LA RUGIADA DI SAN GIOVANNI

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“- Nessuno  sa – disse – che non è la gioia a far danzare le fate, ma più spesso la tristezza di essere state espulse dall’alba soave, e che quindi le loro feste di mezzanotte sono soltanto cerimonie per indurle a rammentare quant’erano felici nel mattino del mondo, prima che la curiosità riflessiva e gli ipocriti moralismi le respingessero dalla faccia benevola del sole all’esilio tenebroso della mezzanotte.”

Mi sembra una buona citazione per festeggiare il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno; l’estate è appena partita che già comincia a calare. Non si sa bene se il giorno dedicato è il 21, solstizio astronomico, o il 24, giorno di San Giovanni (che in seguito a questa coincidenza si è un po’ paganizzato, un San Giovanni con qualcosa di equivoco, di alienato). Per non sbagliare si fanno quei tre, quattro giorni di feste celtiche: musica e birra. Niente contro la riscoperta delle tradizioni celtiche, anzi, mi sembra giusto, sempre che non si faccia anche di quelle una religione. Io purtroppo alle commemorazioni celtiche non posso partecipare, per limiti di età. Lo stomaco e gli altri visceri non reggono più i due, tre litri di birra necessari a entrare nel mood.

Potrei accontentarmi dell’ultimo residuo di paganesimo esperito in tenera età e sedermi in cortile, sulla panchina, a prendere la rugiada di San Giovanni; ma la panchina avita è passata di mano, si trova adesso a Cantavenna, Piemonte; la mia, di più recente costruzione, ha perso negli anni quasi tutte le viti, facile che a estrarla dal garage si sfaldi. Senza contare che la rugiada di San Giovanni ha un’essenza comunitaria, non esplica le sue proprietà benefiche se non ci sono, sulla panchina e su svariate sedie all’intorno, un certo numero di vicini compresi in pacate chiacchiere – di vicine veramente: la rugiada, come le chiacchiere, rivenendo tradizionalmente alle donne.

Ora, se le fate si riuniscono a mezzanotte per rammentare quanto erano felici nel mattino del mondo, mi chiedo dove si riuniscano le chiacchiere fra vicini per rammentare quando ancora si facevano nel crepuscolo del mondo. (Può darsi che, qua e là, si facciano ancora, ma sono residui sparuti che non si dovrebbero incoraggiare, perché a mettersi a andare all’indietro poi si formano ingorghi e edemi circolatori).

Ma per tornare alla rugiada, al solstizio e alle fate, sono più di vent’anni che verso la fine di maggio nel mio cortile compaiono due lucciole. Non una, non tre, due. A forza di essere sempre soltanto due mi sembra che siano le stesse, che mi conoscano e che io dovrei riconoscerle, magari sono Oberon e Titania, ma come appurarlo; in ogni caso appena fuori paese, lungo certe siepi, sono miriadi, un firmamento intermittente, sembra un presepe; si pensa, per associazione, al panettone Melegatti.

La citazione in alto è presa da un libro che mi è stato consigliato da Giuliano (Il cavallo di Brunilde): James Stephens, La pentola dell’oro (1912), edito in Italia da Adelphi. In questo racconto James Stephens, amico di Joyce e esperto di tradizioni irlandesi, cerca di coniugare la curiosità riflessiva, o raziocinio, rappresentata da due Filosofi (poi ridotti a uno) con la conoscenza istintiva e immediata della natura e dell’essere, rappresentata da due signore (poi ridotte a una) imparentate con il popolo degli Shee, gli esseri fatati che vivono nei brugh. Il connubio è reale, nel senso che le signore sposano i Filosofi, ma il matrimonio è inizialmente una storia di reciproci dispetti e incuranza, finché il furto di un’asse da lavare e le avventure che ne scaturiscono non inducono i coniugi, separatamente e ognuno per conto suo, a maturare rispetto e amore per l’altro.

Il racconto (romanzo?) è eccellente nei dialoghi fra i personaggi – non solo i Filosofi e le mogli ma anche il contadino Meehawl MacMurrachu e, più tardi, i quattro poliziotti (il libro quinto, intitolato “I poliziotti”, è geniale). Dove invece alla gustosissima ironia venata di nonsense subentra una prosa lirica e gnomica, stipata di sentenze spesso oscure, e nella trama, molto esile, vengono inseriti episodi a sé stanti con valore di parabole – dove Stephens cerca insomma di accordare una visione del mondo vagamente nietzschiana (fedeltà alla terra) con i più rarefatti prodotti del platonismo e del cristianesimo, il racconto risulta secondo me meno convincente. (A parte tutto, per la mission impossible gli manca l’adeguato armamentario concettuale. Oppure non vuole usarlo).

