STEAMPUNK BERNHARD: alcune osservazioni su luoghi e tempo nel racconto AMRAS di Thomas Bernhard

Amras

Ho scoperto l’esistenza di questo racconto lungo di Bernhard grazie a un articolo del Collezionista di letture, qui, che prometteva qualcosa di affascinante per ciò che attraverso la presentazione, come sempre completa e ineccepibile, si intravede dell’atmosfera particolare, particolarmente radicale, del racconto. Già il titolo mi suonava favoloso, da Medioevo. Salvo scoprire velocemente che Amras è il nome reale e perfettamente odierno di un borgo alle porte di Innsbruck, incorporato alla città nel 1938.

Però però. Perché se è vero che l’antica torre di Amras, in cui si svolge la prima e più lunga parte del racconto, è un’invenzione di Bernhard[1] (grande immaginatore, come Stendhal, di luoghi elevati e inaccessibili), esiste invece, lì vicino, il castello di Ambras. Amras e Ambras sono forme diverse dello stesso toponimo, derivato forse dal latino ad umbras, e d’altra parte nel racconto, come vedremo, c’è un esplicito riferimento al castello e ai suoi più famosi abitatori; l’impressione, ingenua, di lontano e di esotico non è del tutto ingiustificata.

Amras (1964) è la seconda opera di narrativa di Bernhard, dopo Gelo (1963). Benché altre siano più note, lui la considerava il suo capolavoro. Credo che avesse ragione. Nella sua brevità (non raggiunge le cento pagine) è talmente densa di significati che richiederebbe, come si fa talvolta per gli scritti criptici, un’edizione in cui a una pagina di sinistra, di testo, corrisponda una pagina di destra di commento. Per un’inquadratura e un’interpretazione complessiva rimando all’ottimo articolo del Collezionista di letture citato sopra; io vorrei limitarmi a discutere alcuni aspetti che mi hanno colpito; per farlo riassumerò brevemente la situazione del racconto.

Nella torre di Amras, di proprietà dello zio del narratore e che ha superato indenne terremoti, vandalismi e l’usura dei secoli, vengono trasportati in tutta fretta dalla loro casa di Innsbruck, intossicati  e incoscienti, il narratore e il fratello Walter, non ancora ventenni, sopravvissuti per caso al suicidio collettivo della famiglia nel quale sono morti invece entrambi i genitori. Il ricovero e quasi l’occultamento dei due fratelli nella torre si rende necessario per proteggerli sia dalla curiosità malevola del pubblico che dalla norma sanitario-amministrativa che prevede l’internamento in manicomio per i sopravvissuti ai tentativi di suicidio. La “congiura” familiare, il “complotto” per il suicidio collettivo che avrebbe dovuto portare all’estinzione della famiglia, è da ricondurre, come ci spiega il narratore, a una situazione di immedicabile invivibilità: sia la madre che Walter, il fratello più giovane, più sensibile e delicato, soffrono di “epilessia tirolese”, male incurabile e misterioso che si manifesta soltanto nella valle dell’Inn. La malattia e le sofferenze della madre e del fratello hanno finito per pesare insopportabilmente sulla famiglia unita e solidale al suo interno, unita in un certo senso contro l’esterno, e l’hanno portata a maturare la ben ponderata e convinta determinazione al suicidio. Naturalmente l’essere scampati alla morte non modifica in nulla, per i due fratelli, l’insopportabile pesantezza dell’esistenza, anzi essi si trovano ora privati del sostegno materiale e affettivo dei genitori e segregati dal mondo in una misura che eccede la naturale propensione alla solitudine. Il soggiorno nella torre dura due mesi e mezzo, finché Walter, il malato, il più debole e sofferente dei due, pone fine alla propria vita gettandosi da una finestra. Dopo il suicidio di Walter lo zio trasferisce il narratore a Aldrans, dove possiede vasti boschi e una fattoria. È questa la seconda parte della narrazione, intitolata appunto “Aldrans” e diversa anche nello stile, meno claustrofobica della prima. A Aldrans il narratore potrà rendersi utile nella gestione della proprietà e cercare un contatto umano (con i boscaioli, con la gente della fattoria). Anche questo tentativo fallisce.

Mi pare che in Amras si manifesti in modo potente – in un modo che occupa tutta la scena – una caratteristica della narrativa di Bernhard che avevo già notato, sebbene meno pregnante, in opere posteriori. Se infatti il dove della narrazione è chiarissimo – i riferimenti geografici sono precisi e reali: Innsbruck, Amras, Aldrans, Wilten, i percorsi lungo la Sill, le vette delle Alpi tirolesi che dominano il paesaggio nella seconda parte –, il quando è tutto un altro paio di maniche. Teoricamente, i fatti della narrazione sembrerebbero presentati come contemporanei alla redazione (1964), ma per questa presunta contemporaneità manca qualsiasi riferimento sia esplicito che indiretto, es. negli oggetti d’uso, nei mezzi di trasporto ecc. (il ritrarsi dalla tecnica viene perseguito da Bernhard con una radicalità da fare invidia a Heidegger). Un esempio che mi pare significativo: la parola Wagen compare due volte. Il problema è che Wagen è una parola ambigua: può essere un’automobile ma anche semplicemente un carro, un mezzo di trasporto su ruote trainato da cavalli. È a mezzo di un Wagen che i due fratelli, ancora incoscienti, vengono trasportati da Innsbruck alla torre di Amras, “completamente nudi, avvolti in due coperte da cavalli e una pelliccia di cane”. La precisazione, carica di senso metaforico, stride in qualche modo con l’idea di automobile, tanto più che viene detto che lo zio aveva mandato un Wagen “veloce”: ora, chi parlerebbe di un’automobile veloce? L’automobile è per sua natura veloce.

