LA COMBINAZIONE

Gianluca Corona, 2014

“È semplice – stava dicendo Phoebe nella cucina fumosa. “Invitalo a cena – non da solo, naturalmente. Invitalo con altre quattro o cinque persone. Poi gli fai mangiare la combinazione.”

“La combinazione?”

“Sì. Ci vuole un po’ di finezza; devi capire a quale cibo corrisponde:

D’aria, d’acqua o de terr,

beda, erbòni o ravanel,

lesso, stufà o arrostìs,

Bulbo, foglia o raìs,

cum leche, wein oder bier,

azèi, oli o butìr.

Poi devi chiederti la stessa cosa per te, e quando avrai trovato, cucini le due cose insieme e gliele fai mangiare.”

“Ma è impossibile! – esclamò Amanda piena di disappunto. “Come posso indovinare tutte quelle cose? E poi, chi mi dice che indovino giusto?”

“Il tuo sesto senso, querida – rispose Phoebe alzandosi per versare un mestolino di brodo sulla gallina di palude che arrostiva attaccandosi al tegame. Il brodo sfrigolò sul fondo ed evaporò, addensando ancor più l’aria soffocante della cucina. Phoebe socchiuse un vetro, con un’alzata di spalle:

“Entra soltanto il caldo…”

Attraverso le persiane la vampa del pomeriggio portò l’odore polveroso del legno.

“Tutti hanno un sesto senso – riprese Phoebe tornando a sedersi sul divano sfondato, lontano dalla fornace della stufa – solo che non lo usano. E poi, non è necessario indovinare tutte le corrispondenze; basta una: una carne, una spezia, un legume bel grasso… Per te, ad esempio – dico te, perché lui non lo conosco – per te potrebbe essere una pernice, o comunque della selvaggina di penna… Ma non ti voglio influenzare; devi sapere tu.”

“Perché una pernice? – chiese Amanda trasognata, imbronciata: tutta la faccenda le sembrava eccessivamente astrusa.

“Carne scura, selvatica; e un ricordo di piume e di penne. Più riservata del fagiano, però.”

Amanda la guardò, dubbiosa:

“E dici che funziona?”

“Infallibilmente.”

Quando uscì era quasi il tramonto. Calabroni grossi come uccelli-mosca ronzavano nelle siepi e le ombre delle querce sempreverdi si allungavano a dismisura. Benché facesse ancora caldo l’aria le parve leggera dopo la cucina tutta marrone di pimento. Spiava i brevi soffi, i movimenti che annunciano la brezza della sera. L’idea di Phoebe non le sembrava più tanto impraticabile. Si poteva provare, perché no? Si mise a pensare al dottor De Soto, cosa che faceva del resto quasi ininterrottamente, da questa nuova prospettiva. Respirò di soddisfazione: stava architettando un piano, finalmente.

Scoprì che le piaceva pensare a lui come a qualcosa da mangiare; sì, ridacchiò un po’ vergognosa, le piaceva proprio.

A casa andò nella sala a pian terreno, col pavimento di pietra. Era fresca e spoglia. Immaginò il vocio della cena, l’eco delle pareti disadorne. Lì si risvegliò il sesto senso e vide chiaramente il cibo che corrispondeva al dottore: carne bianca, di coniglio, laccata da una glassa trasparente e untuosa, accomodata con pere, o meglio prugne, e mandorle. Le parve quasi di avvertire l’effluvio piccante nell’aria fresca.

Già, e per sé? Non poteva mettergli nel piatto coniglio e pernice, erano estremamente male assortiti; e poi, a dir la verità, il suggerimento di Phoebe non la convinceva affatto.

Se ne andò pensierosa in cucina, dove Rebecca le aveva lasciato la cena in un angolo della stufa. Lei se l’era squagliata dalla porta sul retro, come sempre, per conversare con i garzoni di stalla.

Amanda sollevò il coperchio del portavivande: una sottile parete d’argento separava la massa grigiastra del flan di melanzane dai minuscoli nodini di carne, annegati in un sugo bruno. Lasciò ricadere il coperchio senza servirsi. Doveva riflettere. Non poteva permettere che il gusto scipito delle melanzane o il sugo universale che Rebecca pepava all’eccesso la sviassero. Doveva riflettere.

A colazione mangiò crema d’avena, distrattamente. Alle otto faceva già caldo; si incamminò per una passeggiata all’attracco del battello, prendendo per i sentieri perché non voleva incontrare nessuno e le strade erano piene di gente.

Le api si indaffaravano attorno ai cespugli di gelsomino e di ibisco, l’umidità calda saliva dalla terra, ma dalla parte del fiume arrivava ancora, a tratti, un’illusione di frescura.

Doveva sapere lei come si vedeva, aveva detto Phoebe, ma proprio questo era il punto: non riusciva a vedersi come cibo, e nemmeno come animale vivo; non era né un pesce né un uccello né un mammifero. L’unica cosa che le veniva in mente per se stessa era qualcosa di duro, di coriaceo, mentre avrebbe voluto essere morbida e arrendevole.

Respirò profondamente, cercando di liberare il sesto senso. Non bisogna crucciarsi, le aveva detto tante volte Phoebe; a crucciarsi ci si indurisce; invece bisogna lasciare che le cose passino attraverso noi.

Ma anche ammesso: non era affatto semplice. Perché il sesto senso poteva pur sempre suggerirle qualcosa, ma doveva essere qualcosa che andasse col coniglio prugne e mandorle.

Di nuovo il consiglio di Phoebe le parve grottesco e irrealizzabile.

Si fermò, indecisa. La sponda del fiume non era lontana; a sinistra, oltre la siepe, spuntavano i pali colorati dell’imbarcadero. Colse con la coda dell’occhio un serpeggiare nell’erba. Quaglie.

