I VIZI CAPITALI 4. LA SUPERBIA

640px-4632_-_Venezia_-_Palazzo_ducale_-_Capitello_10_-_Superbia_preese_volo_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_31-Jul-2008.jpg
Venezia, Palazzo Ducale, Foto di Giovanni Dall’Orto, 2008

 

Ubermuot diu alte

diu rîtet mit gewalte,

untrewe leitet ir den vanen.

girischeit diu scehet dane

ze scaden den armen weisen.

diu lant diu stânt wol allîche en vreise.

 

L’antica Superbia

cavalca a capo dell’esercito,

l’Infedeltà porta il suo vessillo.

L’Avidità si dà allora alla rapina

a danno dei poveri orfani.

Le terre sono tutte nel terrore.

 

Non è chiaro se questi versi medio alto-tedeschi di anonimo del XII secolo, forse un frammento, rappresentino un’allegoria degli effetti devastanti della Superbia in campo morale, o se siano invece da intendere in senso letterale come rappresentazione (con personificazioni) delle conseguenze militari e politiche della Superbia nei governanti.

Il capitello del Palazzo Ducale di Venezia riportato sopra è l’unica iconografia che ho trovato della Superbia in vesti militari (con l’elmo cornuto di Satana). Credo di capire che sia una copia ottocentesca: l’originale, rimosso perché fragile o deteriorato, si trova ora nel Museo dell’Opera, all’interno dello stesso Palazzo Ducale. Qui sotto inserisco anche la foto della stessa allegoria in un altro capitello “originale” (alcuni soggetti sono “doppi”):

640px-4286_-_Venezia_-_Palazzo_ducale_-_Capitello_30_-_Superbia_preesse_volo_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_30-Jul-2008.jpg
Venezia,  Palazzo Ducale, Foto di Giovanni Dall’Orto, 2008

La didascalia è la stessa in entrambi: superbia preesse volo, voglio essere a capo, quindi voglio governare, voglio comandare (ma letteralmente voglio essere davanti). Anche l’anonimo scultore del XV secolo sembra aver dato un’interpretazione politico-militare della Superbia.

L’interessante della breve poesia tedesca è però il primo verso: Ubermuot diu alte, l’antica Superbia. Perché “antica”? Perché la superbia è il primo peccato, il più antico, il peccato dei peccati, l’origine di tutti gli altri: initium omnis peccati est superbia, dice, nella traduzione di San Girolamo, l’Ecclesiastico (10,15); che da quando è diventato il Libro del Siracide rovescia i termini della questione: Principio della superbia è infatti il peccato (10,13), ma dal momento che il Medioevo dispone unicamente della Vulgata e non si interessa di filologia, si attiene saldamente alla prima versione: la superbia è il peccato originario, il peccato di Adamo, l’origine della caduta, e consiste nel presumere di giudicare da per sé (riguardo alla mela per esempio), invece di aderire ciecamente alla parola del Signore in quanto parola del Signore. È il peccato di Adamo ed era già stato, prima, il peccato di Lucifero: non essere d’accordo, avere da ridire, essere attaccati alla propria idea. Ostinarsi. Per il Medioevo la superbia è il peccato ideologico: il più grande dei peccati.

Nella Divina Commedia il superbo in questo senso non lo troviamo nella I Cornice del Purgatorio, dove sono i superbi confessi e pentiti, più propriamente i vanagloriosi, affetti in vita dalla forma più blanda e “mondana” del vizio, bensì nel VII Cerchio dell’Inferno, terzo girone: violenti contro Dio. È Capaneo, il bestemmiatore che, per quanto fuoco piova, non muta atteggiamento:

[…] «Qual io fui vivo, tal son morto.                            

Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui 
crucciato prese la folgore aguta 
onde l’ultimo dì percosso fui;                                          

o s’elli stanchi li altri a muta a muta 
in Mongibello a la focina negra, 
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,                     

sì com’el fece a la pugna di Flegra, 
e me saetti con tutta sua forza, 
non ne potrebbe aver vendetta allegra».  (XIV, 51-60)

Tanto che il buon Virgilio perde le staffe:

 Allora il duca mio parlò di forza 
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: 
«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza                      

la tua superbia, se’ tu più punito: 
nullo martiro, fuor che la tua rabbia, 
sarebbe al tuo furor dolor compito».   (XIV, 61-66)

“La tua superbia”. Il superbo si pone come l’antagonista di Dio; in questo senso egli è il più pericoloso per la comunità. Come dice il Siracide:

Principio della superbia  infatti è il peccato;

chi vi si abbandona diffonde intorno a sé l’abominio.

