L’EROTISMO DEL CONIGLIO

Le lapin 1

 

Ma io conosco un altro coniglio

Che vorrei prendere vivo e fremente.

La sua garenna è fra il timo e il loglio

Del paese di Amor nella Mente.

(Guillaume Apollinaire, LE BESTIAIRE ou CORTÈGE D’ORPHÉE, Parigi 1911, illustrato da Raoul Dufy)

Note:

Il poeta tardoromantico, protomodernista e malizioso Guillaume Apollinaire (1880-1918) pubblica nel 1911 Il Bestiario o corteggio di Orfeo, trenta tavole composte ognuna da una xilografia di Raoul Dufy che illustra una singola strofa, generalmente una quartina, dedicata a Orfeo o agli animali del suo corteggio.

La quartina intitolata al coniglio gioca sul doppio senso, naturalmente perso in italiano, del termine desueto e arcaicizzante “connin”, che se da un lato indica il simpatico roditore ed è quindi un sinonimo di “lapin”, fin dall’inizio, per affinità fonetica e etimologica con il volgare “con”, è anche sentito come atto a designare il sesso femminile.

“Garenna” è italianizzazione del francese “garenne” e indica l’habitat boschivo o sabbioso  dei conigli selvatici.

Quanto al “pays de Tendre”, da me discutibilmente tradotto con “paese di Amor nella Mente”, esso fa riferimento a un gioco di società – non dei più divertenti a quanto pare – al quale intorno alla metà del XVII secolo si dedicarono per una mezz’ora la romanziera di successo Mlle de Scudéry e i suoi amici, in qualche salotto alla moda, magari proprio quello di Mme de Rambouillet. Si trattava in definitiva di mappare la casistica dei sentimenti amorosi – progressi e regressi, ostacoli e facilitazioni, fallimenti e successi – come si sarebbe fatto di un paese con le sue città, i villaggi, i fiumi e i laghi. Si passava ad esempio dal castello arroccato di Orgoglio ai graziosi paesini di Bei Versi e Biglietti d’Amore, avendo cura di evitare il mortifero Lago di Indifferenza o borghi del tutto malfamati come Perfidia, Cattiveria e Maldicenza. Potremmo tranquillamente calare il velo pietoso, non fosse che la mappa di questo paese, la famosa Carte du Tendre, incisa, pare, da tal François Chauveau, è finita come illustrazione in Clélie, romanzo in dieci volumi della stessa Mlle de Scudéry; di lì, senza fallo, in tutte le antologie di letteratura francese per le scuole. E non ce la scaveremo più.

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La garenna del “connin” di Apollinaire si trova fra il timo delle valli del pays de Tendre. Può ben essere che il timo e le valli ne facciano un luogo meno platonico di quanto Preziose e Preziosi del XVII secolo avessero immaginato.

Il loglio del v.3 non c’è nell’originale. È lì per far rima (imperfetta) con “coniglio”. Avrei potuto anche metterci “tiglio” o “miglio”; alla fine “loglio” mi è sembrato meglio.

 

 

COSA LEGGONO I LICEALI

Osamu Dazai

Questo dovrebbe essere un post sul romanzo Lo squalificato (Tokyo 1948) del giapponese Osamu Dazai (1909-1948), uscito in Italia per Feltrinelli nel 1962 nella traduzione dall’americano di M. Bonsanti e tuttora in catalogo nella medesima fastidiosamente antiquata e mi chiedo quanto attendibile traduzione.

Ma come sono arrivata a questo romanzo – anzi a questa prima, malridotta edizione?

Lo squalificato

Io faccio l’insegnante. Del mio mestiere odio, fra le altre cose, le verifiche orali – le cosiddette interrogazioni. Sugli argomenti che tratto ci sto abbastanza a lungo – si può dire che li sviscero, oppure che mi ripeto, dipende dai punti di vista. In ogni caso la mia idea – in un certo senso quello che mi aspetto – è che il succo della cosa entri nei ragazzi per osmosi – che finisca per essere recepito attraverso la durevole esposizione ai raggi penetrativi della parola. Odio le interrogazioni perché in esse si toccano con mano i limiti della pervasività del logos.

Volendo paragonare, come è stato fatto, i tipi umani alle specie animali è indubbio che esistano fra gli insegnanti cani da punta, cani da riporto, mastini semplici e mastini da guerra. Io mi vedo come un cane da penna che ogni tanto si ricorda di inseguire le galline, ma più spesso si distrae a guardare le mosche che volano. Amo la divagazione. Predilezione antididattica: i ragazzi faticano a tenere il nord, figuriamoci se la bussola (s)balla. Consapevole del difetto avverto: “Questa è una divagazione, non prendete appunti”; oppure: “Posso divagare?” Poiché il permesso viene sempre accordato, la domanda finisce per essere retorica.

