FENOMENOLOGIA DI UN PRIVATGELEHRTER

La figura del Privatgelehrter, dello “studioso privato”, cioè non inserito in un’accademia, istituto, o altro ente scientifico organizzato (e generalmente pubblico), è una figura quasi scomparsa. Ebbe notevole fortuna nel XIX secolo ma declinò a partire dagli anni ’30 del XX, in parte in seguito a modifiche e sviluppi dell’accademia, ma soprattutto perché la conditio sine qua non del Privatgelehrter è il possesso di una solida fortuna personale che gli permetta di passare la vita a fare ricerca senza cavarne sostanzialmente un ghello. Per fare qualche esempio, Schopenhauer fu Privatgelehrter, ma lo è anche il protagonista del romanzo Autodafé (Die Blendung) di Elias Canetti; e in tempi più recenti lo fu, almeno fino a quando non gli assegnarono una laurea h.c. e una cattedra, il nostro Furio Jesi. Aggiungiamo, per completezza, che se si focalizza piuttosto l’estraneità all’accademia che non l’indipendenza economica, anche Marx e Benjamin furono (poveri) Privatgelehrte; tuttavia l’idea classica dello “studioso privato” implica una larga autonomia economica che permetta di dedicarsi agli “otia“.

Privatgelehrter: specie, dicevamo, quasi estinta. Almeno un esemplare tuttavia sopravvive in Italia nella persona di Pierluigi Fagan. Come dice egli stesso nella sezione ABOUT del suo blog di indubbio spessore: Pierluigi Fagan. Complessità, ventitré anni di lavoro come professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione gli hanno permesso di ammassare una fortuna sufficiente a vivere ormai da studioso non retribuito. Studioso di cosa, precisamente? Della complessità. Stante la complessità del suo campo di studi, campo che possiamo tranquillamente definire totale, Pierluigi Fagan ha dovuto dotarsi di competenze estremamente variegate, acquisite, come dice egli stesso, mediante “lettura e studio di testi, i principali delle principali discipline – dalla fisica alla metafisica“. Lettura integrale e diretta: dritto alle fonti. Un metodo che a me piace molto e che non si può che raccomandare, soprattutto se lo si applica con la costanza e la radicalità di Fagan, il quale ci informa che “ad, oggi e riferendomi solo a questi ultimi quindici anni, i saggi affrontati sono più di mille (ma qualcun’altro [sic] l’ho letto anche nei miei primi quarantacinque anni), dalla fisica alla metafisica, circa 70 l’anno, più di uno a settimana, tutte le settimane dell’anno, da quindici anni“. La comunicazione ha qualcosa di piacevolmente ingenuo, ma insomma: chapeau. Poiché però io sono un’insegnante in pensione – un’insegnante che, non avendo ammassato alcuna fortuna in trentasette anni di lavoro, gode soltanto ora, da pensionata acciaccata, di una piena disposizione del suo tempo, tempo che peraltro sfrutta in misura minima, essendo una persona che si distrae continuamente e la cui unica abilità consiste nel perdere tempo – da insegnante in pensione tuttavia so con certezza che il punto non è cosa e quanto si legge, ma cosa e quanto si capisce. Fagan è senz’altro una persona intelligente, su questo non c’è dubbio; tuttavia mi chiedo: chi certifica che il suo essere uno “studioso” indichi non solo un’attività “privata” – un hobby in fondo – ma anche dei risultati? In altre parole: chi certificava in passato e dovrebbe certificare tuttora le competenze e il valore dello studioso privato, se non è l’accademia (il mondo scientifico), dal quale il Privatgelehrter per un motivo o per l’altro si distanzia e distingue? La risposta è: la chiara fama. Quali sono i titoli di Pierluigi Fagan alla chiara fama? Ne individuo un unico: Fagan “[fa] parte dello staff che organizza l’annuale Festival della Complessità“, festival ideato e organizzato da esponenti dell’accademia. Un solo reale titolo insomma, ma di un certo peso.

Al di là della passione personale per la materia, Fagan individua il proprio compito di studioso nel provvedere il più possibile il pubblico di strumenti atti a penetrare la complessità della realtà contemporanea e in particolare a vedere oltre il desolante appiattimento della stessa operato dagli organi di informazione: dai media dominanti e “accreditati”. Fornire strumenti atti a una valutazione autonoma e personale (cfr. il motto del suo blog) significa naturalmente che lo studioso deve astenersi dall’essere bellicosamente di parte, e offrire invece elementi rilevanti ai fini della valutazione, il più oggettivi e il più neutralmente proposti possibile. Ora, nella questione della guerra d’Ucraina Fagan sembra venir meno ai suoi stessi propositi. Nei diversi articoli del suo blog dedicati alla questione (è molto attivo anche su facebook, ma io non ci sono, quindi non so) premette generalmente in mezza riga che l’aggressione militare russa è senz’altro da condannare, ma poi per tutte le altre, numerosissime righe, espone unicamente gli infiniti torti dell’Ucraina e dei suoi sostenitori. Mostra in particolare un dente avvelenato, e un’acredine non proprio da studioso super partes, nei confronti del presidente Zelensky. Insomma, vorrebbe fare quello che, almeno a livello “scientifico”, non si schiera, invece si schiera eccome. E siccome mi schiero anch’io, ma dall’altra parte, ho cercato di esaminare un po’ più da vicino la fenomenologia del nostro studioso. L’ho fatto analizzando un’intervista concessa a Money.it, qui, nel corso della quale Fagan, col tono bonario e l’accento un po’ svaccato del vecchio nonno, dice cose realmente molto interessanti. Ai fini dell’analisi ho trovato particolarmente utile una porzione del video, dal minuto 3.10 al minuto 5.46 circa. È parte di un lunghissimo monologo in cui Fagan risponde all’intervistatore sulle possibilità/probabilità di una degenerazione nucleare. Qui sotto la trascrizione della parte che mi interessa:

E tra l’altro, a parte i contendenti, c’è sempre poi magari di mezzo qualcuno che ha interesse a far precipitare la situazione no, cioè, magari non è la Nato, magari non è neanche la Russia, forse non è neanche l’esercito ufficiale ucraino, però insomma in Ucraina si stanno muovendo anche diverse fazioni che vivono di guerra, vivono di armi, vivono di conflitto e vivono del nazionalismo antirusso revanscista; quindi sono quelli che in teoria potrebbero avere più interesse… Ricordo che la prima invasione fatta dai russi è la centrale di Chernobyl, però Chernobyl non funziona come centrale – non c’è più il reattore attivo. In realtà c’è il sarcofago con dentro il reattore che fonde e del terreno contaminato tutto intorno, quindi non esattamente il posto più desiderabile sulla faccia della terra, così, da sgomitare – anche perché hanno combattuto tre giorni con le truppe ucraine, quindi si capiva, si è capito poco perché questo obiettivo fosse così importante all’inizio e si è capito anche poco perché gli ucraini lo difendessero con tanta veemenza. Lì c’è qualcuno che ha sospettato che le accuse che avevano fatto i russi del fatto che gli ucraini si stavano preparando a confezionare le cosiddette bombe sporche, bombe a zaino, tattiche a raggio limitato, eh, potesse provenire da lì, visto che dai satelliti ovviamente e dai rilevatori la radioattività emerge di suo quindi non desta sospetti diciamo, no, mentre viceversa farlo dove le centrali funzionano poteva essere incauto perché comunque è un’attività che è meglio tenere segreta. Però sono tutte congetture, quindi non sappiamo se al momento è una guerra di parole, di accuse, un po’ tipo ragazzi “aaah... poi vengo lì t’ammazzo… maaa t’ammazzo io per primo…” eccetera eccetera, o se sotto ci sono piani e dei fatti, perché dall’altra parte c’è comunque il più grande arsenale nucleare del mondo, quindi uno può inizia’ pure con le tattiche, ma poi finisce presumibilmente… anche perché Putin l’ha detto, la sera prima di iniziare il conflitto, ha guardato in camera e ha detto: non vi impicciate altrimenti troverete delle conseguenze che non avete mai visto nella vostra storia...