Quaglie! Avrebbe voluto saltare dalla gioia. C’era, lo aveva finalmente, il cibo che le corrispondeva! Uova di quaglia! Piccole, tenere, chiuse in un guscio dall’apparenza dura, un opale chiazzato di piccole impurità marroni, ma così fragile!

Le avrebbe servite come contorno al coniglio: uova di quaglia ripiene, con un’idea di dragoncello.

Al ritorno passò per la città, salutò i conoscenti che incontrava, con alcuni si fermò a chiacchierare e vide, oltre la piazza, il dottor De Soto che entrava nella farmacia.

Come sempre quando lo vedeva per un attimo, da lontano, senza parlargli, le parve che incrociare la sua esistenza senza che lui se ne accorgesse avesse un significato smisurato, così enorme che nemmeno lei sapeva dire fin dove arrivava; l’amore che era abbattuto si risvegliava con audacia, ruggiva in alto, occupava tutto il cielo, la strada, le facciate delle case, gli spazi fra le facciate. Aveva una forza tale che le pareva impossibile che egli potesse non percepirlo, anche senza voltarsi, anche senza vederla; una forza tale che doveva poter fare le cose.

Averlo visto quel giorno le parve di buon augurio. Si sentì sollevata da un moto di affetto verso il farmacista e sua moglie: era a casa loro che aveva conosciuto il dottor De Soto, l’autunno precedente, all’arrivo del medico in città. Pensò che li avrebbe invitati alla cena; sì, era una buona idea: avrebbe reso tutto più plausibile, più naturale.

E oltre a loro? Poteva invitare Marta Vicente; era sua amica, lo sapevano tutti, ed era abbastanza brutta da non impensierirla. E poi i due fratelli Metraglia, della proprietà confinante, con la madre. La madre avrebbe dato molta dignità alla cosa. I due fratelli, Antonio e Learco, erano troppo giovani per lei, così non ci sarebbero state ambiguità. Ma Marta poteva sempre provarci, se voleva. Antonio soprattutto, il maggiore, era un giovane di modi educati; e un buon partito sarebbe stato, per Marta.

“Una cena? E potremo anche ballare, dopo? – chiese Marta speranzosa.

Amanda non ci aveva pensato. Si era talmente concentrata sulla cena che non aveva proprio pensato a questa possibilità del ballo.

“Oh, sarebbe bellissimo! – insistette Marta. “Specialmente se ci sono anche i Metraglia – aggiunse con una risatina.

“Ma, non so; non c’è molto spazio…”

“Vuoi scherzare? Nella tua sala a piano terra? Ma se è praticamente vuota! Basterà spingere il tavolo contro il muro.”

Ma sì, perché no? Bisognava soltanto trovare un grammofono. Marta se ne incaricò. Era estasiata, deliziata. Si buttò contro lo schienale del salottino di vimini bianco che le aveva regalato suo padre e agitò le gambe in aria per la contentezza. Amanda la considerò: aveva i capelli color rame, un viso rotondo, infantile, un po’ gonfio, gli occhi di un nocciola quasi rossiccio e una quantità di efelidi marroni. Proprio non si poteva dire bella. Le ricordava qualcosa, Amanda non sapeva dire cosa.

Marta non la finiva più di parlare del ballo, del grammofono e dei fratelli Metraglia. Se ne andò frastornata. Era pentita di aver ceduto sulla questione del ballo. Ora le sembrava una profanazione, e che dovesse compromettere la magia della cena.

Rebecca aveva passato due giorni a lavare pavimenti, stirare tovaglie e lucidare argento. Quando arrivò il mercoledì della cena Amanda le diede il pomeriggio libero: non la voleva fra i piedi in cucina. Le raccomandò di tornare prima delle sei, per servire a tavola.

Chiamò Phoebe ad aiutarla. La bisque di granchio era pronta, le orate dovevano soltanto essere messe in forno, il vino bianco si trovava nella ghiacciaia e quello rosso sulle scale della cantina. Phoebe approvò i conigli spellati, adagiati sul tagliere. Li fece a pezzi con la mannarina, poi indicò con l’indice scuro e sottile un pezzo di coscia carnosa, vicino all’inguine:

“Questo, mi amor, questo devi darlo al dottore.”

Parve ad Amanda che avesse un attimo di esitazione davanti alle uova di quaglia:

“Che dici? Non vanno bene? – chiese con improvviso spavento.

“No, no, cara, devi sapere tu.” E la baciò sulla guancia.

Più tardi si fece ripetere la lista degli invitati.

Alle sette era tutto pronto; Phoebe sistemò le pieghe dell’abito di Amanda e se ne andò dalla porta sul retro. Il lampadario a gocce era acceso nella sala al pian terreno, il grammofono era al suo posto fin dalla mattina.

I primi ad arrivare furono i Metraglia, accompagnati dalla madre.

“Eccoci qua – disse Learco, gioviale. E quando vide che non c’era ancora nessuno: “In effetti il tragitto è breve.”

La madre lodò la sala (spaziosa), il servizio da tavola (elegante), la tovaglia (splendidamente ricamata). Era evidente che cercava di capire le ragioni di un evento insolito.

“Penso – disse Amanda –  che sarebbe bello se ci vedessimo più spesso, fra vicini.”

“Ah sì? – fece la Metraglia, allarmata.

“Ma soprattutto volevo sdebitarmi col dottor De Soto, che è stato così sollecito quest’inverno, quando ero malata.”

“Ah be’ – replicò l’altra, sollevata ma ancora sulla difensiva – se uno ha dei motivi particolari, non dico.”

Marta fece il suo ingresso ridendo rumorosamente.

