ALDO NOVE

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Spaghetti alla Giulio Cesare

Oggi avevo appuntamento dal dentista alle 13.30. Niente di cruento, solo un controllo; così ho pensato che invece di tornare a casa e pranzare chissà a che ora avrei pranzato al Ciascheduno, stessa via del dentista, bruschetta bevanda un piatto a scelta caffè 11 €, il che mi avrebbe pure risparmiato di lavare i piatti e riordinare la cucina. Mi dirigevo tutta contenta al Ciascheduno quando mi è venuto in mente che non avevo niente da leggere. Starsene quaranta minuti in mezzo a gente che chiacchiera senza avere altro da fare che guardarsi intorno è piuttosto noioso, ma lì ho avuto il colpo di genio: la biblioteca municipale è a cinquanta metri, entro, prendo un libro e vado a mangiare. Su cosa prendere non c’era tanto da stare a riflettere. Era un po’ che volevo leggere qualcosa di Aldo Nove. In fin dei conti non è corretto aborrire un autore senza averlo letto. Voglio dire senza aver letto nulla fino in fondo, perché qualcosa avevo cominciato ma non mi aveva spinto a continuare. Woobinda è fuori, Superwoobinda il computer lo dà disponibile ma a scaffale non lo trovo, piglio La più grande balena morta della Lombardia, Einaudi Stile Libero Big, la collana va be’, la copertina fa venir voglia di rimetterlo dove l’hai preso ma se non altro è smilzo. E vado a mangiare.

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Quando sono lì vedo sulla mensola il quotidiano locale leggermente arruffato e il quotidiano nazionale bello intatto, allora mi dico che l’Aldo Nove me lo posso portare a casa, il quotidiano invece no e allora diamoci un’occhiata prima. Vado direttamente alla pagina della cultura, tanto le altre notizie le ho già lette ieri pomeriggio e ieri sera e stamattina su Google news e anzi quando te le ritrovi sul giornale, a forza di averle già lette tre o quattro o cinque volte ti fa l’impressione di avere fra le mani un giornale vecchio. Sulla pagina della cultura Marco Belpoliti celebra l’ottantesimo compleanno di Gianni Celati, dice che è un narratore complesso e inimitabile e che ha anticipato un sacco di mode. Gli credo volentieri a Belpoliti, non ho nessun problema, io di Celati ho letto soltanto Narratori delle pianure, e neanche tutti i racconti credo, perché stralunato è bello ma dopo un po’ stufa. Comunque non ho niente da eccepire al discorso di Belpoliti, leggo l’articolo fino in fondo, non ci trovo niente di sconvolgente ma perché dovrebbe esserci, nel frattempo ho mangiato la bruschetta e mentre aspetto che arrivino gli spaghetti alla Giulio Cesare attacco Aldo Nove.

Allora: a vederlo così sembrerebbe una raccolta di raccontini o di capitoletti sparsi molto autonomi l’uno dall’altro. Il primo, quello che dà il nome alla raccolta, parla di un’enorme balena morta e puzzolente in decomposizione che partendo da Como pian piano si ingoia tutto: tutta l’Italia, tutta l’Europa, tutto l’Atlantico, tutta l’America e che so io. Sulle prime pensi a una farneticazione, poi dici va be’ è un’allegoria: del consumismo che divora tutto e alla fine anche se stesso. Wow.

Il secondo si chiama I Ricchi e Poveri e lì Aldo Nove ci va giù duro col cannibalismo, però surreale, antropofagia spinta dell’intrattenimento popolar-televisivo, sangue a secchi e succulenti bambini introiettati dalle lingue prensili delle star, un po’ James Ensor però sempre ambientato dalle parti di Varese.