Per questo il Signore rende incredibili i suoi castighi

e lo flagella sino a finirlo. (10, 13)

Questa è l’autentica superbia, la superbia in senso teologico e medievale. L’altra, quella dei pentiti che si affinano nella I Cornice del Purgatorio, è un po’ di vanagloria, difetto da politici e da artisti, robetta da letterati; un non prenderci le misure, non avere il senso della proporzione fra il momento e il secolo, fra il tempo e l’eternità; un difetto eminentemente sociale se non addirittura animale, nel senso che la sua base è il rapporto competitivo con l’altro. Come dice Oderisi da Gubbio:

Ben non sare’ io stato sì cortese  
mentre ch’io vissi, per lo gran disio  
de l’eccellenza ove mio core intese.                              

Di tal superbia qui si paga il fio. (XI, 85-88)

“Tal superbia” consisterebbe nella ricerca di un’eccellenza – e, aggiungiamo, nella convinzione di averla raggiunta. Cominciamo ad avvicinarci all’iconografia più diffusa di questo vizio:

 

Superbia 3.jpg
 Georg Pencz, La superbia

O anche:

peccati5
Incisione di anonimo da un disegno di Jacques Callot 

 

Elementi comuni alle due rappresentazioni sono lo specchio e il pavone, che sbilanciano il vizio in direzione della vanità. Nell’incisione di Pencz, artista tedesco della prima metà del Cinquecento, lo specchio è ostentato, mentre il richiamo al pavone si trova nell’occhio delle penne che impiumano le ali della figura allegorica (le ali munite di occhi possono contenere inoltre un riferimento alla Fama nella personificazione che ne fa Virgilio nel quarto libro dell’Eneide). Però il cavallo sullo sfondo e l’acconciatura della Superbia, che sembrerebbe un elmo concluso da un corno di montone, contengono ancora un’allusione all’ambito militare e alla guerra (ricordiamo che nei versi citati in apertura la Superbia cavalca alla guerra e travolge tutto davanti a sé). La didascalia non parla però di praeesse, ma di despicere, disprezzare: il superbo disprezza tutti (gli altri), c’è stata un’interiorizzazione, un passaggio dal fuori al dentro, da un comportamento sociale esplicito (es. la guerra) che è la superbia, a un comportamento molto più sfumato che è soltanto il riflesso della superbia come abitudine interiore.

Nella figura di Jacques Callot, di un secolo posteriore, ogni riferimento alla guerra e a un modus bellico e virile è scomparso: il vizio è diventato una questione privata. Privata e imbelle: la sciocchina con lo specchio è una da compatire, tutto fa fuorché paura. Lo specchio si trova in posizione emergente sulla diagonale che parte dal diavoletto e va fino al panneggio fluttuante, la diagonale che costituisce la linea di lettura privilegiata. Avanzando verso e dentro la modernità la superbia, paradossalmente, cala di statura, si infantilizza, si banalizza: diventa narcisismo – un vizio che ci perdoniamo a vicenda.

Si tende a dimenticare che il narcisismo è stato fra le concause di una catastrofe relativamente recente che ha causato cinquantacinque milioni di morti.

 

 

 

 

I VIZI CAPITALI 3. L’INVIDIA

Invidia.jpg
Giotto, L’invidia, Padova, Cappella degli Scrovegni

L’invidia è considerata un vizio particolarmente brutto. L’accidia, la gola, perfino l’ira – il vizio degli eroi – non hanno tratti così ributtanti.

Questo perché l’invidia palesa una mancanza che si vorrebbe nascondere, un’amputazione talmente inestetica che c’è da vergognarsi a farla vedere. Stiamo parlando della mancata realizzazione, dell’infelicità.

