CECI N’EST PAS UNE INVASION

Ceci n’est pas une invasion

Si continua a sostenere, da parte russa, che l’operazione militare speciale in Ucraina non è un’invasione. L’abbiamo sentito l’altro giorno da Lavrov e ieri di nuovo da Aleksandr Dugin, il filosofo (?) di riferimento di Putin che Luigi Mascheroni ha intervistato per il Giornale (qui). L’intervista – o almeno la parte che ho potuto leggerne su il Giornale.it – non dice gran che di nuovo, a parte chiarire bene l’obiettivo putiniano della Grande Russia, e affermare che è condiviso dalla sostanziale totalità del popolo russo. E su questo credo che abbia ragione. La speranza, a cui si è dato voce da più parti, che Putin sia più o meno metaforicamente fatto fuori dai suoi, mi sembra al momento del tutto infondata. Mi auguro di sbagliarmi, ma temo di no. Vorrei però citare quello che Dugin individua come il primo dei due obiettivi di Putin (il secondo è “cambiare il regime politico a Kiev per fare ritornare l’Ucraina nella sfera politica, militare e strategica russa” – papale papale, alla faccia dei pacifisti nostrani che non hanno vergogna di parlare di “neutralità e demilitarizzazione” dell’Ucraina come se davvero ci potesse essere in ciò qualcosa di neutro). Ma veniamo al primo obiettivo:

È un'operazione militare. Putin ha spiegato molto bene gli scopi, che sono due. Primo: denazificare un Paese il cui governo ha non solo tollerato ma appoggiato i gruppi neonazisti per dare forza a una identità nazionalista ucraina basata sull'odio contro i russi. Una identità artificiale creata attraverso una ideologia che l'Occidente ha finto di non vedere perché odiare i russi è più importante che odiare i nazisti.
  1. Un russo (nella fattispecie Dugin/Putin) che parla di denazificare, non importa quale paese e non importa con quanta ragione, mi sembra il bue che dà del cornuto all’asino.
  2. Che l’identità “nazionalista” ucraina sia un’identità artificiale basata sull’odio contro i russi è un’affermazione di Dugin. Ma qualora davvero, già prima dell’invasione, ci fosse stato quell’odio, forse dovremmo chiederci il perché. E invaderla non mi sembra il modo migliore per farsi amare. Se Putin vuole l’Ucraina, dovrebbe rendere l’appartenenza alla Russia un obiettivo allettante; altrimenti è il solito discorso, quello che fanno in Italia i vari Diego Fusaro: so io qual è il tuo bene, e se tu non vuoi farlo te lo faccio fare lo stesso; il discorso che gli “illuminati” fanno agli eterni minori: il pastore al gregge, il dittatore alla nazione, il fanatico a tutti.
  3. Ma il punto che mi interessa viene adesso: secondo Dugin, per l’Occidente odiare i russi è più importante che odiare i nazisti. Ora, prima delle smanie di grandezza di Putin, in Occidente nessuno “odiava” i russi. E nessuno li odiava per il semplice motivo che nessuno se li cagava. Ma questo i russi proprio non lo sopportano. Non ci si abitua tanto presto a non fare più paura. Inoltre – ed è il punto più importante – i russi desiderano l’odio dell’Occidente; ne hanno bisogno per costruire la loro identità. I russi si definiscono come l’antagonista europeo (?) dell’Occidente; se gli viene a mancare il (supposto) odio dell’Occidente non sanno neanche più chi sono; è l’esistenza dell’Occidente – razionalista e individualista – che dà corpo, per opposizione, al grande progetto dughiniano (e putiniano) dell’Eurasia; di cui naturalmente la Russia sarà l’anima e la guida; il resto (in primis i paesi islamici) si accorperà per sostanziale compatibilità di intenti; né il patriarca Kirill avrà alcunché da obiettare. E con ciò passiamo alla seconda parte di queste riflessioni.

Sarò sincera: io di questo Dugin sapevo poco o niente. L’avevo incontrato nel libro-biografia di Carrère: Limonov, perché con Limonov Dugin fonda nel 1993 il Partito Nazional-Bolscevico (ricordiamo en passant che per Limonov – e non a torto – secondo dice il documentatissimo Carrère la grandezza della Russia sovietica consisteva sostanzialmente nel “far paura a «quei coglioni imbelli degli Occidentali»”).

