IDIOT SAVANT

Dal romanzo di Veronica Raimo Niente di vero, Einaudi Supercoralli, candidato Strega 2022, preso in biblioteca dove lo restituirò velocissimamente, p.9:

C'è un aneddoto che racconta sempre mia madre. Una volta al ristorante, lui - non ancora treenne - aveva preso il menu e si era messo a declamarlo dall'alto del suo seggiolone. Enfatizzava gli accapo, indovinava gli iati e raddoppiava le consonanti giuste. Il cameriere che era venuto a prendere l'ordine si era limitato ad aspettare con aria annoiata che il moccioso finisse la performance. Quando mio fratello era arrivato in fondo alla lista dei dolci, il cameriere stava lì con la penna in mano senza manifestare il minimo segno di sbigottimento.
- Be', volete ordinare o ripasso?
A quel punto il piccolo genio, in preda alla frustrazione, aveva afferrato un bicchiere dal tavolo e l'aveva preso a morsi.

Non so se il quadretto possa configurarsi come vendetta, e neanche tanto sottile; in ogni caso, grazie Veronica: in quattordici righe (nell’originale) ci hai dato tutto Christian.

ZOOMORFI

Del romanzo Telluria (2013) del russo Vladimir Sorokin (n. 1955) ho parlato brevemente qui. All’epoca di quel primo articolo non ne avevo terminato la lettura e l’opera mi sembrava “interessante ma non entusiasmante”. Nel frattempo, a lettura ultimata e dopo aver acquisito, attraverso altri testi, maggiore dimestichezza con l’autore, mi sbilancio a dire che si tratta di un’opera importante – e lasciamo anche stare la categoria un po’ desueta di capolavoro che comunque richiederebbe una più lunga sedimentazione, ma qualcosa di geniale mi sembra di ravvisarlo.

Ricapitolo alcune informazioni che avevo già dato: il romanzo, piuttosto corposo, è composto da cinquanta capitoli numerati, senza titolo, apparentemente slegati fra loro. Soltanto pochissimi, tre o quattro, fanno riferimento a personaggi o situazioni presentati in capitoli precedenti. Quello che li salda, e che fa dell’opera qualcosa di diverso da una raccolta di racconti, è che essi concorrono alla creazione e definizione di un mondo che non gli preesiste: l’Eurasia della metà del XXI secolo. Romanzo distopico, che però a una tonalità apocalittica o anche soltanto tragica preferisce una chiave ironica, parodica, con una predilezione per il grottesco e qualche incursione nel gore. I fondamentali politici, biologici e antropologici di questa Eurasia futura sono presto riassunti:

  • In seguito a guerre feroci fra paesi europei e integralismo islamico, finalmente sconfitto e ricacciato, l’Europa occidentale si ritrova però frammentata in staterelli identitari e medievaleggianti fra i quali spiccano volentieri, oltre alle repubbliche e alle libere città, principati e granducati. Alle atrocità e al bellicismo dei salafiti si sono sostituite le prepotenze e il bellicismo di crociati e templari. A est, la Federazione Russa è implosa in seguito a guerre intestine e si è sbriciolata anch’essa in repubblichine e autocrazie ancien régime, spesso in conflitto fra loro.
  • Determinate specie, fra cui quella umana, esistono in tre versioni: standard, macro e micro. Cavallini, diciamo, da borsetta, e cavalloni in grado di sostituire una locomotiva. Né deve stupire l’esistenza di umani zoomorfi – tassonomicamente inseriti, provvisti di adeguato passaporto, ma insomma “un gradino sotto” i non-zoomorfi.
  • Il quotidiano si caratterizza per un misto di pratiche preindustriali, tecnologia ora steampunk ora avveniristica, e futurismi informatici.
  • La vita di questi eurasiatici non è, alla fine, molto diversa dalla nostra: nessuna apocalissi ma un peso costante. Peso della storia, della sofferenza, dell’esistenza. A cui si ovvia con la sostanza tellur, estratta e commercializzata nella piccola repubblica di Telluria, nell’Altai. Non è del tutto chiaro se si tratti semplicemente di una sostanza psicotropa o se in effetti sia in grado di spalancare le porte su altri universi (es. il passato, proprio o altrui, da condividere o da modificare). Quel che è certo è che la modalità di somministrazione è particolare e non esente da rischi (la sostanza è in qualche modo incorporata a un chiodo che viene piantato direttamente nel cervello), ma non si direbbe che dia assuefazione. Dati anche i costi di acquisto e somministrazione è piuttosto equiparabile a un’esperienza mistica che ci si permette in casi rari e importanti, per acquisire una conoscenza individuale e privata in qualche modo risolutiva.

Rimane da dire che in questo romanzo (ma non solo) Sorokin, grande conoscitore della storia e letteratura russe (e altre), “gioca” con gli stili, variandoli di capitolo in capitolo. Sul senso di questi “esercizi di stile” dirò, eventualmente, in un altro post. Per il momento mi sembra di aver fornito le informazioni minime affinché il lettore possa entrare nel capitolo XXXV che traduco qui di seguito (come già con altri brani di Sorokin, purtroppo dalla traduzione tedesca dal momento che non so il russo).

XXXV

È cominciato tutto con i crociati sono arrivati in macchina da noi a Mittenwald al mattino presto in tre con i garzoni a far luce sull’omicidio dei vicini han fatto luce han fatto luce e poi hanno confiscato alla signora Schulze ventun vitelli un trattore e due rimorchi di patate come se l’assassina fosse lei del trattore e delle patate non me ne frega niente ma per i vitellini mi dispiace dove li portano mi chiedo al macello o in una fattoria a Füssen o Schwangau e di lì poi al macello e io me ne sono dovuta andare dalla fattoria della signora Schulze e a Angelika i crociati hanno assegnato quel che rimaneva dei vicini ammazzati si è ritrovata un sacco di roba un frigorifero tre prosciutti affumicati una panchina una macchina per il burro un mucchio di vestiti e le andavano bene tutti e a me addirittura andava bene un vestito e un cappotto anche se erano sporchi di sangue l’ho lavato via e fine e una giacca e stivali di gomma e due anellini col turchese e un foulard con sopra Parigi i pantaloni non mi andavano bene sono ingrassata durante la guerra ridicolo come le natiche mi sono uscite in fuori alla fattoria bevevo latte e mangiavo pane e canederli col sugo ma i pantaloni sono buoni solo troppo stretti le scarpe non vanno bene coi tacchi come vuoi che faccia a camminarci gli stivali di gomma sono meglio e poi c’era anche una brocca e un orologio e un vecchio computer quello funziona ancora ho lavato i vitellini può darsi anche che non li abbiano macellati tenuti a ingrassare per carne di manzo la signora Schulze non voleva macellarli ha strillato come una matta ma i crociati le hanno aperto il sapientone [sorta di computer onnisciente e onniperformante che si può allargare, distendere e ripiegare come un pezzo di plastilina. NdT] sotto il naso e le hanno fatto vedere la bolla papale col sigillo lei ha attaccato una geremiade l’hanno cacciata via dall’aia e il loro capo dice puoi ringraziarci che non ti arrestiamo i ventun vitelli e il trattore con due rimorchi pieni di patate via a Neuschwanstein e io ho pianto mi dispiaceva per i vitellini li ho tirati su come figli quell’oca dell'Angelika taceva avrebbe anche potuto lasciarsi fare io con le mie orecchie d’asino e il muso peloso cosa se ne fanno ma Angelika ha due belle tette è giovane se si fosse lasciata fare nel fienile lì vicino si vedeva che lei gli piaceva le hanno anche assegnato tutta le cianfrusaglie dei vicini e per tre che erano non sarebbe morta di sicuro quella stupida capra e avrebbe salvato i vitellini e io le ho anche strizzato l’occhio e fatto segno con le dita e con la lingua ma lei macché si gira dall’altra parte come se non capisse non è neanche vergine dei tipi a mano ne aveva già prima della guerra e la signora Schulze piange soldi per riscattare non ne ha della roba i crociati non sanno che farsene anche se lei gli ha offerto roba buona solo la pelliccia è un valore stivali sei paia belle scarpe dodici paia le scarpe del suo defunto marito tre paia pantaloni di pelle tre cappelli col ciuffo di camoscio roba buona nuova e gli stronzi arricciano il naso la roba non ci serve ci credo che non vi serve in un anno ne avete arraffata tanta che vi basta per i prossimi dieci quelli non ci mollano con la bolla la bolla qua con i vitelli trattore e patate caricati e via che se li portano quegli stronzi Urban dice che i crociati sono peggio dei salafiti è vero che quelli ti tagliavano la mano destra se giocavi a scacchi e per l’alcol e il tabacco ti frustavano in piazza ma la carne l’hanno sempre pagata alla popolazione e questi qui con la nuova bolla papale si prendono tutto e se lo portano via hanno occupato Neuschwanstein e là ci sono montagne d’oro dicono da tutta Europa ci manca solo il drago Smaug ma forse i vitellini non li hanno macellati subito portati a Füssen là ci sono tre grandi masserie e magari li hanno soltanto venduti perché forse poi ai crociati dell’altra carne non gli serve li vendono e prendono i soldi e magari i nostri vitelli adesso sono a Schwangau anche lì c’è una grande latteria e perfino tre cavalli giganti tre castrati con quelli trasportano la legna li mettono nei box sarebbe una bella cosa se i pezzati rossi stessero insieme ma così be’ ecco adesso non c’è più lavoro per me dalla signora Schulze e me l’ha detto subito che tu asina hai visto come mi hanno rovinato adesso non so che farmene di una vaccara ma io allora cosa faccio parti vai dove vuoi e dove posso andare eh dove vuoi vai a fare la vaccara dai crociati eh certo come se non ne avessero già solo di garzoni ne hanno seimila e chissà quante vaccare e tutte di sicuro belline mica come me con le orecchie d’asino dove devo andare non lo so non lo sa neanche la signora Schulze piagnucola e basta che fare ho chiesto a Urban e lui dice c’è un posto dove c’è una grossa masseria in Svizzera a Ascona si chiama Monte Verità ci vivono dei pagani che adorano la luna nudi di notte non prendono ordini da nessuno hanno una loro guarnigione e una grossa masseria bevono solo latte perché il latte è un dono della luna consumano molto latte esclusivamente munto a mano le ragazze cattoliche non ci vanno lì a fare le vaccare ma tu sei zoomorfa lavora da loro come vaccara così avrai un tetto e un pezzo di pane mangerai tutti i giorni ricotta e panna acida e io sono partita cosa vuoi bisogna pur mangiare gratis non te ne dà nessuno anche se sono un’asina non mi va di chiedere l’elemosina non voglio impiegarmi come facchina voglio rimanere nel mio mestiere ho riempito due valige inchiodate a un bastone appese alla spalla e via a piedi che dovevo fare oggigiorno ci vogliono soldi per l’autobus e pure per il treno e a me mi pagavano col mangiare soldi ne ho visti solo prima della guerra per tutta la guerra la signora Schulze mi ha pagato solo col mangiare contanti non ne ho visti neanche col lanternino e la signora Schulze non mi ha potuto dar niente neanche per il viaggio piange che non ha un soldo da far ballare una scimmia per il viaggio mi ha dato dietro pane patate al forno mele e torta di rabarbaro ben cosa vuoi che faccia le faccio un inchino e parto che devo fare è lontano però là c’è un buon lavoro mungerò le mucche è una cosa che so fare con le mucche sono a tu per tu di loro sai tutto io cammino cammino cammino e mentre cammino penso a questo e a quello così non mi annoio e sto attenta a mettere bene i piedi per non sformare le scarpe da montagna sono quasi nuove Urban mi ha pagato il lavoro con quelle sono le scarpe di suo figlio più grande che non è ritornato dalla signora Schulze andavo sempre a piedi nudi estate e inverno chiaro che con le gambe pelose non ho freddo però adesso ho deciso di mettermi le scarpe per non tagliarmi i piedi sulle pietre e perché nessuno rida già ridono così tanto di me orecchie d’asino muso peloso asina asina i ragazzini arrivano di corsa mi tirano dietro delle pigne asina asina con le scarpe è più decente e ci saranno anche meno risate e più rispetto e anche al confine mi prenderanno più sul serio se ho le scarpe e infatti ho passato il confine senza storie il mio passaporto zoomorfo è a posto e poi ho camminato camminato fino al paese e lì ci sono i soldati austriaci ed è successo il solito chiaro che avevano appena fatto uno spuntino sono lì seduti e fumano e io cammino e cammino e vado e di tutti i posti sono andata alla fontana per dissetarmi e lì arriva uno e chiede da dove vieni sono bavarese dico io di Mittenwald quello ride ma non è una fatica con due valige no non una gran fatica dico io sei robusta sì robusta dico io e come bisogna chiamarti tu asina robusta io dico bisogna chiamarmi col mio nome quello ride e quando mi chino di nuovo per bere mi arriva da dietro mi afferra per il sedere e sbraita non ho mai chiavato un’asina io gli do uno spintone e mi rimetto a camminare ma loro mi vengono dietro in cinque e dicono sporcaccionate sul sedere e sulle orecchie e che in mezzo alle gambe ho sicuramente un pozzo profondo dove fa fresco e poi hanno cominciato a scommettere sulle mie gambe se sono lisce o pelose e uno dice adesso controlliamo e si è avvicinato e mi ha tirato su la gonna così hanno visto che ho le gambe pelose e hallalì! Io cammino non gli bado e poi improvvisamente quelli hanno lasciato perdere e io penso oh là continuo a camminare esco dal paese scendo lungo la strada penso soldati e crociati vogliono tutto gratis i contadini sono più onesti puoi star sicura che se ti usano ti danno sempre qualcosa in cambio se non sono soldi è roba da mangiare sono lì che penso e non ero mica andata tanto in là e da dietro sento che arriva una macchina mi sposto sul margine della strada ma la macchina frena do un’occhiata una jeep militare e dentro quei cinque e sono saltati fuori mi hanno afferrato trascinata nell’abetaia e tutti senza una parola senza ridere non dicevano niente io li spintono mi dimeno quelli mi stanno addosso mi mettono stesa sulla schiena mi strappano giù la gonna su le gambe due mi tengono per una gamba due per quell’altra ho le gambe robuste io e il quinto mi si sdraia addosso mi sta addosso e mi fa violenza ma io ho appeso al collo un chiodo di tellur l’ho trovato una volta in città nella via Albert Schott era lì sul selciato allora l’ho raccolto e ho deciso di servirmene per pulirmi le orecchie per via che ho due grandi orecchie e si ammucchia molto cerume quando lavori in una fattoria ci si infilano dentro le mosche allora alla fine della giornata avvolgo il chiodo nell’ovatta lo intingo nell’aceto mi pulisco le orecchie e vado a dormire e da quella volta lo porto al collo appeso a uno spago per non perderlo e adesso che quello voleva farmi violenza ho afferrato il chiodo e gliel’ho infilato nel collo con tutta la forza quello urla e mi scivola giù di dosso il chiodo ce l’ha piantato nel collo fino alla capocchia gli altri austriaci si buttano su di lui e io scappo nell’abetaia quelli gridavano poi se ne sono andati in macchina probabilmente all’ospedale più tardi sono tornata mi sono rimessa la gonna ho preso le mie valige e giù di corsa non per la strada ma dritto attraverso il bosco ho camminato ho camminato finché non si è fatto buio allora sono tornata giù sulla strada ho camminato due giorni interi fino al confine svizzero e là ho dovuto fare la quarantena mi hanno controllato se avevo malattie e parassiti mi davano da mangiare due volte al giorno poi ho potuto continuare e lì mi è capitato un camion con un brav’uomo mi ha dato un passaggio fino a Schwyz poi sul treno merci fino a Bellinzona e poi cammina cammina ho camminato fino a Ascona e ho trovato Monte Verità è in cima a un monte non volevano lasciarmi entrare là c’è il loro confine pali col filo spinato cannoni e mitragliatrici si chiudono su da tutti io ho mostrato il mio passaporto ho detto sono una vaccara qualificata voglio lavorare sono venuta dalla Baviera mi hanno fatta entrare e dritto nella stalla e lì arriva una donna capelli bianchi e una luna d’argento sul petto senza una parola mi porta dalle mucche e la sua masseria è grande centoventi mucche e cavalli e vitelli e tacchini e faraone e anatre in uno stagno con le oche e galline e era l’ora della mungitura serale e le sue vaccare avevano già cominciato a mungere e si munge solo manualmente e questa coi capelli bianchi mi dice facci vedere asina bavarese come mungi e mi danno secchio e sgabello mi portano dalla mucca e io le sciacquo la mammella dico datemi la vaselina da spalmare sui capezzoli e mi danno del burro buono ma guarda te quanta ricchezza li ho spalmati col burro e quando ho cominciato a mungere il secchio suonava come una campana e in due e due quattro ho munto il secchio pieno bene dice quella coi capelli bianchi sono contenta di te asina io mi chiamo Jyotsana sono la tua capa puoi vivere e lavorare qui da noi mi ha portato prima alla doccia là una donna mi ha lavato mi ha disinfettato poi mi hanno portato alla mensa lì mi hanno dato da mangiare polenta con formaggio e insalata da crepare e mi hanno portato nel dormitorio delle guardiane del bestiame mostrato il mio letto e hanno detto che mi devo riposare dal viaggio io ho detto non sono stanca posso continuare a mungere ma loro dormi dormi oggi non lavorerai e se ne sono andati e sono rimasta da sola nel dormitorio lì ci sono trentadue letti e sono soltanto le vaccare poi ci sono anche i bovari dalle parti delle stalle ho visto tre ragazzotti con teste d’orso portavano via il letame e anche bei ragazzi con teste equine e una cinghialessa con le oche e anche umani ma teste d’asino non ne ho ancora viste mah ero messa così e ero seduta sul letto sono crollata e mi è venuto subito un gran sonno mentre mi addormentavo ho pensato adesso per colpa di quelle canaglie austriache non ho niente da grattarmi dentro le orecchie di notte.