All’interno della torre, in cui i due fratelli vivono in uno stato di reclusione parzialmente volontaria, regna l’oscurità o la semi-oscurità. Per l’interpretazione delle tenebre come metafora, come pure per il rapporto fra i due fratelli, rimando ancora una volta all’articolo del Collezionista di letture. Vorrei qui concentrarmi su un particolare della torre: la Schwarze Küche, letteralmente la “cucina nera”. In una Schwarze Küche si cucina su una fiamma aperta, senza condotto di uscita del fumo, il quale defluisce molto lentamente da interstizi del soffitto formando una “cappa” stabile di fumo che occupa il quarto superiore della stanza e affumica la carne appesa a questo scopo. Le “cucine nere”, diffuse in ambiente rurale, sono definitivamente uscite dall’uso verso la fine del XIX secolo. Durante il giorno i fratelli non utilizzano la cucina, ma la sera si scaldano una caraffa di vino sulla fiamma aperta e vi intingono sottili fette di carne affumicata tagliata dai pezzi appesi al soffitto.

“… la carne affumicata appesa al soffitto della cucina nera era per noi, che in quel momento sempre vivevamo in mortale paura, che presi per natura in una coazione a contemplare tendevamo al fantastico, al fantastico-orrido, per noi due teste rinchiuse nella torre, cervelli, per noi da sempre in febbri da altitudine costretti nella sensazione e nel pensiero a decomporre tutto senza eccezioni, [la carne affumicata appesa al soffitto era per noi] un’immagine fantastica di roba militare uccisa, di morti culi e calcagni e teste e braccia e gambe … una finzione di cadaveri evocata dalla nostra predisposizione a ingigantire l’orrido, cadaveri di uomini che sempre ritmicamente sbattevano uno contro l’altro …”

La determinazione programmatica a evitare qualsiasi riferimento anche indiretto a un tempo presente e anzi a sostituirvi un aura di vago passato, particolarmente marcata in questo racconto, non mira all’ipotetico risanamento dai mali di una modernità disorientata e affannata, ma serve al contrario, come in un processo di decantazione del superfluo e inessenziale, a far meglio affiorare l’angoscia pura, astorica, di una certa condizione esistenziale.

Al muro della cucina nera è appeso un coltello, affilatissimo e istoriato, con cui Walter affetta la carne affumicata: “Io tagliavo la carne affumicata e anche il pane con il coltello che nel 1557 Philippine Welser aveva portato da Augusta in Tirolo per l’arciduca Ferdinando e che era appeso al muro nella cucina nera a due metri di distanza dai nostri pagliericci. Walter non si attentava a usarlo, aveva perfino paura anche soltanto di prenderlo in mano, tuttavia era estasiato quando io, molto più abile di lui nei lavori manuali, affondavo la lama nella carne affumicata.” Philippine Welser è stata la moglie morganatica dell’arciduca Ferdinando II di Asburgo, principe del Tirolo. La coppia risiedeva nel castello di Ambras. Il coltello appeso al muro della cucina nera, da sempre appeso al muro della cucina nera, è l’elemento che collega Amras con Ambras, la torre fantastica con la storia lontana, ed è significativo che Walter, afflitto da una sensibilità patologicamente esacerbata, ne sia al tempo stesso affascinato e terrorizzato. Nel coltello è racchiusa l’ambivalenza del passato come età perduta dell’innocenza e serenità, il tempo prima della malattia, ma anche come matrice dell’angoscia e del male – di quella “epilessia tirolese” legata alla madre e alla terra e figura per alcuni di una impossibilità di vivere che emana, come un miasma, dalla storia e dalla geografia di una regione.

Walter è seguito, per la sua malattia, da un internista che dapprima lo visita e lo cura nella torre. In seguito tuttavia sono i due fratelli che devono recarsi nell’ambulatorio a Innsbruck. Il narratore ci descrive l’ultima di queste visite, cui seguirà il giorno stesso il suicidio di Walter. Il tragitto a piedi dalla torre all’ambulatorio e l’attesa nella sala d’aspetto hanno marcatamente carattere di incubo. Anche qui vorrei soffermarmi soltanto su due dettagli: le scale dello stabile (il narratore vorrebbe contarle ma ogni volta si confonde, non riesce a stabilire quante sono né a che piano – il terzo, il quarto, il quinto, addirittura il sesto – si trovi l’ambulatorio) e la famigerata “poltrona per epilettici” che attende Walter nella sala d’aspetto.

“Ognuna delle nostre visite dall’internista era connessa con questo orrendo salire le scale…”

“… e io calcolavo col rigore richiesto da questo processo mentale il numero delle scale presenti nella casa dell’internista, scale che dalla mia prospettiva ora, a seconda, portavano verso l’alto o verso il basso, queste costruzioni in ferro artisticamente in contraddizione con la loro epoca, calcolavo sempre di nuovo […]”

“Perché la casa, una di quelle case del centro di Innsbruck costruite in stile Secessione che hanno quindi quell’aria così desolata, non avesse un ascensore come tutte le altre di uguale altezza e della medesima epoca […] non mi era chiaro … e nemmeno come a un medico potesse venire l’idea di aprire un ambulatorio al terzo, quarto, quinto, addirittura sesto piano di uno stabile senza ascensore, a uno specialista di epilessia … La sala d’aspetto strapiena a ogni ora del giorno rendeva tutto ancora più enigmatico … alle quattro pareti erano (sono) appese, in due file una sopra l’altra quelle che noi chiamiamo ‘immagini di epilettici’, uomini, donne, bambini, volpi, gatti, cani rappresentati durante tremendi attacchi di epilessia …”

“… seduto sull’alta poltrona da epilettico con le molte cinghie e catene, che sembrava costruita apposta per lui e per la sua impressionante tendenza, negli ultimi tempi, a cadere, sulla poltrona avvitata anche al pavimento, saldata pezzo a pezzo, come io so, secondo le direttive dell’internista da un fabbro di Hötting, sulla quale erano chiaramente riconoscibili, soprattutto sui lati, le tracce di molti disperati […]”

