NOI DILETTANTI (racconto e distanza)

Sarà l’influenza della short story, sarà l’idea che, anche solo per le dimensioni ridotte, non impegna più di tanto – fatto sta che il racconto è un genere molto praticato. Quando ero giovane i dilettanti, cioè noi, scrivevamo poesie. Oggi che la poesia ha perso di appeal, o è diventata difficile, troviamo il nostro naturale sbocco nel racconto.

Per i giovani, ora come allora si tratta di esprimere “qualcosa che hanno dentro”. I meno giovani riversano nel contenitore fatti reali o di invenzione, che arricchiscono di pennellate didascaliche. I più avvertiti evitano di suggerire apertamente una morale.

Ciò che accomuna noi dilettanti, giovani e vecchi, è l’assenza di distanza. Che il giovane, nell’ansia di una comunione estatica, gli rovesci addosso un barile di parole, o che il non più giovane racconti un fatto – entrambi sono la prima, ingombrante presenza su cui il lettore incespica. Non vede uno stile, vede una persona (nel senso in cui diciamo che si sente il maiale che strilla).

La letteratura intrattiene con la vita rapporti necessari, ma non è la vita. La letteratura ha luogo su un palcoscenico, che già la diversa elevazione distingue dalla platea; però viene osservata da occhi che non appartengono alla dimensione scenica bensì alla vita, o, nella metafora, alla platea. Dall’autore al fruitore, il testo letterario deve passare attraverso due dislivelli: deve essere “montato”, ma la montatura non si deve vedere (a meno che, naturalmente, lo scopo non sia mostrarla, ma allora dovremo avere una montatura della montatura). Ciò che nella vita sarebbe “posa” e suonerebbe falso, quindi da evitare, è espressamente richiesto sulla scena; ma visto dalla platea deve apparire “naturale”, o comunque adeguato al mezzo.

Pur non essendo generi teatrali, l’epica e la narrativa hanno sempre badato a costruire una serie di filtri che avessero, come il palcoscenico rialzato, la funzione di dis-livellare il narrato, di farne qualcosa di non omogeneo rispetto sia all’autore che al lettore. Nel racconto breve, dove per forza di cose i filtri “esterni” diminuiscono o scompaiono, essi dovrebbero essere interiorizzati e dar luogo a un tono che ponga fin da subito il racconto “nella giusta distanza”. Più il racconto è breve, più in realtà è difficile scriverlo.

Come ci sono dilettanti giovani e meno giovani, così anche la distanza ha due facce: autobiografica e ideologica. La distanza autobiografica è la base della buona autofiction. La mancanza di scarto rispetto all’ideologia genera la falsità e la ripetizione; e, sul lato del lettore, l’insofferenza e la noia.

Questa, fra lo scrivente e l’opera, è la prima, imprescindibile distanza. Ce ne sono altre. In generale, più in un racconto vengono inseriti dislivelli – palcoscenici successivi – più il racconto acquista profondità. Viceversa l’assenza di dislivelli – lo scorrere “naturale” dall’autore al testo e, nel testo, da un personaggio all’altro e da una circostanza all’altra senza “salti” – genera un’inevitabile impressione di piattezza. (La piattezza non voluta è ovviamente diversa dall’impressione di piattezza consapevolmente perseguita e messa in scena.)

Come si costruisce un palcoscenico? Se lo sapessi non sarei una dilettante; ciononostante mi permetto un paio di osservazioni:

Il racconto non-realista – il racconto fantastico, surrealista, visionario, oppure filtrato attraverso la distorsione del soggettivo disagio psichico – parte apparentemente avvantaggiato. Il porsi fin da subito su un piano diverso dal quotidiano, l’effetto di straniamento, uno stile evocativo o sorprendente rappresentano sicuramente un primo “dislivello” e sembrerebbero garantire quella “foresta di simboli” senza la quale non c’è letteratura. Ovviamente non basta, o la scorciatoia sarebbe davvero troppo comoda. I simboli devono essere oscuri – cioè non banali -, ma in qualche modo leggibili: devono avere “sguardi familiari”. E rimane comunque il problema dei dislivelli interni: un racconto fantastico che corra dall’inizio alla fine, senza contraddittorio, sull’onda di un’unica ossessione o monomania dell’autore, ci strapperà alla fine uno sbadiglio. Magari uno sbadiglio letterario ma pur sempre uno sbadiglio.

A pensarci un attimo, anche il racconto realista avrebbe le sue facilità. La distanza potrebbe essere garantita dal fatto di mettere in scena personaggi terzi; anche nel caso di un io narrante, questi racconta qualcosa che gli è capitato addosso dall’esterno, o di cui è stato testimone. Così funzionava per Maupassant. Il guaio è che la realtà è diventata incerta e poco convincente; non si sa come afferrarla; quando tenti di metterci una mano sopra ti accorgi che stringi il falso. E i personaggi terzi, come pure l’io narrante, acquistano un minimo di spessore e di verità solo se sono passati attraverso la lente dell’ironia.

À SUIVRE… 5 (NIETZSCHE COME FONDAMENTO DELLA METAPOLITICA?)

Franco Fortini, Una lettera a Nietzsche

Per introdurre l”accurata,  problematica e non scolastica analisi  che Elena Grammann fa di un preveggente scritto, in cui Franco Fortini, verso la fine degli anni Settanta del Novecento, avvertì – tra i primi – i rischi della Nietzsche-Renaissance,  stralcio questo passo da uno dei saggi che Roberto Finelli – un filosofo che spesso ho segnalato  – ha dedicato su “Consecutio Temporum”  del  30 aprile 2019 (qui)  al tema dell’abbandono del pensiero di Marx  dopo la breve fioritura avvenuta a cavallo del biennio “rosso” del ’68-’69 : «Così in breve, a partire da quei fine anni ’70, filosofi, intellettuali, operatori culturali a vario titolo, diventarono quasi tutti heideggeriani e anziché di processo di valorizzazione, di composizione organica, di saggio del plusvalore, di tecnologia come sistema forza lavoro-macchinismo nella produzione di capitale, si cominciò a parlare di «Tecnica» come volontà di manipolazione e potenza di un Soggetto umano nella sua contrapposizione all’Oggetto: e come realizzazione nell’età moderna di una metafisica cominciata nell’età classica di Platone ed Aristotele, quale conseguenza di una rimozione originaria del senso dell’Essere e quale affermazione di un miope quanto ottuso antropocentrismo». [E. A.]

di Elena Grammann

 […] gli ormai numerosi necrofori delle lettere e della critica che vanno gridando «Viva la morìa!», come i monatti, subito dopo tornando a portarsi il fiasco alla bocca.
                            (F. Fortini, Avanguardie della restaurazione)

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere, non ricordo dove e piuttosto come osservazione incidentale, che quando all’inizio degli anni settanta Nietzsche e Heidegger, ripuliti dai sospetti rispettivamente di anticipazione del e collusione col nazismo, furono sdoganati e misero radici in Italia, l’unico che fece opposizione fu Fortini. Stante la mia scarsa simpatia per i due filosofi la cosa mi interessava. (… Continua su Poliscritture)

PROLEGOMENI a ogni futura prosa che voglia presentarsi come letteratura

Il mio ultimo post, in cui lamento la qualità di certa prosa narrativa pubblicata su un sito che frequento, ha scatenato un putiferio. Non che abbia a dolermene: come ogni animo nobile, amo la zuffa. Ma ho pensato, per il futuro, che forse non sarebbe male disporre di una specie di prontuario, un calepino di pratica consultazione che permetta di decidere velocemente se sì o se no, e per ogni caso concreto abbia pronte lì, nero su bianco, le motivazioni della sentenza. Perché è vero che, come ebbe a dire a sproposito un cardinale, ci sono cose che a doverle spiegare non si sa se ridere o piangere, e i casi a cui mi riferivo erano di quelli che basta avere gli occhi; n’importe: l’autore incazzato richiede una singolar tenzone – che si conclude con un nulla di fatto poiché, nel momento in cui gli sono contrari, rifiuta gli arbitri.

Però insomma – qualcosa di pronto può sempre far comodo; così ho pensato di annotare, man mano che mi vengono in mente, i casi sicuri in cui qualcosa di scritto non è letteratura. Si intende qui narrativa – sulla poesia non mi arrischio.

Quindi, la forma generale della proposizione potrebbe essere: Non è letteratura quando…

(È solo un inizio, la lista verrà aggiornata quando capita.)

NON È LETTERATURA QUANDO…

  • è scritta da Giuseppe Genna
  • contiene l’aggettivo “svariati”
  • vi compaiono come personaggi positivi casalinghe che tengono la casa a specchio
  • da essa emerge che le donne sono d’aiuto all’uomo, come è scritto nella Genesi, e vanno trattate bene perché sono comode da godersi tutti i giorni.
  • le donne che hanno pretesa di punto di vista autonomo, ma con le quali è diplomaticamente opportuno andar d’accordo – tanto poi è impossibile che in fondo non siano d’accordo – vi sono definite “personcine vivaci dall’espressione intelligente”

NON È LETTERATURA QUANDO…

  • l’autore parla troppo di sé, ma non si chiama Jean-Jacques
  • l’autore parla di sé e non se ne accorge neanche
  • parla di cose di cui, secondo ogni evidenza, non ha la più pallida idea
  • scrive sconcezze e non se ne rende conto
  • a proposito di sé e della propria opera usa l’aggettivo “modesto”
  • quando lo stroncano, è convinto di non essere apprezzato a causa della sua coraggiosa ideologia
  • è orgogliosissimo dei suoi limiti, che chiama “pensare con la propria testa”

A proposito di “scrive sconcezze e non se ne rende conto” ho notato da tempo che i cattolici, che si impongono severi limiti nella pratica, si risarciscono come possono, e forse inconsciamente, con le analogie e le ambiguità del linguaggio, in un continuo ammiccare e strizzar l’occhio più o meno intenzionale, come si faceva ai tempi miei alle scuole medie. E adesso più nemmeno lì, credo. Così, il gatto di casa si chiama Pisello, gli insegnanti cattolici raccontano alle colleghe innocue barzellette imbarazzanti, e le gite parrocchiali si concludono regolarmente, al ritorno in pullman a tarda sera, col coro dello Spazzacamino.

E così può capitare che, in un racconto, un onestissimo uomo si rechi in assenza del marito a casa di un’onestissima donna, mosso dalla curiosità “di osservare da vicino com’è fatto un nido di rondine”.