(Vladimir Sorokin, Telluria (edizione tedesca) Kiepenheuer & Witsch 2013, traduzione dal russo del collettivo Hammer und Nagel)

(Dei giochi di stile di Sorokin parlerò forse, come dicevo, in un altro articolo. Ma per questa specie di monologo interiore – piuttosto ordinato però – di un individuo di sesso femminile è quasi impossibile non pensare al monologo di Molly Bloom. Non è una gran pensata, in effetti. Né voglio esortare nessuno a andarsi a rileggere il monologo. Io ho cominciato, ma ho smesso velocemente. E, come alla protagonista del testo sopra, mi è venuto un pensiero: senza nulla togliere, Dio scampi, alla grandezza di Joyce, ma quanto ci è più vicina quest’asina di Molly Bloom?)

URANIO E PANI DI ZUCCHERO

Nel paese del “come se” soltanto la bomba è reale. Vladimir Sorokin, Cigni lilla (2017)

Antefatto: alti e altissimi esponenti della chiesa, dell’esercito e del governo, più diversi autoproclamatisi rappresentanti della società civile, si ritrovano all’esterno di un convento situato in riva al mare (presumibilmente Nero) nella Federazione Russa meridionale. Desiderano essere ricevuti dallo starez del convento, noto per essere onnisciente, nonché l’autore di numerosi e ricorrenti miracoli certificati.

Il motivo dell’affollamento di alti papaveri, come si scoprirà verso la fine del racconto, è che il giorno prima le cariche esplosive di tutte dico tutte le testate nucleari (uranio-238, plutonio-239 e deuteruro di litio) piazzate sui confini orientali si sono trasformate in coni di zucchero.

Nessuna spiegazione scientifica, disorientamento, panico, ultima spiaggia il ricorso all’intervento divino, rappresentato (molto bene, devo dire) dallo starez.

Il quale non vive nel convento, ma in una grotta a mezza altezza di una parete rocciosa verticale, alla quale si accede soltanto attraverso una rudimentale scala mezza marcia (o, nel caso presente degli illustri ospiti, trasportati nel cestello di una gru militare a braccio telescopico). Inoltre lo starez riceve solo chi vuole lui, ed è piuttosto selettivo. Ad esempio il Patriarca di tutte le Russie è appena stato spedito via senza aver potuto incontrarlo. Attraverso l’ago di una bussola, che lo starez fa pervenire in modo grottesco-miracoloso ai candidati riuniti in basso, l’eletto per il colloquio risulta un personaggio di secondo piano: l’assistente di un pezzo grosso, di nome Alexander.

Alexander espone il problema, ma lo starez, apparentemente, non reagisce in alcun modo.

Improvvisamente [Alex] cadde in ginocchio.
«Padre Pankrati», disse «ascoltatemi! Sapete dove viviamo tutti, in che paese, in che Stato. Qui tutto è: come se. Tranquillità - come se, libertà - come se, leggi - come se, ordine - come se, un re - come se, boiari -. come se, servi - come se, nobiltà - come se, chiesa - come se, asilo infantile - come se, scuola - come se, parlamento - come se, tribunali - come se, ospedali - come se, carne - come se, aerei - come se, vodka - come se, automobili - come se, fabbriche - come se, strade - come se, cimiteri - come se, pensione - come se, formaggio - come se, pace - come se, guerra - come se, patria - come se».
L'eremita aveva smesso di bere.
Ma Alex continuò, con la voce che gli tremava di rabbia:
«Di autentico da noi ci sono soltanto queste testate. Solo l'uranio, il deuteruro di litio. Questo funziona. Ma se ora diventa anch'esso un Come-se, allora non ci sarà più niente. Soltanto un grande vuoto. Voi, Padre, ... voi sapete come si trasformano le cose. Voi potete molto. Siete un grande eroe. Ritrasformate questo zucchero in uranio e deuteruro di litio, ve ne supplico. Tutti i russi ve lo chiedono».
Rimase in silenzio, tremando in tutto il corpo.

(Vladimir Sorokin, Cigni lilla (Lila Schwäne), in: V. Sorokin, Die rote Pyramide, Kiepenheuer & Witsch 2022, trad. tedesca di Andreas Tretner, versione dal tedesco mia. Il racconto Cigni lilla è uscito originariamente a Mosca, nella rivista "Snob", nel 2017)

LA PIRAMIDE ROSSA. Un racconto di Vladimir Sorokin

La Piramide rossa è un racconto di Vladimir Sorokin uscito a Mosca nel 2018 e inserito con altri otto nella raccolta eponima pubblicata nel 2022 in traduzione tedesca da Kiepenheuer & Witsch. Di questi racconti, come anche dell’opus magnum Telluria (2013), non esiste ancora traduzione italiana. Poiché non so il russo, ho tradotto il racconto dalla traduzione tedesca. Da un punto di vista seriamente professionale il mio prodotto sarà dunque, al massimo, un pis-aller. Si potrebbe anche dire tempo e fatica buttati. Dal momento tuttavia che la voce di questo autore mi sembra importante, soprattutto oggi, faccio quello che posso per rendere accessibile a un pubblico italiano qualche pagina non ancora disponibile in traduzione.

Di Vladimir Sorokin ho parlato qui e qui. Nato nel 1955 a Mosca, dal 24 febbraio 2022 vive stabilmente a Berlino.

