QUATTRO POESIE DI DURS GRÜNBEIN

Durs Grünbein (Dresda, 1962) è senz’altro il poeta vivente più laureato, più premiato, più coccolato e più conosciuto e riconosciuto a livello internazionale che la Germania possa vantare. È anche un autore molto prolifico. Dall’esordio, ovviamente fulminante, con Grauzone morgens (Zona grigia, mattina) (1988) a Äquidistanz (Suhrkamp, luglio 2022), sono dodici le raccolte poetiche pubblicate, senza contare le opere in prosa: saggi e altro. Della produzione poetica sono disponibili in italiano a cura di Anna Maria Carpi due scelte antologiche (A metà partita: poesie 1988 – 1999, Einaudi 1999, Strofe per dopodomani e altre poesie, Einaudi 2011) e il poema in 42 canti Della neve, ovvero Cartesio in Germania (Einaudi 2005).

Grünbein non è quello che si dice un poeta “lirico” (sempre che la specie esista ancora); è disincantato, analitico, sarcastico; coltissimo, e soprattutto con una robusta radice nel comparto scientifico: anatomia, fisiologia, neuroscienze – in generale, interesse per la materia. E qui mi fermo perché non lo conosco. Fino a qualche settimana fa di suo avevo letto, occasionalmente, quello che circola sul web, che è poco.

Pare tuttavia che con il nuovo secolo le cose fossero un po’ cambiate :

Se il giovane Grünbein era stato quasi unanimemente celebrato quale figlio delle Muse e nuovo poeta nazionale tedesco, più controversa è la ricezione critica in Germania della più recente produzione, non di rado contrassegnata da insofferenza da parte dei recensori verso la compiaciuta erudizione, la freddezza calcolata, il pathos della distanza, e il decòr neo-antico dei nuovi versi. Un dissenso che in una certa misura umanizza la figura di Grünbein, ma che permette anche di rilevare l’audacia e di misurare il prezzo della calcolata “inattualità” che segna l’evoluzione più recente della poetica dell’autore. Qui infatti a dominare non è più il chiasmo tra scienza naturale e poesia che un titolo come Ode al diencefalo catturava in modo felice: è invece il rapporto tra moderno e antico, colto da un punto di vista trans-storico, ad improntare la poesia delle ultime raccolte già nel registro formale. E’ il salto spericolato dalla “lingua-spada” degli esordi all’aere perennius.

(Italo Testa 2012, qui. In generale su LPLC si trova diverso materiale)

L’avrà pure catturato in modo felice, il chiasmo fra scienza naturale e poesia, ma Ode al diencefalo non è uno di quei titoli che avrebbero catturato me. Mi interessa di più invece “il rapporto tra moderno e antico, colto da un punto di vista trans-storico”. Così ho comprato la sua ultima raccolta, Äquidistanz, in cui, secondo risvolto di copertina, la peregrinazione spaziale, geografica, recupera la terza dimensione, la dimensione storica (e si pensa un po’ a Sebald), diventa “messa in sicurezza delle tracce”, “definizione del luogo” e – non poteva mancare – confronto con se stessi. Aggiungiamo che il poeta peregrina principalmente in Germania (in particolare Berlino), ma anche per un bel tocco nell’Italia mediterranea (Grünbein vive, dicono, fra Berlino e Roma).

A quel che ho potuto vedere la critica non è entusiasta. Oltre alla “compiaciuta erudizione” e al “decòr neo-antico” quello che si rimprovera alla raccolta è la caduta nella banalità. Magari riscattata, per i critici più benevoli, dal colpo di coda di un ultimo verso o da una (rara) metafora spiazzante. Come che sia, propongo la mia traduzione di quattro poesie, tratte da tre delle nove sezioni della raccolta. Poiché il preformattato non mi permette di inserire note (o almeno io non sono capace), ove necessario alla comprensione farò precedere il testo da qualche informazione.