Chi è infelice – radicalmente infelice – o diventa un pessimista cosmico, oppure ammette di essere un frustrato, uno che non ha avuto il suo, che quando hanno distribuito la roba buona non è stato capace di farsi avanti, che è stato spinto indietro dal branco, che gli sono toccati i resti. Il pessimista cosmico non può essere invidioso: che cosa invidierebbe ad altri se non c’è nulla di invidiabile al mondo? Ma l’invidioso ammette di essere un frustrato e uno sfigato, perché c’è qualcosa di invidiabile nel mondo e lui non ce l’ha. Anzi è più di un frustrato: è un frustrato confesso, la variante tragica.

Laida qual è, l’invidia è pur sempre all’inizio di tutto, come ci ricorda la favola biblica di Caino e Abele; che val la pena di andarsi a rileggere nell’originale non contraffatto dalle superfetazioni paoline. Dunque nell’originale questi due, Caino e Abele, offrono in sacrificio al Signore i frutti del loro lavoro. Il Signore, senza motivo e quindi senza giustificazione, gradisce il sacrificio di Abele ma non quello di Caino (il che significa presumibilmente che le cose di Abele prosperano e quelle di Caino no):

“Caino offrì i frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.” (Genesi 4, 3-5)

A ragione, direi. Ripeto: sui motivi del gradimento e non gradimento il testo non dice nulla, quindi non possono che apparire del tutto arbitrari. La storia che, mentre Abele sacrifica gli agnelli grassi, Caino butterebbe lì quattro spighe rinsecchite (come da illustrazione nel mio catechismo delle elementari) non è scritta da nessuna parte ed è un tentativo tardo e goffo (Lettera agli Ebrei 11, 4) di fornire una giustificazione all’ingiustificata discriminazione operata dal Signore.

Dunque siamo rimasti che Caino è molto irritato e ha perfettamente ragione di esserlo; poi naturalmente fa un errore: invece di ammazzare il Signore, come sarebbe corretto, ammazza il fratello, che sarà pure un noioso leccapalle però obiettivamente non è responsabile; così si mette dalla parte del torto.

Ma il torto originario, il vero Ur-torto, il torto che grida vendetta, è stato fatto a lui. Perché suo fratello ha avuto e lui no, e non si capisce perché.

 

[Piccola divagazione a proposito di Caino e Abele. Nell’Antico Testamento sono numerosi i casi in cui fra due fratelli, il maggiore e il minore, quello preferito a scapito dell’altro è il minore. Oltre a Caino e Abele possiamo citare Esaù e Giacobbe, Manasse e Efraim, Aronne e Mosè, Davide e i suoi fratelli ecc. Un esegeta biblico mi diceva che questo accade perché Dio sceglie i minori, i piccoli, quelli tradizionalmente meno considerati. Molto bene, dico io, però gli altri non l’hanno scelto loro di essere i maggiori; non è giusto che siano sistematicamente pregiudicati. A questo non mi pare che l’esegeta abbia risposto; era rapito di fronte al destino dei piccoli, quello dei grandi gli era indifferente. In ogni caso immagino che la risposta possa essere una sola: cazzi loro.]

 

I VIZI CAPITALI 2. LA GOLA

Timballo Chardin

 

“La digestione di cibi grassi ottenebra la mente” 

(Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagità)

Col timballo si fa peccato solo per averlo letto. Nel Gattopardo gli pare. Una mammella di sfoglia dorata. Il fianco inciso vomita lava, fegatelli, rognoni di pollo, petti di tordo, funghi, cervella, piselli, punte di asparagi, animelle…  Cosa sono le animelle? Non ne ha idea ma suona bene in un timballo; frattaglie, interiora, non la consistenza fibrosa della carne ma qualcosa di più intimo, di colloso, qualcosa con dei succhi.

La ghiandola pineale per esempio. Ci sarà anche quella nel timballo, se è nel cervello dei vertebrati. Il punto di contatto fra l’anima e il corpo. Senza la ghiandola pineale l’anima e il corpo non si toccano, il corpo resta un’argilla percorsa da sussulti fisiologici. Se il timballo è qualcosa che si scioglie in bocca, il merito è anche della pineale, del suo essere il ponte fra il pensiero e l’estensione, di essere questa cosa che porta in giro il corpo in borborigmi di volizione e autocompiacimento.

A questo punto potrebbe benissimo – sauf le passage au four – da dentro la crosta involarsi uno stormo di uccelletti. O cadere secchi arrostiti tutto intorno? Poi cadere secchi arrostiti tutto intorno, avvolti nella pancetta come in un sudario di carta oleata.

