TUTTA COLPA DELL’AMERICA

Nell’articolo precedente avevo promesso di far sentire l’altra campana, quella che addossa tutta la responsabilità della guerra in Ucraina agli Stati Uniti. Bene, eccoci qui.

La teoria è nota e può essere velocemente riassunta: nel 1991, quando, in seguito alla catastrofica sconfitta con cui si era conclusa per l’URSS la guerra fredda, essa era implosa e, conseguentemente, aveva ritirato le sue truppe dai paesi dell’Europa orientale, pare che il presidente Bush padre e il suo segretario di stato J. A. Baker abbiano dato assicurazione verbale ai loro corrispettivi (ex) sovietici che la Nato non si sarebbe mai allargata a est dell’Oder (confine tedesco-polacco). Il “pare” è giustificato non da un mio personale scetticismo (nel senso che la reale rilevanza di questa assicurazione verbale, che ci sia stata o no, mi sembra uguale a zero), ma dalla natura appunto verbale dell’assicurazione (e dovrebbero informarsi meglio i blogger di vari livelli che parlano di trattati, addirittura al plurale), che la rende ovviamente materia di discussione, nel senso che i diretti interessati (Bush e Baker) hanno affermato in seguito di non averla mai data. Sono stati però rinvenuti (v. qui) documenti scritti (appunti e memorie di personaggi che all’epoca si trovavano sulla scena o nelle immediate vicinanze) che li smentirebbero e supporterebbero la tesi di una avvenuta assicurazione da parte dei rappresentanti pro tempore degli Stati Uniti d’America. Quindi, ribadisco affinché sia chiaro: i documenti reperiti non sono dei “patti” firmati e controfirmati che in effetti impegnerebbero gli Stati, ma semplicemente ulteriori affermazioni, però scritte: memorie, ricordi che Bush padre diede ai russi questo tipo di assicurazione (dove? durante un simpatico colloquio? in corridoio? al momento di un banchetto? prima di un brindisi?). Personalmente non ho difficoltà a crederci, la politica di Bush padre andava in quel senso, quindi non c’è contraddizione. Dovrebbe essere chiaro però che la politica di Bush padre non condiziona la politica di tutti i presidenti a venire, e che una sua assicurazione verbale vale al massimo per la sua amministrazione (o per essere più precisi ne indica la linea), non è un trattato che impegna lo Stato. Inoltre, sia detto en passant, l’assicurazione di Bush padre, che ci sia stata o no, non valeva all’epoca più di un prosit! al momento del brindisi: tanto la Russia non avrebbe comunque potuto fare nulla (se non, magari, sparare un’atomica – e siamo sempre lì). Da parte degli Stati Uniti era pura condiscendenza, forse saggia, ma pur sempre condiscendenza.

Il tema della discussione, quindi, non può essere se gli Stati Uniti fossero tenuti a rispettare certi accordi (che, semplicemente, non c’erano), bensì se non fosse stato più opportuno mantenere negli anni la linea di non ingerenza della politica di Bush padre – secondo la quale, anche questo deve essere chiaro, agli Stati ex Unione Sovietica e ex patto di Varsavia veniva detto: arrangiatevi.

Sull’opportunità o non opportunità del cambio di politica ho letto, in questi mesi, un’infinità di pareri. Ma siccome voglio essere più realista del re riferirò in quel che segue, il più fedelmente possibile, l’argomentazione che James W. Carden svolge nell’articolo “Bush padre aveva ragione: giù le mani dall’Ucraina”, in Limes 4/2022. Prima però, per permettere ai lettori di meglio valutare l’affidabilità e l’obiettività dell’autore, citerò alcuni paragrafi da un suo articolo pubblicato qui il 12 ottobre 2021 – cioè quattro mesi prima dell’invasione russa – e intitolato “What kind of a threat is Russia?”

[...] on no subject is the bipartisan consensus [sulla realtà di una minaccia esterna, ndr] more unshakable than on Russia. In the years since the start of the war in Ukraine in 2014, the American foreign policy establishment adopted the position that Russia’s annexation of Crimea and its support for the rebellion in eastern Ukraine was only the beginning: they believed that Putin had his sights set on bigger things like seeking control of Eastern Europe and the Baltic states.