Poiché gli spaghetti non arrivano vado avanti. Il terzo racconto ha nome Sardegna Sardegna e anche qui col surrealismo non si scherza: “Genova era una muraglia circolare innalzata di navi davanti alla folla gremita del cielo del mare ubriaca che tace il rumore delle bottiglie sulla nave ubriaca: che andava nel bar della nave ogni sera.” Molto poetico, dico davvero; ritmo interessante. Superate le muraglie circolari, il cielo, il mare e le folle ubriache (o è Genova che è ubriaca?), si comincia a intravedere qualcosa; e cioè che chi racconta è un bambino, si può supporre il bambino che fu Aldo Nove, ovviamente non al naturale: piuttosto versione strampalata, espressionista, un “bambino inquietante”, come recita suggestivamente la quarta di copertina, che “non è altri che la parte rimasta buona di noi stessi, e disposta alla meraviglia”. Questi cannibali sono umani in fondo, e infatti a chi ricorrono? A Giovanni Pascoli.

Vado avanti a leggere e di racconto in racconto vedo sfilare sotto lo sguardo straniante e imperturbabile del bambino quello che la quarta di copertina chiama, non a torto, “una fantastica galleria degli orrori” – e sottolineerei fantastica – che pertiene sostanzialmente a due ambiti: il primo è il passaggio in Italia da una civiltà in fondo ancora rurale e conservatrice delle cose – una civiltà della durata – a una civiltà industriale e consumistica, della distruzione e autodistruzione; il secondo, e più interessante, è il mondo dell’infanzia e pre-adolescenza nella sua perplessità e impotenza di fronte alle regole dettate dagli adulti, che dovrebbero essere le regole del mondo ma che il mondo disattende a ogni piè sospinto e che comunque non valgono per gli adulti stessi, il cui comportamento sembra invece obbedire a leggi sconosciute e incomprensibili.

Vado avanti a leggere, al ristorante e poi a casa, fino a pagina 81. A pagina 81 mi fermo. Dopo avere letto 81 pagine su 177 mi fermo e decido che basta, che ho capito l’antifona, che questo libro, come diceva mio figlio da ragazzo, “conta per letto”. Decido che basta perché mi sono stufata.

Di che cosa mi sono stufata (posto che fin dall’inizio non c’era nessuna consonanza fra me e la prosa di Aldo Nove)? Mi sono stufata di questo bambino che non sta né in cielo né in terra, che è uscito tutto (arte)fatto e strampalato dalla testa di Aldo Nove, che parla un linguaggio che dovrebbe essere da bambino e che nessun bambino si sognerebbe mai di parlare, ma non è neanche questo il punto, un linguaggio che non ha niente a che fare con nessun bambino, un linguaggio dietro al quale si vede l’adulto che scimmiotta il bambino – come, e per restare in tema, ai tempi del mago Zurlì l’insopportabile Richetto. Mi viene in mente la battuta, impertinente ma non priva di una sua giustezza, sui boy scout: bambini vestiti da cretini guidati da un cretino vestito da bambino.

A pagina 81 lo mollo lì, con sollievo e con la coscienza tranquilla. Ma mentre lo mollo lì sono fulminata da un’associazione, una di quelle associazioni incredibili, che non crederesti mai che possano prodursi e invece si producono: fra una frase di Madame Bovary e l’articolo di Belpoliti su Gianni Celati. C’è un punto, verso la fine del romanzo, in cui Madame Bovary dice che non potrà mai perdonare a Charles di averla conosciuta – il che è un’assurdità logica ma ha un suo senso esistenziale. Be’, per me, sento improvvisamente che non potrò mai perdonare a Celati di aver dato la stura, con i suoi Narratori delle pianure, a racconti strampalati in cui qualcuno porta sulle cose uno sguardo fintamente in-mediato e straniante.