Non stupisce il mio disamore per i libri di testo. Non li posso vedere. In sala insegnanti faccio larghi giri per evitare i rappresentanti – tanto i testi che propongono sono tutti uguali. Mi sanguina il cuore quando nelle pause fra una lezione e l’altra i ragazzi estraggono il manuale di filosofia o l’antologia di italiano (cinque corposi volumazzi per tre anni di corso) e cercano di introiettarsi spasmodicamente un paio di paragrafi. La caratteristica principale dei manuali essendo di essere comprensibili (e qualche volta persino utili) soltanto a chi quelle cose le sa già.

Mi rallegro invece, ma accade di rado, se a essere estratto non è un manuale ma un libro vero. E ancora di più quando non è una lettura assegnata dall’insegnate di italiano ma una libera scelta – addirittura il frutto di una ricerca.  È come se nell’alterità irriducibile che ti sta di fronte balenasse qualcosa di umanamente comune.

Non fa quindi meraviglia se vedendo un libro che chiaramente non era un libro di scuola, oltretutto un libro vecchio, un vecchio libro rilegato attorno al quale si creava un certo fermento, mi sono precipitata. Ed eccolo qua, l’Osamu Dazai a me del tutto sconosciuto; non così alla mia alunna di quarta che se l’è fatto arrivare dal magazzino della biblioteca di un paesone – e di Osamu Dazai ha già letto, con lo stesso sistema, Il sole si spegne. Determinazione della gioventù e lodevole organizzazione delle biblioteche di provincia.

Osamu interno

Salta fuori che Chiara B. è un’appassionata di culture orientali. A Dazai è arrivata attraverso un anime in ventiquattro episodi, Bungo Stray Dogs, nel quale, se ho ben capito, lo scrittore veste i panni di un investigatore maledetto e romantico. Anche del romanzo Lo squalificato esiste almeno una versione anime e due versioni manga. Io ho ordinato l’album di Usamaru Furuya. Sarà il primo manga della mia vita, non nascondo di sentirmi emozionata. Ma veniamo al romanzo.

Veniamo innanzitutto al titolo, bruttissimo. Uno di quei titoli che si fatica a ricordare tanto sono brutti. La soluzione americana, No longer human, mi sembra meglio. Però nell’originale la parola “squalifica” compare: Ningen Shikkaku vorrebbe dire “squalifica, decadimento dall’essere umano”, o qualcosa del genere. E verso la fine del romanzo il protagonista, internato in manicomio senza il suo esplicito assenso, dice:

“E adesso ero diventato un pazzo. Anche se m’avessero dimesso, sarei rimasto perpetuamente bollato in fronte dalla parola “pazzo”, o magari “reietto.”

Squalificato come essere umano.

Cessavo una volta per sempre d’esistere come essere umano.”

Si può dire, in effetti, che il tema del romanzo sia la distanza fra il protagonista e quella cosa misteriosa, incomprensibile, irraggiungibile che sono per lui gli esseri umani. Gli è impossibile dire perché, ma certo è che lui, Yōzō, è fatto di un’altra pasta. O forse bisognerebbe dire di nessuna pasta.

“[…] mangio moltissimo […], ma non serbo memoria, si può dire, d’averlo mai fatto per fame. […] Da bimbo, il momento più penoso della giornata era senza dubbio l’ora dei pasti, specialmente tra le pareti domestiche.

[…] Paventavo l’ora dei pasti ogni giorno di più. Me ne stavo in fondo alla tavola nella stanza scarsamente illuminata, e, tremendo da capo a piedi come se avessi freddo, mi portavo alla bocca piccoli pezzetti di cibo e li cacciavo giù. «Perché gli esseri umani debbono consumare tre pasti ogni giorno che passa? Che facce strane, solenni, fanno tutti quanti mentre mangiano! Sembra una specie di rito. Tre volte al giorno, all’ora fissata, la famiglia si raduna in questa malinconica stanza. I posti sono apparecchiati nell’ordine giusto e non conta che s’abbia o non s’abbia appetito, si mastica il cibo in silenzio, ad occhi bassi. Chissà mai? Potrebb’essere un atto di preghiera per propiziarsi gli spiriti che forse s’acquattano intorno alla casa…» A volte arrivavo al punto di formulare pensieri del genere.

In altre parole, si può dire che ancora non m’intendo per niente di come funzionano gli esseri umani. Quando scoprii che il mio concetto della felicità sembrava in pieno contrasto con quello d’ogni altra persona, fu tale l’angoscia che mi dibattei gemendo insonne nel mio letto per notti e notti di seguito. L’ansia mi spinse addirittura sull’orlo della pazzia.”

