PERCHÉ UN ROMANZO BELLISSIMO NON È NECESSARIAMENTE UN GRANDE ROMANZO. L’antidoto della malinconia di Piero Meldini

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Ho riletto in questi giorni L’antidoto della malinconia (Adelphi 1996) di Piero Meldini, che avevo scoperto per caso qualche anno fa e che già alla prima lettura mi era piaciuto moltissimo. Alla seconda – più avvertita, meno “sorpresa” – mi è piaciuto ancora di più. E ho voluto andare in fondo all’ombra di disagio, o di scontento, che le ha accompagnate entrambe. In questo mi ha aiutato una frase di Alfonso Berardinelli, che compare nel suo saggio Non incoraggiate il romanzo, e precisamente nel capitolo dedicato a Roberto Calasso (forse non è un caso che Calasso sia l’editore di questo e di altri due romanzi di Meldini). Dice dunque Berardinelli in questo suo articolo su, e in certa misura contro, Roberto Calasso, che “può avventurarsi in una narrazione moderna solo chi non sia già in possesso di saperi e verità atemporali, solo chi cerchi e non abbia già trovato”. In che senso questa frase può aiutarci a dare conto di quel che di insoddisfatto che rimane dopo la lettura di un libro pur bello, ripeto, come quello di Meldini?

L’antidoto della malinconia è e non è un romanzo storico. Da un lato lo è perché è ambientato sul finire del Seicento in una provincia dello Stato della Chiesa; ma dall’altro non lo è perché alle vicende particolari che racconta non si mischiano in alcun modo gravi accadimenti politici o militari; esse non sono neppure sfiorate, tanto meno determinate, dalla Storia con la maiuscola – e quasi quasi nemmeno con la minuscola, se è vero che l’impressione è quella di un pantano immobile, di uno stagno periferico dove della Storia non giungono nemmeno le estreme e più spossate onde, dove appunto l’impressione dominante, e quasi l’unica impressione a dir la verità, è di essere giunti a una specie di compimento della Storia in cui, poiché nulla di nuovo può avvenire, non resta ai dotti che la minuziosa disamina e compilazione del già noto, con licenza di variare tutt’al più il titolo e l’ordine delle rubriche sotto le quali archiviarlo.

La provincia dello Stato della Chiesa è la Legazione di Romagna e chi, ancora alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, abbia vissuto, venendo da un po’ più a nord, a Lugo, a Bagnacavallo, a Sant’Arcangelo, nella stessa Ravenna, ricorderà l’atmosfera un po’ passatista, ellenistica o bizantina, da chiosatori di un’Opera in cui tutto è già stato detto. Il tempo del romanzo è l’ultimo scorcio del diciassettesimo secolo; il secolo, come dice il protagonista, lo speziale Gioseffo, della malinconia: la bile nera, la cupa depressione che fermenta nelle viscere, sale come fumo al cervello e esplode in disperazione nel cuore. È il secolo, in effetti, in cui Robert Burton scrive il poderoso trattato L’anatomia della malinconia (di cui uscirà a breve, per i Classici Bompiani della Letteratura Europea, la prima traduzione integrale italiana a cura di Luca Manini). Il nostro speziale, sicuramente all’oscuro di quanto viene pubblicato nel Nord eretico e scismatico, attende a una fatica analoga, seppur meno poderosa: la redazione del suo Antidoto della malinconia, da cui si aspetta una modesta ma ben meritata gloria.