1. LA TORRE DELLA CONTRAEREA (sezione I): “Le Flakturm (“torre contraerea”; plurale: Flaktürme) erano otto giganteschi complessi di torri d’avvistamento e difesa antiaerea costruite nelle città di Berlino (3), Amburgo (2) e Vienna (3) a partire dal 1940. Erano utilizzate dai reparti FlaK (contraerei) per difendere le città dalle incursioni aeree e come rifugi antiaerei durante la seconda guerra mondiale. Ogni complesso era formato da due singole torri, diverse per dimensioni e armamento.” (Wikipedia). A Berlino, nello Humboldthain (il Parco Humboldt) è rimasta una di queste torri. Col termine Flakhelfer (supporto della contraerea) si indicano tuttora “gli studenti tedeschi utilizzati come soldati bambini durante la seconda guerra mondiale. […] I nati del 1926-1927 sono comunemente indicati come “generazione-Flakhelfer”.” (Wikipedia). ‘Führer‘ è corsivo nell’originale. Nota al testo tedesco: Durs Grünbein sembra non aver recepito la riforma ortografica relativa all’eszett (ß).

LA TORRE DELLA CONTRAEREA


«… sta come un’isola nel mare.
I russi andati da tempo.»
E ancora resiste, assediata dal verde,
dai cespugli, più alta
del fitto degli alberi in mezzo

al mare di case: il bunker di Humboldt,
nessuna ferita, più, della memoria.
Intorno si rincorrono i bambini,
giocano a nascondino fra gli arbusti,
frusciano nel fogliame gli scoiattoli.

Una volta ci hanno trovato un cadavere.
La polizia aveva transennato l’area 
un bel pezzo intorno, messa in sicurezza delle tracce.
«Omicidio nello Humboldthain!»
strillava il foglio locale – 
uno di molti casi annui.

In cerca di avventura
c'è ancora chi si infila nel pozzo, 
striscia nelle camere delle condutture.
Ci trovano siringhe, preservativi
nelle rovine del Terzo Reich.
Altri scalano le pareti.
Il mostro garantisce al contatto
la pelle d’oca. Il freddo umido del calcestruzzo 
un sentimento nella punta delle dita.

Dal diario di un Flakhelfer,
fine aprile 45 (il Führer, tramite colpo in testa,
si è squagliato nel Valhalla, 
l’aria piena di fumo, opaca, corrosiva):
«Nei cinque piani dappertutto morti.
... più nessun aiuto, il cambio non arriverà.» 
Der Flakturm

«... steht wie eine Insel im Meer.
Die Russen sind längst vorbei.»
Und da steht er noch immer,
umbuscht und umgrünt, überragt
den dichtem Baumbestand mitten

im Häusermeer: Humboldts Bunker,
keine Erinnerungswunde mehr.
Kinder jagen sich um das Trumm,
spielen im Strauchwerk Verstecken,
Eichhörnchen rascheln im Laub.

Einmal fand man hier eine Leiche.
Polizei hatte das Areal weiträumig 
abgesperrt, Spurensicherung.
«Mord im Humboldthain!»
schrie das Lokalblatt - 
einer von vielen Fällen pro Jahr.

Manche kriechen noch in den Schacht
auf der Suche nach Abenteuern,
in die Kabel- und Leitungskeller.
Sie finden dort Spritzen, Kondome
in den Ruinen des Dritten Reiches.
Andere kraxeln die Wände hinauf,
Gänsehaut garantiert bei Berührung
des Monsterbaus, Naßkalter Beton
weckt ein Gefühl in den Fingerspitzen.

Aus dem Tagebuch eines Flakhelfers,
Ende April 45 (der Führer hat sich
per Kopfschuß nach Walhalla abgesetzt,
die Luft voller Rauch, ächzend und trüb):
«In den fünf Stockwerken überall Tote.
... keine Hilfe mehr, kein Ersatz.»

