DI LÀ DAL RIO

Douanier rousseau

 

Il rio è una spaccatura abbastanza profonda alle spalle della provinciale quando questa entra nel centro del paese. Le pareti vanno giù scoscese e sono piene di alberi altissimi e vecchissimi, certi sono inclinati o caduti. Ci sono molti uccelli e piccoli animali. Le case di qua dal rio sono grosse case indipendenti costruite dopo la guerra; si trovano nella confusione, nella polvere e nel rumore della provinciale. Le case di là dal rio sono vecchie, attaccate le une alle altre e danno su una stradina che si chiama San Pancrazio. Prima della guerra e anche subito dopo erano case di gente povera, comunisti rabbiosi, le più tremende le donne. Dall’altra parte della via San Pancrazio c’erano i campi; adesso ci sono delle case nuove, un paio di strade che si perdono nel nulla e qualche capannone. Le vecchie case dalla parte antica sono state restaurate; alcune, soprattutto le più interne, anche in modo costoso; tuttavia al borgo è rimasta un’etichetta di modestia se non di povertà.

Stante la particolarità delle costruzioni, a San Pancrazio non si è proprietari di una casa ma di un pezzo di casa, da terra a cielo. Un pezzo di casa ce lo comprò, più di vent’anni fa, il figlio di una famiglia che era venuta su dal Meridione. Era gente istruita, benestante. I genitori avevano venduto tutto nella città d’origine e avevano comprato in paese della roba buona: un grande negozio in uno stabile nuovo, un magazzino, un appartamento. Però gli affari del negozio, con gli anni, non andarono bene. Qualcuno disse che “non si erano posizionati bene”. Inoltre il settore conobbe, di lì a poco, una crisi che dura ancora. Dispiace perché sono persone aperte, oneste, leali; un po’ sognatori – intendo, con questo, ottimisti a oltranza. Dovettero vendere quasi tutto; rimase, al figlio, il pezzo di casa.

Rimane anche, da dire, (ma qui devo basarmi sui “si dice”) che poco dopo che la famiglia si era stabilita nel nostro paese questo figlio si innamorò della figlia di un notabile. Se sia vero e come sia andata di preciso non saprei; in ogni caso non ne uscì nulla e nella casa, a quel che so, continua a vivere solo.

La casa non è sulla strada, guarda a sud, verso il rio. Io la vidi dopo i primi restauri, quando già ci abitava: una larga facciata di sasso, dentro, a quanto ricordo, stanze piccole su tre o quattro livelli, scalette ripide. Finestre solo su un lato (degli altri tre, due sono attaccati alle case, il terzo muro ha un paio di feritoie). Nel cortile un rustico grande ma fatiscente. Oltre il rustico la scarpata. Tutto suo fino al rio.

La casa mi fece un’impressione di angustia; forse perché era larga di facciata ma poco profonda, aveva soffitti bassi, era presa fra edifici cadenti. Lui ne era molto soddisfatto. C’è da dire che una caratteristica dei membri di questa famiglia, per quello che li ho conosciuti, è di essere soddisfatti. Non smisero di essere soddisfatti nemmeno quando le cose, a vista di tutti, cominciarono a andare maluccio. In ogni ripiegamento a cui il peggiorare della situazione li costringeva sembrava vedessero soltanto il lato positivo – cioè, suppongo, che un ripiegamento era ancora possibile. Una qualità invidiabile, che vale da sola un capitale. Quanto invidiabile, l’ho scoperto l’altro giorno.

Ha fatto un lavoro per me e non ha voluto essere pagato, così ho pensato di portargli una piccola pianta in vaso per il cortile. In quasi vent’anni non avevo più visto la casa, o meglio qualche volta, passando, cercavo di sbirciare ma vedevo soltanto il muro laterale, cieco. L’altro giorno, superato il cancello di ferro e passato nelle sue mani il vaso con la pianta, mi sono guardata intorno: la facciata di sasso stuccato, con un rettangolo di intonaco giallo, è una meraviglia; il cortile è raccolto, senza leziosaggini, come i cortili di una volta; il rustico è sanato, voglio dire i muri sono solidi e i solai rifatti con vecchie travi e vecchi assiti. Per chiudere l’apertura del fienile ha costruito un grande portale a giorno, perfetto; qui ha trasferito il magazzino e il laboratorio. Lo spiazzo dietro al rustico mi ha fatto vedere con orgoglio che negli anni è cresciuto di almeno due metri grazie agli sfalci, alle potature, ai detriti di materiali naturali che ha gettato nella scarpata. Ha fatto tracciare una pista che scende con un paio di curve fino al rio. In questo mese di luglio il rio sembra una giungla del Doganiere Rousseau.

