DUE AFORISMI DI GEORG TRAKL

Di Georg Trakl, poeta austriaco nato a Salisburgo nel 1887 e morto nel 1914 a Cracovia di un’overdose, probabilmente intenzionale, di cocaina, si conoscono due aforismi. Il primo non è particolarmente originale – per quanto esprima, al modo dell’aforisma, il carattere necessario di una verità parziale. Dice:

Nur dem, der das Glūck verachtet, wird Erkenntnis. 
Soltanto chi disprezza la felicità giunge alla conoscenza.

Ma forse è meglio tradurre:

La conoscenza si fa [o: ha luogo] soltanto in chi disprezza la felicità.

O anche (più preciso):

Soltanto a chi disprezza la felicità tocca [in sorte] la conoscenza. 

Trovo però più interessante, anche perché più articolato, il secondo:

Gefūhl in den Augenblicken totenähnlichen Seins: Alle Menschen sind der Liebe wert. Erwachend fūhlst du die Bitternis der Welt; darin ist alle deine ungelöste Schuld; dein Gedicht eine unvollkommene Sūhne.
Quello che si sente nei momenti in cui l'essere è simile alla morte: tutti gli uomini sono degni di amore. Risvegliandoti percepisci l'amarezza del mondo; dentro c'è tutta la tua colpa non riscattata; la tua poesia un'espiazione imperfetta.

Secondo me è un aforisma perfetto, nel senso che la verità che rivela non ha nulla di parziale.

Che tutti gli uomini siano degni d’amore – la verità di questa affermazione così controintuitiva, così francamente opposta, a essere sinceri, all’esperienza di ciascuno, e che tuttavia la religione o il luogo comune, o la religione come luogo comune, vogliono farci passare per ovvia e lampante – la verità di questa affermazione, ci dice l’aforisma, ci appare evidente, anzi la percepiamo come qualcosa che è, e che essendo e essendo direttamente percepita non ha bisogno di essere (malamente) predicata, soltanto in momenti molto particolari. Momenti in cui la qualità del nostro essere sembra virare nel suo opposto, nel senso che in quegli istanti esso somiglia alla morte. Momenti limite, stati limite. A cosa di preciso faccia riferimento Trakl non sappiamo; possibile che il consumo abituale di droga c’entri per qualcosa. In ogni caso questo non ci interessa: comunque siano raggiunti, noi abbiamo qui degli stati simili all’annullamento, alla cancellazione dei tratti individuali, in cui sentiamo che ‘tutti gli uomini sono degni di amore’, in cui il nostro sentimento è precisamente quello. Risvegliandoci però da questi stati, recuperando una modalità di essere non più simile alla morte, recuperando i nostri abituali tratti individuali, ci troviamo immersi nell’amarezza del mondo. Si direbbe che l’amarezza del mondo faccia tutt’uno con l’individuazione che ci fa vivere e ci distacca da un fondo umano confuso e indistintamente degno di amore. E che a sua volta l’individuazione sia sempre legata a una colpa, sia anzi questa colpa stessa: debito mai saldato e probabilmente insanabile. Perché con che cosa lo salderemmo? Biblicamente, lo sappiamo: col lavoro. Ma il lavoro non basterà mai. Come potrebbe, se anche il lavoro più radicale, rigoroso, demiurgico – il lavoro del poeta – non è che un’espiazione imperfetta?

Dove mi trovo d’accordo con Nietzsche

Io sono molto solidale con i deboli. Con i veramente deboli. Credo che debbano essere protetti (se si può. Non sempre si può), amati, ammirati. Che davanti a loro ci si debba inchinare; anche se non sempre riesco a farlo.

Non so quanto cuore ho, forse poco. Ma di quello che ho, la grossa parte è per i deboli.

Non però per i deboli che vogliono fare i forti. Non per i deboli che scavalcano la barriera, raccolgono in giro penne di pavone e si travestono da forti. E guai a chi si azzarda a toccargliele, le penne di pavone.

Nel caso di questi deboli, dei deboli che vogliono fare i forti, sono perfettamente d’accordo con Nietzsche: vanno pestati. Fin ca g’n’è un toc, come si diceva.

I VIZI CAPITALI 4. LA SUPERBIA

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Venezia, Palazzo Ducale, Foto di Giovanni Dall’Orto, 2008

 

Ubermuot diu alte

diu rîtet mit gewalte,

untrewe leitet ir den vanen.

girischeit diu scehet dane

ze scaden den armen weisen.

diu lant diu stânt wol allîche en vreise.

