RIFLESSIONI SPARSE SUL MULTIPOLARISMO.

[Mentre cercavo un’immagine per questo post (poi ci ho rinunciato) sono capitata su una quantità di siti che spiegano, a vari livelli di raffinatezza concettuale, cos’è il multipolarismo. Ciò che accomuna questi siti, piuttosto variegati, è il desiderio, presentato come necessità, di superare l’idea che la cultura dell’Occidente sia “migliore”, o più avanzata, rispetto a tutte (?) le altre; di superare l’idea, in particolare, che le libertà liberali e i diritti umani siano dei valori universali. Al contrario, la cultura dell’Occidente e il suo assunto di base politico-filosofico: la libertà da indebite costrizioni “collettivizzanti” (libertà dell’individuo dalle tirannie politiche e culturali, emancipazione dello stato nazionale dall’impero), sarebbero un residuo anacronistico dell’evo moderno e il nemico da combattere. Il motto di uno di questi siti è: Carthago delenda est. Carthago siamo noi (significativo comunque che il motto sia latino), e chi si incarica di distruggere Cartagine è la Terza Roma: Mosca.

Il mondo cambia e non sarò io a dire di no; anzi, io sono per un mondo che cambia, per questo non mi piacciono le culture tradizionaliste e immobiliste, fideistiche o sciamaniche che siano; come non mi piacciono le nostalgie e i cambiamenti all’indietro. Penso anche che la cultura dell’Occidente sia “più avanzata” di altre in un senso molto preciso e non necessariamente beatificante, di sicuro però “chiarificante”: è una cultura critica, che discute sui suoi presupposti, che li problematizza, che, discutendoli e problematizzandoli, è effettivamente in grado di avanzare. In avanti e non all’indietro. Essere capaci di discutere i propri presupposti significa essere capaci di riflessione. La riflessione – in questo senso di disamina critica di se stessi – è una caratteristica occidentale. Altre culture non ne sono capaci o la rifiutano a limine. Inoltre – e non è secondario – la possibilità per “entità” non-occidentali di entrare in qualche tipo di reale confronto con l’Occidente dipende dalla loro capacità più o meno sviluppata di acquisire precisamente ciò che ha “fatto” l’Occidente: la tecnica. Possiamo dolercene, ma non possiamo far finta che non sia così. Chiusa la parentesi.]

Come ci si sente a essere europei – e, precisiamo, europei italiani, cioè appartenenti a una nazione che, se ha qualche diritto a rivendicare un passato culturale glorioso, non può vantare nessun passato (né presente) politicamente glorioso, anzi, a parte qualche breve parentesi, tutti piuttosto vergognosi? Come ci si sente a far parte di una nazione che ha fatto la guerra dalla parte sbagliata, l’ha persa, e ospita attualmente ca. 111 basi Nato sul suo territorio? Ha ancora senso parlare di “suo territorio”? Come ci si sente a far parte di una nazione in cui un pilota militare USA trancia per diporto il cavo di una funivia, ammazza venti persone e se ne torna a casa impunito (ma dopo lunghe trattative gli USA ci smollano la terrorista Silvia Baraldini – grande prova di forza dello Stato italiano)? E lasciamo stare tutto il resto. Lasciamo stare i malanni nostri di cui gli americani non sono responsabili. Come ci si sente a essere italiani? Male, ci si sente.

Gli italiani sono servi degli americani, diceva, con disprezzo ma non senza qualche ragione, Aleksandra Gavrilova (qui). Io preferivo considerarmi cittadina della provincia di un impero che non mi dispiaceva; e mi congratulavo con me stessa che gli italiani non fossero finiti invece a fare i servi dei russi.

Provincia di un impero mi andava bene; non però il provincialismo italiano; né le sue moribonde radici contadine. Mi è sempre piaciuta l’idea di Europa, il superamento delle particolarità nazionali in qualcosa di più vasto, spontaneamente affine e simpatetico fra le parti; trovavo le poche lingue europee che conosco, e ciò che in esse era stato scritto nel tempo, di una bellezza e di una verità stupefacenti. E infatti l’Europa aveva il vantaggio di essere una Provincia che per cultura superava il centro dell’Impero (Graecia victa ecc.).

