo il tramonto, le tende rossastre per mirare la polvere pacata del crepuscolo.

Da Eugenio, certo, non avrebbe saputo nulla; da tempo, dall’incidente in fondo, Eugenio aveva smesso di rispondere alle sue lettere. Sollevò l’indice guantato di pelliccia come per sfiorare la cicatrice che gli attraversava la guancia, gli arricciava il labbro come la buccia aperta di un frutto; vide il gesto di lui, elegante, di diniego, gli angoli della bocca piegati nel sorriso ironico contro se stesso. Incrociò le mani in grembo: inutile sollevarle.

Il calesse ballava parecchio: le parve che avessero abbandonato la strada maestra; ma certamente non potevano essere arrivati, no, e nemmeno già  vicini alla meta. Il cavallo girò a sinistra, con una precauzione di animale saggio; Verena si sentì sprofondare come per un mancamento; la vettura si raddrizzò dopo il ripido dislivello e imboccò un viale alberato. Gli alberi erano antichi, bassi, nodosi: gelsi o tigli – il gelo e il buio non le permettevano di distinguere. Le pareva che non fossero stati potati da moltissimo tempo tanto l’intreccio dei rami era fitto sopra la testa del cocchiere. Alla bella stagione dovevano fare un tunnel verde e segreto; ma anche così, spogli, coperti di ghiaccio, con la brina che li illuminava fiocamente dal basso e le cime perse nella bruma scura, facevano una galleria in cui il buio teneva luogo di frasche. Il calesse filava liscio su uno strato di foglie marce, rigide di brina, che crepitavano sotto le ruote. Verena si appoggiò meglio al legno duro dello schienale e cadde nuovamente nel sonno.

Arrivavano alla casa di Eugenio, sulla sommità della collina. Il calesse la portò fin davanti alla porta: si stupì di vedere che era senza battenti e sormontata da un’edicola, come l’ingresso a un edificio classico o a una necropoli. Dentro, il buio fumigava, faceva una barriera. Non ricordava di essere scesa dal calesse, eppure si trovava in piedi sulla soglia, a cercar di scrutare attraverso la caligine; si accorse di aver dimenticato la borsa da viaggio, ma vettura e cocchiere erano scomparsi. Stava lì titubante, un po’ impaurita dal buio ostinato, come di fumo che si arrotolasse in volute all’interno. Si decise a chiamare Giovanna; la voce usciva a stento e sicuramente non penetrava oltre la soglia. Stava per oltrepassarla quando il brusco arrestarsi della vettura la svegliò.

Non erano più nel viale alberato; da una parte e dall’altra della strada campi grigiastri ricoprivano i pendii. Ora l’aveva vista il cocchiere: «Ah, bestiaccia!», gridò saltando da cassetta. Verena guardò: a destra della strada c’era di nuovo la poiana. Era sempre immobile, ma ora aveva rivolto verso di loro il grosso capo rotondo, di gufo o di allocco, e li guardava. Il cocchiere armeggiava sotto il sedile. Ne trasse un lungo schioppo, prese la mira.

«Cosa fa! E’ impazzito?», gridò Verena urtando il calcio del fucile. Il colpo partì, mancò il bersaglio; la poiana si sollevò in un volo lento, pesante. Era veramente enorme.

Il cocchiere la fissava, furioso:

«Era una poiana rossa. Una poiana rossa.»

«E con questo?» Verena non capiva.

La rabbia del cocchiere cadde di colpo, fece posto al disprezzo:

«Ah, se per lei va bene così…» E con movimenti bruschi, negligenti, assicurò nuovamente l’arma alle cinghie sotto il sedile. «Ecco», disse con ira guardando davanti a sé mentre risaliva a cassetta, come se ci fosse là, a sinistra, qualcosa di spiacevole, qualcosa che era una diretta conseguenza dell’improvvido intervento di Verena. Guardò anche Verena, ma non vide altro, dove il rilievo digradava nella pianura, che una striscia di rosso cupo a oriente. Soltanto allora si accorse che la luce era aumentata. Era il giorno, finalmente? E come mai giungeva così tardi, quando erano in viaggio da tante ore? La striscia sanguigna era poco più che una fessura, stretta fra l’orizzonte e uno strato compatto di spesse nubi; tuttavia la luce invadeva lo spazio fino al più lontano occidente. Il cocchiere si guardava attorno inquieto, come se spiasse i prodromi di una catastrofe. Verena non vedeva nulla di mutato, se non che, con la luce, il fantastico fulgore della brina si smorzava, si appiattiva e, forse a causa del cielo coperto all’orizzonte, il freddo pareva farsi meno intenso. Un noce protendeva sulla carreggiata le dita anchilosate da cui pendeva qualche foglia ricurva. Una goccia gelida le rigò una guancia: la guaina di gelo si disfaceva intorno ai rami più alti. Anche il cocchiere se n’era accorto, schioccò la frusta e le ruote del calesse girarono più in fretta sul terreno ghiacciato. Lo sentiva borbottare, preoccupato. Non capiva cosa dicesse, tuttavia le parve di cogliere, a diverse riprese, la parola poiana. In un tratto alberato, poco dopo, goccioloni d’acqua e piccole stalattiti ghiacciate piovevano fitte. Il cocchiere si alzò a cassetta e schioccò nuovamente la frusta come se volesse comunicare al cavallo il proprio panico.

Pure, per quanta fretta avessero, dovettero far riposare la bestia e rifocillarsi. Quando Verena si era alzata, prima dell’alba, la cucina del podere Manenti era buia e senza fuoco. Era partita a stomaco vuoto e così pure,  verosimilmente, il cocchiere. Si fermarono a una locanda su un poggio, una collinetta rotonda dalla quale, sotto il cielo nuvoloso e nitido, si potevano vedere da una parte le propaggini di un lungo rilievo e dall’altra la pianura. Sulla porta, invece della frasca che solitamente indica il cibo e l’alloggio, era appeso un ciuffo di penne rossastre, forse di fagiano, con un occhio color smeraldo all’estremità. Il cocchiere si occupò del cavallo, ma Verena entrò direttamente nella stanza comune, impaziente di riscaldarsi.