DI TRAVI E DI FUSCELLI (con un quiz a premi)

Domenico Fetti, La parabola della pagliuzza e della trave

So benissimo che prima di rimarcare la pagliuzza nell’occhio del fratello bisognerebbe provvedere a rimuovere la trave che è nel proprio, e so pure che la trave, quando sia di estetica e in particolare di letteraria natura, è molto difficile da individuare figuriamoci da asportare. Lo so perfettamente e non c’è bisogno che nessuno me lo ricordi. Epperò.

Epperò, per quanto sinceramente mi sforzi di riportare la mia percezione almeno alle dimensioni dell’insignificante fuscello, non riesco a disfarmi dell’impressione che la gente vada in giro con una trave inchiodata in mezzo alla fronte. Cioè, per essere più chiara: io negli occhi letterari altrui vedo travi, non vedo fuscelli.

Mi spiegherò: questo blog (incautamente battezzato Dalla mia tazza di tè in onore di Proust, e invece tutti pensano a un’anziana signora semirimbambita col mito dell’Inghilterra vittoriana) non è certo quel che si dice un blog di successo. Non applica strategie, non cerca consensi. Non è nemmeno su Facebook. Però quando un post piace o interessa lo si vede dalla colonnina delle visite che schizza in alto. Ora, facendo recentemente un repulisti di scartoffie, dematerializzate e non, mi è capitato fra le mani un intero fascio di racconti scritti dieci o quindici anni fa e maturi per il falò/cestino, dove infatti sono finiti ad eccezione di tre o quattro che mi sono sembrati abbastanza ben riusciti. Ne ho pubblicati sul blog due che, come testimonia l’implacabile colonnina, sono caduti nell’indifferenza generale. D’altra parte perché avrebbero dovuto interessare, non c’è motivo. Questo infatti è solo un lato, e di gran lunga il meno importante, del problema. All’altro arriviamo adesso.

Da qualche tempo bazzico con discreta assiduità un sito molto più frequentato, caratterizzato da una pluralità di contributi, e di “classe” superiore al mio. Il nucleo e, credo, la parte più interessante è il discorso politico, ma ospita anche brevi saggi di contenuto filosofico o letterario, poesie e racconti editi e inediti. E chi al giorno d’oggi non scrive racconti, questo genere così maneggevole. Ultimamente ne sono comparsi in rapida successione tre o quattro che, in sé, non attirerebbero alcun predicato, essendo letteralmente il nulla. Ma dal momento che sono pubblicati un predicato bisogna pur attribuirlo e per come la vedo io l’unico adatto è: vergognosi. Vergognosi perché non fanno che ribadire l’esistente così come si dice che sia e come tutti già sanno che è – cioè l’esistente precisamente come non è; e in più lo popolano di anime belle, positive, ignare del dubbio, vertueuses comme on ne l’est pas, per citare Flaubert che di realismo se ne intendeva. La fiera del luogo comune – ma se anche fosse il contro-luogo comune non cambierebbe nulla, cambierebbe il segno davanti ma non la qualità della cosa, perché questi “scrittori” – nel senso che, purtroppo, scrivono – non sono in grado di vedere e dire nulla oltre quello che è già stato visto e detto innumerevoli volte e che proprio per questo è falso e inutilizzabile.

Fin qui la cosa, ed è già abbastanza fastidiosa. Ma non è ancora il peggio. Il peggio è la processione, nei giorni seguenti, di amici e compagni di parrocchia, opportunamente sollecitati, che vengono a deporre l’obolo di un commento laudativo. Dicono tutti le stesse cose: quanto il racconto li abbia commossi e edificati, come sia tutto vero e proprio uguale alla realtà. Si destreggiano fra i sinonimi (“toccante e commovente”); i letterati ricorrono all’iperbato (“una prosa agile che invero molto commuove”) e i meno letterati alle solite formule, talmente nulladicenti che a me suonerebbero offensive (“racconto agile”, “un fresco racconto”, “una bella pagina di scrittura”); qualcuno, nell’affanno di esprimere non sa nemmeno lui cosa, sfiora il nonsense (“come in ogni suo lavoro, x riesce anche qui, a dare vivacità, interesse e contenuti, segno della sua innata capacità di gestire al meglio il suo pensiero”); e c’è anche chi, senza volere, ci prende: “ho avuto modo di apprezzare la sensibilità di y che sa esaltare, con la sua vena di scrittore, … le situazioni più scontate”. Si vede che sono nuovi al commentare, alla fine del commento si firmano per esteso con nome e cognome, le coppie con entrambi i nomi a sottolineare che non il singolo ma il nucleo familiare ha fatto il suo dovere, che l’approvazione in calce al racconto non viene da un individuo, sempre sospetto, ma dalla famiglia mattone della società.

Il tragico è che sono assolutamente sinceri. Così si chiude il cerchio vizioso: la scrittura letteraria, che dovrebbe accrescere e dilatare la consapevolezza dei lettori, li conferma invece nelle quattro “verità”, dette ‘di buon senso’, che sono molto orgogliosi di possedere già; e i lettori, di rimando e per gratitudine, distribuiscono maldestre e tuttavia, poiché il fenomeno si produce identico a vari livelli, in qualche modo efficaci patenti di letterarietà. La letteratura come la stampa: ognuno si legge il giornale (e si guarda il programma) che lo conferma nelle cose che pensa. Filisteismo allo stato puro. Di che distruggere una cultura.

Tornando ai miei racconti salvati dal fuoco – che, ribadisco, non sono il problema. In fondo, mi dico, è una questione di claque: tu non ce l’hai. Giusto, io non ce l’ho, la claque mi infastidisce, dunque mi fugge. Come darle torto.

Però adesso qualcosa voglio fare, voglio puntare un riflettore da 2 watt sul mio ultimo raccontino, attirare l’attenzione, focalizzare, pubblicizzare. E quale mezzo migliore di un concorso a premi. Un concorso letterario. In realtà volevo già indirlo nel post precedente alla fine del racconto, poi mi sono scordata. Va be’ fa niente, lo indìco adesso:

CONCORSO LETTERARIO

Nel racconto pubblicato qui ci sono due allusioni o quasi-citazioni: due microsituazioni che rimandano a altrettante opere molto note: una è un classico della letteratura occidentale, l’altra forse un classico non si può definire, ma è unanimemente riconosciuta come capolavoro. Di quali opere si tratta? Le risposte vanno inviate nello spazio “commenti” del post.

Premi: chi indovinerà una delle due opere riceverà un racconto inedito con dedica autografa dell’autrice. Chi indovinerà entrambe le opere riceverà (mi pare logico) due racconti inediti con dedica autografa. Su carta garantita a facile combustione (ottima per avviare il fuoco del camino nelle dolci serate ottobrine).

Scadenza: il concorso non ha scadenza. Si considererà scaduto quando entrambe le opere saranno state correttamente indicate.

IN TABERNA QUANDO SUMUS

Sul fondo c’era uno di quei laghetti circolari, malati, chiusi fra versanti tristi; una pozza color blu sporco simile a una soluzione di verderame. Tutto molto morto – l’acqua bluastra e le marne franose. Però proprio sulla riva c’era una costruzione di assi annerite che sembrava un’osteria, forse uno di quei posti dove la gente va a mangiare le rane o il pesce gatto. Per quanto, pensò, che se il pesce gatto veniva da quella pozza… Si decise a scendere per un sentiero che si distingueva appena, con l’argilla che ruzzolava sotto le scarpe, e intanto pensava che doveva esserci per forza un’altra strada, carreggiabile, ma non la vedeva.

Il bancone era a sinistra, sul lato corto; non colse l’occhiata dell’oste ma sentì che diceva: «Non hai chiuso la porta», probabilmente a una donna che se ne stava da una parte con le mani avvolte nel grembiale; lei però scosse la testa, negò. Forse non era orario di apertura? Ma no, c’erano altri avventori. Sedette a un tavolo nel sole obliquo attraverso i vetri. Però il sudore gli gelava ugualmente la schiena, così quando l’ostessa chiese: «bianco o rosso?» disse subito «rosso», poi pensò che era una sciocchezza bere vino a stomaco vuoto e la richiamò per qualcosa da mangiare. «Più tardi», e si allontanò. Cosa voleva dire? che la cucina cominciava il servizio più tardi, o che non se ne sarebbe andato tanto presto e a un certo punto gli avrebbero servito la cena?

Com’era arrivato lì? Aveva seguito le indicazioni della donna che si sbracciava a spiegare nell’aia, ma poi doveva essersi confuso. Bastava tornare indietro e al bivio prendere dall’altra parte… Intanto versò il vino nel bicchiere spesso e verdastro e bevve un sorso alla salute della donna nell’aia e della sua figura legnosa, selvaggia. Forse sorrise; il sorriso, che non era rivolto a nessuno, indusse un avventore ad abbandonare il suo tavolo e a sedersi a quello di lui.

«Posso raccontarle la mia storia?» Si era portato la brocca di terra e il bicchiere.

Pensò oddio questo è un po’ brillo. Ma l’uomo non sembrava affatto ubriaco, neanche un po’; quando faceva per bere bagnava appena le labbra e il vino nel bicchiere non calava. Era giovane, vestito in modo strano, militaresco. Sembrò che sentisse il bisogno di tranquillizzarlo: «Sono di queste parti, sa? La mia casa si vede da una curva della strada. Cioè: la casa si intravede appena, il colmo del tetto forse. Ma si vedono gli alberi attorno. Con groppi di vischio, nidi di uccello…»

«Non divagare, Arri! Vieni al sodo!» Altre persone avevano avvicinato le sedie. Quello che aveva parlato era più vecchio di Arri, aveva baffi da tricheco e un’aria gioviale. C’era anche una donna, bionda e con un viso di un pallore malsano, che gli ammiccò come a dire: ‘Ti tocca…’

Arri non si scompose:

«Sto raccontando a lui. Voi la sapete già.» Però sembrava che avesse perso il filo, si fregò la radice del naso, bagnò le labbra nel vino e parve faticare a raccogliere i pensieri.

«Già. La mia casa è qua vicino. Perché non ci sono tornato… ah sì: un giorno passa uno squadrone, venivano da Caverzana, dalla Battaglia, passano proprio attraverso l’aia; erano stranieri, si davano un sacco di arie. Mi dava fastidio, era una cosa che non sopportavo. Mi capisce?»