Il lavoro di penna, cui sono dedicate le ore notturne sottratte al sonno, è per il povero speziale una faccenda irta di affanni e di tormenti: come condurre a buon fine un’impresa tanto titanica? come destreggiarsi nella mole di materiali, autori, citazioni, passi – tutta la scienza dell’antichità sul veleno e il suo contravveleno? come assicurarsi di uno stile adeguato, non eccessivamente greve né colpevolmente leggero? C’è di che perdere la testa, e il nostro Gioseffo è a rischio di perderla – anche perché in questa insalubre stagnazione in cui la Storia è finita e l’unica cosa che ci si può ancora attendere è la fine del mondo e l’avvento del Giudice, in questa insalubre stagnazione le stagioni sono stravolte, le estati torride e opprimenti, gli inverni impietosamente gelidi, le primavere marce di pioggia, gli autunni percorsi da strani presagi, e tutto pesa insopportabilmente sul corpo e sull’anima degli uomini. Gioseffo sarebbe in effetti a rischio di perdere la testa, se nel buio in cui la creazione letteraria avanza a tentoni non gli rilucesse quale stella polare l’astro luminoso del Cardinale Ondedei, il Legato Pontificio che nel corso di un fuggevolissimo incontro – una visita del porporato alla provinciale Accademia di cui lo speziale è membro – ha risposto, pare, con un impercettibile cenno del capo alla farfugliata proposta di dedicargli l’opera. Per anni Gioseffo scrive al Legato lettere su lettere per informarlo dei progressi e delle difficoltà che incontra, senza mai ricevere risposta e senza tuttavia che la sua fede nell’augusto patrono si incrini. Fino all’amarissima conclusione in cui è costretto a toccare con mano l’equivoco sul quale aveva costruito il castello.

L’ultima parte del romanzo è bellissima, in certi punti direi sublime. La fiducia del suddito – e dell’intellettuale in quanto suddito – nella fondamentale bontà del potere, nella sua razionalità, nella parte che ci si immagina esso debba prendere alla felicità di ciascuno – e poi l’improvvisa disillusione, il velo che cade dagli occhi, scoprire che il potere, e il destino, sono ciechi e insensati come la più cieca e insensata delle Parche, aprire gli occhi per la propria sventura, come già fu per Edipo – ha qualcosa dell’antica tragedia.

Cos’è allora che manca? Perché questa lieve sensazione di disagio, come se ci sentissimo in colpa proprio perché il romanzo ci è piaciuto?

La risposta è abbastanza semplice: l’antropologia di Meldini è un’antropologia classica; le passioni – il mal d’amore, la malinconia, la vanità – sono quelle dell’eterno-umano, né si suppone che possano essere soggette a variazioni; l’uomo è orientato e proiettato verso il mistero dell’aldilà; il suo sperare, soffrire, errare sfocia inevitabilmente in questo mare sconosciuto che ci attira e ci atterrisce e al quale, indipendentemente da ogni posizione più o meno fideistica, attribuiamo un senso – anzi attribuiamo il senso di dare un senso – non specifico, non univoco, ma un senso – a un aldiquà che altrimenti non ne avrebbe.

È una posizione poetica; però un po’ trita – trita nel senso di Berardinelli: nel senso di un sapere e di una verità atemporali. Sono cose che sappiamo già, dunque, in un certo senso, che sono diventate false.

“Che l’Altissimo, nella Sua infinita misericordia, spalanchi le braccia a maestro Gioseffo” chiude il notaio Bentivegni, alla fine del romanzo, la pagina della sua cronaca cittadina.

Che dire? Amen.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 6

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Cioccolatino Moretto

Domenica 11 settembre: #Dal Togo

Invece di un Bacio Perugina, oggi abbiamo un Moretto. Chissà se esistono ancora, i cilindretti  di cioccolato bombati e ripieni di crema al chiaro d’uovo, un po’ stomachevoli, che il fornaio Rovacchi vendeva sulla strada per la scuola. O se sono scomparsi insieme a quelle altre leccornie lunghe e piatte che si pescavano dalla scatola rotonda: gli straccadenti.

Ma non divaghiamo. Oggi il Cardinale ci serve una “suggestiva sequenza di appelli morali e spirituali” che dobbiamo, dice lui, all’etnia Ewe di matrice sudanese che vive nel sud del Togo. Non conosco l’etnia Ewe di matrice sudanese, ma dichiaro fin da ora che la considero del tutto innocente degli usi e degli abusi che alti prelati possono fare di suggestive sequenze a lei attribuite. Questa, nella fattispecie, culmina nel seguente appello morale e spirituale: “Respirate l’aria fresca della foresta. Ascoltate le onde che mormorano. Contemplate la luce del sole, della luna e delle stelle che ridono. È Dio che vi chiama”.