Era difficile stabilire che momento fosse della giornata, se il mezzogiorno non fosse ancor giunto o se fosse invece già passato; in ogni caso nella saletta umida e appena appena tiepida nessun tavolo era apparecchiato. C’erano tuttavia diversi avventori raggruppati attorno al bancone. Si girarono a guardarla, la ispezionarono per qualche secondo; non avendo trovato nulla di interessante riassunsero la primitiva posizione e non si occuparono più di lei. Verena sedette su una panca vicino alla finestra, sistemò di fianco a sé la borsa da viaggio e stette un attimo indecisa se estrarre dal fondo, dove giaceva, il tomo De morbis. Ma difficilmente, con la fame che aveva, avrebbe potuto concentrarsi; decise che era meglio rinunciare alla lettura e cercare di attirare l’attenzione dell’oste. Che arrivò due minuti dopo, con un cencio di colore dubbio ripiegato sul braccio, e disse che da mangiare c’era zuppa di pane con formaggio, oppure selvaggina alla cacciatora. Verena ordinò tutte e due le cose, una dopo l’altra, e anche del vino rosso. Mentre ingollava la zuppa bollente (squisita, col pane ammollato nel brodo al punto giusto, non completamente disfatto ma in nessun punto troppo asciutto, e la crosta delicata di formaggio che filava) entrò il cocchiere e si diresse al banco, dove fu salutato da quegli avventori che conosceva. La conversazione riprese esattamente come si era interrotta, in un borbottio indistinto cui Verena non prestava alcuna attenzione. L’oste portò il piatto di cacciatora: un ragù molto sminuzzato in un sugo bruno, con delle patate lesse. Alzando lo sguardo Verena si accorse che quelli del banco si erano girati e la fissavano. Il cocchiere doveva aver raccontato la storia con la poiana. Mentre li guardava a sua volta, a disagio, vide che anche sul bancone, e precisamente sopra il rubinetto della birra, c’era un trofeo di penne come quello appeso fuori, sulla porta; in un lampo si rese conto che non erano penne di fagiano, ma di poiana – le penne della poiana rossa! – e anche il ragù che si rapprendeva nel piatto attorno a tre patate clorotiche era dello stesso volatile, e il brodo della zuppa era brodo di poiana!

Spinse il piatto lontano da sé e bevve rapidamente tre o quattro sorsi di vino, come se tentasse di ripulirsi la bocca dopo un atto di cannibalismo. Avrebbe voluto andarsene ora, e di fretta; ma il cocchiere si era messo a mangiare e pareva intenzionato a farlo con comodo.

Fuori la luce era nuovamente calata, sia che le nuvole fossero più fitte, sia che il giorno stesse declinando verso un precoce crepuscolo; nella stanza, anche avvicinandosi il più possibile alla finestra, faceva troppo buio per leggere. Verena aveva appoggiato il gomito sul tavolo e la testa sul palmo della mano, si sentiva il viso in fiamme, forse per il brodo bollente o per il vino; guardava senza vederla, oltre il fango del cortile irrigidito dal gelo, la bassa costruzione della scuderia. Era impaziente di riprendere il viaggio: doveva assolutamente arrivare prima di sera, non poteva permettersi di perdere un altro giorno. La percezione della propria impotenza la esasperava: mentre se ne stava lì, in quella locanda ostile, ad aspettare che un cocchiere finisse di mangiare della carne di poiana, Eugenio soffriva nella casa polverosa. Uno slancio incondizionato, doloroso, la trasportava verso di lui. Nello stesso momento una diffidenza nei confronti di se stessa, che conosceva bene, la paralizzava. Era sicura che non ci sarebbe stata in lei, da ultimo, una resistenza? – oh, non nella voce e nemmeno nei gesti o nello sguardo; no, ancora più nascosta…; una resistenza ineliminabile, una delusione – che egli avrebbe indovinato, o soltanto sospettato; allora avrebbe sorriso col suo sorriso di impeccabile cortesia e insanabile amarezza, le avrebbe girato le spalle e se ne sarebbe andato.

Un rumore esterno, singolare, in qualche modo inatteso venne a disturbare le sue riflessioni: un rumore di metallo, come di una lastra percossa. Ancor prima di capire cosa fosse si rese conto che esso creava nella stanza, fra gli avventori, uno scompiglio e uno sgomento. Erano gocce, grossi goccioloni isolati che piombavano in fondo alle gronde: il ghiaccio si disfaceva sul tetto.

Il cocchiere balzò in piedi, in un attimo ebbe saldato il conto, attaccato il cavallo e fu pronto a partire. Gli altri avventori la guardavano storto, con un misto di franco odio e timore, come se la ritenessero responsabile di una calamità ma si trattenessero dal vendicarsi per paura di peggiorare le cose. Verena fu felice di andarsene.

«Avanti, avanti! Si sbrighi!», intimò poco cerimoniosamente il cocchiere aiutandola a salire, «o affonderemo nel fango fino al mozzo!» La minaccia pareva a Verena francamente esagerata: il terreno era sì un po’ meno duro, ma quanto ad affondare ne erano ancora lontani, e il calesse corse giù per la discesa senza nemmeno imbrattarsi le ruote. Ripresero la strada ai piedi delle colline, di nuovo verso est. Ora avevano il buio di fronte: un lividume spesso di tempesta che copriva tutto il cielo da quella parte. Ma dietro di loro, come constatò Verena girandosi varie volte, le grosse nuvole erano interrotte e dagli interstizi traspariva una luce gialla e rossa come di un incendio.

La sosta aveva giovato al cavallo: trottava allegramente, spensieratamente; questo faceva uno strano contrasto con l’irrequietezza del cocchiere che continuamente si guardava intorno e borbottava. Certo, rifletté Verena, se era il disgelo che temeva, aveva motivo di preoccuparsi: la brina era ovunque scomparsa, tranne negli avvallamenti più profondi; l’erba era color verde buio, come muschio, o come un paesaggio su cui ci si deve piegare da presso per scorgere una luce nascosta. Tuttavia Verena non vedeva pericoli di sorta e, quanto a sé, si sentiva piuttosto dell’umore del cavallo. La vicinanza della meta (non poteva mancare molto ormai) faceva evaporare le inquietudini che l’avevano oppressa per tutto il viaggio e durante la notte al podere Manenti. Le sembrava sempre più probabile che Giovanna avesse esagerato; inoltre, ripensandoci, la lettera non era affatto chiara e soltanto la sua propria ansia l’aveva interpretata in senso così estremo. Più si avvicinavano alla dimora di Eugenio più la gioia di rivederlo la occupava. Ora avvertiva a tratti un profumo: lontano, pungente, di inizio di primavera.

Le ruote girarono con un fruscio lungo, trasportando gocce d’acqua verso l’alto come ruote di mulino: il calesse avanzava, ancora veloce, in una spanna d’acqua – senza sprofondare, perché in quel punto il suolo erboso, benché sommerso, era compatto. Il cocchiere era ammutolito; stranamente però non guardava in basso lo stato della strada: pareva cercare qualcosa su, nell’aria. Seguendo il suo sguardo, Verena la vide per la terza volta, molto in alto: vide la poiana rossa, più grande di un’aquila, tuffarsi nel cielo di tempesta e scomparirvi in un vorticare di penne rosso cupo.