La consapevolezza di ignorare come funzionano gli esseri che gli stanno di fronte e con cui deve fare i conti – di non avere quindi idea di quali reazioni da parte sua sarebbero corrette – è per Yōzō fonte di un tale terrore che egli cerca una scappatoia nell’unico ambito che si sottrae alla logica della reazione corretta: sarà il buffone, il mattacchione, il comico – apprezzatissimo peraltro da tutti: amici e parenti, compagni e insegnanti, nessuno dei quali sospetta che egli indossi una maschera. (L’unico che senza intenzione e senza sforzo penetra il suo segreto è un compagno di classe innocente, tardo e emarginato – l’idiota per dirla con Dostoevskij, autore di cui si trovano nel romanzo anche altre tracce).

Ma dobbiamo tornare un attimo indietro: il racconto vero e proprio è costituito da tre taccuini, sorta di “storia della mia vita” di mano di Yōzō, che il curatore, nella breve cornice che li contiene, dice di aver pubblicato così come gli sono stati consegnati da una donna che lo aveva conosciuto. Il curatore – uno scrittore, Dazai stesso, che presta un gran numero di tratti anche allo stesso Yōzō – dapprima non vorrebbe accettarli, ma si lascia convincere incuriosito da tre fotografie che li accompagnano e che ritraggono Yōzō rispettivamente in un momento dell’infanzia, della prima giovinezza e, qualche anno dopo, della piena decadenza. 

Ciò che colpisce il curatore nelle tre fotografie (in particolare nelle prime due) è una strana discrepanza fra quello che l’espressione del viso vorrebbe suggerire e un’assenza, una specie di vacuum che c’è sotto:

[…] quanto più scruti la faccia sorridente del bambino, tanto più ti senti formicolare nell’ossa un indescrivibile, inenarrabile orrore. T’accorgi che in realtà non è affatto una faccia sorridente. Il ragazzo non ha l’ombra di un sorriso. Se ne vuoi la riprova, guarda i suoi pugni stretti e rigidi. Nessun essere umano può sorridere coi pugni serrati a quel modo. È una scimmia. Il ceffo sogghignate di una scimmia. E il sorriso non è che una crespa di rughe repellenti.”

La seconda istantanea ritrae un giovane “d’una straordinaria bellezza”:

“Eppure anche qui, non si sa perché, il viso non riesce a dare l’impressione d’appartenere a un essere umano vivo. […] E sorride ancora, […] ma con un sorrisetto leggermente astuto. Eppure non è proprio il sorriso di un essere umano: difetta affatto di concretezza, di tutto ciò che si potrebbe chiamare ‘densità sanguigna’ o magari ‘solidità dell’esistenza umana’ – non ha neppure un peso da uccello. Non è che un foglio di carta bianca, leggero come una piuma – e sorride. Questo ritratto, insomma, dà il senso d’una artificiosità assoluta.”

Quanto all’ultima fotografia, “è la più mostruosa di tutte”:

[…] questa volta non sorride. È assente la pur minima espressione. […] la faccia non è soltanto priva d’espressione, ma perfino incapace di lasciare un ricordo. Non ha personalità. Basta soltanto ch’io chiuda gli occhi dopo averla guardata perché la dimentichi. […] Credo che perfino una maschera mortuaria serberebbe un po’ più d’espressione, lascerebbe un po’ più di ricordo. Quell’effigie richiama semmai un corpo umano al quale si sia attaccata la testa d’un cavallo.”

Se vogliamo parlare di squalifica dall’umano, direi che è raggiunta.

Del percorso di Yōzō dai terrori presaghi dell’infanzia alla perdita del carattere di persona – percorso che si snoda, come da manuale, attraverso le tappe della dissolutezza, dell’alcoolismo e della dipendenza da morfina – vorrei evidenziare alcuni momenti o caratteristiche. Prima di tutto i ritratti di spettri. Takeichi, l’amico “ipodotato” che ha indovinato la sua impostura, gli porta un giorno la riproduzione di un autoritratto di Van Gogh dicendo che quello è senza dubbio il ritratto di uno spettro. Per Yōzō, che pure conosce Van Gogh e, diversamente da Takeichi, è in grado di identificare il dipinto, è un’illuminazione:

“Ci sono degli individui il cui terrore degli esseri umani è talmente morboso, che arrivano addirittura ad anelare di vedere coi propri occhi dei mostri di forme sempre più orrende. […] Pittori che hanno avuto questa mentalità, dopo ripetute intimidazioni e ferite inferte dalle apparizioni chiamate esseri umani, finirono spesso per credere ai fantasmi: perché videro nitidamente mostri in pieno giorno, nel bel mezzo della natura. […] Aveva ragione Takeichi: quelli lì non si erano peritati di dipingere ritratti di diavoli. Ecco, pensai, questi saranno i miei amici futuri. Ero talmente eccitato che per poco non piansi.

«Anch’io dipingerò. Dipingerò ritratti di spettri e diavoli e cavalli usciti dall’inferno»”

Yōzō in effetti dipinge: dipinge una serie di autoritratti che sono autentici “ritratti di spettri”: dipinge non tanto le mostruosità che vede negli altri, o “nel bel mezzo della natura”, ma quelle che vede in sé. Custodisce gelosamente quei dipinti e non li mostra a nessuno tranne a Takeichi. 