Lo stabile inspiegabilmente privo di ascensore, le scale di ferro, estranee all’epoca, che non finiscono e si sottraggono a un computo razionale, la poltrona “saldata insieme” dal fabbro, avvitata al pavimento, con le molte cinghie e catene – tutto ciò non può non evocare nel lettore odierno, oltre a un fortissimo senso di angoscia e persecuzione (le “immagini di epilettici” alle pareti!), un immaginario steampunk coltivato da un certo filone letterario e cinematografico di consumo. Con questo non voglio insinuare una parentela fra un capolavoro e una moda, né, secondo una tendenza che vorrebbe affermarsi oggi, suggerire che ogni capolavoro non è in ultima analisi che un’opera di genere; nulla di tutto ciò. Ciò che vorrei sottolineare è una caratteristica del racconto di Bernhard (che si ritrova, meno marcata, in opere successive) comune anche allo steampunk, e che consiste in una sorta di décalage temporale, un mescolare le carte, se mi si permette l’espressione, sottrarre elementi che ci si aspetterebbe di trovare in una data, supposta epoca (automobili, ascensori, internisti che siano esclusivamente medici e non, come il narratore scoprirà più tardi, anche “occultisti”), e introdurne altri che non ci si aspetterebbe di trovare (cucine nere dal cui soffitto pendono tagli di carne affumicata, scale di ferro in case borghesi, poltrone di ferro con cinghie e catene, coltelli appartenuti a Philippine Welser). Il senso di questa operazione è, a mio avviso, sottrarre la narrazione a qualsiasi circoscrivibilità storica, quindi a qualsiasi ambito di realismo, senza tuttavia sconfinare nel fantastico – bensì individuando una zona di confine in cui il reale, assunto come reale (ad esempio nella localizzazione geografica), si carica di un’enorme forza simbolica che ne decreta lo status di capolavoro letterario.

Un’ultima osservazione sul rapporto fra Amras e la storia: la famiglia del narratore, molto conosciuta Innsbruck, appartenente alla classe superiore colta e abbiente, si è via via impoverita, è stata costretta a vendere una dopo l’altra tutte le proprietà e a indebitarsi irrimediabilmente a causa della malattia della madre e di Walter (celebrità mediche, ma anche ciarlatani che giornalmente entrano ed escono dalla casa); il lettore apprende inoltre che nell’ultimo decennio il padre ha sperperato una fortuna in case da gioco e bagordi in diverse città italiane, come se egli (la famiglia) avesse intenzionalmente cercato un’accelerazione dello sfacelo, un buttarsi a capofitto nello sfascio. Ora una citazione:

“Il papà, un uomo infelice come la mamma, solo per via della mamma; per via della mamma poi la famiglia … quando Merano era ancora la capitale, potrei dire … commercio, gradi accademici, una certa mondanità dei principi della chiesa … nei rapporti con la gente un atteggiamento da grandi inquisitori liberali … carrozze, cavalli da sella, partite di caccia col primate di Germania … i tanti artisti per casa, d’estate, davanti a noi sempre disprezzati … Gli artisti, quei poveracci (papà) … eccessi, rottura con la chiesa, guerra … in rapporto coi nonni i nomi Cattaro, Solferino, Pontebba, Venezia, Riva, Monte Cimone … Papà usava spesso la parola Londra; Parigi la odiava … ‘L’infelicità nella quale siamo stati precipitati’ (papà).”

Il passato prima dell’infelicità, il passato felice, è un passato lontanissimo: quando Merano era la capitale del Tirolo, si viaggiava in carrozza e la mondanità delle alte gerarchie ecclesiastiche gareggiava con quella dell’aristocrazia[2]; quando il Lombardo-Veneto era parte dell’Impero Asburgico (quanto al Monte Cimone, che si trova in Emilia-Romagna, mi chiedo se non sia una svista di Bernhard). La felicità è un passato lontanissimo che non tocca più (non ha mai toccato) l’esistenza. Il presente è già da sempre stato precipitato nell’infelicità.

 

[1] La torre di Amras è il punto in cui la finzione interseca il dato reale: secondo il narratore questa torre sarebbe l’emblema di Amras; in realtà non risulta nemmeno che il borgo Amras abbia mai avuto uno stemma proprio, tant’è che nel 1989 gliene viene attribuito uno in cui non compare nessuna torre.

[2] Che con tutto il suo anticlericalismo Bernhard fosse in qualche modo affascinato dalla mondanità principesca della chiesa cattolica lo dimostra anche il personaggio di Spadolini in Estinzione: arcivescovo, pezzo grosso in Vaticano e amante della madre del narratore: un personaggio che sembra uscito pari pari da un romanzo di Stendhal. Sarebbe un aspetto interessante da approfondire.

LO STRANO CASO DEL GEOMETRA TREVISAN E DEL SIGNOR BERNHARD

Vitaliano trevisanthomas-bernhard

“In terzo luogo incide la tecnica narrativa che Döblin ha inventato per Berlin Alexanderplatz, che forse ha soltanto scelto. In realtà non ritengo importante domandarsi se l’abbia inventata lui oppure no, è decisivo però se un autore sceglie intenzionalmente il mezzo giusto; se egli poi ne sia anche l’inventore, questo è compito dello storico della letteratura. Ma non ha nessuna rilevanza per il lettore che abbia la fortuna di leggere un romanzo per il quale l’autore ha trovato l’espressione adeguata.”

(Fassbinder a proposito di Döblin, dal blog Il collezionista di letture)

La recente lettura di Works, di Vitaliano Trevisan, di cui ho parlato qui, mi ha portato a interessarmi ai suoi romanzi precedenti, i cosiddetti romanzi “bernhardiani”, nei confronti dei quali nutrivo più di un pregiudizio. L’idea di “rifare Bernhard”, come quella di rifare qualsiasi autore, non può che apparire stravagante e suonare falsa in un’epoca in cui l’originalità, questa scoperta romantica, continua a essere considerata caratteristica imprescindibile e irrinunciabile, mentre l’imitazione ha scarso o nessun corso (l’ultimo caso di imitazione massiccia e consapevole mi pare si possa individuare nel petrarchismo europeo del sedicesimo secolo).