Subito l’acqua debordò dai fossi. Il cocchiere gemette come per una disgrazia a lungo paventata; abbandonò un momento le redini e con le due mani schiacciò più giù sulla testa, piegandola in avanti, il berretto di pelo – se in una mimica di disperazione o per altro motivo Verena non avrebbe saputo dire. Non pensava più a frustare il cavallo, che sembrava rendersi conto da sé della situazione e filava via deciso, senza il panico un po’ ridicolo del padrone.

Per fortuna il terreno riprese a salire, si lasciarono alle spalle l’allagamento e la strada fu di nuovo passabilmente asciutta. Ma i fossi gorgogliavano minacciosi e da una parte e dall’altra della carreggiata, nei campi saturi, grandi pozze si formavano nei punti più bassi. Da dove veniva tutta quell’acqua, si stupiva Verena. Non certo dallo strato di brina, per quanto spesso, che aveva ricoperto il mondo durante la lunga alba. Forse era piovuto in montagna e la piena raggiungeva le basse terre? Ma più che dall’alto l’acqua pareva venire da sotto – dalla terra. Il paesaggio intorno a lei assomigliava sempre di più a un piatto di pane ammollato.

Di nuovo l’acqua invadeva la carreggiata, il cocchiere, a cassetta, si raggomitolava su se stesso, il cavallo trottava spavaldo e la frusta, inutilizzata, fissa sul suo sostegno, oscillava come un pennone o una smilza orifiamma. Verena non aveva paura; tuttavia fu con sollievo che sentì il calesse piegare a destra e attaccare la salita che portava su, alle colline di Eugenio.

Per un lungo tratto la carraia saliva incassata fra due rialzi di terra che impedivano la vista. Ma quando sbucarono in alto, sul crinale, ed ebbero di nuovo la pianura sotto di sé, Verena trasecolò e si fece pensierosa: l’acqua copriva tutto tranne gli spessori degli argini e delle siepi fra un campo e l’altro, così che ora la campagna aveva l’aspetto di una sterminata risaia. Il tempo di raggiungere la collina successiva e anche le siepi e gli argini erano scomparsi e soltanto le cime degli alberi svettavano sull’acqua. Sulla sommità rotonda apparve la casa di Eugenio.

Sbucati che furono sul piazzale, il cocchiere tirò le redini, la aiutò a scendere e posò sull’erba la borsa da viaggio con tanta furia e mala grazia che questa rotolò giù per il pendio. Esterrefatta, Verena la guardò ruzzolare e rimbalzare, si volse per fare delle rimostranze al cocchiere e intimargli di andare a recuperarla, ma quello, con una larga curva, aveva già fatto voltare il cavallo e imboccava la discesa. Verena guardò giù, verso la pianura: le colline, a destra e a sinistra, emergevano dalle acque come altre volte da una distesa di nebbia in una giornata serena.

«Dove va!», gridò al cocchiere. «Si fermi, torni indietro! Lo faccia almeno per il cavallo!» E poiché quello non dava segno di aver udito aggiunse, gridando più forte che poteva:

«Si fermi! Annegherete tutti e due!»

Allora il cocchiere si volse: sotto il berretto di pelo il volto era distorto dalla rabbia e dall’astio:

«Sì!», le urlò di rimando. «E sarà colpa sua!»

Verena si incamminò verso la casa. Non aveva mai badato, prima, a quanto fosse simile a un fortino: con il lungo, alto muro quasi sprovvisto di finestre. Il portone non era sormontato da un’edicola, come nel sogno, però era spalancato. L’interno era buio.

Abituando gli occhi all’oscurità ritrovò le stanze che conosceva, i corridoi. Dappertutto le cortine tirate facevano un crepuscolo indistinto, e ovunque, sui mobili e sul pavimento, c’erano bacinelle: d’argento, di rame, di smalto, di coccio. Verena allungò la mano: erano asciutte; soltanto una pellicola secca e impastata, sul fondo, testimoniava che avevano contenuto acqua. Sabbia rovinava giù dai muri, senza posa, con un fruscio sottile come in una gigantesca clessidra; si ammucchiava sui pavimenti, cricchiava sotto le suole, ticchettava come un orologio. Strisciando col dito sul fondo calcareo dei bacili, Verena capì il senso della lettera di Giovanna, delle oscure parole dialettali: non Eugenio si ritraeva dall’acqua, ma l’acqua li abbandonava, loro e quel luogo, lasciando solo polvere. Catini e bacinelle erano serviti a raccogliere le ultime vene, le ultime infiltrazioni.

La profondità della casa era interminabile: Verena percorreva una stanza dopo l’altra senza giungere alla porta che dava sul giardino. Una luce biancastra che vide in fondo a un corridoio le fece accelerare il passo, si mise quasi a correre: era arrivata al cortile interno – vuoto, squadrato. La gramigna nel vasto spiazzo era arsa e sminuzzata, il pozzo al centro faceva odore di secco.

Verena attraversò il cortile di corsa, infilò l’uscio di fronte. In questa parte della casa, se ricordava bene, c’erano i locali della masseria: frantoi, stalle, fienili. Era tutto vuoto. Qui la luce grigia della sera penetrava attraverso le assi sconnesse, il suolo era coperto di pula, c’era un odore mordente di polvere e di olio stantio. Camminava piano ora, piangeva. Non si chiedeva nemmeno che ne fosse di Eugenio. E non era nemmeno vero che piangeva. Credeva di piangere, ma nessun umore usciva da lei; soltanto una specie di guaito che voleva essere pianto. E tutta quell’acqua, pensò, quell’acqua inutile che copre la piana! E qui nemmeno una lacrima! A un fruscio alzò lo sguardo e vide il nido enorme, là, sul soppalco del fienile, il nido di fieno e di sterpi, vasto come una macina da mulino, il nido della poiana. Il grande uccello rossastro si rivelò con un movimento, girò il capo verso di lei, la guardò con severità. Era orrido, pensò, faceva paura. Faceva paura, eppure spazzava via la paura: ecco lì, a destra, a due passi, la grande porta ad arco, la porta del giardino.

In fondo al viale c’era una rotonda, lo sapeva anche se non la distingueva perché era già di nuovo quasi buio. Avanzò sul ghiaino che scricchiolava; a metà del viale lo vide, al centro della rotonda, in piedi. Riconobbe il profilo, la barba che si faceva crescere, a volte, per nascondere la cicatrice e il labbro spaccato. Era intento a fissare qualcosa. Nemmeno quando gli fu di fianco si volse; ma indicò davanti a sé:

«Guarda.»

Verena guardò: dalla terra polverosa della rotonda sgorgava una polla d’acqua; il getto breve si innalzava, ricadeva, scorreva via seguendo la pendenza del terreno. Eugenio si piegò, stese la mano sull’acqua che balzava su, cercò di afferrarla come fanno i cani. Quando si rialzò sorrideva. Verena sedette a terra dopo l’interminabile viaggio, tirò un sospiro interrotto come un bambino che ha singhiozzato a lungo. È stata la poiana rossa disse. Ha portato l’acqua.