LA PIRAMIDE ROSSA

Per Natalja Artamanova

Ecco cos’è successo, Jura ha confuso Frjasevo con Frjasino ed è salito nel treno sbagliato.
Natasha glielo aveva pur spiegato bene: dalla stazione Jaroslavskij in direzione Frjasevo o Shcholkovo. Lei abitava a Sagorjanka, dove non fermavano tutti i treni. Quello per Frjasevo fermava, quello per Frjasino no. Jura era stato così scemo da salire su quello per Frjasino.
«Nei feriali ce n’è uno alle sei e un quarto», gli aveva detto Natasha alla stazione Dynamo, mentre si sorbivano un gelato schiacciato fra due cialde rotonde offerto da Jura. «Quello è sicuro che ferma da noi».
«E quante ore … slurp … ci metto?», chiese Jura staccando con un morso un grosso pezzo di gelato, da far crocchiare la cialda.
«Quarantacinque munti», disse Natasha e sorrise. «Alle sette è da me».
Era già la terza volta che si incontravano e si davano ancora del lei.
«Ci sarà molta gente?»
«Perché, cosa credeva!», rise Natasha e tentennò il capo.
Lo faceva ogni volta che diceva qualcosa di spiritoso. Sembrava un gesto naturale – un po’ troppo naturale, al limite dell’ingenuità o della scioccheria, ma sciocca non era affatto, questo Jura l’aveva capito subito. Il fatto è che gli piaceva sempre di più: non era molto alta, agile e snella, abbronzata, e rideva quasi sempre. Innegabile una componente meridionale, qualcosa di armeno o moldavo, forse anche di ebreo. Troppo presto per chiedere. La ragazza emanava energica gioia di vivere. I capelli erano neri, tirati in due trecce avvolte a corona intorno al capo.
«Una coorte di adoratori, immagino». Il suo gelato si scioglieva, doveva sbrigarsi a finirlo.
«Assolutamente!» Natasha tentennò il capo.
«Siete provvisti di pistole da duello?»
«Mio padre ha una doppietta!»
«Allora mi porto le cartucce».
«D’accordo!»
Rideva con le labbra umide di gelato. Lo sguardo fisso su quella bocca, Jura si immaginava il primo bacio. Ad esempio sotto i lillà in fiore.
«Avete del lillà in giardino?» si informò.
«L'avevamo. Una meraviglia! Poi è mezzo seccato e mio padre l’ha tagliato. È rimasta una piantina da niente».
Natasha si infilò in bocca il resto della cialda, tirò fuori un fazzoletto dalla tasca della giacca e si pulì le labbra. Dopo di che afferrò la cartella che tutto il tempo aveva tenuto stretta fra le gambe snelle e abbronzate, la prese con due mani e se la appoggiò contro la pancia.
«Allora vado, eh»
E chinando la testa, con uno sguardo da sotto in su, aggiunse: «A sabato, Jura».
«A sabato, Natasha» rispose Jura col pugno alzato.
Si girò e saltò nella metro – veloce come Jura l’aveva vista per la prima volta, in palestra, volteggiare sulla trave: fare la ruota con leggerezza, finire con un salto caloroso e arrestarsi, braccia distese, testa rivolta in alto, volto radioso.
Era un asso della ginnastica, studiava pedagogia, partecipava alla spartachíade studentesca sulla quale Jura, studente di giornalistica al secondo anno della Statale di Mosca, scriveva un reportage per il giornalino universitario. Si erano conosciuti così. Come prima cosa erano andati al cinema insieme: Sotto i tetti di Parigi, un film che Jura aveva già visto, Natasha pure, addirittura tre volte.
Poi avevano passeggiato nel Parco Gorki. Natasha lo aveva invitato al suo compleanno.
Ed ecco che Jura si era perso.
Aveva con sé i regali: una bottiglia di spumante e un volumetto di Walt Whitman nella traduzione di Kornej Chukovskij. Il libro, una bella edizione dell’Akademie-Verlag, ce l’avevano nella libreria di casa, veniva dalla biblioteca del nonno. Jura ci aveva dato un’occhiata soltanto una volta, sfogliato qua e là e rimesso sullo scaffale. Gli era tornato in mente pensando a un regalo per Natasha. Il presalario l’aveva già speso tutto, al mercato nero sulla Kuznetsky, per tre dischi americani di jazz, quel che gli era rimasto bastava giusto per lo spumante. Da due mesi Jura non chiedeva più soldi ai genitori. Per principio.
Un buon poeta e un libro ben confezionato, aveva pensato, e lo aveva infilato assieme allo spumante nella cartella di cuoio giallo.
Sul treno si era sprofondato nella lettura di Whitman; si accorse troppo tardi di aver sbagliato percorso. 
«Mi scusi, quando arriviamo a Sagorjanka?» chiese a un anziano rinsecchito e imbronciato, col bastone e una grossa pagnotta nella borsa di rete.
«Puoi aspettare un bel po’», fu la risposta laconica. «Sei sul treno sbagliato».
«Come sarebbe?»
«Come sarebbe, come sarebbe. Sarebbe che il treno per Frjasino non ferma a Sagorjanka».
Jura balzò in piedi, guardò dal finestrino. Cespugli e pali del telefono sfilavano con calma uno dopo l’altro.
«E mo’ che faccio?»
«La prossima è Seljony Bor. Scendi e torni indietro fino a Mytishchi. Da lì prendi il treno per Frisajevo».
«Dio, no!» Jura, avvilito, si picchiò la palma col pugno.
«Dio non c’entra niente» borbottò il vecchio e si mise a fissare cupo il paesaggio.
Jura si diede del cretino, prese la cartella e uscì dallo scompartimento. Nella zona di passaggio mancava una porta esterna, l’aria calda di giugno entrava di volata. 
«Ehi vecchio, smolla una paglia!» disse qualcuno dietro di lui. 
Si volse. Un giovanotto dall’aspetto strapazzato stava appoggiato in un angolo. Jura non lo aveva notato. Lo guardò di traverso, estrasse dalla tasca dei calzoni un pacchetto mezzo vuoto di Astra, e fiammiferi. Ne tolse una sigaretta per sé, porse il pacchetto al ragazzo. Quello si staccò dalla parete, fece un passo nei larghi pantaloni neri, senza dir niente prese una sigaretta e se la cacciò fra le labbra tese. Jura accese la sua, si gettò il fiammifero alle spalle.
«Dammi da accendere», disse il ragazzo.
Jura esitò, voleva rispondere qualcosa del tipo: E comprati i fiammiferi, poi però ne staccò uno, glielo tenne davanti. Il ragazzo accese. Aveva un viso scarno, pallido, con gli zigomi sporgenti e il mento sfuggente.
«Manca molto a Seljony Bor?» chiese Jura, ancora di cattivo umore.
«Non ne ho idea. Io vado a Ivatejevka, da amici. Non sono di qua. Neanche tu?»
Jura annuì vagamente.
Il ragazzo gli riservò uno sguardo torbido, si lasciò nuovamente cadere contro la parete e, la sigaretta fra le labbra umide, ridusse gli occhi a una fessura. Jura gli voltò le spalle, soffiò il fumo attraverso l’apertura della porta.
Il treno non aveva fretta. 
Arranca come una tartaruga ‘sto coso di merda, pensò Jura furioso. Plesiosauro spastico. Dondolo per idioti.
Finì velocemente la sigaretta, gettò la cicca nel verde polveroso che strisciava lungo il treno, rientrò nel vagone. La stessa gente di prima, negli stessi posti. Gli parve di cogliere occhiate beffarde.
È giusto, pensò. Sono un personaggio da farsa.
Apri il volume di Whitman e si mise a leggere. Otto pagine più tardi il gracchio di un altoparlante: « Seljony Bor». Jura acchiappò la borsa e uscì nel passaggio. Il ragazzo con le labbra tirate non c’era più. Al suo posto, tre donne di età diversa: una vecchia, una grassa e una giovane.
Il treno si arrestò con uno stridio fastidioso. Jura scese dietro le donne, si guardò attorno. I pochi passeggeri si erano avviati lungo la piattaforma di legno verso il paesino le cui case si disegnavano all’orizzonte, minuscole dietro il verde. Il treno riprese ad arrancare. Gli venne in mente che doveva aspettare sul marciapiede opposto, saltò sulle traversine, attraversò i binari bollenti di sole, trovò dei gradini di legno, risalì. Sul marciapiede non c’era nessuno. Qua e là una cicca pestata. Al cartello della stazione erano rimaste appese soltanto tre lettere: BOR, le altre si leggevano dall’ombra che avevano lasciato. Seljony se l’è squagliata, la stanca spiritosaggine gli attraversò il cervello, andò alla panchina con la vernice bianca che si sfogliava, si sedette.
Guardò l’orologio da polso di marca Lutsch, un regalo di suo padre per l’immatricolazione all’università: 18:42.
Cominceranno senza di me, pensò.
Tirò fuori le sigarette, rifletté un attimo e le rimise via.
«Idiota che sono!», esclamò, strizzò gli occhi verso il sole che tramontava fra i pini, scatarrò sulle assi polverose e consunte.
Passarono dodici minuti.
Poi altri tredici.
Poi altri venti.
Nessun treno in vista.
«Proprio cazziato. Happy birthday, Natasha!»
Jura si alzò, andò su e giù sul marciapiede. Nessuno ad aspettare tranne lui. Il sole era decisamente più basso, fra i tronchi. Con la cartella che gli ballonzolava attorno al fianco Jura marciava sulle assi polverose sbattendo furiosamente i sandali a ogni passo:
«Buco di culo del mondo!»
«Posto di merda!»
«Porcile!»
Le assi rimbombavano sorde sotto le suole di Jura. Il suono cupo gli dava ancora più carica. Una volta percorso il marciapiede in tutta la sua lunghezza girò sui tacchi, prese la rincorsa e si produsse in grandi balzi, come gli atleti nel salto triplo, martellò nel vecchio legno logoro tutta la rabbia contro se stesso: 
«Testa nelle nuvole!»
«Coglione!»
«Figlio di puttana!»
Le assi mandavano un rimbombo potente.
Jura era arrivato all’altezza del cartello della stazione. _ BOR.
«Borsa di cacca!»
«Ratto di laboratorio!»
«Boroul! Quando! Arriva! ‘Sto! Treno! Di! Merda!»
«Fra otto minuti» disse una voce.
Jura si girò di colpo. Sulla panchina che aveva appena oltrepassato a grandi balzi era seduto un uomo. La sorpresa fu tale che i suoi movimenti esagitati morirono all'istante, restò come inchiodato. C’era lì seduto un uomo grasso, che pareva anche un po’ gonfio, con addosso qualcosa di chiaro, di estivo, e lo guardava.
«Eh? Come …» gli uscì in un brontolio. Jura non credeva ai suoi occhi.
«Fra otto minuti arriva il treno», disse l’uomo.
La sua grossa faccia a forma di pera, bianca come la farina, era priva di espressione. Non se ne ricavava nulla, assolutamente nulla. Una faccia così Jura non l’aveva mai vista in vita sua.
«Il treno?» chiese di rimando, e non riusciva a distogliere lo sguardo.
«La suburbana».
Occhietti che non dicevano nulla, ma proprio nulla di nulla, quelli che guardavano Jura. La faccia sembrava congelata. E l’uomo tutto intero morto stecchito, un cadavere uscito dalla cella frigorifera. All’improvviso Jura si sentì male, come per un colpo di calore, gli era successo l’estate prima a Baku. Aveva le ginocchia molli.
«Si sieda», uscì dalla bocca congelata. «A quanto pare ha preso troppo sole. Fa anche tremendamente caldo per i primi di giugno».
Jura si lasciò cadere sulla panchina. Gemette un poco e aspettò che passasse, si asciugò con la mano la fronte sudata.
«Il salto triplo non è lo sport giusto con questo caldo», disse il grassone.
Jura lo guardò. L’uomo era seduto esattamente come prima, lo sguardo gelido fisso davanti a sé. Il suo abbigliamento aveva un’eleganza fuori moda: panama bianco, completo estivo beige, camicia bianca col colletto alla coreana, ricamato. Da sotto i larghi risvolti dei pantaloni spuntavano scarpe bianche di tela. Scarpe così le portava sempre d’estate un simpatico conoscente di suo nonno buon’anima, collezionista di monete, gran burlone, bevitore incallito, anche quello morto da tempo. Le strane scarpe riportarono Jura nella realtà. Espirò rumorosamente. Inspirare, espirare. Era di nuovo padrone di se stesso, la vertigine era passata rapidamente come era venuta. La tensione svanì. Si chiese da dove fosse saltato fuori quel tizio così all’improvviso. Come cascato dal cielo. Come aveva fatto a non vederlo? Davvero un colpo di sole.
Il grassone guardava dritto davanti a sé, imperturbabile, immoto.
«Otto minuti ha detto? Non mi dirà che sa a memoria l’orario dei treni».
«Non soltanto quello».
«Otto minuti?»
«Ora soltanto sette».
«Per caso ha anche un orologio in testa?»
«Non soltanto quello».
L’umore di Jura migliorava visibilmente. Fece una risata sprezzante e si grattò la nuca.
«Quindi lei sarebbe onnisciente, giusto?»
«Più o meno, sì».
«Cosa viene dopo l’arrocco nel gioco degli scacchi?»
«Il mediogioco».
«Ah. E cos’è … Betelgeuse?»
«Una stella nella costellazione di Orione. Supergigante rossa, grande come l’orbita di Giove intorno al sole».
«Giusto! Ma mi dica: chi è Dave Brubeck?»
Invece di rispondere, le labbra gelate si arrotondarono e fischiettarono Take five – e anche abbastanza bene.
«Booh!» gemette Jura impressionato, si batté sulle ginocchia e rise. «Lei è musicista, vero? I musicisti sono buoni giocatori di scacchi, non è così? Lei suona jazz?»
«No», fu la tranquilla risposta.
«Suvvia! Cosa suona – sax, tromba?»
Il grassone taceva.
«Ok. Si tenga pure il segreto … Allora però avrei un’altra domanda: dove si trova … eh-mm … quel posto del cavolo, Gniloje Buchilo?»
«Distretto di Twer, circondario di Selisharovo».
Jura era senza parole. Quel posto lo conoscevano soltanto gli abitanti del buco di campagna dove andava a caccia col padre e col nonno. Si chiamava Chutor il paesucolo, circondario di Selisharovo. Il posto del cavolo era una palude circondata da boschi dove nidificavano uccelli d’acqua.
Come faceva a saperlo?
Il grassone stava seduto lì, senza muovere un muscolo.
Che fosse esperto di telepatia? O di ipnosi! Ecco, era quello! Uno come Wolf Messing, negli ultimi tempi il fenomeno spopolava. Bisognava prenderlo da un altro lato … Jura fece scorrere lo sguardo sul panorama. A un tratto vide, di fianco a un edificio di mattoni di silicato, uno striscione sbiadito: La nostra meta è il comunismo!
Sotto la scritta una testa di Lenin, di profilo.
«Mi dica adesso: chi era Vladimir Iljich Lenin?» pronunciò Jura chiaro e forte, e incrociò trionfalmente le braccia sul petto.
«L’uomo che mise in moto la Piramide del rosso mugghiare».
Jura rimase a bocca aperta.
«Prego? La piramide del rosso cosa?»
«Del rosso mugghiare».
«Mai sentita».
«È quella che produce il permanente rosso mugghiare».
«E dov’è che si trova?»
«Nel centro della capitale».
«Ma dove di preciso?»
«Nel centro preciso».
«Nel Cremlino?»
«No, sulla Piazza Rossa».
«In mezzo alla piazza? Una piramide?»
«Sì».
«Ma – concretamente – dov’è che sta?»
«La sua base occupa l’intera piazza».
«L’intera piazza?! …»
Jura scoppiò a ridere. Il grassone continuava a guardare dritto davanti a sé, imperturbabile.
«Be’, la vuole sapere una cosa?» fece Jura. «Per caso io abito proprio nei pressi della Piazza Rossa, nella Pjatnizkaja. Una piramide rossa là non ce l’ho mai vista».
«Lei non la può vedere».
«E lei invece scommetto di sì».
«Infatti».
A posto, pensò Jura. Il tizio ha le allucinazioni.
«E cos’è che dice che fa la piramide?»
«Irradia il rosso mugghiare».
«Tipo … come un altoparlante?»
«Qualcosa del genere. Ma con onde completamente diverse. Con altre oscillazioni».
«E a che scopo … le irradia?»
«Per infettare la gente col rosso mugghiare».
«A cosa dovrebbe servire?»
«A turbare l’ordine interiore dell’uomo».
«Turbare? E perché?»
«Affinché l’uomo cessi di essere uomo».
Un nemico dello stato, pensò Jura e si guardò attorno da tutte le pari. Ma il marciapiede era deserto esattamente come prima.
«Quindi, Lenin ha costruito questa piramide?»
«Non l’ha costruita. L’ha solo messa in moto».
«Ha premuto l’interruttore?»
«Per così dire».
«E chi sono i costruttori?»
«Quelli lei non li conosce».
«Magari i tedeschi? Marx? Engels?», sogghignò Jura.
«No, non i tedeschi».
«Gli americani?»
«No».
«E chi allora? Da dove venivano costoro?»
«Venivano da dove venivano», ribatté il grassone. «Sta arrivando il suo treno».
Jura guardò i binari che lontano a sinistra si univano nell’aria calda, non si vedeva ancora niente, però si alzò, sistemò sulla spalla la cinghia della cartella. Diresse ancora una volta lo sguardo al manifesto con il profilo di Lenin.
«E il comunismo?»
«Il comunismo cosa?»
«È il luminoso futuro, o no?»
«Non è il luminoso futuro, bensì il rosso mugghiare di oggi».
In quel momento giunse da lontano il fischio della locomotiva, e Jura vide il treno che si avvicinava. Dapprima con un movimento silenzioso, perché era ancora molto distante. Jura voleva dire all’uomo, per chiudere, qualcosa che lo ferisse e lo rendesse ridicolo, ma all’ultimo momento cambiò idea. Stava in piedi in silenzio, saltellando sul posto com’era sua abitudine, e osservava quello strano tizio che era seduto lì e guardava dritto davanti a sé. Ora arrivava anche il rumore del treno. Lentamente il convoglio avanzò sul binario. Jura capì improvvisamente che non avrebbe mai più rivisto quell’uomo. Che quello, garantito, sarebbe rimasto a sedere sul polveroso marciapiede deserto, non sarebbe salito sul treno per Mosca. Non sarebbe andato da nessuna parte. Inimmaginabile che potesse andare da qualche parte. Come fosse tutt’uno con la panchina. Ad un tratto Jura si sentì il cuore terribilmente pesante. Così pesante che gli vennero le lacrime agli occhi.
Ci fu il solito stridio, il treno si fermò.
Meccanicamente, Jura salì. Entrò nel vagone, si sedette. Si stropicciò gli occhi, attraverso il finestrino guardò verso il marciapiede. L’uomo era seduto sulla panchina. Fissava dritto davanti a sé. Ora qualcosa di quest’uomo gli risultava tormentosamente familiare. 
Il treno ripartì. 
Jura sedeva immobile al suo posto. Un profondo abbattimento lo aveva preso, ma si sentiva anche una grande calma. Non aveva più nessuna fretta. Nessun pensiero in testa. Invece di pensieri gli si era incistata nel cervello l’ultima frase dell’uomo: «il rosso mugghiare di oggi».
Attraverso il finestrino teneva lo sguardo fisso su tutto il verde, i pali del telefono, le case, le macchine, le discariche, le rampe di carico, le gru, le montagne di carbone, i locali caldaia, le persone, gli uccelli, i cani, le capre.
Il compleanno di Natasha gli era del tutto passato di mente. Non scese a Mytishchi.
Si riscosse bruscamente dal torpore soltanto quando il convoglio entrò nella stazione Jaroslavskij. Il treno non era ancora fermo che già la paralisi si era volatilizzata, Jura balzò in piedi. Scese con gli altri passeggeri, si fece da parte, tirò fuori le sigarette.
E il compleanno? Sagorjanka, Natasha, com’era pure? … Sono un deficiente, pensava, trottando sul bordo del binario.
«Idiota!», imprecò e sputò di cuore.
Si allontanò fumando nella sera di Mosca. Attraversò la Sadowaja, puntò verso la Pjanizkaja, a casa.
La sigaretta lo aiutò a recuperare la realtà.
«Un chiaro caso di ipnosi» disse a voce alta. «E io cretino che ci sono cascato, e in pieno! Il rosso mugghiare, mmuuh, mmuuh-hh! Fresco fresco dalla piramide!»
Camminava nel crepuscolo. Senza fermarsi estrasse lo spumante dalla borsa e lo stappò. Il tappo partì con un botto, finì contro il muro della casa vicina, una vecchia si spaventò. Lo spumante caldo e dolciastro schiumò fuori dalla bottiglia. Jura bevve, insudiciandosi la camicia.
Prima di arrivare a casa si era già bevuto tutta quella roba appiccicosa. Abbandonò la bottiglia sul primo davanzale.
A casa lesse l’ultimo numero di Junost  e si coricò prima del solito.