Ho quindi letto Un mondo meraviglioso (1997), I quindicimila passi (2002) e Il ponte (2007). A parte anche il gesto, di aperto omaggio, di chiamare tutti e tre i protagonisti Thomas, le strutture e i temi “copiati” da Bernhard non si contano. Si va dal sottotitolo costituito da un sostantivo preceduto dall’articolo indeterminativo (rispettivamente per i tre romanzi: Uno standard, Un resoconto, Un crollo), al monologo ininterrotto dell’io narrante, caratterizzato da incessanti riprese e ripetizioni, all’inserimento del monologo stesso entro una o più parentesi: “Niente al mondo mi fa più impressione dell’idea di morire in un letto d’ospedale, pensavo entrando in ospedale, scrive Thomas, legge Davide” (Un mondo meraviglioso). Il testo che leggiamo è il testo che legge Davide (perché lo legge? in quali circostanze? con che stato d’animo?), il quale legge un testo che è stato scritto da Thomas, in cui Thomas dice ciò che in determinati momenti ha pensato. A livello tematico, si va dall’attaccamento morbosamente possessivo per la sorella (che in Bernhard troviamo nel Soccombente, ma non solo, e in Trevisan è uno dei nuclei de I quindicimila passi), a una casa edificata (o ristrutturata) in modo folle ma che genialmente risponde a uno scopo esoterico-enigmatico (di nuovo I quindicimila passi, che riprende temi di Correzione), al narratore protagonista che si esilia dal paese e dalla famiglia d’origine, sottoponendo entrambi a una critica feroce, ma è costretto a confrontarsi nuovamente col passato in seguito a un incidente d’auto in cui muore un famigliare (Il ponte e, sul lato di Bernhard, di nuovo Correzione ma soprattutto Estinzione). Sono solo alcune delle sconcertanti “riprese” letterali che ho notato, e chissà quante me ne sfuggono perché non ho letto né tutto Bernhard né tutto Trevisan.

Il caso è senz’altro intrigante. In un articolo, uscito nel 2007 su I Libri In Testa e ripubblicato nel 2014 sul suo blog, Federico Platania ce ne dà la seguente interpretazione:

“Lo stile letterario di Vitaliano Trevisan, e dunque la sua poetica, il suo “gesto artistico”, consiste nel riprodurre fedelmente lo stile di Thomas Bernhard in modo che la copia non sia distinguibile dall’originale. […] Ci troviamo di fronte a un progetto artistico tanto lucido quanto spiazzante: rinunciare alla propria voce, quella che ogni scrittore ha, e sostituirla con la voce di un altro scrittore. Tento un paragone che irriterà Trevisan, se le tirate anticlericali che percorrono tutta la sua opera sono anche autobiografiche: il progetto artistico dello scrittore veneto ricorda il servo di Dio che annulla la sua volontà affinché si compia pienamente quella del suo Signore.”

Lasciando da parte, come irrilevante in ambito letterario, il caso del servo di Dio, mi pare che nel suo interessante articolo Platania misuri correttamente l’ampiezza del fenomeno ma non ne indaghi né le possibili ragioni, né un’intenzione che vada al di là della devota copiatura. In questo senso Platania, per quanto incisivo, rimane in superficie, e d’altra parte una certa sua tendenza a rimanere in superficie la notiamo anche a proposito dello stesso Bernhard, quando nel medesimo articolo dice: “ […] ed ecco allora che qui l’ossessiva ripetizione delle frasi e dei temi, […] si concentra in una feroce invettiva contro la propria terra natale: l’Austria per Bernhard, l’Italia per Trevisan. Un’invettiva, spesso condivisibile, che a volte sfiora toni qualunquistici, ma se ci pensiamo bene il qualunquismo è il fondo di cottura delle migliori pietanze letterarie che Thomas Bernhard ci ha offerto nel corso della sua vita.” Affermare che “il qualunquismo è il fondo di cottura delle migliori pietanze letterarie che Thomas Bernhard ci ha offerto nel corso della sua vita” denota una lettura quantomeno superficiale di Bernhard. Che poi la medesima invettiva, originale e potente per quanto necessariamente e consapevolmente parziale in Bernhard, cioè nel modello, possa talvolta perdere di ampiezza e forza d’urto nella copia, cioè in Trevisan, questo è un altro paio di maniche. Forse è anche, banalmente, una questione di proporzioni: Vicenza non è (e non è stata) Vienna.

Ma tornando al punto, la domanda da porsi, mi pare, è la seguente: cosa c’è nello stile e nei temi di Bernhard di talmente necessario da far sì che un altro autore possa e forse debba copiarli, producendo comunque qualcosa che per serietà, potenza e, guarda caso, originalità, va molto oltre un semplice prodotto di copiatura? Perché insomma i tre romanzi citati hanno parecchio di potente, di azzeccato, di necessario – e con “necessario” intendo che colgono con esattezza strutture del reale che fino a quel momento erano rimaste velate.

Il primo passo è dunque chiedersi quali sono le caratteristiche, almeno le più facilmente riconoscibili, dello stile e dei temi di Bernhard. Innanzitutto il flusso della lingua, un flusso monologante generalmente inserito, come dicevamo, in una parentesi (“penso”, “dice”, “scrive”) che inchioda l’intero monologo (e quindi di volta in volta l’intero testo) a un unico punto temporale nella realtà esterna (esterna, naturalmente, non alla finzione, ma alla psiche del protagonista o, se preferiamo un termine meno tecnico, alla sua testa. Per fare un esempio: una buona metà del Soccombente si “svolge” mentre il narratore fa un passo per entrare nella sala di una locanda. Si “svolge”, naturalmente, tutto nella sua testa, cioè è ciò che egli pensa mentre fa quel passo).