È come se in Yōzō l’imprinting originario non fosse andato a buon fine: egli non si riconosce come affiliato al genere umano; infatti l’immagine di sé che restituisce negli autoritratti è l’immagine di uno spettro, di un essere con caratteristiche mostruose: “Quelle pitture erano talmente strazianti che ne sbalordivo io per primo. Ecco il mio vero io, che avevo disperatamente nascosto.”

Il secondo punto che vorrei toccare è la questione delle donne. “Ho sempre trovato la femmina del genere umano mille volte più difficile da comprendere del maschio” scrive Yōzō; e continua: “Credo che non sarebbe per nulla esagerato dire che dall’infanzia all’adolescenza ebbi unicamente delle ragazze per compagne di giuoco. Era nondimeno con un’impressione parecchio analoga a quella di camminare su una lastra sottile di ghiaccio, che frequentavo quelle ragazze.” Rimane il fatto che le donne, e non gli uomini, gli testimonieranno interesse, amore, attaccamento, abnegazione. Delle due predizioni che gli fa Takeichi – che sarà amato da molte donne e che diventerà un pittore famoso – soltanto la prima si realizza. 

Sarà amato da molte donne ma lui stesso incapace di amore; e d’altronde la capacità di amare non è caratteristica degli spettri. La predilezione di cui è oggetto da parte delle donne – come se indovinassero, al di là della sua bellezza, i terrori nascosti e la passività che gliene deriva, ma proprio per questo anche una specie di innocenza, un’incapacità di nuocere veramente – è in opposizione alla soggezione e al disprezzo in cui lo tengono gli uomini. Dal padre (vera statua del Commendatore nella sua distanza e granitica inflessibilità), al tirapiedi Pescepiatto, al mefistofelico amico Horiki, tutte le figure maschili sono negative. È fin troppo facile vedere in esse le istanze di una società alla cui ipocrisia Yōzō non è in grado di adeguarsi. Tuttavia nemmeno la critica sociale può essere il suo punto: la breve militanza nel partito comunista clandestino scivola immediatamente nell’impostura che è la modalità di fondo dei rapporti di Yōzō col prossimo: “Quelle anime semplici si figuravano, chissà mai, ch’io fossi un’anima semplice al pari di loro – un compagno ottimista, ridanciano – ma se questo era il loro punto di vista, io li ingannavo completamente. Non ero un loro compagno.” E ancora: “Sono sicuro che se i veri credenti nel marxismo avessero scoperto a che cosa Horiki ed io c’interessavamo realmente, sarebbero montati su tutte le furie e ci avrebbero espulsi su due piedi come vili traditori.” L’esperienza “politica” assume fin dall’inizio un tono da operetta; d’altra parte il riscatto collettivo non può rappresentare una soluzione per qualcuno il cui problema esistenziale consiste precisamente nella separazione netta fra il proprio sé e tutti gli altri.  

Una possibilità di salvezza si spalanca invece a Yōzō, inaspettatamente, grazie alla donna che sposerà: Yoshiko, fanciulla il cui candore e la cui innocenza sconfinano in un’ingenuità perfino eccessiva, che ne fa la controparte femminile dell’ “idiota” Takeichi. Anche Yoshiko è, per quel che posso giudicare, un personaggio di stampo dostoevskijano:

“M’ero sempre immaginato che la bellezza della verginità fosse nient’altro che la dolce, la sentimentale illusione dei poeti stolti, mentre è davvero viva e vitale in questo mondo. Ci saremmo sposati. In primavera saremmo partiti insieme in bicicletta per veder le cascate entro cornici di foglie verdi”.

“Le cascate entro cornici di foglie verdi” è l’unico esempio nel romanzo di “cosa buona”, di fenomeno che sfugge alla distorsione e deformazione degli “spettri”, senza per questo cadere nello “stile convenzionale delle cosette ‘fini'” che Yōzō disprezza nella pittura accademica e che è il simbolo delle stucchevoli idées reçues su cui si fonda la civile convivenza.

La vita buona alla quale la bontà illimitata di Yoshiko quasi costringe Yōzō (non beve più, lavora seriamente, comincia a intravedere le cascate entro cornici di foglie verdi), è interrotta e vanificata dalla ricomparsa di Horiki, colui che invariabilmente trascina Yōzō verso l’alcool e l’autodistruzione, pur rimanendone egli stesso stranamente indenne:

“E poi, proprio quando cominciavo a carezzare in petto un barlume della dolce evenienza che forse un giorno mi sarei trasformato in un essere umano, e che mi verrebbe risparmiata la necessità d’una orribile morte, riecco saltar fuori Horiki.”