Ho cercato di descrivere quello che ho visto ma c’è qualcosa che sfugge, ed è ciò che ti fa desiderare di sederti al tavolino di ferro in un angolo del cortile, vicino al muro di confine, con la ruggine che smangia un po’ la vernice e di starci un po’, di starci bene. Certo, già per il suo lavoro il padrone di casa ha un occhio preciso per quello che sta e quello che non sta; qui non c’è nulla che “non stia”, e soprattutto quello che “sta” (e sta molto) è stato realizzato nel tempo con una disponibilità economica limitata: questo crea la distanza impagabile fra la sua perfezione e le fontane di marmo con pesci e piante acquatiche nella zona nobile del paese. Ma non è ancora questo, o non è ancora tutto.

Quello che fa la differenza, che fa di questo posto un posto quasi magico; quello che si respira una volta oltrepassato il cancello e ti fa desiderare di fermarti un po’, è la soddisfazione.

IL CONIGLIO CINESE

Il coniglio cinese abita dietro casa mia. È tutto bianco, ha un corpo tozzo e raccolto, anche il muso è tozzo e raccolto, con una peluria molto visibile di baffi che gli dà un’aria saggia e anche un po’ da prendere per il culo. Ha gli occhi molto rossi; la pelliccia abbondante sul muso gli fa delle pieghe come uno shar pei.

Il coniglio cinese si muove libero nel cortile cinese e esce dal cancello che è sempre spalancato. I primissimi tempi i cinesi lo chiudevano ma abbastanza presto devono essersi detti perché chiuderlo sempre per poi riaprirlo, così lo hanno lasciato aperto. In seguito la vegetazione spontanea è diventata talmente alta in corrispondenza dei cardini che le due ante non si chiuderebbero nemmeno volendo. Il cancello cinese spalancato è molto comodo perché nel cortile cinese possono parcheggiare il barbiere napoletano, l’autoctono dell’autoscuola e il tuttofare ucraino dell’autoctono che non può tornare in Ucraina perché se torna lo arruolano. Qualche volta ci si vede addirittura una macchina cinese, ma non spesso perché le macchine cinesi vanno e vengono molto di fretta e raramente si fermano. Il cortile cinese aperto è anche importante come valvola di sfogo quando il cliente islamico della macelleria islamica molla la macchina (generalmente ingombrante) nello stradello con la moglie immota sul sedile del passeggero. Se tu arrivi in quel momento e non puoi passare perché la macchina del cliente islamico della macelleria islamica è grande quanto una portaerei e blocca il passaggio, nessun problema: basta agitarsi un po’ dal finestrino. La moglie immota non si muove, ma il marito balza fuori dalla macelleria, ingrana la marcia, si infila a velocità sostenuta nel cortile cinese, aspetta che tu ti infili a tua volta nel tuo cancello del tuo cortile, fa manovra e torna nello stradello già girato giusto per ripartire.

Ma tornando al coniglio cinese, egli, o esso, esce dal cortile; il mio cane, quando trova il mio cancello aperto, si avventa con scatti corti e serrati fatti apposta per non raggiungerlo e infatti non lo raggiunge; il coniglio si scandalizza e ripara da dove è venuto.

Anche la galline cinesi esondano nello stradello. Sciamano dal campo profughi per volatili su cui sembra che sia appena passata una tromba d’aria e invece no è il suo aspetto normale, sciamano dal campo profughi per volatili che tiene luogo di pollaio e puzza orribilmente precisamente come i pollai nostrani solo che i pollai nostrani non li lasciano costruire così vicini alle case ma i cinesi a questo non pensano; sciamano dal pollaio e si riversano nello stradello becchettando con fervore particelle di asfalto e scagazzando in giro cacche di gallina cinese che sono diverse dalle cacche di gallina italiana e perfettamente riconoscibili. Basta che una abbia l’idea e subito le altre la seguono, le sciamano dietro aprendosi a ventaglio, a raggiera, sciamano fino in fondo dove lo stradello sbuca sulla provinciale, all’angolo con la bottega del barbiere napoletano che ha un nome inglese e si chiama point man; allora il barbiere napoletano schizza fuori dal point man mulinando le braccia e emettendo grandi urli e io le prime volte mi precipitavo alla finestra pensando che ci fosse un morto sulla via e invece no, erano le galline. Col tempo ho cominciato a intuire che le urla con cui il barbiere napoletano urlando e mulinando le braccia cerca di indurre le galline cinesi a rebrousser chemin potrebbero non essere suoni inarticolati ma eventualmente sillabe di un qualche linguaggio e facendo grandissima attenzione sono arrivata finalmente a capire che ciò che il barbiere urla precipitandosi fuori dalla bottega quando le galline si spingono fino in fondo allo stradello è sciò! sciò!