Sono venti righe abbondanti di congetture – e infatti Fagan dice onestamente in conclusione: “Però sono tutte congetture” – , e però su cosa portano queste congetture? Cioè, in risposta alla domanda sulla possibilità/probabilità di un incidente nucleare, qual è il punto su cui Fagan punta il dito? Il punto è molto semplice ed è questo: il vero rischio di degenerazione nucleare non viene in realtà né dalla Nato, né dalla Russia, né dall’esercito regolare ucraino, ma dalle formazioni paramilitari ucraine, incontrollabili e dissennate, che potrebbero eventualmente impadronirsi delle bombe sporche eventualmente prodotte dagli ucraini a Chernobyl (o, aggiungiamo dopo più recenti informazioni di fonte ucraina, dei materiali necessari a fabbricarle – anche se pare che fabbricare una bomba tattica sporca, o bomba a zaino, non sia proprio una cosa così immediata). Cosa sappiamo – nel senso di sapere e non di congetturare -, a una settimana dall’intervista e dopo che i russi hanno abbandonato la centrale dismessa, della produzione ucraina di bombe sporche a Chernobyl? Assolutamente nulla. Se questa è la penetrazione della realtà a cui vuole portarci lo studioso, è una penetrazione che sfocia sul nulla, ma lascia dietro di sé una costruzione che è sì puramente congetturale, ma che comunicativamente – e l’esperto di marketing e comunicazione Fagan non può non saperlo – assume il peso di un fatto. E questo, per uno studioso, è un po’ sospetto.

Ma veniamo alla prima parte della congettura: le formazioni paramilitari ucraine. Su questo punto: che in realtà la situazione sia in mano a “bande armate“, o “bande di giovinastri armati” a cui vanno le armi fornite dai paesi occidentali, Fagan insiste molto anche nel resto dell’intervista. Poiché Zelensky – dice Fagan – ha dichiarato che intende armare la popolazione, non possiamo certo sapere in che mani finiscono le armi che inviamo. Questo è probabilmente vero, tuttavia la congettura di Fagan poggia essenzialmente su due “documenti”: una frase del presidente della CRI, e una comunicazione personale di amici suoi residenti a Odessa. Lo scenario delle “bande armate” dipinto da Fagan sembra attagliarsi piuttosto alla situazione ucraina del 2014; nel frattempo le cose, come il peso dell’esercito regolare, potrebbero essere un po’ cambiate. Non faccio fatica a immaginare che la situazione in Ucraina sia caotica e non penso affatto che i militari ucraini siano più corretti o moralmente migliori dei loro corrispettivi russi, né che i miliziani siano cavalieri senza macchia e senza paura che proteggono gli orfani e le vedove; però gli ucraini – militari, miliziani e popolazione – sono gli aggrediti, e questo a casa mia fa la differenza. (Sulle formazioni paramilitari negli stati dell’ex blocco sovietico, che a noi puzzano immediatamente di nazionalista e di fascista, consiglio la lettura di un articolo del Post, qui).

A Fagan tuttavia fa comodo incentrare il discorso sulle supposte bande armate “che vivono di guerra, vivono di armi, vivono di conflitto e vivono del nazionalismo antirusso revanscista” (e del revanscismo russo che diciamo?) perché quello che gli interessa è mettere l’Ucraina come stato di diritto fuori dal gioco. La sua tesi è che l’Ucraina non c’entra niente e che in realtà il conflitto è fra gli Stati Uniti e la Russia. Questa tesi, che Fagan vuole “silenziata” e estromessa dall’informazione mainstream, lo è tanto poco che io, con i miei limitatissimi mezzi di informazione, l’ho letta e sentita almeno tremila volte. E se al posto degli Stati Uniti mettiamo l’Occidente, è anche la mia. La differenza è nel peso e nell’importanza che si dà all’Occidente, ma soprattutto all’Ucraina come soggetto giuridico, storico e morale. Agli occhi di Fagan questa importanza è talmente nulla che egli, come del resto tutta la sua parte di opinione, vorrebbe che Zelensky facesse suo il (supposto) consiglio del premier israeliano Bennett e per salvare il suo popolo, la sua gente e la sua nazione (?!) smettesse di resistere all’invasore e si decidesse a trattare “seriamente”: cioè a rimetterci quasi tutto. La teoria si basa sull’ipotesi, sostanzialmente verosimile, che l’Ucraina non possa vincere contro la Russia, e che quindi accettare, anzi domandare l’aiuto “tecnico” dell’Occidente non possa che prolungare un’orrenda agonia e faccia soltanto il gioco degli Stati Uniti. Ora, se è verosimile che l’Ucraina, pur continuando a resistere, non possa vincere, è d’altro canto piuttosto sicuro che, più decisa è la resistenza, più l’eventuale sconfitta dell’Ucraina non sarà una vittoria per la Russia. Anzi. Il resto dipende esclusivamente dall’importanza che gli ucraini danno a se stessi e può essere deciso soltanto da loro.

A proposito della rilevanza degli ucraini: l’ultimo punto dell’intervista riguarda la, chiamiamola, guerra di propaganda di Zelensky: se e in che misura sia orchestrata, pianificata e fin nei dettagli “allestita” dagli Stati Uniti. Fagan è dell’idea che scenografia e pianificazione siano in larga misura opera degli Stati Uniti. Riconosce però qualcosa anche all’iniziativa dello staff di Zelensky che, a quanto si dice, non è altro che l’ex staff della sua serie televisiva. E gliela riconosce perché, come dice letteralmente, ed è l’ultima frase dell’intervista, “a modo loro, per quanto siano ucraini, ma insomma sono del ramo” (neretto mio).

Errata corrige: “Fagan «[fa] parte dello staff che organizza l’annuale Festival della Complessità», festival ideato e organizzato da esponenti dell’accademia.” Dopo più accurate ricerche, nello staff che ha ideato e organizza l’annuale Festival della Complessità non ci sono “esponenti dell’accademia”, come mi era sembrato in un primo tempo, ma persone che, venendo da altri ambiti, hanno contatti tangenziali con l’accademia.

BATJUŠKA PUTIN

 MIKHAIL KLIMENTYEV / SPUTNIK / AFP
– Vladimir Putin durante l’incontro con il mondo culturale russo

L’altro giorno, mentre giravo su internet alla ricerca di informazioni, sono incappata in questa foto. L’emozione è stata istantanea. Ha fottuto sul tempo qualsiasi riflessione. Solidarietà, adesione immediata a quest’uomo che prende su di sé il destino del suo popolo, l’Uomo dei Dolori, che nella difficoltà della presente congiuntura ha un’anima abbastanza grande da occuparsi del mondo culturale russo, che ne ascolta i rappresentanti con sorriso paziente di padre e stilografica pronta agli appunti. Come sono fortunati i russi ad averlo! Un Padre Benevolo che senza durezza corregge chi sbaglia ed è pronto a riaccoglierlo, ravveduto, nel suo paterno abbraccio! Come vorrei essere russa, prostrarmi con lacrime di abbandono davanti a questa Fonte di Grazia, essere assolta con una carezza sulla testa!

Poi mi sono ricordata che, nonostante una tendenza all’infantilismo, a un certo punto mi sono decisa a crescere.

I russi invece, a quanto pare, non crescono mai.

RIFLESSIONI SPARSE SUL MULTIPOLARISMO.

[Mentre cercavo un’immagine per questo post (poi ci ho rinunciato) sono capitata su una quantità di siti che spiegano, a vari livelli di raffinatezza concettuale, cos’è il multipolarismo. Ciò che accomuna questi siti, piuttosto variegati, è il desiderio, presentato come necessità, di superare l’idea che la cultura dell’Occidente sia “migliore”, o più avanzata, rispetto a tutte (?) le altre; di superare l’idea, in particolare, che le libertà liberali e i diritti umani siano dei valori universali. Al contrario, la cultura dell’Occidente e il suo assunto di base politico-filosofico: la libertà da indebite costrizioni “collettivizzanti” (libertà dell’individuo dalle tirannie politiche e culturali, emancipazione dello stato nazionale dall’impero), sarebbero un residuo anacronistico dell’evo moderno e il nemico da combattere. Il motto di uno di questi siti è: Carthago delenda est. Carthago siamo noi (significativo comunque che il motto sia latino), e chi si incarica di distruggere Cartagine è la Terza Roma: Mosca.