Il vantaggio di costruire un testo su un personaggio monologante inserito in una o più parentesi che lo distanziano dall’autore, è che da un lato il monologo, e quindi l’intero testo, non può essere preso semplicemente come un’esternazione dell’autore, e dall’altro che in esso non c’è contraddittorio. Qualcuno faceva notare che i romanzi di Bernhard, in fondo, sono dei testi teatrali per voce monologante. Questo è verissimo, le pagine di Bernhard ricordano effettivamente le “tirate” di un personaggio in scena, solo che se nei suoi romanzi c’è un protagonista, manca però l’antagonista, il che significa che il personaggio monologante nel suo monologo, e cioè nell’intero testo, non incontrerà alcun ostacolo: nessuno che lo contraddica, ma nemmeno che obietti, che sfumi, che proponga dei distinguo. Di qui, se non necessariamente almeno facilmente, la veemenza, il gioco al rialzo, come se in assenza di resistenze si innescasse una dinamica del rilancio, un affondare il coltello sempre un po’ più a fondo. Le ripetizioni e le riprese così caratteristiche del suo stile, dove a ogni ripresa la critica, l’accusa e la condanna salgono di un grado, a questo servono: esse riproducono nella loro quasi meccanicità il movimento a spirale di un discorso io-riferito che si incrementa e si assolutizza a partire dall’assenza di interlocutori.

La caratteristica “monologante” dei testi di Bernhard implica la parzialità delle tesi esposte, e credo che da nessuna parte Bernhard rivendichi per i giudizi espressi nei suoi romanzi carattere di imparzialità. L’esagerazione stessa, l’enormità di ciò che viene affermato contro ogni luogo comune (es. le tirate contro Heidegger e Stifter in Antichi maestri o contro Goethe in Estinzione, cioè contro autori che Bernhard stesso ammirava e venerava) dovrebbe metterci sull’avviso che ciò che deve passare, insieme al messaggio, è la parzialità del messaggio.

D’altra parte – e questa secondo me è la grande acquisizione di Bernhard – l’io è parziale. Questo però non è un difetto, ma la condizione necessaria alla sua sopravvivenza e affermazione. Se io voglio sopravvivere come io, se non voglio sbiadire fino all’inconoscibilità, devo oppormi all’ambiente che cerca di inglobarmi e non ascoltare le sue ragioni. Questo significa essere parziali e ingiusti, ma è un’ingiustizia e una parzialità giustificata dall’autodifesa. Nemmeno l’ambiente (famigliare, sociale, culturale, economico) è giusto e imparziale nei nostri confronti. La ricerca dell’imparzialità di giudizio, la continua correzione di ogni residua parzialità porta soltanto all’autodistruzione. Così in Correzione la correzione ultima e definitiva di ogni errore di giudizio non potrà essere per Roithamer che il suicidio, mentre Murau, il protagonista di Estinzione, potrà affermarsi e esistere soltanto dopo aver estinto Wolfsegg, il nido, l’origine famigliare e storica. Poiché però questo io affermato, come qualunque altro, è parziale e dunque tendenzialmente prevaricante (ad esempio nel rapporto di Murau con Gambetti), dopo aver portato a termine il suo compito anche Murau, nella penultima riga, morirà.

Ecco io credo che questa sia la verità che Trevisan ha trovato in Bernhard e riconosciuto come la sua verità, e che essa abbia richiesto in certo modo spontaneamente, per essere espressa, un certo tipo di stile. Credo inoltre che l’acquisizione di questa verità sia rimasta a Trevisan anche dopo che ha lasciato dietro di sé lo “stile Bernhard”.

 

 

ALDO NOVE

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Spaghetti alla Giulio Cesare

Oggi avevo appuntamento dal dentista alle 13.30. Niente di cruento, solo un controllo; così ho pensato che invece di tornare a casa e pranzare chissà a che ora avrei pranzato al Ciascheduno, stessa via del dentista, bruschetta bevanda un piatto a scelta caffè 11 €, il che mi avrebbe pure risparmiato di lavare i piatti e riordinare la cucina. Mi dirigevo tutta contenta al Ciascheduno quando mi è venuto in mente che non avevo niente da leggere. Starsene quaranta minuti in mezzo a gente che chiacchiera senza avere altro da fare che guardarsi intorno è piuttosto noioso, ma lì ho avuto il colpo di genio: la biblioteca municipale è a cinquanta metri, entro, prendo un libro e vado a mangiare. Su cosa prendere non c’era tanto da stare a riflettere. Era un po’ che volevo leggere qualcosa di Aldo Nove. In fin dei conti non è corretto aborrire un autore senza averlo letto. Voglio dire senza aver letto nulla fino in fondo, perché qualcosa avevo cominciato ma non mi aveva spinto a continuare. Woobinda è fuori, Superwoobinda il computer lo dà disponibile ma a scaffale non lo trovo, piglio La più grande balena morta della Lombardia, Einaudi Stile Libero Big, la collana va be’, la copertina fa venir voglia di rimetterlo dove l’hai preso ma se non altro è smilzo. E vado a mangiare.

la-piu-grande-balena

Quando sono lì vedo sulla mensola il quotidiano locale leggermente arruffato e il quotidiano nazionale bello intatto, allora mi dico che l’Aldo Nove me lo posso portare a casa, il quotidiano invece no e allora diamoci un’occhiata prima. Vado direttamente alla pagina della cultura, tanto le altre notizie le ho già lette ieri pomeriggio e ieri sera e stamattina su Google news e anzi quando te le ritrovi sul giornale, a forza di averle già lette tre o quattro o cinque volte ti fa l’impressione di avere fra le mani un giornale vecchio. Sulla pagina della cultura Marco Belpoliti celebra l’ottantesimo compleanno di Gianni Celati, dice che è un narratore complesso e inimitabile e che ha anticipato un sacco di mode. Gli credo volentieri a Belpoliti, non ho nessun problema, io di Celati ho letto soltanto Narratori delle pianure, e neanche tutti i racconti credo, perché stralunato è bello ma dopo un po’ stufa. Comunque non ho niente da eccepire al discorso di Belpoliti, leggo l’articolo fino in fondo, non ci trovo niente di sconvolgente ma perché dovrebbe esserci, nel frattempo ho mangiato la bruschetta e mentre aspetto che arrivino gli spaghetti alla Giulio Cesare attacco Aldo Nove.