Non so se i cinesi ripongano fiducia nel buon senso delle galline, o se fra loro e il barbiere intercorra un accordo di sorveglianza. Fatto sta che il cancello continua a rimanere aperto (per chiuderlo sarebbe necessario un intervento di deforestazione), il che è un sacco comodo ma ha anche qualche svantaggio per i proprietari, infatti ai cinesi gli sono sparite due galline e un’oca.

Io mi preoccupo per il coniglio. Non so se i suoi padroni hanno intenzione di mangiarlo. Se deve morire, mi auguro che muoia degnamente per mano cinese e non per la mano di un volgare ladruncolo stanziale.

TESCHI

 

Nel fiume si trovano ossa di animali, anche scheletri interi. Gabbie di costole levigate conficcate nella sabbia. Non è un posto per batteri, per cellule; soltanto molecole.

Altra cosa, francamente, i teschi. I teschi degli animali – che sarebbero bellissimi – bellissimi decori per ogni sovrapporta – si riempiono di terra, sono pesanti da sollevare più che se contenessero il cervello, hanno fioriture di muschi intorno alle orbite e fra i denti. Sono immondi. La fanghiglia penetra nella scatola cranica, si deposita in strati successivi, un lento drenaggio permette di sedimentare; il teschio è pieno come un uovo. Poiché è anche quasi completamente chiuso come un uovo, la materia si mantiene umida. Terra da bara. Come se nemmeno quando il resto è pulito e sbiancato il cranio riuscisse a liberarsi dal peso.

Una volta che mio figlio era piccolo, lui e un amico trovarono nel fiume un teschio di cavallo. Il cavallo fa la spola fra il regno dei vivi e quello dei morti. Era straordinario, come nell’Incubo di Füssli. La cosa che faceva più schifo, oltre alle erborinature marroni e verdastre, era il peso di tutta la materia che conteneva. Per qualche secondo desiderai che fosse nostro; ma benché mio figlio e l’amico lo avessero trovato insieme, l’accordo era che lo avrebbe conservato l’altro. Ne fui sollevata, la pesantezza del cranio e la sua ripulitura non mi riguardavano.

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TRE LIVELLI

Tre livelli

C’è una cosa che mi sarebbe sempre piaciuto dire in modo preciso, una cosa che mi è sembrata importante da subito, voglio dire da quando verso i dodici tredici anni l’orizzonte si è allargato e ho potuto vederla.

Aggiungo che fin dall’inizio mi è stato chiaro che questa cosa importante era importante soltanto per me; inoltre non sapevo perché fosse importante, se non perché era una scoperta e alle proprie scoperte, anche se rimangono senza conseguenze, uno per un po’ ci tiene. Ho provato diverse volte a dirla ma dal momento che non mi era chiaro perché fosse importante non riuscivo a dirla bene; ne veniva fuori qualcosa di patetico, o di pedante.

Adesso che, con gli anni, l’importanza di certe cose è diventata come un oggetto di antiquariato a cui non ci lega, nel migliore dei casi, che un grammo di infastidita devozione, adesso che non mi interessa più indagare quello che eventualmente c’è dietro questa cosa, e anzi non mi interessa nemmeno più sapere se c’è dietro qualcosa – adesso magari riesco a dirla meglio.

La cosa che ho sempre desiderato dire e che nessuno ha mai detto – o almeno, io non ho sentito che qualcuno l’abbia detta – la cosa che ho scoperto autonomamente all’uscita dall’infanzia, è che nel paese dove vivo ci sono tre livelli. Voglio dire che si distinguono tre livelli della crosta terrestre: il livello del fiume, il livello del canale e il livello della rocca.

Il livello del fiume, che è fatto più di ghiaia che di acqua, è la base: l’inconoscibile inferiore.

Il canale è conoscibile perché è opera dell’uomo. Opera antica, perché se fosse recente sarebbe quasi impossibile conoscerlo. Si trova su una cornice che scende gradatamente verso la pianura; il canale passa per un tratto sotto la rocca.

La rocca è il terzo livello e costituisce il vertice di un triangolo.

Queste cose del paese, quando le scoprii, mi parvero stupefacenti. Mi parve stupefacente scoprire che vivevamo in un paese in cui si manifestano tre livelli molto ben distinti sia orograficamente che concettualmente, tant’è vero che a ognuno di essi si può collegare, volendo, un elemento, una funzione vitale, un archetipo e magari anche un pianeta; mi parve stupefacente scoprire che vivevamo in un paese in cui si manifestano tre livelli sia orograficamente che concettualmente molto ben distinti e che nessuno se ne accorgeva.