A parte, soltanto sugli uccelletti, una pioggia di mandorle e uva passa macerata nel rum.

I VIZI CAPITALI 1. L’ACCIDIA

10571-durer.jpg

 

Per necessario contrasto, in queste giornate di primavera in cui oltretutto è esploso un caldo fuori stagione, chi non prova un segreto fastidio per il trionfo del sole?

Se qualcuno c’è che non prova fastidio (e ci sarà, ci sarà…), gli comunico che è rimasto indietro di duecento anni.

Ma in onore degli altri, di quelli abbastanza al passo coi tempi, quelli che magari sono rimasti indietro ma solo di una tacca e non di venticinque, in onore di quelli che nel pieno sole hanno nostalgia dell’oscurità e delle fumigazioni, cominceremo la rassegna dei peccati capitali con l’accidia, che come tutti sanno si acutizza nei cambi di stagione.

O nobili accidiosi, che con più recente vulgata siete detti depressi, occhio a quello che rischiate:

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.

(Inferno, VII)

Sappiate che, poiché siete stati male di qua, di là starete peggio.

NOVALIS, Considerazioni sparse (Vermischte Bemerkungen, 1798)

novalis 1

Friedrich von Hardenberg, che scelse di firmarsi Novalis sulla rivista Athenaeum dei fratelli Schlegel, nacque nel 1772 nel castello di famiglia a Oberwiederstedt e morì nel 1801, di tubercolosi come quasi tutti, a Weißenfels, entrambe località della Sassonia-Anhalt.

Novalis_Aquarell_Schloss_Oberwiederstedt_klein
Il castello di Oberwiederstedt

Studiò giurisprudenza a Jena, Lipsia e Wittenberg; più tardi chimica e ingegneria mineraria. Ricoprì incarichi nell’amministrazione statale e nella direzione delle miniere di sale. Assieme ai fratelli Schlegel, a Schelling e a Tieck, contribuì in modo determinante alla nascita del primo romanticismo tedesco. Nel 1798, prima della redazione delle sue opere più note (Inni alla notte, Canti spirituali, Heinrich von Ofterdingen), consegnò a August Wilhelm Schlegel, per la pubblicazione nel primo numero di Athenaeum, una raccolta di Bemerkungen: “considerazioni” asistematiche su diversi argomenti, nella forma congeniale ai romantici del frammento. Oltre all’aspirazione poetico-filosofica, ma intesa in senso immediatamente esistenziale, all’abolizione dei confini e al superamento degli opposti – alla loro risoluzione in una unità meno visibile e più reale – troviamo analisi acute e precise di atteggiamenti culturali, posizioni antropologiche, costanti della religione come fenomeno sovraconfessionale.

Qui di seguito una piccola scelta.

10. L’esperienza è il banco di prova del razionale – e viceversa.

L’insufficienza della pura e semplice teoria al momento dell’applicazione, su cui l’individuo pratico volentieri insiste – la si ritrova reciprocamente al momento dell’applicazione razionale della pura e semplice esperienza, e viene constatata dal filosofo con sufficiente evidenza; tuttavia egli si astiene dal sottolineare la necessità di questa constatazione. L’individuo pratico, perciò, rigetta in toto la pura teoria, senza immaginare quanto problematica debba essere la risposta alla domanda: se la teoria sia per l’applicazione, o non sia invece l’applicazione al solo fine della teoria.

19. Come si può essere ricettivi per qualcosa, se non se ne ha in sé il germe. Ciò che mi viene chiesto di capire deve svilupparsi organicamente in me – e ciò che in apparenza imparo, è solo alimento – sprone per l’organismo.

20. La sede dell’anima è là dove mondo interno e mondo esterno si toccano. Dove si compenetrano – è in ogni punto della compenetrazione.

33. L’uomo continua a vivere, a agire, soltanto nell’idea – attraverso il ricordo della sua esistenza. Al momento non c’è nessun altro mezzo per l’azione degli spiriti in questo mondo. Pensare ai defunti è perciò un dovere. È il solo sistema per rimanere in comunione con loro. Dio stesso non agisce fra noi in altro modo, che attraverso la fede.