Il giorno dopo era domenica.
Il lunedì Jura aveva due scritti all’università. Il martedì, dopo le lezioni, si recò allo stadio Dynamo dove la spartachíade stava per concludersi. Entrando nella sala ginnica si scontrò quasi con Natasha. Indossava il tricot blu, aveva le mani bianche di talco e si stava dirigendo agli spogliatoi.
«Ciao», disse lui, e si fermò.
«Ciao», rispose lei, l’eterno sorriso sulle labbra, e tirò dritto.
Fu l’ultima volta che si videro.

Jura si laureò in giornalismo e sposò Albina, i cui genitori erano da sempre amici dei suoi. Con l’appoggio del padre, che occupava un posto importante al Ministero dei Trasporti, fu assunto alla Komsomolskaja Pravda. Albina diede alla luce un figlio, Vjacheslav. Alla fine degli anni sessanta Jura entrò nel partito e passò alle Isvetija. Nel frattempo era nata la figlia Julia. A metà degli anni settanta gli fu offerto il posto di vice-capodipartimento alla Ogonjok. Lasciò le Isvetija e andò alla Ogonjok.
Quel mattino di luglio fece come al solito una veloce colazione, si sedette al volante della Volga bianca del padre e guidò verso la redazione. Stava attraversando il Grande Ponte sulla Moscova quando il cuore cominciò a contrarsi e a palpitare da togliergli il respiro. Accostò e si fermò. Respirò profondamente e regolarmente, massaggiando i punti hegu sul dorso delle mani come gli aveva insegnato un medico. Aveva già avuto altre volte problemi di cuore. La prima volta in seguito allo scandalo per il suo veemente articolo sulle Isvetija che il sostituto del caporedattore, durante le vacanze di quest’ultimo, aveva lasciato passare “sconsideratamente”. Jura fu convocato davanti alla direzione del partito. «Lei ha oltrepassato una linea rossa» gli disse uno con una faccia da vecchio lupo. Il sostituto caporedattore fu licenziato in tronco, da fare le scintille. Quella volta la carriera di Jura era stata appesa a un filo. Come per miracolo era rimasto in sella, posto che il miracolo lo avevano fatto le relazioni di partito del padre. Ma il cuore si era preso una botta, aveva avuto un microinfarto, dissero i medici. Andò con Albina otto settimane a curarsi in una località termale. La seconda volta aveva sofferto in seguito a una bravata del figlio, coinvolto in una brutta storia, una violenza di gruppo nello studentato. Il ragazzo fu indagato, il padre di Jura era morto da poco e non poteva più aiutare, Jura stesso dovette sobbarcarsi l’andata a Canossa attraverso infiniti uffici, umiliarsi e mendicare. Il figlio se la cavò con la condizionale. Lui stesso continuò a ingoiare pastiglie per sei mesi. Dopo di che sembrava tutto passato.
Ma ora, ma ora, ma ora.
Il cuore sfarfallava.
Così non gli era mai successo. Jura cominciò a ansimare. Scese, andò al parapetto, appoggiò le mani sul freddo del granito, guardò giù verso la Moscova e respirò. Dal fiume saliva un’aria fresca. Lentamente Jura recuperò il controllo. Ma il cuore non smetteva di palpitare, si dimenava come un animaletto preso in trappola. Appeso alla lenza. Che danzasse appeso ai fili. Cancan. Fanfan.
Jura respirava, respirava, respirava.
Aveva le vertigini, nelle orecchie frinivano ora due cicale d’acciaio. 
Stop, stop, stop, tentò di calmarsi.
Le cicale frinivano, le ginocchia tremavano. Abbracciò il parapetto, si accasciò su di esso. In basso l’acqua luccicava. Lucc-lucc-lucc.
«Stop!» sussurrò rivolto a se stesso, «stop, stop …»
Il cuore. Cuor-cuore. Il cuo-o-o-re … Smise di dimenarsi.
Smise di.
Smise.
Di.
E si fermò.
In lui si fece silenzio.
Si raddrizzò con le ultime forze.
Le mani artigliate al parapetto.
E vide la Piramide rossa.
Si innalzava sulla Piazza Rossa e la occupava totalmente. La Piramide vibrava e irradiava un rosso mugghiare. Usciva da lei in forma di onde e sommergeva tutto all’intorno, come uno tsunami, fin oltre l’orizzonte, in tutte le direzioni. Le persone vi affondavano. Vi si muovevano a fatica, sfinendosi. In piedi, seduti, sui mezzi di trasporto, camminando, dormendo – uomini, anziani cadenti, donne, bambini. Il rosso mugghiare li ricopriva tutti. Colpiva ognuno senza pietà, l’onda rossa si abbatteva su chiunque su ogni uomo in ogni uomo uomo c’è luce luce e il rosso mugghiare mugghiare si abbatte abbatte dalla Piramide Piramide sulla luce luce nell’uomo uomo per spegnerla spegnerla ma non si spegne non si spegne perché allora perché colpire colpire è orribile orribile e stupido stupido le rosse onde onde si abbattono colpiscono e non possono non possono colpire colpire e non possono non possono perché allora perché colpiscono colpiscono è idiota, è idiota è irrimediabilmente idiota idiota un Serafino con sei ali Serafino sei qui qui così vicino così vicino Serafino o Serafino o tu mio Luminoso mio Luminosissimo tu tu Eterno Eterno io ti saluto io ti saluto Serafino o Serafino quella volta quella volta allora eri eri diverso un altro grasso grasso e strano con strane bianco bianche scarpe le scarpe il tuo Nome il Nome.
«Boroul», sussurrò Jura, e le sue labbra incolori produssero un sorriso.
Poi si abbatté sul selciato.


DI CARIATIDI E DI CADAVERI. VLADIMIR SOROKIN, TELLURIA

Telluria, di Vladimir Sorokin, pubblicato in Russia nel 2013, è stato tradotto in tedesco nel 2015; la traduzione inglese uscirà il prossimo 22 agosto, non c’è ancora traduzione italiana. È dichiarato romanzo. È composto da 50 capitoli piuttosto eterogenei per stile, personaggi e storie. Il nucleo unificante è il tempo in cui le varie azioni si svolgono: metà del XXI secolo in una vasta zona (Europa occidentale + Russia) profondamente sconvolta da numerose guerre – di religione e non – che ne hanno cambiato l’assetto riducendola a un mosaico di piccoli stati indipendenti ev. in guerra fra loro (la Moscovia che trovate nel brano è uno di questi). Telluria è il nome della costosissima droga che tutti desiderano. È commercializzata in forma di chiodi che si piantano direttamente nel cervello. Se l’operazione viene eseguita a regola d’arte non pare che la droga abbia effetti collaterali negativi.

È un romanzo piuttosto lungo, sono circa a metà nella lettura. Stilisticamente virtuoso, interessante ma non entusiasmante, almeno per il momento. Come qualità letteraria mi è sembrato decisamente migliore La Tormenta, del 2011, traduzione italiana per Bompiani nel 2016. Mi riservo un giudizio più completo a lettura ultimata. Intanto vi offro un estratto del II capitolo. È una traduzione dalla traduzione tedesca… Purtroppo non so il russo.