Se la sequenza rischia di apparirci, più che suggestiva, insulsa, ciò è dovuto, sembra suggerire il Cardinale, alle “nostre menti più sofisticate” (e già qui se io fossi uno dell’etnia Ewe di matrice sudanese m’incazzerei non poco). Comunque, insulsa o non insulsa essa gli offre il destro per rimproverarci di non essere capaci, con le nostre menti sofisticate, “di cogliere le voci segrete della natura”. E qui m’incazzo io.

Non sono mai stata in Africa. Non ho idea di che lingua parli la natura fra il tropico del Cancro e l’equatore. Ma qui da noi, questo è certo, di qualsiasi cosa parli non parla di Dio.

Vede, caro Cardinale, io sono una dei pochi, dei pochissimi, che a lungo e contro ogni evidenza hanno creduto che la natura parlasse; fin dalla prima giovinezza, con mente per nulla sofisticata, mi sono adoperata per cercare di capire e di tradurre questo estetico, enorme, sovrumano, e pure in qualche modo familiare linguaggio. I risultati che ho ottenuto sono troppo poco sofisticati per essere interessanti; ma di una cosa, ripeto, sono certa: di qualsiasi cosa parli la natura, di sicuro non parla di Dio. Non di quel Dio.

D’altra parte, il grande Pan è morto, no? Non penserà mica di risuscitarlo giusto quel tantino che fa comodo a Lei?

Se invece si accontenta delle onde che mormorano e delle stelle che ridono, allora prego, si accomodi. Però mi raccomando, non esageri; ricordi che i Moretti, per quanto poco sofisticati, sono piuttosto stomachevoli.

J.W.v.Goethe, TORQUATO TASSO

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Nino Galizzi, Busto di Torquato Tasso

LEONORE: Vedessi chiaro tu come io vedo!

Ti sbagli su di lui, non è così.

TASSO: Se sbaglio su di lui, voglio sbagliare!

Io penso a lui come al peggior nemico,

Sarei perduto, dovessi io mai ora

Sfumare il mio giudizio. È degli sciocchi

Equanimi mostrarsi in ogni cosa,

Buono solo a distruggere se stessi.

Son forse gli altri equanimi con noi?

È necessario all’uomo, che è finito,

D’amore e d’odio il doppio sentimento.

Non gli abbisogna pur anche la notte

Oltre che il giorno? E sonno al par di veglia?

No, d’ora in poi dovrà costui formare

Per me l’oggetto d’odio più profondo;

E nulla potrà togliermi il piacere

Di pensare di lui quel ch’è più abbietto.

J.W.v.Goethe, Torquato Tasso (1790), IV, 2 (La traduzione è mia)

 

Il tema del Torquato Tasso è il conflitto (insanabile?) fra una verità sentita dall’individuo, che gli si impone immediatamente come incontrovertibile, e una verità presunta oggettiva o almeno intersoggettiva, che in quanto estranea e spesso antitetica alla prima gli appare volentieri nella luce del complotto e della persecuzione. Il personaggio storico del Tasso – col carattere ombroso, le manie di persecuzione, gli episodi patologici e il sospetto sempre rinnovato degli intrighi di corte dietro l’internamento forzato – offe un protagonista ideale a un dramma che voglia tematizzare questo conflitto. L’ombra minacciosa del Wahn, della follia nel senso dell’abbaglio: del percepire ciò che non è o del percepirlo come non è, aleggia per tutti e cinque gli atti attorno al capo del protagonista. Ma non è ogni autentica percezione in sé un Wahn, quando non si accomodi immediatamente e per lunga abitudine nelle forme e nei binari sociali? (cosa che il poeta, se vuole restare poeta, non può fare). Un certo modo di vedere le cose – per quanto tutti vogliano persuaderci che è sbagliato – è talmente connaturato a noi stessi come individui che rinunciarvi in nome di una presunta “equanimità” o “oggettività” significherebbe rinunciare al nostro io, sarebbe un procedimento “buono solo a distruggere se stessi”.