But was that really the case?

[...]

To Mueller [politologo statunitense sulle cui tesi Carden si appoggia in questo articolo, ndr], the idea, so vigorously promoted by U.S. foreign policy elites in 2014 (and beyond), that Putin was on an expansionary mission “seems to have little substance.” Indeed, according to Mueller, Putin’s Ukrainian adventure seems more like “a one-off — a unique, opportunistic, and probably under-considered escapade that proved to be unexpectedly costly to the perpetrators.”

Mueller observes that Russia, like China, “does not seek to impose its own model on the world.” In that sense, both countries follow a mainly Westphalian foreign policy of noninterference in the affairs of other countries — and in the instances in which Putin has veered from that vision, including the at-times farcical effort to influence the 2016 American presidential election, Russia has paid an unenviable price.

E, da parte di Carden, davvero un’invidiabile preveggenza e capacità di valutazione. Ma tornando a noi: nell’articolo pubblicato su Limes Carden risale alla radice del cambio nella politica statunitense nei confronti della Russia, e cioè al primo mandato Clinton, negli anni successivi al 1993. Con Clinton gli Stati Uniti, anziché astenersi saggiamente come da assicurazione (?) di Bush padre, cominciano a mettere becco e a prospettare agli Stati che in seguito al crollo dell’URSS erano piuttosto miracolosamente sfuggiti alle grinfie dell’Impero un futuro occidentale e atlantico.

[Il lettore è pregato di mettere l’espressione “miracolosamente sfuggiti alle grinfie dell’impero” sul mio conto. Ma non è che Carden avrebbe scritto “per caso sfuggiti alle amorevoli cure del Comitato Centrale”. A Carden, come a tutti questi geopolitici, come stavano e stanno le repubbliche e ex repubbliche dell’Impero e relative popolazioni, di cosa pensano e desiderano e si immaginano, loro e tutte le popolazioni del mondo, non gliene può fregare di meno.]

Ma la cosa veramente interessante è il motivo che Carden indica per questo cambiamento di politica: Clinton vuole essere rieletto (quale presidente americano non vuole esserlo, e anzi normalmente non lo è) e ha bisogno di voti. Diamo la parola a Carden alla sua (unica) fonte: a quanto si capisce dalle note, un articolo dell’ex ambasciatore statunitense in Unione Sovietica Jack F. Matlock (folgorato in giovane età dalla lettura di Dostoevskij e da lì in poi decisissimo a diventare ambasciatore degli Stati Uniti in URSS) pubblicato (sempre da quanto si può desumere dalle note) il 24 gennaio 2022, cioè quando Matlock era entrato nel suo novantatreesimo anno di età. Speriamo che, a tempo e luogo, si fosse preso degli appunti a sostegno della memoria:

La prospettiva fornita da Matlock è a tal proposito nuovamente illuminante: «Il vero movente di Clinton fu la politica interna. Ho testimoniato al Congresso contro l'espansione della Nato, sostenendo che sarebbe stato un grande errore. E che, nel caso fosse proseguita, l'espansione andava necessariamente arrestata prima che arrivasse a coinvolgere paesi come l'Ucraina e la Georgia, linee rosse non oltrepassabili per qualsiasi governo russo. [...]» Eppure, prosegue Matlock, «una volta fuori dall'aula del Congresso, alcune persone che avevano assistito alla testimonianza mi chiesero: "Jack, perché stai portando avanti questa battaglia?. "Perché credo che sia una cattiva idea", risposi. "Sai, Clinton vuole essere rieletto", ribatterono loro, "e ha bisogno della Pennsylvania, del Michigan, dell'Illinois: tutti Stati con una componente est-europea molto marcata". Molti di questi elettori, infatti, quando si trattava di rapporti tra Est e Ovest si erano convertiti al credo democratico reaganiano [perché? prima erano brežneviani? ndr]. E ora premevano affinché nella Nato venissero incluse la Polonia e, a tempo debito, anche l'Ucraina». 