Il mondo cambia e non sarò io a dire di no; anzi, io sono per un mondo che cambia, per questo non mi piacciono le culture tradizionaliste e immobiliste, fideistiche o sciamaniche che siano; come non mi piacciono le nostalgie e i cambiamenti all’indietro. Penso anche che la cultura dell’Occidente sia “più avanzata” di altre in un senso molto preciso e non necessariamente beatificante, di sicuro però “chiarificante”: è una cultura critica, che discute sui suoi presupposti, che li problematizza, che, discutendoli e problematizzandoli, è effettivamente in grado di avanzare. In avanti e non all’indietro. Essere capaci di discutere i propri presupposti significa essere capaci di riflessione. La riflessione – in questo senso di disamina critica di se stessi – è una caratteristica occidentale. Altre culture non ne sono capaci o la rifiutano a limine. Inoltre – e non è secondario – la possibilità per “entità” non-occidentali di entrare in qualche tipo di reale confronto con l’Occidente dipende dalla loro capacità più o meno sviluppata di acquisire precisamente ciò che ha “fatto” l’Occidente: la tecnica. Possiamo dolercene, ma non possiamo far finta che non sia così. Chiusa la parentesi.]

Come ci si sente a essere europei – e, precisiamo, europei italiani, cioè appartenenti a una nazione che, se ha qualche diritto a rivendicare un passato culturale glorioso, non può vantare nessun passato (né presente) politicamente glorioso, anzi, a parte qualche breve parentesi, tutti piuttosto vergognosi? Come ci si sente a far parte di una nazione che ha fatto la guerra dalla parte sbagliata, l’ha persa, e ospita attualmente ca. 111 basi Nato sul suo territorio? Ha ancora senso parlare di “suo territorio”? Come ci si sente a far parte di una nazione in cui un pilota militare USA trancia per diporto il cavo di una funivia, ammazza venti persone e se ne torna a casa impunito (ma dopo lunghe trattative gli USA ci smollano la terrorista Silvia Baraldini – grande prova di forza dello Stato italiano)? E lasciamo stare tutto il resto. Lasciamo stare i malanni nostri di cui gli americani non sono responsabili. Come ci si sente a essere italiani? Male, ci si sente.

Gli italiani sono servi degli americani, diceva, con disprezzo ma non senza qualche ragione, Aleksandra Gavrilova (qui). Io preferivo considerarmi cittadina della provincia di un impero che non mi dispiaceva; e mi congratulavo con me stessa che gli italiani non fossero finiti invece a fare i servi dei russi.

Provincia di un impero mi andava bene; non però il provincialismo italiano; né le sue moribonde radici contadine. Mi è sempre piaciuta l’idea di Europa, il superamento delle particolarità nazionali in qualcosa di più vasto, spontaneamente affine e simpatetico fra le parti; trovavo le poche lingue europee che conosco, e ciò che in esse era stato scritto nel tempo, di una bellezza e di una verità stupefacenti. E infatti l’Europa aveva il vantaggio di essere una Provincia che per cultura superava il centro dell’Impero (Graecia victa ecc.).

Poi naturalmente anche questo è andato. Il romanzo americano ha soppiantato il romanzo francese, del cinema non parliamo neanche, al netto di quelle che possiamo chiamare tonalità regionali l’amalgama è pressoché lo stesso sulle due sponde dell’Atlantico. Giusto così, i prodotti locali vanno bene nella ristorazione, meno bene in altri ambiti. La nostra specialità, la riflessione, rimaneva garantita e le si aprivano nuovi orizzonti.

Nel frattempo era caduto il Muro di Berlino – questo monumento all’ipocrisia comunista; L’Unione Sovietica era crollata come un castello di carte, sembravamo avviati alla pax augustea.

Si sa che nulla dura a questo mondo. Un idiota tira giù le Torri Gemelle, gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan, nel decennio che segue invece di riaffermare la propria credibilità la perdono a una rapidità sorprendente; un mostro mai visto prima, la Cina, solleva il crapone asiatico: addio pax augustea, unipolarità, e presunta funzione-guida dell’Occidente.

Non dall’oggi al domani però. Se i russi non ci sparano un’atomica nei prossimi giorni – cosa sempre possibile – il declino dell’Occidente non sarà fulmineo come il crollo dell’Unione Sovietica, e a differenza di quello, che si consumò in una nube di polvere grigia, potrebbe avere i suoi splendori. Ma ammesso anche che declino sia, e rapido, perché si dovrebbe avere qualcosa contro la multipolarità? Suona bene, suona allegro e pluralistico, suona colorato come un tappeto etnico. Intravedo qualche difficoltà di incastro là dove si arrivi alla sovrapposizione di poli molto disomogenei, come è il caso per l’immigrazione islamica in Europa; ma forse nella multipolarità l’Occidente non è nemmeno più previsto come polo fra gli altri; così, per rimanere all’islam, non ci sarà nemmeno più nessuno che si preoccupa della sorte dei musulmani uiguri in Cina, dal momento che chi se ne preoccupa attualmente non è certo il mondo islamico bensì l’Occidente.

Attenzione però, perché la multipolarità ancora non è ben definita. Lo spiega bene in un pacato articolo Alexander Dugin, qui. Mi limiterò a citare integralmente il punto 6:

6. La multipolarità non è né riducibile alla non polarità né al multilateralismo, perché non affida il centro del processo decisionale (il polo) né ad un governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei loro alleati democratici (“l’Occidente”), né al livello delle reti sub-statali, organizzazioni non governative e altre entità della società civile. Un polo del processo decisionale deve essere localizzato da qualche altra parte. 

È l’ultima frase che mi inquieta. Quel “da qualche altra parte”. Perché se “da qualche altra parte” è dove intende Alexander Dugin nelle sue più recenti esternazioni, allora mi dispiace, preferisco andare a morire con l’Occidente. E chissà che, come quel barbaro che giunto davanti a Ravenna abbandonò i compagni e si unì ai difensori della città, qualcuno fra i nuovi barbari non rimanga folgorato dalla bellezza di un McDonald’s e capisca che può valere la pena di morire per essa.

L’UCRAINA E LA FILOSOFIA (2): MA GLI UCRAINI ESISTONO?

Mi scuso per la cattiva qualità dell’immagine. Ho fotografato da Google, non sono su Twitter, né su alcun altro social network. Ma si dovrebbe leggere. Chi twitta è uno che ha dei princìpi. Saldi. Che gli permettono di fare dello spirito su quelli degli altri, anche nella tragedia. Infatti all’autore del tweet degli ucraini non gliene frega proprio niente, anzi, per lui gli ucraini in realtà non esistono. Esaminiamo la situazione dal suo punto di vista:

  1. Con l’orchestrazione integrale dell’Euromaidan – e sottolineo integrale, cioè orchestrata entrando in ogni singolo cervello di ogni singolo ucraino, operazione d’altra parte piuttosto facile dal momento che gli ucraini non esistono – gli USA hanno astutamente attirato l’Ucraina nell’orbita occidentale, fregandosene che ciò potesse irritare e allarmare i russi. Gli ucraini, che per postulato non esistono se non per essere manipolati dagli USA, non hanno avuto niente da ridire – e come avrebbero potuto dal momento che non esistono.
  2. La Nato, a questo punto l’unico attore, ha poi rifiutato di firmare un accordo secondo il quale l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella Nato. Qui la cosa diventa un po’ più complicata, perché in effetti la Nato difficilmente avrebbe potuto firmare qualcosa che andava contro il suo statuto, basato, fino a prova contraria, sulla libera volontà degli stati sovrani. Ma questo per l’autore del tweet non rappresenta certo un problema perché, come si diceva, per lui gli ucraini non esistono. Della mancata firma dà quindi una spiegazione raffinata, che ha il vantaggio di prescindere totalmente dall’esistenza e dalla volontà degli ucraini. Secondo l’autore del tweet infatti la Nato non ha firmato perché firmare avrebbe significato ammettere l’esistenza di un’altra potenza (la Russia) di pari livello, dignità, legittimità ecc. e questo gli USA non possono accettarlo perché vivono ancora in un universo unipolare, di cui essi stessi sono l’unico polo, e non hanno ancora fatto il passaggio all’universo multipolare in cui c’è una pluralità di poli. Che gli USA siano cosiffatti può benissimo essere vero, né io mi azzarderei a contestarlo. Ma che sia questa la causa della mancata firma è un’interpretazione filosofica, di filosofia della storia, materia quanto mai multipolare e caratterizzata precisamente da una pluralità di possibili interpretazioni. L’autore del tweet ad esempio trascura il fatto, abbastanza rilevante, che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, di fatto non è mai stato all’ordine del giorno, il che può venire interpretato, e infatti è stato da diverse parti interpretato, come una procrastinazione sine die: un modo insomma di venire incontro alla Russia senza apporre una firma impossibile. Ma questo il nostro twittatore non lo prende in considerazione. Andiamo dunque avanti. Prima però vorrei specificare, a scanso di equivoci, che gli Stati Uniti in sé non mi stanno particolarmente simpatici; in particolare il presidente Biden, della cui elezione mi ero comunque felicitata, mi pare abbia la consistenza della scoreggia che, dicono, mollò sotto il naso della esterrefatta Camilla. E me ne dispiace molto. Ma torniamo a noi.
  3. La mancata firma Nato (leggi USA) – e solo quella – determina la reazione della Russia la quale, logicamente, invade. Si badi: logicamente, non legittimamente. La legittimità non è una categoria del nostro autore, quindi la lasciamo fuori. Per il nostro autore la logica geopolitica, nella fattispecie la sua, tiene luogo di legittimità.

