UNA QUESTIONE CULTURALE

Capito per caso (qui) sulla traduzione di un’intervista a Héléna Perroud, autrice nel 2018 di una biografia di Putin che secondo qualche commentatore vira al panegirico. L’intervista, originariamente pubblicata su Le Point, è breve, con qualche testa-coda sbalorditivo: ad esempio, a leggerla diresti che Putin ha spianato Groznyj per amore dei ceceni. Mi ha colpito l’ultima risposta, probabilmente non nel senso inteso dall’intervistata:

Al di là della Nato e delle considerazioni storiche, non si può non vedere una dimensione di civiltà in questa opposizione tra la Russia e l’occidente…

E’ vero che, nei confronti dell’occidente, i russi sono passati in trent’anni dall’ammirazione alla compassione. Dicono che noi occidentali siamo in una deriva totale. Questa dimensione di civiltà esiste, effettivamente. E’ sempre difficile da immaginare, ma i russi, in media, sono più acculturati di noi. Leggono molto di più, sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna. Nella metropolitana di Mosca, per esempio, non vedrete delle pubblicità spazzatura, ma immagini dei paesaggi russi o spiegazioni sull’origine di una lettera dell’alfabeto.(Neretti nel testo)

Perroud rileva che i russi “sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna“. Lo enuncia come una differenza specifica perché in Francia – come, credo, in tutti i paesi occidentali tranne l’Italia – la cultura classica non viene insegnata a scuola; né negli istituti di campagna né in quelli di città. È una scelta che ha degli inconvenienti – un’ignoranza pressoché totale del passato, in particolare del passato remoto, mentre da noi si ignora di regola il passato prossimo -, ma anche dei vantaggi: una maggiore dimestichezza e capacità di riflessione sul presente, e soprattutto quella che io chiamerei una maggiore “presenza a se stessi”, possibile appunto perché nell’educazione, e segnatamente in campo umanistico, si cerca il più possibile di evitare gli schematismi – cioè le conoscenze (ma bisognerebbe dire le pseudoconoscenze) non autonomamente verificabili: quelle “che vengono insegnate a scuola”.

“Il ministero dell’educazione ha concepito un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo come principale guida del regime e del sistema politico. Secondo questa dottrina, il popolo deve mostrare lealtà all’illimitata autorità dell’autocrate, alle tradizioni della Chiesa russo-ortodossa e alla nazione russa“. Ah no, pardon, c’è un errore, non è il programma di Putin per l’istruzione pubblica! Volevo fare un copia-incolla da Wikipedia ma sono finita per sbaglio sull’articolo Russia sotto Nicola I (1825-1855). Forget it e torniamo a noi.

Dal punto di vista dei programmi scolastici quindi, mentre c’è uno iato fra la Russia e l’Occidente, con l’Italia sembrerebbe di poter constatare un’affinità, un comune amore scolastico per il passato. Temo però che l’analogia sia tutta di superficie; infatti in Italia il perdurare dell’approccio “classicista” – in realtà storicista e nozionista – è legato soprattutto all’inerzia nazionale, che negli apparati statali, e in particolare negli istituti di per sé e di necessità conservatori come la scuola, raggiunge picchi ragguardevoli; mentre in Russia, mi par di capire, è una cosa sentita. Prima di trarne qualche conclusione, vediamo la faccenda della pubblicità spazzatura (che poi non ho capito cos’è: esiste una pubblicità di qualità, a prescindere dalla maggiore o minore efficacia?)