Lascio ogni commento al lettore (e al suo senso dell’umorismo). Anzi no, un piccolo commento lo faccio. Non pare che dopo il doppio mandato di Clinton la politica degli Stati Uniti su questo punto abbia subito dei cambiamenti: potenza dei voti della componente est-europea. D’altra parte, dal momento che la politica degli USA verso Israele – che complica la vita a tutti – è motivata dall’influenza della lobby ebraica sul governo statunitense, non si capisce perché dovremmo negare un’influenza proprio alla lobby ucraina. Non sarebbe democratico. E mi chiedo, con un po’ di invidia, se la lobby italiana abbia mai esercitato un qualche tipo di influenza, o se sia stata solo mobilitata per organizzare lo sbarco in Sicilia.

Quindi, allo scopo precipuo di essere rieletto grazie ai voti degli immigrati est-europei di quarantaduesima generazione, Clinton sguinzaglia i suoi venditori di aspirapolveri nell’Europa ex sovietica:

In queste visite lampo, [Strobe] Talbott e il suo gruppo (inclusa la giovane Victoria Nuland, membro di una delle più influenti famiglie di neoconservatori e oggi sottosegretario di Stato dell'amministrazione Biden) si recarono in tutte le repubbliche ex-sovietiche. Avevano il compito di «mostrare ai leader dei nuovi Stati indipendenti che Washington era al loro fianco e che li avrebbe sostenuti tanto nel processo di consolidamento della sovranità, quanto nella risoluzione delle controversie con Mosca», come racconta lo stesso Talbott.

Non metto in dubbio che sia andata così. Ma mi chiedo se dobbiamo proprio immaginarci “i leader dei nuovi Stati indipendenti” come sprovvedute massaie alla mercé dell’imbonitore di turno, e non invece come avvedute padrone di casa che hanno un’idea abbastanza precisa dell’aspirapolvere che vogliono comprare. E facciamo pure la tara del fascino dell’imbonitore su chi era abituato al precedente padrone, che non imboniva ma invadeva.

Anche ammesso, e non concesso (nel senso che non ho le competenze per concederlo), che Carden e soci ci presentino un resoconto storico fedele e affidabile, rimane però, come già accennato, che da Carden e dalle sue fonti questi “Stati dell’est” e “repubbliche ex sovietiche” non vengono mai visti come soggetti giuridici e corrispettivi giuridici di nazioni, con un’identità e una volontà proprie, ma sono in realtà oscurati, ridotti a eterni minori se non addirittura minus habens, privi di volontà, pure pedine di più o meno ipotetici giochi di potere fra Stati Uniti e Russia (e qualcuno dovrebbe proprio convincermi che la Polonia e le repubbliche baltiche sono entrate nella Nato perché Victoria Nuland è riuscita a vendergli l’aspirapolvere). Cioè, bisogna capirlo bene: se, geograficamente, ti trovi lì – dicono o suggeriscono Carden e soci – non frega niente a nessuno cosa ne pensi – anzi, non ha nemmeno senso chiederselo: sei un satellite di Mosca punto e basta. Io invece prendo molto sul serio l’identità e la volontà di queste nazioni, e posso ad esempio attestare che le badanti ucraine – che in Occidente non hanno una vita facile – non ne vogliono mezza della Russia.

In realtà non è del tutto vero che Carden “oscuri” gli Stati dell’est. Relativamente all’Ucraina almeno, un tentativo di illuminarla lo fa. Quello che emerge dal raggio di luce che Carden proietta sull’Ucraina è il suo «nazionalismo suicida»:

Lo spirito del «nazionalismo suicida» ha a lungo infestato la politica ucraina, fino a diventare negli ultimi anni la sua forza trainante. Con la complicità del supporto retorico, finanziario e militare fornito dai presidenti Clinton, Bush figlio, Obama e Trump.

Cioè tutti, bipartisan. Segue breve resoconto ampiamente distorto dei fatti storici. Quindi: il nazionalismo russo, bugiardo, tossico, prevaricatore e aggressivo va bene. Il nazionalismo ucraino, mirante a ricostruire un’identità dopo secoli di assoggettamento e alienazione, non va bene. Personalmente sono contraria a ogni forma di nazionalismo, ma abbastanza fiduciosa che se fosse concesso all’Ucraina un congruo soggiorno in Occidente, senza incombente minaccia russa, pian piano anche il suo nazionalismo evaporerebbe. L’Europa esiste – e se non è la cristianità, come voleva Novalis, è comunque qualcosa. E l’Unione Europea, nonostante tutti i suoi limiti, è una grande cosa. Di questo sono convinta, e che esiste e è viva lo vedi nei giovani. Mi auguro che l’Ucraina entri presto a farne parte. E adesso chiudo perché mi sto commovendo.