Ho consultato Wikipedia, che non sarà il massimo ma dà un’idea, e sono inorridita. Consiglio la lettura completa (qui); per fare un sunto, diciamo che questo Dugin, filosofo fascista dunque la denazificazione dovrebbe cominciare da lui, è un grande sincretista; sincretizza, fra gli altri, Heidegger e Julius Evola – non che debba essere stato particolarmente difficile -, ha la fissa dell’identità etnica, “teorizza la possibilità di una riorganizzazione della società nell’antica tripartizione di sacerdoti, guerrieri e contadini, affinché il Cielo riconquisti la Terra“, sguazza nell’esoterismo, giostra con simboli e archetipi, per esempio le forze ctonie: “Cibele, la Terra, la madre e la materialità, titanica, ctonica e caotica, che è assenza di ogni principio maschile, apollineo, celestiale“, che “cerca perennemente con i suoi Titani di distruggere l’ordine del Cielo e di creare un mondo che va «dal basso verso l’alto»“, e non, come dovrebbe, dall’alto (Apollo, spirito) verso il basso. “La società occidentale liberale moderna alimentata dalla tecnoscienza è per Dugin, escatologicamente, l’attacco finale della Grande Madre che tutto divora e dei suoi rappresentanti a ciò che resta dell’ordine celestiale. Attenzione, femministe: se a sentir parlare di Grande Madre avevate drizzato le orecchie, sappiate che nella futura Eurasia non c’è posto per voi – d’altra parte in una società “di sacerdoti, guerrieri e contadini” non vedo un grande ruolo per le donne, se non quello della “base in cui il Logos celeste si può incarnare” – il Logos celeste maschile, è chiaro. Ma se invece vi attira un futuro detecnologizzato – fuorché per gli strumenti bellici, s’intende – in cui le donne tessono tappeti secondo l’antica sapienza femminile ereditata dalle trisavole, allora avete trovato il vostro uomo.

Occhio però perché il nostro filosofo è anti-lunare e anti-mestruale. Si bea dei raggi dell’attualmente iper-solare Putin: iper-solare da quando ha rifiutato ogni compromesso con l’Occidente e si è posto risolutamente sotto “il sole dello svastika eterno“. Da paura questo Dugin. Antimoderno, irrazionale, primitivo, fanatico. Io non lo trovo folle: lo trovo spaventoso. Pericoloso. La Russia si sente minacciata? Davvero non ha motivo. Siamo noi che siamo circondati. Ed è un bene – poiché, a parte tutto, è sempre bene sapere le cose – che “quei coglioni imbelli degli Occidentali” se ne rendano conto.

Il simbolo del Partito nazional bolscevico e, nel riquadro, Dugin

(Se dopo questa lettura volete riprendervi con qualcosa di biecamente razionale, consiglio l’intervista a Alexander Stubb, qui).

6 pensieri riguardo “CECI N’EST PAS UNE INVASION”

  1. Davvero inquietante questo Dugin, avrei potuto dire un mese fa. Adesso è tutto drammaticamente esploso e la frenesia imperialista di Putin e sodali non sappiamo quando e come si fermerà. Di certo non si placherà, dobbiamo solo sperare che riesca a fermarsi contro qualcosa.

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    1. Speriamo. La guerra lampo non gli è riuscita, per prendere Kiev dovrebbe raderla al suolo e questo nuocerebbe alla sua immagine: Kiev non è Aleppo o Groznyj.
      Pare che adesso ci saranno i negoziati seri, e bisogna vedere quanto L’Ucraina riuscirà a conservare della sua indipendenza, sia territoriale che di sostanza.
      Ma quello che trovo soprattutto preoccupante è la radicale scelta antimoderna di un’intera nazione, la Russia, che vuole mantenersi in fondo rurale e ancestrale, ma con l’arsenale atomico e le tecnologie (militari, perché economicamente sono insignificanti) atti a inglobare i territori che, unilateralmente, considera suoi. E qualcuno faceva notare che storicamente l’Impero Russo ha continuato nei secoli a ingrandirsi – veramente a dismisura – invadendo e occupando quello che gli stava attorno dal Pacifico al Mediterraneo.
      Questi dughiniani, con il loro odio dell’individuale e la loro adorazione dell’anima collettiva, mi fanno venire in mente i Borg di Star Trek. Speriamo nel Capitano Kirk.

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      1. Non capirò niente di geopolitica, come il 99,99% delle persone, ma da quel che Putin e amici dicono e purtroppo fanno, è chiaro che dopo l’Ucraina ciò che gli imperialisti russi sentiranno come proprio saranno prima la Moldovia, poi la Georgia, poi le repubbliche baltiche, poi le altre repubbliche caucasiche, poi il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Turkmenistan e il Kirghizistan. La Bielorussia può continuare a esistere come adesso, con un Lukashenko che, in cambio del potere assoluto in casa propria, offre i suoi servigi e la sua fedeltà a Putin.

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      2. Dopo di che, dal momento che la Grande Russia non ha le basi né culturali né economiche per essere qualcos’altro, diventerà, come ha detto non ricordo più chi, il satellite petrolchimico della Cina. E perderà, ancor più di quanto l’abbia già persa, ogni rilevante identità. Fortunatamente, loro non se ne accorgeranno neanche, perché potranno sempre specchiarsi nel loro esercito e nella loro marina che sono, come afferma il ministro della difesa Shojgu, le fondamenta su cui poggia la nazione.

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  2. Mi ritrovo quando scrivi che da giorni pensi solo alla guerra ma permettimi di glissare. Off topic: in realtà voglio dirti che ho letto oggi l’aggiornamento al tuo “about” e mi sono divertito molto, a tal punto da osare una diagnosi: il tuo scrivere è efficace, oltre che per la sapienza che ne forma la base, per la tua vis e il tuo animus. Non chiedermi di spiegarmi, per favore.

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