OBIETTIVO: SODOMA (Le storie del Cappello Floscio 4)

«Naturalmente le preghiere sono indispensabili a ogni età. Anche a 79 anni,  l’età del cardinale Bassetti secondo il quale il ddl Zan “andrebbe corretto più che affossato”. Mentre la volontà di Dio riguardo una legge intitolata “Misure di contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale…” sembra proprio l’affossamento. Siccome a Sodoma discriminò e commise violenza fino alla strage: il primo omofobo della storia, nostro Padre.»

(Lamillo Cangone, qui)

Quella sera il Cappello Floscio aveva mangiato troppa carne a una cena di eremiti. E la porchetta di Sant’Antonio, e l’agnello del Battista, e le orrende bistecche di leone di San Girolamo (permaloso com’era non avevano potuto dire di no). Fortuna che dopo era girato il piccion magro di san Francesco (un piccione per dodici persone), poi i tenerelli di pollo di Santa Brigida e il brasato di Santa Genoeffa. Ma di nuovo il pasticcio in crosta della Guardiana delle Oche era molto unto; e quando per finire era arrivata in tavola la casetta di cioccolato e marzapane di Hänsel e Gretel il Cappello Floscio aveva capito che la notte sarebbe stata difficile. Pazienza si disse, reciterò il rosario completo di centocinquanta avemarie.

Vero è che dietro alla carne ci aveva mandato parecchio Salamino di Santacroce, quello della cantina di Sant’Ilario che scioglie anche i sassi, ma la notte fu ugualmente difficile. Fra il pater e la centoquarantunesima avemaria si addormentò di un sonno pesante.

L’angelo lo trasportò in sogno presso le Querce di Mamre, là dove Abramo e il Signore stavano discutendo di Sodoma. E a forza di giocare alla morra si erano quasi messi d’accordo quando il Cappello Floscio, che già vedeva sfumare il barbecue, superò gli ultimi metri con una corsettina a chiappe strette e interloquì.

“Ma come! – disse il Cappello Floscio al Signore – non mi dirai che ti rimangi la parola! Che per dieci pidocchiosi giusti lascerai sussistere quel covo di sodomiti!”

“Un momento – disse Abramo, scocciatissimo perché era quasi riuscito a convincere il Signore. “Un momento. In quanto abitanti di Sodoma sono per forza Sodomiti, con la maiuscola. Non c’è scandalo in questo.”

L’altro lo squadrò: “Lei ha fatto l’università vedo. Facoltà filosofica, le fini distinzioni. Non ci servono, grazie. Vada a badare alle sue pecore che col Signore ci parlo io. “

Anche il Signore, a dir la verità, era piuttosto scocciato per l’arrivo del rompiballe. Ma poiché il rompiballe in fondo sosteneva la sua posizione non poteva levarselo dai piedi come avrebbe voluto. Però una cosa la poteva fare. Valutò con un’occhiata i due angeli che lo accompagnavano. Scelse il più remissivo – timido, un po’ gobbo, Ezrael se non andava errato – e gli intimò: “Ecco, tu andrai col Cappello Floscio alla città di Sodoma, appurerai come stanno le cose e farai rapporto domattina.” E fatto cenno all’altro angelo di seguirlo s’involò.

Il Cappello Floscio non era per nulla contento. Non gli andava di avvicinarsi al braciere – con quel tipo poi. Pieno di brufoli, denti gialli, alito cattivo. Ma il tipo si era già incamminato e il Cappello Floscio non poté che seguirlo. Nel peggiore dei casi, si disse, si sarebbe attaccato al mantello di Lot e non lo avrebbe più mollato.

Davanti alla casa di Lot ci fu la prima discussione. Ezrael voleva a tutti i costi passare la notte sulla piazza “per avere il polso della situazione”, il Cappello Floscio dovette letteralmente spingerlo dentro la casa, e anzi spingendolo per le spalle gli finirono le mani sulle ali e gli fece un po’ schifo. Ma ormai i Sodomiti li avevano visti; il dorso pennuto del piccolino, in particolare, li stuzzicava; l’altro veramente no, sembrava un piatto di cotiche al verde, ma già che c’erano li reclamarono entrambi.

Ezrael perse subito la testa. Voleva che Lot mettesse a disposizione dei Sodomiti le sue figlie per tenerli buoni (nel rapporto, poi, scrisse che era stata un’idea di Lot). Lot saltellava sulle spine, saltellando finì dietro le spalle del Cappello Floscio e vide che non aveva le ali. Nel frattempo i Sodomiti avevano quasi abbattuto la porta. Ezrael tentò un incantesimo ma riuscì solo a distruggere un cardine. Lot uscì a parlamentare. Teneva la porta socchiusa e la copriva con le spalle. Si sentivano risate sguaiate, fischi e parlottamenti. “Accordo raggiunto! – gridò Lot verso l’interno e fece segno al Cappello Floscio di avvicinarsi. Il Cappello Floscio esitò. Poi ricordò che il posto più sicuro era attaccato al mantello di Lot e lo raggiunse. Lot gli cinse amichevolmente le spalle, piroettò su un fulcro immaginario e alla fine del giro di bussola lui stava dentro e l’altro fuori dalla porta sprangata. Il Cappello Floscio capì che l’accordo era lui.

Quella notte i Sodomiti si divertirono un sacco. All’alba Ezrael spedì il dispaccio e filò con Lot e famiglia. Alle sei cominciò la pioggia di fuoco. Alle sei e mezza la moglie del Cappello Floscio andò per svegliarlo e lo trovò morto nel letto.

Il medico era perplesso. Si schiarì la gola e disse alla vedova singhiozzante che purtroppo si trovava nell’obbligo di avvertire la polizia. La vedova singhiozzò più forte. Quando arrivò il commissario il medico lo prese da parte: “Ci sono delle cose molto strane…”

À SUIVRE…6 (DEI VALORI POSITIVI IN LETTERATURA)

di Elena Grammann

Se c’è qualcosa di Hegel e di quelli che lo hanno messo in piedi che mi è passato nella carne e nel sangue, è l’ascesi contro l’affermazione immediata del positivo.
                                                            (Th.W.Adorno)

Credo che possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che la letteratura ha qualcosa a che fare con la verità. Naturalmente non al modo del concetto, che desume dai fenomeni elementi simili o costanti e li raggruppa, li organizza, crea sistemi di comprensione formali, cioè adattabili a vasti insiemi di fenomeni individuali, e sovrapponibili a questi come griglie. Ma distinti: i concetti ci aiutano a capire i fenomeni ma non sono fenomeni. (… Continua su Poliscritture)

L’EDITORE

Aveva smesso di piovere. Fuori c’era un grigio un po’ terroso come l’intonaco della casa, il lillà era piegato dalla pioggia, sulle colline si gonfiavano le macchie più chiare delle fioriture. Era la primavera dopo tutto, c’era in giro una leggerezza, come un essere sospesi nel presente che le faceva bene, la riposava. Sorrise a una merla che cercava grani fra l’erba.

Sul retro della casa fu incerta se prendere il viottolo e scendere al punto più basso della forra, dove l’acqua stagnava e crescevano due pioppi giganteschi, e risalire dall’altra parte, per la collina e le carraie, fin su dove comincia il bosco. Ma non c’era ragione. Non c’era più nulla da vedere, gli eroi erano giunti a destinazione, il romanzo era concluso.

Non era triste. Inspirò come un’umidità sui muri la solitudine delle stanze vuote; non c’era nessuno, soltanto il manoscritto sul tavolo e tutto lì dentro – congedato, staccato da lei.