 

L’antica Superbia

cavalca a capo dell’esercito,

l’Infedeltà porta il suo vessillo.

L’Avidità si dà allora alla rapina

a danno dei poveri orfani.

Le terre sono tutte nel terrore.

 

Non è chiaro se questi versi medio alto-tedeschi di anonimo del XII secolo, forse un frammento, rappresentino un’allegoria degli effetti devastanti della Superbia in campo morale, o se siano invece da intendere in senso letterale come rappresentazione (con personificazioni) delle conseguenze militari e politiche della Superbia nei governanti.

Il capitello del Palazzo Ducale di Venezia riportato sopra è l’unica iconografia che ho trovato della Superbia in vesti militari (con l’elmo cornuto di Satana). Credo di capire che sia una copia ottocentesca: l’originale, rimosso perché fragile o deteriorato, si trova ora nel Museo dell’Opera, all’interno dello stesso Palazzo Ducale. Qui sotto inserisco anche la foto della stessa allegoria in un altro capitello “originale” (alcuni soggetti sono “doppi”):

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Venezia,  Palazzo Ducale, Foto di Giovanni Dall’Orto, 2008

La didascalia è la stessa in entrambi: superbia preesse volo, voglio essere a capo, quindi voglio governare, voglio comandare (ma letteralmente voglio essere davanti). Anche l’anonimo scultore del XV secolo sembra aver dato un’interpretazione politico-militare della Superbia.

L’interessante della breve poesia tedesca è però il primo verso: Ubermuot diu alte, l’antica Superbia. Perché “antica”? Perché la superbia è il primo peccato, il più antico, il peccato dei peccati, l’origine di tutti gli altri: initium omnis peccati est superbia, dice, nella traduzione di San Girolamo, l’Ecclesiastico (10,15); che da quando è diventato il Libro del Siracide rovescia i termini della questione: Principio della superbia è infatti il peccato (10,13), ma dal momento che il Medioevo dispone unicamente della Vulgata e non si interessa di filologia, si attiene saldamente alla prima versione: la superbia è il peccato originario, il peccato di Adamo, l’origine della caduta, e consiste nel presumere di giudicare da per sé (riguardo alla mela per esempio), invece di aderire ciecamente alla parola del Signore in quanto parola del Signore. È il peccato di Adamo ed era già stato, prima, il peccato di Lucifero: non essere d’accordo, avere da ridire, essere attaccati alla propria idea. Ostinarsi. Per il Medioevo la superbia è il peccato ideologico: il più grande dei peccati.

Nella Divina Commedia il superbo in questo senso non lo troviamo nella I Cornice del Purgatorio, dove sono i superbi confessi e pentiti, più propriamente i vanagloriosi, affetti in vita dalla forma più blanda e “mondana” del vizio, bensì nel VII Cerchio dell’Inferno, terzo girone: violenti contro Dio. È Capaneo, il bestemmiatore che, per quanto fuoco piova, non muta atteggiamento:

[…] «Qual io fui vivo, tal son morto.                            

Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui 
crucciato prese la folgore aguta 
onde l’ultimo dì percosso fui;                                          

o s’elli stanchi li altri a muta a muta 
in Mongibello a la focina negra, 
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,                     

sì com’el fece a la pugna di Flegra, 
e me saetti con tutta sua forza, 
non ne potrebbe aver vendetta allegra».  (XIV, 51-60)

Tanto che il buon Virgilio perde le staffe:

 Allora il duca mio parlò di forza 
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: 
«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza                      

la tua superbia, se’ tu più punito: 
nullo martiro, fuor che la tua rabbia, 
sarebbe al tuo furor dolor compito».   (XIV, 61-66)

“La tua superbia”. Il superbo si pone come l’antagonista di Dio; in questo senso egli è il più pericoloso per la comunità. Come dice il Siracide:

Principio della superbia  infatti è il peccato;

chi vi si abbandona diffonde intorno a sé l’abominio.