A Parma (à SUIVRE…10)

Ci sono cose che fa anche se sa che sono sbagliate, o che non hanno senso, o che non porteranno ad alcun risultato, o che porteranno a un risultato spiacevole. Generalmente le fa perché a un certo punto ha deciso di farle; non vede altri criteri per l’azione. Quando ha deciso magari le sembravano buone idee, che aprivano nuove prospettive, che potevano cambiare in meglio la vita. (…Continua su Poliscritture)

L’EDITORE

Aveva smesso di piovere. Fuori c’era un grigio un po’ terroso come l’intonaco della casa, il lillà era piegato dalla pioggia, sulle colline si gonfiavano le macchie più chiare delle fioriture. Era la primavera dopo tutto, c’era in giro una leggerezza, come un essere sospesi nel presente che le faceva bene, la riposava. Sorrise a una merla che cercava grani fra l’erba.

Sul retro della casa fu incerta se prendere il viottolo e scendere al punto più basso della forra, dove l’acqua stagnava e crescevano due pioppi giganteschi, e risalire dall’altra parte, per la collina e le carraie, fin su dove comincia il bosco. Ma non c’era ragione. Non c’era più nulla da vedere, gli eroi erano giunti a destinazione, il romanzo era concluso.

Non era triste. Inspirò come un’umidità sui muri la solitudine delle stanze vuote; non c’era nessuno, soltanto il manoscritto sul tavolo e tutto lì dentro – congedato, staccato da lei.

Sedette sulla poltrona che le parve dura; lasciò penzolare la mano oltre il bracciolo.

Verso sera bussarono alla porta.

Sulla soglia c’era un uomo con un completo nero, o forse grigio scuro, e una bombetta. Era un uomo di mezza età, curato, impeccabile, del tutto privo di fascino.

«Sono l’editore» disse senza togliersi il cappello. «Posso entrare?»

Penelope si fece da parte.

Nel soggiorno accese la lampada sul tavolo. Le guance dell’editore, un po’ cascanti come quelle di un bracco, disegnavano due pieghe decise agli angoli della bocca; in mezzo, le labbra erano dritte e sottili. Accennò al manoscritto, posato di fianco alla lampada:

«È questo?»

Penelope fece segno di sì.

Poiché l’uomo non diceva nulla cercò lei stessa un inizio, esitando:

«Quindi lei è un editore…»

L’uomo si strinse appena nelle spalle:

«Abbiamo mantenuto il termine tradizionale, ma suppongo che lei sia al corrente della procedura…»

Penelope si affrettò ad annuire, arrossendo appena: soprattutto non voleva che l’uomo la prendesse per un’ingenua.

Però non dava segno di voler iniziare, anzi si era seduto e faceva ruotare il cappello sulle ginocchia. Così, senza averne veramente l’intenzione, domandò:

«Ma perché lo fate?»

L’editore la fissò esagerando un’espressione di stupore:

«Non mi dica che non lo sa».

«So quello che si dice. La proliferazione dei libri».

«Era diventata mostruosa. Un mostruoso essere tentacolare. E la patologia psichica? La sindrome del lettore inebetito? Ne avrà sentito parlare».

«Sì» disse lei, incerta. «Ora però, dopo tanto tempo…»

L’editore aveva un’espressione severa. «E quanto pensa che ci metteremmo, a ripiombare nel caos?»

«Ma anche a prescindere da questo» continuò con una certa animazione «ci siamo accorti che grazie alla nuova procedura si ottengono esattamente gli stessi benefici, a costi assai inferiori e senza inconvenienti».

«Gli stessi benefici?»

L’editore tacque e fissò il cappello in grembo, come per raccogliere i pensieri. Quando sollevò lo sguardo aveva un’espressione ardita:

«Che ne era, poi, dei volumi che venivano stampati?»

«Come, che ne era? Non so… »

«Venivano dimenticati!» urlò, trionfante. Abbassò la voce:

«E meno male. La psiche reagiva, si tutelava… Ma comunque. Mi dica, non è, ora, la stessa cosa? E molto più rapidamente, senza intoppi. Che altro accade ora ai volumi, con la nuova procedura, se non di essere dimenticati?»

Penelope lo fissava esterrefatta:

«Tutto qua? Tutto qua il beneficio?»

«Be’, no» ammise l’editore con una piccola irritazione. «Il grosso degli effetti benefici riguarda gli autori, esattamente come prima. Vede, mia cara, una volta, quando il manoscritto era “pubblicato”, come si diceva, l’autore si sentiva gratificato, colmato, liberato dal peso morto dell’opera inedita, e si metteva immediatamente a scriverne un’altra. È un fatto costituzionale degli autori, non si può cambiare. Ora, noi facciamo, a costi decisamente inferiori e senza danno per il pubblico, esattamente la stessa cosa: noi liberiamo l’autore dal suo manoscritto; da quella cosa vergognosa, impudica, inconfessabile che è il manoscritto bruto. Gli restituiamo un’anima immacolata, una coscienza vergine: può ricominciare da capo».

«Ma…» balbettò Penelope. Qualcosa le ostruiva la faringe; deglutì con fatica. «Ma, non le viene in mente che magari… fra i manoscritti che trattate secondo la procedura… chissà… potrebbe anche esserci un capolavoro?»

L’editore sorrise, con benevolenza:

«Bambina mia,» disse paterno, sicuro di sé «se lei mi garantisce che quello» e indicò il manoscritto «è un capolavoro, se lei è in grado di affermare senz’ombra di dubbio che è un capolavoro, io istruisco la procedura straordinaria e lo tratto nel modo tradizionale. Non è mai stato fatto, ma se lei mi assicura che è un capolavoro, lo farò».

Penelope trattenne il fiato. Guardava la pila di fogli sul tavolo, cercava di concentrarsi, di ricondurre tutto a una coscienza nitida. C’erano tante cose dentro, cose che erano venute da sé, cose che aveva dovuto inventare faticosamente, che avrebbero potuto essere altre, essere dette altrimenti. C’erano frasi che erano scivolate fuori perfette, e altre che aveva riscritto molte volte, che avrebbero potuto essere scritte diversamente o non essere scritte affatto.

Quanto c’era di necessario? Qualcosa, sì, qualcosa; probabilmente molto poco. E poi, necessario per chi?

Chinò il capo.

«Mi dia retta,» disse l’editore comprensivo, battendo col medio sullo spesso pacco di fogli ordinatamente rilegati, «si decida. Vedrà che dopo starà meglio».

Penelope si mordicchiava il labbro. Ma davvero, cos’altro poteva fare?