E a questo punto che succede? Succede qualcosa di incredibile: la contingenza hegeliana, gli individui, quelli che in qualche modo, va be’, ci sono – ma in modo attenuato, inconsistente, filosoficamente del tutto trascurabile – entrano di colpo in scena. Improvvisamente, guarda te, gli ucraini esistono. Sono. E piuttosto compatti anche. Una nazione – distinta da quella russa. Hanno anche certe idee, piuttosto chiare, e una volontà. Combattono. Non mollano. Questo potrebbe spiazzare il nostro filosofo della storia. Ma no, si riprende istantaneamente e ci mostra le cose come stanno (qui, qui e qui): Putin ha calcolato tutto, l’operazione militare speciale sta andando esattamente come l’aveva prevista, un vero Imperatore Palpatine, non c’è nessuna difficoltà, le forze impegnate sembrano poche perché le altre le tiene da parte per la guerra con la Nato, lo Spirito del Mondo viaggia sui tank invece che a cavallo ma Spirito del Mondo è. Gli ucraini soccomberanno, non caveranno un ragno dal buco, prima si arrendono meglio è. Quanto sono irritanti questi ucraini che non si arrendono, che non si rendono conto che l’Occidente li arma per combattere la sua guerra.

E su questo non ci piove: è la guerra dell’Occidente per l’autodeterminazione. Ma – e sembrerà strano – in questo momento è soprattutto la guerra degli ucraini. Che resistono. E una cosa è certa: comunque vada, gli ucraini un ragno dal buco l’hanno già cavato: poiché resistono, esistono. Nulla di ciò che è stato fatto, a quanto appare, è stato fatto sopra le loro inesistenti teste. Essi affermano la loro esistenza contro lo Spirito del Mondo. A piedi o a cavallo. (Esattamente quello, fra parentesi, che il nostro autore ammirava negli afghani talebani. Ma per gli ucraini, non si sa perché, non va bene. Anzi si sa: per lui lo Spirito del Mondo si incarna nei talebani e assimilati).

E questo, al momento, è quanto. Restano da dire due cose sull’autore del tweet e soci. La smania che hanno di vedere gli ucraini arresi, battuti, nullificati, riconsegnati alla non-esistenza nella pseudo-identità collettiva slava e imperial-ortodossa è comprensibile soltanto a partire dal loro proprio antimodernismo, dall’odio per il principio di autodeterminazione, dall’odio per l’idea di libera scelta come per l’idea stessa di individuo, che deve essere annebbiato e annegato in un brodo mistico etnico-religioso con abbondanza di passamanerie dorate e sottofondo di cori liturgici. Nella speranza che la grande anima russa finisca per ricondurre finalmente anche gli occidentali, liberali e recalcitranti, alla sottomissione al Sacro. Al Sacro Leader.

COSINE DAI CONFINI

Messaggio inoltrato dal gruppo di amici tedeschi su WhatsApp: “A tutti quelli che al momento hanno in casa quantità sufficienti di olio di semi e carta igienica. La settima prossima cervello in offerta nelle migliori macellerie!

Risposta di una coppia che si è trasferita da alcuni anni nella ex-DDR, in zona di confine: Erzgebirge, Monti Metalliferi, di là dalla strada è Repubblica Ceca:

“Come è vero! – qui all’est la gente ha cominciato subito a fare incetta; in momenti come questi si vede come la DDR non appartenga ancora affatto al passato.”

“Wie wahr, wie wahr – hier im Osten kam es augenblicklich zu Hamsterkäufen; in solchen Momenten ist die DDR noch lange keine Vergangenheit”.

Questo come aiutino a vedere l’allargamento a est della Nato da un’altra prospettiva.

L’ALLARGAMENTO A EST DELLA NATO

Ormai chi è appena appena un po’ informato, chi non è di un’ingenuità mostruosa, come dire nato ieri, sa che la causa dell’aggressione russa all’Ucraina è l’espansione a est della Nato – e si cita Tizio e Caio che l’avevano sconsigliata come foriera di sventura. Ci si potrebbe chiedere, innanzitutto, di sventura per chi. Per le repubbliche baltiche, ad esempio? Per la Polonia, che di quel genere di sventure sa qualcosa? Per l’Ucraina, ora? Già, ma l’Ucraina poteva facilmente sventarla, la sventura. Bastava che lanciasse fiori sui carri russi, ad esempio; che sventolasse qualche bandierina della Federazione; l’hanno detto tutti, da Putin in giù, che non era un’invasione: un veloce cambio al vertice e hop, tutto a posto e tranquillo come prima. Com’è che gli ucraini hanno avuto la balordaggine di opporsi? Colpa dell’Occidente che gli ha fatto balenare la possibilità di qualcosa di diverso dalla russian way of life; qualcosa che magari a loro piace di più.

[A proposito del qualcosa che magari a loro piace di più: gli accusatori della Nato, compatti, vedono nell’Euromaidan nient’altro che un’orchestrazione Usa con conseguente, illegittimo colpo di stato. Che la popolazione ucraina, che aderì in massa all’ “orchestrazione” e continua a aderirvi sotto le bombe russe, possa avere un’idea, un’opinione, un desiderio, una volontà, un progetto, questi non lo prendono nemmeno in considerazione. Cancellazione dell’idea di scelta, cioè di libertà, sia individuale che collettiva, esclusiva logica di potenza, v. più sotto].

C’è gente che odia a tal punto le democrazie liberali e le idee di libertà individuale da cui esse sono faticosamente sorte – con una fatica lunga secoli che i russi ad esempio si sono risparmiati -, che pur di coprirle di merda gongola quando crede di poter dire che LA GUERRA IN UCRAINA È COLPA NOSTRA. Esaminiamo allora la questione da vicino. Dunque: l’espansione a est della Nato. L’espressione suggerisce qualcosa di attivo, di aggressivo, al limite di astuto – l’astuto conquistador occidentale. Ma facciamo un piccolo esperimento: giriamo sui talloni – di 180° per favore – e guardiamo la cosa da questa nuova prospettiva. Da questa nuova prospettiva non è più l’allargamento a est della Nato, ma la fuga precipitosa a ovest, il “si salvi chi può” delle nazioni che il destino ha piazzato lungo il confine russo e che sanno per esperienza cosa vuol dire. È un corri-corri a ripararsi “sotto l’ombrello della Nato” prima che la Russia si riprenda dalla sberla della disfatta del comunismo (e sulla disfatta, come su quelli che non sanno perdere, bisognerà che ci torniamo, prima o poi). Ma intanto: un errore ammetterle? Sarebbe stato più saggio lasciarle lì, pronte a essere ripappate e eventualmente – eventualmente – risputate in forma di formattati cuscinetti atti a rassicurare le paranoie della Grande Paranoica Anima Russa? E magari avevano delle idee loro su come volevano essere, cosa volevano diventare; idee in diversi casi non esattamente come le nostre; ma insomma, vediamo, una libertà…

Ma no: la Russia ha paura di essere invasa dalla Nato, quindi per lei è vitale che l’Ucraina rimanga neutrale. Leggi: controllata dalla Russia. Infatti l’Ucraina, che vorrebbe entrare nell’UE e nella Nato, non potrà farlo perché la Russia non lo permette, il che vuol dire che è controllata e interdetta dalla Russia. Ucraina condannata all’eterna minore età – insieme a numerose altre nazioni più o meno piccole, come non tarderemo a vedere.