Per questo il Signore rende incredibili i suoi castighi

e lo flagella sino a finirlo. (10, 13)

Questa è l’autentica superbia, la superbia in senso teologico e medievale. L’altra, quella dei pentiti che si affinano nella I Cornice del Purgatorio, è un po’ di vanagloria, difetto da politici e da artisti, robetta da letterati; un non prenderci le misure, non avere il senso della proporzione fra il momento e il secolo, fra il tempo e l’eternità; un difetto eminentemente sociale se non addirittura animale, nel senso che la sua base è il rapporto competitivo con l’altro. Come dice Oderisi da Gubbio:

Ben non sare’ io stato sì cortese  
mentre ch’io vissi, per lo gran disio  
de l’eccellenza ove mio core intese.                              

Di tal superbia qui si paga il fio. (XI, 85-88)

“Tal superbia” consisterebbe nella ricerca di un’eccellenza – e, aggiungiamo, nella convinzione di averla raggiunta. Cominciamo ad avvicinarci all’iconografia più diffusa di questo vizio:

 

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 Georg Pencz, La superbia

O anche:

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Incisione di anonimo da un disegno di Jacques Callot 

 

Elementi comuni alle due rappresentazioni sono lo specchio e il pavone, che sbilanciano il vizio in direzione della vanità. Nell’incisione di Pencz, artista tedesco della prima metà del Cinquecento, lo specchio è ostentato, mentre il richiamo al pavone si trova nell’occhio delle penne che impiumano le ali della figura allegorica (le ali munite di occhi possono contenere inoltre un riferimento alla Fama nella personificazione che ne fa Virgilio nel quarto libro dell’Eneide). Però il cavallo sullo sfondo e l’acconciatura della Superbia, che sembrerebbe un elmo concluso da un corno di montone, contengono ancora un’allusione all’ambito militare e alla guerra (ricordiamo che nei versi citati in apertura la Superbia cavalca alla guerra e travolge tutto davanti a sé). La didascalia non parla però di praeesse, ma di despicere, disprezzare: il superbo disprezza tutti (gli altri), c’è stata un’interiorizzazione, un passaggio dal fuori al dentro, da un comportamento sociale esplicito (es. la guerra) che è la superbia, a un comportamento molto più sfumato che è soltanto il riflesso della superbia come abitudine interiore.

Nella figura di Jacques Callot, di un secolo posteriore, ogni riferimento alla guerra e a un modus bellico e virile è scomparso: il vizio è diventato una questione privata. Privata e imbelle: la sciocchina con lo specchio è una da compatire, tutto fa fuorché paura. Lo specchio si trova in posizione emergente sulla diagonale che parte dal diavoletto e va fino al panneggio fluttuante, la diagonale che costituisce la linea di lettura privilegiata. Avanzando verso e dentro la modernità la superbia, paradossalmente, cala di statura, si infantilizza, si banalizza: diventa narcisismo – un vizio che ci perdoniamo a vicenda.

Si tende a dimenticare che il narcisismo è stato fra le concause di una catastrofe relativamente recente che ha causato cinquantacinque milioni di morti.

 

 

 

 

I VIZI CAPITALI 3. L’INVIDIA

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Giotto, L’invidia, Padova, Cappella degli Scrovegni

L’invidia è considerata un vizio particolarmente brutto. L’accidia, la gola, perfino l’ira – il vizio degli eroi – non hanno tratti così ributtanti.

Questo perché l’invidia palesa una mancanza che si vorrebbe nascondere, un’amputazione talmente inestetica che c’è da vergognarsi a farla vedere. Stiamo parlando della mancata realizzazione, dell’infelicità.

Chi è infelice – radicalmente infelice – o diventa un pessimista cosmico, oppure ammette di essere un frustrato, uno che non ha avuto il suo, che quando hanno distribuito la roba buona non è stato capace di farsi avanti, che è stato spinto indietro dal branco, che gli sono toccati i resti. Il pessimista cosmico non può essere invidioso: che cosa invidierebbe ad altri se non c’è nulla di invidiabile al mondo? Ma l’invidioso ammette di essere un frustrato e uno sfigato, perché c’è qualcosa di invidiabile nel mondo e lui non ce l’ha. Anzi è più di un frustrato: è un frustrato confesso, la variante tragica.