Allora: a vederlo così sembrerebbe una raccolta di raccontini o di capitoletti sparsi molto autonomi l’uno dall’altro. Il primo, quello che dà il nome alla raccolta, parla di un’enorme balena morta e puzzolente in decomposizione che partendo da Como pian piano si ingoia tutto: tutta l’Italia, tutta l’Europa, tutto l’Atlantico, tutta l’America e che so io. Sulle prime pensi a una farneticazione, poi dici va be’ è un’allegoria: del consumismo che divora tutto e alla fine anche se stesso. Wow.

Il secondo si chiama I Ricchi e Poveri e lì Aldo Nove ci va giù duro col cannibalismo, però surreale, antropofagia spinta dell’intrattenimento popolar-televisivo, sangue a secchi e succulenti bambini introiettati dalle lingue prensili delle star, un po’ James Ensor però sempre ambientato dalle parti di Varese.

Poiché gli spaghetti non arrivano vado avanti. Il terzo racconto ha nome Sardegna Sardegna e anche qui col surrealismo non si scherza: “Genova era una muraglia circolare innalzata di navi davanti alla folla gremita del cielo del mare ubriaca che tace il rumore delle bottiglie sulla nave ubriaca: che andava nel bar della nave ogni sera.” Molto poetico, dico davvero; ritmo interessante. Superate le muraglie circolari, il cielo, il mare e le folle ubriache (o è Genova che è ubriaca?), si comincia a intravedere qualcosa; e cioè che chi racconta è un bambino, si può supporre il bambino che fu Aldo Nove, ovviamente non al naturale: piuttosto versione strampalata, espressionista, un “bambino inquietante”, come recita suggestivamente la quarta di copertina, che “non è altri che la parte rimasta buona di noi stessi, e disposta alla meraviglia”. Questi cannibali sono umani in fondo, e infatti a chi ricorrono? A Giovanni Pascoli.

Vado avanti a leggere e di racconto in racconto vedo sfilare sotto lo sguardo straniante e imperturbabile del bambino quello che la quarta di copertina chiama, non a torto, “una fantastica galleria degli orrori” – e sottolineerei fantastica – che pertiene sostanzialmente a due ambiti: il primo è il passaggio in Italia da una civiltà in fondo ancora rurale e conservatrice delle cose – una civiltà della durata – a una civiltà industriale e consumistica, della distruzione e autodistruzione; il secondo, e più interessante, è il mondo dell’infanzia e pre-adolescenza nella sua perplessità e impotenza di fronte alle regole dettate dagli adulti, che dovrebbero essere le regole del mondo ma che il mondo disattende a ogni piè sospinto e che comunque non valgono per gli adulti stessi, il cui comportamento sembra invece obbedire a leggi sconosciute e incomprensibili.

Vado avanti a leggere, al ristorante e poi a casa, fino a pagina 81. A pagina 81 mi fermo. Dopo avere letto 81 pagine su 177 mi fermo e decido che basta, che ho capito l’antifona, che questo libro, come diceva mio figlio da ragazzo, “conta per letto”. Decido che basta perché mi sono stufata.

Di che cosa mi sono stufata (posto che fin dall’inizio non c’era nessuna consonanza fra me e la prosa di Aldo Nove)? Mi sono stufata di questo bambino che non sta né in cielo né in terra, che è uscito tutto (arte)fatto e strampalato dalla testa di Aldo Nove, che parla un linguaggio che dovrebbe essere da bambino e che nessun bambino si sognerebbe mai di parlare, ma non è neanche questo il punto, un linguaggio che non ha niente a che fare con nessun bambino, un linguaggio dietro al quale si vede l’adulto che scimmiotta il bambino – come, e per restare in tema, ai tempi del mago Zurlì l’insopportabile Richetto. Mi viene in mente la battuta, impertinente ma non priva di una sua giustezza, sui boy scout: bambini vestiti da cretini guidati da un cretino vestito da bambino.

A pagina 81 lo mollo lì, con sollievo e con la coscienza tranquilla. Ma mentre lo mollo lì sono fulminata da un’associazione, una di quelle associazioni incredibili, che non crederesti mai che possano prodursi e invece si producono: fra una frase di Madame Bovary e l’articolo di Belpoliti su Gianni Celati. C’è un punto, verso la fine del romanzo, in cui Madame Bovary dice che non potrà mai perdonare a Charles di averla conosciuta – il che è un’assurdità logica ma ha un suo senso esistenziale. Be’, per me, sento improvvisamente che non potrò mai perdonare a Celati di aver dato la stura, con i suoi Narratori delle pianure, a racconti strampalati in cui qualcuno porta sulle cose uno sguardo fintamente in-mediato e straniante.

UN PEZZO DA MANUALE

rousseau

 

Infelice colui che non ha più nulla da desiderare! Perde per così dire tutto ciò che possiede. Si gode meno di ciò che si ottiene che di ciò che si spera, e non si è felici che prima di essere felici. In effetti l’uomo, avido e limitato, fatto per volere tutto e ottenere poco, ha ricevuto dal cielo una forza consolatrice che gli avvicina ciò che desidera, lo assoggetta alla sua immaginazione, glielo fa diventare presente e palpabile, lo mette in qualche modo in sua balìa, e per rendergli più dolce l’immaginario possesso lo modifica secondo che è gradito alla sua passione. Ma tutta questa magia svanisce in presenza dell’oggetto stesso: nulla lo abbellisce più agli occhi del possessore; non ci si può figurare ciò che si vede; l’immaginazione non adorna più ciò che si possiede; l’illusione cessa nel momento in cui inizia il godimento. In questo mondo il paese delle chimere è l’unico degno di essere abitato, e il nulla delle cose umane è tale che, tranne l’Essere che esiste per causa propria, non c’è di bello che ciò che non esiste.