UN PEZZO DA MANUALE

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Infelice colui che non ha più nulla da desiderare! Perde per così dire tutto ciò che possiede. Si gode meno di ciò che si ottiene che di ciò che si spera, e non si è felici che prima di essere felici. In effetti l’uomo, avido e limitato, fatto per volere tutto e ottenere poco, ha ricevuto dal cielo una forza consolatrice che gli avvicina ciò che desidera, lo assoggetta alla sua immaginazione, glielo fa diventare presente e palpabile, lo mette in qualche modo in sua balìa, e per rendergli più dolce l’immaginario possesso lo modifica secondo che è gradito alla sua passione. Ma tutta questa magia svanisce in presenza dell’oggetto stesso: nulla lo abbellisce più agli occhi del possessore; non ci si può figurare ciò che si vede; l’immaginazione non adorna più ciò che si possiede; l’illusione cessa nel momento in cui inizia il godimento. In questo mondo il paese delle chimere è l’unico degno di essere abitato, e il nulla delle cose umane è tale che, tranne l’Essere che esiste per causa propria, non c’è di bello che ciò che non esiste.

J.J.Rousseau, La Nuova Eloisa, parte VI, lettera VIII

Questo è un pezzo da manuale, e infatti ci è finito dritto – nei manuali per la preparazione della prova scritta Esabac ad uso dei licei italiani; ma prima naturalmente su tutti i siti dedicati alla preparazione del bac littéraire per studenti francesi.

Chissà se Rousseau se lo immaginava, magari oscuramente. Chissà se da qualche parte era cosciente della baccabilità futura del pistolotto.

Secondo me avrebbe dovuto. C’è qualcosa di talmente scolastico – voglio dire di rinunciatario – in questa lode dei preliminari a scapito dell’atto, dell’aspettativa a scapito della realizzazione; come se veramente fosse stato scritto non vitae, sed scholae.

È tutto così ben costruito, così ben disposto – antitesi, chiasmi, parallelismi, figure di opposizione e di insistenza – che quasi ti viene da credergli. E poi la frase finale, non c’è di bello che ciò che non esiste, è di quelle che le adolescenti si fanno tatuare sul coppino.

È così romantica, questa ineluttabile insoddisfazione della soddisfazione. Così dialettica.

Così consolatoria. Un balsamo per la frustrazione. Non ce l’ho fatta e me ne vanto, potrei sentirmi uno sfigato e invece mi trovo catapultato dalla parte giusta dell’esistenza, ho la visione corretta senza aver fatto nulla per averla. Io vedo più lungo di voi, sono approdato all’inanità delle cose umane senza neanche passare dal via; non sono nemmeno partito che ero già alla meta, come il riccio della storiella; posso sentirmi superiore alla lepre che si affanna a correre avanti e indietro.

Veramente, se si trascende il manuale e si va a vedere, si scopre che chi parla, o meglio chi scrive, è Julie, la protagonista della Nuova Eloisa. Scrive questo elogio della fantasia e del suo primato sulla realtà nella penultima lettera, quella che magari ha imbucato mentre andava al Castello di Chillon per la visita che non aveva neanche più voglia di fare e che le sarà fatale. Lo scrive quando ancora deve convincere sé e gli altri che è riuscita a conciliare la moralità del matrimonio con la mai sopita passione per l’antico amante, che ha disinnescato la passione trasformandola in qualcosa di razionale e squisitamente spirituale, che è approdata all’armonia, che è felice, felicissima di averli armoniosamente intorno tutti e tre, gli uomini della sua vita: il padre, il marito, l’ex amante.

Nell’ultima lettera, quella scritta quando sta morendo e non è più il caso di mentire, dice tutt’altro.

E allora gliela perdoniamo a Julie questa lode dell’inazione, della fantasia, questa pezza messa sull’incapacità di essere efficace, di realizzare. Gliela perdoniamo perché capiamo che è un cataplasma applicato alla lenta agonia a cui l’hanno condannata – a cui si è lasciata condannare. Gliela perdoniamo perché di lì a poco la morte, paradossalmente, le strapperà un autentico sussulto di vita.

Il guaio è che dietro Julie ci sembra sempre di vedere Rousseau. Rousseau il disadattato convinto (a ragione, bisogna dire) che lui e non il resto del mondo sarà la pietra d’angolo del futuro. Rousseau innamorato perso di Sophie d’Houdetot e costretto a scoparsi un giorno via l’altro Thérèse Levasseur (sempre che). Rousseau ben deciso a convincerci che il destino migliore è il suo. Perché è il suo.