Dipende probabilmente dal fatto che queste cose del paese appaiono soltanto se uno lo guarda dal fiume e da una certa prospettiva. E anche lì, sono sicura che non tutti le vedono. Sono cose segrete. Di quelle però di cui non si è coscienti dall’interno ma dall’esterno; bisogna uscire, bisogna andare fuori, bisogna essere fuori. Le vedi solo se il paese e i suoi tre livelli, in fondo, ti sono estranei. Cioè, se ti sono allo stesso tempo familiari e estranei, come un luogo in cui non hai mai saputo bene se desideri veramente entrare e intanto continui a girarci intorno.

Io li vedevo benissimo, vedevo il disegno, la struttura, la forma geometrica. La preziosa forma geometrica. Non so perché mi apparisse preziosa. Probabilmente perché una forma geometrica è un concetto e quella forma era il concetto del luogo; anche se, pur avendoci ripetutamente provato, non saprei dire cosa c’era, in quel concetto.

Però per vedere la preziosa forma geometrica bisogna andare nel fiume. Cioè bisognava. Perché adesso il fiume è tutto pieno di tangenziali e rotonde e cartelli stradali e relitti di megadiscoteche dismesse e è facile che non si veda un bel niente.

Le cose cambiano, le forme spariscono, girare intorno ai luoghi non serve, tanto vale andarsene subito o al limite non uscire di casa.

MUSIL E IL MERLO NEL CORTILE

 

 

 

 

Die Amsel

Ho un giardino piccolo, trascurato, esito a chiamarlo giardino. Però essendo chiuso da due siepi ha un’aria raccolta, mentre un cortile lo vedrei più aperto, ghiaiato.

Anche quest’anno con l’arrivo della primavera una famiglia di merli saltella sull’erba senza curarsi del cane che si avventa pro forma; qualcosa gli dice che è un cane velleitario, a distanza ravvicinata avrebbe paura.

In questa stagione i merli non sono merce rara, ce n’è un po’ dappertutto. Eppure che frequentino il mio giardino – che accettino di frequentare il mio giardino – mi sembra un onore per me e da parte loro una degnazione. Voglio dire che una vita selvatica si offra così, familiarmente, alla vista se non al contatto.

Sono affezionata a questi ospiti stagionali, hanno un modo di fischiettare e di saltellare che esprime un ottimismo a oltranza, come se sapessero da fonte sicura che non gli può capitare nulla di male. È un ottimismo discreto, non vuole fare proseliti, non offende i temperamenti atrabiliari; Baudelaire stesso non ne sarebbe offuscato. Non arriva a affermare che i gatti non esistono o che un temporale di prima estate non disperderà la nidiata implume; semplicemente i merli non ci pensano, hanno recepito la lezione evangelica: a ogni giorno basta la sua pena, inutile preoccuparsi, eventualmente si vedrà.

Mi viene in mente che c’è un racconto di Musil intitolato Il merlo. Quando l’ho letto, trent’anni fa, non mi era piaciuto; intanto perché i due protagonisti si chiamano Auno e Adue e questo ha qualcosa di arido; e poi perché non l’avevo capito. Rileggendolo recentemente mi ha colpito il nitore della prosa.

In breve la storia è questa: i due amici, Auno e Adue. si ritrovano dopo essersi persi di vista per parecchi anni. Adue, che ha sempre avuto una tendenza a porsi al limite delle cose, ha tre storie da raccontare all’amico, tre esperienze sulla linea di confine fra il razionale e quello che c’è di là – mistica o altro. Il terzo e ultimo accadimento ha avuto luogo poco dopo la morte della madre, quando un merlo (ma bisognerebbe dire una merla, perché in tedesco Amsel è femminile) si posa sul davanzale della finestra e dice “Sono tua madre”; da quel momento Adue la prende con sé.

Questo racconto è stato scritto fra le due guerre, probabilmente più verso la prima che verso la seconda, in un momento in cui il mondo, e dunque anche i merli, erano ancora significativi – oscuramente se vogliamo, ma significativi.

Ora le cose si sono parecchio sbiadite, come tutti sanno; c’è molta chiacchiera in giro ma il significato latita. Non posso aspettarmi che uno dei merli venga lì a dirmi Sono tua madre; né, ammesso che questo accadesse, mi sentirei disposta a far finta che tutti i conflitti siano sanati come dopo l’Ultimo Giorno.