Certo che lo capiva. Una follia come un’altra, l’insofferenza per ciò che non ha bisogno di te, che ti lascia indietro… Aspettando che continuasse bevve un sorso di vino. Era molto scuro, violaceo, come succo di more.

«Così salutai tutti e andai dritto ad arruolarmi. Per fargliela vedere.»

Il sole era calato, c’era una luce grigia, l’oste venne e accostò un fiammifero allo stoppino della candela. Niente lampadine, nemmeno al soffitto. Non si meravigliò: alla Buca, che era forse a un chilometro da lì e sulla strada, la corrente ce l’aveva tirata Ghidoni, del Consorzio, solo qualche anno prima.

Arri aveva un sorriso malizioso, come se pregustasse quello che aveva da dire. Eppure nel tempo che lo stoppino prendeva e l’oste si ritirava sembrò che la baldanza sfumasse, che di nuovo faticasse a ricordare, a raccapezzarsi.

«Così mi arruolai. E dopo ci fu quella battaglia…»

«Dai Arri, – lo interruppe Baffi di Tricheco – non annoiare il signore con delle cose tristi! Racconta piuttosto la storia di Nicco, quella delle lumache di Cartagine!»

«La storia di Nicco? – fece Arri frastornato, guardando verso il camino spento. Seduto davanti al camino c’era un uomo anziano, basso, con una zazzera ispida, che fissava il focolare con espressione tetra.

«Ma è una storia sua» protestò debolmente Arri.

«E che differenza vuoi che faccia? La sai anche tu. Su, racconta!»

«I rifornimenti non arrivavano da diversi giorni» raccontò Arri obbediente. «Non avevamo più niente da mangiare. Finalmente arrivò qualcosa, ci dissero che erano i generi di conforto. Infatti ci dettero tre caramelle a testa.»

«E poi?» incalzò Baffi di Tricheco. «Continua!»

«Eravamo accampati nella sabbia, e dalla sabbia spuntava qua e là un resto di muro, un rudere. Ci dissero che erano le rovine di Cartagine. Be’, al mattino presto, attaccate a queste rovine, c’erano delle lumache. Le mangiammo. Mangiammo le lumache di Cartagine.»

«Bravo!» applaudì Baffo di Tricheco, «Bravo! Adesso la pentola dei bersaglieri! Racconta la pentola dei bersaglieri!»

Arri gettò uno sguardo furtivo al camino. Anche quella doveva essere una storia di Nicco. Ma Nicco pareva non accorgersi di nulla.

«Non possiamo portargli via le storie così» provò a piagnucolare Arri; Baffo di Tricheco fu irremovibile:

«Macché portare via. Le sanno tutti ormai. E poi, è per intrattenere l’ospite.»

«Questo accadde dopo» raccontò allora Arri, «quando eravamo prigionieri degli inglesi. Gli inglesi ci davano pochissimo da mangiare. C’era un gruppo di bersaglieri – tutti della stessa compagnia – che voleva mangiare una volta qualcosa a modo. Misero da parte per diversi giorni le razioni di riso e le fecero cuocere tutte assieme in una pentola di coccio. Non so dove avessero rimediato la pentola. Quando i chicchi furono quasi cotti, e tutti erano lì attorno ad aspettare di mangiarsi il riso lesso, la pentola non resse la fiamma, esplose, e il riso fu schizzato tutt’intorno, per terra. I bersaglieri raccoglievano i chicchi dalla terra e li mangiavano uno ad uno.» Arri si mise a piangere.

Baffo di Tricheco non si aspettava una reazione del genere.

«Su, su» cercava di consolarlo dandogli dei colpetti sulla schiena. «È successo tutto molto tempo fa. È passato ormai.»

«È troppo sensibile» lo rimproverò la ragazza, «non devi insistere che ricordi.»

«Ma se non sono neanche ricordi suoi!»

«E che differenza vuoi che faccia?»

Quando Arri si fu calmato, Baffo di Tricheco si volse verso di lui:

«E lei? Non ha una storia da raccontare? Una storia nuova…»

Il suo sguardo gioviale si era fatto titubante, incerto, come se si inoltrasse in un paese sconosciuto. Lui avrebbe voluto accontentarlo, ma era imbarazzato, non sapeva cosa raccontare.

L’ostessa venne a prendere le ordinazioni:

«Rana o pesce gatto?»

Il pesce gatto non gli era mai piaciuto, benché lo avesse cucinato qualche volta per suo padre; le rane invece trovava che non avessero alcun sapore e nella presente circostanza questo era un punto a favore; ma gli facevano schifo quando il modo in cui erano presentate ricordava troppo la forma da vive.

«Come sono cucinate le rane?» chiese prudentemente.

L’ostessa aveva sentito “rane”; tanto le bastò per dirigersi verso la cucina senza più occuparsi di lui.

«Non vado matto per le rane» spiegò, felice di avere qualcosa da raccontare, «ed è strano perché una mia bisnonna aveva addirittura una passione. Ebbe voglia di rane in gravidanza, e la figlia nacque con un braccio più corto.»

Baffo di Tricheco sorrise cortesemente, non era quello il genere di storia che intendeva. «Che storia vuole che le racconti?» chiese lui allora, con una strana umiltà.

«Be’ ecco» e si fissava le unghie che aveva un po’ lunghe «una storia diversa da quelle di Arri – che sono poi di Nicco… Una storia in cui non ci sia tutta quella terra, tutta quella polvere…»

L’ostessa arrivò con una ciotola in cui era piantato un cucchiaio. Si rese conto che gli altri non avevano ordinato niente.

«E voi non mangiate?»

«Oh – fece Arri con un lieve movimento della mano – noi abbiamo tempo.»

Nella ciotola c’era una zuppa densa – zuppa di rane.

C’erano fagioli neri e sicuramente rape nere e straccetti scuri, a proposito dei quali non riusciva a stabilire se fossero verdure stracotte o lembi di pelle verdastra. Rimestò con il cucchiaio, indeciso. Pure si vergognava a fare lo schizzinoso. Schiacciò il cucchiaio contro le parti solide della zuppa, facendo affluire il brodo nell’incavo. Era denso e oleoso, con un retrogusto amaro, come di fiele. Rimestò nuovamente e distinse i muscoletti scialbi delle rane che si staccavano dagli ossicini. L’ostessa aveva lasciato un piattino, di fianco alla ciotola, per sputarceli dentro. Coraggiosamente ingoiò una cucchiaiata, poi un’altra, cavandosi dalla bocca minuscoli femori, tibie e peroni. Bevve un lungo sorso di vino violaceo.

Una mano si posò sulla sua che aveva ripreso il cucchiaio:

«Non la mangi, se non le piace.»

«Come si chiama lei?» chiese fissando gli occhi in quelli esitanti di Baffo di Tricheco.

«Io?» Era vagamente stupito, come se la considerasse un’informazione irrilevante. «Mi chiamo Ghiddeon.»

«Bene, Ghiddeon», disse passando con naturalezza al tu, forse per effetto del vino violaceo. «Vuoi una storia in cui non ci siano né terra né polvere. Bene.»

Millantava. In realtà non sapeva cosa raccontare, non ne aveva proprio idea. Però capiva cosa intendeva Ghiddeon, e che non era tanto una storia che voleva ma delle circostanze: una certa luce, una circolazione indisturbata, una linfa.

«Ti racconterò l’estate dei miei tredici anni» esordì allontanando la ciotola con la zuppa funerea. «Fu l’estate che lo sguardo mi si allargò. Intendo dire che l’orizzonte di un bambino è ristretto, limitato alle percezioni immediate, vicine: prospettive di una stanza, con oggetti; il lato di una casa; un cortile (mai in un’unica percezione); una strada. Ma in quell’estate fu come se lo sguardo mi si allargasse e cominciai a vedere cose al di là, a vedere prospettive che mi riguardavano e non mi riguardavano. Per esempio vidi le colline fino in cima, la luna che pende sulle selve, cose del genere. Anche in luoghi piccoli e circoscritti avvertivo come un solletico il dilatarsi dello spazio. Una volta ero sdraiato con un mio cugino nell’erba, al margine di un campo stretto fra il terrapieno della provinciale e il fosso. Nessuna vista. Parlavamo come fanno i ragazzi ma tutto il tempo ero cosciente di una vastità. Mi capitò di penetrare nella vastità. Dei parenti avevano dei campi giù, in pianura, e li tenevano a moscato. Alla stagione partimmo col cavallo e il biroccio per vendemmiarlo. Ricordo solo il sapore del moscato, talmente dolce che mi stupiva, come se non appartenesse alla realtà. Al ritorno sul biroccio, al passo del cavallo, la luce era come il moscato, l’aria calda, la vita alla quale assistevo perfetta.»

Lo sguardo di Ghiddeon si era fatto sfocato, non fissava nulla. A lui sembrò di avere ancora un sacco di cose da raccontare, come se davvero l’avesse esplorata quella vastità; pensò che si sarebbe fermato per un po’. Disse: «Penso che mi fermerò per un po’.»

Arri e la ragazza lo guardarono straniti. L’ostessa gli prese il braccio, sopra il gomito. Tutto in lei, dalla pelle del volto al grembiulone arrotolato sul ventre, aveva un colore plumbeo. Osservò attentamente la ciotola di zuppa che lui non aveva quasi toccato.

«Lei non può stare qui» disse. «Venga, la accompagno.»

Sulla porta si volse per salutare almeno Ghiddeon, Arri, la ragazza. Ma si erano messi a giocare a dadi, gli davano le spalle.

Vide suo padre a un tavolo più lontano. Stava facendo le parole crociate e non sollevò la testa.

Alla sommità della conca vomitò quel po’ di zuppa di rane che aveva ingoiato. Il cielo notturno si fece più chiaro. Scese di corsa la china del monte in cui non si distingueva alcun sentiero.

Il matrimonio secondo Tanizaki (2): LA CHIAVE (1956)

Avevo mezzo annunciato che avrei parlato di questo romanzo e lo faccio, ma malvolentieri. Non che ci sia in esso nulla di “esplicito”; nulla di paragonabile a Houellebecq o, per par condicio, a Walter Siti. Eppure è un romanzo profondamente pornografico; fatta salva la qualità letteraria, indubbiamente eccelsa, incomparabilmente più pornografico e più tossico di Houellebecq e di Siti, nel senso che i rapporti fra i personaggi si riducono alla struttura dominante-dominato; ognuno è in fondo – e neanche tanto in fondo – nemico degli altri; l’altro, nonostante affermazioni contrarie, non è mai visto come fine ma unicamente come mezzo; in nessuna dimensione del tempo e dell’esistenza c’è un tentativo di tregua, di parità, un tendersi la mano. Fa parzialmente eccezione il protagonista il quale, pur partecipando e anzi promuovendo i maneggi di asservimento, ne diventa la vittima consenziente e assoluta.