(Il dipinto in alto è di John Anster Fitzgerald, “il pittore delle fate”.)

 

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ARIA CHE TIRA

Minotauro

Quando voglio tirarmi su di morale mi dico che sono una persona all’avanguardia. Sono sempre stata all’avanguardia. Per esempio le mie malattie, all’inizio, nessuno sapeva cos’erano. Soltanto in seguito cominciavano a affliggere anche il resto della popolazione e entravano nei libri di medicina.

Nei primi anni Sessanta mi prese di colpo una furiosa allergia ai pollini che non mi ha più abbandonato (il che mi rassicura su una certa permanenza dell’identità). Nei primi anni Sessanta, che io sappia, nessuno era allergico ai pollini. Scoprii in seguito che un precedente c’era: Proust, ma si sa che la Francia è sempre stata più progredita. Comunque lì con il raffreddore da fieno, come lo si chiamava allora, c’ero soltanto io. Era una sfiga che ti cingeva di un’aureola – era anche un signor raffreddore da fieno, nei suoi anni migliori andava da aprile a settembre.

Naturalmente crescendo (perché da piccoli, negli anni Sessanta, se non stavi per morire non ti aveva in nota nessuno), ho cercato di reagire: vaccini, agopuntura, di nuovo vaccini; insomma tutte le cose inutili che si fanno per guarire prima di capire che guarire non è un’opzione (sarebbe come guarire da se stessi, magari dovevo provare col buddhismo). L’unico risultato delle manipolazioni a cui mi sono sottoposta è stato di spostare il fenomeno: comincia prima e finisce prima, adesso passo direttamente dall’influenza stagionale all’allergia.

Insomma, da una decina di giorni sono qui che armeggio con pastiglie, colliri, spray nasali, soluzione fisiologica e acqua borica nel tentativo di arginare il fiero corruccio delle mucose. Dovuto, pare, alla fioritura dei cipressi. O della parietaria. O che ne so.

Anzi, no, lo so benissimo: sono le stelle.

Non c’è umidità, l’aria è tersa e fredda, di notte le splendide stelle dardeggiano con ferocia, con regale siderale indifferenza; non ci si pensa, ma se ci si pensasse sarebbe chiaro: non puoi affermarti, ti schiacciano; impossibile sussistere.

Di giorno il sole percorre in gloria l’ellittica apparentemente rallegrando il mondo, ma se appena la gratti, l’allegria, ci trovi sotto una secca disperazione; lo strapotere delle cose – nette, precise, trionfanti – ti mette l’ansia; se non ricorri alla grande pacificatrice, l’abitudine di vederle come le hai sempre viste, la loro potenza ti precipita nel panico, devi esistere e non puoi: la situazione più angosciante. “E il sole è un lampo giallo al parabrise” canta Paolo Conte; ma adesso no, adesso non è un lampo giallo; adesso in alto a destra sul parabrezza vedi chiaramente che è una stella, un punto al calor bianco con le micidiali protuberanze di una stella, radiazioni che ti trafiggono, come può esserci vita sulla terra, è tutto un equivoco.

Ci vorrebbe un eroe dei tempi antichi, selvaggio muscoloso e seminudo che si erga ad affermarsi contro lo splendore incurante delle cose. Cosa vuoi mai che facciano le mie mucose: capiscono la situazione prima di me e si auto-annichiliscono.

 

 

 

 

 

DI LÀ DAL RIO

Douanier rousseau

 

Il rio è una spaccatura abbastanza profonda alle spalle della provinciale quando questa entra nel centro del paese. Le pareti vanno giù scoscese e sono piene di alberi altissimi e vecchissimi, certi sono inclinati o caduti. Ci sono molti uccelli e piccoli animali. Le case di qua dal rio sono grosse case indipendenti costruite dopo la guerra; si trovano nella confusione, nella polvere e nel rumore della provinciale. Le case di là dal rio sono vecchie, attaccate le une alle altre e danno su una stradina che si chiama San Pancrazio. Prima della guerra e anche subito dopo erano case di gente povera, comunisti rabbiosi, le più tremende le donne. Dall’altra parte della via San Pancrazio c’erano i campi; adesso ci sono delle case nuove, un paio di strade che si perdono nel nulla e qualche capannone. Le vecchie case dalla parte antica sono state restaurate; alcune, soprattutto le più interne, anche in modo costoso; tuttavia al borgo è rimasta un’etichetta di modestia se non di povertà.