Poi naturalmente anche questo è andato. Il romanzo americano ha soppiantato il romanzo francese, del cinema non parliamo neanche, al netto di quelle che possiamo chiamare tonalità regionali l’amalgama è pressoché lo stesso sulle due sponde dell’Atlantico. Giusto così, i prodotti locali vanno bene nella ristorazione, meno bene in altri ambiti. La nostra specialità, la riflessione, rimaneva garantita e le si aprivano nuovi orizzonti.

Nel frattempo era caduto il Muro di Berlino – questo monumento all’ipocrisia comunista; L’Unione Sovietica era crollata come un castello di carte, sembravamo avviati alla pax augustea.

Si sa che nulla dura a questo mondo. Un idiota tira giù le Torri Gemelle, gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan, nel decennio che segue invece di riaffermare la propria credibilità la perdono a una rapidità sorprendente; un mostro mai visto prima, la Cina, solleva il crapone asiatico: addio pax augustea, unipolarità, e presunta funzione-guida dell’Occidente.

Non dall’oggi al domani però. Se i russi non ci sparano un’atomica nei prossimi giorni – cosa sempre possibile – il declino dell’Occidente non sarà fulmineo come il crollo dell’Unione Sovietica, e a differenza di quello, che si consumò in una nube di polvere grigia, potrebbe avere i suoi splendori. Ma ammesso anche che declino sia, e rapido, perché si dovrebbe avere qualcosa contro la multipolarità? Suona bene, suona allegro e pluralistico, suona colorato come un tappeto etnico. Intravedo qualche difficoltà di incastro là dove si arrivi alla sovrapposizione di poli molto disomogenei, come è il caso per l’immigrazione islamica in Europa; ma forse nella multipolarità l’Occidente non è nemmeno più previsto come polo fra gli altri; così, per rimanere all’islam, non ci sarà nemmeno più nessuno che si preoccupa della sorte dei musulmani uiguri in Cina, dal momento che chi se ne preoccupa attualmente non è certo il mondo islamico bensì l’Occidente.

Attenzione però, perché la multipolarità ancora non è ben definita. Lo spiega bene in un pacato articolo Alexander Dugin, qui. Mi limiterò a citare integralmente il punto 6:

6. La multipolarità non è né riducibile alla non polarità né al multilateralismo, perché non affida il centro del processo decisionale (il polo) né ad un governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei loro alleati democratici (“l’Occidente”), né al livello delle reti sub-statali, organizzazioni non governative e altre entità della società civile. Un polo del processo decisionale deve essere localizzato da qualche altra parte. 

È l’ultima frase che mi inquieta. Quel “da qualche altra parte”. Perché se “da qualche altra parte” è dove intende Alexander Dugin nelle sue più recenti esternazioni, allora mi dispiace, preferisco andare a morire con l’Occidente. E chissà che, come quel barbaro che giunto davanti a Ravenna abbandonò i compagni e si unì ai difensori della città, qualcuno fra i nuovi barbari non rimanga folgorato dalla bellezza di un McDonald’s e capisca che può valere la pena di morire per essa.

2 pensieri riguardo “RIFLESSIONI SPARSE SUL MULTIPOLARISMO.”

  1. “Il motto di uno di questi siti è: Carthago delenda est. Carthago siamo noi (significativo comunque che il motto sia latino), e chi si incarica di distruggere Cartagine è la Terza Roma: Mosca.” Inquietante.

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    1. Credo che sia il sito, o uno dei siti, di Alexander Dugin, in versione russa e italiana, consultabile all’indirizzo: geopolitica.ru
      Secondo me lui personalmente è pazzo tronco, ma la cosa inquietante è l’interesse che suscita fuori dalla Russia, e in particolare in Italia, negli ambienti populisti, neofascisti e in generale euroscettici. Ad esempio qualche giorno fa è uscita su “La Verità”, debitamente strombazzata sui social, un’intervista che gli fa Francesco Borgonovo. Così, per concludere, Borgonovo e sodali finiscono a far parte di quelle “schiere di «utili idioti» convinti che, servendo acriticamente la causa della Russia, si stiano servendo le proprie idee e la propria patria.” (Dario Citati, Mille e un’Eurasia. Immaginario e realtà nella geopolitica russa, in: Limes 2/2022, p.245)

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