Si alzò e prese il manoscritto con le due mani, per il lungo. Anche l’editore si era alzato e la guardava con una certa solennità. Penelope era tesa, i polsi e le spalle le tremavano. Era la prima volta, non l’aveva mai fatto. Qualcuno le aveva detto che la prima volta quel fatto fisico, quell’enormità, fa un po’ impressione. Sollevò il manoscritto all’altezza del viso dell’editore.

Ecco, ecco, ora accadeva. Vide la fessura sottile delle labbra allargarsi a dismisura, superare i contorni del viso, diventare un’apertura vacua, rettangolare, delle dimensioni esatte del manoscritto. Lo accostò alla fenditura, lo spinse dentro. Era fatta.

Il collo dell’editore si dilatò come un serpente che ingoia una preda più grossa di lui. Deglutì con un certo sforzo, si ricompose. Non si notava più nulla.

L’uomo si inchinò brevemente, sorrise:

«È stata una saggia decisione. Vedrà, fra poco si sentirà meglio.»

Si rimise il cappello:

«Non importa che mi accompagni, troverò la strada.»

Sentì la porta d’ingresso che si apriva e si richiudeva.

Le parve che sul tavolo, di fianco alla lampada, mancasse qualcosa.

Povera bambina, pensò mentre scendeva i tornanti della strada bianca. Attaccata a quelle cose che non ci sono più. Convinta che siano ciò che veramente conta, il nucleo duro dell’essere. E quanto doveva aver lavorato a tessere tutta quella natura. Anni di natura fedelmente registrata – macché registrata, romanzata! ridacchiò. E mai un dubbio.

Intanto si guardava attorno per imprimersi il percorso; aveva faticato a trovare la casa e non dubitava che fra non molto gli sarebbe toccato tornare. Intorno c’erano le colline, le fioriture spumose. Le vedeva, ma piuttosto come le immagini di un video. E a poco a poco tutto scompariva nell’oscurità.

«“E a poco a poco tutto scompariva nell’oscurità”» pensò arricciando metà labbro. «Ecco un’altra cosa che non esiste più».

IN TABERNA QUANDO SUMUS

Sul fondo c’era uno di quei laghetti circolari, malati, chiusi fra versanti tristi; una pozza color blu sporco simile a una soluzione di verderame. Tutto molto morto – l’acqua bluastra e le marne franose. Però proprio sulla riva c’era una costruzione di assi annerite che sembrava un’osteria, forse uno di quei posti dove la gente va a mangiare le rane o il pesce gatto. Per quanto, pensò, che se il pesce gatto veniva da quella pozza… Si decise a scendere per un sentiero che si distingueva appena, con l’argilla che ruzzolava sotto le scarpe, e intanto pensava che doveva esserci per forza un’altra strada, carreggiabile, ma non la vedeva.

Il bancone era a sinistra, sul lato corto; non colse l’occhiata dell’oste ma sentì che diceva: «Non hai chiuso la porta», probabilmente a una donna che se ne stava da una parte con le mani avvolte nel grembiale; lei però scosse la testa, negò. Forse non era orario di apertura? Ma no, c’erano altri avventori. Sedette a un tavolo nel sole obliquo attraverso i vetri. Però il sudore gli gelava ugualmente la schiena, così quando l’ostessa chiese: «bianco o rosso?» disse subito «rosso», poi pensò che era una sciocchezza bere vino a stomaco vuoto e la richiamò per qualcosa da mangiare. «Più tardi», e si allontanò. Cosa voleva dire? che la cucina cominciava il servizio più tardi, o che non se ne sarebbe andato tanto presto e a un certo punto gli avrebbero servito la cena?

Com’era arrivato lì? Aveva seguito le indicazioni della donna che si sbracciava a spiegare nell’aia, ma poi doveva essersi confuso. Bastava tornare indietro e al bivio prendere dall’altra parte… Intanto versò il vino nel bicchiere spesso e verdastro e bevve un sorso alla salute della donna nell’aia e della sua figura legnosa, selvaggia. Forse sorrise; il sorriso, che non era rivolto a nessuno, indusse un avventore ad abbandonare il suo tavolo e a sedersi a quello di lui.

«Posso raccontarle la mia storia?» Si era portato la brocca di terra e il bicchiere.

Pensò oddio questo è un po’ brillo. Ma l’uomo non sembrava affatto ubriaco, neanche un po’; quando faceva per bere bagnava appena le labbra e il vino nel bicchiere non calava. Era giovane, vestito in modo strano, militaresco. Sembrò che sentisse il bisogno di tranquillizzarlo: «Sono di queste parti, sa? La mia casa si vede da una curva della strada. Cioè: la casa si intravede appena, il colmo del tetto forse. Ma si vedono gli alberi attorno. Con groppi di vischio, nidi di uccello…»

«Non divagare, Arri! Vieni al sodo!» Altre persone avevano avvicinato le sedie. Quello che aveva parlato era più vecchio di Arri, aveva baffi da tricheco e un’aria gioviale. C’era anche una donna, bionda e con un viso di un pallore malsano, che gli ammiccò come a dire: ‘Ti tocca…’

Arri non si scompose:

«Sto raccontando a lui. Voi la sapete già.» Però sembrava che avesse perso il filo, si fregò la radice del naso, bagnò le labbra nel vino e parve faticare a raccogliere i pensieri.

«Già. La mia casa è qua vicino. Perché non ci sono tornato… ah sì: un giorno passa uno squadrone, venivano da Caverzana, dalla Battaglia, passano proprio attraverso l’aia; erano stranieri, si davano un sacco di arie. Mi dava fastidio, era una cosa che non sopportavo. Mi capisce?»

Certo che lo capiva. Una follia come un’altra, l’insofferenza per ciò che non ha bisogno di te, che ti lascia indietro… Aspettando che continuasse bevve un sorso di vino. Era molto scuro, violaceo, come succo di more.

«Così salutai tutti e andai dritto ad arruolarmi. Per fargliela vedere.»

Il sole era calato, c’era una luce grigia, l’oste venne e accostò un fiammifero allo stoppino della candela. Niente lampadine, nemmeno al soffitto. Non si meravigliò: alla Buca, che era forse a un chilometro da lì e sulla strada, la corrente ce l’aveva tirata Ghidoni, del Consorzio, solo qualche anno prima.

Arri aveva un sorriso malizioso, come se pregustasse quello che aveva da dire. Eppure nel tempo che lo stoppino prendeva e l’oste si ritirava sembrò che la baldanza sfumasse, che di nuovo faticasse a ricordare, a raccapezzarsi.

«Così mi arruolai. E dopo ci fu quella battaglia…»

«Dai Arri, – lo interruppe Baffi di Tricheco – non annoiare il signore con delle cose tristi! Racconta piuttosto la storia di Nicco, quella delle lumache di Cartagine!»