Sono molto stanca, per vari motivi. Credo che per qualche tempo trascurerò questo blog. Ma anche se il congedo fosse solo provvisorio, bisogna solennizzarlo. Un uomo – e una donna – deve decidere da che parte stare. Quindi, molto solennemente, affanculo la Russia. E i suoi super razzi di nuovissima generazione Putin deve metterseli dove dice Adriano Sofri, qui.

ANTOLOGIA PUTINIANA

Coi tempi che corrono, il mensile di geopolitica Limes è diventato la mia lettura preferita. Sarà che noi pensionati non abbiamo niente da fare, aspetto il dieci del mese con l’impazienza con cui mio padre, in tempi pacifici, aspettava il giovedì della Settimana enigmistica. L’ultimo numero poi si annuncia stratosferico. Sperando di fare cosa gradita, propongo una piccola antologia.

  1. Avevo visto giusto (v. qui):
La Chiesa ortodossa è all'avanguardia nella campagna di promozione dei martiri bianchi, a cominciare dalla famiglia reale. Ma il cuore del presidente non vibra di simpatia per Nicola II martire (1894-1917), icona verso cui il patriarcato moscovita e di tutte le Russie indirizza la devozione del suo gregge. Figura troppo debole per l'attuale padrone del Cremlino. Incapace di salvare lo Stato dai sovversivi. Nel pantheon degli zar Putin preferisce Nicola I (1825-1855) e Alessandro III (1881-1894), di sicura fede reazionaria e accentratrice. Adesione monumentalizzata il 18 novembre 2017, quando Putin inaugura a Jalta, in Crimea, una colossale statua marmorea dell'ultimo Alessandro con inciso il suo motto: «La Russia ha due soli alleati, il suo esercito e la sua flotta». Sempre valido, parrebbe.

(Editoriale del direttore Lucio Caracciolo: "Platov non ha paura")

Unica pecca: non pare che l’esercito e la flotta siano attualmente all’altezza del caso che ne faceva Alessandro III.

2. Più chiaro di così:

L'Urss, a prescindere dai suoi problemi interni, rimase quasi fino alla fine uno dei due fulcri strutturali della geopolitica globale. La Russia in quanto Stato suo erede ha perso tale status e i tentativi di recuperarlo non hanno portato risultati. Persino il ripristino della potenza dello Stato e la riconquista di un posto tra le principali potenze mondiali - due realtà - non hanno fatto della Russia un nuovo perno dell'ordine internazionale. L'unica chance di ottenere tale status è la distruzione del sistema stesso.

(Fëdor Luk'janov, "Un 'vecchio pensiero' per il nostro paese e per tutto il mondo")

Cioè: poiché per la Russia l’unico modo di essere nuovamente un perno dell’ordine internazionale è la distruzione di questo ordine che – pensa lei – le impedisce di diventarlo, esso deve essere distrutto. Non perché è sbagliato o insufficiente o che so – questo, semmai, viene dopo. Semplicemente perché, stando le cose come stanno, la Russia non riesce a essere un perno dell’ordine internazionale come sarebbe suo pieno e buon diritto.

Si chiama narcisismo patologico. Ma un narcisismo molto particolare, molto russo. Luk’janov infatti non si nasconde che quello in cui si sta impegnando la Russia è un grande azzardo, un azzardo rischiosissimo; una roulette russa, veramente. Il suo punto di partenza retorico, tuttavia, è che il sistema liberale è in piena decadenza, vegeta senza speranza, un malato terminale. Nell’inerzia e irresolutezza generale la Russia, magnanimamente, si rende disponibile a dargli il colpo di grazia. Perché la Russia, così Luk’janov, ha una vocazione per i colpi di grazia; si può dire che la sua grande, e in verità unica, vocazione e abilità è dare il colpo di grazia; quello che viene dopo magari fa un po’ schifo, però nel colpo di grazia sono insuperabili. Luk’janov ammette tranquillamente di non avere idea di che cosa sorgerà dalle ceneri della Grande Distruzione; ma che importa, dal momento che l’altruistica missione della Russia per il bene del mondo è la distruzione? Del tutto disinteressata, questo è il bello. Dei veri Cristi in croce:

Per l'ennesima volta (forse la quarta) in un centinaio d'anni la Russia si è assunta in totale abnegazione di sé il ruolo (e l'onere) di protagonista dei cambiamenti globali. Non si è stancata? «In un certo senso possiamo dire di essere un'eccezione tra i popoli. Apparteniamo al novero di quelle nazioni che non sembrano far parte integrante del genere umano, ma esistono soltanto per dare una grande lezione al mondo. L'insegnamento che ci siamo destinati a dare non andrà sicuramente perduto, ma chi sa il giorno in cui ci ritroveremo finalmente in mezzo all'umanità e quanta miseria dovremo sopportare prima che i nostri destini si compiano?» Parole di Piëtr Čaadev nelle sue Lettere filosofiche del 1836. Centosettanta anni fa l'autore di queste affermazioni, un noto intellettuale russo di vedute liberali, venne ufficialmente riconosciuto pazzo pericoloso. A torto.

(Luk'janov, ibid.)

[Piccola osservazione: centosettanta anni fa, scrive Luk'janov. 1836 più 170 fa 2006, non 2022. Il quadro ideologico era pronto e redatto ben prima del 2022, e anche del 2014.]

A torto dice Luk’janov. A ragione, secondo me, almeno a giudicare da queste mistiche sviolinate identitario-messianiche. Che fra l’altro, nel nostro piccolo e in formato più ridotto, ce le abbiamo pure noi (avete presente Del primato morale e civile degli italiani?) – anzi, non credo esista popolo che in un momento o nell’altro della sua storia non si sia assegnato una missione salvifica per l’intera umanità e oltre. Roba passata, abbiamo il buongusto di non tirarla fuori.

3. Il padre di tutte le cose

La cosa che, fin dall’inizio, più mi ha colpito di tutta questa storia – una caratteristica impossibile da non notare, qualcosa che davvero salta agli occhi – è la qualità marcatamente vecchia, sorpassata, involontariamente autoparodica, fuori dal tempo e dunque fuori dal mondo dell’intervento russo e di tutta l’ideologia che lo sostiene, e che lentamente è emersa alla mia stupefatta coscienza. D’altra parte Luk’janov giustamente titola Un ‘vecchio pensiero’ per il nostro paese e per tutto il mondo (dove il virgolettato pare francamente inutile) e sottolinea lui stesso l’effetto “macchina del tempo” dell’iniziativa russa:

Il terrore [dice lui, con riferimento immagino alle reiterate minacce nucleari da parte della Russia, che non ha altre carte da giocarsi] determinato in Occidente dalla prosecuzione delle attuali operazioni militari su vasta scala è legato non soltanto alla tragedia umanitaria ma alla sensazione di trovarsi in una macchina del tempo. Tornano in fretta consuetudini che parevano ormai appartenere per sempre al passato.

(Luk'janov, ibid.)

Ma ecco il vecchio pensiero per la Russia e per il mondo:

Il febbraio 2022 ha segnato anche l'inizio di un altro esperimento, di dimensioni altrettanto grandi, almeno in potenza. La Russia sta tentando di invertire il corso della politica resuscitando il «vecchio pensiero politico» (lo si può anche definire «tradizionale») per sé e per il mondo intero. I princìpi di questo pensiero sono opposti a quelli dichiarati dal «nuovo» pluralismo dei valori (invece dell'universalità), equilibrio delle forze (e non degli interessi) come base dei rapporti internazionali e, infine, il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili. 

(Luk'janov, ibid.)

Confesso che non capisco la frase relativa al “nuovo pluralismo dei valori”. Quindi la Russia sarebbe per l’universalità dei valori? Mi pareva che il multipolarismo predicato da Putin/Dugin andasse nel senso opposto, benché in effetti un “pluralismo dei valori” portato avanti da una bizzarra combinazione di ancien régime e capitalismo scasso sia un po’ difficile da immaginare. Boh. Ma quello che mi interessa è l’ultimo punto: “il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili”. Come qualcuno ha detto molto tempo fa, la guerra è il padre di tutte le cose, e la massima si sposa bene con la dottrina del colpo di grazia e della gaia distruzione. Resta da vedere se questa guerra, totalmente anacronistica come di fatto ammette anche Luk’janov, sarà padre dell’agognata affermazione mondiale della Russia o del suo definitivo ridimensionamento.