Era assolutamente ridicola. Si era raccolta i capelli in uno chignon alto sulla testa per mettere in risalto due orecchini di perle che erano appartenuti alla madre ed erano del tutto inadatti alla sua età e al resto del suo abbigliamento. Mentre aspettavano gli altri ospiti mise della musica e volle a tutti i costi servire un aperitivo che aveva portato, rosso e appiccicoso. L’arrivo degli altri, che avevano fatto la strada insieme, interruppe queste stravaganze.

Il dottore indossava un completo di lino écru e scarpe di cuoio avorio e marroni; il farmacista e la moglie erano meno splendidi ma molto allegri, decisi a godersi la serata.

Presero posto: Amanda a capotavola, la signora Metraglia alla sua destra, il dottore alla sua sinistra e via via gli altri. Marta aveva manovrato in modo da sedersi fra i due fratelli Metraglia.

Sorbirono la bisque con compunzione. Come se una pellicola si fosse lacerata, Amanda avvertì il calore soffocante della sera, le finestre spalancate da cui non entrava aria, la frescura timida che saliva dal pavimento e si perdeva subito. L’arrivo delle orate e l’odore delicato della salsa al vino sciolsero le lingue e i contegni. Il farmacista sfilettò abilmente i pesci e depose le porzioni sui piatti dei commensali. La signora Metraglia dichiarò che erano ottime, Learco non avrebbe saputo esprimere un parere dal momento che tutta la sua attenzione era occupata a ridere delle battute di Marta, la compunzione di Antonio vacillava. Perfino ai toni bassi e gravi del dottore si mischiava qualche vivacità, qualche accenno di riso subito represso. Il suo volto carnoso, simile a un tubero regolare, si sollevava dal piatto, lo sguardo esaminava la sala, si posava sulle scarse suppellettili con un’espressione di inquisitiva meraviglia che ferì Amanda.

Gli asparagi in crosta comparvero e furono prestamente divorati. E se il dottore si fosse saziato prima dell’arrivo del coniglio? Rebecca entrò reggendo il vassoio con le carni; Amanda servì gli ospiti. Sul piatto del dottore depose il pezzo di coscia tagliato vicino all’inguine e, col cucchiaio, una porzione di uova di quaglia. Nel cicaleccio generale sedette al suo posto, chinò il capo e assunse la carne e le uova come una comunione.

Il grande lampadario di cristallo si spense per un attimo, rivelando la notte più chiara nei riquadri delle finestre. La luce riapparve, si abbassò, ballò indecisa.

“Che succede? – chiese la moglie del farmacista con una specie di allarme nella voce.

Il marito alzò le spalle: “Ci sarà un temporale, da qualche parte.”

Qualcuno ricordò che, venendo, aveva sentito dei tuoni in lontananza.

Un colpo di vento fece sbattere una porta nella casa, sul tavolo la fiamma delle candele ondeggiò impazzita. Amanda esultava: la magia, la magia.

I filamenti rossi delle lampadine parvero stabilizzarsi su un tono più basso, una brezza gradevole entrava in folate brevi, la cena poteva continuare.

Il dottore aveva di nuovo il viso nel piatto. Quando lo sollevò fissò lo sguardo, in un unico movimento, sull’altro lato del tavolo. Amanda seguì il movimento con stupore, con una strana coltellata al cuore; lo seguì e si trovò a contemplare il viso di Marta. Capì cosa le avevano ricordato i capelli color rame, le pupille rossastre, le lentiggini marroni sull’incarnato di lisciva. Col cranio quasi appuntito dai capelli tirati all’indietro Marta assomigliava indubitabilmente a un uovo di quaglia.

Più tardi, sul tavolo spostato contro la parete, i resti di gelato alla cassata si liquefacevano nei piatti. Il grammofono suonava la  musica che aveva portato Marta, lei e il dottore ballavano allacciati. I Metraglia avevano abbandonato la sala; il farmacista e sua moglie bevevano vino bianco ghiacciato e facevano finta di niente.

Poco dopo la mezzanotte se ne andarono. Amanda li accompagnò alla porta e rimase a guardare, appoggiata allo stipite, mentre si allontanavano dal riquadro illuminato verso il buio del vialetto, il farmacista e sua moglie davanti, gli altri due dietro. Nell’oscurità imperfetta vide il dottore abbassarsi e infilare una mano sotto la gonna di Marta.

LA COSA E LA TRACCIA

Sono la padrona di un cane disturbato. Quando l’ho preso aveva un anno e era disturbato perché aveva cambiato diversi padroni, oppure aveva cambiato diversi padroni perché era disturbato, difficile dire. In ogni caso ha un carattere complicato, di quelli che o riescono, a forza di cocciutaggine, a scavarsi una calda e comoda buca in mezzo al mondo ostile, oppure periscono, senza cambiare di una virgola e senza capire perché il mondo ce l’ha con loro.

Il termine politicamente corretto è ‘meticcio’, ma di fatto si tratta di un bastardino con la testa di Jack Russell e l’ostinazione caratteristica della razza, mentre dal genitore plebeo deve aver ereditato la codardia che cerca inutilmente di nascondere dietro delle arie smargiasse. È un cane esagitato, ama alla follia il genere umano in visita, esprime la sua gioia con latrati continui e insopprimibili che impediscono agli umani di comunicare. Si calma soltanto quando capisce che la visita si protrarrà; tuttavia non gli piace sentirsi escluso e interviene nella conversazione in modo anche petulante. Si concepisce, credo, come una mia estensione. Non ha mai morso nessuno, tranne una volta – oh, un morso leggero, ma pur sempre un morso – un amico tedesco di cui, non me lo spiego diversamente, deve avere avvertito l’inquietante origine nelle steppe centrali. La partenza degli ospiti, che arriva a intuire ancor prima che gli interessati ne formulino per se stessi l’intenzione, lo precipita in un parossismo di angoscia che sfoga in incontrollabili latrati e manovre violente volte a trattenere il visitatore. Da quando si è scavato la sua comoda buca a casa mia i congedi sull’uscio sono congedi da sordomuti: ciao ciao con la manina, bacio inviato con la destra mentre la sinistra trattiene il cane che fino all’ultimo tenta di scongiurare l’orrido inevitabile: la separazione.