Nota per la comprensione: secondo dice l’io narrante di questo II capitolo, “col gas e l’elettricità viaggiano a Mosca soltanto i funzionari dello stato e i ricchi. Il popolo e i trasporti pubblici devono accontentarsi di carburante biologico. In generale si tratta di frullato di patate, e dai tempi di Caterina II, grazie a Dio, le patate non mancano”.

My sweet, most venerable boy,

eccomi dunque in Moscovia. Questa volta è andato tutto più in fretta e più liscio del solito. Del resto, pare sia molto più facile entrare in questo stato che uscirne. È ciò che fa, dicono, la metafisica del luogo. Ah, al diavolo! Ne ho abbastanza di basarmi su voci e congetture. Noi, europei radicali, riguardo ai paesi esotici siamo diffidenti e pieni di pregiudizi finché non riusciamo a penetrarvi. In altre parole – finché non diventiamo intimi.

[…]

C’è poco da fare, Mosca è una città strana. Sì, nella sua inconfondibile stranezza una città strana. E non si vorrebbe nemmeno chiamarla capitale. È difficile spiegarlo a te che non ci sei mai stato e che la storia locale lascia indifferente. Ma voglio provarci. Grazie a Dio ho ancora un’ora e mezza prima del taxi a patate che mi porterà all’aeroporto di Vnukovo. Allora, non ha molto senso rovistare nella storia prerivoluzionaria dell’Impero russo, comparso nel mondo come dispotismo asiatico-bizantino, con una geografia coloniale dall’estensione propriamente indecente, un clima duro e una popolazione avvezza a sopportare che per la gran parte conduceva una vita da schiavi. Molto più interessante il XX secolo, iniziato con una guerra mondiale durante la quale il colosso monarchico Russia cominciò a vacillare; la rivoluzione borghese, com’è naturale, era in arrivo, sicché il colosso stava per cadere all’indietro. Anzi, non il colosso: lei. Russia, Rossija – è una lei. Il suo cuore imperiale smise di battere. Se questa gigantessa bellissima e spietata, ammantata di neve e col diadema di diamanti, nel febbraio del 1917 fosse felicemente crollata e si fosse spezzata in più stati di dimensioni umane, tutto si sarebbe sviluppato nello spirito della più recente storia moderna, e i popoli mantenuti in sudditanza dal governo degli zar avrebbero finalmente ottenuto la loro identità postimperiale e nazionale, avrebbero potuto iniziare una vita nella libertà. Ma le cose sono andate diversamente. Il partito bolscevico non permise alla gigantessa di cadere e compensò lo scarso numero dei propri membri con artigli di predatore e un attivismo sociale letteralmente inesauribile. Dopo il successo della rivoluzione notturna a San Pietroburgo, acchiapparono il cadavere che cadeva appena prima che si schiantasse al suolo. Mi sembra di vederli, Lenin e Trozki, piccole cariatidi, mentre gemono rabbiosamente di fatica per puntellare la morta bellezza. Nonostante il loro “odio furioso” per il regime zarista, i bolscevichi si dimostrarono neoimperialisti nel midollo. Dopo la vittoria nella guerra civile hanno battezzato il cadavere con il nome di URSS – uno stato dispotico, centralizzato e con una rigida ideologia. Uno stato che, come si addice a un Impero, ha cominciato a allargarsi e a conquistare nuovi territori. Stalin si è rivelato un puro imperialista nuova maniera. Invece di fare la cariatide, ha deciso di mettere il cadavere dell’Impero in piedi sulle sue gambe. Il processo si chiamò kollektivizacia + industrializacia. Lo mise in atto nel corso dei seguenti dieci anni raddrizzando a poco a poco la gigantessa come era l’uso presso le antiche civiltà, dove si infilavano pietre sotto le statue per metterle gradatamente in verticale. Con Stalin, invece delle pietre furono i corpi dei cittadini sovietici a doversi prestare: ammucchiati strato su strato finché il cadavere non ebbe finalmente raggiunto la posizione eretta. Dopo di che fu un pochino dipinto, truccato, e congelato. Il frigo del regime staliniano funzionava a meraviglia. […] Con la morte di Stalin però il cadavere cominciò a scongelarsi. Il frigo fu riparato, a fatica e provvisoriamente. Quando il corpo della nostra bellezza fu del tutto sgelato, cominciò nuovamente a inclinarsi. Già si alzavano nuove braccia, e imperialisti postsovietici erano pronti a trasformarsi in cariatidi. Finalmente però giunse al potere un gruppo di persone sagge, con a capo un uomo apparentemente insignificante. Costui si rivelò un grande liberale e psicoterapeuta. Durante i quindici anni in cui non fece che parlare di risurrezione dell’Impero, questo silenzioso operaio della disgregazione fece praticamente di tutto per adagiare il cadavere felicemente al suolo. E così avvenne. Dai cocci della bellezza fiori poi nuova vita. E così, caro Todd, io mi trovo ora a Mosca – in quella che era una volta la testa della gigantessa. Dopo la disgregazione postimperiale Mosca ha dovuto subire molte cose: la fame, una nuova monarchia + la sanguinosa opričnina, una organizzazione corporativa, una costituzione, la Confederazione Internazionale dei Sindacati, il parlamento. Volendo tentare una definizione dell’attuale regime della Moscovia, lo chiamerei teocratico-communofeudale illuminato. Suum cuique… Ma ho intrapreso questa escursione nella storia soltanto per spiegarti la singolare stranezza di questa città. Immagina che la provvidenza ti abbia gettato su un’isola dei giganti, e un temporale costretto a ripararti per la notte nel teschio di un gigante morto da secoli. Bagnato e tremante entri attraverso un’orbita vuota e finisci per addormentarti sotto la cupola ossea. Niente di più facile che il tuo sonno sia frequentato da una ridda di strani sogni, non esenti da eroica (o ipocondriaca) gigantomania. Mosca – ecco il vero teschio dell’Impero russo. La sua singolare stranezza sono precisamente quegli Spiriti del Passato che noi chiamiamo “sogni imperiali”, intrisi oltretutto dei gas del carburante di patate. Sogni, sogni… In ogni tempo la Russia ha ceduto alla tentazione di una vita dormiente, destandosi solo per brevi momenti per la volontà di congiurati, arruffapopolo o rivoluzionari. Le guerre hanno regalato alla gigantessa soltanto brevi fasi di insonnia, un prurito in certe parti del corpo che la faceva sobbalzare. Dopodiché si raggomitolava nella neve e si addormentava di nuovo. […] Amava, la gigantessa, deliziarsi di sogni dai colori accesi. Eppure la sua realtà era grigia: un cielo inclemente, neve, alternativamente fumo della patria e tormenta, il canto del postiglione che trasportava storione o decabristi… La Russia, a quanto pare, si è sempre svegliata di pessimo umore e col mal di testa. Mosca, dolorante, chiedeva a gran voce aspirina tedesca.

[…]

Arrivederci allora nel nostro teschio neoimperiale, pieno di nebbia cerebrale e oggettività anglosassone,

Yours,

Leo

(Vladimir Sorokin. Telluria, 2013; traduzione tedesca Kiepenhauer & Witsch 2015. Traduzione dell’estratto dalla traduzione tedesca, mia)

CAMBIAMENTI

Il padre di Daisuke aveva avuto un fratello maggiore. Si chiamava Naoki, aveva solo un anno più di lui, era di corporatura un po’ meno robusta, ma nei tratti del viso gli assomigliava talmente che le persone che non li conoscevano li prendevano per gemelli. […] L’incidente successe quando Naoki aveva diciott’anni, in autunno. I due fratelli erano stati incaricati di una commissione al tempio di Tōkakuji, all’esterno della cittadella. Tōkakuji era il tempio del clan, e i ragazzi dovevano consegnare una lettera a uno dei sacerdoti che vivevano lì, tal Sōsui, amico della famiglia. Era soltanto un invito a una partita di go e non richiedeva una risposta, ma Sōsui si era messo a parlare di varie cose, così si era fatto tardi e quando i due fratelli si accomiatarono, mancava un’ora al tramonto. Essendo un giorno di festa, per le strade c’era molta animazione. I due si affrettavano verso casa fendendo la folla, ma a una svolta si imbatterono in un certo Hōgiri, che abitava dall’altra parte del fiume. Hōgiri, con il quale non erano mai andati d’accordo, era visibilmente ubriaco, e dopo aver gridato loro degli insulti, sguainò la sciabola e senza preavviso aggredì il fratello maggiore, Naoki. Non potendo tirarsi indietro, pure Naoki diede di piglio alla spada e affrontò l’avversario, che aveva fama di essere un violento e, malgrado la sbornia, si rivelò molto pericoloso. Se nessun0 fosse intervenuto, Naoki avrebbe avuto la peggio. Allora, anche il fratello più giovane sfoderò la sua sciabola. E in due fecero a pezzi Hōgiri.

Il costume dell’epoca voleva che quando un samurai ne uccideva un altro dello stesso clan, dovesse fare seppuku. I due fratelli tornarono a casa decisi a compiere il terribile gesto. Il loro padre, da parte sua, aveva la ferma intenzione di posizionarli uno accanto all’altro e assisterli con il colpo di grazia. Però la madre era assente: in occasione della festa era andata a trovare dei conoscenti. Il padre, desiderando per un sentimento di compassione che i figli, prima di fare seppuku, la vedessero un’ultima volta, inviò subito qualcuno a chiamarla. In attesa del suo ritorno tenne ai ragazzi un discorso, e si occupò di preparare la stanza dove avrebbe avuto luogo la cerimonia.

La famiglia presso cui la madre si era recata in visita era quella di un lontano parente, Takagi, un uomo di potere, circostanza che si rivelò molto utile. Va aggiunto che erano tempi di grandi mutamenti, e il codice del samurai non aveva più il peso di una volta. Inoltre, la vittima era un giovane aggressivo dalla pessima reputazione. Così Takagi si precipitò a casa Nagai insieme alla madre dei due ragazzi e convinse il padre a non fare nulla finché non avesse ricevuto ordini ufficiali.

Dopodiché mise in atto la sua influenza. Per prima cosa riuscì ad indurre al perdono il primo vassallo del clan; poi, tramite costui, il signore feudale in persona. Il padre della vittima, sorprendentemente, era un uomo ragionevole che aveva sempre sofferto per la cattiva condotta del figlio, e quando fu chiaro che era stato lui ad attaccare briga, non protestò per il trattamento indulgente riservato ai due fratelli. Questi restarono chiusi in una stanza per un certo tempo, in segno di penitenza, poi lasciarono la casa senza dare nell’occhio.

Tre anni dopo Naoki fu ucciso a Kyoto da un rōnin. L’anno seguente iniziò l’era Meiji.

(Natsume Sōseki, E poi, titolo originale Sore kara, 1909, trad. Antonietta Pastore, Neri Pozza 2012)

L’era Meiji (1868-1912) mette fine all’epoca del Giappone feudale (periodo Edo) che per tre secoli e mezzo si era chiuso al resto del mondo, e in particolare all’Occidente, sotto lo shogunato Tokugawa. Con “restaurazione Meiji” si intende la restaurazione del potere imperiale “usurpato” dagli shōgun, ma il termine non indica affatto un ritorno al passato, bensì di fatto l’inizio della modernizzazione e occidentalizzazione del Giappone.

ARS POETICA (1)

Medito su come potrei trasformare in dipinto un simile stato d’animo. È però evidente che non diventerà un quadro usuale. Ciò che noi volgarmente chiamiamo dipinto è la semplice trasposizione colorata sulla seta di ciò che – uomini, oggetti o paesaggio – abbiamo davanti agli occhi, nella sua forma reale, oppure mediata dal nostro senso estetico. Si pensa che un dipinto assolva il suo compito se un fiore sembra un fiore, se l’acqua appare acqua e i personaggi si comportano come persone reali. Ma c’è chi sa elevarsi da questo livello e, unendo la propria sensibilità estetica alle immagini che percepisce, le anima goccia a goccia sulla tela. L’intento principale di un tale artista à imprimere all’Universo da lui concepito la propria particolare ispirazione: se il suo punto di vista non sgorga chiaramente in ogni pennellata, non giudicherà un capolavoro il suo dipinto. […]

In questi due generi d’artista vi può essere una differenza di soggettività o di obiettività, di profondità o di superficialità, ma entrambi hanno in comune una caratteristica: attendono un chiaro stimolo esterno per porre mano al pennello. Ma il soggetto che io vorrei dipingere non è altrettanto evidente. […] Le mie sensazioni non provengono dall’esterno, e anche se così fosse non sarebbero un determinato paesaggio nel mio orizzonte visivo, perciò non mi è possibile puntare un dito e indicare con chiarezza alla gente: «Ecco la fonte». C’è in me solo una sensazione. Come fare per esprimerla in un dipinto? No, il problema è come riuscire a materializzare, in modo che sia comprensibile, una sensazione così indistinta.