Di qui il riconoscersi del personaggio Tasso al proprio possibile abbaglio, il restare fedele a una parzialità necessaria contro il miraggio di un’imparzialità assai dubbia (“Son forse gli altri equanimi con noi?”), l’accettare, il richiedere quasi la presenza di un “oggetto dell’odio più profondo”, senza voler indagare la legittimità di questo sentimento al di là e al di fuori della propria psiche, come se la presenza di un antagonista (in questo caso Antonio Montecatino, il pragmatico, assennato, prudente segretario di stato del duca Alfonso d’Este), la presenza di una forza soggettiva esterna che mette in discussione il nostro modo di essere in quanto tale e ci è dunque mortale nemica, fosse tuttavia necessaria alla precisa e preziosa configurazione dell’identità personale.

 

VULCANO

vulcano

Pare che ultimamente “magma” e “magmatico” siano parole letterariamente alla moda. Io non le amo. Mi sembra che vogliano nascondere e allo stesso tempo sdoganare una frettolosa rinuncia a fare chiarezza, a adoperare la testa; come se dal magma, appunto, di materiali sensoriali non filtrati e non elaborati ci si potesse e dovesse aspettare chissà quale autoproducentesi rivelazione nonché nuovo assetto del mondo.

Faut sméfier, faut sméfier, faut sméfier, come dice Zazie: non c’è da fidarsi. Tanto più che sull’argomento ha già detto tutto Chateaubriand nel 1802:

“Un giorno ero salito sulla cima dell’Etna, vulcano che brucia nel mezzo di un’isola. Vidi il sole sorgere in basso nell’immensità dell’orizzonte, la Sicilia stretta come un punto ai miei piedi, e il mare che srotolava le sue onde lontano, negli spazi. In questa prospettiva perpendicolare del quadro i fiumi sembravano niente più che linee tracciate su una carta geografica; ma mentre il mio occhio percepiva da un lato queste cose, dall’altro sprofondava nel cratere dell’Etna, di cui scoprivo le viscere bollenti fra gli sbuffi di un nero vapore. […] È così che tutta la mia vita ho avuto davanti agli occhi una creazione a un tempo immensa e impercettibile, e un abisso spalancato al fianco.” (René)

È stato il dramma del soggetto moderno: all’esterno, irraggiungibilità delle cose che si deteriorano a schemi; all’interno, ribollire di volizioni che sussistono soltanto nella misura in cui rimangono fluide, non assumono forma definita.

E allora, per favore, smettiamola di rimestare nell’alibi del magma.

 

 

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 5

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Domenica 4 settembre: # Cretini

“Cretini” si intitola la riflessione di oggi. Ma guarda, mi sono detta: un metabreviario. Il Cardinale lo conclude coerentemente con l’osservazione che “un cialtrone rimane tale anche se si affaccia a uno schermo televisivo”. O alla prima pagina di un magazine culturale.

Ma veniamo al punto. Il punto è “l’ipocrisia di alcune locuzioni del politically correct”. E fin qui ci siamo, il politically correct è ipocrita per definizione. Però il Cardinale mica se la prende con una locuzione come “diversamente abili”, il cui uso è raccomandato nel caso di persone totalmente dipendenti dagli altri per l’esplicazione di qualsiasi quotidiana funzione, e che quindi, in un senso corrente, purtroppo non sono per nulla abili. Non se la prende con “diversamente abili” perché a un livello superiore – a un metalivello! – prendersela con la locuzione “diversamente abili” suonerebbe a sua volta politicamente scorretto, metterebbe il Cardinale in cattiva luce e oltretutto non gli servirebbe a nulla, perché i diversamente abili di sicuro andranno in paradiso, mentre il Cardinale, non ho capito perché, ce l’ha con quelli che hanno liberamente scelto di andare all’inferno; e quindi ecco che la locuzione politically correct che gli sta su, guarda te, è “escort”.