Con i suoi simili si spreca molto meno. Un po’ di aggressività di prammatica coi maschi, enfatizzata senza rischi se il guinzaglio lo tira indietro, come quelli che nei film dicono tenetemi se no lo ammazzo. Con le femmine una curiosità bene educata, un che di cavalleresco, qualche mugolio di romantico rimpianto al pensiero di ciò che avrebbe potuto essere… ma poi un risoluto volger di terga senza rammarico.

L’interesse maggiore, esclusivo, appassionato va alle tracce. Annusa a lungo, da diverse angolazioni; se è il caso, assaggia cautamente in punta di lingua; compara, collaziona, riflette. È chiaro che non la presenza della cosa lo affascina, ma i segni: stratificati nel tempo, sovrapposti, intrecciati; da districare e ricostituire, identificare e ristabilire in una corretta cronologia. Non ci vuole fretta; e infatti prende il suo tempo, fa un lavoro accurato. Quando ha finito, ai documenti – ma che non siano anche monumenti – aggiunge il suo e trotterella via senza ripensamenti: pratica archiviata.

L’autunno, con cumuli di fogli(e) ai margini di strade e carraie, stagione d’oro delle pergamene e degli incunaboli, prepara grandi soddisfazioni ai colleghi dell’Archivarius Lindhorst. Ed ecco che il cane, con la delicatezza di un archeologo che rimuove le incrostazioni dalla mummia di una principessa, scava con la zampina, solleva uno strato di foglie, annusa, lo riadagia, sonda lo spessore in un altro punto. Come impallidiscono le insulse, contingenti presenze, l’interesse di un attimo più delusione garantita, di fronte a questa messe di puri significati, questo mare di accenni inebrianti, questo poema sinfonico dell’olfatto degno di Des Esseintes! Ma libero dalla vergogna decadente perché al cento per cento naturale.

Al ritorno dalla lunga passeggiata, dopo il biscotto vitaminico che lo ritempra, il cane si acciambella nella cesta imbottita. Sembra che dorma ma non è vero; con gli occhi chiusi abbaia sommessamente, a scatti; voga con le zampe, trema; si sta raccontando delle storie.

Spiriti immondi

“Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.” (Mc 5,16-17)

Be’ ci credo, gli aveva appena spedito a affogarsi nel mar di Tiberiade una mandria di duemila maiali, che per gli ebrei saranno anche stati animali impuri ma per gli abitanti della Decapoli magari no.

L’ecatombe dei maiali è la conseguenza della guarigione di un indemoniato, nel quale si erano impiantati più spiriti immondi che zecche su un povero cane nella bella stagione. Infatti il nome del collettivo è: Legione.

Talvolta (e invecchiando sempre più spesso) per istantanee illuminazioni mi ritrovo sbalordita dalla quantità di “me”, inconciliabili e tutti autentici, che compongono quella cosa di difficile definizione ma apparentemente reale e data che è il mio “me” complessivo. Moltitudine diacronica, certo, ma anche perfettamente sincronica.

Se partiamo dal presupposto pascaliano (difficile da negare) che “l’io è detestabile”, figuriamoci quando questa detestabilità sia moltiplicata per una ridda di “ii” autocentrati, competitivi, invidiosi (sto solo descrivendo la naturalità dell’io umano), retoricamente compassionevoli, falsamente e inefficacemente altruisti, persi nella contemplazione di questo falso altruismo, modesti per smania di glorificazione, unicamente concentrati sul proprio tornaconto o pronti a partire in missione per salvare metà del genere umano – tentativo senza garanzie di successo che comporta l’eliminazione fisica dell’altra metà ma insomma tentar non nuoce.

Il prodotto è una ridda di “ii” piuttosto immondi. Legione è il nome del collettivo dell’io.

Cosa rimarrebbe di me se un compassionevole Messia scacciasse tutti gli spiriti immondi che mi abitano?

Niente, credo.

DI CALDAIE E BRUCIATORI

Sono giorni che vorrei scrivere qualcosa su un romanzo di Tanizaki che ho finito già da un po’, Nero su bianco, tradotto da Gianluca Coci e edito da Neri Pozza. Un romanzo notevole, abbastanza strutturato da poterne dire qualcosa senza troppo sforzo, e scritto benissimo. Ma sono svaccata, non trovo la concentrazione e nemmeno la motivazione, ho avuto gli operai in casa che hanno sostituito la vecchia caldaia, fatto un nuovo buco nel tetto per il camino (la caldaia della mia casa vive da trent’anni nel sottotetto, si tratta, fin dalla progettazione, di un impianto cosiddetto “a caduta”), smantellato lo scaldabagno, riorganizzato i tubi acqua calda acqua fredda gas, insomma un discreto lavoro.