Come in una pièce tragica e rigorosissima, i personaggi sono pochi e ossessivi: il protagonista – un professore benestante sui cinquantacinque -, la moglie Ikuko, quarantaquattro anni, molto giovanile, la figlia ventenne Toshiko, meno bella della madre, e Kimura, un giovane amico del marito e padre che costui invita spesso perché sarebbe un buon partito per Toshiko, o forse perché assomiglia a James Stewart, l’attore preferito della moglie. Più qualche comparsa: l’anziana cameriera Baya, due medici, una sarta, un’infermiera, un massaggiatore. Tutto il romanzo si svolge in due interni: la casa del protagonista e una stanza in affitto in cui la figlia, che disapprova (ma è vero?) ciò che avviene nella casa, va a vivere. Le scene in esterni sono pochissime. I fatti narrati vanno dal 1° gennaio al 1° maggio, più una “coda” finale e conclusiva. Buona parte dell’azione si svolge durante l’inverno. Il freddo della casa giapponese è percepibile.

Il romanzo è interamente costituito dalle pagine di diario, che si alternano, del protagonista e della moglie Ikuko. Il marito tiene da sempre un diario, mentre Ikuko inaugura la consuetudine nei primi giorni del nuovo anno. Non viene detto espressamente, ma appare verosimile che l’idea di tenere un diario venga a Ikuko quando, riassettando lo studio del marito, si accorge che sul pavimento, ben in vista, c’è la chiave del cassetto dove quest’ultimo conserva il suo. Gli è caduta inavvertitamente, o l’ha messa lì a bella posta, affinché lei la trovi? Il lettore, che già conosce le prime annotazioni del marito, sa che in effetti egli desidera che la moglie legga il suo diario, e che proprio in questa speranza vi ha abbordato un tema che in passato non aveva osato toccare. È dunque ragionevole pensare che anche Ikuko, che proprio in quei giorni si mette a tenere un diario, lo faccia con lo scopo o almeno nella prospettiva che il marito lo legga. Di qui tutta una serie di sotterfugi per appurare se l’altro legge o non legge: quaderni sigillati con lo scotch, stuzzicadenti infilati fra le pagine, e, nei rispettivi diari, grandi assicurazioni che sì, si è aperto e magari un po’ sfogliato, ma mai e poi mai letto. Assicurazioni che non assicurano niente perché sono scritte precisamente per il caso che l’altro legga. Così il diario, che dovrebbe essere il luogo della massima sincerità nei confronti di se stessi, diventa il luogo delle mezze verità e delle sottili menzogne, entrambe esattamente calibrate per avere un effetto, alla fine, assassino.

Ma perché il marito lascia ostentatamente in giro la chiave? Perché desidera che la moglie legga? Qual è il tema fino a quel momento evitato e che ora viene messo sul tavolo? Si tratta della vita sessuale della coppia, antichi nodi che sono venuti al pettine. Il punto è Ikuko. Fin dall’inizio viene presentata come una creatura ambivalente: da un lato “a letto ella è vigorosa fuor del comune”; benché ne sia probabilmente ignara, possiede al sommo grado le doti proprie all’arte amatoria: “Se l’avessero venduta a uno di quei bordelli eleganti del vecchio quartiere Shimabara, sarebbe stata un successo, una celebrità; tutti i perdigiorno della città si sarebbero adunati attorno a lei”. Dall’altro però ha ricevuto dalla famiglia tradizionalista un’educazione all’antica, “feudale”, che le fa schifare come perverso e contro natura tutto ciò che va oltre il puro e semplice coito da sbrigare nel modo più tradizionale e essenziale possibile. Non avendo bisogno, lei, di particolari procedure di eccitamento, rifiuta ostinatamente al coniuge le minime tenerezze, le più innocenti fantasie, tanto che egli non ha ancora mai visto un nudo integrale della consorte né ha potuto contemplare a piacimento i suoi bellissimi piedi. Sulla rigida educazione il diario di Ikuko insiste moltissimo; insiste tanto da insinuare nel lettore il dubbio che l’educazione non sia che un pretesto per una soluzione di compromesso: soddisfare la propria “indole lussuriosa”, e contemporaneamente tenere il più possibile alla larga un marito che non si ama, o si ama per dovere (qualsiasi cosa ciò voglia dire), un marito che suscita reazioni di autentico ribrezzo: gli occhi quando si toglie gli occhiali, il colore plumbeo della pelle, la consistenza… “la pelle di mio marito, scura e secca come metallo, pare morta; la sua cerea levigatezza mi nausea”. Dirà di sé stessa: “Io sono una donna che riesce a tener staccati amore e lussuria”.

L’indisponibilità di Ikuko ad andare oltre il puro e semplice amplesso, inteso in senso quasi tecnico, ha fatto fin dall’inizio il cruccio dell’innamoratissimo marito. Ma ora le cose si complicano. Mentre il “vigore sessuale” di Ikuko è inalterato, per lui l’età si fa sentire: è fiacco, le prestazioni si diradano e perdono di incisività. La consapevolezza di non riuscire a soddisfare la moglie, di essere ormai un marito insufficiente lo dispera; tanto maggior bisogno avrebbe ora proprio di quella disponibilità, da parte di Ikuko, agli atteggiamenti disinibiti che lei ha sempre schifato. Fin dalla prima annotazione, il giorno di Capodanno, il protagonista suggerisce che tutto ciò che potrà eventualmente intraprendere per ovviare alla situazione, compreso scrivere il diario a beneficio della consorte, avverrà nell’interesse di lei: per non costringerla a un matrimonio insoddisfacente, per soddisfarla. Questa preoccupazione altruista, vera o finta, è da sottolineare perché sarà la stessa di Ikuko. La quale, nel suo diario, ripeterà allo sfinimento che lei fa ciò che fa per compiacere il marito, perché, avendo ricevuto quella rigida educazione di cui si diceva, sa che gli deve obbedienza e non può che obbedire. Fra le tante menzogne di Ikuko, questa è una delle più trasparenti, nel senso che il lettore si rende perfettamente conto che essa obbedisce al marito soltanto là dove l’obbedienza viene incontro a un suo desiderio inespresso e inesprimibile. Su questa base di parvenze di altruismo su fondo di egoismo, soltanto il più forte – il più sano, il più determinato, l’egoista più puro e più cattivo – ha una possibilità di sopravvivere.

Agli inizi di gennaio la situazione è quella descritta ed è una situazione di stallo. Dal diario di Ikuko (in cui si mischiano menzogna e verità):

“Sento per mio marito una repulsione violenta, e con pari violenza lo amo. Per quanto mi disgusti, non mi darò mai a un altro uomo. Non potrei mai, veramente, abbandonare i miei vecchi principi della castità, del giusto e del torto. Anche se mi porta fuor di senno la sua maniera malsana. repellente, di fare all’amore, vedo che è ancora innamorato di me, e mi sembra di dover in qualche modo ricambiare il suo amore. Se solo avesse ancora un po’ del suo antico vigore!… Perché la sua virilità s’è prosciugata?… A sentir lui, è tutta colpa mia: sono troppo esigente, tanto da farlo diventare smodato. Le donne possono sopportarlo, dice, ma non gli uomini che lavorano di mente: quel tipo di eccesso si fa presto sentire. Mi imbarazza con questi discorsi: ma di certo sa che non ho colpa della mia concupiscenza, perché è innata. Se veramente mi ama, dovrebbe imparare a soddisfarmi. Eppure spero che ricorderà che io non sopporto quelle sue abitudini repellenti. Anziché stimolarmi, mi guastano la disposizione. È nella mia natura voler sempre tenermi ai vecchi usi, voler compiere l’atto senza poter scorgere il volto del marito e senza fargli scorgere il mio, in silenzio, sotto coltri spesse, in un ambiente buio e isolato. Gran sfortuna che i gusti di una coppia di sposi contrastino così aspramente su questo punto. Non c’è proprio modo di giungere a una intesa?…” (8 gennaio)

Il modo di giungere a un’intesa – per quanto rischiosa – arriva dall’esterno nella persona di Kimura, giovane accademico amico del protagonista, che quest’ultimo ha introdotto nella propria casa come possibile pretendete della figlia Toshiko. Ma, per la figlia, ha scelto un pretendente che abbia delle chance di piacere alla madre: Kimura infatti, abbiamo detto, assomiglia a James Stewart, l’attore preferito da Ikuko. Come previsto dal protagonista (il quale però non lo ammette mai direttamente), Kimura si mostra più attento nei confronti di Ikuko che della giovane Toshiko, la quale da parte sua ostenta indifferenza, ma non è detto che non covi invece una feroce gelosia nei confronti della madre. A ogni buon conto, ogni volta che Kimura le fa visita o che vanno al cinema, Toshiko reclama la presenza della madre, tanto che il protagonista annota: “[…] significa forse che Toshiko sa che alla madre piace quel giovanotto, più che a lei, e cerca di farle da intermediaria?”.

La gelosia (ambiguamente? consapevolmente?) introdotta nel proprio ménage produce l’effetto sperato:

“Ma io, poi, cosa vado cercando? Perché ho fatto restare Kimura a cena anche stasera? Il mio atteggiamento, debbo ammetterlo, è stato alquanto strano. L’altro giorno, la sera del sette, avevo già avuto un lieve senso di gelosia nei suoi riguardi – anzi, credo che sia cominciato verso la fine dell’anno – eppure non è vero che in cuor mio la cosa mi piacque? Questi sentimenti mi han sempre dato uno stimolo erotico; in un certo senso mi sono necessari e piacevoli. Quella notte, stimolato dalla gelosia verso Kimura, riuscii a soddisfare Ikuko. Capisco che Kimura diventerà indispensabile, in futuro, come stimolante per la nostra vita sessuale. Però vorrei avvertirla, che non deve andare troppo in là, con lui. Non che non debba esserci un elemento di rischio, anzi, quanto di più, tanto meglio. Voglio esserne pazzamente geloso. Anche se lei fa nascere in me il sospetto di essere andata troppo in là, va bene lo stesso. Voglio che lo faccia.

Pur se io dico così, sembra che lei non riesca a fare una cosa ardita. Dovrebbe capire che, se voglio stimolarmi in questa maniera – per quanto difficile e offensivo possa sembrarle – è anche per la sua felicità.”

Tre osservazioni:

  • La via per una, forse possibile, intesa sessuale della coppia passa attraverso la “corruzione” di Ikuko. Nel romanzo questo viene spesso sottolineato, e non a torto. Ci si chiede tuttavia se Ikuko si pieghi prontamente a questa volontà di corruzione per obbedienza al marito, come ribadisce più e più volte, e non per autonomo desiderio di essere corrotta.
  • La richiesta di corrompersi, per quanto abbietta possa sembrare, ha come scopo ultimo anche la felicità di Ikuko. Questo almeno dichiara il protagonista, il cui destino di vittima lo rende in qualche modo (e forse a torto) più credibile.
  • I limiti alla corruzione, posti con un’apparenza di ragionevolezza, vengono levati già nelle frasi immediatamente seguenti. Se si intraprende un percorso del genere, pretendere di porre o porsi dei limiti è risibile.

La corruzione (o più probabilmente autorealizzazione) di Ikuko passa attraverso Kimura ma, almeno in un primo tempo, anche attraverso un altro ingrediente: il cognac. I tre (Toshiko non beve) pasteggiano a cognac. Ne bevono abbondantemente. Kimura e il marito riempiono il bicchiere di Ikuko, la quale non dice di no. Morale: verso la fine di gennaio Ikuko si alza durante la cena per andare in bagno (lo fa regolarmente per nascondere l’ebbrezza) e non ritorna. La trovano nuda, svenuta nella tinozza del bagno (l’ofuro giapponese). Il marito si fa aiutare da Kimura per tirarla fuori, asciugarla e portarla a letto. Ipotizza una anemia cerebrale che il medico, poco dopo, conferma. Ma nessuno sembra darsene pensiero, un’iniezione di canfora e via. Ho fatto una mini-ricerchina su internet, tanto per capire. Un’anemia cerebrale sembrerebbe quella che noi chiamiamo un’ischemia cerebrale – o forse, vista la situazione, si tratta piuttosto di un coma etilico. Non proprio una cosa da prendere alla leggera, ma lì, come detto, nessuno si preoccupa, o forse il solo Kimura si preoccupa un po’, infatti aggiunge carbone nella stufa. Una volta che medico e ospite se ne sono andati, il protagonista si ritrova solo con la moglie svenuta a sua disposizione nella camera coniugale ben riscaldata. Come prima cosa porta giù dallo studio la lampada fluorescente che aveva acquistato qualche tempo prima adducendo problemi di vista. Di nuovo non parla di un piano preciso ma di qualcosa come un presagio. Possiamo credergli o no – sempre che presagio non significhi semplicemente il suo desiderio. Finalmente, nella luce abbagliante, ha la possibilità di contemplare sua moglie interamente nuda, la gira e la volta come una bistecca esaminando ogni centimetro quadrato del corpo e della perfetta e bianchissima epidermide. Il seguito (nulla di esplicito, come detto) potete andare a leggerlo; a me interessa sottolineare la situazione in cui una donna, incosciente e incapace di movimenti volontari, si trova in balia di un uomo che la desidera. Aggiungiamo che quando il protagonista ha l’impressione che Ikuko stia riprendendo conoscenza, le passa direttamente in bocca una compressa di sonnifero premasticata, cioè la narcotizza. Dalla Bella Addormentata in avanti è una situazione che si ripropone: in Tanizaki è l’idea della donna-bambola che abbiamo visto in Gli insetti preferiscono le ortiche (qui); la ritroviamo, con tanto di narcotico, in Lolita, nella Casa delle belle addormentate di Kawabata, in Memoria delle mie puttane tristi di Garcia Marquez che a Kawabata di ispira, e certo altri me ne sfuggono. Non ho niente da dire in proposito, desidero soltanto sottolineare quello che mi sembra un topos.

Lo schema: cena con cognac – ritirarsi al gabinetto – svenire nuda nella tinozza del bagno da cui la cavano il marito e Kimura, si ripete come un rituale. Se gli svenimenti siano autentici o almeno in parte simulati non possiamo sapere, dato che le nostre uniche fonti sono i due diari e i coniugi, consapevoli di scrivere affinché l’altro legga, mentono. Di certo c’è che la nuova situazione esalta le prestazioni sessuali del protagonista – che per mantenersi all’altezza si inietta dosi da cavallo di un mix di ormoni e vitamine – e certamente non è sgradita a Ikuko, la quale nello stato di semincoscienza in cui si trova immagina che al posto del marito ci sia Kimura e lo invoca anche, dapprima in un sussurro, poi sempre più distintamente. (Ma siamo sicuri che lo immagina e basta? Che è un’allucinazione e non un Kimura presente in carne ed ossa? Chi ce lo assicura? Il diario del marito; però noi sappiamo che entrambi mentono…)

Non è facile rendere conto in breve di tutte le sfumature, i giochi di specchi, gli incroci, i sotterfugi, le doppiezze, le intenzioni insondabili e i moventi misteriosi di cui si sostanzia questo romanzo di poco più di cento pagine. Non ho detto nulla ad esempio, né potrò farlo, di Toshiko, figlia perbene con un alone sulfureo, forse il personaggio più diabolico, esclusa, almeno in apparenza, dal triangolo amoroso, ma chissà poi se è vero, la madre avrà dei dubbi, e lei non tiene un diario. Mi limiterò agli snodi essenziali. A partire dall’inizio di aprile Ikuko incontra Kimura il pomeriggio in una casa di appuntamenti e la notte, senza più bisogno di cognac e di svenimenti, è la moglie che il protagonista desidera. Dapprima egli si illude che, nei suoi rapporti con Kimura, essa non oltrepassi “l’ultimo limite”. Ma quando la figlia provvede a illuminarlo, superato il primo shock, scopre che gli va bene così. Non gli importa di esistere, per così dire, nell’ombra di Kimura. Dal suo punto di vista ha ottenuto ciò che voleva: la potenza sessuale per soddisfare la moglie di cui è innamorato, e la moglie che, disinibita dalla passione per l’altro, assicura la sua potenza sessuale: “In quel momento sentivo d’essere balzato a un’altezza torreggiante, allo zenit dell’estasi. Questa la realtà, il passato solo illusione. Eravamo insieme, soli, abbracciati… Forse ne morirei, ma quel momento durerebbe in eterno…”

Ma già dai primi di marzo il suo diario registra problemi di salute: ha le vertigini, ci vede doppio, fatica a mantenere l’equilibrio. Da una visita medica emerge che ha la pressione altissima: entrambi i valori intorno al duecento. Il medico ordina dieta vegetariana, astensione da qualsiasi stimolante, niente alcol, niente sesso. Lui non cambia una virgola alle sue abitudini e peggiora rapidamente: ha amnesie, confonde le date, nello scrivere fa errori di cui non si accorge. Un secondo tentativo di misurargli la pressione deve essere interrotto per non spezzare la colonnina dell’apparecchio. Si direbbe che la gravità della sua condizione gli sia indifferente. Sa che “momento per momento st[a] macinando la [sua] vita”, si chiede se Ikuko, leggendo il suo diario, si preoccuperà per lui, se, per riguardo alla sua salute, sarà meno “esigente”:

“Quasi non lo credo. Anche se la ragione lo richiedesse, il corpo insaziabile rifiuterebbe di obbedire. A meno di un mio crollo, non smetterà di esigere soddisfazione. […] Anch’io ho abbandonato ogni ritegno. Per natura son vile, davanti alle malattie, non sono il tipo d’uomo che affronta i rischi. Eppure adesso, a cinquantacinque anni, sento di aver finalmente trovato qualcosa per cui vivere.”

È proprio aver trovato qualcosa per cui vivere che lo rende indifferente alla morte. Le cose vanno come devono andare, a metà aprile ha un ictus che lo lascia semiparalizzato e dopo quindici giorni lo uccide.

Un mese più tardi Ikuko riprende il diario che si interrompeva alla morte del marito: […] ho perso il desiderio, o forse dovrei dire l’incentivo di continuare.” Infatti a che scopo scrivere, se non c’è più qualcuno da ingannare? C’è bisogno tuttavia di concludere, di mettere ordine in ciò che è accaduto in quei quattro mesi. Prima di esaminare le conclusioni di Ikuko, torniamo un attimo indietro e vediamo in che modo il surménage sessuale aveva influito sulla sua salute. Più o meno nel periodo in cui il marito lamenta i disturbi che lo porteranno alla morte, anche Ikuko annota nel diario problemi di salute – e non meno gravi. Sputa catarro striato di sangue, si sente spossata e febbricitante, ha dolori acuti al petto. Veniamo a sapere che dieci anni prima, per la presenza di sangue nel catarro, le era stata diagnosticata una tubercolosi al secondo stadio. Allora la cosa era rientrata, benché lei non avesse modificato in nulla le proprie abitudini sessuali, e lo stesso vuol fare stavolta nonostante la maggiore gravità dei sintomi. Il lettore ha quindi l’impressione (o almeno dovrebbe averla) che la dinamica partita a Capodanno stia portando entrambi alla malattia e alla morte e che entrambi la fronteggino intrepidi, indifferenti, unicamente preoccupati della “altezza torreggiante“, dello “zenit dell’estasi”. Senonché nella “coda” conclusiva del diario, Ikuko ci dice che, semplicemente, stava mentendo:

[…] ebbene, erano tutte bugie belle e buone. Cercavo di attrarlo nell’ombra della morte. Volevo fargli credere che io rischiavo la vita, e che quindi lui doveva accettare il rischio della sua. Dopo di allora il mio diario fu scritto per quel solo scopo. E non solo scrivevo; a volte recitavo i miei sintomi. Facevo tutto il possibile per eccitarlo, per tenerlo agitato, per fargli salire sempre più la pressione. (Anche dopo il primo accidente continuai a ricorrere a certi piccoli trucchi per ingelosirlo.) […] Perché giunsi a progettare la morte di mio marito? Quando mi venne un pensiero così raccapricciante? […] Nel profondo, forse, avevo per natura un cuore terribile, e da sempre fui capace di tanto. Su questo devo riflettere. Eppure sento, dopotutto, di poter affermare che sono stata fedele al mio defunto marito e che gli ho dato la felicità che egli desiderava.”

Un bel garbuglio. Ma chi può affermare che il garbuglio è nella mente di Ikuko e non già nelle cose?

Consideriamo un altro punto che emerge da queste ultime pagine di diario: quando Ikuko diceva che amava il marito benché da un certo punto di vista le facesse ribrezzo, forse non mentiva consapevolmente ma si sbagliava. Affermava di amarlo, come corollario dell’educazione ricevuta, soltanto perché la possibilità di un Kimura non era ancora comparsa nel suo orizzonte. Quando ciò accade – in seguito alle macchinazioni del marito che di un Kimura ha bisogno per poterla amare come lei desidera, di nuovo un bel garbuglio – Ikuko si rende conto che lei in realtà lo odia e ama l’altro. (Questo sarebbe già sufficiente a spiegare il progetto di omicidio – e non perché il marito rappresenti un ostacolo, ma per odio e logorante insofferenza). Cosa vuol dire però che Ikuko ama Kimura? Dapprima vuol dire che desidera vedere il suo corpo; poi che il suo corpo le appare infinitamente più bello, attraente e desiderabile di quello, per lei ributtante, del marito. Infine che il corpo di Kimura è un luogo di delizie. Non c’è nulla di “spirituale” in questo amore – o meglio, in questa passione. Ikuko non può dire di conoscere veramente Kimura, come in fondo non conosce nemmeno sua figlia: “Ho ancora molti sospetti su Toshiko e Kimura”, oppure, a proposito della decisione di Toshiko di prendere una stanza fuori casa: “Per esempio, non credo che se ne andasse a Sekidencho solo perché era imbarazzata dalla lampada fluorescente [teniamo presente che le “pareti” tradizionali giapponesi, tese di carta, permettono di vedere all’interno, se questo è fortemente illuminato n.d.r.]: dovette entrarci, in qualche modo, il fatto che Kimura abitava lì vicino. Fu un’idea di lui o di lei? Egli dice che fu lei a combinare tutto […], ma io mi chiedo se questo fu vero. In questo non mi fido ancora di lui.”

Come si vede, la morte del marito non ha abolito la menzogna. Anche la passione “sincera” ne è intessuta e riposa su un intreccio di menzogne. Nulla si sa e nulla è sicuro. La chiusa del diario, e del romanzo, suggerisce che nel futuro di Ikuko le ambiguità, le morbosità, la “corruzione”, e chissà, forse l’omicidio, si riproporranno, in una leggera variante:

“Kimura ha in progetto di sposare Toshiko, al momento opportuno. Lei si sacrificherà, per salvare le apparenze, e vivremo tutti e tre assieme. Così mi dice Kimura…”

UN CULTORE DEL CULTO

Autore di una “ampia raccolta di recensioni liturgiche”, Lamillo Cangone dà grande importanza al culto. Il culto ben fatto infiamma, il culto trasandato disamora. In altre parole, anche l’occhio (e l’orecchio) vuole la sua parte, e male farebbe la chiesa cattolica a rinunciare a una opportuna e curata scenografia, con la quale già efficacemente reagì alla sobrietà riformata. E ora che mi viene in mente, in una recente Messa di Natale il Monsignore concelebrante, un tizio che parlava come un vitello castrato, a proposito della cerimonia magnificò l’effetto di mistagogia. Cioè di suggestione.

Un peccato che la Samaritana (Gv 4) non avesse a disposizione la Guida alle Messe di Lamillo Cangone (Mondadori 2009); non avrebbe avuto bisogno di chiedere dove era meglio adorare, se a Gerusalemme o “sopra questo monte”, le sarebbe bastato consultare la guida, e Gesù avrebbe perso l’occasione di rispondere che il Padre cerca adoratori in spirito e verità, questa frase così scomoda; né i discepoli, di ritorno dalla spesa, si sarebbero sentiti urtati nel vedere il Maestro che discorreva con una donna; per non parlare dei molti Samaritani della città di Sicar che scandalosamente “credettero in lui per le parole della donna”. Vero è che nei versetti seguenti si rimettono le cose a posto: “e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito»”. Il che apre un’interessante prospettiva: noi, che non abbiamo udito, siamo tenuti a credere sulla parola di due evangelisti che hanno udito. Se invece di due evangelisti avessimo due evangeliste, immagino che non saremmo tenuti a niente.

Insomma, se al pozzo di Giacobbe ci fosse stata una copia delle recensioni liturgiche del Cangone avremmo evitato un sacco di cose poco chiare.

Culto e liturgia, per il Cangone, sono cose serie, anzi, serissime, tant’è che la missione della Chiesa, secondo lui, “è il culto reso a Dio” (qui), in controtendenza rispetto al Papa attuale che vuole ridurla a “ospedale da campo” (pochissima liturgia in un ospedale da campo, quest’è vero). Tutto ciò mi era abbastanza oscuro, proprio non riuscivo a capire, finché non mi sono imbattuta in un’edizione del Nuovo Testamento, pare anche abbastanza diffusa. Mancano data e luogo di pubblicazione, ma il frontespizio avverte: Ad usum Cangonis. Sfogliandola, mi sono accorta che le discrepanze rispetto alle edizioni tradizionali sono numerosissime. Ad esempio là dove eravamo abituati a leggere: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7, 21), troviamo ora: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che me lo dice nel modo corretto.” Anche la parabola del buon Samaritano è tutta diversa: il tizio che è incappato nei briganti crepa nel fosso così impara a andare in cerca di guai; il Samaritano le busca perché si è immischiato in una faccenda che non lo riguarda; il Sacerdote e il Levita invece, proprio come nella vecchia versione, non si lasciano distrarre e vanno dritti al Tempio a eseguire una liturgia ben calibrata.

Un culto in particolare stimola le cangoniane geremiadi sull’aberrazione del tempo presente, ed è il culto dei morti, che testimonierebbe della barbarie in cui siamo caduti. Dice Cangone: […] oggi quando uno muore gli dicono ciao. L’odierna società non è capace di molto altro: un ciao e il forno crematorio dove assieme al cadavere finiscono inceneriti memoria e rito”. Lasciamo pur perdere il ciao (per quanto, vorrei sapere su che base documentaria si fondano le analisi sociologico-antropologiche del Cangone), resta che il forno crematorio non incenerisce il rito, che per chi lo voleva, ed è la maggioranza, si è già svolto; né, posso assicurare, incenerisce la memoria. L’antipatia spesso ribadita di Lamillo per la cremazione riflette i gusti funerari della Chiesa: in attesa di risurrezione, si preferisce che il cadavere marcisca in cassa di zinco, sigillata col suggestivo rito della saldatura. (Vedi, su questo blog, l’articolo Cremazione).

Cosa oppone il Cangone alla presunta barbarie del ciao-ciao e del crematorio? Qual è il modello di civiltà a cui dovremmo tornare? È presto detto: le prefiche lucane. Dei cui poetici threnoi fornisce qualche scampolo.

Ahimè, io vivo in zona barbara, troppo lontana, nel bene e nel male, dalla ex-Magna Grecia: mai sentito di prefiche, né ora, né prima del famigerato boom che ci ha scaraventati nel moderno quando già era post. Però un asso posso calarlo: un bel pilastro del rito, una cosa di quando eravamo civili, quando il ciao ai morti – che per forza di cose un ciao è, né altro può essere – si diceva però nelle dovute forme e osservanze. Non risalirò a prima della guerra, i tempi trionfanti in cui il rito religioso, conformemente a ciò che la famiglia voleva o poteva spendere, era di prima, seconda o terza classe; riferirò quello che ho fatto in tempo a vedere con i miei occhi. Mio nonno è morto nel 1960. Non era un notabile. Era un falegname con famiglia numerosa. Ceto popolare. Al suo funerale, subito dopo il carro da morto e il prete, c’erano delle bambine vestite tutte uguali, in fila per due, i cappellini col nastro, condotte da due suore. Erano le orfanelle. Andavano a tutti i funerali a cui le chiamavano, l’orfanatrofio ci guadagnava qualcosa, non so se un’offerta o un fisso.

Quella sì che era civiltà.

Psicologia del cultore del culto

L’aficionado del culto è un conservatore. Ma chi è un conservatore? Di base è un pavido. Uno che ha paura del cambiamento; che nel cambiamento vede soltanto il non ancora formato; è uno che nel cambiamento vede la dissoluzione e la dissoluzione gli fa paura.

Per questo il conservatore è un esteta. Gli piace il bello come ciò che ha perfettamente forma, e questo bello si trova di necessità nel passato perché il presente non ha ancora ottenuto la sua forma. Per apprezzare il presente e il cambiamento bisognerebbe avere un’intuizione del bello che va oltre la forma – che si forma a partire da qualcos’altro.

In religione, il conservatore – esteta e aficionado del culto – percepisce unicamente la dimensione verticale: da sé a Dio. Si prostra davanti a Dio e ha bisogno del culto per orchestrare le sue prostrazioni. La dimensione orizzontale però: verso i fratelli (o, più correttamente, la dimensione triangolare: da sé a Dio e da Dio al fratello) gli sfugge. Da qualche parte nella sua coscienza c’è un tarlo che gli dice che questa dimensione non è possibile – o non è praticabile, o non è ragionevole. Egli annega il tarlo nella liturgia.

Il conservatore religioso ha un’intuizione corretta dell’estrema difficoltà (di cui egli fa un’impossibilità) di stabilire un contatto con l’altro. Coerentemente, è pessimista in antropologia e reazionario in politica. Però, la corretta intuizione che è alla base dei suoi comportamenti il conservatore religioso se la nasconde. In questo è pavido e ipocrita. Dovrebbe assumerla invece, esplorarla, cercare una via d’uscita – invece di pararsi il culo col culto.