Questo personaggio, cui sembra quasi impossibile non attribuire un ruolo diabolico, è il mio terzo punto. Horiki, se è colui che travia Yōzō, se alla fine lo cerca appositamente per distruggere il seme di umanità che potrebbe germogliare e sconfiggere gli spettri della sofferenza nichilista, ha però buon gioco a insediarsi nel vuoto che la debolezza scava nell’anima di Yōzō. Una debolezza, direi, di un genere particolare: l’incapacità di determinare, per sé, una forma che sia umana e non “spettrale”; una debolezza che lo rende dipendente dal primo mascalzone un po’ deciso che incontra – Horiki appunto – purché abbia almeno l’aria di smarcarsi dallo “stile convenzionale delle cosette ‘fini'”. L’angoscia esistenziale di Yōzō in altre parole non conosce la chance difficile ma (dicono) costruttiva della libertà. Per lui, un qualsiasi tipo di umanesimo dev’essere qualcosa che si riceve. Di qui la dipendenza psicologica e emotiva da Horiki, il tipo umano almeno apparentemente “forte” – dipendenza che diventa evidente, in modo lancinante, in una delle ultime scene, quando Horiki “collabora” a far internare Yōzō:

“Horiki si mise a sedere di fronte a me, e con un mite sorriso di cui non gli avevo mai visto l’eguale sulla faccia, mi disse: «Son venuto a sapere che hai sputato sangue». Mi sentii così grato, così felice di quel mite sorriso, che girai a testa e piansi. Rimasi totalmente sconvolto e annientato da quell’unico mite sorriso.”

Parecchie altre cose rimarrebbero da dire: ad esempio il carattere autobiografico del romanzo: difficoltà con la famiglia, tentativi di suicidio (per Dazai l’ultimo, nel 1948, avrà successo), alcoolismo, tubercolosi. Oppure una certa predisposizione dell’opera stessa ad essere rielaborata come manga o come anime. O ancora la discrepanza fra il modo in cui Yōzō si vede e si dipinge nei tre taccuini e la frase finale del romanzo, in cui la donna che l’ha conosciuto condensa il suo giudizio su di lui: “Era un angelo”. Lascio queste cose, ed altre, come suggestioni agli eventuali lettori, ai quali consiglio di cercare il libro in una biblioteca (ne hanno quasi tutte una copia, magari in magazzino), ma non di comprarlo, perché non bisogna sostenere una casa editrice che riempie le librerie di schifezze ma non ritiene necessario investire in nuove e più attendibili traduzioni di importanti opere straniere. 

UN SOGNO

Se mi guardo indietro devo constatare che la mia vita sentimentale è stata piuttosto piatta. Nondimeno ho avuto le mie storie, i miei amori.

Fa strano, a pensarci, vedere quante figure maschili siano cadute nell’indifferenza, abbiano perso ogni malinconica tridimensionalità.

Non tutte però: ce n’è una che resiste. Incistata in un angolo dell’incoscienza notturna si prende la sua rivincita poco prima dell’alba, nell’ultimo sonno, quando i sogni dicono facili verità e noi, per interposta persona, ci vendichiamo su noi stessi del modo in cui siamo.

Non so perché sia sempre lui che si presenta, a distanza di mesi o di anni. Cioè: non so perché sia sempre lui che il mio disappunto, a distanza di mesi e di anni, sceglie per notificarmi che ho fallito.

Non è la sua persona. Lo so perché quando mi capita di incontrarlo alla luce del giorno l’impossibilità fugace che fu è la stessa, immutata. Eppure.

Eppure, nel sogno, mi umilia. Nel sogno il mio desiderio più autentico è dichiarare il tempo trascorso, con tutto ciò che contiene, nullo e non avvenuto. Cioè no: lasciare che sia avvenuto poiché il tempo, nei fatti, è trascorso; ma dichiararlo un errore e riprendere come da un’interruzione.

Non so perché. Lo struggimento onirico dell’alba non dura, si disfa alla luce. Credo che sia come il frutto di una stanchezza, un desiderio di riposo.

L’altra notte è comparso di nuovo. Come spesso nei sogni c’erano edifici comunicanti e teorie di stanze bianche in cui non si è sicuri di abitare. Finalmente ce ne districavamo lasciando indietro, nelle stanze, legami più recenti. Andavamo con sicurezza verso la dimora eletta per noi.

Pensa, dicevo, dopo trentacinque anni…

Il conto era preciso. Facendolo, mi sono resa conto di quanto ero vecchia e mi sono svegliata.

UNE ODEUR DE FOSSE AU PRINTEMPS. Gaspard de la nuit in primavera

Gaspard 2

Nelle giornate fredde di alta pressione, quali ce ne sono state ultimamente, in pianura e in collina sale l’odore di fogna. Si diffonde dappertutto, come se i condotti si destassero al tempo fine e asciutto e rimestassero la materia che ristagna, giudicando sconveniente che rimanga celata.

Dev’essere un rito antico e primaverile, una rivincita del rimosso fecale indipendente dalle moderne canalizzazioni, se è vero che Aloysius Bertrand ne parla già nel 1836 nel suo Gaspard de la nuit.