Non analizzerò le poesie che traduco. Vorrei però, per questa, focalizzare brevemente sulla terza strofa, centrale, che appare stranamente incidentale – una nota a margine di cui ci si chiede il senso. In realtà la parola-chiave è Spurenversicherung, messa in sicurezza delle tracce, che già il risvolto di copertina, abbiamo visto, dava come obiettivo degli ultimi lavori del poeta. Si tratta, a mio avviso, di rilevare il contrasto fra la messa in sicurezza delle tracce (la polizia ha transennato l’area “weiträumig”: un bel pezzo intorno; il foglio locale strilla la notizia) in un caso di cronaca nera – deplorevole, certo, ma non una rarità nella metropoli – e l’oblio (“keine Erinnerungswunde mehr“, più nessuna ferita della memoria) delle tracce di una catastrofe di ben altro significato e proporzioni.

2. BATTESIMO DI PIOGGIA (sezione V): proprio nei primi versi c’è un gioco di parole fra ‘Traufe‘ (letteralmente grondaia, ma in qualche modo il termine è legato a una pioggia torrenziale e eccessiva, come nel modo di dire “vom Regen in die Traufe” che corrisponde al nostro “dalla padella alla brace”) e ‘Taufe‘, battesimo. Ho cercato di recuperarlo traducendo “aus allen Traufen” con “da tutti i fonti”.

BATTESIMO DI PIOGGIA


A Parma pioveva. I giorni annegavano
nella pioggia che scrosciava da tutti i fonti – 
e lì mi è venuto in mente: tu non sei battezzato,
non sei cresimato, nemmeno circonciso.
Nell’ombra del battistero, il viso
oscurato dall’ombrello,
mi ha colpito il fatto: privo di marchiatura religiosa.
Le acque salivano, nella pietra i basilischi
si spingevano avanti, i rettili infernali strisciavano
giù lungo la facciata. Il marmo rosa, umido, 
luccicava come una gengiva.

E io ero lì, inchiodato dalla pioggia
e fissavo lo sguardo nelle masse d’acqua.
Che ci capiti a volte, nel Da-qualche-parte, di arenarci
in piazze dove nessuno ci ha chiamati,
non ci crea problemi? È vero,
solo nell’estraneità si è vicini a se stessi,
fra le case degli altri quello
che nessuno aspetterebbe per pranzo o per cena.
Questo intendeva la pioggia, questo intendevano i leoni
all’ingresso del duomo, tutta Parma lo diceva.

Qui si era indomiciliati, degli stranieri,
e avremmo anche potuto essere laggiù, 
nell’aldilà con quegli stessi gargoyle, demoni 
immersi in una corrente di arie gelide,
nel Purgatorio. Per gli abitanti di Parma
non avrebbe fatto differenza.
Così io stavo, la spina dorsale schiacciata
contro l’ottagono e avevo fame d’aria, guardavo,
mentre la pioggia avvolgeva ogni cosa nell’umiltà.
Regentaufe

In Parma regnete es. Die Tage ertranken
im strömenden Regen aus allen Traufen - 
da fiel es mir ein: Du bist nicht getauft,
nicht konfirmiert, auch nicht beschnitten.
Im Schatten des Baptisteriums, das Gesicht
verdunkelt unter dem Regenschirm,
traf mich das Faktum: religiös unmarkiert.
Die Wasser stiegen,die Basilisken im Stein
rückten näher, die Höllenreptilien krochen
an der Fassade herab. Feucht glänzte
der rosa Marmor wie Gaumenfleisch.

Und da stand ich, vom Regen festgenagelt
und starrte den Wassermassen entgegen.
Daß wir manchmal im Irgendwo stranden
auf Plätzen, an die uns niemand gerufen hat,
kommen wir damit klar? Es ist wahr,
in der Fremde erst kommt man sich nah,
zwischen den Heimen der andern der eine,
den keiner erwarten würde bei Tisch.
Das meinte der Regen, meinten die Löwen
vorm Domportal, ganz Parma sprach es aus.

