DI BESTIE E SEMIDEI

Joseph d’Arbaud, La Bestia del Vacarés, a cura di Rosella Pellerino, La Noce d’Oro 2022

L’amica Monica Longobardi, filologa romanza che per mestiere e per passione si occupa di lingue minoritarie, in particolare dell’occitano, ci ha parlato di Joseph d’Arbaud (1874-1950), felibre (cioè scrittore e poeta in lingua occitanica) di vaglia, e del suo romanzo La Bestia del Vacarés (La Bèstio dóu Vacarés, 1926) di cui è uscita alla fine dell’anno appena trascorso la prima traduzione italiana a cura di Rosella Pellerino per La Noce d’Oro.

Confesso la mia ignoranza: non sapevo nulla dei felibres (femminile: felibresses), e se conoscevo – ma solo di nome! – Frédéric Mistral, ignoravo del tutto che la resurrezione della letteratura provenzale, richiamata un po’ artificiosamente in vita a metà Ottocento, avesse dato origine a un robusto ramo tuttora produttivo.

Per una collocazione di d’Arbaud rispetto sia al felibrismo che alla letteratura provenzale di lingua francese (Jean Giono, Henri Bosco), come per una dotta e sensibile analisi del romanzo, non posso che rimandare alla recensione di Monica Longobardi che potete leggere su Bibliomanie, qui. Io mi limiterò a una veloce esposizione dei fatti e a qualche osservazione.

In una Avvertenza che precede il racconto vero e proprio, un (finto) curatore ci dice che ciò che andremo a leggere è la trascrizione che egli ha fatto, nel modo più accurato possibile, di un manoscritto del XV secolo, piuttosto malridotto, ricevuto come lascito testamentario da uno dei suoi butteri, al quale era giunto sul filo dei matrimoni e delle generazioni. Il buttero essendo peraltro analfabeta non aveva idea del contenuto del grosso fascio di fogli. Dico buttero, ma dovrei dire gardian: non siamo infatti in Maremma ma nella Camargue – la Camargue ancora tutto sommato intatta degli inizi del XX secolo, significativamente prima della Prima Guerra Mondiale.

Non c’è, insomma, quella grossa differenza fra il gardian ordinariamente analfabeta dei primi del Novecento e il gardian eccezionalmente alfabetizzato – perché originariamente destinato al sacerdozio – dei primi del Quattrocento che ha redatto il misterioso manoscritto. Anzi, non fosse che di tanto in tanto fa capolino il terrore della Santa Inquisizione, il lettore dimenticherebbe di trovarsi, nella narrazione, in anni diversi da quelli in cui scrive lo stesso d’Arbaud, tanto poco appaiono cambiate in cinque secoli le abitudini di vita, il vitto, l’alloggio e il costume generale dei gardian

Perché il giorno di Pasqua del 1417 il gardian Jaume Roubaud si metta a vergare su un libro dei conti una cronaca che sa pericolosa e che dovrà celare a occhi indiscreti, ce lo dice subito lui: primo perché, non potendo parlarne ad anima viva – troppo incredibile quello che ha visto, e troppo rischioso dirne – troverà almeno sollievo a scriverne e a cercare così di chiarire e calmare, registrando ogni minima circostanza della straordinaria avventura, tutto il torbido che essa agita nel suo spirito; secondo perché spera che più tardi, dopo la sua morte, qualcuno di più dotto o di più saggio potrà comprendere fino in fondo ciò che gli è accaduto – e con ciò, in un certo senso, noi lettori siamo interpellati.

I fatti sono questi: nelle solitudini di una Camargue rigorosamente non-antropizzata, dove le sue mandrie di tori e di cavalli vagano liberamente nei paesaggi in cui egli via via le conduce, fra acquitrini, paludi, riverberi di croste saline e lingue di sabbia su cui cresce una fitta vegetazione, Jaume Roubaud vede un giorno delle impronte che non sono né di bovino né di cavallo, né tantomeno appartengono alla piccola fauna – volpi, conigli, linci – che popola la macchia mediterranea. Fanno pensare piuttosto a un cinghiale, ma di grossa stazza. Si aggiunga che le bestie domestiche del gardian – il cavallo Clar-de-Luno e il cane Rasclet – mostrano a diverse riprese segni di terrore. Per farla breve: la misteriosa bestia che Jaume Roubaud finisce per stanare è un fauno: piedi di capra, gambe e glutei villosi, ma dalle anche in su uomo, viso umano malgrado una fronte provvista di corna. E parla.