Sedette sulla poltrona che le parve dura; lasciò penzolare la mano oltre il bracciolo.

Verso sera bussarono alla porta.

Sulla soglia c’era un uomo con un completo nero, o forse grigio scuro, e una bombetta. Era un uomo di mezza età, curato, impeccabile, del tutto privo di fascino.

«Sono l’editore» disse senza togliersi il cappello. «Posso entrare?»

Penelope si fece da parte.

Nel soggiorno accese la lampada sul tavolo. Le guance dell’editore, un po’ cascanti come quelle di un bracco, disegnavano due pieghe decise agli angoli della bocca; in mezzo, le labbra erano dritte e sottili. Accennò al manoscritto, posato di fianco alla lampada:

«È questo?»

Penelope fece segno di sì.

Poiché l’uomo non diceva nulla cercò lei stessa un inizio, esitando:

«Quindi lei è un editore…»

L’uomo si strinse appena nelle spalle:

«Abbiamo mantenuto il termine tradizionale, ma suppongo che lei sia al corrente della procedura…»

Penelope si affrettò ad annuire, arrossendo appena: soprattutto non voleva che l’uomo la prendesse per un’ingenua.

Però non dava segno di voler iniziare, anzi si era seduto e faceva ruotare il cappello sulle ginocchia. Così, senza averne veramente l’intenzione, domandò:

«Ma perché lo fate?»

L’editore la fissò esagerando un’espressione di stupore:

«Non mi dica che non lo sa».

«So quello che si dice. La proliferazione dei libri».

«Era diventata mostruosa. Un mostruoso essere tentacolare. E la patologia psichica? La sindrome del lettore inebetito? Ne avrà sentito parlare».

«Sì» disse lei, incerta. «Ora però, dopo tanto tempo…»

L’editore aveva un’espressione severa. «E quanto pensa che ci metteremmo, a ripiombare nel caos?»

«Ma anche a prescindere da questo» continuò con una certa animazione «ci siamo accorti che grazie alla nuova procedura si ottengono esattamente gli stessi benefici, a costi assai inferiori e senza inconvenienti».

«Gli stessi benefici?»

L’editore tacque e fissò il cappello in grembo, come per raccogliere i pensieri. Quando sollevò lo sguardo aveva un’espressione ardita:

«Che ne era, poi, dei volumi che venivano stampati?»

«Come, che ne era? Non so… »

«Venivano dimenticati!» urlò, trionfante. Abbassò la voce:

«E meno male. La psiche reagiva, si tutelava… Ma comunque. Mi dica, non è, ora, la stessa cosa? E molto più rapidamente, senza intoppi. Che altro accade ora ai volumi, con la nuova procedura, se non di essere dimenticati?»

Penelope lo fissava esterrefatta:

«Tutto qua? Tutto qua il beneficio?»

«Be’, no» ammise l’editore con una piccola irritazione. «Il grosso degli effetti benefici riguarda gli autori, esattamente come prima. Vede, mia cara, una volta, quando il manoscritto era “pubblicato”, come si diceva, l’autore si sentiva gratificato, colmato, liberato dal peso morto dell’opera inedita, e si metteva immediatamente a scriverne un’altra. È un fatto costituzionale degli autori, non si può cambiare. Ora, noi facciamo, a costi decisamente inferiori e senza danno per il pubblico, esattamente la stessa cosa: noi liberiamo l’autore dal suo manoscritto; da quella cosa vergognosa, impudica, inconfessabile che è il manoscritto bruto. Gli restituiamo un’anima immacolata, una coscienza vergine: può ricominciare da capo».

«Ma…» balbettò Penelope. Qualcosa le ostruiva la faringe; deglutì con fatica. «Ma, non le viene in mente che magari… fra i manoscritti che trattate secondo la procedura… chissà… potrebbe anche esserci un capolavoro?»

L’editore sorrise, con benevolenza:

«Bambina mia,» disse paterno, sicuro di sé «se lei mi garantisce che quello» e indicò il manoscritto «è un capolavoro, se lei è in grado di affermare senz’ombra di dubbio che è un capolavoro, io istruisco la procedura straordinaria e lo tratto nel modo tradizionale. Non è mai stato fatto, ma se lei mi assicura che è un capolavoro, lo farò».

Penelope trattenne il fiato. Guardava la pila di fogli sul tavolo, cercava di concentrarsi, di ricondurre tutto a una coscienza nitida. C’erano tante cose dentro, cose che erano venute da sé, cose che aveva dovuto inventare faticosamente, che avrebbero potuto essere altre, essere dette altrimenti. C’erano frasi che erano scivolate fuori perfette, e altre che aveva riscritto molte volte, che avrebbero potuto essere scritte diversamente o non essere scritte affatto.

Quanto c’era di necessario? Qualcosa, sì, qualcosa; probabilmente molto poco. E poi, necessario per chi?

Chinò il capo.

«Mi dia retta,» disse l’editore comprensivo, battendo col medio sullo spesso pacco di fogli ordinatamente rilegati, «si decida. Vedrà che dopo starà meglio».

Penelope si mordicchiava il labbro. Ma davvero, cos’altro poteva fare?

Si alzò e prese il manoscritto con le due mani, per il lungo. Anche l’editore si era alzato e la guardava con una certa solennità. Penelope era tesa, i polsi e le spalle le tremavano. Era la prima volta, non l’aveva mai fatto. Qualcuno le aveva detto che la prima volta quel fatto fisico, quell’enormità, fa un po’ impressione. Sollevò il manoscritto all’altezza del viso dell’editore.

Ecco, ecco, ora accadeva. Vide la fessura sottile delle labbra allargarsi a dismisura, superare i contorni del viso, diventare un’apertura vacua, rettangolare, delle dimensioni esatte del manoscritto. Lo accostò alla fenditura, lo spinse dentro. Era fatta.

Il collo dell’editore si dilatò come un serpente che ingoia una preda più grossa di lui. Deglutì con un certo sforzo, si ricompose. Non si notava più nulla.

L’uomo si inchinò brevemente, sorrise:

«È stata una saggia decisione. Vedrà, fra poco si sentirà meglio.»

Si rimise il cappello:

«Non importa che mi accompagni, troverò la strada.»

Sentì la porta d’ingresso che si apriva e si richiudeva.

Le parve che sul tavolo, di fianco alla lampada, mancasse qualcosa.

Povera bambina, pensò mentre scendeva i tornanti della strada bianca. Attaccata a quelle cose che non ci sono più. Convinta che siano ciò che veramente conta, il nucleo duro dell’essere. E quanto doveva aver lavorato a tessere tutta quella natura. Anni di natura fedelmente registrata – macché registrata, romanzata! ridacchiò. E mai un dubbio.

Intanto si guardava attorno per imprimersi il percorso; aveva faticato a trovare la casa e non dubitava che fra non molto gli sarebbe toccato tornare. Intorno c’erano le colline, le fioriture spumose. Le vedeva, ma piuttosto come le immagini di un video. E a poco a poco tutto scompariva nell’oscurità.

«“E a poco a poco tutto scompariva nell’oscurità”» pensò arricciando metà labbro. «Ecco un’altra cosa che non esiste più».

Tanizaki Jun’ichirō, SULLA MAESTRIA

Tanizaki pubblica questo saggio nel 1933, lo stesso anno del Libro d’ombra (vedi). Ma mentre il Libro d’ombra esce in Italia per Bompiani “già” nel 1965, per Sulla maestria bisogna aspettare la Piccola Biblioteca Adelphi e il 2014.