54. L’individuo può soltanto essere interessante. Per questo tutto ciò che è classico non è individuale.

82. Nella maggior parte dei sistemi religiosi siamo considerati membra della Divinità che, quando non obbediscono agli impulsi del tutto, oppure, se anche non agiscono intenzionalmente contro le leggi del tutto, non vogliono essere membra bensì andare per la propria strada, vengono sottoposte dalla Divinità a trattamento sanitario – e, o guarite con dolore, o addirittura amputate.

108. Se lo spirito santifica, ogni autentico libro è Bibbia.

109. Ogni individuo è il centro di un sistema di emanazione.

110. Se lo spirito è paragonabile a un metallo nobile, allora la maggior parte dei libri sono monete false[1].

In ogni libro utile il metallo nobile deve essere fortemente mischiato in una lega. Allo stato puro esso è inutilizzabile per la vita quotidiana.

È raro che un libro venga scritto per amore del libro.

A molti libri veri succede come alla pepite d’oro in Irlanda. Per lunghi anni vengono utilizzati soltanto come pesi.

I nostri libri sono una carta moneta informe, alla quale gli studiosi danno corso legale. Questa passione numismatica del mondo moderno per la carta moneta è il terreno sul quale, spesso in una notte, essi spuntano come funghi.

 

[1] Letteralmente: “la maggior parte dei libri sono efraimitiEfraimiti era il nome dato per scherno a monete coniate in Prussia durante la guerra dei Sette Anni, a bassissimo tenore di metallo nobile, da Itzig e Ephraim, appaltatori della zecca di stato. (N.d.t.)

MASSIME E RIFLESSIONI per la settimana dal 29 luglio al 4 agosto 2017

h-3000-la-rochefoucauld_francois-duc-de_reflexions-ou-sentences-et-maximes-morales_1688_1_51659

 

Sabato 29 luglio # UN UOMO FORTUNATO

A pagina 153 del romanzo di Enrico Macioci Breve storia del talento, il protagonista visita un mucchio di sabbia abbandonato nell’angolo di un cortile:

“Allungai la mano, indugiai a pochi centimetri dalla rena, mi morsi le labbra, la toccai. Vi affondai la mano, ne presi un pugno. Un brivido mi frustò la nuca e mi fece rizzare i capelli, e il fiume dell’eternità mi fluì dentro magnifico e terribile”.

Il protagonista del romanzo è un uomo fortunato, perché quello che capita nove volte su dieci prendendo un pugno di quel genere di sabbia, è di trovarsi in mano una cacca di gatto.

 

Domenica 30 luglio # GIOVIALITÀ I

Nella giovialità si celano normalmente due cose: la prima è una buona intenzione nei confronti del modo, la seconda è la cattiva coscienza – perché il gioviale, se è sincero con se stesso, non può ignorare che le cose non stanno affatto come finge che stiano.

 

Lunedì 31 luglio # GIOVIALITÀ II

I preti, in linea di massima, sono gioviali.

 

Martedì 1 agosto # CONCIOSIACOSACHÉ

Vittorio Alfieri racconta nella Vita che, aperto il Galateo di Monsignor Della Casa e incappato nel fatale incipit Conciosiacosaché, si considerò autorizzato a lanciare il libro dalla finestra. Mi chiedo se essendo incappata diverse volte, durante la lettura dell’ultima opera di un autore italiano, nell’espressione “e quant’altro”, posso ritenermi autorizzata a fare altrettanto.

 

Mercoledì 2 agosto # CAMPO DEI MIRACOLI

Dal sito di Castelvecchi Editore in Roma:

“Da giugno 2017, per tutti i manoscritti inviati alla Castelvecchi Editore, verranno garantiti tempi di lettura di trenta giorni al massimo. Gli autori riceveranno un’immediata risposta su un’eventuale pubblicazione inviando le loro proposte alla nuova mail messa a disposizione: manoscritti@castelvecchieditore.com Per i testi non in linea con le scelte editoriali, ma ritenuti comunque validi, la Castelvecchi Editore offrirà agli autori la possibilità di una pubblicazione, sempre in forma gratuita, con la Casa Editrice Il Seme Bianco, distribuita dalla stessa Castelvecchi Editore.”

Il Campo dei miracoli dell’editoria.

 

Giovedì 3 agosto # APPALTI

Ci sono le cooperative che gestiscono i flussi migratori e le iniziative editoriali che gestiscono i flussi di inediti. In entrambi i casi si appalta un’emergenza in vista di un guadagno.