Hier war man unbehaust, ein Fremder,
und hätte auch dort sein können, im Jenseits
mit denselben Regenspeiern, Dämonen
in einen Strom kalter Lüfte getaucht,
im Purgatorio. Für die Bewohner Parmas
hätte es keinen Unterschied gemacht.
So stand ich da, das Rückgrat geschmiegt 
an das Oktogon und rang nach Luft, schaute,
während der Regen alles in Demut hüllte.

3. e 4. Le due poesie seguenti sono tratte dalla sezione VI, costituita da venti testi numerati, non tutti provvisti di titolo autonomo, con un tema comune: isola/e del Mediterraneo. Il titolo della sezione, o dell’intero componimento, è: L’ISOLA CHE NON C’È (Die Insel, die es nicht gibt). Il testo numero 4 fa chiaro riferimento all’isola di Ventotene (Pandataria). C’è un punto, in cui si parla di ‘mensa’ e di ‘saltare il fosso’, che mi è rimasto abbastanza oscuro. Può darsi che contenga un’allusione che io non colgo. Al verso 26, “dove sta memoria” è in italiano nel testo. Sul componimento 6, POLVERE DI POLLINI, POLVERE DI TEMPO (Blütenstaub, Zeitenstaub) non ho niente di particolare da dire.

L'ISOLA CHE NON C'È 

4

Isola di coloro che il mare,
			che l’anima percorrono, 
              isola per sempre postuma
	e ogni futuro anticipante.
Ancoraggio delle galere, delle triremi,
  		trasporti
			di truppe e di schiavi,
	delle navi dei pirati di ogni tempo.


Predoni di mare, terragni vi portarono
		la lite velenosa, la politica,
			un’idea dei Greci, brutalizzata
non dai Romani per primi,
	da populisti, da Soldatenkaiser,
finché fin nell’angolo più remoto tutto
	        non fu avvelenato dalla disputa fra partiti,
da umana infelicità e dolore.


Ingresso anche nell’oltretomba,
		una di tante su questo mare
dove i morti sfiorano i viventi.
	Pensa al Tuffatore di Paestum – 


	il salto dallo scoglio una festa
		del mondo di qua, un rituale
in memoria dei per sempre banditi.


Isola del ritorno, spugna
		di lava che tutto assorbe
 			dove sta memoria – il mantra.
Nessun ricordo svanisce, nessuno
	degli ideali per cui vale la pena di morire.


Isola delle donne esiliate,
		sole fra nemici, vittime di Roma
	nella roulette matrimoniale dei cesari.
			Più tardi parcheggio per anarchici,
	comunisti e ogni sorta
di agenti della rivoluzione.


Pandataria, ruvida utopia,
	luogo di umiltà, campo di internamento,
		mensa dove i perdenti
	imparavano a saltare il fosso,
			a far passare un manifesto.


Isola del passaggio, scoglio di sosta
		nelle tempeste invernali, frangente di primavera,
			per ultimo culla d’Europa.	
4

Insel der Meeres-,
                  der Seelen-
          wanderer, Insel für immer postum
      und jeder Zukunft voraus.
Ankerplatz der Galeeren, Trieren,
         Truppen-
                 und Sklaventransporter,
     der Piratenschiffe aller Zeiten.


Seeschäumer, Landtreter brachten 
        den Zank herüber, die Politik,
            eine Griechenidee, brutalisiert
nicht erst von den Römern,
      von Populisten, Soldatenkaisern,
bis in den letzten Winkel alles 
        vergiftet war von Parteienstreit,
von Menschenunglück und Leid.


Einstieg auch in die Jenseitswelt,
         eine von vielen an diesem Meer,
   wo die Toten die Lebenden streifen.
      Denk an den Taucher von Paestum - 


      den Sprung vom Felsen eine Feier
          der Diesseitswelt, ein Ritual
im Gedenken an die für immer Verbannten.