Non senza ragione. A chi possono interessare queste considerazioni sull’arte – ‘arte’ nel senso di “impara l’arte (e mettila, o non metterla, da parte)”? Arte come tecnica – in senso giapponese: come via verso una particolare e delimitata perfezione; riflessioni condotte sulla base di esperienze concrete e circostanziate: quella volta e quell’altra, quando è capitato che l’autore abbia visto qualcosa che lo ha portato a riflettere. Aderenza ai fenomeni, pochissima teoria e sempre a posteriori, nulla di ciò che chiameremmo filosofia estetica – o, se qualcosa c’è, talmente orientale e, ai nostri occhi, astorico e apparentemente ingenuo che veramente non sappiamo che farcene.

Tutto prende le mosse da una piccola discussione fra amici, anni prima, alla quale oltre allo stesso Tanizaki avevano partecipato un appassionato di teatro, un pittore e un attore di kabuki. Il punto della discussione era il criterio in base al quale era possibile affermare che un artista è migliore di un altro. Il criterio era stato identificato nella capacità, da parte del migliore, di dipingere/recitare anche al modo dell’altro. Se non lo fa è perché la cosa non gli interessa; ma, se volesse, potrebbe farlo. Viceversa, il meno bravo non è in grado.

È chiaro che per una siffatta concezione di arte l’individualità, la singolarità, il genio personale anziché costituire elementi positivi rappresentano piuttosto ostacoli nell’acquisizione di quella tecnica che sola fa la differenza fra l’artista e il dilettante. Ed è altrettanto chiaro che è l’opera – sia essa performance teatrale o dipinto – il polo oggettivo e autonomo, con leggi proprie, che richiede una tecnica totalizzante; e non il contrario – vale a dire che un’abilità particolare sia sviluppata, a scapito di altre, in vista di un certo tipo di effetto e di una produzione fortemente personale.

La pittura è presto lasciata da parte, mentre una buona metà del saggio è dedicata al teatro e, più marginalmente, al cinema, prevalentemente occidentale, quando vi lavorino attori di teatro e offra dunque l’occasione di mostrare la peculiarità dell’arte e dell’artista e la sua essenziale alterità rispetto al dilettante, in un contesto più ampio del teatro tradizionale giapponese. Non è forse inutile sottolineare che, all’epoca, si tratta di cinema muto, che sta e cade con la presenza scenica dell’attore.

Ma tornando a ciò che sta veramente a cuore a Tanizaki, il Giappone, urge una precisazione terminologica: quando parla degli artisti di kabuki o di bunraku (il teatro delle marionette, più popolare e considerato, a torto secondo Tanizaki, di livello inferiore), Tanizaki usa il termine tradizionale geinin, persona dell’arte, gente dell’arte, nel senso di esecutore, dunque anche di attore, o suonatore; e non il più vasto e ambizioso geijutsuka, più moderno, più influenzato dall’Occidente, che sottolinea invece l’aspetto creativo dell’arte. In geinin l’accento è sulla tecnica, sul saper fare; una tecnica che, tradizionalmente, si acquisiva a partire dall’infanzia con un apprendistato durissimo nelle famiglie degli attori. Tanizaki non è per nulla un nostalgico della didattica paramilitare, in certi casi addirittura da Lager, di cui fornisce alcuni esempi (“Tra i narratori gidayū e i suonatori di shamisen del jōruri, a Ōsaka, sono frequenti le storie di maestri che con il plettro colpiscono i discepoli fino a farli sanguinare o che li buttano giù a calci da un pianerottolo all’altro, facendo perdere loro i sensi.”), né della segregazione o dell’istruzione generale estremamente lacunosa impartita, o meglio non impartita, a questi bambini e ragazzini:

“All’epoca i figli degli attori si riconoscevano per le fogge leziose, quasi femminili delle vesti, i berretti da cacciatore e le sciarpe di seta, la pipa in bocca e le pose studiate. Si esprimevano da adulti, con un linguaggio inadeguato alla loro età, addirittura spaventando noialtri che, per questo, ci comportavamo come se loro appartenessero a un’altra razza e li guardavamo dall’alto in basso, con disprezzo, quasi fossero apprendiste geisha. Da mattina a sera, dicevo in precedenza, erano sottoposti a esercizi molto duri, che li rendevano sì padroni della tecnica, ma li inducevano a trascurare lo studio teorico, le conoscenze e l’educazione morale, il che favoriva una sorta di inevitabile ritardo nello sviluppo intellettuale e faceva sì che emergessero attori dalle indiscusse abilità drammatiche, ma incapaci persino di contare gli spiccioli che avevano in tasca, e Nakamura Shikan ne è un buon esempio.”

Sul disprezzo con cui gli altri bambini li guardavano, “quasi fossero apprendiste geisha”, tornerò più avanti. Quello che vorrei ora sottolineare, e che Tanizaki sottolinea espressamente, è come nonostante le lacune nella loro istruzione – la sostanziale ignoranza – e la conseguente incapacità di intendere/formulare discorsi teorici (Tanizaki usa volentieri la parola “filosofici”) o genericamente culturali, questi attori risultino molto più capaci, incisivi e “giusti” nella rappresentazione di opere teatrali occidentali – di cui, appunto, non possono cogliere il senso “filosofico” o culturale, cioè il senso tout court – che non gli attori avvertiti e acculturati dello shingeki (“nuovo teatro” sul modello occidentale):

“E allora, pensando alla loro formazione, non dobbiamo forse riconoscere che è solo grazie alla maestria se questi attori riescono a interpretare in maniera ineccepibile opere così ricche di contenuti filosofici, tipicamente moderni, come i drammi sociali e le commedie di carattere? Quand’anche difettino di intelletto, una volta sul palcoscenico costoro si rivelano dotati di un istinto finissimo. Grazie a quest’ultimo sanno cogliere l’intento dell’autore: per loro la comprensione non si realizza nella mente. La via del teatro e le sue norme sembrano possedere qualcosa di universale, che trascende il tempo e lo spazio, e gli attori, avvezzi alle più diverse forme di espressione, tentano e ritentano finché non giungono all’essenziale. Penetrano il contenuto dall’esterno.”

“Tentano e ritentano”: la maestria è il frutto del “tentare e ritentare” per avvicinarsi a una sempre maggiore perfezione dell’arte, intesa come qualcosa di esterno, qualcosa che ha le sue regole e norme, non tanto nel senso, come potremmo intenderlo noi, di un’estetica normativa, quanto piuttosto di un’essenza, direi quasi un’esistenza propria dell’arte; qualcosa che si “incorpora” grazie a uno strenuo addestramento, vale a dire a un progressivo e instancabile avvicinamento al punto in cui l’arte e l’artista diventano una cosa sola. Nel caso degli attori è la “via del teatro” nel senso giapponese: una via di perfezionamento e perfezione – e poco importa l’ambito in cui si cerca la perfezione: alla fine del percorso non sarà più soltanto la perfezione in un’arte particolare – del tè o della guerra o della disposizione dei fiori -, ma una perfezione umana e esistenziale. Questo è importante: la distinzione fra l’uomo e l’opera, generalmente accettata e quasi ovvia in Occidente, qui non solo non è pensabile, ma non ha proprio senso. È interessante in questo contesto la lettura, per noi del tutto insolita, che Tanizaki fa di Balzac – di cui peraltro ammira il genio:

“A prezzo di grandi fatiche Balzac ha scritto la sua monumentale Commedia umana: per far fronte alla montagna di debiti che gli gravava sulle spalle, lavorando ogni giorno con energia incomparabile e con soverchio impegno […]. Tuttavia, volendo proprio trovare dei difetti nella multiforme opera di questo grande scrittore […], tali difetti si limiterebbero forse a una certa chiassosità della narrazione e all’assenza di un coinvolgimento emotivo. Vi sono alcuni racconti più agili, di breve o media lunghezza, […] ma anche qui è impresso il segno di un virtuosismo sovrumano che non permette mai al lettore di abbassare la guardia. Là dove avverte il desiderio di una scrittura più pacata e duttile, l’opera soffre fin troppo di assenza d’elasticità. Quella tensione, quel lavoro forsennato in vista del guadagno, che connota lo scrittore e l’uomo proteso alla ricerca di fama e di ricchezza, emerge in modo evidente fra le righe dei suoi testi.”