Aloysius Bertrand – poetizzazione del più comune Louis Bertrand – nacque nel 1807 a Ceva, in Piemonte, da padre ufficiale della gendarmeria napoleonica e madre piemontese. Al crollo dell’Impero la famiglia si trasferì a Digione, antica capitale decaduta dei Duchi di Borgogna, dove Aloysius poté alimentare a piacere il gusto romantico per le memorie gotiche. Fu l’autore di un unico libro, Gaspard de la nuit, una raccolta di poesie in prosa finemente e maniacalmente cesellate il cui manoscritto, se crediamo a quel che ne dice Aloysius nella lunga introduzione, gli fu consegnato da un povero diavolo in abiti lisi, artista girovago o poeta in cerca di editore, che si rivelerà essere il Diavolo con la maiuscola (ma un Diavolo sui generis, dal momento che spera di poter un giorno sedere sotto lo sguardo di Dio di fianco alla fanciulla, ovviamente deceduta, che ha amato). Gaspard de la nuit non è infatti, propriamente, il titolo, bensì l’autore di queste Fantasie alla maniera di Rembrandt e di Callot, di cui Bertrand si presenta ironicamente come il semplice curatore.

Come ogni scrittore di belle speranze, Aloysius Bertrand lascia la provincia per Parigi, dove lo troviamo intorno al 1828 e dove, a sentire Sainte-Beuve, conduce la vita solitaria, anche perché povera, del poeta fantasioso e fantastico. Continua a lavorare alle poesie in prosa, desidera farne qualcosa di squisito. Nel 1836 finisce per trovare, cosa rara, un editore che compra il manoscritto del Gaspard. Lo compra ma, per vari motivi, non lo stampa. Bertrand morirà nel 1841 di tubercolosi all’ospizio Necker senza avere visto un’edizione della sua opera, che sarà pubblicata postuma l’anno seguente soltanto grazie all’interessamento di un amico e ai buoni uffici di Sainte-Beuve. Il quale peraltro, nella lunga Nota introduttiva, dice un sacco di cose carine su Bertrand ma lo relega nel secondo o terzo piano dei romantici minori che avrebbero voluto essere Victor Hugo e non ci sono riusciti. Baudelaire avrà grande stima di lui e confesserà che l’idea dei suoi propri poèmes en prose (Le Spleen de Paris) gli è venuta leggendo Bertrand. Ma più in generale bisognerà attendere il Novecento perché il poeta abbia il riconoscimento che gli spetta.

Poiché, da che ho memoria, la grandezza insopportabilmente francese (cioè insopportabilmente retorica) di Victor Hugo mi scatena reazioni allergiche, è al Gaspard de la Nuit e non a Victor Hugo che penso più spesso; e in quest’inizio fognario di primavera vi offro la traduzione della

PARTENZA PER IL SABBA

Si alzò di notte, e accendendo un po’ di candela prese un  intruglio e si unse, poi, con qualche parola, fu trasportata al sabba.

Jean Bodin. – Della Demonomania delle streghe.

Erano lì in una dozzina a mangiare la zuppa di birra, e ciascuno di loro aveva per cucchiaio l’osso dell’avambraccio di un morto.

Il camino era rosso di bragia, gli stoppini delle candele si ispessivano nel fumo e dai piatti saliva un odore di fogna in primavera.

E ogni volta che Maribas rideva o piangeva si sentiva come gemere un archetto sulle tre corde di un violino sfasciato.

In tutto ciò il mercenario aprì diabolicamente sul tavolo, alla luce del sego, un libro di magia su cui venne a dibattersi pazzamente una mosca strinata.

La mosca ronzava ancora quando, col suo ventre enorme e peloso, un ragno scalò la costa del volume magico.

Ma già streghe e stregoni erano volati via attraverso il camino, a cavalcioni chi di una scopa, chi delle molle, e Maribas del manico della padella.

 

“dai piatti saliva un odore di fogna in primavera”. Degna di streghe e stregoni questa commistione dell’alto e del basso, degli alimenti e delle feci, della bocca e dell’ano. Ma io ci trovo qualcos’altro. Ci trovo un’allusione a un mondo simile al nostro ma un po’ diverso, un mondo in qualche modo diminuito, un mondo dopo la morte. Dove le cose sembrano più o meno le stesse ma la zuppa nei piatti, se la assaggi, ha un sapore amaro, immangiabile, come il fegato dei conigli che bisognava buttare via se per caso, mentre li pulivi, si rompeva la cistifellea.

 

maribas

P.S.: Non chiedetemi chi è Maribas. Non ho mai potuto appurarlo. Il disegno è dello stesso Bertrand, che ne aveva approntati diversi come indicazioni per un futuro illustratore della sua raccolta.

 

 

 

 

 

 

 

LA QUESTIONE DELLA LINGUA 3. Pleonasmi.