Insel der Wiederkehr, Schwamm
          aus Lava, der alles aufsaugt
                    dove sta memoria - das Mantra.
Keine Erinnerung vergeht, keines
     der Ideale, für das zu sterben sich lohnt.


Insel der verbannten Frauen,
      allein unter Feinden, Roms Opfer
  im Heiratsroulette der Kaiser.
                  Später Parkplatz für Anarchisten,
     Kommunisten und alle Arten
von Agenten der Revolution.


Pandataria, rauhes Utopia,
    Demutsort, Internierungslager,
      Kantine, wo die Gescheiterten
    lernten, über Gräben zu springen,
                  ein Manifest auszuhandeln.


Insel des Übergangs, Interimsfels
        in Winterstürmen, Frühjahrsbrandung,
                 Wiege Europas zuletzt.

6


POLVERE DI POLLINI, POLVERE DI TEMPO


Schiuma di fioritura oltre gli steccati: 
sciami intorno ai calici dai quali
un carillon di campane a molte voci
sale e scende le colline.
Il gran caldo cova frutti dolci,
pesche, fichi, meloni.

I libri che vengono letti ora 
quasi si sfogliano da soli,
ognuno parte di una Georgica.
Leggere è guardare, è imparare a vedere 
attraverso polvere di pollini, polvere di tempo,
sonnolenti nel ronzio delle api.

6
Blütenstaub, Zeitenstaub

Blütenschaum über den Zäunen:
Ein vielstimmiges Glockenläuten
aus umschwärmten Kelchen
läuft die Hügel hinauf und hinab.
Die Hitze brütet Süßfrüchte aus,
Pfirsiche, Honigmelonen, Feigen.

Bücher, die jetzt gelesen werden,
blättern sich wie von selber auf,
jedes Teil einer Georgica.
Lesen ist Schauen, ist Sehenlernen
durch Blütenstaub, Zeitenstaub,
schläfrig vom Bienengesumm.

Fazit, come direbbe Grünbein, o in conclusione, come diciamo noi: queste sono quattro poesie su centotrentotto (e io non le ho nemmeno lette tutte); non è detto che siano fra le più rappresentative, né fra le migliori; inoltre, chi legge in italiano deve sempre fare la tara della traduzione. Però, anche con tutte le cautele del caso e l’ammirazione per la bravura del poeta laureato, mi pare si possa dire che l’accusa di banalità, sollevata da una parte della critica, non è del tutto ingiustificata.

IL PURGATORIO

Questo è un vecchio racconto

Sono una persona tranquilla, amante della quiete e della natura. Purtroppo la vita mi ha portato ad abitare quasi sempre in case rumorose, affacciate su strade di grande traffico. A volte mi prende ancora la rabbia e la frenesia di fuga, ma con gli anni si attenuano e lasciano il posto a una specie di rassegnazione.

Una volta però, ricordo, ero deciso, decisissimo a comprare una casetta in campagna. Era una di quelle volte in cui il desiderio si impone e travalica i limiti del fattibile. La mia intenzione di cambiar casa era fermissima e profonda; inferiore in fermezza soltanto alla convinzione, più profonda, che non ci sarei mai riuscito. E come avrei potuto? Non avevo un soldo.

Mi davo tuttavia un gran daffare. Sfogliavo giornali di annunci e cataloghi di agenzie immobiliari, mi informai perfino presso varie banche delle condizioni dei mutui. Quando trovavo un annuncio che corrispondeva più o meno alla mia idea di prezzo (il che avveniva di rado, giacché la mia idea di prezzo restringeva enormemente il campo delle possibilità), telefonavo. Già al primo incontro, com’era inevitabile, gli agenti immobiliari si rendevano conto della situazione e diventavano sgradevoli. O forse mi immaginavo che vedessero dentro le mie tasche e diventassero sgradevoli. In ogni caso non posso dargli torto e ammetto volentieri che non è corretto far perdere tempo alla gente per soddisfare una fantasia. Perché di fantasia si trattava, e io giocavo a far finta di potermi comprare una casa.