Mi accontento della fenomenologia dei merli, del loro buon umore che non impegna. Spero che nessun gatto se li mangi e che la siepe, che è vecchia, mal potata e rada al suo interno, offra una protezione sufficiente contro i temporali.

 

 

LOCUS VAGUS

Greto in secca 1

Non c’è luogo altrettanto vago del greto di un fiume. È talmente vago che non si è neanche incominciato a parlarne che già bisogna mettersi a precisare. Ad esempio non tutti i fiumi hanno un greto. Ce l’hanno principalmente quei fiumi che un po’ ci sono e un po’ non ci sono, che sono essi stessi vaghi quanto all’esserci, che hanno un nome e anche un ramo d’acqua quando va bene; un ramo d’acqua che mantiene una contorta posizione nel letto e non necessariamente al centro. Sono fiumi che hanno ponti anche lunghissimi che li scavalcano, cioè scavalcano il letto in corrispondenza di paesi che si fregiano per identificazione del nome del fiume, e si chiamano San Perso d’Enza o Scansano sul Crostolo; ma poi gli abitanti di questi paesi sono sempre un po’ imbarazzati quando si tratta del fiume, perché è un fiume fino a un certo punto, un fiume che più che esserci non c’è e quando passi sul ponte e guardi giù vedi quasi soltanto ghiaia. Si potrebbe dire che vedi il greto. Ma appunto è una cosa troppo vaga per andarne fieri; e anche un po’ misera.

Talmente misera che la gente lo schiva, sta alla larga, finisce che non si raccapezza, se ci capita per sbaglio si perde per mancanza di punti di riferimento. Gli viene il dubbio, a quello che si è perso, che anche le dimensioni del greto siano vaghe e variabili, come il resto. Cammina fino a sera e la sera,  miracolosamente, si ritrova nell’abitato.

Quello che voglio dire è che il greto, appunto perché è un posto misero, è misterioso, e se è misterioso viene il sospetto che sia anche ricco, a un suo modo. Per esempio la gente che ci vive. Gente equivoca, già per il fatto che vivono lì per forza sono equivoci, sono strani, fanno mestieri strani, mestieri che neanche ci sono, raccolgono detriti, raccolgono frammenti di metalli, raccolgono pelli di coniglio, hanno baracche di lamiera ondulata. Sono uomini più che altro, ti guardano male mentre passi, ti squadrano insolentemente mentre passi, si chiedono cosa ci fai lì, cosa ci fai in quel territorio. Già, cosa ci fai tu fra i cespugli di tremoli e i banchi di mota secca, tra i grossi sassi e i ferri arrugginiti, cosa ci fai lì dove cessa ogni coltura e ogni cultura, cosa ci fai lì, in cerca di quale tesoro.

FOGLIA NELLA CORRENTE

foglia nella corrente 3

 

Una foglia che scivola sul pelo dell’acqua è la versione originaria della barchetta di carta, il suo archetipo. Difficilmente manca di catturare un po’ della nostra attenzione e, almeno fin dove riusciamo a seguirla, partecipazione ai suoi casi. Rimarrà impigliata in una radice? Affonderà per il peso dell’acqua assorbita? Poiché sono entrambi governati dal caso, leghiamo al destino della foglia qualcosa del nostro, lo osserviamo con un certo batticuore.

Per esempio pensavo a una brattea di tiglio, quella lamella smilza, ripiegata come un’ala, dal cui centro parte il peduncolo che regge l’infiorescenza, più tardi i frutti. Ce ne sono a migliaia sul finire dell’estate lungo i viali, mucchi di carcasse gialle che volano a ogni soffio perché la brattea pare fatta apposta per la navigazione aerea.

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Anche nella calma di vento cade vorticando incerta; prende tempo, come se non sapesse dove andare a parare. Quando finisce in un corso d’acqua non si perde d’animo. Se la corrente diminuisce, la sua struttura la porta a girare in tondo. Si direbbe che cerchi una via d’uscita; ma senza affanno, e il peduncolo tutto impettito come il tenace soldatino di stagno. La fissiamo con lo sguardo immobile con cui Epicuro, nella caduta parallela degli atomi, fisserebbe la deviazione che dà origine al mondo – come se aspettassimo una deviazione, nella caduta parallela di ciò che fa le nostre vite, che dia origine a qualcosa di inatteso.

La brattea rotea più velocemente, i cerchi si restringono, il vortice la attira, la risucchia; ecco che la risucchia, ecco che l’ha risucchiata, ecco che è costretto a risputarla perché è troppo leggera.

Libera dal gorgo via che va, qua e là sprofondando nel cavo dell’onda come per un vuoto d’aria.