Già che c’ero ho voluto sistemare anche i termosifoni: originali del ’58, malamente riverniciati, con le valvole bloccate o addirittura senza valvole – in presa diretta su tubi che escono dal muro in diametri spaventosi. Ma l’imbianchino ha dichiarato che non si poteva far nulla di ben fatto se prima non si facevano sabbiare, l’idraulico ha espresso forti dubbi sulla possibilità di trovare qualcuno disposto a portare giù e poi di nuovo su quei quintali di ghisa, l’imbianchino ha aggiunto che fra farli sabbiare e farli riverniciare avrei speso di più che a metterli nuovi; ancora l’idraulico si è mostrato incerto circa l’adattabilità delle valvole – bref, alla fine ho ceduto; malvolentieri, ma ho ceduto. A me piacevano i miei termosifoni vintage, erano adatti alla casa; ma capivo che ostinarsi sarebbe stato eccentrico, oltre che complicato.

Così i vecchi mastodonti sono stati divelti dai giunti cui erano uniti fin dall’origine, come robusti molari che non ne vogliono sapere di staccarsi dalla mascella e che bisogna rompere a pezzi, dal di dentro, con le tenaglie lunghe. E il rottamaio li ha brancati col ragno e li ha portati via.

In casa ci sono i termosifoni procacciati dall’idraulico: d’acciaio, lisci, morbidi, verniciati a fuoco, a sezione rigorosamente circolare, rotondi in tutte le loro parti come la testa di Charlie Brown senza essere Charlie Brown, privi di disegno apprezzabile, anonimi, brutti.

Ma proprio brutti.

I giorni scorsi, un po’ parlandone con l’idraulico un po’ per amor di storia, ho ricostruito i movimenti della caldaia – con una certa incredulità, visto che negli anni e decenni essa ha vagato per la casa come l’utero nel corpo di una donna isterica – e certi paralleli con l’isterismo sussistono certamente.

Dunque all’inizio fu caldaia a carbone collocata nel bagno, con le mattonelle di carbone polveroso stivato in solaio. Ne ho un ricordo pallidissimo (notate l’ossimoro), credo che non l’abbiamo quasi mai usata, si andava con la stufa economica della cucina e il resto, a quanto ricordo, freddo.

Nei primi anni ’60 fu sostituita dalla caldaia a nafta con bruciatore esterno, entrambi in cantina, cisterna della nafta interrata in cortile. Racconterò un’altra volta un mio sogno dell’epoca ispirato dalla terra ammucchiata da una parte in seguito allo scavo per la cisterna.

C’è gente a cui la serie di fonemi [n-a-f-t-a] evoca immediatamente La montagna incantata; a me evoca un periodo indistinto della fine dell’infanzia in cui mio padre – un grande teorico soprattutto – mi spiega in che modo la nafta, nel bruciatore, viene resa atta a bruciare. O qualcosa del genere. 

La cisterna era regolarmente riempita a ogni inizio stagione – segno che il bruciatore la bruciava e che il riscaldamento funzionava. Tuttavia – diversamente dalla legna per la stufa economica che pure bruciava anche quella e era consumata – il riscaldamento chiamiamolo centrale fu sempre connesso, nella nostra famiglia che non si è mai capito se appartenesse al proletariato o alla piccola borghesia, all’orrore del consumo. Eravamo ecologisti avant la lettre e stavamo piuttosto al freddino.

La nafta fu abbastanza velocemente sostituita dal più moderno gasolio – stessa cisterna, stessa caldaia in cantina, bruciatore nuovo, o modificato. Col gasolio si andò avanti per diversi anni benché la caratteristica più spiccata del bruciatore fosse che andava in blocco ogni tre per due. Il tecnico, fortunosamente avvertito (non avevamo il telefono), si presentava anche dopo settimane. Meno male c’era la stufa economica.

Il problema del blocco fu risolto con l’allacciamento al gas metano (ma già io non vivevo più lì, c’ero di tanto in tanto, di passaggio). La caldaia in cantina fu definitivamente dismessa e una caldaia a gas trovò naturalmente posto a piano terra. Quando, una decina di anni più tardi, mi stabilii nella casa ormai vuota, si ritenne opportuno separare idraulicamente il piano terra dal piano superiore e la caldaia migrò in solaio, dove si trova tutt’ora, avendo soltanto effettuato, in seguito alla recente sostituzione, uno spostamento di un paio di metri.

Siamo forse prossimi alla stasi, e speròm c’la vaga.

La vecchia caldaia di ghisa è ancora in cantina. Corpo sagomato, piedini arcuati – steampunk, ma con qualcosa della durezza degli anni ’50, vagamente genere Sutherland. Col cavolo che la faccio portare via dal rottamaio col ragnetto. Una volta liberata dai mattoni refrattari, nella prossima casa (nella prossima vita), la metto in salotto.

 

P.S. Non so se la caldaia di ghisa sia la stessa che, funzionando a carbone, si trovava in bagno; o, se non è la stessa (come credo), che fine abbia fatto la prima. Non lo so. E la cosa abbastanza tragica, almeno per me, è che adesso nessuno può dirmelo.

RIFLESSIONI SULLA CONCLUSIONE DEI QUATTRO VANGELI

A 134
Pietro Perugino, L’ascensione di Cristo

Nella mia piccola edizione italiana del 1968, il racconto della passione, morte e sepoltura di Gesù occupa 12 pagine su 107 nel vangelo di Matteo, 10 su 60 in quello di Marco, 11 su 105 in quello di Luca e 8 su 84 in quello di Giovanni.

Segue  il racconto non della risurrezione – che non può essere raccontata dal momento che nessuno vi ha assistito -, ma dell’inspiegabile scomparsa di un cadavere. In tre vangeli su quattro (Matteo, Marco e Luca) l’assenza del corpo per avvenuta risurrezione viene annunciata alle donne o ai discepoli allibiti da uno (o due) angeli. 

(In generale nei vangeli gli angeli – o comunque una presenza divina dal cielo – si incaricano di certificare ciò che non può essere testimoniato: per esempio che la gravidanza di Maria le viene non da un uomo ma da Dio, che il bambino nato a Betlemme è il Salvatore, o che l’uomo battezzato nel Giordano da Giovanni è il Figlio di Dio.)