Così cambiai metodo: invece di scorrere gli annunci, vagabondavo per la campagna a piedi, in bicicletta, talvolta anche in macchina, alla ricerca di casolari disabitati, sufficientemente decrepiti da suggerire un prezzo accessibile.

Presto questo metodo mi piacque assai più del primo. Intanto, procrastinava indefinitamente l’annichilimento ad opera dell’agente immobiliare; ma soprattutto aveva un effetto esaltante: era come una caccia al tesoro, regolata unicamente dal caso. E ogni urgenza era abolita. Circostanze negative, come cavi dell’alta tensione a qualche metro dal tetto, venivano lungamente dibattuti. Ma c’erano tre alberi, su un lato, che rimandavano a un’epoca favolosa; e la strada, in fondo, faceva una curva attorno a una torre, o a un bastione, e dove andasse dopo la curva nessuno lo sapeva. Queste, naturalmente, erano qualità preziose.

Il piacere della ricerca soppiantava la necessità di trovare. Non che avessi rinunciato del tutto; c’è però da dire che il nuovo stato di esaltazione peggiorava le cose e mi faceva perdere quel poco di senso della realtà che ancora possedevo. Ricordo di aver trascinato mio cugino (il quale per l’appunto ha un’agenzia immobiliare) a osservare da lontano un rudere promettente, che oltretutto offriva il vantaggio di confinare con l’esteso e curatissimo terreno del locale club di golf – con un’area, insomma, che non sarebbe mai stata fabbricabile. Invano mio cugino cercò di suggerirmi con tatto che tale prossimità ne avrebbe sicuramente fatto lievitare il prezzo oltre ogni ragionevolezza. Mi meravigliai che nei giorni seguenti non si precipitasse a raccogliere informazioni e a sostanziare con esse il mio ben ponderato disegno. Tanto ho sempre creduto, in fondo, che fosse la realtà a doversi adeguare all’immaginazione e non viceversa.

Lo incontrai comunque (mio cugino, intendo) qualche tempo dopo davanti al bar. Più che altro per far vedere che avevo anch’io qualcosa da dire, gli chiesi se sapeva a chi appartenesse una certa casa, una casa da contadini, disabitata secondo ogni apparenza, o forse usata come fienile e ricovero per le macchine agricole, che si trovava proprio alle pendici delle colline spoglie, di qua dal fiume, quasi già nel territorio di Compiano.

Mio cugino mi guardava, perplesso:

«Una casa colonica isolata, a sinistra della provinciale? Non ho presente…»

Mi sforzai di fornire altri riferimenti: la stagionatura dei prosciutti, la strada, più in alto, verso Predosa. Niente da fare; mio cugino scuoteva la testa: non aveva presente.

Me ne andai con la convinzione che volesse di proposito ostacolare ogni mio progetto. Ero deluso. Mi pareva che se solo avessi avuto il nome del proprietario mi sarei precipitato a trattare l’acquisto. Naturalmente, a un altro livello di coscienza, ero sollevato di non essere obbligato a farlo; provavo anche una certa soddisfazione per la relativa invisibilità della casa: era ben nascosta, non rischiavo di farmela soffiare da qualcuno più deciso, o più abbiente, di me.

Nascosta, in verità, la casa non lo era per niente. Stava, come avevo detto a mio cugino, a metà costa di una serie di colline brulle, separate dal fiume da una larga striscia disordinata in cui si vedevano, al di qua della provinciale, edifici accigliati, pieni di sospetto, baracche di lamiera, allevamenti di cani o cavie. La casa era costruita su un pendio piuttosto scosceso, in modo che quello che a valle era il primo piano si trovava a essere, a monte, il piano terra. Era una casa alta, robusta, quasi tutta di sasso grigio; faceva un’impressione di austerità e di forza.