«La storia di Nicco? – fece Arri frastornato, guardando verso il camino spento. Seduto davanti al camino c’era un uomo anziano, basso, con una zazzera ispida, che fissava il focolare con espressione tetra.

«Ma è una storia sua» protestò debolmente Arri.

«E che differenza vuoi che faccia? La sai anche tu. Su, racconta!»

«I rifornimenti non arrivavano da diversi giorni» raccontò Arri obbediente. «Non avevamo più niente da mangiare. Finalmente arrivò qualcosa, ci dissero che erano i generi di conforto. Infatti ci dettero tre caramelle a testa.»

«E poi?» incalzò Baffi di Tricheco. «Continua!»

«Eravamo accampati nella sabbia, e dalla sabbia spuntava qua e là un resto di muro, un rudere. Ci dissero che erano le rovine di Cartagine. Be’, al mattino presto, attaccate a queste rovine, c’erano delle lumache. Le mangiammo. Mangiammo le lumache di Cartagine.»

«Bravo!» applaudì Baffo di Tricheco, «Bravo! Adesso la pentola dei bersaglieri! Racconta la pentola dei bersaglieri!»

Arri gettò uno sguardo furtivo al camino. Anche quella doveva essere una storia di Nicco. Ma Nicco pareva non accorgersi di nulla.

«Non possiamo portargli via le storie così» provò a piagnucolare Arri; Baffo di Tricheco fu irremovibile:

«Macché portare via. Le sanno tutti ormai. E poi, è per intrattenere l’ospite.»

«Questo accadde dopo» raccontò allora Arri, «quando eravamo prigionieri degli inglesi. Gli inglesi ci davano pochissimo da mangiare. C’era un gruppo di bersaglieri – tutti della stessa compagnia – che voleva mangiare una volta qualcosa a modo. Misero da parte per diversi giorni le razioni di riso e le fecero cuocere tutte assieme in una pentola di coccio. Non so dove avessero rimediato la pentola. Quando i chicchi furono quasi cotti, e tutti erano lì attorno ad aspettare di mangiarsi il riso lesso, la pentola non resse la fiamma, esplose, e il riso fu schizzato tutt’intorno, per terra. I bersaglieri raccoglievano i chicchi dalla terra e li mangiavano uno ad uno.» Arri si mise a piangere.

Baffo di Tricheco non si aspettava una reazione del genere.

«Su, su» cercava di consolarlo dandogli dei colpetti sulla schiena. «È successo tutto molto tempo fa. È passato ormai.»

«È troppo sensibile» lo rimproverò la ragazza, «non devi insistere che ricordi.»

«Ma se non sono neanche ricordi suoi!»

«E che differenza vuoi che faccia?»

Quando Arri si fu calmato, Baffo di Tricheco si volse verso di lui:

«E lei? Non ha una storia da raccontare? Una storia nuova…»

Il suo sguardo gioviale si era fatto titubante, incerto, come se si inoltrasse in un paese sconosciuto. Lui avrebbe voluto accontentarlo, ma era imbarazzato, non sapeva cosa raccontare.

L’ostessa venne a prendere le ordinazioni:

«Rana o pesce gatto?»

Il pesce gatto non gli era mai piaciuto, benché lo avesse cucinato qualche volta per suo padre; le rane invece trovava che non avessero alcun sapore e nella presente circostanza questo era un punto a favore; ma gli facevano schifo quando il modo in cui erano presentate ricordava troppo la forma da vive.

«Come sono cucinate le rane?» chiese prudentemente.

L’ostessa aveva sentito “rane”; tanto le bastò per dirigersi verso la cucina senza più occuparsi di lui.

«Non vado matto per le rane» spiegò, felice di avere qualcosa da raccontare, «ed è strano perché una mia bisnonna aveva addirittura una passione. Ebbe voglia di rane in gravidanza, e la figlia nacque con un braccio più corto.»

Baffo di Tricheco sorrise cortesemente, non era quello il genere di storia che intendeva. «Che storia vuole che le racconti?» chiese lui allora, con una strana umiltà.

«Be’ ecco» e si fissava le unghie che aveva un po’ lunghe «una storia diversa da quelle di Arri – che sono poi di Nicco… Una storia in cui non ci sia tutta quella terra, tutta quella polvere…»

L’ostessa arrivò con una ciotola in cui era piantato un cucchiaio. Si rese conto che gli altri non avevano ordinato niente.

«E voi non mangiate?»

«Oh – fece Arri con un lieve movimento della mano – noi abbiamo tempo.»

Nella ciotola c’era una zuppa densa – zuppa di rane.

C’erano fagioli neri e sicuramente rape nere e straccetti scuri, a proposito dei quali non riusciva a stabilire se fossero verdure stracotte o lembi di pelle verdastra. Rimestò con il cucchiaio, indeciso. Pure si vergognava a fare lo schizzinoso. Schiacciò il cucchiaio contro le parti solide della zuppa, facendo affluire il brodo nell’incavo. Era denso e oleoso, con un retrogusto amaro, come di fiele. Rimestò nuovamente e distinse i muscoletti scialbi delle rane che si staccavano dagli ossicini. L’ostessa aveva lasciato un piattino, di fianco alla ciotola, per sputarceli dentro. Coraggiosamente ingoiò una cucchiaiata, poi un’altra, cavandosi dalla bocca minuscoli femori, tibie e peroni. Bevve un lungo sorso di vino violaceo.

Una mano si posò sulla sua che aveva ripreso il cucchiaio:

«Non la mangi, se non le piace.»

«Come si chiama lei?» chiese fissando gli occhi in quelli esitanti di Baffo di Tricheco.

«Io?» Era vagamente stupito, come se la considerasse un’informazione irrilevante. «Mi chiamo Ghiddeon.»

«Bene, Ghiddeon», disse passando con naturalezza al tu, forse per effetto del vino violaceo. «Vuoi una storia in cui non ci siano né terra né polvere. Bene.»

Millantava. In realtà non sapeva cosa raccontare, non ne aveva proprio idea. Però capiva cosa intendeva Ghiddeon, e che non era tanto una storia che voleva ma delle circostanze: una certa luce, una circolazione indisturbata, una linfa.