Ma che cosa è più verosimile? Che la Nato attacchi la Russia scatenando una guerra nucleare, o che la Russia si pappi quello che le sta intorno? – cosa che sta facendo attualmente con l’Ucraina, la quale all’atto dell’indipendenza le aveva consegnato tutto l’arsenale nucleare. Che cosa è più verosimile? Che la Nato invada la Russia, o che la Russia, nuclearmente superiore alla Nato, e che si è già annessa motu proprio la Crimea, si annetta anche il resto, tutto il resto dei pesci più o meno piccoli che la circondano, perché vuole annetterselo – cioè per volontà di potenza? La Russia che ha festeggiato ieri l’anniversario di quella occupazione in uno stadio pieno di folla osannante, con un Presidente che rimarca che l’invasione dell’Ucraina è casualmente incominciata l’anniversario della nascita di “Fyodor Ushakov, leggendario ammiraglio di epoca zarista nato appunto il 24 febbraio che dal 2005 è santo patrono della flotta di bombardieri nucleari russi” (Il Fatto Quotidiano, qui).

Con questa gente abbiamo a che fare, e c’è chi dice che è colpa nostra, che non abbiamo usato le dovute cautele nei confronti della loro esacerbata suscettibilità di perdenti.

A proposito di perdenti, Eduard Limonov, esacerbato scrittore russo e cofondatore, con Alexandr Dugin (v. qui), del Partito Nazional-Bolscevico, nel maggio 2018 era a Milano, al Libraccio-Romolo, a presentare Zona industriale, la sua autobiografia dal 2003 in poi. Disse, fra le altre, un paio di cose che mi hanno colpito perché testimoniano veramente di un’altra prospettiva. Innanzitutto disse di stupirsi della russofobia dell’Occidente, dal momento che i russi erano venuti in Occidente solo due volte, ed entrambe per aiutarci contro due tiranni, intendendo Napoleone e Hitler; dopo di che, dopo averci aiutati, se ne erano andati lasciando soltanto qualche parolina qua e là, tipo ‘vodka’ e non ricordo più cosa altro. Allora: des deux l’une: o questo considerava tutti i paesi dell’est Europa non-Occidente – cioè di fatto Russia -, oppure pensava veramente che la Russia, nei paesi europei del blocco, si fosse limitata in quarant’anni a disseminare qualche anodina parolina.

[Anche che abbia fatto riferimento a Napoleone è un po’ strano. Napoleone è stato vissuto dall’Europa come un fenomeno assolutamente straordinario, non necessariamente bene accetto, ma non come un tiranno o un flagello; anzi, portava comunque il vento del nuovo – che i russi si sono ben guardati dal recepire. Nessuno, in Europa, metterebbe Napoleone di fianco a Hitler, o direbbe che i russi (e gli inglesi, e gli austriaci, e i prussiani…) ci hanno liberato da Napoleone.]

La seconda cosa abbastanza stupefacente che disse Limonov, fu che lui da tempo insisteva affinché la capitale fosse spostata molto più a est, perché Mosca è troppo vicina all’ovest. Disse “a otto [mi pare] ore dai vostri carri armati Nato“. Cioè, nel 2018, un attacco Nato alla Russia coi carri armati. No ma dico. Un po’ vintage come immaginario. E l’impressione, nel 2022, non è diversa: vecchio vecchio vecchio vecchio. Avranno anche i missili ipersonici, ma nella testa sono indietro di qualche secolo.

La Russia, dicevamo, più che essere invasa generalmente invade. Lasciando da parte il caso dei Mongoli (XIII-XV sec.), ormai molto lontano (ma i russi, come i fratelli serbi, pare abbiano una memoria da elefante), la Russia fu quel che si dice invasa soltanto da Napoleone e da Hitler. Napoleone invase anche Italia, Spagna, Germania, Impero, Svezia-Norvegia e sicuramente qualcosa mi scordo. Hitler invase anche Cecoslovacchia, Polonia (d’accordo con i russi), Ungheria, il resto dell’Europa dell’est, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Norvegia e sicuramente qualcosa mi scordo. Tuttavia nessuno di questi paesi soffre, come invece la Russia, di paranoia da invasione; cioè no, non proprio: i paesi dell’est un’invasione la temono eccome: quella russa, e si tutelano entrando nella Nato, se ci riescono.

Ma per chiuderla, perché potremmo andare avanti ore opponendo diritto a costrizione e autodeterminazione a schiavitù, c’è davvero qualcuno che nell’aggressione della Russia vede qualcosa di diverso da un intollerabile atto di prevaricazione e violenza?

Sì, c’è. Ci sono quelli che ragionano unicamente in termini di potenza, come se la potenza fosse l’unica cosa che regge il mondo. Poiché dunque la Russia post-sovietica ha ritrovato un’identità nell’ambizione di essere ancora una grande potenza, deve, per la legge delle potenze, dominare chi le sta vicino. Per questi teorici della potenza il mondo è uno scacchiere i cui pezzi si muovono secondo dinamiche inappellabili che essi interpretano con la sicumera di aruspici, ostentando scientifica indifferenza per il concreto, cioè i popoli coinvolti. Anzi no, sono molto sensibili: infatti consigliano al popolo ucraino di arrendersi, o meglio gli consigliano di essersi già arreso, per evitare ulteriori distruzioni e sofferenze, poiché contro la potenza non c’è lotta che tenga. L’idea che qualcuno, e in primis i politici, possa credere a quelle che per semplificare chiameremo ragioni ideali, gli pare di una risibile ingenuità. Anzi peggio: “una malattia spirituale“, per citare un aruspice della Bassa modenese.

Ma chissà, magari qualcuno affetto dalla “malattia spirituale” di amare le democrazie liberali e disposto a combattere per quello che considera un valore, e non soltanto un effetto passeggero di “potenza”, c’è ancora.

Chi volesse leggere un breve saggio, molto ben scritto e da persona più competente di me, qui.

CECI N’EST PAS UNE INVASION

Ceci n’est pas une invasion

Si continua a sostenere, da parte russa, che l’operazione militare speciale in Ucraina non è un’invasione. L’abbiamo sentito l’altro giorno da Lavrov e ieri di nuovo da Aleksandr Dugin, il filosofo (?) di riferimento di Putin che Luigi Mascheroni ha intervistato per il Giornale (qui). L’intervista – o almeno la parte che ho potuto leggerne su il Giornale.it – non dice gran che di nuovo, a parte chiarire bene l’obiettivo putiniano della Grande Russia, e affermare che è condiviso dalla sostanziale totalità del popolo russo. E su questo credo che abbia ragione. La speranza, a cui si è dato voce da più parti, che Putin sia più o meno metaforicamente fatto fuori dai suoi, mi sembra al momento del tutto infondata. Mi auguro di sbagliarmi, ma temo di no. Vorrei però citare quello che Dugin individua come il primo dei due obiettivi di Putin (il secondo è “cambiare il regime politico a Kiev per fare ritornare l’Ucraina nella sfera politica, militare e strategica russa” – papale papale, alla faccia dei pacifisti nostrani che non hanno vergogna di parlare di “neutralità e demilitarizzazione” dell’Ucraina come se davvero ci potesse essere in ciò qualcosa di neutro). Ma veniamo al primo obiettivo:

È un'operazione militare. Putin ha spiegato molto bene gli scopi, che sono due. Primo: denazificare un Paese il cui governo ha non solo tollerato ma appoggiato i gruppi neonazisti per dare forza a una identità nazionalista ucraina basata sull'odio contro i russi. Una identità artificiale creata attraverso una ideologia che l'Occidente ha finto di non vedere perché odiare i russi è più importante che odiare i nazisti.
  1. Un russo (nella fattispecie Dugin/Putin) che parla di denazificare, non importa quale paese e non importa con quanta ragione, mi sembra il bue che dà del cornuto all’asino.
  2. Che l’identità “nazionalista” ucraina sia un’identità artificiale basata sull’odio contro i russi è un’affermazione di Dugin. Ma qualora davvero, già prima dell’invasione, ci fosse stato quell’odio, forse dovremmo chiederci il perché. E invaderla non mi sembra il modo migliore per farsi amare. Se Putin vuole l’Ucraina, dovrebbe rendere l’appartenenza alla Russia un obiettivo allettante; altrimenti è il solito discorso, quello che fanno in Italia i vari Diego Fusaro: so io qual è il tuo bene, e se tu non vuoi farlo te lo faccio fare lo stesso; il discorso che gli “illuminati” fanno agli eterni minori: il pastore al gregge, il dittatore alla nazione, il fanatico a tutti.
  3. Ma il punto che mi interessa viene adesso: secondo Dugin, per l’Occidente odiare i russi è più importante che odiare i nazisti. Ora, prima delle smanie di grandezza di Putin, in Occidente nessuno “odiava” i russi. E nessuno li odiava per il semplice motivo che nessuno se li cagava. Ma questo i russi proprio non lo sopportano. Non ci si abitua tanto presto a non fare più paura. Inoltre – ed è il punto più importante – i russi desiderano l’odio dell’Occidente; ne hanno bisogno per costruire la loro identità. I russi si definiscono come l’antagonista europeo (?) dell’Occidente; se gli viene a mancare il (supposto) odio dell’Occidente non sanno neanche più chi sono; è l’esistenza dell’Occidente – razionalista e individualista – che dà corpo, per opposizione, al grande progetto dughiniano (e putiniano) dell’Eurasia; di cui naturalmente la Russia sarà l’anima e la guida; il resto (in primis i paesi islamici) si accorperà per sostanziale compatibilità di intenti; né il patriarca Kirill avrà alcunché da obiettare. E con ciò passiamo alla seconda parte di queste riflessioni.

Sarò sincera: io di questo Dugin sapevo poco o niente. L’avevo incontrato nel libro-biografia di Carrère: Limonov, perché con Limonov Dugin fonda nel 1993 il Partito Nazional-Bolscevico (ricordiamo en passant che per Limonov – e non a torto – secondo dice il documentatissimo Carrère la grandezza della Russia sovietica consisteva sostanzialmente nel “far paura a «quei coglioni imbelli degli Occidentali»”).

Ho consultato Wikipedia, che non sarà il massimo ma dà un’idea, e sono inorridita. Consiglio la lettura completa (qui); per fare un sunto, diciamo che questo Dugin, filosofo fascista dunque la denazificazione dovrebbe cominciare da lui, è un grande sincretista; sincretizza, fra gli altri, Heidegger e Julius Evola – non che debba essere stato particolarmente difficile -, ha la fissa dell’identità etnica, “teorizza la possibilità di una riorganizzazione della società nell’antica tripartizione di sacerdoti, guerrieri e contadini, affinché il Cielo riconquisti la Terra“, sguazza nell’esoterismo, giostra con simboli e archetipi, per esempio le forze ctonie: “Cibele, la Terra, la madre e la materialità, titanica, ctonica e caotica, che è assenza di ogni principio maschile, apollineo, celestiale“, che “cerca perennemente con i suoi Titani di distruggere l’ordine del Cielo e di creare un mondo che va «dal basso verso l’alto»“, e non, come dovrebbe, dall’alto (Apollo, spirito) verso il basso. “La società occidentale liberale moderna alimentata dalla tecnoscienza è per Dugin, escatologicamente, l’attacco finale della Grande Madre che tutto divora e dei suoi rappresentanti a ciò che resta dell’ordine celestiale. Attenzione, femministe: se a sentir parlare di Grande Madre avevate drizzato le orecchie, sappiate che nella futura Eurasia non c’è posto per voi – d’altra parte in una società “di sacerdoti, guerrieri e contadini” non vedo un grande ruolo per le donne, se non quello della “base in cui il Logos celeste si può incarnare” – il Logos celeste maschile, è chiaro. Ma se invece vi attira un futuro detecnologizzato – fuorché per gli strumenti bellici, s’intende – in cui le donne tessono tappeti secondo l’antica sapienza femminile ereditata dalle trisavole, allora avete trovato il vostro uomo.

Occhio però perché il nostro filosofo è anti-lunare e anti-mestruale. Si bea dei raggi dell’attualmente iper-solare Putin: iper-solare da quando ha rifiutato ogni compromesso con l’Occidente e si è posto risolutamente sotto “il sole dello svastika eterno“. Da paura questo Dugin. Antimoderno, irrazionale, primitivo, fanatico. Io non lo trovo folle: lo trovo spaventoso. Pericoloso. La Russia si sente minacciata? Davvero non ha motivo. Siamo noi che siamo circondati. Ed è un bene – poiché, a parte tutto, è sempre bene sapere le cose – che “quei coglioni imbelli degli Occidentali” se ne rendano conto.

Il simbolo del Partito nazional bolscevico e, nel riquadro, Dugin

(Se dopo questa lettura volete riprendervi con qualcosa di biecamente razionale, consiglio l’intervista a Alexander Stubb, qui).

SI FA PRESTO A DIRE COSE. Daniele Del Giudice, ATLANTE OCCIDENTALE

È più di un mese che voglio scrivere questo articolo e ci si mette sempre di mezzo qualcosa. Adesso addirittura la guerra. Non riesco a pensare ad altro. Non sono soltanto le sofferenze della gente, i morti, le migliaia di profughi in fuga davanti ai russi, tutte le incognite – e sono tante – che ci attendono. Quello soprattutto che mi impedisce di pensare ad altro è la prepotenza. Come un muro contro cui si va a sbattere e non si può andare oltre; il diritto della forza, che è l’assenza del diritto; la bieca fattualità della prevaricazione.

Però l’articolo lo devo scrivere, mi serve. E allora mi rinchiudo nella bolla dell’anno 1985, quando uscì il romanzo e avevamo da poco schivato una guerra nucleare su basi paranoiche (per un veloce riassunto, qui), dunque potevamo essere di nuovo sereni e rilassati.

Atlante occidentale, secondo romanzo di Daniele Del Giudice (il primo, Lo stadio di Wimbledon, era uscito nel 1983 sempre per Einaudi con la benedizione di Calvino) è in effetti un romanzo sereno. Si svolge interamente a Ginevra, città che ha fatto della pace la sua peculiare atmosfera – talmente densa (per anticipare il tema dell’atmosfera, uno dei principali) che perfino una turista occasionale, come potevo essere io nell’anno, credo, 1989, la percepiva immediatamente. Nella città e nel romanzo quiete, serenità, bellezza, ricchezza. Se non vogliamo dire ricchezza diciamo un largo benessere; quasi irritante, se non si considera che è la condizione per far emergere le cose al netto di conflitti troppo umani. E di conflitti, nel romanzo, non ce n’è. Notiamo tuttavia che inizia con un crash sfiorato fra aerei da diporto; su questo torneremo. L’incidente mancato diventa abbastanza sorprendentemente l’occasione per un’immediata simpatia e un’amicizia fra i piloti coinvolti: l’autore della manovra scorretta e potenzialmente distruttiva Ira Epstein e la quasi-vittima Pietro Brahe. Ira Epstein è un anziano scrittore in odore di Nobel, di appartenenza nazionale incerta – così come non si parla mai di Nobel ma di ‘Grande Premio’. Ciò che è fuori dalla bolla magica ‘Ginevra’ appare sfumato, volutamente vago, inessenziale. L’origine dei personaggi – quasi tutti non-svizzeri – è neutralizzata dal bagno nell’atmosfera ginevrina. Ad esempio l’italianità del secondo protagonista, il giovane fisico Pietro Brahe in forze al Cern, si riduce all’accenno alle mozzarelle fresche portate su dai connazionali; già il cognome non suona propriamente italiano (probabilmente un omaggio all’astronomo e astrologo danese del XVI secolo Tycho Brahe). Di questa intenzionale e programmatica smussatura delle identità e dei confini nazionali sono stata fin dalla prima lettura, e sono ancor più in questi giorni, infinitamente grata a Daniele Del Giudice.

Simpatia e amicizia, dicevamo. Nel romanzo non si incontra praticamente altro (c’è anche l’amore a dir la verità, piuttosto marginale, quasi come caso particolare dell’amicizia e infiocchettatura necessaria, ma la struttura è identica: passa attraverso la modalità di percezione delle cose). Però non è un romanzo sull’amicizia; l’amicizia, la simpatia fra i soggetti sono la condizione per illuminare il modo in cui sono cambiate le cose – nel senso proprio di oggetti – pur restando cose: esterne, autonome, tendenzialmente simpatetiche se si vuole, ma indipendenti, certo non una produzione del soggetto, anzi piuttosto il contrario; e sono la condizione per illuminarle da punti di vista differenti.

La postura di Del Giudice è una postura scientifica, Pietro Brahe è un fisico, e sotto la città Ginevra – le cose come le vediamo – c’è la città Cern con l’acceleratore di particelle: le cose come vengono indagate, ciò che, in esse, sfugge alla nostra percezione.

C'è un raggio di luce sottile, concentrato e messo a fuoco dalle lamelle delle veneziane, che illumina il pulviscolo dell'aria; granelli in sospensione, che pure sono dappertutto, sembrano entrarvi dalla penombra, muoversi piano nella luce e poi sparire verso il soffitto o il pavimento, di nuovo oltre la soglia dell'ombra. Brahe li guarda dal letto, verso mezzogiorno, appena sveglio; pensa che tutto potrebbe essere visibile così, naturalmente, e che se col tempo, tutto il tempo dall'inizio del tempo, non si fosse selezionata una misura standard della percezione e della sensibilità, forse oggi del suo lavoro non ci sarebbe alcun bisogno.

Il suo lavoro consiste nel rilevare particelle piccolissime, talmente piccole da non essere visibili nemmeno con i più potenti strumenti di ingrandimento, più piccole dell’atomo che già è invisibile. Rilevare ciò che in ogni modo si sottrae alla percezione facendolo passare attraverso qualcosa che funga da “raggio di luce sottile” (nemmeno il pulviscolo atmosferico è visibile fuori da un raggio di luce). Questo qualcosa è l’acceleratore. E qui devo fermarmi perché di fisica non so nulla. Aggiungerò solo una cosa, sperando di aver capito bene e di non dire una colossale scemenza. La differenza fra materia e energia è, se così posso esprimermi, quantitativa, non qualitativa: la materia è energia che si trova in determinate condizioni numericamente definibili, e viceversa. Tuttavia, stando alle nostre normali percezioni, la materia tende a rimanere al suo posto, non si mette a danzare. Le particelle che cerca di individuare Brahe invece, talmente piccole da essere in un certo senso il limite della materia, sono anche al limite della materia: fra materia e energia, ora materia ora energia, si trasformano incessantemente, danzano. Ma sentiamo come continuano le riflessioni di Brahe:

Pensò a quella misura [la misura standard della percezione e della sensibilità, v.sopra] come al senso comune, alla sua straordinaria forza e confortevolezza e intolleranza, sebbene occupasse uno spettro piccolissimo di quello che si può sentire.

Sappiamo che la scienza è controintuitiva, cioè afferma, sulla base di esperimenti, cose che rimangono precluse alla nostra percezione, la quale ci permette però di cavarcela nel mondo e ci fornisce un’impalcatura “forte e confortevole” per la quotidiana esistenza. La discrepanza fra scienza e percezione naturale è, detto en passant, il terreno su cui prosperano i movimenti antiscientifici, terrapiattisti e altri. Le cose non sono però così semplici, tutto è connesso con tutto, anche i nostri modi percettivi subiscono delle variazioni, ad esempio non sapremo mai come i romani o i fenici vedevano il rosso, o perché per i greci il mare era “colore del vino”. I nostri modi percettivi subiscono delle variazioni che possiamo immaginare legate, seppure non in senso piattamente causale, anche a dispositivi tecnici come in questo caso l’acceleratore di particelle. Nel romanzo, sia il narratore esterno – Del Giudice – che i personaggi sono molto attenti alla percezione, a quello che vedono, a quello che si vede, alla luce e all’aria, a come la luce e l’aria interagiscano con gli oggetti, con gli individui e con le azioni, a come li modifichino e ci modifichino, a come nella percezione si stabilisca, fra il soggetto e ciò che lo circonda, un legame conoscitivo e esperienziale che Del Giudice e i suoi personaggi chiamano ‘sentimento’. A come, infine, nulla sia veramente stabile, men che meno i “bordi” degli oggetti, e a come ogni fenomeno domandi di volta in volta un costante sforzo di ridefinizione.

In macchina, andando a Échevenex, non parlarono più, presi ciascuno dai propri pensieri o dalle luci delle case sparse nel buio della pianura, dalle luci deboli in costa alla montagna, dalla luminescenza complessiva della città lontana riverberata nel cielo come un alone, dalle luci rosse per gli aerei sulle sporgenze degli impianti, dalle luci azzurre della pista dell'aeroporto sotto cui passarono e che segnavano l'unica strada asfaltata per tutte le direzioni, nel paesaggio notturno dove a ogni luce si poteva adeguare un sentimento. E più tardi a Échevenex, nella grande hall sotterranea, ogni luce era circostanziata e significativa, quella filiforme dei numeri sugli indicatori, quella delle spie e delle gradazioni, quella delle linee luminose che nascevano e morivano nelle visualizzazioni rivelando a loro volta intensissime luminosità; la luce era non tanto lo sfondo di un'azione ma l'azione stessa, non illuminava i movimenti della mano ma li richiedeva; ogni luce era una domanda, o una risposta, non più contorno delle cose, forse le cose stesse dopo il loro progressivo farsi piccole e sparire.
Precisione, adesso che si è alzato e vestito e beve un caffè in piedi nella veranda guardando il giorno già formato ma in attesa del sole, sarebbe, se lui ancora scrivesse le sue storie invece di vederle, dire con esattezza questo tipo di aria, questo tipo di luce: consistenza, densità, rilievo sulla pelle del viso. Si tratterebbe di scegliere fra gli aggettivi quello che indica il giusto grado di umidità e di umore, di temperatura e di temperamento, di lucore e di lucidità; in breve, quello che salda la percezione e il sentimento in una sola radice, comune o almeno in relazione, come l'aria di una persona e quella che respira.

Si noterà che nei tre “binomi” dell’ultimo passaggio (umidità/umore, temperatura/temperamento, lucore/lucidità), la prima componente è relativa all’esterno, all’oggetto; mentre la seconda indica una condizione del soggetto; e tuttavia entrambe hanno lo stesso etimo e sono in qualche modo “imparentate”, come si addice a ciò “che salda la percezione e il sentimento in una sola radice, comune o almeno in relazione“. Chi riflette in questo brano è Epstein, lo scrittore, e non possiamo non notare come la sua posizione rispetto agli oggetti sia assai lontana – e anzi diametralmente opposta – a quella che appare nel famosissimo episodio della radice di ippocastano nella Nausea sartriana: se per Sartre la realtà esterna – diciamo data – non ha senso, è propriamente assurda, e il senso glielo dobbiamo dare noi con un’energica operazione di volontà, lo scrittore Epstein, benché provvisto di una personalità senz’altro forte, è assai più ricettivo: il senso è per lui qualcosa che si forma in un alone attorno alle cose, qualcosa appunto come l’aria o l’atmosfera, che via via le definisce, o meglio costituisce il medium nel quale soggetto e oggetto entrano in contatto e si definiscono a vicenda. Il brano citato continua come segue:

D'altra parte non gli era mai riuscito di concepire un personaggio o una situazione o un sentimento se non in una certa aria e in una certa luce, convinto che l'atmosfera sia alla fine ciò che è, la massa d'aria che circonda una storia. Certe volte gli bastava pensarla con intensità, senza descriverla, e allora anche l'aria e la luce finivano nei ponteggi che servono d'impalcatura a una storia e che vengono staccati e buttati via non appena sta in piedi da sola.