Così un pomeriggio senza sole mi trovai a calpestare la carraia che assomigliava al letto secco di un torrente. L’argilla era dilavata, affioravano grossi sassi, a toccarli col piede si staccavano e rotolavano a valle. Lo trovai corretto: in fin dei conti stavo invadendo una proprietà altrui; era come se il rischio di rompermi qualche osso mi guadagnasse il diritto di vedere la casa più da vicino. Sbucai davanti al portico per il ricovero dei macchinari, in un angolo un uscio di ferro che strisciava sul cemento e dava in un seminterrato quasi buio. C’erano damigiane con i cesti sfatti, bottiglie vuote sulle assi, ma anche la scala verso il piano superiore.

Mi trovai in un vestibolo del tutto insolito: interamente rivestito di un bel legno di colore caldo, come se fossi passato in un altro paese o in un’altra epoca della mia vita. Spinsi una porta e mi trovai in uno stanzone. Le finestre erano sprangate; tuttavia alla luce di alcune candele potei vedere che era occupato in fondo da un lungo bancone, ingombro, a quel che mi parve, di mazzi di erbe seccate. Dietro il bancone c’era un uomo con uno strano berretto di velluto viola, intento a scrivere su un grosso registro. Chissà perché pensai che stesse catalogando le erbe secche di cui era disseminato il ripiano del banco. Vedendomi entrare sollevò lo sguardo dal registro e disse, senza alcuna sorpresa:

«Buongiorno. È venuto per la casa?»

Io ero allibito; ma la domanda era così pertinente che non potei fare a meno di annuire, e l’uomo mi indicò, con la penna, una porta.

Fui un attimo perplesso: secondo la mia percezione del luogo quello doveva essere un muro perimetrale. Non poteva esserci una stanza al di là. Tuttavia il gesto dell’uomo era così perentorio che mi avviai verso la porta. La aprii cautamente, aspettandomi di trovare il vuoto.

Che sciocco, mi dissi un attimo dopo, certo che la porta dà sull’esterno, ma da questa parte il fianco della collina è più alto, quindi siamo al livello del terreno.

C’era appena un gradino e subito dopo un boschetto di faggi e quercioli che doveva normalmente essere nascosto dalla casa, infatti non ricordavo di averlo mai notato. Feci qualche passo fra gli alberi; il suolo scompariva sotto le foglie secche di quercia, i tronchi dei faggi erano picchiettati di verde; non c’era sole, l’aria era tranquilla. Mi accorsi che avevo sulle spalle una specie di tappetino che assomigliava vagamente a un tappetino da preghiera ebraico. Ne fui contento: non faceva affatto freddo, anzi, la temperatura era ideale; ma il tappetino mi avrebbe protetto dall’umidità della sera. Si avvicinava il crepuscolo.

Sollevai lo sguardo e capii cosa aveva voluto dire l’uomo dello stanzone: dall’altra parte di un piccolo avvallamento, asciutto e pieno di foglie secche, c’era una casetta straordinaria. Era di dimensioni lillipuziane, poco più alta di un uomo se ben ricordo, ma per il resto perfetta. Così dunque le case erano due, e quella grande, grigia, severa, era soltanto l’accesso a questa.

Era come se la casetta fosse già mia. Me ne rallegrai, mentre giravo intorno lo sguardo e non trovavo difetto alcuno nei tronchi dei faggi e delle querce, nei ceppi coperti di muschio, nel pavimento di foglie lucide e secche, nell’aria tranquilla. Stavo bene, non c’è che dire, stavo proprio bene. Il vecchio disagio, comparso chissà quando e che non se ne andrà, si sentiva appena; e in ogni caso non c’era nulla che si potesse fare, tanto valeva essere sereni, come l’aria mite fra gli alberi.