 

Venerdì 4 agosto # EDITING

“[…] subito tre racconti, uno in fila all’altro, tutti già chiusi, per così dire, cioè compiuti, cioè non sottoponibili a qualsivoglia editing. Anche questo è già molto chiaro nella nostra testa: o la nostra scrittura è cosa solo ed esclusivamente nostra, oppure è altro. Se è altro, non vale la pena.” E più sotto, in nota: “Ci basti dire che, nella nostra visione, «editing» e «industrializzazione» sono quasi sinonimi.” (Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi, p.332)

Sono perfettamente d’accordo, finalmente uno che la dice chiara. (Tuttavia, poiché si tratta dello stesso autore dell’“e quant’altro”, non posso fare a meno di pensare che un bravo editor glielo avrebbe fatto notare – o magari no, gli editor essendo al giorno d’oggi troppo occupati a rimaneggiare manoscritti in vista del prodotto finale per occuparsi di simili quisquilie.)

APOLOGHI E AFORISMI PER UNA SETTIMANA scelti da Elena Grammann

apologhi

Giovedì 9 marzo # SANZIONI DISCIPLINARI

Di fronte al Consiglio di Classe, riunitosi per decidere se comminargli o no una sanzione disciplinare, lo studente si scusa con l’insegnante a cui aveva mancato di rispetto. Ribadisce comunque che aveva ragione lui e si congeda augurando a tutti in bocca al lupo. (Erminio Rossi, Tutte le frottole della Scuola di Barbiana, Montelupo Fiorentino 2014)

Venerdì 10 marzo # NON SCHOLAE

Un altro studente sequestra l’intera ora di filosofia per cercare di mettere in buca Descartes; non si capisce infatti perché l’opinione di Descartes debba valere più della sua. Nell’ora successiva, nonostante la stagione ancora invernale, affronta il compitino di verbi in maglietta perché solo a pensare ai verbi gli vien da sudare. Punta i gomiti sul banco e si regge la fronte in una mimica di disperazione. A un certo punto si alza per chiedere all’insegnante un chiarimento su un problema che non esiste, tornando al posto mormora distintamente ma sì, l’ipsilon, mica l’ipsilon, ma che ne so io dell’ipsilon… con esasperazione getta il foglio sul banco e se stesso sulla sedia. Non c’è dubbio che lo studente sia pronto. Non scholae naturalmente, sed vitae. Ci si chiede cosa ci faccia ancora, in quel contesto inadeguato alla sua maturità. Poiché è ampiamente maggiorenne, dovrebbe avere il coraggio di uscire dalla darsena e navigare in mare aperto. Chissà perché non lo fa. (Erminio Rossi, op.cit.)

Sabato 11 marzo # OPERAI

I personaggi di Balzac, dice l’insegnante, sono esseri capaci di grandi passioni, sono nature ancora romantiche che vanno a schiantarsi contro una realtà governata dalle leggi del denaro. Nel Curato del villaggio per esempio, una donna molto ricca, ma che non può disporre del suo denaro perché la dote delle mogli era gestita interamente dai mariti, si innamora di un giovane operaio… Di un operaio? chiede con un sobbalzo la studentessa biondo platino. Questa non se la aspettava. Balzac le è irrimediabilmente scaduto. (Brenno Zaccagnini, Oscillazioni storiche della coscienza di classe, Quaderni della Fondazione Bicocchi, Gavasseto 2013)

Domenica 12 marzo # COGITOR

Cogitor ergo sum dice la collega n.1, questo pensiero mi dà un enorme conforto. La collega n.2 dapprima non coglie correttamente. È talmente abituata a pensare in termini di sistemi (il discorso, il linguaggio, la mappa…) che, sebbene sappia che la collega n.1 è cattolica, sul momento non ci arriva, non capisce che conforto possa venirle dal pensare di essere un elemento che riceve il suo senso da un sistema. È soltanto mezz’ora più tardi, mentre se ne torna a casa in macchina, che le si spalanca la dimensione teologica: è chiaro: il complemento d’agente del cogitor non è un sistema, bensì il Padreterno in persona. La collega n.1 trova un grande conforto nell’idea di essere pensata dal Padreterno, così torna. Lei invece, pensa la collega n.2, non ci vede quella gran consolazione a essere con un piede dentro e uno fuori dalla mente di Dio; anzi trova questa dipendenza perfino più irritante. E per quel che la riguarda, a parte tutto: perché Dio dovrebbe pensare qualcosa di così ridicolo? (Margaid Lefébure, Comment pensent les croyants, Quimper 1998)