Con questo saremmo passati dal teatro alla letteratura, dall’esecutore all’autore – per di più all’autore di una cosa “immateriale” qual è un testo. Non è un passaggio facile. Tanizaki lo affronta obliquamente, da diversi lati e, diremmo, per tentativi. Un possibile approccio considera, indistintamente, lo status sociale degli artisti:

“Sin dall’epoca Tokugawa [1603-1867, NdR], allorché lo scettro delle arti passò nelle mani del popolo, e la letteratura calò all’improvviso fra la gente comune, chi si dedicava all’arte pura (jun geijutsu) – dagli attori agli artisti (bijutsuka), agli autori di narrativa – ha occupato una posizione bassa nella scala sociale; gli attori, in particolare, erano oggetto di disprezzo e venivano apostrofati come «mendicanti sul greto del fiume», e gli stessi geinin subivano passivamente tale trattamento, un trattamento che apparirà forse ingiusto ma che, a seconda dei punti di vista, si può anche ritenere sensato.”

Una traccia di questo “trattamento” l’abbiamo già incontrata nel “disprezzo” con cui gli altri bambini guardavano ai figli degli attori, destinati a diventare attori a loro volta. Ma perché questo atteggiamento “si può anche ritenere sensato”? Non è questa affermazione di Tanizaki un paradosso inaccettabile?

Dipende dal punto di vista. In epoca Meiji (1868-1912, il periodo della modernizzazione e occidentalizzazione del Giappone), dice Tanizaki, comincia a diffondersi l’idea di “arte” come di qualcosa di sublime, di sacro, e contemporaneamente “scrittori e drammaturghi [cominciano] ad affrontare nelle loro opere temi politici e problemi di ordine sociale”. Prima questi temi non venivano affrontati e non c’era affatto, nel pubblico e negli artisti stessi, un’idea chiara di cosa fosse arte, a maggior ragione che potesse essere qualcosa di sacro. Ma anche quando l’idea comincia a diffondersi, rimane il fatto che secondo Tanizaki, riguardo all’arte, “solo dopo lunghi anni di sacrifici si [può] giungere a comprenderne la vera essenza, mentre forse è inutile pretendere altrettanto dal resto della società”. Certo, non sarà la scarsa considerazione o il franco disprezzo di epoche precedenti, tuttavia l’incomprensione, o una comprensione parziale e insufficiente, continuerà a segregare l’artista dal pubblico, che è appunto “il resto della società”.

In Europa una situazione paragonabile si ha col decadentismo, a partire da Baudelaire; ma Tanizaki non sembra farne una particolarità storica legata a una borghesia dominante, bensì una frattura di principio fra l’artista e il resto del mondo – a cui non si può decentemente chiedere di capire l’arte perché, per la maggior parte del tempo, si occupa d’altro e altro persegue. Quello dunque che accomuna, o dovrebbe accomunare lo scrittore e il geinin, disprezzato dalla società, è un lavorare non in primo luogo per il pubblico e per il successo, ma per affinare la propria arte:

“Il nostro è un lavoro che dipende dal favore del pubblico, è soggetto a un drammatico alternarsi di glorie e fallimenti, ma proprio per questo noi dobbiamo cercare di difendere quanto vi è da difendere – senza rincorrere sempre e soltanto la popolarità. Adulare le masse, in fondo, è come adulare i potenti. Bisogna rispondere unicamente alla propria coscienza artistica, affinare il talento in silenzio, con dedizione, lontano dagli sguardi del pubblico. Se il mondo non ci accoglierà ci rassegneremo, consapevoli di non aver fatto ancora abbastanza, oppure capiremo che la nostra arte, rispetto al lavoro degli antichi, non possiede nulla di eccezionale, che è inevitabile rimanere sepolti nell’anonimato e allora, senza serbare rancore agli uomini né disprezzo verso il mondo, continueremo a operare soltanto per il nostro personale diletto.”

Sono parole che suonano strane, “antiquate”, anche più “antiquate” di quel 1933 in cui furono pubblicate. Eppure se pensiamo a come oggi gli autori, soprattutto di narrativa, pubblichino forsennatamente un’opera dietro l’altra per mantenere su di sé l’attenzione del pubblico; se pensiamo a come delle opere precedenti l’ultima non rimanga quasi ricordo, e a come, per la stragrande maggioranza degli autori, una volta che siano morti e non possano periodicamente richiamarsi all’attenzione dei vivi, la loro opera sprofondi come essi stessi nel baratro del nulla – ecco forse quelle osservazioni ci appariranno meno peregrine. E svilupperemo un affetto e anche un po’ di invidia per il geinin, il cui “intimo desiderio […] è divenire allievo del bunraku per vedere un giorno la propria stella rifulgere, ma, se ciò non dovesse verificarsi, egli potrà allora vivere anche cantando di casa in casa: attraverso la «maestria», in altre parole, ci si avvia a una sorta di percorso – per niente facile – verso la conoscenza; e se poi raggiunge tale dimensione, allora anche un geinin non sarà da disprezzare.”

Dove mi trovo d’accordo con Nietzsche

Io sono molto solidale con i deboli. Con i veramente deboli. Credo che debbano essere protetti (se si può. Non sempre si può), amati, ammirati. Che davanti a loro ci si debba inchinare; anche se non sempre riesco a farlo.

Non so quanto cuore ho, forse poco. Ma di quello che ho, la grossa parte è per i deboli.

Non però per i deboli che vogliono fare i forti. Non per i deboli che scavalcano la barriera, raccolgono in giro penne di pavone e si travestono da forti. E guai a chi si azzarda a toccargliele, le penne di pavone.

Nel caso di questi deboli, dei deboli che vogliono fare i forti, sono perfettamente d’accordo con Nietzsche: vanno pestati. Fin ca g’n’è un toc, come si diceva.

NOI DILETTANTI (racconto e distanza)

Sarà l’influenza della short story, sarà l’idea che, anche solo per le dimensioni ridotte, non impegna più di tanto – fatto sta che il racconto è un genere molto praticato. Quando ero giovane i dilettanti, cioè noi, scrivevamo poesie. Oggi che la poesia ha perso di appeal, o è diventata difficile, troviamo il nostro naturale sbocco nel racconto.

Per i giovani, ora come allora si tratta di esprimere “qualcosa che hanno dentro”. I meno giovani riversano nel contenitore fatti reali o di invenzione, che arricchiscono di pennellate didascaliche. I più avvertiti evitano di suggerire apertamente una morale.