Laida qual è, l’invidia è pur sempre all’inizio di tutto, come ci ricorda la favola biblica di Caino e Abele; che val la pena di andarsi a rileggere nell’originale non contraffatto dalle superfetazioni paoline. Dunque nell’originale questi due, Caino e Abele, offrono in sacrificio al Signore i frutti del loro lavoro. Il Signore, senza motivo e quindi senza giustificazione, gradisce il sacrificio di Abele ma non quello di Caino (il che significa presumibilmente che le cose di Abele prosperano e quelle di Caino no):

“Caino offrì i frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.” (Genesi 4, 3-5)

A ragione, direi. Ripeto: sui motivi del gradimento e non gradimento il testo non dice nulla, quindi non possono che apparire del tutto arbitrari. La storia che, mentre Abele sacrifica gli agnelli grassi, Caino butterebbe lì quattro spighe rinsecchite (come da illustrazione nel mio catechismo delle elementari) non è scritta da nessuna parte ed è un tentativo tardo e goffo (Lettera agli Ebrei 11, 4) di fornire una giustificazione all’ingiustificata discriminazione operata dal Signore.

Dunque siamo rimasti che Caino è molto irritato e ha perfettamente ragione di esserlo; poi naturalmente fa un errore: invece di ammazzare il Signore, come sarebbe corretto, ammazza il fratello, che sarà pure un noioso leccapalle però obiettivamente non è responsabile; così si mette dalla parte del torto.

Ma il torto originario, il vero Ur-torto, il torto che grida vendetta, è stato fatto a lui. Perché suo fratello ha avuto e lui no, e non si capisce perché.

 

[Piccola divagazione a proposito di Caino e Abele. Nell’Antico Testamento sono numerosi i casi in cui fra due fratelli, il maggiore e il minore, quello preferito a scapito dell’altro è il minore. Oltre a Caino e Abele possiamo citare Esaù e Giacobbe, Manasse e Efraim, Aronne e Mosè, Davide e i suoi fratelli ecc. Un esegeta biblico mi diceva che questo accade perché Dio sceglie i minori, i piccoli, quelli tradizionalmente meno considerati. Molto bene, dico io, però gli altri non l’hanno scelto loro di essere i maggiori; non è giusto che siano sistematicamente pregiudicati. A questo non mi pare che l’esegeta abbia risposto; era rapito di fronte al destino dei piccoli, quello dei grandi gli era indifferente. In ogni caso immagino che la risposta possa essere una sola: cazzi loro.]

 

I VIZI CAPITALI 2. LA GOLA

Timballo Chardin

 

“La digestione di cibi grassi ottenebra la mente” 

(Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagità)

Col timballo si fa peccato solo per averlo letto. Nel Gattopardo gli pare. Una mammella di sfoglia dorata. Il fianco inciso vomita lava, fegatelli, rognoni di pollo, petti di tordo, funghi, cervella, piselli, punte di asparagi, animelle…  Cosa sono le animelle? Non ne ha idea ma suona bene in un timballo; frattaglie, interiora, non la consistenza fibrosa della carne ma qualcosa di più intimo, di colloso, qualcosa con dei succhi.

La ghiandola pineale per esempio. Ci sarà anche quella nel timballo, se è nel cervello dei vertebrati. Il punto di contatto fra l’anima e il corpo. Senza la ghiandola pineale l’anima e il corpo non si toccano, il corpo resta un’argilla percorsa da sussulti fisiologici. Se il timballo è qualcosa che si scioglie in bocca, il merito è anche della pineale, del suo essere il ponte fra il pensiero e l’estensione, di essere questa cosa che porta in giro il corpo in borborigmi di volizione e autocompiacimento.

A questo punto potrebbe benissimo – sauf le passage au four – da dentro la crosta involarsi uno stormo di uccelletti. O cadere secchi arrostiti tutto intorno? Poi cadere secchi arrostiti tutto intorno, avvolti nella pancetta come in un sudario di carta oleata.

A parte, soltanto sugli uccelletti, una pioggia di mandorle e uva passa macerata nel rum.

I VIZI CAPITALI 1. L’ACCIDIA

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Per necessario contrasto, in queste giornate di primavera in cui oltretutto è esploso un caldo fuori stagione, chi non prova un segreto fastidio per il trionfo del sole?

Se qualcuno c’è che non prova fastidio (e ci sarà, ci sarà…), gli comunico che è rimasto indietro di duecento anni.