Il matrimonio secondo Tanizaki (1): GLI INSETTI PREFERISCONO LE ORTICHE

Utagawa Hiroshige, Inami e Izagi sul ponte fluttuante del cielo

Sono una persona freddolosa. Addirittura ridicolmente freddolosa. Per quanto numerosi siano gli strati di lana in cui mi avvolgo, mi pare sempre che me ne servirebbe uno in più. Sono sensibilissima al freddo, sia al freddo ambiente che a quello della finzione letteraria. Il freddo reale mi procura un’acuta sensazione di infermità; il freddo nella sua dimensione astratta invece, come una delle tante possibilità in cui non mi dispiacerebbe trovarmi se non fossi come sono, mi attrae. Mi sembra che, metaforicamente parlando, sia più onesto; che diversamente dal caldo non lasci spazio alle imposture e tiepide maschere di cartapesta a cui scegliamo di credere. Questo per introdurre l’osservazione che leggendo due romanzi di Tanizaki che hanno come tema il matrimonio, Gli insetti preferiscono le ortiche e La chiave, scritti a quasi trent’anni di distanza uno dall’altro e molto diversi se non addirittura opposti, la sensazione che mi ha pervaso è una sensazione di freddo.

Molto diversi e in un certo senso opposti; tuttavia il punto è lo stesso: l’attrazione e soddisfazione erotica nel matrimonio; ma è posto, sviluppato e risolto(?) in modo diverso. Viene in mente la definizione spoetizzante, generalmente respinta con sdegno, che Kant dà del matrimonio: “l’unione di due persone di sesso diverso per il possesso reciproco, per la durata dell’intera vita, delle loro caratteristiche sessuali”. La levata di scudi è trasversale e ha contribuito non poco a una patologizzazione post mortem del filosofo. Che dire, se non che è una definizione che va all’osso, ma che proprio perciò potrebbe essere meno cinica e più esatta di quanto si pensi; e in ogni caso ha il vantaggio di spazzare via una quantità di orpelli con cui generalmente si ricopre il fenomeno.

Vediamo come si pone il problema nel primo dei due romanzi, Gli insetti preferiscono le ortiche, del 1928:

“Sia Kanamè che la moglie erano particolarmente accurati nell’abbigliamento: a ogni soprabito doveva corrispondere un determinato kimono e una particolare fascia; e l’accordo doveva regnare sin nei più piccoli accessori come l’orologio e la catena, il cordoncino del haori, il portasigarette, la borsa. Misako era impareggiabile nel capire al volo cosa doveva approntare per il marito a seconda delle circostanze; e adesso che usciva spesso da sola, prima di andarsene preparava tutto il necessario. Quanto a Kanamè, quella era l’unica occasione in cui avvertiva l’insostituibilità della moglie, e allora gli si affacciavano alla mente strani e contrastanti pensieri. Specialmente quando, come quel giorno, Misako alle sue spalle lo aiutava con cura a vestirsi, aveva l’esatta sensazione di quanto strano e insolito fosse il loro matrimonio. Chi mai, guardandoli in quel momento, avrebbe pensato che non erano marito e moglie nel senso più compiuto. Neppure i domestici l’avevano mai lontanamente sospettato. Ed egli stesso a vedersi aiutato in tutto quanto gli abbisognava per mutar d’abito, giungeva quasi a domandarsi perché poi non potessero considerarsi veramente marito e moglie: dopo tutto la vita coniugale non si riduceva soltanto ai rapporti d’alcova. Di compagne occasionali ne aveva avute molte; ma il matrimonio non era fatto piuttosto di appoggio morale e di piccole attenzioni? Non era questa la sua vera fisionomia? E da questo punto di vista non poteva sentirsi per nulla insoddisfatto di Misako…”

Il fatto è che, pur essendo entrambi giovani, passati i primissimi tempi del matrimonio Kanamè ha smesso di sentirsi attratto da Misako, che da diversi anni è sua moglie solo di facciata:

“Per Kanamè, una donna doveva essere o una divinità o un giocattolo, e la vera causa del fallimento del suo matrimonio era stata proprio questa: non aveva trovato in Misako né l’una né l’altro. Non fosse stata sua moglie, forse gli sarebbe apparsa come un giocattolo, ma non aveva potuto considerarla neppur tale.”

Di notte Misako si tira la coperta fin sopra la testa e singhiozza. Kanamè non riesce a dormire per via dei singhiozzi. Alla fine si giunge a una spiegazione:

“Doveva essere una bella e serena giornata d’inverno: sì ricordava i narcisi di Cina nel vaso sul tavolo, e il radiatore elettrico in funzione. Rimasero per qualche secondo in silenzio, l’uno di fronte all’altra, gli occhi gonfi – anche la notte avanti lei aveva pianto ininterrottamente, e neppure lui aveva potuto dormire. […] Era chiaro che entrambi, per procedimento analogo, erano giunti ad analoga conclusione. E la moglie fu d’accordo quando il marito disse che non potevano amarsi, che il riconoscimento delle rispettive qualità positive e la loro capacità di comprensione li avrebbero sì potuti condurre fra dieci o vent’anni, già prossimi alla vecchiaia, a intendersi, ma che era impossibile aspettare il realizzarsi di tale eventualità. […] Tuttavia, quando egli le chiese se volesse divorziare, elle di rimando gli fece: «E voi?».”

Con questo si tocca il primo e apparentemente principale tema del romanzo: l’incapacità di decidersi, la paura dello strappo, del trauma e della tristezza della separazione, l’incapacità, da parte di entrambi, di assumersene la responsabilità. D’altra parte né l’abitudine di dieci anni di vita comune, che li porta a immaginare la separazione come qualcosa di intollerabilmente triste, né quella specie di riguardo per l’altro per cui nessuno dei due vuol prendere l’iniziativa di troncare, rendono più facile la quotidianità. I loro rapporti sono all’insegna di un disagio che rispecchia la falsa situazione in cui sono incastrati. Evitano il più possibile di trovarsi a tu per tu, senza un pubblico qualsiasi che, aspettandosi da loro esattamente quel tipo di comportamento, renda più facile la commedia. Inoltre, benché essi concordino sulla valutazione del loro stato attuale, questo stato o situazione non è simmetrico: ha avuto origine da un’incapacità di Kanamè, e Misako, per anni moglie trascurata e, nei fatti se non nell’intenzione, umiliata, ora ha un amante, Aso, che aspetta soltanto il divorzio di lei per poterla sposare. Kanamè è al corrente, non ha nulla in contrario, e anzi segretamente si era augurato che un altro potesse compensare Misako per quello che egli non era in grado di darle. Può dirsi però in buona coscienza di non averla mai nemmeno spinta verso questa “corruzione”. Semplicemente si è astenuto dal prendere posizione. Quanto questa astensione sia in realtà una presa di posizione ce lo mostrano le righe seguenti:

“Anche dopo la confessione, Kanamè non tentò mai di spingere la moglie fra le braccia di Aso. Fece soltanto intendere che non avrebbe fatto valere il suo diritto di condannare quell’amore, e qualunque ne fosse stato lo sviluppo, se ne sarebbe mantenuto estraneo. Ma fu proprio questo suo atteggiamento che con ogni probabilità ebbe l’effetto indiretto d’indurre Misako a procedere oltre nella sua relazione con Aso. Ciò che ella chiedeva al marito non era quella sua comprensione, o profonda considerazione o generosità. […] E quanto felice forse sarebbe stata se in quel preciso momento l’avesse udito, magari con tono imperioso, ordinare: ‘Smetti questa stupida tresca!’. Quand’anche non fosse giunto a parlare di amore illecito, e lo avesse semplicemente definito irragionevole, sarebbe bastato quello per farle dimenticare Aso. Era questo che lei sperava. Il suo più forte desiderio non era essere amata dal marito che ormai l’aveva tanto allontanata, ma di vederlo imporsi in un modo qualsiasi. Invece, alle sue sollecitazioni, Kanamè non seppe che sospirare: «Che dirti… non saprei».”

Con questo saremmo al secondo, più comprensivo tema del romanzo: il passaggio dal Giappone tradizionale al Giappone moderno. Ciò che Misako desidera quando confessa al marito l’amore per Aso, è di essere richiamata nel recinto della tradizione – tradizione che beninteso esiste e resiste, e infatti nella traduzione italiana Kanamè dà del tu alla moglie, mentre Misako gli dà del lei. Con questo il traduttore Mario Teti vuole rendere il diverso registro maschile e femminile predisposto e radicato nella lingua (ho scoperto recentemente che la forma verbale corrispondente al nostro imperativo, che in giapponese suona piuttosto deciso, è tuttora riservata agli uomini e non viene usata dalle donne).

Ciò che emerge dalla confessione di Misako è che l’istituto morale del matrimonio, che si regge sulla sottomissione della moglie, sopporta benissimo la sottrazione della sua base più ovvia con conseguente frustrazione della femmina (il maschio, fisiologicamente, si risarcisce altrove), purché il marito accetti il ruolo e la responsabilità dell’indiscusso comando (questa è d’altronde la semplice teoria che l’anziano suocero esporrà a un Kanamè troppo modernizzato). Kanamè e anche Misako però sono già a metà del guado: alle monotonie discordanti di shamisen e koto preferiscono il jazz, vanno a vedere i film americani e non gli spettacoli di kabuki o bunraku, e Misako soprattutto fa quello che una donna giapponese legata alla tradizione non dovrebbe mai fare: si sta individualizzando. Questo è ciò che intende Kanamè quando, parlando con il cugino Takanatsu, ammette che in Misako si è sviluppato qualcosa di “mondano”, cioè di non matrimonial-virtuoso, e che egli stesso è responsabile di questa trasformazione:

«In conclusione, però…» riprese Takanatsu «oggigiorno, le donne non han tutte qualcosa della cortigiana? Anche Misako-san sarebbe difficile dirla del tutto un tipo materno».

«Ma lo è… fondamentalmente… È un’anima materna, con una patina di cortigianeria».

«Sì, sarà così… certamente bisogna tener conto delle patine… Quali donne oggi non sono influenzate, poco che sia, dalle attrici americane? […]».

«E nel caso di Misako, io stesso l’ho spronata, forse».

«Sei un femminista, e preferisci il tipo cortigiana».

«Questo no! Come posso spiegarti, torniamo al punto di prima: pensavo che sarebbe stato più facile separarmi da Misako se avesse acquistato quella patina, e ho commesso un grave errore. Se la sua trasformazione fosse stata intera, radicale, sarei riuscito nel mio intento, ma è soltanto posticcia e nei momenti cruciali lascia riaffiorare l’indole materna, apparendo così ancor più sgradevolmente artificiosa».

«E lei che ne pensa?».

«Che si è rovinata perdendo la sua ingenuità d’un tempo: è vero, e ne sono responsabile anch’io».”