A riprova dell’avvenuta risurrezione, Gesù appare a diverse persone secondo i diversi vangeli: alle donne, alla sola Maria Maddalena, ai discepoli di Emmaus, a due discepoli che probabilmente sono gli stessi, agli Apostoli riuniti, ad alcuni di loro, una o più volte, prima di salire al cielo sotto gli occhi degli Undici.

Matteo e Marco dedicano a risurrezione, apparizioni e ascensione due pagine scarse. Luca e Giovanni sono più generosi di dettagli, soprattutto per quel che riguarda le apparizioni. La caratteristica più generale delle apparizioni è che dapprima Gesù non viene riconosciuto. Ha l’aspetto di qualcun altro, non di Gesù. Viene riconosciuto per una parola, per un gesto, non per l’aspetto; e dopo essere stato riconosciuto generalmente scompare. La seconda caratteristica è che quando invece compare con l’aspetto noto (agli Undici riuniti in un luogo chiuso), incontra dapprima un certo scetticismo. In un secondo tempo naturalmente non solo le donne, che credono sempre a tutto, ma anche gli Apostoli credono.

Comunque questo post-resurrezione sembra che gli evangelisti non abbiano una gran voglia di raccontarlo; che non sappiano bene cosa dire. O che non ci sia niente da dire: che ci si possa solo ripetere.

Il racconto sfuma nel fiabesco, e in due e due quattro è finito.

 

 

RISO E VERZE

VERZA

Oggi ho mangiato riso e verze. E meno male che avevo il semilavorato pronto e ho dovuto solo cuocerci il riso, sennò chissà a che ora andavo a mangiare; perché quando stacco con le lezioni on line, verso l’una, ho la testa così stanca che per tre quarti d’ora giro per casa in stato di semi-trance senza combinare nulla.

Poi dovevo anche fare la pappa per il cane, prima, perché vaglielo a spiegare che porti pazienza che non c’è niente da mangiare. Inimmaginabile.

Ma no, non sono né le lezioni on line né il cane; è che la parte buona della giornata è il mattino, e quando si pranza, e si è pranzato, il mattino è finito; comincia lo strano vacuum del pomeriggio, e perché la vita recuperi quel minimo di esaltazione senza il quale non è francamente vivibile, bisogna aspettare che il sole si volti indietro e si appresti a calare. Dunque bisogna tirarlo in lungo il più possibile, il mattino.

Per il cibo sono di gusti rustici, vegetali. Riso e verze era una minestra che faceva mia nonna, poi abbiamo saltato una generazione perché mia mamma era costituzionalmente incapace di far da mangiare (non era alma per niente la mia mater – ancora mi chiedo chi, prima dell’arrivo di mia nonna, ci aluerat, o aluerit, o aluisset, consequenziate voi la consecutio). Io ho applicato un procedimento deduttivo. Ho dedotto una ricetta dagli ingredienti. A naso.

Dunque piglio la verza – un quarto o più secondo grandezza – e la taglio a listelle anche robuste. Lavate, centrifugate, sbattute a saltare nell’olio bollente mescolando perché non si strinino, fino ad appassitura della vegetal fibra. A quel punto pomodorini maturi (ma buoni però, in nessun caso quelle vescicole acide di semi e acquetta noti come ciliegini); oppure, in mancanza di pomodori buoni, meglio allora il triplo concentrato Mutti, che dà un sapore vagamente industriale ma di piglio interessante. Il triplo concentrato (poco) andrebbe disciolto nell’acqua calda, ma lo potete spremere direttamente nella pentola, è uguale. Poi acqua bollente – circa un litro, secondo quantità. Patate e carote a tocchetti, eventualmente altre verdure che avete sottomano. Ottimi i legumi. Io ho una predilezione per i ceci, ma bisogna metterli a bagno la sera prima. Sale (occhio a non esagerare), salsa di soia, e poi deve cuocere; più cuoce, più è buono, minimo un’ora, un’ora e mezza (al momento, delicato, della salatura, tenete presente che poi l’acqua cala). Quando ne avete pronto un pentolone da caserma, estraete via via la quantità che vi serve e ci cuocete dentro il riso. Due cucchiai di riso abbondanti ogni tre mestoli di semilavorato per una minestra densa (spessa, diceva un parente di origine toscana). Se siete stati parchi d’olio nella soffriggitura potete aggiungerne un cucchiaio nella minestra pronta; altrimenti soprassedete.

Oggi ho dato fondo al pentolone. Mentre lavavo i piatti pensavo: ho ancora un quarto di verza in frigo, domani vado al Conad e compro i ceci, vado al mercato e compro le patate buone (o almeno decenti, patate buone è da decenni un eufemismo – non proprio come le fragole, ma quasi). Poi me lo rifaccio il riso e verze, me lo rifaccio proprio. Mentre lo pensavo mi sono accorta che lo pensavo col tono – come dire, con l’atteggiamento mite e contento dell’anima tutta, con cui prima mio padre, più tardi mia madre, si auguravano che io facessi tal cosa o altra da mangiare.

Immagino sia la consecutio delle generazioni.

 

Il male immedicabile (un sogno del mattino)

stairway
Edward Hopper, Stairway

Il male immedicabile si manifesta durante l’ultimo sonno, quando credi di ripristinare, dormendo tardi, i ritmi circadiani sbilanciati da Battlestar Galactica nel freddo della notte, davanti al tubo catodico che si squaglia al crescendo forsennato dei wadaiko.