[…]

Dovrei dipingere in modo che, disposti i colori, le forme e l’atmosfera, io possa esclamare: «Ecco dov’era il mio cuore!» e riconoscervi immediatamente me stesso. Ecco come devo dipingere, in modo da provare le sensazioni di un padre che in cerca del figlio perduto vaga nei sessanta e più paesi, senza dimenticarlo né quando dorme né da sveglio, e, incontratolo un giorno fortuitamente a un incrocio, istintivamente grida: «Ah, eccoti!» Ma è difficile. […]

Depongo la matita e rifletto. Anzitutto è un errore pretendere di trasformare una sensazione così astratta in un dipinto. […]

Istantaneamente mi balena davanti agli occhi la parola ‘musica’. Ma certo, la musica è la voce della natura, nata in questi frangenti, sollecitata da queste necessità. Per la prima volta mi accorgo che la musica è qualcosa che va ascoltata e compresa; sfortunatamente ignoro tutto di essa.

Mi domando se non possa esprimermi in poesia, e mi avventuro in questa terza sfera. Mi sembra di ricordare che Lessing sostenesse che gli eventi la cui esistenza è condizionata dal corso del tempo sono l’essenza della poesia e stabilisse il principio fondamentale secondo cui poesia e pittura sarebbero differenti; da questo punto di vista la poesia non è assolutamente adatta a quei confini che tanto mi preme esprimere. Forse quando provo una sensazione di felicità esiste nel fondo del mio animo una qualche cognizione del tempo, ma non nel significato di eventi che debbano svilupparsi gradualmente seguendo un certo corso. Non sono felice perché l’uno si allontana, il secondo si avvicina, dilegua e nasce il terzo. Sono felice per un’atmosfera profondamente radicata in un determinato luogo fin dal principio; e dal momento che vi è radicata fin dal principio non c’è alcuna necessità, neppure decidendo di tradurre questa condizione in parole normali, di stabilire un ordine cronologico del mio materiale. Basterà che io disponga spazialmente la scena, come in un dipinto. Ma il problema è quali atmosfere paesaggistiche trasfuse in versi possano rappresentare questa vasta e indefinita condizione: se vi riuscissi sarebbe una vera poesia, nonostante le tesi di Lessing. Non m’importa di Omero e di Virgilio.

(Natsume Sōseki, Guanciale d’erba, traduzione di Lydia Origlia)

L’io narrante del romanzo di Sōseki dice che non gli importa di Omero e di Virgilio. Infatti è un pittore e un poeta lirico. Io però credo che sarebbe interessante scrivere un romanzo in quel modo. Almeno provarci.

D’UN POÈTE L’AUTRE. Angoli, pertugi, passaggi.

Lo Ulrichstein [Roccia di Ulrich] presso Hardt

L’altro giorno sono andata a sentire una lezione di Dario Borso a Bologna. Era invitato dalla docente di un corso sulla poesia tedesca del Novecento e avrebbe parlato di Trakl. Per Giometti&Antonello Dario Borso ha curato nel 2020 l’antologia Quaranta poesie di Georg Trakl. Poesie non scelte da lui però: sono le quaranta poesie – da qui il titolo – che Antonio Porta aveva individuato come affini e consonanti con la propria ricerca: fra inventario oggettivo dell’esistente e sensibilità per un suo alone luminoso, fra negatività e positività un sentiero verso la seconda, un passaggio alla luce (cfr. Dario Borso qui). La morte prematura, e l’insufficiente conoscenza del tedesco, non gli avevano permesso di darne la completa versione italiana.

L’introduzione di Borso all’antologia da lui curata, vasta e ricca di informazioni preziose, è un lavoro sull’affinità, sulla rete che collega un poeta a altri poeti: Trakl a Hölderlin o – passando per Rilke, Peter Szondi e Th. W. Adorno – Celan a Trakl, ma soprattutto al “sacro fratello” di entrambi, di nuovo lui, l’immenso: Hölderlin; da ultimo Antonio Porta a Trakl. L’idea di rete, affinità e filiazione è stata al centro della lezione bolognese. Vorrei ripercorrere qui, limitandomi per la verità all’esame di due poesie, una delle tracce: da Trakl a Hölderlin.

Nel 1913, il ventiseienne Georg Trakl pubblica la sua prima raccolta: Gedichte (Poesie). In essa troviamo la lirica Winkel am Wald, Angolo nel bosco:

Angolo nel bosco

                                             A Karl Minnich

Bruni castagni. Piano scivolano gli anziani
in più quieta sera; mollemente avvizziscono belle foglie.
Al cimitero il merlo scherza con il cugino morto,
Angela è accompagnata dal biondo istitutore.

Pure immagini della morte guardano da vetrate di chiesa;
ma uno sfondo sanguigno ha effetti molto tristi e cupi.
Il portale oggi è rimasto chiuso. La chiave l'ha il sacrista.
Nel giardino la sorella conversa amicale con spettri.

In vecchi crotti il vino matura in oro, in chiaro.
Dolce odore di mele. Gioia brilla non troppo distante.
Per tutta la sera bimbi odono fiabe con piacere;
a mite follia si mostra anche spesso l'oro, il vero.

Il blu affluisce colmo di resede; luce in stanze di candele.
Agli umili è bene apparecchiato il loro posto.
Giù per il margine del bosco scivola un solitario destino;
la notte appare, angelo del riposo, sulla soglia.

(Traduzione di Dario Borso)                     
Winkel am Wald

                                              An Karl Minnich

Braune Kastanien. Leise gleiten die alten Leute
In stilleren Abend; weich verwelken schöne Blätter.
Am Friedhof scherzt die Amsel mit dem toten Vetter,
Angelen gibt der blonde Lehrer das Geleite.

Des Todes reine Bilder schaun von Kirchenfenstern;
Doch wirkt ein blutiger Grund sehr trauervoll und dūster.
Das Tor blieb heut verschlossen. Den Schlussel hat der Kūster.
Im Garten spricht die Schwester freundlich mit Gespenstern.

In alten Kellern reift der Wein ins Goldne, Klare.
Sūß duften Äpfel. Freude glänzt nicht allzu ferne.
Den langen Abend hören Kinder Märchen gerne;
Auch zeigt sich sanftem Wahnsinn oft das Goldne,Wahre.

Das Blau fließt voll Reseden; in Zimmern Kerzenhelle.
Bescheidenen ist ihre Stätte wohl bereitet.
Den Saum des Walds hinab ein einsam Schicksal gleitet;
Die Nacht erscheint, der Ruhe Engel, auf der Schwelle.
                                       

Non poteva sfuggire agli studiosi che il titolo allude – anzi in un certo senso risponde, a più di un secolo di distanza, a un altro angolo di un altro bosco. Nel Taccuino per l’anno 18o5 dell’editore Friedrich Wilmans, Hölderlin pubblicò nove Canti Notturni, l’ultimo dei quali ha per titolo Der Winkel von Hardt, L’Angolo (ma sarebbe forse più corretto tradurre Il Pertugio, o Il Nascondiglio) di Hardt. I Canti notturni risultarono piuttosto enigmatici ai lettori dell’epoca e suscitarono qualche sarcasmo. Si vide poi che il sarcasmo era fuori luogo, ma la difficoltà è innegabile. In particolare il nostro Angolo di Hardt, una lirica di nove versi, sprigiona comunque un fascino oscuro, ma è di fatto incomprensibile se non si dispone di precise informazioni afferenti alla storia e alla leggenda. Questo per esortare il lettore a continuare la lettura anche se avesse l’impressione di non capire nulla: sarà tutto spiegato per filo e per segno.

L'Angolo di Hardt

Giù cala la selva,
e simili a bocciòli pendono 
in sé curve le foglie, a cui
in basso un suolo fiorisce
non muto del tutto.
Lì infatti Ulrich
passò; spesso medita, sopra l'orma,
un grande destino 
pronto, in luogo residuo.

(Traduzione mia)
Der Winkel von Hardt

Hinunter sinket der Wald,
Und Knospen ähnlich, hängen
Einwärts die Blätter, denen
Blüht unten auf ein Grund,
Nicht gar unmündig.
Da nämlich ist Ulrich
Gegangen; oft sinnt, über den Fußtritt,
Ein groß Schicksal
Bereit, an übrigem Orte.

Cominciamo dai nomi propri: Hardt. Hardt è un piccolo centro nel Württemberg, molto vicino alla cittadina di Nürtingen, a cui è stato poi amministrativamente annesso. Ma Nürtingen è il luogo in cui Hölderlin trascorse infanzia e prima adolescenza, a Nürtingen è la casa della madre, patria in senso stretto a cui il poeta farà costantemente ritorno al termine di peregrinazioni sempre interrotte. Hölderlin parla di luoghi che conosce bene. Conosce in particolare, nel bosco di Hardt, la Roccia di Ulrich, un masso di arenaria alto circa quattro metri con una spaccatura al centro: un pertugio, un nascondiglio.

Ulrich. Il qui nominato Ulrich è Ulrich del Württemberg (1487-1550), terzo duca di quello stato, che governò così male da esserne finalmente cacciato nel 1519. Se dico, per brevità, che governò “male”, intendo due cose, di cui una è senz’altro cattiva, mentre la valutazione dell’altra dipende dai punti di vista. La cosa cattiva è che, diciamo in politica interna, fu prepotente, iracondo, violento, megalomane, dispendioso, e che per soddisfare le smanie di lusso e di grandezza taglieggiò i sudditi con tasse spropositate. In politica estera – e qui il giudizio è invece, come dicevo, opinabile – tentò sempre di smarcarsi dall’Impero, dal quale il suo stato era giuridicamente dipendente; accettò assai di malavoglia il matrimonio con una rampolla degli Asburgo e, bandito in seguito a una sentenza del tribunale imperiale, si appoggiò alla Riforma per recuperare titolo e stato. Ricordo qui, per coloro i cui anni liceali appartengono a un lontano passato, che i principi tedeschi riformati si riformarono essenzialmente per potersi smarcare, o se si preferisce emancipare, dall’Impero degli Asburgo che, essendo Sacro e Romano, doveva per forza essere cattolico. Quanto al nostro Ulrich, per tornare alla pristina condizione di potere, durante la guerra dei contadini (1525) si alleò con questi, cioè precisamente con lo stato che da duca aveva allegramente oppresso e taglieggiato. Il recupero del Württemberg gli riuscì però soltanto nel 1534, grazie all’appoggio del landgravio Filippo I dell’Assia col quale si era alleato contro l’imperatore. Il reinsediamento di Ulrich significò l’immediato passaggio del Württemberg alla religione riformata e l’uscita dalla zona di influenza diretta degli Asburgo e dunque del cattolicesimo. In questo senso, si immagina, Ulrich rappresenta per Hölderlin un personaggio positivo, o almeno un uomo del destino. Lasciamo ora la storia per passare alla leggenda, secondo la quale nel 1519 il duca, bandito dall’Impero e inseguito dai nemici (il bando, die Acht, privava il bandito di ogni tutela giuridica, per cui, in parole povere, poteva essere tranquillamente ammazzato da chiunque), era riuscito a sfuggire nascondendosi nella cavità del masso roccioso presso Hardt che da allora porta il suo nome. Si dice che nell’arenaria sia rimasta impressa l’orma del suo piede.

Ora che abbiamo tutte le informazioni necessarie occupiamoci della lirica. È una poesia di nove versi: i primi quattro presentano un paesaggio, gli ultimi quattro spiegano (“infatti“), con ricorso alla storia e alla leggenda, qualcosa che è stato detto nel quinto verso, centrale; quest’ultimo costituisce la cerniera fra le due parti: natura vs storia, senso superficiale (dicibilità del paesaggio) vs senso nascosto nella dimensione del profondo; bosco e foglie da una parte, destino (collettivo) dall’altra; del quale possiamo parlare perché in quel punto (““) le due dimensioni si sono incrociate, nel senso che il luogo (quel punto della superficie terrestre, quella piega del paesaggio) ha reso possibile il manifestarsi di un destino che non è tanto quello di Ulrich quanto, attraverso Ulrich, il destino del Württemberg – il quale a sua volta prefigura per Hölderlin un destino, ancora tutto da compiersi, della nazione tedesca. Nel verso-cerniera (“un suolo […] / non muto del tutto“) si dice infatti che in quel luogo la natura non è chiusa in se stessa e indifferente, ma vi risuona l’eco, parlante, di un umano destino – dove ‘umano’ è pleonastico poiché solo nell’ambito dell’umano può esservi destino, e il destino e l’umano sono legati alla lingua, alla parola e al senso. La traccia del passaggio di Ulrich – l’orma rimasta nella roccia – lega il destino a una meditazione sulla traccia e su se stesso. Il destino è al contempo soggetto e oggetto della meditazione: come soggetto, non può non continuare a riflettere sull’orma che ha impresso; come oggetto della nostra riflessione, sebbene non ne residui che il luogo come qualcosa di lasciato indietro, di attualmente deserto, l’orma – il suolo “non muto” – ci assicura che un grande destino è “pronto” a mostrarsi pur in luogo orfano. Ambiguamente però, è proprio su questo, sull’übriger Ort, che si chiude la lirica.