CHATEAUBRIAND, LEOPARDI, E LA VERTIGINE DEL SILENZIO

3_Magritte, ;'Empire des Lumières

Chateaubriand pubblica nel 1802 René, racconto di una vita (immaginata svolgersi un secolo prima) condensato in quaranta pagine; forse il più attendibile e completo manuale del primo romanticismo europeo.

Nell’economia delle quaranta pagine, quattro sono dedicate dal narratore-protagonista ai viaggi in Europa, organizzati piuttosto secondo un ordine tematico che secondo un plausibile itinerario: i resti mutilati dei popoli antichi e defunti (Roma e la Grecia); in (supposta) opposizione a quelli le grandi città dei vivi (Londra); la Scozia dove l’ultimo bardo gli canta i carmi che furono di Ossian in un paesaggio la cui potenza pagana è da tempo convertita a un cristianesimo pacificatore; l’Italia e le sue architetture, preferibilmente sacre, come esempio suggestivo di bellezza moderna. Alla città di Londra è dedicato un paragrafo di diciotto righe:

“Volli vedere se le razze viventi mi avrebbero offerto maggiori virtù o minori sventure delle razze scomparse. Un giorno, mentre camminavo in una vasta città, passando dietro un palazzo, in un cortile appartato e deserto, vidi una statua che indicava col dito un luogo reso famoso da un sacrificio [si tratta della statua di Giacomo II Stuart che indica il luogo in cui nel 1649 fu giustiziato il padre, Carlo I, a Whitehall]. Fui colpito dal silenzio di quei luoghi; solo il vento gemeva intorno al marmo tragico. Dei manovali erano sdraiati con indifferenza ai piedi della statua, o scalpellavano pietre, fischiando. Chiesi loro cosa significasse quel monumento: alcuni furono a stento in grado di dirmelo, altri ignoravano la catastrofe che ricordava. Nulla mi ha dato maggiormente la giusta misura dei fatti della vita, e del poco che siamo. Che ne è di quei personaggi che fecero tanto rumore? Il tempo ha fatto un passo, e la faccia della terra è stata rinnovata.”

Gli elementi che fanno la memorabilità di questo episodio sono tre. In primo luogo il silenzio, poi un suono individuale e singolo (gemere del vento, fischiare del manovale) il cui effetto non è di rompere ma di enfatizzare, di ampliare a dismisura il silenzio; a questi primi elementi, reali, se ne aggiunge un terzo, immaginario o immaginato: il ricordo di eventi passati, cioè il recuperare dal pozzo di ciò che è caduto nel non-più-essere una traccia, resa dubbia e angosciante precisamente dal fatto di essere traccia di qualcosa che è sprofondato e continua a sprofondare e a essere sepolto sotto strati sempre più spessi di oblio, talché il simulacro stesso, la traccia, rapidamente si perde e non sussisterà, nel migliore dei casi, che come frase, nozione. L’opposizione passato-presente è sottolineata dall’opposizione fra (storicamente) rilevante e (storicamente) irrilevante: ai piedi della statua di Giacomo II che indica il luogo del supplizio di Carlo I sono sdraiati dei manovali scarsamente consapevoli o del tutto inconsapevoli del passato evento. Essi fischiettano: il loro fischiettare, incongruo ma vittorioso perché presente e vivo, ha per effetto di sprofondare compiutamente e angosciosamente nel non essere la pur monumentale rovina che tenta di emergere, per dirla stavolta con Lamartine, dall’“oceano del tempo”.

In tutta la scena gli opposti hanno carattere dialettico: il suono singolo, presente e contingente, è il limite che si travalica facendo emergere come una necessità il silenzio infinito in cui da ultimo sprofonda tutto ciò che è; l’irrilevanza storica dei manovali, la loro indifferenza rispetto a un evento tragico e grandioso del passato ne espande infinitamente la grandezza nel momento in cui la irride, inconsapevolmente forse, ma di fatto la irride perché l’evento grandioso è svanito nel passato mentre essi, gli insignificanti e piccoli, sono vivi nel presente. A sua volta il “marmo tragico” getta un’ombra di tragica grandezza sugli insignificanti e piccoli in quanto significa la precarietà del loro essere presenti e vivi.