Ciò che accomuna noi dilettanti, giovani e vecchi, è l’assenza di distanza. Che il giovane, nell’ansia di una comunione estatica, gli rovesci addosso un barile di parole, o che il non più giovane racconti un fatto – entrambi sono la prima, ingombrante presenza su cui il lettore incespica. Non vede uno stile, vede una persona (nel senso in cui diciamo che si sente il maiale che strilla).

La letteratura intrattiene con la vita rapporti necessari, ma non è la vita. La letteratura ha luogo su un palcoscenico, che già la diversa elevazione distingue dalla platea; però viene osservata da occhi che non appartengono alla dimensione scenica bensì alla vita, o, nella metafora, alla platea. Dall’autore al fruitore, il testo letterario deve passare attraverso due dislivelli: deve essere “montato”, ma la montatura non si deve vedere (a meno che, naturalmente, lo scopo non sia mostrarla, ma allora dovremo avere una montatura della montatura). Ciò che nella vita sarebbe “posa” e suonerebbe falso, quindi da evitare, è espressamente richiesto sulla scena; ma visto dalla platea deve apparire “naturale”, o comunque adeguato al mezzo.

Pur non essendo generi teatrali, l’epica e la narrativa hanno sempre badato a costruire una serie di filtri che avessero, come il palcoscenico rialzato, la funzione di dis-livellare il narrato, di farne qualcosa di non omogeneo rispetto sia all’autore che al lettore. Nel racconto breve, dove per forza di cose i filtri “esterni” diminuiscono o scompaiono, essi dovrebbero essere interiorizzati e dar luogo a un tono che ponga fin da subito il racconto “nella giusta distanza”. Più il racconto è breve, più in realtà è difficile scriverlo.

Come ci sono dilettanti giovani e meno giovani, così anche la distanza ha due facce: autobiografica e ideologica. La distanza autobiografica è la base della buona autofiction. La mancanza di scarto rispetto all’ideologia genera la falsità e la ripetizione; e, sul lato del lettore, l’insofferenza e la noia.

Questa, fra lo scrivente e l’opera, è la prima, imprescindibile distanza. Ce ne sono altre. In generale, più in un racconto vengono inseriti dislivelli – palcoscenici successivi – più il racconto acquista profondità. Viceversa l’assenza di dislivelli – lo scorrere “naturale” dall’autore al testo e, nel testo, da un personaggio all’altro e da una circostanza all’altra senza “salti” – genera un’inevitabile impressione di piattezza. (La piattezza non voluta è ovviamente diversa dall’impressione di piattezza consapevolmente perseguita e messa in scena.)

Come si costruisce un palcoscenico? Se lo sapessi non sarei una dilettante; ciononostante mi permetto un paio di osservazioni:

Il racconto non-realista – il racconto fantastico, surrealista, visionario, oppure filtrato attraverso la distorsione del soggettivo disagio psichico – parte apparentemente avvantaggiato. Il porsi fin da subito su un piano diverso dal quotidiano, l’effetto di straniamento, uno stile evocativo o sorprendente rappresentano sicuramente un primo “dislivello” e sembrerebbero garantire quella “foresta di simboli” senza la quale non c’è letteratura. Ovviamente non basta, o la scorciatoia sarebbe davvero troppo comoda. I simboli devono essere oscuri – cioè non banali -, ma in qualche modo leggibili: devono avere “sguardi familiari”. E rimane comunque il problema dei dislivelli interni: un racconto fantastico che corra dall’inizio alla fine, senza contraddittorio, sull’onda di un’unica ossessione o monomania dell’autore, ci strapperà alla fine uno sbadiglio. Magari uno sbadiglio letterario ma pur sempre uno sbadiglio.

A pensarci un attimo, anche il racconto realista avrebbe le sue facilità. La distanza potrebbe essere garantita dal fatto di mettere in scena personaggi terzi; anche nel caso di un io narrante, questi racconta qualcosa che gli è capitato addosso dall’esterno, o di cui è stato testimone. Così funzionava per Maupassant. Il guaio è che la realtà è diventata incerta e poco convincente; non si sa come afferrarla; quando tenti di metterci una mano sopra ti accorgi che stringi il falso. E i personaggi terzi, come pure l’io narrante, acquistano un minimo di spessore e di verità solo se sono passati attraverso la lente dell’ironia.

À SUIVRE… 5 (NIETZSCHE COME FONDAMENTO DELLA METAPOLITICA?)

Franco Fortini, Una lettera a Nietzsche

Per introdurre l”accurata,  problematica e non scolastica analisi  che Elena Grammann fa di un preveggente scritto, in cui Franco Fortini, verso la fine degli anni Settanta del Novecento, avvertì – tra i primi – i rischi della Nietzsche-Renaissance,  stralcio questo passo da uno dei saggi che Roberto Finelli – un filosofo che spesso ho segnalato  – ha dedicato su “Consecutio Temporum”  del  30 aprile 2019 (qui)  al tema dell’abbandono del pensiero di Marx  dopo la breve fioritura avvenuta a cavallo del biennio “rosso” del ’68-’69 : «Così in breve, a partire da quei fine anni ’70, filosofi, intellettuali, operatori culturali a vario titolo, diventarono quasi tutti heideggeriani e anziché di processo di valorizzazione, di composizione organica, di saggio del plusvalore, di tecnologia come sistema forza lavoro-macchinismo nella produzione di capitale, si cominciò a parlare di «Tecnica» come volontà di manipolazione e potenza di un Soggetto umano nella sua contrapposizione all’Oggetto: e come realizzazione nell’età moderna di una metafisica cominciata nell’età classica di Platone ed Aristotele, quale conseguenza di una rimozione originaria del senso dell’Essere e quale affermazione di un miope quanto ottuso antropocentrismo». [E. A.]

di Elena Grammann

 […] gli ormai numerosi necrofori delle lettere e della critica che vanno gridando «Viva la morìa!», come i monatti, subito dopo tornando a portarsi il fiasco alla bocca.
                            (F. Fortini, Avanguardie della restaurazione)

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere, non ricordo dove e piuttosto come osservazione incidentale, che quando all’inizio degli anni settanta Nietzsche e Heidegger, ripuliti dai sospetti rispettivamente di anticipazione del e collusione col nazismo, furono sdoganati e misero radici in Italia, l’unico che fece opposizione fu Fortini. Stante la mia scarsa simpatia per i due filosofi la cosa mi interessava. (… Continua su Poliscritture)

PROLEGOMENI a ogni futura prosa che voglia presentarsi come letteratura

Il mio ultimo post, in cui lamento la qualità di certa prosa narrativa pubblicata su un sito che frequento, ha scatenato un putiferio. Non che abbia a dolermene: come ogni animo nobile, amo la zuffa. Ma ho pensato, per il futuro, che forse non sarebbe male disporre di una specie di prontuario, un calepino di pratica consultazione che permetta di decidere velocemente se sì o se no, e per ogni caso concreto abbia pronte lì, nero su bianco, le motivazioni della sentenza. Perché è vero che, come ebbe a dire a sproposito un cardinale, ci sono cose che a doverle spiegare non si sa se ridere o piangere, e i casi a cui mi riferivo erano di quelli che basta avere gli occhi; n’importe: l’autore incazzato richiede una singolar tenzone – che si conclude con un nulla di fatto poiché, nel momento in cui gli sono contrari, rifiuta gli arbitri.

Però insomma – qualcosa di pronto può sempre far comodo; così ho pensato di annotare, man mano che mi vengono in mente, i casi sicuri in cui qualcosa di scritto non è letteratura. Si intende qui narrativa – sulla poesia non mi arrischio.