Bisogna avere il coraggio di dire, dice il Cardinale, che una escort è semplicemente una prostituta; bisogna avere il coraggio di scartare il politically correct e scoprire – brrrr… – IL VIZIO!

Ma bisogna vedere, caro Cardinale, bisogna vedere! Perché le parole hanno il loro peso, non sono mica così interscambiabili, e i sinonimi, a ben guardare, non esistono. Prendiamo per esempio le meretrici (meretrices nella Vulgata, hai pórnai nel greco): a loro è garantito un certo diritto di precedenza nel regno di Dio. Le traduzioni più recenti recano “prostitute”. Ora, si domanda, il diritto in questione, passato dalle meretrici alle prostitute, è o non è estendibile alle escort? In altre parole, in che misura una pórnē è assimilabile a una escort? Il fatto che le meretrici siano citate in stretta contiguità con i pubblicani – cioè con gente che si faceva un sacco di soldi – sembrerebbe andare più nel senso delle escort che delle prostitute di strada; e questo naturalmente apre un nuovo interrogativo, e cioè se una fellatio eseguita in ambiente curato e gradevole sia moralmente (e economicamente) equiparabile alla stessa prestazione erogata su una piazzola di autostrada. Per non parlare poi del fatto che la prossimità evangelica di meretrici e pubblicani rilancia l’annoso problema dei rapporti, tutti da costruire, fra escort e Agenzia delle Entrate.

Vede, Eminenza, quanti problemi con le parole? Ma la questione principale, la vera quaestio princeps è un’altra: le escort – entreranno nel regno di Dio prima o dopo il cardinal Ravasi?

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UNO PTERODATTILO FOSSILE RIFLETTE SULLE SUE OSSA SCOMPOSTE

 

Hanno tanto ingoiato minerali

Le ossa discontinue, che soltanto

Con fatica e con pena – e contro quanto

Oblio che riaffiora – lungo canali

 

Pietrificati vuoti parietali

Si affanna la memoria, che l’incanto

Dei millenni rallenta. Come un guanto

Pesante, terroso di acidi e alcali

 

Le sta sopra il tempo; soccombe senza

Lotta, scivola giù lungo le ossa

Disconnesse, le vertebre mancanti;

 

Infinito cadere è la sua essenza.

Pensa nella caduta a come possa

Almeno afferrarsi alle remiganti

 

Membrane di ali alianti

Che nulla sono più sotto l’artiglio.

E cade la memoria senza appiglio.

 

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Pterodattili in volo

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 4

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Domenica 28 agosto: # Sentimento

Poiché mi trovo in Germania, leggo solo oggi il Breviario di domenica 28, gentilmente inviato da un amico in Italia. Il Cardinale vi cita “il grande regista teologo laico” Ingmar Bergman che lamenta l´assenza, dai programmi scolastici, dell`educazione al sentimento. Non educare 1)al senso della vita, 2)alla bellezza, 3)allˈamore autentico, rincara il Cardinale “è una drammatica sconfitta di ogni famiglia, scuola o chiesa”.

Fortunatamente le cose non stanno così dappertutto nel mondo. Ad esempio, il ragazzino che recentemente, in Turchia credo, si è fatto esplodere ammazzando un sacco di gente oltre a se medesimo, era sicuramente mosso da un grande sentimento, da un enorme sentimento direi, che, a quanto ci dicono i media, era stato impiantato e coltivato dal padre. Apprendiamo con sollievo che ci sono ancora parti del mondo in cui la famiglia educa al sentimento e al senso della vita.