Osserva Monica Longobardi:

Lo stesso nome totemico di Bèstio mantiene per tutto il romanzo l’ambiguità dei suoi possibili riferimenti culturali, sospeso tra una paganità silvana previa al cristianesimo e la “Brutta Bestia”, la Bestia nera del demonio. Succube fin nei suoi nervi del magnetismo del semidio, alla riapparizione di un’antica divinità creduta cacciata per sempre dalla fede cristiana, l’uomo era rimasto atterrito come dalla visione di un revenant. E aveva cercato inutilmente di esorcizzarlo con il segno della croce e con il rito latino del «Recede… immundissime!», appreso dallo zio canonico.[1]

Superato infatti l’orrore iniziale di scoprire un torso e un volto umani presi fra estremità caprine – zoccoli e corna –, il passo immediatamente successivo è stabilire lo statuto ontologico di un essere, a dir la verità, del tutto impossibile. Poiché demonio non è – è infatti insensibile sia al segno di croce che all’esorcismo – non si capisce cosa possa essere, non c’è posto per lui né fra i visibilia né fra gli invisibilia, l’angoscia del gardian non è paura dei tratti ferini, degli “occhiacci di brace e di fiamma” o di quello che talvolta appare come “un ghigno davvero diabolico”; è piuttosto l’angoscia che si prova di fronte a qualcosa che indubitabilmente è (ce l’abbiamo davanti), ma per quel che ne sappiamo non può esistere.

Naturalmente non è sempre stato così. Quindici secoli prima un’apparizione del genere avrebbe certo spaventato[2] un gardian, ma non lo avrebbe angosciato, né avrebbe precipitato la sua anima in così indistricabili labirinti da costringerlo a tenere un diario. Quindici secoli prima, nell’Europa precristiana, Pan era di casa.

Il problema, quindi, è il cristianesimo.

Il cristianesimo è senz’altro presente nei pensieri di Jaume Roubaud; dapprima piuttosto come occasione mancata: la morte prematura dello zio canonico interrompe la via tracciata verso il sacerdozio e lo costringe, senza amarezza tuttavia, a intraprendere il mestiere paterno di gardian. Come gardian, egli vive gran parte dell’anno con l’unica compagnia del suo cane, dei suoi cavalli e delle sue mandrie nelle solitudini salmastre e selvagge della Camargue. In questa regione non antropizzata e dunque non cristianizzata[3], l’unico legame con la religione rimane la preghiera; ma benché Jaume citi volentieri le Sante Marie e Sara la Nera, confessa di trascurare le preghiere, che riprende a tratti, tumultuosamente, soltanto dopo l’incontro con la Bestia. Per il resto la sua religiosità (cristiana) si manifesta principalmente come timore, cioè come assenza: timore, a volte parossistico, che l’incontro e la frequentazione pur sporadica della Bestia siano sufficienti a dannarlo; timore, assai concreto, di finire nelle segrete dell’Inquisizione anche solo “per avere visto”; timore, infine, che se la presenza della Bestia dovesse trapelare e manifestarsi a qualcun altro oltre lui il cristianesimo come istituzione provvederebbe sicuramente ad eliminarla.

Insomma c’è un’incompatibilità.

La Bestia, nei primi incontri, è dispostissima al compromesso:

«Dici bene […]. C’è un solo Dio eterno. Un tempo, secoli fa, quando già vagavo ai confini della Libia cercando l’aria del deserto e la luce libera, mi fu dato di incontrare un vecchio che pareva avere quasi cent’anni, selvatico come me nel suo comportamento. Viveva solo nell’immensità, col sacrificio di privarsi di tutto ciò che poteva, e annunciava quella che definiva Buona Novella, insegnandomi parole che dentro di me si mescolavano come bagliori di fiamme alle tenebre oscure, alle onde ostinate del mio sangue. C’è un solo Dio eterno. Ma ci sono stati alcuni dèi, degli dèi nati dal mondo, che per il mondo ora sono morti. Forse non riesci a comprenderlo davvero. I semidei esistono. Vivono una vita sovrana, abbeverati alle sorgenti dell’etere, inebriati dall’alito della materia, e padroni di un universo in fiore, partecipi della danza delle stagioni e delle stelle, cantano con la stessa voce dei raggi di luce e del mare.»

Così ragionevole e accomodante – pronto a subordinare senza resistenze il politeismo al monoteismo – il nostro fauno, o Pan, lo è diventato probabilmente con gli anni. Dire che è vecchio non rende l’idea: è decrepito, il volto è terroso, delle due corna, una è spezzata a metà, entrambe sono sporche di fango come gli zoccoli callosi e sudici; la Bestia è sdentata, il suo vello opaco e spelacchiato, tutta la vecchia carcassa denutrita, le spalle magre, “così magre che mentre si muoveva vedevo le giunture andare e venire”; una Bestia che nella cattiva stagione campa dissotterrando poco nutrienti radici. All’orrore per ciò che si ostina a esistere senza avere, nell’universo cristiano del gardian, diritto all’esistenza, subentra la compassione per la creatura sofferente – poiché se esiste, decide Jaume, dev’essere anch’essa una creatura di Dio.