Poi, nella terra di nessuno dell’alba, ti trovi in una casa che ora, come sai, è vuota. Nelle scale aperte dalla cantina al sottotetto c‘è la traccia di una persona morta (un’istantanea senza supporto). Su un pianerottolo c’è una persona che, come sai, non c’è; nel sonno il paradosso ti sembra insopportabile.

È la proiezione di una lanterna magica; eidolon – benché invece, da un certo punto di vista, sia proprio lei, la persona. Però irraggiungibile, perché è chiaro che non si potrà rispondere alla voce che familiarmente ti parla dalla tromba delle scale. (Ma nemmeno lo sa).

Impossibile aggiungere qualcosa, riparare al detto e al non detto.

Uno stato delle cose siglato dalla morte il male inemendabile – o così ti pare, perché nel sonno dimentichi che, sin dall’inizio, nulla fu emendabile.

Nel vestibolo dove toglievate o mettevate le scarpe una persona che ha vissuto nella casa da bambino – nel sonno poco più di un bambino, un adolescente – aiuta, propone il da farsi. Però è strano che sia lì perché poi non ha più voluto viverci, non ci vive più, non ci sarà più in quella casa; di fatto non c’è, è come se non ci fosse, lo vedi ma sai che è un’immagine; eidolon, una nostalgia.

Nessuno che tu possa raggiungere. Nessuno davvero raggiungibile dalla bolla di tempo in cui stai come in un occhio di grasso nel brodo di un tempo più vasto.

La casa è tramontata. Oltre i vetri della porta-finestra un cane che fu sepolto in giardino lo attraversa di corsa. Quando ti svegli hai la percezione di un buco al posto di un organo vitale qualsiasi, forse al posto di diversi. Nulla di reale per chiudere i buchi, ma possono servire sottili foglietti della fortuna, stampati a colori con testi brevi e incoerenti.

Tardi, la sera, ti esponi alle frequenze di Battlestar Galactica.

 

 

 

 

Hogwarts apre ai babbani

Hogwarts 1

 

Hannibal, ne vitam suam alieno arbitrio dimitteret, venenum quod semper secum gerebat sumpsit.

Semplice, lineare. Traduzione di un ragazzino di seconda liceo classico (quinta ginnasio per chi è abituato alla vecchia numerazione), anche sveglino:

Annibale, per non abbandonare la propria vita a una decisione altrui, prese la pozione magica che portava sempre con sé.

Il ministro della Pubblica Istruzione Lorenzo Fioramonti sta prendendo accordi con il suo omologo Albus Silente per sostituire il Liceo Classico (obsoleto) con un quinquennio a Hogwarts.

Il sentiero di Miranda

Inizia come biforcazione erbosa che si insinua alla base della collina su un piccolo terrazzamento. Sembra che ti voglia portare chissà dove e invece finisce poco più in là in un niente, in un punto dove altri pendii vengono a finire e un altro sentiero sale a destra – più volte cancellato, ostruito con sterpaglie e fascine, con rami tagliati e trascinati; però tamugno, resistente, la spunta alla fine ma quanto sfigurato; come non fosse più lui; e alla confluenza dei pendii una linea sul fondo, una linea immaginaria, difficilmente percorribile sul bordo di un fosso che c’era si inoltra verso la scarpata di un orrido. Ma il sentiero di Miranda finisce lì dove sulla parete della collina compare, a sinistra, una fontana; chiusa con una saracinesca e un catenaccio, chissà, forse prosciugata da anni; in ogni caso se uno non lo sapesse non gli verrebbe mai in mente che c’è, o c’era, una fontana; che fu oggetto di una lite con consultazione di mappe catastali e strascicamento di piedi lungo le scale del municipio; che si concluse al solito con una piccola prevaricazione. Il sentiero di Miranda finisce lì ed è insomma una delusione, come molte cose nella vita.

Però all’altro capo, dove lo si imbocca, è invitante, e continua a esserlo anche quando si è scoperto che finisce in niente. Così, se solo le condizioni di luce sono soddisfacenti, e in genere sulla via del ritorno, quando la passeggiata declina naturalmente verso l’ora del tè o della cena, si dice: prendiamo il sentiero di Miranda? oppure: abbiamo ancora tempo per il sentiero di Miranda. Il suo fascino non ha nulla di misterioso e i motivi sono facili da indovinare. Tanto per incominciare, il sentiero c’è. Questo non è poco; voglio dire: che pur sprovvisto di funzione non sia stato tirato giù, arato all’andata e al ritorno per guadagnare un metro e mezzo di coltivabilità, ma soprattutto per togliere la terra sotto i piedi agli inutili passeggiatori tanto della domenica quanto dei giorni feriali ha del portentoso; e si spiega soltanto perché 1) il sentiero è su una cornice: da una parte ha il monte e dall’altra è un po’ sopraelevato rispetto al terreno sottostante; 2) è protetto da un filare di alberi; e soprattutto 3) confina con uno scampolo di terreno attualmente adibito a orto che renderebbe il lavoro necessario alla demolizione poco economico. Ma si farà, si farà, prima o poi si farà.

Intanto però il sentiero c’è. Non portando da nessuna parte è ignorato dai trattori; ci cresce un’erba fitta e bassa schermata dagli alberi. Ordinari e smilzi, gli alberi fanno ombra e non attirano l’attenzione, non la distolgono dal sentiero e dalla sua esistenza di sopravvissuto; strano come un utensile che da un ipogeo sia catapultato sul tuo tavolo di cucina.

Ma soprattutto segue la forma della collina. Ha un andamento curvo. C’è una visibilità di qualche metro poi non sai; non sai cosa ha da parte per te il sentiero che è come una scheggia conficcata lì ma chissà da dove, chissà cosa si porta dietro. Anzi, no, da dove lo sai: dalla regione che conosci e che è impossibile da precisare. È una delle ultime schegge esistenti, ma fin che esiste è incontrovertibile. Porta una testimonianza, questo è un fatto. 