Stante la particolarità delle costruzioni, a San Pancrazio non si è proprietari di una casa ma di un pezzo di casa, da terra a cielo. Un pezzo di casa ce lo comprò, più di vent’anni fa, il figlio di una famiglia che era venuta su dal Meridione. Era gente istruita, benestante. I genitori avevano venduto tutto nella città d’origine e avevano comprato in paese della roba buona: un grande negozio in uno stabile nuovo, un magazzino, un appartamento. Però gli affari del negozio, con gli anni, non andarono bene. Qualcuno disse che “non si erano posizionati bene”. Inoltre il settore conobbe, di lì a poco, una crisi che dura ancora. Dispiace perché sono persone aperte, oneste, leali; un po’ sognatori – intendo, con questo, ottimisti a oltranza. Dovettero vendere quasi tutto; rimase, al figlio, il pezzo di casa.

Rimane anche, da dire, (ma qui devo basarmi sui “si dice”) che poco dopo che la famiglia si era stabilita nel nostro paese questo figlio si innamorò della figlia di un notabile. Se sia vero e come sia andata di preciso non saprei; in ogni caso non ne uscì nulla e nella casa, a quel che so, continua a vivere solo.

La casa non è sulla strada, guarda a sud, verso il rio. Io la vidi dopo i primi restauri, quando già ci abitava: una larga facciata di sasso, dentro, a quanto ricordo, stanze piccole su tre o quattro livelli, scalette ripide. Finestre solo su un lato (degli altri tre, due sono attaccati alle case, il terzo muro ha un paio di feritoie). Nel cortile un rustico grande ma fatiscente. Oltre il rustico la scarpata. Tutto suo fino al rio.

La casa mi fece un’impressione di angustia; forse perché era larga di facciata ma poco profonda, aveva soffitti bassi, era presa fra edifici cadenti. Lui ne era molto soddisfatto. C’è da dire che una caratteristica dei membri di questa famiglia, per quello che li ho conosciuti, è di essere soddisfatti. Non smisero di essere soddisfatti nemmeno quando le cose, a vista di tutti, cominciarono a andare maluccio. In ogni ripiegamento a cui il peggiorare della situazione li costringeva sembrava vedessero soltanto il lato positivo – cioè, suppongo, che un ripiegamento era ancora possibile. Una qualità invidiabile, che vale da sola un capitale. Quanto invidiabile, l’ho scoperto l’altro giorno.

Ha fatto un lavoro per me e non ha voluto essere pagato, così ho pensato di portargli una piccola pianta in vaso per il cortile. In quasi vent’anni non avevo più visto la casa, o meglio qualche volta, passando, cercavo di sbirciare ma vedevo soltanto il muro laterale, cieco. L’altro giorno, superato il cancello di ferro e passato nelle sue mani il vaso con la pianta, mi sono guardata intorno: la facciata di sasso stuccato, con un rettangolo di intonaco giallo, è una meraviglia; il cortile è raccolto, senza leziosaggini, come i cortili di una volta; il rustico è sanato, voglio dire i muri sono solidi e i solai rifatti con vecchie travi e vecchi assiti. Per chiudere l’apertura del fienile ha costruito un grande portale a giorno, perfetto; qui ha trasferito il magazzino e il laboratorio. Lo spiazzo dietro al rustico mi ha fatto vedere con orgoglio che negli anni è cresciuto di almeno due metri grazie agli sfalci, alle potature, ai detriti di materiali naturali che ha gettato nella scarpata. Ha fatto tracciare una pista che scende con un paio di curve fino al rio. In questo mese di luglio il rio sembra una giungla del Doganiere Rousseau.

Ho cercato di descrivere quello che ho visto ma c’è qualcosa che sfugge, ed è ciò che ti fa desiderare di sederti al tavolino di ferro in un angolo del cortile, vicino al muro di confine, con la ruggine che smangia un po’ la vernice e di starci un po’, di starci bene. Certo, già per il suo lavoro il padrone di casa ha un occhio preciso per quello che sta e quello che non sta; qui non c’è nulla che “non stia”, e soprattutto quello che “sta” (e sta molto) è stato realizzato nel tempo con una disponibilità economica limitata: questo crea la distanza impagabile fra la sua perfezione e le fontane di marmo con pesci e piante acquatiche nella zona nobile del paese. Ma non è ancora questo, o non è ancora tutto.