Il destino, nel senso di una speranza disperante, è il tema generale dei nove Canti notturni. Capisco che a noi, italiani e cattolici, che quand’anche avessimo avuto un destino non ce ne saremmo neppure accorti, questo parlare accorato del destino di una nazione suoni un po’ strano; e in considerazione del fatto che fra Otto- e Novecento Hölderlin è stato preso in ostaggio prima dal George-Kreis, e poi dal nazi-corifeo Heidegger, capisco anche che l’accento sul destino della nazione tedesca possa suonare ominoso; ma Hölderlin non ha colpa di ciò che della sua poesia si è fatto in tempi bui. Vale la pena invece indagare cosa intendeva per destino e perché questo tema è così centrale nella sua poesia.

Il XVIII secolo e il passaggio al XIX sono in Europa un periodo di grande crisi. La Rivoluzione Francese sembra offrire una soluzione al modo che fece Alessandro col nodo di Gordio, e non solo metaforicamente. Ma con il Terrore prima e le invasioni napoleoniche poi, la Francia delude: non è nello spirito francese che si manifesterà il nuovo destino dell’Occidente. Contemporaneamente si assiste in Germania, in ambito non politico ma intellettuale o, se vogliamo usare un termine desueto, spirituale, a qualcosa di mai visto prima: nella storia occidentale, ciò che accade in Germania fra Kant e Hegel, fra Goethe e i romantici può essere paragonato soltanto all’Atene di Pericle e al Rinascimento italiano; nemmeno il Grand Siècle francese, normato e compassato, può competere. Lo spirito tedesco sembra un buon candidato ad esprimere il Destino – vale a dire la nuova identità e missione – dell’Occidente. Però c’è un però: le strutture collettive, politiche, non seguono, anzi sono più che mai rigide; il quotidiano della vita si arrabatta, invariato, fra le stesse miserie; giustizia e uguaglianza latitano; ciò che dovrebbe guidare la rinascita del popolo non si manifesta; l’elemento frenante, filisteo – reazionario diremmo noi – è ancora il più forte; di questo Hölderlin è acutamente consapevole e in qualche modo presago degli sviluppi: non diversamente che in Italia, anche in Germania come risultato delle lotte e delle rivoluzioni del XIX secolo emergerà che al raggiungimento dell’unità nazionale sarà stato sacrificato l’ideale egualitario e la tensione alla democrazia. Il Destino della nazione tedesca sarà un destino mancato.

Possiamo ora chiederci in che misura, un secolo più tardi, l’angolo di Trakl “risponda” a quello di Hölderlin, che ne sia del destino e della speranza disperante che Hölderlin si portò, salvandola, nella follia.

Come la lirica hölderliniana, anche le quattro quartine dell’Angolo al bosco mostrano una bipartizione: nelle prime due prevale un senso autunnale di disfacimento, più serenamente malinconico che tragico: le belle foglie avvizziscono mollemente, gli anziani scivolano in più quieta sera, e se la visione del cimitero è in qualche modo sdrammatizzata dal merlo che scherza col cugino morto, lo “sfondo sanguigno” (così traduce Borso, con riferimento alle vetrate di chiesa del verso precedente; ma la parola tedesca, Grund, è la stessa che in Hölderlin indica il terreno, il suolo, che nella sua poesia invece fiorisce nonostante l’autunno) ha effetti molto tristi e cupi. In queste prime due quartine Trakl reperisce fenomeni che afferiscono a una situazione di autunnale disfacimento, di incerto limite vita-morte, e li elenca, li allinea paratatticamente con una (quasi) indifferente oggettività. Non sono però gli unici, e il poeta non si ferma lì: le due quartine seguenti sono un pullulare di splendore e termini positivi: oro, dolce, profumare, gioia, brillare, piacere, ecc., la tonalità dominante è quella dell’oro e della luce calda della fiamma, la notte non è, hölderlinianamente, il gelo in cui “si artigliano uragani” (cfr. qui), ma, con immagine a dir la verità un po’ fastidiosamente crepuscolare, l’angelo del riposo. L’oro e la luce non vengono, però, dallo sguardo: anche qui il poeta mantiene la sua postura di oggettività; oro e luce sono nelle cose. Ciò significa però che il destino come finalità positiva ha abbandonato il soggetto – individuale o collettivo – e si è trasferito nelle cose; sono esse ora, molto più umilmente, ad avere un destino – “un dono che viene da se stesso“, per citare l’Antonio Porta di Airone – ed è per questo che “agli umili è ben apparecchiato il loro posto“; ben apparecchiato non certo da uno Spirito nazionalmente inverato, ma dall’umiltà degli oggetti che ad essi, gli umili, risplendono del loro senso.

Il destino come finalità positiva, si diceva, ha abbandonato il soggetto, individuale o collettivo: e come potrebbe, in questo anno 1913, con le catastrofi e i massacri che si preparano in Europa (non diversamente, parrebbe, da quanto accade in questo anno 2022), un destino come missione positiva risiedere ancora nel soggetto? Cosa residua, di questo destino soggettivo? Un omaggio a Hölderlin: “Giù per il margine del bosco scivola un solitario destino”. Così Trakl saluta il “sacro fratello” e così noi lo salutiamo con lui: un solitario, grandioso destino che a dispetto dell’orma non si compie, ma scivola giù lungo il margine del bosco.

ISHIBASHI

Disegno di Ann Cotten per il suo racconto “Ishibashi”, da: A.C., “Lyophilia”, Suhrkamp 2019

‘Ishibashi’ è una parola giapponese che significa ‘ponte di pietra’. È composto da ‘ishi’ che vuol dire pietra e ‘hashi’ che vuol dire ponte. Mi dicono che è anche un cognome piuttosto diffuso. Comunque esiste un proverbio che dice: “Prima di attraversare un ponte di pietra, saggiane col piede la solidità”. Il disegno rappresenta la sezione trasversale di una nave, con indicazioni di baricentro e metacentro. Cosa c’entri col racconto non l’ho capito. Ma magari qualcuno più acuto di me (e più versato in fisica) lo capirà. Buona lettura.

ISHIBASHI

La lingua dell’Intelligenza Extraterrestre, come la chiameremmo noi, è piena di giochi di parole, come li chiameremmo noi. Gli effetti sono, diremmo, fatali, ma questo sembra non disturbare gli Extraterrestri, anzi, essi sono fatti di questa fatalità, che per loro è sinonimo di destino, o omonimo, che non è la stessa cosa ma è espresso dallo stesso segno, e perciò è cosa che deve essere continuamente discussa.

Quando decisero di colonizzare la Terra, cioè diciamo di utilizzarci come forma di comunicazione (allo stesso modo che noi, per dire, parliamo del «linguaggio dei fiori»? No, siamo piuttosto, noi e quello che chiamiamo «senso», il loro inchiostro, la loro langue, o il loro computer), noi cominciammo a parlare. Quali che fossero le percezioni che avevamo avuto prima, nello specchio dell’essere degli Extraterrestri il loro intreccio cominciò a dispiegarsi e prendere forma in un sistema manifesto, in altre parole a lavorare come lingua, IN QUALITÀ di lingua.

Gli Extraterrestri, dicevamo, che nei nostri confronti hanno scelto la forma 宇宙人a, raccontano fra loro diversi aneddoti sull’alba della colonizzazione. Uno di questi dice così:

Come dobbiamo raccontarlo?[1]

Quando si disse che veniamo al mondo nella forma di «Ishi», alcuni lo interpretarono come «pietra» e si espressero in forma di manufatti di pietra. Furono, dei due, piuttosto i pensatorib di lunga durata. Gli altri preferirono interpretarlo nel senso di «volontà»c e da quel momento si sono furiosamente sbizzarriti in miliardi di scaramucce e altre attività, della specie umana in particolare. Se si guarda a loro, la Terra assomiglia un po’ al giardino dello zio di Tristram Shandyd. E una piccola frazione si è capricciosamente fissata sulla lettura «Easy»e e offre voli a basso costo e altri servizi che lubrificano determinate reti.

Teniamo presente che già la forma dell’aneddoto o saga è un’attività di automimetismo. Ghirigoro, una figura frequente dello sviluppo di questo sistema – sviluppo che necessariamente si perde nella sabbia, dunque va storto (frattale: quindi sia che cresca sia che si interrompa in ogni caso si perde); un sistema che, come qualcosa che in seguito all’evoluzione rimane fermo in un punto, è truccato su una continua collisione con se stesso.

(Traduzione mia)

Notre della traduttrice:

a: uchūjin, extraterrestre

b: Nei casi in cui il genere non sia specificamente maschile o femminile, Cotten usa il cosiddetto gendering polacco, che consiste nell’inserire come suffisso, random, tutte le lettere che formerebbero la desinenza maschile o femminile. In italiano uscirebbe qualcosa come ‘pensatorici’, o ‘pensaritoci’, o qualcosa del genere, a piacere. Ma visto che l’italiano distingue fra il maschile e il femminile anche nell’articolo plurale, negli aggettivi predicativi, participi passati ecc., la cosa diventava troppo complicata e ho lasciato perdere.

c: ‘ishi’, stesso suono, ma con ideogramma diverso, significa ‘volontà’.

d: nel suo giardino, lo zio Toby costruisce fedeli modelli di fortificazioni europee, che danneggia o modifica fedelmente secondo gli sviluppi delle guerre in corso.

e: il collegamento è l’analogia fonetica fra ‘ishi’ e ‘easy’. Lo dico perché subito io non ci ero arrivata.


[1] La classica formula di inizio degli aneddoti degli Extraterrestri. (Nota dell’autrice)

In questo brevissimo racconto che apre la recente raccolta Lyophilia (2019) Ann Cotten fissa i trascendentali della sua poetica. Il fondamento individuato è la lingua. (Se ne possono individuare altri? Volendo, certo. Lei individua quello). Risulta che noi, che ingenuamente crediamo di avere una lingua, siamo in realtà noi stessi la lingua di qualcun altro: degli Extraterrestri. Extraterrestri: figura per una razionalità superiore. Il termine in sé è relativamente casuale (“… che nei nostri confronti hanno scelto la forma 宇宙人“), e la scelta, da parte di Cotten, di renderlo in ideogrammi sottolinea l’idea di un significato autonomo, in certo modo scollegato da una controparte fonetica (uno stesso ideogramma può essere letto in modi diversi), un signifié senza signifiant. A monte di Saussure, che studia il segno linguistico prodotto da noi, noi stessi siamo il segno (“noi e quello che chiamiamo «senso»“) di una lingua che ci ingloba e trascende: che è il nostro trascendentale. Ciò che caratterizza questa lingua, inoltre, non è la denotazione, il momento ostensivo, l’indicare univocamente la cosa, ma l’aspetto analogico, ambiguo, che è alla base del gioco di parole e del motto di spirito.

Un sistema truccato su una continua collisione con se stesso. “La forma dell’aneddoto o saga“, dice Cotten, “è un’attività di automimetismo“: le narrazioni che mirano a spiegare sono in realtà automimetiche, cioè servono a nascondere precisamente il fenomeno che pretendono di palesare. La lingua e produzione inconscia di senso (siamo la langue degli Extraterrestri), ultimo portato dell’evoluzione, non può uscire dai propri moduli, dalle “formule” e dai “ghirigori”, che hanno necessariamente andamento frattale e non possono che collidere con se stessi.

QUEL MASCHILISTA DI ARNO SCHMIDT

Negli Stabilimenti Greiff Schmidt conobbe Alice Murawski, di due anni più giovane, e la sposò il 21 agosto 1937. Il rapporto fra i coniugi era di tipo patriarcale come quello dei genitori di Schmidt. In una lettera a Jerowsky, Schmidt lo descrive come "un amore verticale perfettamente ideale (la mia specialità! Purtroppo!)". Schmidt proibì alla moglie di continuare a lavorare, come lei avrebbe desiderato. Pretese invece che, oltre a sbrigate le faccende domestiche, si trasformasse in assistente e segretaria per i suoi progetti letterari. […]
I diari di Alice Schmidt risalenti alla metà degli anni '50, le cui qualità letterarie furono scoperte tardi, sono usciti a cura di Susanne Fischer.
(Dalla voce 'Arno Schmidt' di Wikipedia deutsch)

Allo stesso tempo [le annotazioni di Alice] mostrano come questo Pigmalione si preoccupasse che la sua metà, plasmata secondo l'ideale della consorte di uno scrittore, restasse ben ancorata a terra: «A. mi tarpa di nuovo le ali».
«Così avresti oliato per bene il Blut und Boden dei nazisti» le distrugge nel 1955 un primo racconto breve. 
(Ulrich Baron, recensione del Diario 1955 di Alice Schmidt a cura di Susanne Fischer, qui). 