Quindi, la forma generale della proposizione potrebbe essere: Non è letteratura quando…

(È solo un inizio, la lista verrà aggiornata quando capita.)

NON È LETTERATURA QUANDO…

  • è scritta da Giuseppe Genna
  • contiene l’aggettivo “svariati”
  • vi compaiono come personaggi positivi casalinghe che tengono la casa a specchio
  • da essa emerge che le donne sono d’aiuto all’uomo, come è scritto nella Genesi, e vanno trattate bene perché sono comode da godersi tutti i giorni.
  • le donne che hanno pretesa di punto di vista autonomo, ma con le quali è diplomaticamente opportuno andar d’accordo – tanto poi è impossibile che in fondo non siano d’accordo – vi sono definite “personcine vivaci dall’espressione intelligente”

NON È LETTERATURA QUANDO…

  • l’autore parla troppo di sé, ma non si chiama Jean-Jacques
  • l’autore parla di sé e non se ne accorge neanche
  • parla di cose di cui, secondo ogni evidenza, non ha la più pallida idea
  • scrive sconcezze e non se ne rende conto
  • a proposito di sé e della propria opera usa l’aggettivo “modesto”
  • quando lo stroncano, è convinto di non essere apprezzato a causa della sua coraggiosa ideologia
  • è orgogliosissimo dei suoi limiti, che chiama “pensare con la propria testa”

A proposito di “scrive sconcezze e non se ne rende conto” ho notato da tempo che i cattolici, che si impongono severi limiti nella pratica, si risarciscono come possono, e forse inconsciamente, con le analogie e le ambiguità del linguaggio, in un continuo ammiccare e strizzar l’occhio più o meno intenzionale, come si faceva ai tempi miei alle scuole medie. E adesso più nemmeno lì, credo. Così, il gatto di casa si chiama Pisello, gli insegnanti cattolici raccontano alle colleghe innocue barzellette imbarazzanti, e le gite parrocchiali si concludono regolarmente, al ritorno in pullman a tarda sera, col coro dello Spazzacamino.

E così può capitare che, in un racconto, un onestissimo uomo si rechi in assenza del marito a casa di un’onestissima donna, mosso dalla curiosità “di osservare da vicino com’è fatto un nido di rondine”.

DI TRAVI E DI FUSCELLI (con un quiz a premi)

Domenico Fetti, La parabola della pagliuzza e della trave

So benissimo che prima di rimarcare la pagliuzza nell’occhio del fratello bisognerebbe provvedere a rimuovere la trave che è nel proprio, e so pure che la trave, quando sia di estetica e in particolare di letteraria natura, è molto difficile da individuare figuriamoci da asportare. Lo so perfettamente e non c’è bisogno che nessuno me lo ricordi. Epperò.

Epperò, per quanto sinceramente mi sforzi di riportare la mia percezione almeno alle dimensioni dell’insignificante fuscello, non riesco a disfarmi dell’impressione che la gente vada in giro con una trave inchiodata in mezzo alla fronte. Cioè, per essere più chiara: io negli occhi letterari altrui vedo travi, non vedo fuscelli.

Mi spiegherò: questo blog (incautamente battezzato Dalla mia tazza di tè in onore di Proust, e invece tutti pensano a un’anziana signora semirimbambita col mito dell’Inghilterra vittoriana) non è certo quel che si dice un blog di successo. Non applica strategie, non cerca consensi. Non è nemmeno su Facebook. Però quando un post piace o interessa lo si vede dalla colonnina delle visite che schizza in alto. Ora, facendo recentemente un repulisti di scartoffie, dematerializzate e non, mi è capitato fra le mani un intero fascio di racconti scritti dieci o quindici anni fa e maturi per il falò/cestino, dove infatti sono finiti ad eccezione di tre o quattro che mi sono sembrati abbastanza ben riusciti. Ne ho pubblicati sul blog due che, come testimonia l’implacabile colonnina, sono caduti nell’indifferenza generale. D’altra parte perché avrebbero dovuto interessare, non c’è motivo. Questo infatti è solo un lato, e di gran lunga il meno importante, del problema. All’altro arriviamo adesso.

Da qualche tempo bazzico con discreta assiduità un sito molto più frequentato, caratterizzato da una pluralità di contributi, e di “classe” superiore al mio. Il nucleo e, credo, la parte più interessante è il discorso politico, ma ospita anche brevi saggi di contenuto filosofico o letterario, poesie e racconti editi e inediti. E chi al giorno d’oggi non scrive racconti, questo genere così maneggevole. Ultimamente ne sono comparsi in rapida successione tre o quattro che, in sé, non attirerebbero alcun predicato, essendo letteralmente il nulla. Ma dal momento che sono pubblicati un predicato bisogna pur attribuirlo e per come la vedo io l’unico adatto è: vergognosi. Vergognosi perché non fanno che ribadire l’esistente così come si dice che sia e come tutti già sanno che è – cioè l’esistente precisamente come non è; e in più lo popolano di anime belle, positive, ignare del dubbio, vertueuses comme on ne l’est pas, per citare Flaubert che di realismo se ne intendeva. La fiera del luogo comune – ma se anche fosse il contro-luogo comune non cambierebbe nulla, cambierebbe il segno davanti ma non la qualità della cosa, perché questi “scrittori” – nel senso che, purtroppo, scrivono – non sono in grado di vedere e dire nulla oltre quello che è già stato visto e detto innumerevoli volte e che proprio per questo è falso e inutilizzabile.

Fin qui la cosa, ed è già abbastanza fastidiosa. Ma non è ancora il peggio. Il peggio è la processione, nei giorni seguenti, di amici e compagni di parrocchia, opportunamente sollecitati, che vengono a deporre l’obolo di un commento laudativo. Dicono tutti le stesse cose: quanto il racconto li abbia commossi e edificati, come sia tutto vero e proprio uguale alla realtà. Si destreggiano fra i sinonimi (“toccante e commovente”); i letterati ricorrono all’iperbato (“una prosa agile che invero molto commuove”) e i meno letterati alle solite formule, talmente nulladicenti che a me suonerebbero offensive (“racconto agile”, “un fresco racconto”, “una bella pagina di scrittura”); qualcuno, nell’affanno di esprimere non sa nemmeno lui cosa, sfiora il nonsense (“come in ogni suo lavoro, x riesce anche qui, a dare vivacità, interesse e contenuti, segno della sua innata capacità di gestire al meglio il suo pensiero”); e c’è anche chi, senza volere, ci prende: “ho avuto modo di apprezzare la sensibilità di y che sa esaltare, con la sua vena di scrittore, … le situazioni più scontate”. Si vede che sono nuovi al commentare, alla fine del commento si firmano per esteso con nome e cognome, le coppie con entrambi i nomi a sottolineare che non il singolo ma il nucleo familiare ha fatto il suo dovere, che l’approvazione in calce al racconto non viene da un individuo, sempre sospetto, ma dalla famiglia mattone della società.

Il tragico è che sono assolutamente sinceri. Così si chiude il cerchio vizioso: la scrittura letteraria, che dovrebbe accrescere e dilatare la consapevolezza dei lettori, li conferma invece nelle quattro “verità”, dette ‘di buon senso’, che sono molto orgogliosi di possedere già; e i lettori, di rimando e per gratitudine, distribuiscono maldestre e tuttavia, poiché il fenomeno si produce identico a vari livelli, in qualche modo efficaci patenti di letterarietà. La letteratura come la stampa: ognuno si legge il giornale (e si guarda il programma) che lo conferma nelle cose che pensa. Filisteismo allo stato puro. Di che distruggere una cultura.