Quello che fa la differenza, che fa di questo posto un posto quasi magico; quello che si respira una volta oltrepassato il cancello e ti fa desiderare di fermarti un po’, è la soddisfazione.

IL CONIGLIO CINESE

Il coniglio cinese abita dietro casa mia. È tutto bianco, ha un corpo tozzo e raccolto, anche il muso è tozzo e raccolto, con una peluria molto visibile di baffi che gli dà un’aria saggia e anche un po’ da prendere per il culo. Ha gli occhi molto rossi; la pelliccia abbondante sul muso gli fa delle pieghe come uno shar pei.

Il coniglio cinese si muove libero nel cortile cinese e esce dal cancello che è sempre spalancato. I primissimi tempi i cinesi lo chiudevano ma abbastanza presto devono essersi detti perché chiuderlo sempre per poi riaprirlo, così lo hanno lasciato aperto. In seguito la vegetazione spontanea è diventata talmente alta in corrispondenza dei cardini che le due ante non si chiuderebbero nemmeno volendo. Il cancello cinese spalancato è molto comodo perché nel cortile cinese possono parcheggiare il barbiere napoletano, l’autoctono dell’autoscuola e il tuttofare ucraino dell’autoctono che non può tornare in Ucraina perché se torna lo arruolano. Qualche volta ci si vede addirittura una macchina cinese, ma non spesso perché le macchine cinesi vanno e vengono molto di fretta e raramente si fermano. Il cortile cinese aperto è anche importante come valvola di sfogo quando il cliente islamico della macelleria islamica molla la macchina (generalmente ingombrante) nello stradello con la moglie immota sul sedile del passeggero. Se tu arrivi in quel momento e non puoi passare perché la macchina del cliente islamico della macelleria islamica è grande quanto una portaerei e blocca il passaggio, nessun problema: basta agitarsi un po’ dal finestrino. La moglie immota non si muove, ma il marito balza fuori dalla macelleria, ingrana la marcia, si infila a velocità sostenuta nel cortile cinese, aspetta che tu ti infili a tua volta nel tuo cancello del tuo cortile, fa manovra e torna nello stradello già girato giusto per ripartire.

Ma tornando al coniglio cinese, egli, o esso, esce dal cortile; il mio cane, quando trova il mio cancello aperto, si avventa con scatti corti e serrati fatti apposta per non raggiungerlo e infatti non lo raggiunge; il coniglio si scandalizza e ripara da dove è venuto.

Anche la galline cinesi esondano nello stradello. Sciamano dal campo profughi per volatili su cui sembra che sia appena passata una tromba d’aria e invece no è il suo aspetto normale, sciamano dal campo profughi per volatili che tiene luogo di pollaio e puzza orribilmente precisamente come i pollai nostrani solo che i pollai nostrani non li lasciano costruire così vicini alle case ma i cinesi a questo non pensano; sciamano dal pollaio e si riversano nello stradello becchettando con fervore particelle di asfalto e scagazzando in giro cacche di gallina cinese che sono diverse dalle cacche di gallina italiana e perfettamente riconoscibili. Basta che una abbia l’idea e subito le altre la seguono, le sciamano dietro aprendosi a ventaglio, a raggiera, sciamano fino in fondo dove lo stradello sbuca sulla provinciale, all’angolo con la bottega del barbiere napoletano che ha un nome inglese e si chiama point man; allora il barbiere napoletano schizza fuori dal point man mulinando le braccia e emettendo grandi urli e io le prime volte mi precipitavo alla finestra pensando che ci fosse un morto sulla via e invece no, erano le galline. Col tempo ho cominciato a intuire che le urla con cui il barbiere napoletano urlando e mulinando le braccia cerca di indurre le galline cinesi a rebrousser chemin potrebbero non essere suoni inarticolati ma eventualmente sillabe di un qualche linguaggio e facendo grandissima attenzione sono arrivata finalmente a capire che ciò che il barbiere urla precipitandosi fuori dalla bottega quando le galline si spingono fino in fondo allo stradello è sciò! sciò!

Non so se i cinesi ripongano fiducia nel buon senso delle galline, o se fra loro e il barbiere intercorra un accordo di sorveglianza. Fatto sta che il cancello continua a rimanere aperto (per chiuderlo sarebbe necessario un intervento di deforestazione), il che è un sacco comodo ma ha anche qualche svantaggio per i proprietari, infatti ai cinesi gli sono sparite due galline e un’oca.