4. La paranoia al potere

Dopo quattro anni di pausa dal Cremlino nel nome del rispetto della costituzione, Putin vi torna nel 2012 tra le proteste che sono un'umiliazione e una sfida. Il capo dello Stato è rincorso dall'idea sempre più fissa della minaccia americana, ora non solo ai confini ovest lambiti dall'espansione della Nato ma anche dentro, contro di lui personalmente. Scatta così la svolta conservatrice e autoritaria da cui la Russia non tornerà più indietro. Famiglia, radici cristiane, memoria storica [ovviamente manipolata, ndr], patriottismo: negli ultimi anni il putinismo nella sua funzione di collettore valoriale si è posizionato in crescente opposizione all'Occidente. La narrazione è imperniata sulla Russia sotto assedio, alternativa a una civilizzazione condannata a definitivo declino per negazione delle proprie radici. In questo senso è sottinteso un soft power russo a un certo punto messo alla prova con i sovranisti di mezza Europa. Ma ufficialmente Mosca professa la non ingerenza: niente da insegnare e niente da imparare, ripetono da anni i vertici moscoviti, la Russia non esporta modelli di società, contrariamente a quanto fanno gli americani.
Forse anche perché un modello compiuto non c'è.
[...]
La riunione del Consiglio di sicurezza del 21 febbraio scorso, prologo dell'invasione dell'Ucraina, ha ricordato a molti i racconti apocrifi delle riunioni nella dacia di Kuncevo tra Stalin e i suoi più stretti collaboratori, terrorizzati all'idea di dire qualcosa di sbagliato. I russi ricordano anche come il leader sovietico andasse ripetendo che bisognava vivere «come in una fortezza assediata, il nemico è ovunque».

(Orietta Moscatelli, "Putin=Russia Russia=Putin", possibilmente da leggere tutto)

Povera Russia, il cui unico principio di identità è la maniacale idea fissa dell’aggressione esterna.

Per oggi mi fermo qui. La prossima volta, per par condicio, sentiremo l’altra campana, quella che addossa tutta la responsabilità agli Stati Uniti.

UN PO’ DI RIPOSO

In primis la guerra, e in secundis qualche preoccupazione privata, fatto è che mi sentivo molto stanca. Nulla di paragonabile alla stanchezza di coloro che la forza operosa di Putin affatica, e di moto in moto anzitempo promuove allo stato di ossa fra le infinite, ma insomma mi sentivo stanca. Avevo bisogno di qualcosa di normale. Non di un mondo dove non c’è la morte, perché la morte l’abbiamo sempre con noi; ma di un mondo senza guerra. Allora ho tirato fuori il romanzo La cartella del professore (Sensei no kaban) di Kawakami Hiromi, che mi era stato consigliato circa un anno fa da Subhaga Failla e che avevo comprato ma non ancora letto. Non l’avevo letto un po’ perché avevo sempre qualcosa di più urgente da leggere – e infatti, a dirla tutta, sono anni ormai che pratico la lettura come i soldati l’esercizio in piazza d’armi; la lettura come svago, o, secondo dice Simonetti, come “nobile intrattenimento”, mi pare quasi un peccato capitale; un po’ anche perché, dopo quasi sessant’anni che faccio la lettrice (nel senso che anche quando non leggo è come se leggessi) mi è venuto lo sguardo trapassante del lettore esperto: dalla copertina so cosa aspettarmi.

[Piccola parentesi: le sovraccoperte Einaudi sono sempre belle, questa però è rubata all’edizione tedesca; in compenso è stato mantenuto il titolo originale mentre in Germania hanno optato per un orrido: Der Himmel ist blau, die Erde ist weiß (Il cielo è azzurro, la terra è bianca), che ti fa capire come mai Kitsch è una parola loro.]