«Ti racconterò l’estate dei miei tredici anni» esordì allontanando la ciotola con la zuppa funerea. «Fu l’estate che lo sguardo mi si allargò. Intendo dire che l’orizzonte di un bambino è ristretto, limitato alle percezioni immediate, vicine: prospettive di una stanza, con oggetti; il lato di una casa; un cortile (mai in un’unica percezione); una strada. Ma in quell’estate fu come se lo sguardo mi si allargasse e cominciai a vedere cose al di là, a vedere prospettive che mi riguardavano e non mi riguardavano. Per esempio vidi le colline fino in cima, la luna che pende sulle selve, cose del genere. Anche in luoghi piccoli e circoscritti avvertivo come un solletico il dilatarsi dello spazio. Una volta ero sdraiato con un mio cugino nell’erba, al margine di un campo stretto fra il terrapieno della provinciale e il fosso. Nessuna vista. Parlavamo come fanno i ragazzi ma tutto il tempo ero cosciente di una vastità. Mi capitò di penetrare nella vastità. Dei parenti avevano dei campi giù, in pianura, e li tenevano a moscato. Alla stagione partimmo col cavallo e il biroccio per vendemmiarlo. Ricordo solo il sapore del moscato, talmente dolce che mi stupiva, come se non appartenesse alla realtà. Al ritorno sul biroccio, al passo del cavallo, la luce era come il moscato, l’aria calda, la vita alla quale assistevo perfetta.»

Lo sguardo di Ghiddeon si era fatto sfocato, non fissava nulla. A lui sembrò di avere ancora un sacco di cose da raccontare, come se davvero l’avesse esplorata quella vastità; pensò che si sarebbe fermato per un po’. Disse: «Penso che mi fermerò per un po’.»

Arri e la ragazza lo guardarono straniti. L’ostessa gli prese il braccio, sopra il gomito. Tutto in lei, dalla pelle del volto al grembiulone arrotolato sul ventre, aveva un colore plumbeo. Osservò attentamente la ciotola di zuppa che lui non aveva quasi toccato.

«Lei non può stare qui» disse. «Venga, la accompagno.»

Sulla porta si volse per salutare almeno Ghiddeon, Arri, la ragazza. Ma si erano messi a giocare a dadi, gli davano le spalle.

Vide suo padre a un tavolo più lontano. Stava facendo le parole crociate e non sollevò la testa.

Alla sommità della conca vomitò quel po’ di zuppa di rane che aveva ingoiato. Il cielo notturno si fece più chiaro. Scese di corsa la china del monte in cui non si distingueva alcun sentiero.

LA COSA E LA TRACCIA

Sono la padrona di un cane disturbato. Quando l’ho preso aveva un anno e era disturbato perché aveva cambiato diversi padroni, oppure aveva cambiato diversi padroni perché era disturbato, difficile dire. In ogni caso ha un carattere complicato, di quelli che o riescono, a forza di cocciutaggine, a scavarsi una calda e comoda buca in mezzo al mondo ostile, oppure periscono, senza cambiare di una virgola e senza capire perché il mondo ce l’ha con loro.

Il termine politicamente corretto è ‘meticcio’, ma di fatto si tratta di un bastardino con la testa di Jack Russell e l’ostinazione caratteristica della razza, mentre dal genitore plebeo deve aver ereditato la codardia che cerca inutilmente di nascondere dietro delle arie smargiasse. È un cane esagitato, ama alla follia il genere umano in visita, esprime la sua gioia con latrati continui e insopprimibili che impediscono agli umani di comunicare. Si calma soltanto quando capisce che la visita si protrarrà; tuttavia non gli piace sentirsi escluso e interviene nella conversazione in modo anche petulante. Si concepisce, credo, come una mia estensione. Non ha mai morso nessuno, tranne una volta – oh, un morso leggero, ma pur sempre un morso – un amico tedesco di cui, non me lo spiego diversamente, deve avere avvertito l’inquietante origine nelle steppe centrali. La partenza degli ospiti, che arriva a intuire ancor prima che gli interessati ne formulino per se stessi l’intenzione, lo precipita in un parossismo di angoscia che sfoga in incontrollabili latrati e manovre violente volte a trattenere il visitatore. Da quando si è scavato la sua comoda buca a casa mia i congedi sull’uscio sono congedi da sordomuti: ciao ciao con la manina, bacio inviato con la destra mentre la sinistra trattiene il cane che fino all’ultimo tenta di scongiurare l’orrido inevitabile: la separazione.

Con i suoi simili si spreca molto meno. Un po’ di aggressività di prammatica coi maschi, enfatizzata senza rischi se il guinzaglio lo tira indietro, come quelli che nei film dicono tenetemi se no lo ammazzo. Con le femmine una curiosità bene educata, un che di cavalleresco, qualche mugolio di romantico rimpianto al pensiero di ciò che avrebbe potuto essere… ma poi un risoluto volger di terga senza rammarico.

L’interesse maggiore, esclusivo, appassionato va alle tracce. Annusa a lungo, da diverse angolazioni; se è il caso, assaggia cautamente in punta di lingua; compara, collaziona, riflette. È chiaro che non la presenza della cosa lo affascina, ma i segni: stratificati nel tempo, sovrapposti, intrecciati; da districare e ricostituire, identificare e ristabilire in una corretta cronologia. Non ci vuole fretta; e infatti prende il suo tempo, fa un lavoro accurato. Quando ha finito, ai documenti – ma che non siano anche monumenti – aggiunge il suo e trotterella via senza ripensamenti: pratica archiviata.

L’autunno, con cumuli di fogli(e) ai margini di strade e carraie, stagione d’oro delle pergamene e degli incunaboli, prepara grandi soddisfazioni ai colleghi dell’Archivarius Lindhorst. Ed ecco che il cane, con la delicatezza di un archeologo che rimuove le incrostazioni dalla mummia di una principessa, scava con la zampina, solleva uno strato di foglie, annusa, lo riadagia, sonda lo spessore in un altro punto. Come impallidiscono le insulse, contingenti presenze, l’interesse di un attimo più delusione garantita, di fronte a questa messe di puri significati, questo mare di accenni inebrianti, questo poema sinfonico dell’olfatto degno di Des Esseintes! Ma libero dalla vergogna decadente perché al cento per cento naturale.

Al ritorno dalla lunga passeggiata, dopo il biscotto vitaminico che lo ritempra, il cane si acciambella nella cesta imbottita. Sembra che dorma ma non è vero; con gli occhi chiusi abbaia sommessamente, a scatti; voga con le zampe, trema; si sta raccontando delle storie.

Spiriti immondi

“Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.” (Mc 5,16-17)

Be’ ci credo, gli aveva appena spedito a affogarsi nel mar di Tiberiade una mandria di duemila maiali, che per gli ebrei saranno anche stati animali impuri ma per gli abitanti della Decapoli magari no.

L’ecatombe dei maiali è la conseguenza della guarigione di un indemoniato, nel quale si erano impiantati più spiriti immondi che zecche su un povero cane nella bella stagione. Infatti il nome del collettivo è: Legione.

Talvolta (e invecchiando sempre più spesso) per istantanee illuminazioni mi ritrovo sbalordita dalla quantità di “me”, inconciliabili e tutti autentici, che compongono quella cosa di difficile definizione ma apparentemente reale e data che è il mio “me” complessivo. Moltitudine diacronica, certo, ma anche perfettamente sincronica.