Io mi preoccupo per il coniglio. Non so se i suoi padroni hanno intenzione di mangiarlo. Se deve morire, mi auguro che muoia degnamente per mano cinese e non per la mano di un volgare ladruncolo stanziale.

TESCHI

 

Nel fiume si trovano ossa di animali, anche scheletri interi. Gabbie di costole levigate conficcate nella sabbia. Non è un posto per batteri, per cellule; soltanto molecole.

Altra cosa, francamente, i teschi. I teschi degli animali – che sarebbero bellissimi – bellissimi decori per ogni sovrapporta – si riempiono di terra, sono pesanti da sollevare più che se contenessero il cervello, hanno fioriture di muschi intorno alle orbite e fra i denti. Sono immondi. La fanghiglia penetra nella scatola cranica, si deposita in strati successivi, un lento drenaggio permette di sedimentare; il teschio è pieno come un uovo. Poiché è anche quasi completamente chiuso come un uovo, la materia si mantiene umida. Terra da bara. Come se nemmeno quando il resto è pulito e sbiancato il cranio riuscisse a liberarsi dal peso.

Una volta che mio figlio era piccolo, lui e un amico trovarono nel fiume un teschio di cavallo. Il cavallo fa la spola fra il regno dei vivi e quello dei morti. Era straordinario, come nell’Incubo di Füssli. La cosa che faceva più schifo, oltre alle erborinature marroni e verdastre, era il peso di tutta la materia che conteneva. Per qualche secondo desiderai che fosse nostro; ma benché mio figlio e l’amico lo avessero trovato insieme, l’accordo era che lo avrebbe conservato l’altro. Ne fui sollevata, la pesantezza del cranio e la sua ripulitura non mi riguardavano.

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TRE LIVELLI

Tre livelli

C’è una cosa che mi sarebbe sempre piaciuto dire in modo preciso, una cosa che mi è sembrata importante da subito, voglio dire da quando verso i dodici tredici anni l’orizzonte si è allargato e ho potuto vederla.

Aggiungo che fin dall’inizio mi è stato chiaro che questa cosa importante era importante soltanto per me; inoltre non sapevo perché fosse importante, se non perché era una scoperta e alle proprie scoperte, anche se rimangono senza conseguenze, uno per un po’ ci tiene. Ho provato diverse volte a dirla ma dal momento che non mi era chiaro perché fosse importante non riuscivo a dirla bene; ne veniva fuori qualcosa di patetico, o di pedante.

Adesso che, con gli anni, l’importanza di certe cose è diventata come un oggetto di antiquariato a cui non ci lega, nel migliore dei casi, che un grammo di infastidita devozione, adesso che non mi interessa più indagare quello che eventualmente c’è dietro questa cosa, e anzi non mi interessa nemmeno più sapere se c’è dietro qualcosa – adesso magari riesco a dirla meglio.

La cosa che ho sempre desiderato dire e che nessuno ha mai detto – o almeno, io non ho sentito che qualcuno l’abbia detta – la cosa che ho scoperto autonomamente all’uscita dall’infanzia, è che nel paese dove vivo ci sono tre livelli. Voglio dire che si distinguono tre livelli della crosta terrestre: il livello del fiume, il livello del canale e il livello della rocca.

Il livello del fiume, che è fatto più di ghiaia che di acqua, è la base: l’inconoscibile inferiore.

Il canale è conoscibile perché è opera dell’uomo. Opera antica, perché se fosse recente sarebbe quasi impossibile conoscerlo. Si trova su una cornice che scende gradatamente verso la pianura; il canale passa per un tratto sotto la rocca.

La rocca è il terzo livello e costituisce il vertice di un triangolo.

Queste cose del paese, quando le scoprii, mi parvero stupefacenti. Mi parve stupefacente scoprire che vivevamo in un paese in cui si manifestano tre livelli molto ben distinti sia orograficamente che concettualmente, tant’è vero che a ognuno di essi si può collegare, volendo, un elemento, una funzione vitale, un archetipo e magari anche un pianeta; mi parve stupefacente scoprire che vivevamo in un paese in cui si manifestano tre livelli sia orograficamente che concettualmente molto ben distinti e che nessuno se ne accorgeva.