Non so se il racconto breve di Alice Schmidt sia conservato e se meriti la critica del marito. Di sicuro c’è che il comportamento pesantemente nazista è il suo, di Arno: il suo considerare la donna, al di fuori dell’ambito sessuale (l’unico rilevante nella sua produzione letteraria), un aiuto dell’uomo, una stampella su cui appoggiarsi fin dall’inizio, un essere privo di scopi e volontà proprie la cui esistenza ha l’unico senso di agevolare quella del maschio. Naturalmente si è scelto la donna giusta:

Nel luglio 1955 [Alice] registra un’insperata magnanimità: «Arno è così caro, non devo cucinare il pranzo.»” (Ulrich Baron, v. sopra)

Ma chi è Arno Schmidt, e com’è che mi viene in mente di parlarne? Arno Schmidt (Amburgo 1914 – Celle 1979) è stato un importante scrittore tedesco-occidentale del secondo dopoguerra. Uso l’aggettivo “importante” perché mi sembra il più adatto ad approcciare la questione. Parecchio discusso in vita, fra accesi entusiasmi e accuse di ciarlataneria, è prevalso man mano l’uso di qualificarlo “grande” – quando non “grandissimo” – senza che siano del tutto scomparse le voci nettamente critiche. L’esordio è nel 1949, col racconto Leviatano, seguito da altri racconti, romanzi brevi, romanzi più corposi, fino all’opus magnum del 1970: Zettel’s Traum (Il sogno di Zettel, non ancora tradotto, mi chiedo se mai lo sarà), milletrecento e passa pagine nell’edizione originale, riproduzione formato A3 del dattiloscritto dell’autore, su più colonne, con annotazioni autografe ecc., per un totale di otto chili di carta stampata. Soltanto nel 2010 Suhrkamp pubblicherà un’edizione composta da un tipografo (cioè non simil-dattiloscritta e/o manoscritta), ora fuori commercio. Il tipografo ci lavorò diversi anni. Per dire.

Schmidt viene volentieri accostato a Joyce – senza considerare, francamente, che Joyce appartiene alla prima metà del secolo e Schmidt alla seconda, il che insinua almeno il dubbio di un certo anacronismo. Io però sono tutto fuorché un’esperta di Arno Schmidt, avendo letto soltanto quattro o cinque dei suoi primi racconti o romanzi brevi. Da giovane mi irritò il pessimismo integrale di Specchi neri (1951) e da vecchia mi irrita, di piccoli capolavori quali Leviatano (1949), I profughi (1953), Paesaggio lacustre con Pocahontas (1955), lo sperimentalismo già sperimentato. I testi di Schmidt non sono di facile lettura. Gli era chiaro che dopo la guerra non si poteva semplicemente narrare come prima (e già prima…); ma le sue soluzioni a mio parere non offrono, a fronte della fatica della lettura, nulla di nuovo, nessuna percezione della realtà sostanzialmente diversa da quelle già elaborate dalla cultura tedesca ed europea prima dell’involuzione nazista. Ad esempio nei Profughi e in Pocahontas, racconti incentrati, pur nella grande diversità delle situazioni, su un rapporto di coppia in una situazione di viaggio o di vacanza, io ritrovo molto del tono generale del Castello di Rheinsberg di Tucholsky (vedi, su questo blog, qui, idillio n° 2). Ma Il castello di Rheinsberg è del 1912.

Se non sono un’esperta e nemmeno un’ammiratrice incondizionata, perché ho tirato fuori Arno Schmidt? C’è stata recentemente, su Poliscritture, un’accesa discussione a partire da un articolo di Dario Borso (scaricabile qui il saggio completo) – lui sì grande esperto, traduttore e imprescindibile commentatore di A.S. – che conduce una serrata polemica contro il defunto germanista Cesare Cases a proposito di una recensione su Schmidt pubblicata nel 1954. A cold case se mai ce ne furono, ma che per quanto cold ha parecchio scaldato gli animi. Sulla discussione preferirei sorvolare, tanto più che ne emerge soltanto, bipartisan, ciò che Paul Simon cantava già nel lontano 1969:

Still, a man hears what he wants to hear
And disregards the rest

(Paul Simon, The Boxer, 1969)

ragion per cui sono molto scettica sul senso delle discussioni, soprattutto quando le parti in causa sono ferme su convinzioni di partenza che, precisamente, non tollerano di essere messe in discussione. Mi hanno colpito invece, mentre cercavo informazioni, gli sgradevoli lati maschilisti di Arno Schmidt. Certo, non tracceremo corrispondenze esatte fra il cosiddetto “io empirico” dell’autore e la sua opera; tuttavia è l’io empirico che, materialmente, scrive l’opera, e qualche traccia, qualche muro portante o transenna o paratia trasfigurata in eterna struttura deve essersi per forza depositata. Mi è venuto in mente che ben prima di scoprire i lati schiavisti di A.S. c’erano state nei suoi testi cose che non mi quadravano.

Non riassumerò la biografia di A.S., volendo si può consultare Wikipedia. Vorrei solo sottolineare come, a partire dagli ultimissimi mesi di guerra (durante i quali Schmidt, approfittando di un congedo dalla Wehrmacht, organizzò la fuga della moglie dalla Slesia, su cui incombeva l’avanzata dell’Armata Rossa, verso la Bassa Sassonia) fino all’inizio degli anni ’60 e oltre, la vita della coppia sia stata molto dura. Arno aveva deciso di vivere da “libero scrittore”, come si dice in tedesco, e rimase fedele alla decisione. Si sa però che vivere da libero scrittore difficilmente riempie la pancia, soprattutto quando si rifiuta qualsiasi compromesso non solo con la società borghese ma anche con l’establishment culturale che potrebbe offrire una piccola nicchia protetta; e soprattutto quando alla moglie si proibisce di lavorare. [Diversamente il nostro Antonio Moresco, che con Schmidt qualche punto in comune ce l’ha, fra cui l’inettitudine al lavoro non letterario e la passione per gli Zettel: le centinaia o migliaia di foglietti su cui sono annotati gli infinitesimi mattoncini che comporranno l’opera. Alla moglie, Moresco “permise” però di lavorare e mandare avanti la baracca]. Schmidt fu un duro e puro: la vita della coppia era consacrata alla (di lui) letteratura. Ma il conto non lo pagava solo lui.

Veniamo alla letteratura. Paesaggio lacustre con Pocahontas è un meraviglioso racconto del 1955. Il noto critico tedesco Marcel Reich-Ranicki, autore, nel 1967, di una sonora e dettagliatissima stroncatura del fenomeno Arno Schmidt, lo ha comunque inserito, assieme a I Profughi, nel suo canone della letteratura tedesca del dopoguerra; per Walter Kempowsky è “la più bella storia d’amore” di A.S.; Günter Grass dichiara che è il suo racconto preferito, ecc. Perfetto. Ma come comincia questa bellissima storia d’amore? Comincia che due amici, ex commilitoni, fanno una vacanza insieme sul Dümmer, un lago della Bassa Sassonia. Erich, vedovo senza alcuna intenzione di risposarsi, è mastro imbianchino, ha dei dipendenti, una bella impresa; non può vedere Adenauer, la CDU e l’opera di “normalizzazione” che essi portano avanti: colpo di spugna sul passato, riabilitazione e riassorbimento nell’amministrazione di politici e burocrati collusi col nazismo, facciamo finta che non sia successo niente e ric0minciamo dai valori cristiani che non sono mai venuti meno. Erich dice, confidenzialmente, che “di là”, nella Germania dell’Est, non si sta così male come vogliono farti credere all’ovest. Joachim, uno dei tanti alter ego dell’autore, è uno scrittore squattrinato: la sua quota per la pensione sul lago è generosamente offerta da Erich. I due sodali non sono nemmeno arrivati che sono già in caccia; l’intraprendente è Erich, che individua subito la preda in una coppia di amiche; Joachim va piuttosto al traino ma non si tira indietro, ad esempio quando si tratta di dare un falso nome sul registro della pensione:

«Nomi falsi?? - : Eh ben! Metti caso che ne ingravidi una! E i documenti qua non te li chiede nessuno.»

Insomma, politicamente saranno pure progressisti, ma in altri ambiti li trovo fastidiosamente regressisti. E non per una questione di morale: la “preda”, in fondo, non chiede di meglio che essere predata, i dongiovanni vacanzieri non promettono nulla che non possano o non vogliano mantenere, nessun imbroglio, tutto chiaro fin dall’inizio. Non si tratta di morale ma di estetica: che squallido inizio per la più bella storia d’amore. Letteralmente: occhiata circolare per reperire e valutare la merce, e vai. Siamo sicuri che stiamo leggendo uno scrittore di avanguardia? Uno che va al fondo delle cose? A me fa l’impressione di un fondo un po’ stantio.

Si dirà che è, appunto, il realismo di Schmidt: Schmidt rifiuta gli abbellimenti e i decorativismi pseudoromantici e rappresenta le cose come sono. Si potrebbe controbattere che lo scrittore squattrinato del racconto alle “cose come stanno” – cioè all’atteggiamento padronale del maschio che stende la mano e prende possesso della femmina – aderisce senza difficoltà, né questo atteggiamento è mai messo in discussione – al massimo è oggetto, nella persona di Erich, di bonaria ironia. Ma vediamo la questione del realismo.

Delle due amiche, una è piccolina, rotonda, soda, volgarotta; l’altra, Selma, è definita “uno spaventapasseri”: un metro e ottanta, ossuta, naso aquilino, labbra inesistenti, profilo di irochese, seno non pervenuto. Erich lancia un’OPA sulla grassotta, a Joachim rimane la seconda scelta. In fin dei conti, dice Erich, il sottufficiale eri tu: sei quello che ha più coraggio. Sarà anche quello che ha più coraggio, ma esita. Poi però succede il miracolo: in canoa, sul lago, le due amiche hanno un piccolo incidente – niente di grave – e Selma appare a Joachim come torso emergente dall’acque, alghe nei capelli, foglie lacustri aderenti all’epidermide, dietro gli orecchi, come fiori, tenere piumette rosa salmone. Non è più la sgraziata spilungona, è una principessa indiana, è Pocahontas, è Ondina (non per niente Schmidt lavora a una biografia di La Motte-Fouqué), è una ninfa delle acque, è lo Spirito del luogo, un’incarnazione della Natura infinitamente al di là delle umane categorie di bello e brutto. E scoppia l’amore – per nulla ideale, anzi molto concreto, che infatti varrà all’autore e al suo editore Alfred Andersch una denuncia per oltraggio alla morale, alla religione e a qualche altro pilastro della società adenaueriana. Ma oggetto dell’amore non è Selma-Selma, bensì Selma-Pocahontas, Selma-Ondina; tant’è vero che trascorsi gli ultimi, pochi giorni di vacanza, Selma-Selma si imbarcherà lacrimante sull’autobus che la riconsegna alla ditta tessile di Osnabrück, alla routine di impiegata, e al suo destino senza luce.

Poi, figuriamoci, Arno/Joachim, come gli altri suoi avatar, è molto galante, molto ben disposto e anche magnanimo nei confronti di queste bizzarre creature, questi spiriti della natura eterei e imprevedibili, fondamentalmente eterogenei rispetto ai maschi, che sono le donne suscettibili di diventare sue compagne. Si può affermare senza tema di essere smentiti che le tratta quasi come esseri umani.

I profughi racconta il viaggio in treno nell’inverno 1950, con bagagli e masserizie, dalla Bassa Sassonia alla Renania-Palatinato di un gruppo di quei (milioni di) tedeschi dell’est, fuggiti davanti all’Armata Rossa o cacciati poi dai Sudeti e altri territori variamente inglobati da Russia, Polonia e Cecoslovacchia, che si erano dapprima provvisoriamente stanziati soprattutto nello Schleswig-Holstein e in Bassa Sassonia e che si cercava di “smistare” verso regioni più occidentali. Già alla partenza l’io narrante, di cui non ci viene detto il nome, fa la conoscenza di Katrin, pimpante vedova di guerra. Giunti dopo un paio di giorni alla meta – un paesino della Renania-Palatinato – si spacciano per fidanzati (lo status di fidanzati ha o aveva in Germania maggiore ufficialità che in Italia) e si insediano con i libri (di lui), i mobili (di lei) e un gatto (del luogo) in una mansarda. Nonostante i disagi e le difficoltà si approda all’idillio. Un idillio completo: Katrin sa battere a macchina – professionalmente, con dieci dita:

«Senti, io adesso mi esercito ogni giorno, - E poi potrai dettarmi tutto» concluse solenne e tempestosa.

Formattata a tempo di record.