James ii
La statua di Giacomo II a Whitehall, ora a Trafalgar Square

Se ora consideriamo, di Leopardi, L’infinito, ma soprattutto La sera del dì di festa, databili fra il 1819 e il 1821, siamo sorpresi da certe somiglianze.

L’infinito è costruito sulla dialettica limite-illimitato: la siepe, il vento che hic et nunc stormisce fra le piante catapultano l’immaginazione nel loro opposto: il silenzio, l’illimitato e infinito – non certo come dimensione salvifica in cui l’individuo è sollevato dalla contingenza; l’infinito di Leopardi non è supposto reale ma è immaginato, è la stessa vertigine dell’immaginazione che coglie Chateaubriand di fronte all’abisso impensabile e indicibile in cui cade tutto ciò che è. Il silenzio “sovrumano”, la quiete “profondissima” di Leopardi, come il “silenzio di quei luoghi” che colpisce Chateaubriand, non sono il sollievo dal frastuono del contingente ma l’assenza di voce, l’assenza di determinazioni che incanta e spaura. Sullo sfondo degli “interminati spazi”, dei “sovrumani silenzi”, la stagione “presente e viva” assume un carattere vivace, quasi frenetico; ma anche precario, instabile, sempre sul punto di naufragare nell’opposto che, generalmente impercepito e inimmaginato, la circonda.

Nella Sera del dì di festa, che nell’ordine dei canti stabilito da Leopardi segue LInfinito, i punti di contatto sono anche più precisi.

La seconda parte, che comincia al verso 24 con “Ahi, per la via”, e di fronte alla quale il lettore francamente si chiede cosa c’entri con la prima, introduce piuttosto a sorpresa “il solitario canto / dell’artigian, che riede a tarda notte, / dopo i sollazzi, al suo povero ostello”. Anzi, è proprio il canto dell’artigiano, che increspa il grave silenzio della notte così come il fischiare indifferente dei manovali insinua un brivido nel silenzio tragico di Whitehall, a spezzare la poesia creando un brusco passaggio dalla sofferenza d’amore, acuta, individuale e contingente, allo sgomento sovra-individuale che si instaura “a pensar come tutto al mondo passa, / e quasi orma non lascia”. Uno sgomento, potremmo dire, non individuale ma di specie, la cui eco enorme investe tutta la seconda parte conferendole un carattere ben diversamente poetico dalla prima. L’inesorabile scorrere del tempo (“ecco è fuggito / il dì festivo […] e se ne porta il tempo / ogni umano accidente”), topos dei più antichi e inossidabili, non è infatti tematizzato, come da tradizione, a proposito della gioventù o dell’amore (le cui gioie Leopardi aveva senz’altro scarso motivo di rimpiangere) bensì della storia: “or dov’è il grido / de’ nostri avi famosi” ecc. Il canto (casuale, indifferente) dell’artigiano (insignificante) crea nel silenzio una fessura dalla quale emergono, per opposizione, le tracce abolite di eventi storicamente significativi. E poiché sono suscitate, nel silenzio, dal fatto vivo e contingente, assolutamente precario di un canto, sono immaginate come tracce sonore: “il suono”, “il grido”, “il fragorio”. Ora il poeta può tornare al suo io individuale, a un momento della sua adolescenza quando lo stesso fenomeno (un canto solitario a tarda notte) “già similmente [gli] stringeva il core”. Può tornarvi senza perdere, anzi accrescendo l’intensità poetica guadagnata, perché questo “stringere il core” non è da ricondurre a una privata sofferenza d’amore ma è la vertigine di fronte all’infinito silenzio, all’inemendabile assenza di voce che circonda ciò che precariamente è vivo e precariamente “suona”.