Non che la Bestia si faccia addomesticare, naturalmente; però accetta le offerte di cibo che Jaume lascia appese a un albero. Da parte sua, il gardian sa bene che la cura e la preoccupazione per il destino di questo essere di confine sono radicate, ben più che nell’umana compassione, in un legame misterioso, un fascino che esso esercita su di lui, non dissimile dal potere di possessione che esercita sugli animali. Jaume sente di essere vittima di un’ossessione e questo gli crea insolubili problemi di coscienza; perché questo Fauno avrà anche confessato l’unico Dio e sarà pure una sua creatura, però è qualcosa, o qualcuno, di molto al margine. Di un po’ troppo indipendente per un Dio unico, Creatore, Salvatore e Giudice – e per di più Geloso; nemico giurato dei molti dèi, inutile nascondersi dietro un dito. Così Jaume, nonostante il terrore dell’Inquisizione, forma e consolida ripetutamente il proposito di confessarsi all’abate o al parroco – proposito regolarmente disatteso.

In parallelo (la vicenda dura un anno, anche se gli incontri veri e propri non sono più di quattro o cinque) anche la Bestia cambia, benché non nel senso auspicato. La disponibilità a un dialogo con l’uomo, il fatto di riconoscere l’umano, la semplice accettazione delle offerte di cibo – tutto ciò regredisce e scompare. Sembra che ora sia unicamente concentrata a essere se stessa, senza compromessi, nell’ultimo paese, la Camargue, in cui nonostante le privazioni, le brutture e le tristezze della propria parabola discendente le accade ancora di essere felice.

È molto lontano, il nostro povero Fauno scheletrico e incartapecorito, da quel “grand Pan, le seigneur des moissons”, di cui già Baudelaire nella Musa malata lamentava l’assenza. Non ha però rinunciato a sfoggiare un’ultima (?) volta il suo potere. Un Jaume Roubaud orrificato assiste al Grande Sabba dei bovini che giungono da ogni angolo della Camargue per rendere omaggio al loro Signore, correndo in cerchio per tutta una notte di luna al suo cenno, alla melodia modulata, al suono del flauto a sette canne.

Questo episodio segna la massima distanza dall’umano/cristiano e la massima prossimità al demoniaco. Non è tuttavia sufficiente a liberare il gardian dalla fascinazione. Egli batte il paese, ostinatamente, alla ricerca delle tracce della Bestia che sembra scomparsa. Un ceppo d’albero con due radici che affonda lentamente nelle sabbie mobili del Grand Abîme, l’Abisso d’inferno che tutto inghiotte, sembrerebbe indicarne la morte, o almeno la definitiva dipartita da questo mondo.

Ma può un semidio morire? Cosa ne dice, o cosa ne ha detto, la Bestia stessa?

«C’è un solo Dio eterno. Ma i semidei nascono, vivono e invecchiano, e dopo una vita che nella tua mente non riusciresti a immaginare senza perderti, muoiono, sì, muoiono, tornano agli abissi dello spazio e del tempo, e io per parte mia non so dove li riconduca la volontà che un bel giorno li fece apparire». […] «I semidei vivono. Vivevano, avrei dovuto dire. Perché da quando percorro la terra immensa sentendomi invecchiare […] è da molto che non incontro nessuno simile a me. Forse si nascondono, temendo come me la barbarie e la malvagità degli uomini.»

Mah. Più che di una morte definitiva sembrerebbe si tratti – severinianamente – di un eclissarsi, un nascondersi alla vista senza che questo significhi perire; riconducibile a certi cambiamenti nel mondo più che a una vera e propria condizione mortale. E aveva appena detto, il Fauno: “«Ma ci sono stati alcuni dèi, degli dèi nati dal mondo, che per il mondo ora sono morti.»

Per il mondo”, per il modo di vedere le cose del mondo, che è cambiato. Ma se il mondo può cambiare il suo modo di vedere le cose, ci si chiede se possa cambiare fino in fondo le cose. Forse no.

In ogni modo Jaume Roubaud continua a cercare…


[1] Monica Longobardi, Joseph d’Arbaud, La Bestia del Vacarés, traduzione di Rosella Pellerino, Rocca di Papa (RM), La Noce d’Oro, 2022, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 54, no. 23, dicembre 2022, doi:10.48276/issn.2280-8833.10239

[2] Si parlava già, infatti, di timor panico. Che però è una cosa molto diversa dalla “vampa d’abominio” che assale il nostro gardian alla vista delle corna. “Un tempo, la nostra comparsa generava sempre clamore. Quante volte allora, per gioco, nascosto tra i cespugli nel bel mezzo dell’aperta campagna, mi divertivo a irrompere gridando improvvisamente, godendo nel vedere pastori e greggi in fuga disperata rimpicciolirsi e sparire nella pianura. Ma gli uomini, allora, pur temendoci, ci rispettavano.

[3] Difficile pensare a una cristianizzazione di anatre, conigli e barbagianni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: