L’UCRAINA E LA FILOSOFIA. I maestri del sospetto

Circa a metà del secolo scorso Paul Ricoeur coniò per Marx, Nietzsche e Freud l’espressione “maestri del sospetto”, nel senso che ci avevano insegnato a guardare oltre le apparenze (a sospettarne, appunto) alla ricerca di una verità più vera anche se a prima vista difficilmente accettabile o paradossale. Il termine ha avuto successo, ma un successo ancora più grande l’ha avuto l’atteggiamento, che dalle cautele proprie e già da sempre attive della disamina e della riflessione è passato alla negazione senza se e senza ma di ciò che è evidente, per la sola ragione che è evidente. E quindi (sospetto) dev’essere senz’altro falso. Ci deve essere qualcosa sotto che me lo capovolge nel suo contrario. Un passatempo appassionante come il sudoku, ma non così difficile. Alla portata di tutti. Naturalmente a monte di questo passatempo popolare ci sono, a permetterlo, i padri nobili della dissoluzione delle cose nel discorso. Una dissoluzione senza residui. Secondo questi noi non abbiamo accesso alle cose, e men che meno alle cose come stanno. Noi ci muoviamo sempre già all’interno di un discorso: del discorso che nei vari momenti della storia si trova a essere via via egemone (come si passi da un’egemonia alla successiva non è chiaro). Senza voler noi banalizzare la filosofia del discorso che sicuramente ha diverse cose dalla sua, siamo però costretti a prendere atto di una forma banalizzata e molto popolare che, una volta che si sia scelto il discorso che più si confà alla nostra indole individuale, permette di incorporarvi senza difficoltà e senza sforzo qualsiasi fenomeno (e sottolineo: qualsiasi fenomeno), compresi quelli che con ogni evidenza la contraddicono. La narrazione scelta come fiaba della buonanotte ingloba tutto, e senza nemmeno bisogno di digerirlo lo risputa immediatamente in forma stravolta ma consonante. Così ad esempio l’invasione di una nazione sovrana e indipendente, senza motivi degni di nota, attuata all’unico scopo di ricostituire un Impero perduto (manovra a cui l’Europa ha già assistito in forma pressoché identica e con i medesimi scopi e motivazioni alla vigilia della seconda guerra mondiale) viene narrata come la reazione a un genocidio inesistente e a atteggiamenti aggressivi ancor più inesistenti, di modo che l’aggressore diventa la vittima e l’aggredito il colpevole. In un ribaltamento dialettico da manuale.

Come dice però il mio filosofo di riferimento, sarebbe ora di tener presente che sì, le cose non sono semplicemente come sembrano e devono essere debitamente indagate; tuttavia è innegabile che, alla fine, esse sono più come sembrano che come non sembrano. O, espresso in termini leggermente più filosofici, le cose tendono a essere più come appaiono, che come non appaiono.

7 pensieri riguardo “L’UCRAINA E LA FILOSOFIA. I maestri del sospetto”

  1. È una tragedia culturale, psicologica, sociale. In questi mesi sto assistendo alla radicalizzazione di tanti no vax che, abbracciata la teoria del complotto di Big Pharma, adesso sono passati a sostenere Putin e domani passeranno a negare il surriscaldamento globale. Purtroppo viene da pensare che la gestione del Greenpass non sia stata ottimale e abbia spinto troppe persone in una realtà alternativa dalla quale faranno fatica a uscire perché è bello sentirsi tra i pochi che sanno, i duri senza paura, i figli della luce, quelli che pensano, i leoni e non le pecore.

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    1. Bellissimo commento, che coglie il punto. E’ veramente “una tragedia culturale, psicologica, sociale”.
      Sul Greenpass non so che dire: avendo sempre considerato il vaccino una cosa positiva per il singolo e necessaria per la collettività, faccio fatica a entrare nella testa di chi lo vede come un pericolo o un’inaccettabile limitazione della propria libertà. Credo che la gestione del Greenpass in Italia sia dipesa dal fatto che l’Italia, a differenza di altre nazioni europee, non può assolutamente permettersi una escalation del contagio, soprattutto grave, oltre certi limiti. Già così abbiamo sforato un po’ dappertutto, e c’è da sperare che le future politiche sanitarie tengano conto dell’esperienza. Non so invece immaginare politiche, praticabili in uno stato di diritto, che possano contrastare la tendenza a sentirsi “figli della luce”. Dovrebbero essere politiche scolastiche, in primo luogo, e sai quanto gliene frega ai governi italiani delle (buone) politiche scolastiche.
      (By the way, hai dato un’occhiata al “quizzettone” del prossimo concorso ordinario per abilitazione e cattedre? Gli esempi che si trovano per la classe di concorso “filosofia e storia” sono aberranti, leggere per credere.)

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      1. Neanch’io saprei pensare a una soluzione diversa dal Greenpass per spingere quante più persone possibile a vaccinarsi. Anzi, di fatto, in molti casi – per esempio in quello degli insegnanti – si è trattato di vero e proprio obbligo, che io condivido. Se però si è dubbiosi, timorosi, ostili al vaccino, capisco che l’obbligo non piaccia per niente. Che fare allora? Sull’obbligo per molte categorie rimango d’accordo, ma in alcuni casi la sensazione dell’accanimento sui renitenti e del paternalismo di stato è forte. Per esempio l’obbligo di mascherina all’aperto è una misura a dir poco vessatoria ed esasperante (almeno per molti: io che sono vaccinassimo, con moglie e figli vaccinatissimi e che raccomando a tutti di vaccinarsi, ho patito enormemente l’obbligo di mascherina all’aperto, tanto più che, a meno che non si sia al mercato, è inutile), il divieto di entrare dal tabacchino o in altri luoghi è di nuovo una bizzarria che sembrerebbe ridicola, ma che, di nuovo, mi sembra crudele.
        Detto questo, continuo, come te, a chiedermi che cosa si sarebbe potuto fare di diverso. Sicuramente un maggior lavoro a livello di medicina di base, perché i medici di famiglia secondo me non hanno in molti casi fatto quel che dovevano a livello di informazione e orientamento dei cittadini; ma davvero potevano? Ne avevano le forze e il numero?

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      2. Il capitolo medico di famiglia è uno di quelli che (dicono) andrebbero rivisti in previsione delle prossime pandemie e crisi sanitarie in genere. Io non ne so molto. Non ho avuto (finora) il Covid e non ho mai contattato il mio medico di famiglia (nuovo, oltretutto) per Covid. Anche perché non ho mai avuto dubbi sul vaccino. Il medico precedente (poi purtroppo si è trasferito) è sempre stato molto chiaro sulle vaccinazioni in genere: i vaccini si fanno. Punto. Certo di medici contrari ce ne sono stati e ce ne sono. Mi chiedo però su quali basi, dal momento che il medico generico è, appunto, generico…

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      3. Butto lì un’idea, che poi non è neppure mia, perché mi rendo conto che prende spunto da idee e informazioni apprese da varie parti.
        I medici di famiglia, via via che si aprivano le vaccinazioni per le varie fasce di età, professione e rischio, avrebbero dovuto contattare tutti i loro pazienti e avere sotto controllo la situazione vaccinale (questo più o meno fin da gennaio/febbraio 2021). Passati alcuni mesi, secondo passaggio al setaccio (non mi viene al momento una traduzione per screening) per fare il punto sui dubbiosi (facciamo a giugno 2021). Passata l’estate terzo passaggio e poi ulteriore passaggio dopo due mesi. Certo, i medici sono già carichi di lavoro, ma di fondi ne sono arrivati parecchi e qualche soldo in meno alle spese militari e qualche soldo in più o come incentivo ai medici, o per affiancare loro del personale, anche temporaneo, precario, purché non analfabeta, per contattare e ottenere notizie non mi sembra un’idea fantascientifica. D’altra parte i medici di base hanno un compito anche di educazione alla salute.

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      4. Sì, mi pare che sarebbe stata una buona strategia, soprattutto per la zona grigia degli indecisi. Speriamo che le esperienze negative abbiano effetto didattico per il futuro

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