Il mio primo soggiorno parigino risale al 1978 0 ’79, non ricordo bene. All’epoca vivevo nella Bundesrepublik. Ricordo che a Parigi la metropolitana era letteralmente tappezzata di grandi manifesti pubblicitari nei quali jeunes loups o jeunes lions facevano non so più cosa, in ogni caso a loro completa soddisfazione. I predatori carnivori, rappresentati in accattivanti pose antropomorfe, erano figura di giovani maschi rampanti alla conquista di acconcia situazione nella società. A Parigi, mica a New York. Forse perché a Parigi sono abituati a chiamare le cose con il loro nome. Me ne ricordo perché mi scioccarono. Io, che nelle società occidental-liberali mi sono sempre trovata benino, non mi capacitavo. Mi sembrava che ci fosse, in quella tranquilla magnificazione del potere e del profitto, qualcosa di osceno. Venendo dalla moralissima Germania non ero preparata. Si aggiunga che da diversi anni non ho la televisione (cioè: ho un vecchio apparecchio che non è collegato al digitale terrestre e che uso come schermo per i DVD), e che se si facesse il conto delle ore che in tutta la mia vita ho trascorso davanti al televisore nel senso di programmi televisivi si arriverebbe a un numero straordinariamente basso anche per una persona della mia generazione; si aggiunga ancora che quando vedo una pubblicità commerciale la mia reazione immediata e istintiva, tranne nei rari casi di pubblicità divertente, è il desiderio di non comprare il prodotto. Si avrà che non amo la pubblicità. Tuttavia non vorrei mai vivere in un mondo industriale o postindustriale qual è il nostro, Russia compresa, dove però nelle stazioni della metropolitana invece dei manifesti pubblicitari ci trovassi immagini degli intatti paesaggi nazionali o delucidazioni filologiche. Perché questa sarebbe una menzogna. Perché al momento i paesaggi nazionali rilevanti, per quanto ce ne possa eventualmente dispiacere, non sono quelli. Così come chiunque sia “intris[o] di una cultura classica che viene insegnata a scuola” è, in linea di principio, intriso di menzogna e ottimamente predisposto a credere alle menzogne diffuse dall’autorità religiosa e statale. E questo non per colpa dei testi “classici” in sé, che da questo punto di vista non hanno né meriti né colpe, ma per il loro passaggio attraverso la scuola che, dopo attenta scelta, ne fa dei bizzarri modelli atemporali, sorta di eunuchi culturali preposti all’evirazione degli educandi.

(Fortuna che ci sono altri canali: quelli normalmente aborriti dai pedagoghi, ma in grado di accendere gli immaginari.)

Impressionato dal crollo del regime precedente, l’autocrate inquadrò la società russa in una struttura rigidamente controllata. La polizia segreta, il “Terzo Reparto”, creò una vasta rete di spie ed informatori. Il governo esercitò la censura sulle pubblicazioni e su tutti gli aspetti della vita pubblica. Mantenne anche stretti controlli sul sistema educativo. Il ministero dell’educazione concepì un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo …” Ma no! Di nuovo Nicola I! Ci deve essere sotto qualcosa. Fate come se non aveste letto e andiamo avanti.

Cioè, non mi resta che concludere: capisco benissimo che i russi ci guardino con compassione. In fondo è lo stesso sguardo con cui ci guarderebbe mio bisnonno, del quale si dice che avesse imparato a leggere da solo e fosse in grado di leggere il giornale, ma non sapeva scrivere. E che però, forse proprio perché gli mancò l’esperienza della scuola, era un individualista, uno spirito critico, e molto meno incline dei russi a bersi qualsiasi nazionalistica scemenza.

Quindi forse no, forse neanche lui sarebbe tanto indietro da guardarci così.

8 pensieri riguardo “UNA QUESTIONE CULTURALE”

  1. Insomma, un totale copia/incolla del pensiero zarista, accipicchia!!! Allora non è tutta farina del sacco di Putin! Chi l’avrebbe mai detto? 😉
    Certo che la repressione di coloro che contestano l’attuale regime o che cominciano a pensarla diversamente sta raggiungendo livelli sempre più inquietanti, peggio che ai tempi dello zar Nicola I; è infatti notizia di questi giorni che diversi magnati russi si sono tolti la vita. Pensa un po’ che bizzarra, questa cosa, cara Elena… all’improvviso, forse per colpa di un virus sconosciuto (si sa mai, ormai questi circolano con prepotenza ovunque!), nel giro di solo tre mesi sei oligarchi russi si sono suicidati dopo aver massacrato l’intera famiglia. Difficile però pensare che tutti questi suicidi/omicidi siano dipesi solo dai problemi economici causati dalle sanzioni occidentali. La faccenda puzza non poco, oserei aggiungere.

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    1. Sai com’è, la Russia è anche l’unico paese al mondo in cui la gente riesce a suicidarsi gettandosi da una finestra al pianterreno. Ma quello che fa più impressione è che quando si accusano i servizi segreti di aver tentato di avvelenare Navalny, o la magistratura di tenerlo in galera con dei pretesti, loro, sempre che si prendano la briga di rispondere, dicono che non è vero e la cosa finisce lì. Questo è grave perché svuota i concetti di vero e falso, di verificabilità e falsificabilità, e ne fa semplicemente delle variabili di quello che dice il governo: una cosa è vera se il governo dice che è vera e è falsa se il governo dice che è falsa. Qui siamo molto oltre Nicola I, siamo già a Orwell e al Ministero della Verità. Infatti Putin fa chiudere le organizzazioni che indagano sul passato (sovietico). In altre parole: è il governo (il Partito, il Grande Fratello) che decide e ridisegna perfino il passato. E guai a parlare di guerra con l’Ucraina (peraltro impossibile perché l’Ucraina come stato autonomo e indipendente non esiste, è un puro abbaglio dovuto ai fuochi fatui della propaganda occidentale). Non capisco come i putiniani nostrani non vedano queste cose o le considerino trascurabili.