Questo sarà un articolo breve ma noiosissimo. Un articolo su una questione di grammatica. Servirà soprattutto a chiarirmi le idee e a spiegarmi perché certe espressioni mi fanno letteralmente saltare sulla sedia ma, a quanto pare, hanno questo effetto soltanto su di me. Esagerazione (mia) o decadenza (dei costumi)? È quello che vorrei cercare di stabilire.

Si tratta, come suggerito nel titolo, di certi pleonasmi. Di certi, non di tutti. Secondo la definizione del Vocabolario Treccani, un pleonasmo è una “espressione sovrabbondante, formata con l’aggiunta di una o più parole non necessarie dal punto di vista grammaticale o concettuale”. Il famoso “a me mi”, o “ma però”, o anche “uscire fuori” e simili. “Frequente nel linguaggio familiare”, continua il Vocabolario, “si può trovare anche nella lingua letteraria e non implica di per sé una violazione di regole grammaticali.”

Non implica di per sé una violazione di regole grammaticali. E però.

E però mi pare che convenga fare qualche distinzione. I pleonasmi di cui vorrei parlare riguardano l’uso sovrabbondante e non necessario di pronomi personali.

Prendiamo i casi più semplici: nella frase Mario l’ho visto ieri abbiamo uno stesso complemento oggetto espresso due volte, una volta dal nome Mario e una seconda volta dal pronome lo. Naturalmente questa frase è perfettamente corretta. La ripresa, attraverso il pronome, di un complemento oggetto già espresso dal nome è resa necessaria dal fatto che, per enfatizzare il complemento oggetto (è Mario che ho visto ieri, e non qualcun altro), lo metto in inizio di frase, dove normalmente non starebbe; quindi lo riprendo con un pronome che sta esattamente dove deve stare. Anche la frase L’ho visto ieri, Mario non crea problemi, poiché la ripetizione del complemento oggetto (prima come pronome poi come nome) obbedisce a una necessità di enfasi o di espressività.

Spostiamo ora l’attenzione dal complemento oggetto a un altro complemento; per esempio, ma è solo un esempio, il complemento di argomento: Di questo problema ne abbiamo già parlato è frase che si sente (e purtroppo si legge) senza che nessuno se ne adombri. È senz’altro poco elegante, il ne pleonastico è del tutto ingiustificato, dal momento che iniziare una frase con un complemento di argomento per creare un effetto di enfasi è perfettamente corretto e non necessita di ripresa attraverso un pronome (in altre parole io posso benissimo dire Di questo problema abbiamo già parlato senza che ci sia la sia pur minima variazione di senso); insomma la frase è brutta e fa ruspante, ma va be’, mettiamo il pleonasmo in conto all’espressività e passiamo oltre.

Guardiamo invece ora, se vi piace, cosa succede ai pronomi personali pleonastici nelle dipendenti relative. Prendiamo la frase: Questo è un ragazzo che conosco molto bene. In questa frase, che è pronome relativo complemento oggetto. Riprenderlo attraverso un pronome personale – quando non sia per produrre l’effetto stilistico di una frase sgrammaticata – è uso del tutto errato: Questo è un ragazzo che lo conosco molto bene non si dice, e, a maggior ragione, non si scrive. E non si dice e non si scrive perché, se aggiungo il pronome lo, il mio relativo che non si capisce più cosa sia (una congiunzione popolar-polivalente? Come il dove di mia suocera che per un periodo sostituì, da solo, tutte le congiunzioni subordinanti).

In effetti, una frase come Questo è un ragazzo che lo conosco molto bene normalmente non si trova in testi che, comunque, si vogliono di un certo livello. Capita invece spessissimo trovare frasi come la seguente, presa da un articolo recentemente pubblicato su un noto blog di approfondimento culturale:

“Sentimento percepito come qualcosa di altro dall’individuo, ma che l’individuo stesso genera e da cui ne è, in qualche modo, governato.”

A me quel da cui ne è mi fa saltare sulla sedia. Reazione sicuramente esagerata. E però.

Abbiamo davanti una relativa introdotta da un da cui complemento d’agente che viene immediatamente ripetuto da un pronome personale ne con identica funzione. È un ircocervo, un mostriciattolo sintattico formato dalla fusione di due frasi distinte e disomogenee: una subordinata, “che l’individuo stesso genera e da cui è in qualche modo governato”, e una principale, “che l’individuo stesso genera. Egli ne è, in qualche modo, governato”.

Quisquilie, bazzecole? Può darsi.

 

DER TEUFEL STECKT IM DETAIL – Il diavolo si nasconde nel dettaglio. Una breve critica del pressapochismo.

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Leggevo ieri sera, su Minima&Moralia, un articolo della giovane Chiara Babuin, che si presenta su Linkedin appunto come “Articolista presso Minima&Moralia”. Non a torto, dal momento che regolarmente suoi articoli appaiono sul noto blog di approfondimento culturale.