Quindi, per farla breve, cosa mi aspettavo da questo romanzo giapponese prima ancora di aprirlo? Mi aspettavo qualcosa di parzialmente consolatorio; non totalmente, si capisce, un romanzo totalmente consolatorio è un romanzo scemo, Subhaga non me lo avrebbe consigliato e l’oggetto che avevo estratto dalla busta di Amazon non ne aveva l’aria: è chiaro che, a dispetto dei fiori di ciliegio a cascata, i due che remano nella ghiaia non andranno molto in là. Però ero piuttosto sicura che non ci avrei trovato nessuna critica delle ipocrisie sociali, del malvagio capitalismo o della borghesia degenerata; già una bella consolazione. Non che queste cose non esistano; esisteranno pure, come un sacco di altre; ma a parte il fatto che la loro spendibilità letteraria, e dai e dai, si è parecchio esaurita – ci vorrebbe un genio, e qui intorno non ne vedo -, soprattutto non me ne frega niente.

Mi aspettavo invece di trovarci degli individui – puri individui – nelle loro vite normali: vale a dire normalmente prive di senso; individui che a volte si incrociano e a volte, più che altro nei romanzi, si chiedono se si può fare qualcosa, o che cosa si può fare; nel loro caso eh, mica per l’umanità. E per l’amor del cielo nessuna allegra, inesistente, artificiale collettività.

[Le collettività sono creazioni effimere e entusiasmanti per tempi d’eccezione: tempi di guerra; tempi eroici. Ma guarda caso proprio quelli ai nostri sociologi non gli vanno bene. In Ucraina non vedono una collettività ma bieco nazionalismo; non un’entità sovraindividuale compatta e decisa a difendersi, ma un pullulare di bande criminali pericolosissime che vessano e taglieggiano la popolazione – quel che da parte fascista si diceva dei partigiani. Fossero almeno conseguenti, i nostri sociologi. Va be’, torniamo a noi.]

Quindi, tornando a noi, cosa può esserci di consolatorio – si chiederà il lettore – in queste storie di individui e delle loro vite propriamente senza bussola? Notate il “senza bussola”; “senza bussola” è particolarmente importante. Immaginate uno che avanza in una zona – conosciuta o sconosciuta non importa – munito della sua bussola e deciso a seguire una direzione. A intervalli regolari e frequenti guarderà la bussola e osserverà il movimento dell’ago. Controllerà di non deviare. A ogni curva della strada o ostacolo che gli impedisce di procedere in linea retta si preoccuperà di riprendere quanto prima la direzione indicata dall’ago. Finirà in un pantano, scivolerà in un burrone. Fa niente. Riparte, lo sguardo fisso sul quadrante. Durante tutto il tragitto avrà visto soltanto l’ago della bussola, nulla di quello che gli stava attorno. Se è onesto, quando arriverà alla meta – se ci arriva – si chiederà cosa ci è venuto a fare, dal momento che nella sua testa ci sono soltanto una bussola e un ago che oscilla.

Ho l’impressione – mi correggano i più esperti se sbaglio – che leggere un romanzo giapponese metta del tutto al riparo dal sentirsi trasportati verso una destinazione. All’inizio ero perplessa: e quindi? mi chiedevo a lettura conclusa. Poi ho capito che è il modo orientale di riconoscere, imparzialmente, un’importanza e una dignità a ciò che esiste, senza distinzioni gerarchiche fra razionale e irrazionale, animato e inanimato, essenziale e inessenziale. Come uno che cammini pensando non tanto alla meta quanto a ciò che vede durante il viaggio, senza attribuire a se stesso maggiore importanza e senza badare se ciò che vede abbia o no attinenza col suo progetto; sicché facilmente, del progetto, finisce che si scorda.

Questa caratteristica da sola, però, non basterebbe a fare il fascino. Da sola avrebbe qualcosa di troppo eterno e fuori dal tempo – talmente eterno e fuori dal tempo da risultare semplicemente vecchio. Il polo negativo necessario allo scossone vitale e alla compromissione con la storia è il nichilismo, che il Giappone, certamente predisposto, ha assorbito dall’Occidente superando il maestro. E prima che qualcuno storca il naso, preciso che ‘nichilismo’ non è una brutta parola, come vorrebbero i devoti delle varie confessioni, ma l’unico seppur amaro terreno da cui può germogliare una vita consapevole.