La trasformazione di Misako, comunque la si valuti, è progressiva e non reversibile. Qui siamo verso la fine del romanzo:

[…] Kanamè non poteva non considerare con la massima amarezza come sua moglie non fosse più quella di una volta, e fosse divenuta quasi estranea alla sua famiglia. Nella scelta delle parole e nel tono di lei c’era ancora qualcosa che testimoniava dell’impronta del marito, ma anche questo andava scomparendo sotto i suoi stessi occhi. […] La Misako che gli stava seduta davanti, non era per lui una persona interamente nuova e diversa? Una donna cioè distaccatasi d’un tratto dal proprio passato e dal cammino da esso tracciato?”

Ma torniamo alla scena iniziale, quella in cui Misako aiuta il marito a vestirsi. Dopo di che usciranno insieme – fatto abbastanza eccezionale – perché la sera prima Kanamè ha incautamente accettato l’invito del suocero a uno spettacolo bunraku (il tradizionale teatro delle marionette). L’anziano signore, vedovo e sempre accompagnato dalla giovanissima badante, cuoca, schiava e concubina O-hisa, è per partito preso uno strenuo difensore della più pura tradizione giapponese contro le devianze estetiche e morali di importazione occidentale. Così alla povera O-hisa, per il bagno, non è consentito l’uso del sapone ma unicamente della crusca e degli escrementi di usignuolo, e deve sorbirsi bunraku su bunraku anche se magari avrebbe voglia di andare al cinema. Misako non la ama: […] ma più ancora detestava O-hisa fors’anche per la spiccata differenza che esisteva fra lei, tipica donna di Tokyo, e la damigella di Kyoto, priva di spirito, impassibile di fronte a qualsiasi argomento, sempre pronta a banali e trillanti consensi”. Mettiamo pure agli atti l’opposizione Tokyo-Kyoto come opposizione fra metropoli e provincia, fra modernismo e tradizione; resta il fatto che Misako e O-hisa rappresentano, in quell’epoca di transizione, due condizioni femminili ben distinte: O-hisa accetta (è costretta ad accettare?) che la sua individualità sia vieppiù smussata, fin negli abiti di un’altra epoca scovati dai rigattieri, in cui il vecchio (che così vecchio non è) la infagotta per farne compiutamente il tipo femminile della tradizione; mentre Misako, per amore o per forza, va verso una sempre maggiore autocoscienza.

L’aria di fine marzo penetra frizzante sotto le vesti, il teatro è gelido:

“Il teatro non era eccessivamente ampio, ma gli spettatori erano pochi e il vento vi fischiava libero proprio come all’aperto; pure le marionette sulla scena destavano compassione: tristi, afflitte, la testa ritirata nelle spalle, in straordinaria armonia con le ‘voci’ gravi e profonde, e l’accompagnamento degli shamisen.”

Misako non ha affatto digerito la visita obbligata al teatro. Ha dichiarato che non resterà oltre il primo atto e conta di avere ancora il tempo di incontrare Aso. Nemmeno Kanamè ha interesse per il bunraku, ma dal momento che, colto un po’ di sorpresa, ha accettato l’invito del suocero, è rassegnato a fargli compagnia per un tempo adeguato. Inaspettatamente le marionette sulla scena attirano la sua curiosità, lo affascinano; la rigida genericità dei loro tratti gli pare molto più adatta alle leggendarie eroine che non la mobilità e espressività degli attori del kabuki: “Le rappresentanti della bellezza classica erano riservate, attente a non mostrare individualità, proprio come questa bambola: una caratterizzazione più marcata avrebbe certamente reso un cattivo servigio”. Deve constatare in se medesimo un cambiamento che lo sconcerta:

“Dieci anni prima, Kanamè aveva assistito a un altro spettacolo di Bunraku, che però non aveva destato in lui alcun interesse, tanto che ne ricordava soltanto la noia. Anche all’invito del vecchio aveva aderito senza farsi illusioni, unicamente per debito di cortesia; e ora tanto più si stupiva di partecipare intimamente, quasi senza accorgersene e senza volerlo, allo spirito di quell’arte […] … Ormai non poteva più burlarsi dell’eccentricità del vecchio di Kyoto. Probabilmente, entro una decina d’anni avrebbe scoperto di aver percorso il medesimo tratto della stessa strada… a teatro, con una compagna come O-hisa al fianco […] … Raffrontò il profilo rotondetto di O-hisa con quello di Koharu: qualcosa – il viso languido, come sonnolento – gli faceva apparire la damigella di Kyoto non del tutto dissimile dalla marionetta sulla scena.”

Qui siamo all’inizio del breve romanzo; poco prima della fine Kanamè assisterà ancora a uno spettacolo di bunraku assieme al suocero e a O-hisa: sull’isola Awaji, considerata il luogo di nascita di questa arte, dove il vecchio si è recato perché spera di potervi acquistare una marionetta antica. Lo spettacolo, che dura un’intera giornata, si tiene con gran concorso di popolo in un capannone dal pavimento di terra battuta la cui umidità, attraverso le stuoie e i cuscini, gela le membra degli spettatori che lo combattono mangiando, ma soprattutto bevendo sakè. I capitoli che raccontano la visita di Kanamè al vecchio e a O-hisa a Awaji e la giornata al bunraku sono a mio parere i più belli del romanzo. Si concludono, per Kanamè, con le seguenti riflessioni:

“Una donna che abbia idee proprie e sensibilità, col passare degli anni diventa noiosa e sgradevole; è quindi meglio innamorarsi di una che si possa amare semplicemente, come una bambola. Kanamè non s’illudeva molto d’essere capace di vivere a tal modo, pure, considerando la propria situazione familiare e l’eterno cosciente disaccordo con se stesso, la vita del vecchio lo suggestionava come una profonda serenità raggiunta senza sforzo: se anch’egli avesse potuto provare quella stessa serenità! Il vecchio aveva improntato il suo vivere come su uno schema del teatro di bambole, ed era venuto sino ad Awaji in cerca di una bambola antica, insieme a una donna-bambola.”

Nel frattempo, benché nessuno in fondo abbia ancora deciso niente, la separazione appare più vicina e concreta. Il cugino Takanatsu, decisionista e interventista, ha preso su di sé di informare il figlio undicenne della coppia, al quale i genitori non avevano avuto il coraggio di dire nulla ma che, avvertendo l’innaturalità dei rapporti, soffriva più di non sapere che se avesse saputo. Kanamè scrive al suocero per metterlo al corrente e il vecchio, ovviamente legato a un’idea tradizionale di matrimonio per la quale i problemi di figlia e genero non sono che bazzecole, li convoca a casa sua per sistemare le cose. È l’ultimo capitolo, com’è spesso il caso con i romanzi giapponesi non conclude nulla, ma è una meraviglia. Il vecchio porta Misako fuori a cena, da sola, per convincerla a desistere dai suoi indecenti propositi. Li vediamo partire ma non tornare, quindi non sappiamo come va a finire. Poiché però nel corso del romanzo Misako ci è apparsa come la più consapevole, anche la più caparbia e sicuramente la meno sensibile al fascino della tradizione, siamo ragionevolmente ottimisti che non regredirà ma continuerà a progredire. E gli altri due? Kanamè e O-hisa rimasti soli a casa?

Kanamè fa il bagno nel bagno buio, antiquato e probabilmente un po’ lercio del vecchio, consuma con O-hisa la cenetta deliziosa cucinata da lei, e ha un presentimento:

“Quasi fosse un presentimento, a Kanamè sembrò d’udire la moglie che rimbeccava il padre con accese parole; in quello stesso istante ebbe la netta sensazione che in un angolo del suo intimo esistesse una determinazione ancor più forte di quella della moglie.”

È stabilito che Misako e Kanamè passeranno la notte nella casa del vecchio. Benché sia ancora presto, Kanamé si corica nella stanzetta a loro destinata, sotto l’angusta zanzariera. Mentre O-hisa va a prendergli qualcosa da leggere (solo antichi volumi nella casa), si accende una sigaretta e alla luce di una debolissima lampada cerca di distinguere gli arredi della stanza.

“D’un tratto, Kanamè credette di vedere accanto al letto, in un angolo buio, il viso vagamente pallido di O-hisa: trasalì, ma subito indovinò che si trattava della bambola acquistata dal vecchio ad Awaji, una cortigiana vestita d’un sobrio kimono picchiettato di nero.”

Dopo una giornata di afa soffocante, finalmente scroscia la pioggia, la porta scorrevole si apre:

“Aperti gli scorrevoli, mezza dozzina di antichi volumi sotto braccio, non era una bambola adesso quella che pallida stava di là dalla cortina.”

Fine del romanzo.

Tanizaki Jun’ichirō, Gli insetti preferiscono le ortiche, trad. Mario Teti, elliot 2017, € 13,50

À SUIVRE… 4 (Fortini e la scienza della divulgazione: Ventiquattro voci per un dizionario di lettere)

Franco Buffoni: Una settimana fa è uscito Silvia è un anagramma e da più parti mi si sollecita a rispondere alle critiche. Certo, potrei farlo, ma non credo che avrebbe senso quando chi critica dimostra palesemente di non possedere una bibliografia aggiornata sui temi inerenti all’orientamento sessuale e agli studi di genere.

Ennio Abate: Lo faccia, Buffoni, Segua, se è in grado, l’esempio di Fortini: “Bisogna scaldarsi – disse all’incirca – con quello che si ha. Io su molte cose preferisco essere un arretrato, un tonto, perché non posso, non ho tempo, non ho testa. È giusto che sia così, Non servono le ultime novità. Un buon manuale liceale spesso è sufficiente. In filosofia o punti sullo specialismo o punti sull’ignoranza. I due – il filosofo e il tonto – s’incontrano e vanno a passeggio conversando.”

(http://www.leparoleelecose.it/?p=38960)

  1. Scrivere a cottimo

Nei primi anni ’60, perdurando l’epoca d’oro delle enciclopedie e altri repertori venduti a fascicoli nelle edicole, era piuttosto frequente che intellettuali e specialisti di vaglia redigessero le voci relative al proprio campo o alla propria specialità. Anche quando editore e piano dell’opera garantivano un accettabile livello di serietà, è chiaro che questo genere di articoli non poteva avere né carattere di ricerca, né essere altrimenti fonte di prestigio o di particolare gratificazione per l’autore. Erano scritti divulgativi: un lavoro svolto onestamente, il cui senso per colui che redigeva, magari con un sentimento di sufficienza se non quasi di vergogna, era di costituire una fonte di reddito. (… Continua su Poliscritture)