J.J.Rousseau, La Nuova Eloisa, parte VI, lettera VIII

Questo è un pezzo da manuale, e infatti ci è finito dritto – nei manuali per la preparazione della prova scritta Esabac ad uso dei licei italiani; ma prima naturalmente su tutti i siti dedicati alla preparazione del bac littéraire per studenti francesi.

Chissà se Rousseau se lo immaginava, magari oscuramente. Chissà se da qualche parte era cosciente della baccabilità futura del pistolotto.

Secondo me avrebbe dovuto. C’è qualcosa di talmente scolastico – voglio dire di rinunciatario – in questa lode dei preliminari a scapito dell’atto, dell’aspettativa a scapito della realizzazione; come se veramente fosse stato scritto non vitae, sed scholae.

È tutto così ben costruito, così ben disposto – antitesi, chiasmi, parallelismi, figure di opposizione e di insistenza – che quasi ti viene da credergli. E poi la frase finale, non c’è di bello che ciò che non esiste, è di quelle che le adolescenti si fanno tatuare sul coppino.

È così romantica, questa ineluttabile insoddisfazione della soddisfazione. Così dialettica.

Così consolatoria. Un balsamo per la frustrazione. Non ce l’ho fatta e me ne vanto, potrei sentirmi uno sfigato e invece mi trovo catapultato dalla parte giusta dell’esistenza, ho la visione corretta senza aver fatto nulla per averla. Io vedo più lungo di voi, sono approdato all’inanità delle cose umane senza neanche passare dal via; non sono nemmeno partito che ero già alla meta, come il riccio della storiella; posso sentirmi superiore alla lepre che si affanna a correre avanti e indietro.

Veramente, se si trascende il manuale e si va a vedere, si scopre che chi parla, o meglio chi scrive, è Julie, la protagonista della Nuova Eloisa. Scrive questo elogio della fantasia e del suo primato sulla realtà nella penultima lettera, quella che magari ha imbucato mentre andava al Castello di Chillon per la visita che non aveva neanche più voglia di fare e che le sarà fatale. Lo scrive quando ancora deve convincere sé e gli altri che è riuscita a conciliare la moralità del matrimonio con la mai sopita passione per l’antico amante, che ha disinnescato la passione trasformandola in qualcosa di razionale e squisitamente spirituale, che è approdata all’armonia, che è felice, felicissima di averli armoniosamente intorno tutti e tre, gli uomini della sua vita: il padre, il marito, l’ex amante.

Nell’ultima lettera, quella scritta quando sta morendo e non è più il caso di mentire, dice tutt’altro.

E allora gliela perdoniamo a Julie questa lode dell’inazione, della fantasia, questa pezza messa sull’incapacità di essere efficace, di realizzare. Gliela perdoniamo perché capiamo che è un cataplasma applicato alla lenta agonia a cui l’hanno condannata – a cui si è lasciata condannare. Gliela perdoniamo perché di lì a poco la morte, paradossalmente, le strapperà un autentico sussulto di vita.

Il guaio è che dietro Julie ci sembra sempre di vedere Rousseau. Rousseau il disadattato convinto (a ragione, bisogna dire) che lui e non il resto del mondo sarà la pietra d’angolo del futuro. Rousseau innamorato perso di Sophie d’Houdetot e costretto a scoparsi un giorno via l’altro Thérèse Levasseur (sempre che). Rousseau ben deciso a convincerci che il destino migliore è il suo. Perché è il suo.

CHATEAUBRIAND, LEOPARDI, E LA VERTIGINE DEL SILENZIO

3_Magritte, ;'Empire des Lumières

Chateaubriand pubblica nel 1802 René, racconto di una vita (immaginata svolgersi un secolo prima) condensato in quaranta pagine; forse il più attendibile e completo manuale del primo romanticismo europeo.

Nell’economia delle quaranta pagine, quattro sono dedicate dal narratore-protagonista ai viaggi in Europa, organizzati piuttosto secondo un ordine tematico che secondo un plausibile itinerario: i resti mutilati dei popoli antichi e defunti (Roma e la Grecia); in (supposta) opposizione a quelli le grandi città dei vivi (Londra); la Scozia dove l’ultimo bardo gli canta i carmi che furono di Ossian in un paesaggio la cui potenza pagana è da tempo convertita a un cristianesimo pacificatore; l’Italia e le sue architetture, preferibilmente sacre, come esempio suggestivo di bellezza moderna. Alla città di Londra è dedicato un paragrafo di diciotto righe:

“Volli vedere se le razze viventi mi avrebbero offerto maggiori virtù o minori sventure delle razze scomparse. Un giorno, mentre camminavo in una vasta città, passando dietro un palazzo, in un cortile appartato e deserto, vidi una statua che indicava col dito un luogo reso famoso da un sacrificio [si tratta della statua di Giacomo II Stuart che indica il luogo in cui nel 1649 fu giustiziato il padre, Carlo I, a Whitehall]. Fui colpito dal silenzio di quei luoghi; solo il vento gemeva intorno al marmo tragico. Dei manovali erano sdraiati con indifferenza ai piedi della statua, o scalpellavano pietre, fischiando. Chiesi loro cosa significasse quel monumento: alcuni furono a stento in grado di dirmelo, altri ignoravano la catastrofe che ricordava. Nulla mi ha dato maggiormente la giusta misura dei fatti della vita, e del poco che siamo. Che ne è di quei personaggi che fecero tanto rumore? Il tempo ha fatto un passo, e la faccia della terra è stata rinnovata.”