Scrivo queste righe a Telgte, in Vestfalia, la cittadina dove Günter Grass immagina che si svolga LˈIncontro di Telgte, una riunione di intellettuali tedeschi che nel bel mezzo della guerra dei TrentˈAnni cerca, per vie letterarie, una soluzione al macello. Bei tempi, in cui un forte sentimento religioso, una chiara idea del senso della vita portarono a ridurre di due terzi la popolazione in Germania e introdussero la peste in Italia, permettendo così al Manzoni di scrivere un romanzo sui sicuri effetti della Provvidenza.

Scherzi a parte, 1)sul senso della vita ci informano settimanalmente le prediche domenicali – con scarsi effetti, dal momento che il senso della vita che vogliono trasmettere è qualcosa che si può forse praticare, ma sicuramente non dire.

2)La bellezza è scomparsa dal mondo più o meno allˈepoca di Baudelaire. Quello che resta si chiama turismo.

3)Resta il pezzo da novanta: lˈamore autentico. A titolo strettamente personale, sono convinta che lˈamore autentico debba essere riconosciuto, in senso kantiano, come idea regolativa della ragione. Il che significa che dirne qualcosa è impossibile, oltre che inverecondo. Trovo che si dovrebbe parlarne pochissimo, quasi niente, niente addirittura – rispettando quello che è: un enigma  e un silenzio.

LUMACHE E ANULARI – NELLA PALUDE DELLA METAFORA ARDITA (a proposito di Giorgio Vasta, Il tempo materiale)

I ragazzi della via Pàl 1

 I Ragazzi della via Paal (Mario Monicelli, 1935)

Sto leggendo Il tempo materiale, romanzo di Giorgio Vasta uscito nel 2008, di cui avevo sentito parlare molto bene. Dico sto leggendo perché sono a metà e non so se lo finirò. Mi sono arenata nel mezzo del lungo capitolo centrale: COMUNICARE, dove i protagonisti inventano un catalogo di posture che diventeranno il loro alfabeto muto privato. Vasta vi si smarrisce in una noiosissima deriva da Barone rampante; d’altra parte, è noioso il catalogo delle navi nell’Iliade figuriamoci se non è noioso questo; talmente noioso che deve essersi annoiato pure Vasta, infatti scade anche la scrittura – fin qui ineccepibile.

Non so se lo finirò: nel senso che non so se vale la pena di profondere una notevolissima concentrazione di lettura per assistere allo sgranarsi dell’immobile (non per niente Vasta è siciliano) ripreso in un eterno da capo. E questo non per assenza di trama: la trama c’è, seppure lentissima, ed è, credo, generalmente nota. La riassumerò per comodità: nel 1978, a Palermo, in concomitanza con il rapimento e l’omicidio di Moro, tre undicenni (fra cui il narratore), che parlano come Toni Negri, decidono di formare una cellula autonoma e indipendente ispirata alle Brigate Rosse. Rapiscono e uccidono (orribilmente) un compagno di classe, progettano l’uccisione di una bambina, ma qui il sentimento prevale sul discorso e il narratore si dissocia.

[Digressione: Gli undicenni cerebralmente ipertrofici. Un assaggio, e nemmeno il più clamoroso, di come parlano: “Ogni settimana, dice [il capo, l’ideologo], tutto si rinnova. Nuovi dischi, ognuno con la sua copertina, nuovi film, nuovi personaggi televisivi. Nelle edicole compaiono i nuovi numeri delle riviste. L’insieme di queste novità produce un immaginario condiviso che serve all’Italia a tenersi insieme. Perché in realtà sta andando tutto in pezzi. Ogni personaggio che finisce in copertina o su uno schermo diventa un centro, qualcosa che dovrebbe dare stabilità. E quindi si accumulano corpi e posture. Ma il centro è instabile, dura una settimana e poi si passa avanti, in un ciclo di rivoluzioni ipocrite che servono solo a conservare il tempo identico a se stesso.” Il problema di ragazzi di prima media che parlano come trentenni con un dottorato in sociologia è già stato variamente sollevato o non sollevato. Poiché sono ignorante di narratologia, non so che genere di patto possa stringere l’autore col lettore per fargli ingoiare questa mastodontica incongruenza all’interno di una narrazione che comunque ha delle pretese di realismo; è anche vero che dopo le prime, fastidiosissime sessanta o settanta pagine ci si fa l’abitudine e disturba un po’ meno.]