I protagonisti del romanzo di Kawakami ci appaiono infatti – almeno quanto alle famose “radici” a cui qualcuno, qui da noi, annette tanta importanza – sospesi in un vuoto percorso da blandissimi filamenti: lui, il professore, anziano insegnante in pensione vedovo da diversi anni (ma, come si scoprirà, ben prima di lasciarlo vedovo la moglie lo aveva semplicemente lasciato), con un figlio che vive lontano e compare soltanto, di striscio, nella penultima pagina; lei, Tsukiko, la voce narrante della storia, alle soglie dei quaranta, impiegata in un ufficio (ma del lavoro, tranne che a periodi la impegna perfino nei fine settimana, non si sa nulla), ha con la famiglia d’origine rari rapporti in cui prevale l’incomunicabilità, ha avuto vari fidanzati con i quali ha intessuto rapporti marcati dalla corrente alternata di ansia e indifferenza. Si incontrano per caso – e continuano fin quasi alla fine a ritrovarsi per caso, senza appuntamento – in una nomi-ya, piccolo locale non particolarmente raffinato in cui si bevono birra e sakè e si può mangiare qualcosa scegliendo da un menù del giorno. Tutto intorno, un vuoto quasi pneumatico in cui, come lontani lampi di calore, balenano avances che non sono tali, accennate schermaglie di blanda gelosia e, a promuovere la dialettica sentimentale dell’eroina, perfino un uomo che in fondo è un uomo dello schermo. Più che le umane relazioni, sostanzialmente latitanti, un ancoraggio minimo, a cui il lettore per condivisa intuizione del vuoto si affeziona velocemente, lo offrono le bottiglie di birra, le caraffe di saké e i cibi della cucina tradizionale giapponese (c’è anche una tesina della FU Berlin sulla semantica dei pasti in questo romanzo: Polysemantische Mahlzeiten. Zur Deutbarkeit von Essen in Kawakami Hiromis “Sensei no kaban”, 2014).

D’altra parte è solo su sfondo di vuoto che si possono percepire correttamente il vento fra i rami del canforo o le strida dei gabbiani – le quali diverse volte, e non credo per caso, sovrastano e cancellano un timido tentativo di Tsukiko di indirizzare gli eventi su un binario di intenzionalità. Tuttavia che non siamo ai tempi di Murasaki Shikibu lo chiarisce subito il primo capitolo: “La luna e le pile elettriche“. Dalla casa del professore si vede, fra i rami spogli dei ciliegi, la luna nelle sue differenti manifestazioni di meteorologico attraversamento del cielo; ma nella credenza, fra i vari e strambi oggetti che il prof, pur senza veramente collezionarli, non butta, spiccano diversi sacchetti di plastica che contengono le pile, esaurite o ancora debolissimamente cariche, come dire moribonde, che il professore ha utilizzato durante la sua vita e che non ha animo di gettare:

Gli dispiaceva gettare via le pile che si erano esaurite lavorando per lui, poverine. Gli sembrava un'ingratitudine buttarle appena scariche, dopo che per tanto tempo avevano fatto luce, prodotto suono o azionato motori.

Molto giapponese. Allargamento dell’attenzione rivolta alla natura (con depotenziamento del soggetto umano) a un’attenzione rivolta alla tecnica e all’artefatto, cui viene riconosciuto uno statuto di vivente e significante. Suona antiumanistico ma potrebbe servire a superare qualche dicotomia. Non so.

Comunque tranquilli: nelle ultime venti pagine qualcosa come un’intenzionalità si afferma – anche gli autori devono campare – e un velo di patetico molto controllato avvolge gli ultimi due capitoli per la soddisfazione del lettore. Da ultimo apprendiamo che la famosa cartella, da cui il professore non si separava mai, è andata per sua espressa volontà a Tsukiko:

Nelle sere così, apro la sua cartella e guardo all'interno. Ma nella cartella non c'è nulla, solo il vuoto, un vuoto che va espandendosi. Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa.

Così, in maniera abbastanza onesta, si conclude il romanzo. Ma questo vuoto finale è molto meno “serio” del vuoto circostanziato e mai del tutto completo costruito con calma e pazienza nel resto del romanzo. Per arrivare a chiudere, diventa letterario.