Dipende probabilmente dal fatto che queste cose del paese appaiono soltanto se uno lo guarda dal fiume e da una certa prospettiva. E anche lì, sono sicura che non tutti le vedono. Sono cose segrete. Di quelle però di cui non si è coscienti dall’interno ma dall’esterno; bisogna uscire, bisogna andare fuori, bisogna essere fuori. Le vedi solo se il paese e i suoi tre livelli, in fondo, ti sono estranei. Cioè, se ti sono allo stesso tempo familiari e estranei, come un luogo in cui non hai mai saputo bene se desideri veramente entrare e intanto continui a girarci intorno.

Io li vedevo benissimo, vedevo il disegno, la struttura, la forma geometrica. La preziosa forma geometrica. Non so perché mi apparisse preziosa. Probabilmente perché una forma geometrica è un concetto e quella forma era il concetto del luogo; anche se, pur avendoci ripetutamente provato, non saprei dire cosa c’era, in quel concetto.

Però per vedere la preziosa forma geometrica bisogna andare nel fiume. Cioè bisognava. Perché adesso il fiume è tutto pieno di tangenziali e rotonde e cartelli stradali e relitti di megadiscoteche dismesse e è facile che non si veda un bel niente.

Le cose cambiano, le forme spariscono, girare intorno ai luoghi non serve, tanto vale andarsene subito o al limite non uscire di casa.

MUSIL E IL MERLO NEL CORTILE

 

 

 

 

Die Amsel

Ho un giardino piccolo, trascurato, esito a chiamarlo giardino. Però essendo chiuso da due siepi ha un’aria raccolta, mentre un cortile lo vedrei più aperto, ghiaiato.

Anche quest’anno con l’arrivo della primavera una famiglia di merli saltella sull’erba senza curarsi del cane che si avventa pro forma; qualcosa gli dice che è un cane velleitario, a distanza ravvicinata avrebbe paura.

In questa stagione i merli non sono merce rara, ce n’è un po’ dappertutto. Eppure che frequentino il mio giardino – che accettino di frequentare il mio giardino – mi sembra un onore per me e da parte loro una degnazione. Voglio dire che una vita selvatica si offra così, familiarmente, alla vista se non al contatto.

Sono affezionata a questi ospiti stagionali, hanno un modo di fischiettare e di saltellare che esprime un ottimismo a oltranza, come se sapessero da fonte sicura che non gli può capitare nulla di male. È un ottimismo discreto, non vuole fare proseliti, non offende i temperamenti atrabiliari; Baudelaire stesso non ne sarebbe offuscato. Non arriva a affermare che i gatti non esistono o che un temporale di prima estate non disperderà la nidiata implume; semplicemente i merli non ci pensano, hanno recepito la lezione evangelica: a ogni giorno basta la sua pena, inutile preoccuparsi, eventualmente si vedrà.

Mi viene in mente che c’è un racconto di Musil intitolato Il merlo. Quando l’ho letto, trent’anni fa, non mi era piaciuto; intanto perché i due protagonisti si chiamano Auno e Adue e questo ha qualcosa di arido; e poi perché non l’avevo capito. Rileggendolo recentemente mi ha colpito il nitore della prosa.

In breve la storia è questa: i due amici, Auno e Adue. si ritrovano dopo essersi persi di vista per parecchi anni. Adue, che ha sempre avuto una tendenza a porsi al limite delle cose, ha tre storie da raccontare all’amico, tre esperienze sulla linea di confine fra il razionale e quello che c’è di là – mistica o altro. Il terzo e ultimo accadimento ha avuto luogo poco dopo la morte della madre, quando un merlo (ma bisognerebbe dire una merla, perché in tedesco Amsel è femminile) si posa sul davanzale della finestra e dice “Sono tua madre”; da quel momento Adue la prende con sé.

Questo racconto è stato scritto fra le due guerre, probabilmente più verso la prima che verso la seconda, in un momento in cui il mondo, e dunque anche i merli, erano ancora significativi – oscuramente se vogliamo, ma significativi.

Ora le cose si sono parecchio sbiadite, come tutti sanno; c’è molta chiacchiera in giro ma il significato latita. Non posso aspettarmi che uno dei merli venga lì a dirmi Sono tua madre; né, ammesso che questo accadesse, mi sentirei disposta a far finta che tutti i conflitti siano sanati come dopo l’Ultimo Giorno.

Mi accontento della fenomenologia dei merli, del loro buon umore che non impegna. Spero che nessun gatto se li mangi e che la siepe, che è vecchia, mal potata e rada al suo interno, offra una protezione sufficiente contro i temporali.