A una delle finestre – ce n’erano due, incorniciate da rami curvi – vidi mio figlio. Forse non l’ho detto: ho un figlio, che ora è adulto, ma all’epoca era poco più di un ragazzo. Quasi nello stesso momento udii il rumore complicato della finestra che si chiudeva.

«Aspetta!» gridai. «Non chiudermi fuori!»

Lui rise:

«Ma no, sto solo chiudendo la finestra».

Vidi che mi comportavo con lui come mio padre – un vecchio decrepito allora – si comportava con me: lo stesso modo querulo, ossessionato da prudenze e precauzioni. Vidi anche che non gli ero più necessario. Incrociai sul petto i lembi del tappetino: di nuovo non c’era nulla che si potesse fare e fu con mestizia, ma con serena mestizia, che dissi fra me: I figli! Durano giusto dieci anni.

Non so perché pensai “dieci anni”, ma questo è il numero di anni che pensai.

In realtà non lo pensai: lo dissi ad alta voce perché lì intorno, nel fossato pieno di foglie, c’erano mio fratello e mia sorella. Ne fui leggermente infastidito dal momento che abbiamo opinioni diverse su quasi tutto. Temevo che, come era loro abitudine, si mettessero a criticare la casetta che volevo comprare. Alla mia osservazione sui figli annuirono con un sorriso cortese. Era evidente che non gliene importava nulla; o forse constatavano soltanto, con un’alzata di spalle, qualcosa che avevano visto venire. C’era anche mio padre. Come sempre quando voleva a tutti i costi superare un momento di imbarazzo si mise a parlare a voce troppo alta, come un cieco che si metta a picchiare le mani sulla tavola, rovesciando piatti e bicchieri, perché non gli piace la piega che ha preso la conversazione.

Tuttavia l’aria continuava a essere mite, i tronchi picchiettati di verde e le foglie di quercia lucide e pulite. Mi girai verso la casetta; mio figlio non c’era più. Mi resi conto che non sapevo dov’era e che sarebbe stato molto difficile, forse impossibile, raggiungerlo. Di colpo la serenità dell’aria, del bosco e delle foglie mi divenne insopportabile. Mi girai di scatto, temendo che la porta dalla quale ero venuto fosse scomparsa. C’era ancora invece, a una certa distanza. Corsi, terrorizzato dal pozzo di irrealtà in cui ero precipitato.

L’uomo dal berretto di velluto era al suo posto dietro il bancone; mi guardò con un sopracciglio inarcato come se fosse sorpreso, o forse contrariato, di vedermi tornare. Attraversai la stanza con pochi passi decisi.

«Può dirmi» lo affrontai risolutamente «che cos’era quello?» e indicai in direzione della porta.

L’uomo mi guardò con un sorriso incredulo, come se non si capacitasse che non avessi capito:

«Ma, mio caro signore» rispose, «quello è il suo Purgatorio».

Sono passati diversi anni da allora, e non sempre ricordo cosa avesse voluto dire. Ma allora capii immediatamente e le sue parole mi apparvero evidenti, illuminanti, indubitabili. Mi sentii perduto; ricordo che sgranai gli occhi ed esclamai:

«E il mio Paradiso allora? Dov’è il mio Paradiso?»

Di nuovo l’uomo sorrise. Doveva essere rosso di capelli sotto quel suo berretto viola, perché la pelle del viso e delle mani era straordinariamente pallida e disseminata di lentiggini color crusca.

«Questo, signore», rispose gentilmente, «deve saperlo lei».

La mia vita non è mutata. Non ho scoperto dov’è il mio Paradiso. Come ho detto, ho rinunciato al progetto di cambiar casa. Quando, passando, ne vedo una che mi attira, la guardo con piacere e una vena di scetticismo. Faccio lunghe passeggiate, a piedi o in bicicletta. Ma evito il sentiero che porta alle colline brulle sotto la strada di Predosa.