Così, se anche seguendo la curva del sentiero la rivelazione è sempre rimandata, di qualche metro in qualche metro rimandata finché non arrivi alla fontana che è chiusa serrata e secca e anche per questa volta è andata e c’è la piccola delusione che conosci, non fa niente. Finché il sentiero rimane le piccole delusioni non lo intaccano, la sua qualità è inalterata, le cose che si porta con sé come da un carotaggio nel tempo e in altre sostanze sono sicure e ben riposte.

E se anche ci ritroviamo alla fontana secca e dobbiamo girare sui tacchi e tornarcene a mani vuote, e anche il cane che già lo sa gira autonomamente sui tacchi e si affretta sulla via del ritorno e della cena, non fa niente. Sarà per la prossima volta. La prossima volta sul sentiero di Miranda.

 

 

LA RUGIADA DI SAN GIOVANNI

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“- Nessuno  sa – disse – che non è la gioia a far danzare le fate, ma più spesso la tristezza di essere state espulse dall’alba soave, e che quindi le loro feste di mezzanotte sono soltanto cerimonie per indurle a rammentare quant’erano felici nel mattino del mondo, prima che la curiosità riflessiva e gli ipocriti moralismi le respingessero dalla faccia benevola del sole all’esilio tenebroso della mezzanotte.”

Mi sembra una buona citazione per festeggiare il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno; l’estate è appena partita che già comincia a calare. Non si sa bene se il giorno dedicato è il 21, solstizio astronomico, o il 24, giorno di San Giovanni (che in seguito a questa coincidenza si è un po’ paganizzato, un San Giovanni con qualcosa di equivoco, di alienato). Per non sbagliare si fanno quei tre, quattro giorni di feste celtiche: musica e birra. Niente contro la riscoperta delle tradizioni celtiche, anzi, mi sembra giusto, sempre che non si faccia anche di quelle una religione. Io purtroppo alle commemorazioni celtiche non posso partecipare, per limiti di età. Lo stomaco e gli altri visceri non reggono più i due, tre litri di birra necessari a entrare nel mood.

Potrei accontentarmi dell’ultimo residuo di paganesimo esperito in tenera età e sedermi in cortile, sulla panchina, a prendere la rugiada di San Giovanni; ma la panchina avita è passata di mano, si trova adesso a Cantavenna, Piemonte; la mia, di più recente costruzione, ha perso negli anni quasi tutte le viti, facile che a estrarla dal garage si sfaldi. Senza contare che la rugiada di San Giovanni ha un’essenza comunitaria, non esplica le sue proprietà benefiche se non ci sono, sulla panchina e su svariate sedie all’intorno, un certo numero di vicini compresi in pacate chiacchiere – di vicine veramente: la rugiada, come le chiacchiere, rivenendo tradizionalmente alle donne.

Ora, se le fate si riuniscono a mezzanotte per rammentare quanto erano felici nel mattino del mondo, mi chiedo dove si riuniscano le chiacchiere fra vicini per rammentare quando ancora si facevano nel crepuscolo del mondo. (Può darsi che, qua e là, si facciano ancora, ma sono residui sparuti che non si dovrebbero incoraggiare, perché a mettersi a andare all’indietro poi si formano ingorghi e edemi circolatori).

Ma per tornare alla rugiada, al solstizio e alle fate, sono più di vent’anni che verso la fine di maggio nel mio cortile compaiono due lucciole. Non una, non tre, due. A forza di essere sempre soltanto due mi sembra che siano le stesse, che mi conoscano e che io dovrei riconoscerle, magari sono Oberon e Titania, ma come appurarlo; in ogni caso appena fuori paese, lungo certe siepi, sono miriadi, un firmamento intermittente, sembra un presepe; si pensa, per associazione, al panettone Melegatti.

La citazione in alto è presa da un libro che mi è stato consigliato da Giuliano (Il cavallo di Brunilde): James Stephens, La pentola dell’oro (1912), edito in Italia da Adelphi. In questo racconto James Stephens, amico di Joyce e esperto di tradizioni irlandesi, cerca di coniugare la curiosità riflessiva, o raziocinio, rappresentata da due Filosofi (poi ridotti a uno) con la conoscenza istintiva e immediata della natura e dell’essere, rappresentata da due signore (poi ridotte a una) imparentate con il popolo degli Shee, gli esseri fatati che vivono nei brugh. Il connubio è reale, nel senso che le signore sposano i Filosofi, ma il matrimonio è inizialmente una storia di reciproci dispetti e incuranza, finché il furto di un’asse da lavare e le avventure che ne scaturiscono non inducono i coniugi, separatamente e ognuno per conto suo, a maturare rispetto e amore per l’altro.

Il racconto (romanzo?) è eccellente nei dialoghi fra i personaggi – non solo i Filosofi e le mogli ma anche il contadino Meehawl MacMurrachu e, più tardi, i quattro poliziotti (il libro quinto, intitolato “I poliziotti”, è geniale). Dove invece alla gustosissima ironia venata di nonsense subentra una prosa lirica e gnomica, stipata di sentenze spesso oscure, e nella trama, molto esile, vengono inseriti episodi a sé stanti con valore di parabole – dove Stephens cerca insomma di accordare una visione del mondo vagamente nietzschiana (fedeltà alla terra) con i più rarefatti prodotti del platonismo e del cristianesimo, il racconto risulta secondo me meno convincente. (A parte tutto, per la mission impossible gli manca l’adeguato armamentario concettuale. Oppure non vuole usarlo).

(Il dipinto in alto è di John Anster Fitzgerald, “il pittore delle fate”.)

 

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