Ma in onore degli altri, di quelli abbastanza al passo coi tempi, quelli che magari sono rimasti indietro ma solo di una tacca e non di venticinque, in onore di quelli che nel pieno sole hanno nostalgia dell’oscurità e delle fumigazioni, cominceremo la rassegna dei peccati capitali con l’accidia, che come tutti sanno si acutizza nei cambi di stagione.

O nobili accidiosi, che con più recente vulgata siete detti depressi, occhio a quello che rischiate:

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.

(Inferno, VII)

Sappiate che, poiché siete stati male di qua, di là starete peggio.

NOVALIS, Considerazioni sparse (Vermischte Bemerkungen, 1798)

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Friedrich von Hardenberg, che scelse di firmarsi Novalis sulla rivista Athenaeum dei fratelli Schlegel, nacque nel 1772 nel castello di famiglia a Oberwiederstedt e morì nel 1801, di tubercolosi come quasi tutti, a Weißenfels, entrambe località della Sassonia-Anhalt.

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Il castello di Oberwiederstedt

Studiò giurisprudenza a Jena, Lipsia e Wittenberg; più tardi chimica e ingegneria mineraria. Ricoprì incarichi nell’amministrazione statale e nella direzione delle miniere di sale. Assieme ai fratelli Schlegel, a Schelling e a Tieck, contribuì in modo determinante alla nascita del primo romanticismo tedesco. Nel 1798, prima della redazione delle sue opere più note (Inni alla notte, Canti spirituali, Heinrich von Ofterdingen), consegnò a August Wilhelm Schlegel, per la pubblicazione nel primo numero di Athenaeum, una raccolta di Bemerkungen: “considerazioni” asistematiche su diversi argomenti, nella forma congeniale ai romantici del frammento. Oltre all’aspirazione poetico-filosofica, ma intesa in senso immediatamente esistenziale, all’abolizione dei confini e al superamento degli opposti – alla loro risoluzione in una unità meno visibile e più reale – troviamo analisi acute e precise di atteggiamenti culturali, posizioni antropologiche, costanti della religione come fenomeno sovraconfessionale.

Qui di seguito una piccola scelta.

10. L’esperienza è il banco di prova del razionale – e viceversa.

L’insufficienza della pura e semplice teoria al momento dell’applicazione, su cui l’individuo pratico volentieri insiste – la si ritrova reciprocamente al momento dell’applicazione razionale della pura e semplice esperienza, e viene constatata dal filosofo con sufficiente evidenza; tuttavia egli si astiene dal sottolineare la necessità di questa constatazione. L’individuo pratico, perciò, rigetta in toto la pura teoria, senza immaginare quanto problematica debba essere la risposta alla domanda: se la teoria sia per l’applicazione, o non sia invece l’applicazione al solo fine della teoria.

19. Come si può essere ricettivi per qualcosa, se non se ne ha in sé il germe. Ciò che mi viene chiesto di capire deve svilupparsi organicamente in me – e ciò che in apparenza imparo, è solo alimento – sprone per l’organismo.

20. La sede dell’anima è là dove mondo interno e mondo esterno si toccano. Dove si compenetrano – è in ogni punto della compenetrazione.

33. L’uomo continua a vivere, a agire, soltanto nell’idea – attraverso il ricordo della sua esistenza. Al momento non c’è nessun altro mezzo per l’azione degli spiriti in questo mondo. Pensare ai defunti è perciò un dovere. È il solo sistema per rimanere in comunione con loro. Dio stesso non agisce fra noi in altro modo, che attraverso la fede.

54. L’individuo può soltanto essere interessante. Per questo tutto ciò che è classico non è individuale.

82. Nella maggior parte dei sistemi religiosi siamo considerati membra della Divinità che, quando non obbediscono agli impulsi del tutto, oppure, se anche non agiscono intenzionalmente contro le leggi del tutto, non vogliono essere membra bensì andare per la propria strada, vengono sottoposte dalla Divinità a trattamento sanitario – e, o guarite con dolore, o addirittura amputate.

108. Se lo spirito santifica, ogni autentico libro è Bibbia.

109. Ogni individuo è il centro di un sistema di emanazione.

110. Se lo spirito è paragonabile a un metallo nobile, allora la maggior parte dei libri sono monete false[1].

In ogni libro utile il metallo nobile deve essere fortemente mischiato in una lega. Allo stato puro esso è inutilizzabile per la vita quotidiana.

È raro che un libro venga scritto per amore del libro.