Tornando ai miei racconti salvati dal fuoco – che, ribadisco, non sono il problema. In fondo, mi dico, è una questione di claque: tu non ce l’hai. Giusto, io non ce l’ho, la claque mi infastidisce, dunque mi fugge. Come darle torto.

Però adesso qualcosa voglio fare, voglio puntare un riflettore da 2 watt sul mio ultimo raccontino, attirare l’attenzione, focalizzare, pubblicizzare. E quale mezzo migliore di un concorso a premi. Un concorso letterario. In realtà volevo già indirlo nel post precedente alla fine del racconto, poi mi sono scordata. Va be’ fa niente, lo indìco adesso:

CONCORSO LETTERARIO

Nel racconto pubblicato qui ci sono due allusioni o quasi-citazioni: due microsituazioni che rimandano a altrettante opere molto note: una è un classico della letteratura occidentale, l’altra forse un classico non si può definire, ma è unanimemente riconosciuta come capolavoro. Di quali opere si tratta? Le risposte vanno inviate nello spazio “commenti” del post.

Premi: chi indovinerà una delle due opere riceverà un racconto inedito con dedica autografa dell’autrice. Chi indovinerà entrambe le opere riceverà (mi pare logico) due racconti inediti con dedica autografa. Su carta garantita a facile combustione (ottima per avviare il fuoco del camino nelle dolci serate ottobrine).

Scadenza: il concorso non ha scadenza. Si considererà scaduto quando entrambe le opere saranno state correttamente indicate.

IN TABERNA QUANDO SUMUS

Sul fondo c’era uno di quei laghetti circolari, malati, chiusi fra versanti tristi; una pozza color blu sporco simile a una soluzione di verderame. Tutto molto morto – l’acqua bluastra e le marne franose. Però proprio sulla riva c’era una costruzione di assi annerite che sembrava un’osteria, forse uno di quei posti dove la gente va a mangiare le rane o il pesce gatto. Per quanto, pensò, che se il pesce gatto veniva da quella pozza… Si decise a scendere per un sentiero che si distingueva appena, con l’argilla che ruzzolava sotto le scarpe, e intanto pensava che doveva esserci per forza un’altra strada, carreggiabile, ma non la vedeva.

Il bancone era a sinistra, sul lato corto; non colse l’occhiata dell’oste ma sentì che diceva: «Non hai chiuso la porta», probabilmente a una donna che se ne stava da una parte con le mani avvolte nel grembiale; lei però scosse la testa, negò. Forse non era orario di apertura? Ma no, c’erano altri avventori. Sedette a un tavolo nel sole obliquo attraverso i vetri. Però il sudore gli gelava ugualmente la schiena, così quando l’ostessa chiese: «bianco o rosso?» disse subito «rosso», poi pensò che era una sciocchezza bere vino a stomaco vuoto e la richiamò per qualcosa da mangiare. «Più tardi», e si allontanò. Cosa voleva dire? che la cucina cominciava il servizio più tardi, o che non se ne sarebbe andato tanto presto e a un certo punto gli avrebbero servito la cena?

Com’era arrivato lì? Aveva seguito le indicazioni della donna che si sbracciava a spiegare nell’aia, ma poi doveva essersi confuso. Bastava tornare indietro e al bivio prendere dall’altra parte… Intanto versò il vino nel bicchiere spesso e verdastro e bevve un sorso alla salute della donna nell’aia e della sua figura legnosa, selvaggia. Forse sorrise; il sorriso, che non era rivolto a nessuno, indusse un avventore ad abbandonare il suo tavolo e a sedersi a quello di lui.

«Posso raccontarle la mia storia?» Si era portato la brocca di terra e il bicchiere.

Pensò oddio questo è un po’ brillo. Ma l’uomo non sembrava affatto ubriaco, neanche un po’; quando faceva per bere bagnava appena le labbra e il vino nel bicchiere non calava. Era giovane, vestito in modo strano, militaresco. Sembrò che sentisse il bisogno di tranquillizzarlo: «Sono di queste parti, sa? La mia casa si vede da una curva della strada. Cioè: la casa si intravede appena, il colmo del tetto forse. Ma si vedono gli alberi attorno. Con groppi di vischio, nidi di uccello…»

«Non divagare, Arri! Vieni al sodo!» Altre persone avevano avvicinato le sedie. Quello che aveva parlato era più vecchio di Arri, aveva baffi da tricheco e un’aria gioviale. C’era anche una donna, bionda e con un viso di un pallore malsano, che gli ammiccò come a dire: ‘Ti tocca…’

Arri non si scompose:

«Sto raccontando a lui. Voi la sapete già.» Però sembrava che avesse perso il filo, si fregò la radice del naso, bagnò le labbra nel vino e parve faticare a raccogliere i pensieri.

«Già. La mia casa è qua vicino. Perché non ci sono tornato… ah sì: un giorno passa uno squadrone, venivano da Caverzana, dalla Battaglia, passano proprio attraverso l’aia; erano stranieri, si davano un sacco di arie. Mi dava fastidio, era una cosa che non sopportavo. Mi capisce?»

Certo che lo capiva. Una follia come un’altra, l’insofferenza per ciò che non ha bisogno di te, che ti lascia indietro… Aspettando che continuasse bevve un sorso di vino. Era molto scuro, violaceo, come succo di more.

«Così salutai tutti e andai dritto ad arruolarmi. Per fargliela vedere.»

Il sole era calato, c’era una luce grigia, l’oste venne e accostò un fiammifero allo stoppino della candela. Niente lampadine, nemmeno al soffitto. Non si meravigliò: alla Buca, che era forse a un chilometro da lì e sulla strada, la corrente ce l’aveva tirata Ghidoni, del Consorzio, solo qualche anno prima.

Arri aveva un sorriso malizioso, come se pregustasse quello che aveva da dire. Eppure nel tempo che lo stoppino prendeva e l’oste si ritirava sembrò che la baldanza sfumasse, che di nuovo faticasse a ricordare, a raccapezzarsi.

«Così mi arruolai. E dopo ci fu quella battaglia…»

«Dai Arri, – lo interruppe Baffi di Tricheco – non annoiare il signore con delle cose tristi! Racconta piuttosto la storia di Nicco, quella delle lumache di Cartagine!»

«La storia di Nicco? – fece Arri frastornato, guardando verso il camino spento. Seduto davanti al camino c’era un uomo anziano, basso, con una zazzera ispida, che fissava il focolare con espressione tetra.

«Ma è una storia sua» protestò debolmente Arri.

«E che differenza vuoi che faccia? La sai anche tu. Su, racconta!»

«I rifornimenti non arrivavano da diversi giorni» raccontò Arri obbediente. «Non avevamo più niente da mangiare. Finalmente arrivò qualcosa, ci dissero che erano i generi di conforto. Infatti ci dettero tre caramelle a testa.»

«E poi?» incalzò Baffi di Tricheco. «Continua!»

«Eravamo accampati nella sabbia, e dalla sabbia spuntava qua e là un resto di muro, un rudere. Ci dissero che erano le rovine di Cartagine. Be’, al mattino presto, attaccate a queste rovine, c’erano delle lumache. Le mangiammo. Mangiammo le lumache di Cartagine.»

«Bravo!» applaudì Baffo di Tricheco, «Bravo! Adesso la pentola dei bersaglieri! Racconta la pentola dei bersaglieri!»