Se partiamo dal presupposto pascaliano (difficile da negare) che “l’io è detestabile”, figuriamoci quando questa detestabilità sia moltiplicata per una ridda di “ii” autocentrati, competitivi, invidiosi (sto solo descrivendo la naturalità dell’io umano), retoricamente compassionevoli, falsamente e inefficacemente altruisti, persi nella contemplazione di questo falso altruismo, modesti per smania di glorificazione, unicamente concentrati sul proprio tornaconto o pronti a partire in missione per salvare metà del genere umano – tentativo senza garanzie di successo che comporta l’eliminazione fisica dell’altra metà ma insomma tentar non nuoce.

Il prodotto è una ridda di “ii” piuttosto immondi. Legione è il nome del collettivo dell’io.

Cosa rimarrebbe di me se un compassionevole Messia scacciasse tutti gli spiriti immondi che mi abitano?

Niente, credo.

DI CALDAIE E BRUCIATORI

Sono giorni che vorrei scrivere qualcosa su un romanzo di Tanizaki che ho finito già da un po’, Nero su bianco, tradotto da Gianluca Coci e edito da Neri Pozza. Un romanzo notevole, abbastanza strutturato da poterne dire qualcosa senza troppo sforzo, e scritto benissimo. Ma sono svaccata, non trovo la concentrazione e nemmeno la motivazione, ho avuto gli operai in casa che hanno sostituito la vecchia caldaia, fatto un nuovo buco nel tetto per il camino (la caldaia della mia casa vive da trent’anni nel sottotetto, si tratta, fin dalla progettazione, di un impianto cosiddetto “a caduta”), smantellato lo scaldabagno, riorganizzato i tubi acqua calda acqua fredda gas, insomma un discreto lavoro.

Già che c’ero ho voluto sistemare anche i termosifoni: originali del ’58, malamente riverniciati, con le valvole bloccate o addirittura senza valvole – in presa diretta su tubi che escono dal muro in diametri spaventosi. Ma l’imbianchino ha dichiarato che non si poteva far nulla di ben fatto se prima non si facevano sabbiare, l’idraulico ha espresso forti dubbi sulla possibilità di trovare qualcuno disposto a portare giù e poi di nuovo su quei quintali di ghisa, l’imbianchino ha aggiunto che fra farli sabbiare e farli riverniciare avrei speso di più che a metterli nuovi; ancora l’idraulico si è mostrato incerto circa l’adattabilità delle valvole – bref, alla fine ho ceduto; malvolentieri, ma ho ceduto. A me piacevano i miei termosifoni vintage, erano adatti alla casa; ma capivo che ostinarsi sarebbe stato eccentrico, oltre che complicato.

Così i vecchi mastodonti sono stati divelti dai giunti cui erano uniti fin dall’origine, come robusti molari che non ne vogliono sapere di staccarsi dalla mascella e che bisogna rompere a pezzi, dal di dentro, con le tenaglie lunghe. E il rottamaio li ha brancati col ragno e li ha portati via.

In casa ci sono i termosifoni procacciati dall’idraulico: d’acciaio, lisci, morbidi, verniciati a fuoco, a sezione rigorosamente circolare, rotondi in tutte le loro parti come la testa di Charlie Brown senza essere Charlie Brown, privi di disegno apprezzabile, anonimi, brutti.

Ma proprio brutti.

I giorni scorsi, un po’ parlandone con l’idraulico un po’ per amor di storia, ho ricostruito i movimenti della caldaia – con una certa incredulità, visto che negli anni e decenni essa ha vagato per la casa come l’utero nel corpo di una donna isterica – e certi paralleli con l’isterismo sussistono certamente.

Dunque all’inizio fu caldaia a carbone collocata nel bagno, con le mattonelle di carbone polveroso stivato in solaio. Ne ho un ricordo pallidissimo (notate l’ossimoro), credo che non l’abbiamo quasi mai usata, si andava con la stufa economica della cucina e il resto, a quanto ricordo, freddo.

Nei primi anni ’60 fu sostituita dalla caldaia a nafta con bruciatore esterno, entrambi in cantina, cisterna della nafta interrata in cortile. Racconterò un’altra volta un mio sogno dell’epoca ispirato dalla terra ammucchiata da una parte in seguito allo scavo per la cisterna.

C’è gente a cui la serie di fonemi [n-a-f-t-a] evoca immediatamente La montagna incantata; a me evoca un periodo indistinto della fine dell’infanzia in cui mio padre – un grande teorico soprattutto – mi spiega in che modo la nafta, nel bruciatore, viene resa atta a bruciare. O qualcosa del genere. 

La cisterna era regolarmente riempita a ogni inizio stagione – segno che il bruciatore la bruciava e che il riscaldamento funzionava. Tuttavia – diversamente dalla legna per la stufa economica che pure bruciava anche quella e era consumata – il riscaldamento chiamiamolo centrale fu sempre connesso, nella nostra famiglia che non si è mai capito se appartenesse al proletariato o alla piccola borghesia, all’orrore del consumo. Eravamo ecologisti avant la lettre e stavamo piuttosto al freddino.

La nafta fu abbastanza velocemente sostituita dal più moderno gasolio – stessa cisterna, stessa caldaia in cantina, bruciatore nuovo, o modificato. Col gasolio si andò avanti per diversi anni benché la caratteristica più spiccata del bruciatore fosse che andava in blocco ogni tre per due. Il tecnico, fortunosamente avvertito (non avevamo il telefono), si presentava anche dopo settimane. Meno male c’era la stufa economica.

Il problema del blocco fu risolto con l’allacciamento al gas metano (ma già io non vivevo più lì, c’ero di tanto in tanto, di passaggio). La caldaia in cantina fu definitivamente dismessa e una caldaia a gas trovò naturalmente posto a piano terra. Quando, una decina di anni più tardi, mi stabilii nella casa ormai vuota, si ritenne opportuno separare idraulicamente il piano terra dal piano superiore e la caldaia migrò in solaio, dove si trova tutt’ora, avendo soltanto effettuato, in seguito alla recente sostituzione, uno spostamento di un paio di metri.

Siamo forse prossimi alla stasi, e speròm c’la vaga.

La vecchia caldaia di ghisa è ancora in cantina. Corpo sagomato, piedini arcuati – steampunk, ma con qualcosa della durezza degli anni ’50, vagamente genere Sutherland. Col cavolo che la faccio portare via dal rottamaio col ragnetto. Una volta liberata dai mattoni refrattari, nella prossima casa (nella prossima vita), la metto in salotto.

 

P.S. Non so se la caldaia di ghisa sia la stessa che, funzionando a carbone, si trovava in bagno; o, se non è la stessa (come credo), che fine abbia fatto la prima. Non lo so. E la cosa abbastanza tragica, almeno per me, è che adesso nessuno può dirmelo.