A molti libri veri succede come alla pepite d’oro in Irlanda. Per lunghi anni vengono utilizzati soltanto come pesi.

I nostri libri sono una carta moneta informe, alla quale gli studiosi danno corso legale. Questa passione numismatica del mondo moderno per la carta moneta è il terreno sul quale, spesso in una notte, essi spuntano come funghi.

 

[1] Letteralmente: “la maggior parte dei libri sono efraimitiEfraimiti era il nome dato per scherno a monete coniate in Prussia durante la guerra dei Sette Anni, a bassissimo tenore di metallo nobile, da Itzig e Ephraim, appaltatori della zecca di stato. (N.d.t.)

MASSIME E RIFLESSIONI per la settimana dal 29 luglio al 4 agosto 2017

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Sabato 29 luglio # UN UOMO FORTUNATO

A pagina 153 del romanzo di Enrico Macioci Breve storia del talento, il protagonista visita un mucchio di sabbia abbandonato nell’angolo di un cortile:

“Allungai la mano, indugiai a pochi centimetri dalla rena, mi morsi le labbra, la toccai. Vi affondai la mano, ne presi un pugno. Un brivido mi frustò la nuca e mi fece rizzare i capelli, e il fiume dell’eternità mi fluì dentro magnifico e terribile”.

Il protagonista del romanzo è un uomo fortunato, perché quello che capita nove volte su dieci prendendo un pugno di quel genere di sabbia, è di trovarsi in mano una cacca di gatto.

 

Domenica 30 luglio # GIOVIALITÀ I

Nella giovialità si celano normalmente due cose: la prima è una buona intenzione nei confronti del modo, la seconda è la cattiva coscienza – perché il gioviale, se è sincero con se stesso, non può ignorare che le cose non stanno affatto come finge che stiano.

 

Lunedì 31 luglio # GIOVIALITÀ II

I preti, in linea di massima, sono gioviali.

 

Martedì 1 agosto # CONCIOSIACOSACHÉ

Vittorio Alfieri racconta nella Vita che, aperto il Galateo di Monsignor Della Casa e incappato nel fatale incipit Conciosiacosaché, si considerò autorizzato a lanciare il libro dalla finestra. Mi chiedo se essendo incappata diverse volte, durante la lettura dell’ultima opera di un autore italiano, nell’espressione “e quant’altro”, posso ritenermi autorizzata a fare altrettanto.

 

Mercoledì 2 agosto # CAMPO DEI MIRACOLI

Dal sito di Castelvecchi Editore in Roma:

“Da giugno 2017, per tutti i manoscritti inviati alla Castelvecchi Editore, verranno garantiti tempi di lettura di trenta giorni al massimo. Gli autori riceveranno un’immediata risposta su un’eventuale pubblicazione inviando le loro proposte alla nuova mail messa a disposizione: manoscritti@castelvecchieditore.com Per i testi non in linea con le scelte editoriali, ma ritenuti comunque validi, la Castelvecchi Editore offrirà agli autori la possibilità di una pubblicazione, sempre in forma gratuita, con la Casa Editrice Il Seme Bianco, distribuita dalla stessa Castelvecchi Editore.”

Il Campo dei miracoli dell’editoria.

 

Giovedì 3 agosto # APPALTI

Ci sono le cooperative che gestiscono i flussi migratori e le iniziative editoriali che gestiscono i flussi di inediti. In entrambi i casi si appalta un’emergenza in vista di un guadagno.

 

Venerdì 4 agosto # EDITING

“[…] subito tre racconti, uno in fila all’altro, tutti già chiusi, per così dire, cioè compiuti, cioè non sottoponibili a qualsivoglia editing. Anche questo è già molto chiaro nella nostra testa: o la nostra scrittura è cosa solo ed esclusivamente nostra, oppure è altro. Se è altro, non vale la pena.” E più sotto, in nota: “Ci basti dire che, nella nostra visione, «editing» e «industrializzazione» sono quasi sinonimi.” (Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi, p.332)

Sono perfettamente d’accordo, finalmente uno che la dice chiara. (Tuttavia, poiché si tratta dello stesso autore dell’“e quant’altro”, non posso fare a meno di pensare che un bravo editor glielo avrebbe fatto notare – o magari no, gli editor essendo al giorno d’oggi troppo occupati a rimaneggiare manoscritti in vista del prodotto finale per occuparsi di simili quisquilie.)