Quello che mi interessa non è l’ipertrofia cerebrale di ragazzi della via Pàl di nuova generazione. Quello su cui vorrei riflettere è la lingua del narratore, ovvero lo stile con cui Vasta, attraverso il narratore, rappresenta il mondo in questo romanzo. Nimbo, il narratore protagonista, sta parlando di lumache: “Se ne stanno nella terra acquitrinosa delle aiuole, oppure incollate per la pancia sui muretti, sotto le cancellate. Quasi tutte con il guscio, alcune senza, anulari di acqua solida e grigia”. Qui invece sta pensando al caffè: “È nervoso e inquietante. È fumo liquido. Lo conosco con la vista e con l’olfatto ma non l’ho mai bevuto. Ogni pomeriggio, in casa, quando la Pietra lo prepara, guardo e ascolto il gorgoglio che fa venendo fuori; sto concentrato davanti alla caffettiera, sconvolto da quel rancore.” Descrive il naso di sua madre: “Lo Spago ha il naso adunco. Una curva d’osso sottile, la cartilagine della punta è aguzza. È sempre chiaro e trasparente. Quando mi avvicino vedo le molecole mischiate, l’odore del pane e del latte, delle piastrelle dei bagni e dei detersivi, l’odore dei gatti e della lana bagnata: lo Spago annusa le cose, becchetta la molecole, le ripone nella sua urna di vetro.” Ora, “anulari di acqua solida e grigia” come predicativo di un soggetto che sono le lumache, “quel rancore” riferito al gorgoglio della caffettiera, “urna di vetro” per “naso”, “becchettare le molecole” per “annusare”, con l’estensione metaforico-immaginistica del naso-urna di vetro in cui si ammonticchiano le molecole annusate, come in quei poster della lotta al fumo su cui si vede un torace umano con la sagoma dei polmoni piena di mozziconi di sigaretta, o quelle bocce di vetro pubblicitarie che sostavano, se non sbaglio, nelle farmacie, riempite a metà di leggerissime e volatili sferette bicolori – tutte queste metafore sono quello che si chiamano o si chiamavano “metafore ardite” e sono proprie: a) del linguaggio poetico, b) dello stile barocco.

Non si tratta qui di dire, per me, se queste metafore siano o no “riuscite”. Oltretutto la lingua di Vasta è ponderata, precisa, senza sbavature; da questo punto di vista ammirevole. Si tratta di dire che quanto più una lingua fa un uso strutturale della metafora, quanto più la metafora “ardita” diventa la strategia con cui uno sguardo nuovo elude la banalità del già interpretato e instaura fra gli elementi del reale relazioni inattese, tanto più il testo avrà tendenza a allargarsi “in orizzontale”: nella descrizione e constatazione come in una vasta pozzanghera di due dita d’acqua. La metafora, si sa, essendo eminentemente poetica non giova alla narrazione. Mi pare significativo che l’avanzare dell’azione nel romanzo di Vasta non avvenga all’interno dei capitoli, ma nel “salto” fra un capitolo e l’altro, come se ogni capitolo fosse un quadro, il fermoimmagine di uno svolgimento che rimane fuori dal campo visivo; un fermoimmagine il cui senso viene di volta in volta elucidato dalle didascalie dell’ideologo del trio.

Si potrebbe obiettare che l’uso smodato della metafora è funzionale al romanzo, che tematizza lo strapotere, il potere cattivo della lingua di fronte a una realtà – se c’è – muta e impotente, una realtà vittima; anche che bisogna distinguere fra l’uso ideologico del linguaggio da parte del “capo”, e le metafore che il narratore produce in uno sforzo continuo non per controllare o dominare, ma per penetrare le cose oltre l’opacità del banale. L’obiezione sarebbe corretta, tuttavia il disagio, a mio parere, rimane.