Arri gettò uno sguardo furtivo al camino. Anche quella doveva essere una storia di Nicco. Ma Nicco pareva non accorgersi di nulla.

«Non possiamo portargli via le storie così» provò a piagnucolare Arri; Baffo di Tricheco fu irremovibile:

«Macché portare via. Le sanno tutti ormai. E poi, è per intrattenere l’ospite.»

«Questo accadde dopo» raccontò allora Arri, «quando eravamo prigionieri degli inglesi. Gli inglesi ci davano pochissimo da mangiare. C’era un gruppo di bersaglieri – tutti della stessa compagnia – che voleva mangiare una volta qualcosa a modo. Misero da parte per diversi giorni le razioni di riso e le fecero cuocere tutte assieme in una pentola di coccio. Non so dove avessero rimediato la pentola. Quando i chicchi furono quasi cotti, e tutti erano lì attorno ad aspettare di mangiarsi il riso lesso, la pentola non resse la fiamma, esplose, e il riso fu schizzato tutt’intorno, per terra. I bersaglieri raccoglievano i chicchi dalla terra e li mangiavano uno ad uno.» Arri si mise a piangere.

Baffo di Tricheco non si aspettava una reazione del genere.

«Su, su» cercava di consolarlo dandogli dei colpetti sulla schiena. «È successo tutto molto tempo fa. È passato ormai.»

«È troppo sensibile» lo rimproverò la ragazza, «non devi insistere che ricordi.»

«Ma se non sono neanche ricordi suoi!»

«E che differenza vuoi che faccia?»

Quando Arri si fu calmato, Baffo di Tricheco si volse verso di lui:

«E lei? Non ha una storia da raccontare? Una storia nuova…»

Il suo sguardo gioviale si era fatto titubante, incerto, come se si inoltrasse in un paese sconosciuto. Lui avrebbe voluto accontentarlo, ma era imbarazzato, non sapeva cosa raccontare.

L’ostessa venne a prendere le ordinazioni:

«Rana o pesce gatto?»

Il pesce gatto non gli era mai piaciuto, benché lo avesse cucinato qualche volta per suo padre; le rane invece trovava che non avessero alcun sapore e nella presente circostanza questo era un punto a favore; ma gli facevano schifo quando il modo in cui erano presentate ricordava troppo la forma da vive.

«Come sono cucinate le rane?» chiese prudentemente.

L’ostessa aveva sentito “rane”; tanto le bastò per dirigersi verso la cucina senza più occuparsi di lui.

«Non vado matto per le rane» spiegò, felice di avere qualcosa da raccontare, «ed è strano perché una mia bisnonna aveva addirittura una passione. Ebbe voglia di rane in gravidanza, e la figlia nacque con un braccio più corto.»

Baffo di Tricheco sorrise cortesemente, non era quello il genere di storia che intendeva. «Che storia vuole che le racconti?» chiese lui allora, con una strana umiltà.

«Be’ ecco» e si fissava le unghie che aveva un po’ lunghe «una storia diversa da quelle di Arri – che sono poi di Nicco… Una storia in cui non ci sia tutta quella terra, tutta quella polvere…»

L’ostessa arrivò con una ciotola in cui era piantato un cucchiaio. Si rese conto che gli altri non avevano ordinato niente.

«E voi non mangiate?»

«Oh – fece Arri con un lieve movimento della mano – noi abbiamo tempo.»

Nella ciotola c’era una zuppa densa – zuppa di rane.

C’erano fagioli neri e sicuramente rape nere e straccetti scuri, a proposito dei quali non riusciva a stabilire se fossero verdure stracotte o lembi di pelle verdastra. Rimestò con il cucchiaio, indeciso. Pure si vergognava a fare lo schizzinoso. Schiacciò il cucchiaio contro le parti solide della zuppa, facendo affluire il brodo nell’incavo. Era denso e oleoso, con un retrogusto amaro, come di fiele. Rimestò nuovamente e distinse i muscoletti scialbi delle rane che si staccavano dagli ossicini. L’ostessa aveva lasciato un piattino, di fianco alla ciotola, per sputarceli dentro. Coraggiosamente ingoiò una cucchiaiata, poi un’altra, cavandosi dalla bocca minuscoli femori, tibie e peroni. Bevve un lungo sorso di vino violaceo.

Una mano si posò sulla sua che aveva ripreso il cucchiaio:

«Non la mangi, se non le piace.»

«Come si chiama lei?» chiese fissando gli occhi in quelli esitanti di Baffo di Tricheco.

«Io?» Era vagamente stupito, come se la considerasse un’informazione irrilevante. «Mi chiamo Ghiddeon.»

«Bene, Ghiddeon», disse passando con naturalezza al tu, forse per effetto del vino violaceo. «Vuoi una storia in cui non ci siano né terra né polvere. Bene.»

Millantava. In realtà non sapeva cosa raccontare, non ne aveva proprio idea. Però capiva cosa intendeva Ghiddeon, e che non era tanto una storia che voleva ma delle circostanze: una certa luce, una circolazione indisturbata, una linfa.

«Ti racconterò l’estate dei miei tredici anni» esordì allontanando la ciotola con la zuppa funerea. «Fu l’estate che lo sguardo mi si allargò. Intendo dire che l’orizzonte di un bambino è ristretto, limitato alle percezioni immediate, vicine: prospettive di una stanza, con oggetti; il lato di una casa; un cortile (mai in un’unica percezione); una strada. Ma in quell’estate fu come se lo sguardo mi si allargasse e cominciai a vedere cose al di là, a vedere prospettive che mi riguardavano e non mi riguardavano. Per esempio vidi le colline fino in cima, la luna che pende sulle selve, cose del genere. Anche in luoghi piccoli e circoscritti avvertivo come un solletico il dilatarsi dello spazio. Una volta ero sdraiato con un mio cugino nell’erba, al margine di un campo stretto fra il terrapieno della provinciale e il fosso. Nessuna vista. Parlavamo come fanno i ragazzi ma tutto il tempo ero cosciente di una vastità. Mi capitò di penetrare nella vastità. Dei parenti avevano dei campi giù, in pianura, e li tenevano a moscato. Alla stagione partimmo col cavallo e il biroccio per vendemmiarlo. Ricordo solo il sapore del moscato, talmente dolce che mi stupiva, come se non appartenesse alla realtà. Al ritorno sul biroccio, al passo del cavallo, la luce era come il moscato, l’aria calda, la vita alla quale assistevo perfetta.»

Lo sguardo di Ghiddeon si era fatto sfocato, non fissava nulla. A lui sembrò di avere ancora un sacco di cose da raccontare, come se davvero l’avesse esplorata quella vastità; pensò che si sarebbe fermato per un po’. Disse: «Penso che mi fermerò per un po’.»

Arri e la ragazza lo guardarono straniti. L’ostessa gli prese il braccio, sopra il gomito. Tutto in lei, dalla pelle del volto al grembiulone arrotolato sul ventre, aveva un colore plumbeo. Osservò attentamente la ciotola di zuppa che lui non aveva quasi toccato.

«Lei non può stare qui» disse. «Venga, la accompagno.»

Sulla porta si volse per salutare almeno Ghiddeon, Arri, la ragazza. Ma si erano messi a giocare a dadi, gli davano le spalle.

Vide suo padre a un tavolo più lontano. Stava facendo le parole crociate e non sollevò la testa.

Alla sommità della conca vomitò quel po’ di zuppa di rane che aveva ingoiato. Il cielo notturno si fece più chiaro. Scese di corsa la china del monte in cui non si distingueva alcun sentiero.