Chiara Babuin dispone di una invidiabile formazione a tutto tondo che spazia dalle arti figurative al teatro al cinema alla filosofia psicologia antropologia etologia e etnologia, sapienze orientali yogiche e vediche, sutra mantra e tantra. Passando naturalmente per la Weltliteratur. Spazia parecchio la signora Babuin. Spazia con invidiabile giovanile entusiasmo.

Più che spaziare vola, sorvola intere plaghe di umana spiritualità, non tocca quasi terra, non si preoccupa certo di trascurabili quisquilie quali la lingua italiana, la piega ai suoi voleri, la modifica con energica creatività.

Ad esempio sembra convinta, la signora Babuin, che l’avverbio “pedissequamente” abbia in italiano una connotazione positiva, poiché volendo lodare l’allestimento di una mostra dice: “Lo si vuole subito dire forte e chiaro: è così che si fanno le mostre d’arte: anni di studio, presentazione di un progetto chiaro, un allestimento pedissequamente ragionato e tanta, tanta passione e competenza.”(qui) O magari le sfugge che in italiano il verbo scaturire è intransitivo: “Le vere ragioni che lo scaturirono sono tuttora ignote.” (ibid.)

Quisquilie, bazzecole. Un fenomeno diffuso oltretutto. Resistere non serve a niente, eppure la coscienza impone di farlo.

Credo in effetti che sia una questione di coscienza. Una questione morale. La disinvoltura nei confronti della lingua, questo accomodarsela come ti pare, che non ha nulla a che vedere con la sua naturale e necessaria evoluzione, è il sintomo di una più vasta disinvoltura che attraversa tutti i campi: il comportamento privato e sociale, la politica, la cultura.

E di disinvoltura culturale vorrei parlare a proposito dell’articolo di Babuin linkato in apertura. Babuin recensisce una messa in scena romana del Cyrano di Rostand e si lancia in una complessa disquisizione su amore e linguaggio, che nei commenti qualifica di “essenza” dell’articolo, sulla quale non ho nulla da dire dal momento che è un’essenza troppo volatile perché il mio naso possa apprezzarla. Vorrei però fare un’altra osservazione. Non ho ragioni di dubitare che Babuin abbia assistito allo spettacolo teatrale che recensisce. Ho invece il forte sospetto che non abbia letto il testo di Rostand che interpreta così furiosamente. E questo non soltanto per le “sviste”, come le qualifica Babuin in risposta alle mie divertite osservazioni – ancorché la “svista” sulla Borgogna valga da sola un razzie award per la critica letteraria. Ma perché le sue osservazioni su certi “caratteri”, ad esempio Roxane o Christian, non convincono, come se Babuin conoscesse, dell’opera, una versione “tagliata”.

Naturalmente la mia è soltanto un’ipotesi (benché la Borgogna…), ma rende conto di un’impressione diffusa: che per questi entusiasti dell’interpretazione e del volo interpretatorio il testo sia in definitiva questione di poco conto, che si può anche tralasciare se uno ha fretta, ci si informa un po’ così e poi via che si va.

Via che si va!

Via che si vola!

Via che si casca.

Sbadabam.

 

P.S.: Dopo avere starnazzato sull’irrilevanza delle sue sviste, la signora Babuin ha comunque provveduto a correggerle, il che mi costringe ad aggiungere, per comprensione, questa breve nota: il primo atto del Cyrano si svolge, naturalmente a Parigi, all’Hôtel de Bourgogne, che fu nel XVI e XVII secolo uno dei teatri della capitale. Cyrano vi assiste a uno spettacolo e vi succedono diverse cose. La signora Babuin conosce così bene l’opera che aveva capito, e scritto, che essa si svolge in Borgogna.

 

 

 

 

 

I VIZI CAPITALI 6. L’AVARIZIA

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Joachim von Sandrart il Vecchio, Donna che conta monete

 

Mi è sempre sembrato che tutto ciò che non è generosità sia avarizia.

(Tenere qualcosa – quasi tutto – per sé, quando sempre altri sono nel bisogno.

Perché dov’è il confine? A partire da dove si è autorizzati?)

Così però è impossibile vivere.

Ciò che chiamiamo virtù è uno scendere a patti col vizio.

 

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George Desmarées, Ritratto di Esther Barbara von Sandrart

 

O invece: la generosità è tutta nel gesto. Si esaurisce in esso, non c’è né prima né dopo, non c’è durata. Non è un fatto di buone abitudini (la virtù nel senso classico). Non è un fatto di risultati (filantropia) o di percentuali (le decime). Il gesto che dona è bello. Il gesto che trattiene è brutto. Avarizia e generosità sono un fatto estetico. La virtù è un fatto estetico.

Dunque in sospetto di narcisismo.

Perché ammesso anche che la tua destra non sappia cosa fa la tua sinistra – tu sarai sempre lo spettatore di te stesso.

 

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