Gli elementi che fanno la memorabilità di questo episodio sono tre. In primo luogo il silenzio, poi un suono individuale e singolo (gemere del vento, fischiare del manovale) il cui effetto non è di rompere ma di enfatizzare, di ampliare a dismisura il silenzio; a questi primi elementi, reali, se ne aggiunge un terzo, immaginario o immaginato: il ricordo di eventi passati, cioè il recuperare dal pozzo di ciò che è caduto nel non-più-essere una traccia, resa dubbia e angosciante precisamente dal fatto di essere traccia di qualcosa che è sprofondato e continua a sprofondare e a essere sepolto sotto strati sempre più spessi di oblio, talché il simulacro stesso, la traccia, rapidamente si perde e non sussisterà, nel migliore dei casi, che come frase, nozione. L’opposizione passato-presente è sottolineata dall’opposizione fra (storicamente) rilevante e (storicamente) irrilevante: ai piedi della statua di Giacomo II che indica il luogo del supplizio di Carlo I sono sdraiati dei manovali scarsamente consapevoli o del tutto inconsapevoli del passato evento. Essi fischiettano: il loro fischiettare, incongruo ma vittorioso perché presente e vivo, ha per effetto di sprofondare compiutamente e angosciosamente nel non essere la pur monumentale rovina che tenta di emergere, per dirla stavolta con Lamartine, dall’“oceano del tempo”.

In tutta la scena gli opposti hanno carattere dialettico: il suono singolo, presente e contingente, è il limite che si travalica facendo emergere come una necessità il silenzio infinito in cui da ultimo sprofonda tutto ciò che è; l’irrilevanza storica dei manovali, la loro indifferenza rispetto a un evento tragico e grandioso del passato ne espande infinitamente la grandezza nel momento in cui la irride, inconsapevolmente forse, ma di fatto la irride perché l’evento grandioso è svanito nel passato mentre essi, gli insignificanti e piccoli, sono vivi nel presente. A sua volta il “marmo tragico” getta un’ombra di tragica grandezza sugli insignificanti e piccoli in quanto significa la precarietà del loro essere presenti e vivi.

James ii
La statua di Giacomo II a Whitehall, ora a Trafalgar Square

Se ora consideriamo, di Leopardi, L’infinito, ma soprattutto La sera del dì di festa, databili fra il 1819 e il 1821, siamo sorpresi da certe somiglianze.

L’infinito è costruito sulla dialettica limite-illimitato: la siepe, il vento che hic et nunc stormisce fra le piante catapultano l’immaginazione nel loro opposto: il silenzio, l’illimitato e infinito – non certo come dimensione salvifica in cui l’individuo è sollevato dalla contingenza; l’infinito di Leopardi non è supposto reale ma è immaginato, è la stessa vertigine dell’immaginazione che coglie Chateaubriand di fronte all’abisso impensabile e indicibile in cui cade tutto ciò che è. Il silenzio “sovrumano”, la quiete “profondissima” di Leopardi, come il “silenzio di quei luoghi” che colpisce Chateaubriand, non sono il sollievo dal frastuono del contingente ma l’assenza di voce, l’assenza di determinazioni che incanta e spaura. Sullo sfondo degli “interminati spazi”, dei “sovrumani silenzi”, la stagione “presente e viva” assume un carattere vivace, quasi frenetico; ma anche precario, instabile, sempre sul punto di naufragare nell’opposto che, generalmente impercepito e inimmaginato, la circonda.

Nella Sera del dì di festa, che nell’ordine dei canti stabilito da Leopardi segue LInfinito, i punti di contatto sono anche più precisi.

La seconda parte, che comincia al verso 24 con “Ahi, per la via”, e di fronte alla quale il lettore francamente si chiede cosa c’entri con la prima, introduce piuttosto a sorpresa “il solitario canto / dell’artigian, che riede a tarda notte, / dopo i sollazzi, al suo povero ostello”. Anzi, è proprio il canto dell’artigiano, che increspa il grave silenzio della notte così come il fischiare indifferente dei manovali insinua un brivido nel silenzio tragico di Whitehall, a spezzare la poesia creando un brusco passaggio dalla sofferenza d’amore, acuta, individuale e contingente, allo sgomento sovra-individuale che si instaura “a pensar come tutto al mondo passa, / e quasi orma non lascia”. Uno sgomento, potremmo dire, non individuale ma di specie, la cui eco enorme investe tutta la seconda parte conferendole un carattere ben diversamente poetico dalla prima. L’inesorabile scorrere del tempo (“ecco è fuggito / il dì festivo […] e se ne porta il tempo / ogni umano accidente”), topos dei più antichi e inossidabili, non è infatti tematizzato, come da tradizione, a proposito della gioventù o dell’amore (le cui gioie Leopardi aveva senz’altro scarso motivo di rimpiangere) bensì della storia: “or dov’è il grido / de’ nostri avi famosi” ecc. Il canto (casuale, indifferente) dell’artigiano (insignificante) crea nel silenzio una fessura dalla quale emergono, per opposizione, le tracce abolite di eventi storicamente significativi. E poiché sono suscitate, nel silenzio, dal fatto vivo e contingente, assolutamente precario di un canto, sono immaginate come tracce sonore: “il suono”, “il grido”, “il fragorio”. Ora il poeta può tornare al suo io individuale, a un momento della sua adolescenza quando lo stesso fenomeno (un canto solitario a tarda notte) “già similmente [gli] stringeva il core”. Può tornarvi senza perdere, anzi accrescendo l’intensità poetica guadagnata, perché questo “stringere il core” non è da ricondurre a una privata sofferenza d’amore ma è la vertigine di fronte all’infinito silenzio, all’inemendabile assenza di voce che circonda ciò che precariamente è vivo e precariamente “suona”.