Lunedì 13 marzo # PECORELLE

Un giorno una pecora, senza averne propriamente l’intenzione, uscì dal recinto e si smarrì. Subito non se ne accorse nemmeno. Trotterellava di buona lena attraverso paesaggi sconosciuti che la incuriosivano. Va anche detto che la bestia, poverina, aveva una tendenza alla depressione; quindi non è che quello che vedeva suscitasse in lei veri e propri entusiasmi; non le faceva nemmeno paura però, e comunque era sicura di ricordare benissimo la via del ritorno. Così continuò a camminare senza preoccuparsi finché cominciò a scendere la sera e tutto si fece più buio. La pecorella avanzava adesso con una certa fatica, quello che vedeva intorno – o meglio che non vedeva perché in effetti faceva buio – la tediava; aveva l’impressione di infilarsi sempre più profondamente in un buco che lei stessa scavava col muso attraverso un’infinita collina. Oltretutto sapeva benissimo che prima o poi sarebbe stata divorata, o sarebbe scivolata con le zampe davanti in un precipizio e si sarebbe sfracellata sulle rocce sottostanti. Allora pensò al recinto, e se non fosse meglio tornarvi; ma intanto non era più così sicura di ricordare la strada e poi si era talmente abituata a camminare dritto davanti a sé che la soluzione di andare a sbattere dopo pochi passi contro una rete non le sembrava praticabile. Scavare col muso nel buio era senza dubbio più faticoso e forse privo di senso, ma aveva un qualcosa, non avrebbe saputo dire, un qualcosa a cui non poteva rinunciare. Nel frattempo il pastore, che si era accorto di aver perso una pecora, lasciò le altre, che tanto non si muovevano di lì, e si mise a cercarla. Più la cercava, più gli sembrava che quella pecora fosse la più importante del gregge e che fosse assolutamente necessario recuperarla e riportarla nel recinto. Finalmente individuò le tracce e prese a seguirle mormorando di tanto in tanto ma guarda te dove è andata a infilarsi, ma guarda te dove è andata a infilarsi; e scuoteva la testa. Poiché il pastore era di stirpe divina, quindi costantemente accompagnato da un alone luminoso, la pecora lo vide prima che lui vedesse lei. Lo immaginò che si avvicinava, tutto contento di averla trovata, tutto contento per lei prima che per sé; lo vide che se la caricava belante e scalciante sulle spalle, percepì con assoluta chiarezza come l’avrebbe tenuta saldamente, con le due mani, per le zampe posteriori e anteriori, come lei avrebbe sgroppato invano come quei conigli che si accoppano con una botta alla nuca e da morti scalciano ancora. Non si può dire che prese una decisione, la visione fu già la decisione: partì al galoppo dentro una vasta macchia di spini talmente fitta e impenetrabile che lì di sicuro nessuno l’avrebbe trovata. (AA.VV., Il Vangelo narrato ai dubbiosi, Edizioni San Paolo 2003)

Martedì 14 marzo # FILOLOGIA

Dice lo stolto nel suo cuore: Dio non esiste. – È una traduzione sbagliata, sa? Il verbo ebraico non indica l’esistenza ma l’agire. Bisogna intendere: “Dice lo stolto nel suo cuore: Dio non agisce.” Come dire rimane senza effetto. – Dice così? – Sì. – Non posso che essere d’accordo. (Günter Esch, Rabbi Shimun und ich, Elbing 1927)

Mercoledì 15 marzo # EMANCIPAZIONE

Dopo sette secoli di ossequio alla chiesa cattolica, sembra che l’unico modo che gli scrittori italiani hanno trovato per esprimere la loro autonomia sia tematizzare il buco del culo. Viene spontaneo chiedersi se ci troviamo di fronte a un passaggio alla maggiore età o a una regressione alla fase anale. (Guido Sperlon, Tendenze nella letteratura italiana contemporanea, Carocci 2010)