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  2. A parte i soliti cospirazionisti fuori di testa, quelli che arrivano al punto di affermare che le immagini delle città ucraine devastate dai bombardamenti sono solamente una messinscena, credo che in molte altre persone agisca in sordina un’avversione (radicata e radicale) alla Nato e agli Stati Uniti, che poi fa da miccia ad ogni tipo di esternazione. Eppure, quando si critica l’allargamento a est della Nato, come si fa a non vedere, allo stesso tempo, anche l’espansionismo imperialista di Putin? come si fa a glissare sulla Cecenia, la Georgia, la Crimea, l’intervento in Siria, e come si fa a non allarmarsi davanti all’invasione dell’Ucraina oggi e della Moldavia domani? Pare incredibile, ma oggi c’è della gente che vede (e teme) solo l’espansionismo della Nato. Che pure ci sarà, non dico di no, ma da qui a giustificare con tale pretesto le azioni criminose di Putin, insomma, ce ne corre …. E comunque, tutti i Paesi “annessi” al blocco Nato non sono di certo stati costretti, sono loro che hanno voluto farne parte. Probabilmente, anzi sicuramente per non finire nelle fauci di un neozarista incompatibile con qualsiasi forma di governo democratico.

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    1. Cara, tu sei ingenua 🙂 : i Paesi “annessi” al blocco Nato credono di essere loro che hanno voluto farne parte. In realtà sono vittime della propaganda USA, quando non dei loro criminali governanti venduti agli USA. Mentre nei russi, popolo e governanti, albergano verità, sincerità e buona fede.
      Ma cosa vuoi, leggo stamattina la seguente presa di posizione su Putin, da un’intervista a Canfora, qui: https://www.ilriformista.it/la-sinistra-e-leuropa-non-esistono-putin-dittatore-anche-garibaldi-fece-lo-stesso-a-napoli-intervista-a-luciano-canfora-296209/ ):
      “E sull’uso del termine ‘dittatore’ per definire Putin Canfora dice: «Per ora è il presidente della Federazione russa», chiamarlo dittatore implica invece un ‘giudizio etico’ “.
      Fa bene Canfora a dire: “per ora”. Anche Hitler cominciò come legalissimo Cancelliere del Reich della Repubblica di Weimar – titolo che mantenne comunque fino alla fine.

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      1. Roba da matti! Mi sembra il discorso di uno che cerca di arrampicarsi sugli specchi. Eppure l’evidenza dei fatti è ormai sotto gli occhi di tutti, inutile girarci tanto intorno.
        p.s. … mi avvalgo allora del diritto di esprimere un ‘giudizio etico’ e di definirlo un dittatore; del resto, finché rimango in Italia non possono arrestarmi, torturami o fami fuori con il Novichok.

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  3. Segnalazione:

    Articolo di David Rossi su Nikolai Platonovich Patrushev, qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/06/10/patrushev-le-parole-e-i-deliri-del-falco-di-putin-il-covid-creato-dagli-usa-la-teoria-del-nuovo-patriota-le-prossime-guerre-analisi/6620274/
    (Da leggere assolutamente tutto.)

    [Secondo Patrushev] è urgente gettare una cappa d’ideologia nazionalista sulla Nazione ed evitare “l’interpretazione arbitraria da parte dei singoli insegnanti della storia mondiale e nazionale, che mina l’autorità del nostro paese”. A questo scopo, bisogna fare leva sui dirigenti delle istituzioni educative, come controllori dell’uniformità dell’insegnamento, ritenendoli “responsabili” se i giovani non vengono indottrinati sull’eroismo del popolo russo e sovietico durante le grandi guerre degli ultimi due secoli e se non facilitano “la rinascita delle tradizioni storiche, nonché la protezione dei tradizionali valori spirituali e morali russi”. Per raggiungere l’obiettivo “è necessario un approccio sistematico all’educazione. C’è bisogno di attuare il programma statale in questo campo in tutte le fasi della maturazione di una persona e della sua formazione come cittadino”. Se non è la visione di uno Stato etico… Patrushev non si limita a puntare la scuola: l’indottrinamento del futuro “patriota russo” richiede un forte investimento pubblico perché lo Stato crei “opere letterarie e d’arte, film e programmi televisivi volti a preservare la memoria storica, instillare orgoglio nel nostro Paese e formare una società civile matura, chiaramente consapevole della responsabilità del suo sviluppo e della sua prosperità”.

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