Ricordo un’insegnante di liceo la quale diceva – un’osservazione temo non particolarmente originale, ma allora mi colpì e non mi parve scontata – che il barocco è lo stile delle epoche di decadenza. Che ci troviamo in un’epoca di decadenza è assodato. Di come si possa fare per uscirne non ho la più pallida idea. Ma intanto si potrebbe provare a scansare le metafore.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 3

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Domenica 21 agosto: # Senza originalità

Olà, cardinal Ravasi! Oggi mi viene con Madre Teresa di Calcutta! E chi può prendersela con Madre Teresa di Calcutta? Nessuno, è ovvio. Infatti è l’ultima ratio di quelli che vogliono cavarti dei soldi, e che dopo averti mandato il portachiavi (non richiesto), la matita e la gomma (non richieste), il cuore di cartone (non richiesto) con su scritto “Grazie, Elena!”, en désespoir de cause ti mandano il librettino (non richiesto) con le frasi di Madre Teresa di Calcutta sulla goccia che insieme alle altre gocce fa il grande mare. Mi sa che è matura per i Baci Perugina, la goccia che con le altre gocce.

Ora però vi chiederete, amici e amiche affezionati delle Ravasiane, cosa c’entrano Madre Teresa e la sua goccia con l’originalità, o meglio con l’assenza di originalità. C’entrano, c’entrano: perché scarsamente originali, anzi decisamente monotoni e sempre più o meno gli stessi per tutti sono, secondo il cardinale, i nostri peccati, peccatini e peccatucci; che però e dai e dai, e uno attaccato all’altro, e goccia inquinata sopra goccia inquinata fanno un grandissimo mare inquinato che impedisce il “rigurgito della coscienza”, cioè la conversione: “un’ininterrotta sequenza di difetti, di mancanze, di vizi sempre uguali, che segnalano la nostra comune appartenenza all’umanità fragile e peccatrice”.

Che smania di correzione, Cardinale. Fragile e peccatrice dice lei. Da rivedere in toto. Da raddrizzare. Da piegare nella forma conveniente. E se invece fossero, questi sempre uguali, queste invarianti, appunto perché sono sempre quelli, se fossero le colonne portanti dell’umanità, quelle che disegnano la sua essenza? Cos’è questa fretta di metterci le toppe? E belle larghe possibilmente, che non si veda quello che c’era sotto. Non le viene il dubbio che il rattoppo sia parecchio più noioso dello strappo? E, a proposito di gocce e di mare, che l’essere umano sia in sé, per essenza, inquinante?

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Walter Lambiase, Natura morta con libro e conchiglia
Walter Lambiase, Natura morta con libro e conchiglia

“Verso le cinque del mattino fui svegliato da uno strano fracasso, come se fuori dalla mia porta fossero in corso contemporaneamente ventiquattro indiavolate partite di biliardo. Mi affacciai alla veranda che dava sull’oceano e vidi la spiaggia coperta di grosse conchiglie che si muovevano abbastanza rapidamente verso il mare, urtandosi fra loro a causa dell’affollamento e producendo l’effetto sonoro delle biglie d’avorio mandate a cozzare le une contro le altre.”

I diari di viaggio del Capitano Adam Seamus O’Connell, Cork 1782

 

GASTEROPODI

Rimane la conchiglia nei bazàr;

Ha ancora nell’orecchio lo schioccare

Di quando l’alba li spingeva al mare

Sulle spiagge di Kenia o Zanzibàr.

 

Conche robuste più del benzoàr!

Sonore all’urto che le fa ballare,

Che fanno i gasteropodi a marciare

Sulle risacche di Madagascàr!

 

Sono finite qui nell’arenato

Museo, smussate ai bordi e quasi finte,

spesse alla vita come dame anziane

 

Dall’incarnato pallido un po’ enfiato.

Un pittore le ritrasse con tinte

Di cipria fra volumi e melagrane

 

E rare porcellane.

Questo ricordo gli sorride amabile

Nel mezzo della loro vita immobile.