Un contesto generale, possiamo dire, di ricettività. Né Epstein né Brahe sono invasivi. Questo si vede molto bene, per quel che riguarda Brahe, nell’unico, piccolo conflitto che rilevo in tutto il romanzo e che viene peraltro risolto da Brahe con un geniale escamotage. Con un imbroglio se vogliamo, ma brillante, e reso necessario dall’invasività altrui. I fatti sono questi: c’è il progetto di una macchina, un rilevatore, alla cui costruzione contribuiscono, ognuno per la sua parte, diversi scienziati di diversi istituti. Mr Wang, di Berlino, ritiene di aver bisogno per la sua porzione di venti centimetri in più rispetto al progetto e li chiede, o meglio li pretende, da Brahe. Nel gergo del Cern, Mr Wang è un pescecane. Un pescecane è uno scienziato molto affermato, molto potente, molto prepotente. È l’unico personaggio che rimane fuori dall’atmosfera di amicizia e simpatia, e in effetti è un esterno: viene da Berlino appositamente per incassare i venti centimetri di Brahe. Come detto, Brahe riesce a fregarlo: apparentemente glieli cede, in realtà no. A me interessa una parte del dialogo fra i due, e mi scuso se la citazione sarà un po’ lunga. D’altra parte il testo interessante è quello dell’autore, non il mio.

C'è stato un silenzio breve; il cinese aveva uno sguardo distante e vicinissimo, tutto ritratto in sé e tutto a ridosso di Brahe, come se lo toccasse. Dopo un attimo ha ripreso: «Per vedere bisogna avere la forza di produrre ciò che si vuol vedere. Lei non crede?»
Brahe si è stretto nelle spalle, ha detto: «Sì, certo».
«Per vedere ci vuole una grande intenzione e una grande energia. Solo così si può produrre quello che si vuole vedere».
Di nuovo Brahe ha fatto cenno di sì. Cercava di ricordare quanti anni prima Wang avesse preso il Nobel per aver visto quello che aveva visto, e quindi quanti ne avesse adesso, dato che i capelli lisci sul viso magro e il corpo magro nel vestito blu, nella camicia bianca, nella cravatta spareggiata apparivano astratti da ogni età.
  «Per vedere, - ha ripreso Wang, - ci vogliono grande intenzione e grande energia, prima e dopo, perché ciò che è stato prodotto per poterlo vedere non lo si vede mentre accade; si vede prima come intenzione, si vede dopo come risultato». Ha fissato Brahe negli occhi con intensità, ha detto: «Lei e io vediamo così».
Brahe seguiva con le braccia conserte; sembrava che Wang mettesse un chiodo dopo l'altro, ma prima di salire all'appoggio successivo provasse continuamente il piede su quello che stava per lasciare, controllandone la tenuta.
«Se per vedere, - ha detto Wang in una tensione finale, - bisogna avere la forza di produrre quello che si vuole vedere, e se questa forza è insufficiente, si può concludere che non si riesce a vedere ciò che si vorrebbe vedere. Io credo che questo sia logico».
«Certamente», ha detto Brahe.
«Così, - ha sorriso Wang come se riavvolgesse rapido la corda, - così io le sono grato di avermi dato i venti centimetri che le avevo chiesto», e ha tirato fuori dalla giacca un piccolo disegno stampato con la sua parte del rilevatore.
«Un momento, - ha detto Brahe sciogliendo le braccia conserte, mettendo avanti le mani. - Nel telex le ho detto che potevamo discuterne, non che le avevo dato i venti centimetri».

Il discorso di Mr Wang è tutto incentrato sulla forza, sull’intenzionalità e sul produrre; il contrario della ricettività. Brahe dice “Sì, certo” e “Certamente” ma pensa ad altro, tiene le braccia conserte (se si vuole fare attenzione al linguaggio del corpo, anche lo sguardo di Mr Wang “distante e vicinissimo, tutto ritratto in sé e tutto a ridosso di Brahe” dice parecchio); quando in seguito Wang, sorpreso e deluso dalla sua scarsa disponibilità, riparte col sillogismo “Se per vedere…” Brahe, quasi parodico, taglia corto:

«Sì, sì, - ha sorriso Brahe interrompendolo, - su questo non c'è dubbio. Io ho una grande intenzione, penso anche che avremo molta energia. Quello che non ho sono i venti centimetri da darle».

E poi, ma non svelerò come, lo frega. Se insisto su questo episodio è per mostrare che l’unico conflitto del romanzo oppone Brahe a un personaggio “d’assalto”, uno per cui la realtà non si conosce ma si produce, con grande intenzionale dispiegamento di forza. Uno che sarebbe piaciuto a Sartre.

Atteggiamento ricettivo da parte dei protagonisti, dicevamo. Tuttavia all’inizio del romanzo la posizione di Epstein e di Brahe non è esattamente la stessa: il più anziano, lo scrittore, pur non essendo scienziato, è più avanti di Brahe nella corretta percezione delle cose – dove per corretta si intende la percezione che abbandona “la misura standard” e “il senso comune” per adeguarsi alla manifestazione delle cose nel tempo. Quello che Brahe gli dice del suo lavoro e del Grande Esperimento non fa che confermare e supportare le intuizioni di Epstein. Se vogliamo individuare non il conflitto, ma l’asse del romanzo, lo troviamo nell’amicizia fra i due protagonisti – amicizia maieutica, percorso di formazione che porta il più giovane a superare l’incongruenza fra il “senso comune” e ciò che il suo lavoro mette a nudo della realtà delle cose – ma anche a esplicitare per sé il recupero di una funzione nobile del senso comune (ricordiamo che Atlante occidentale, pur costruendo stilisticamente, in modo a mio avviso perfetto, un’immagine della realtà congruente con la sua tesi, non è un romanzo sperimentale):

Finché Epstein disse: «Ricorda quando è venuto qui per la prima volta?» e poi sorrise toccandosi la tempia: «Eh sì, certo che lo ricorda».
«Ricordo che parlammo del tempo, - ha sorriso Brahe, come se ricordasse solo quello. - Lei disse che il tempo poteva andare in un senso o nell'altro, e io le dissi che era vero, ma solo al di sotto di una certa soglia, che in fondo è la soglia delle probabilità. C'è una specie di linea di demarcazione che attraversa tutte le cose, e questa linea è il tempo, cioè la memoria. Lei disse che gli oggetti stavano sparendo, ed è vero. Ho riflettuto in questi mesi, e ho cercato di capire che cosa voleva dire. Un tavolo ha le sue leggi, da quelle per cui sta in piedi a quelle di come si sta a tavola, che sono perfettamente valide, tuttora. Solo che, come dire?, le parti di cui è fatto il tavolo, sotto una certa soglia, hanno leggi del tutto diverse da quelle del tavolo stesso. Gli oggetti che già ci sono, che ci saranno, saranno fatti direttamente di quelle parti lì». Brahe si è girato, ha guardato Epstein sorridendo: «Ma lei, evidentemente, questo lo sa già. Ciò che volevo dire è che la vera soglia, la vera linea di demarcazione è la memoria».
«Lo so, - ha detto Epstein. - Forse per questo sono tornato in Europa». E dopo un attimo ha aggiunto: «L'America è così strana, quando sei lì hai l'impressione che non esista una altro lembo di terra più avanzato dove andare, e capisci perché proprio loro sono andati sulla luna, forse perché non c'era un altro punto più avanti dove andare. Però piano piano senti che non ti basta, vorresti un passo avanti che andasse contemporaneamente anche indietro, forse l'unico passo avanti, quello di una persona con le gambe abbastanza lunghe e divaricate per farlo».

Un passo avanti che andasse contemporaneamente anche indietro” non è facile da immaginare e ancor meno da eseguire. A mio avviso, il romanzo e in generale la scrittura di Del Giudice si pongono come tentativi, come campioni di realizzazione di questo passo. Ho già detto che Atlante occidentale non è un romanzo sperimentale. L’unica caratteristica inattesa e, se vogliamo, disturbante – più come un campanellino, abbastanza discreto, che ti inviti a fare attenzione che come gli ottoni spaccatutto delle avanguardie – è il passaggio, in una stessa situazione narrativa, dai tempi storici ai tempi principali e viceversa (es. nel brano, qui sopra, “finché Epstein disse“, “ha sorriso Brahe“). Come sia da intendere in sé, non so. Io lo interpreto come un’allusione al movimento del reale sotto linee di demarcazione incerte; ma soprattutto, come dicevo, come invito a fare attenzione, uno smarcarsi discreto dal senso comune assunto acriticamente. Al netto di questa particolarità, la tessitura del reale che appare nel romanzo – una tessitura effettivamente inedita, dunque passo avanti – è ottenuta a forza di stile e di pazienza, bilanciando il passo avanti con un lavoro certosino sul noto – la linea di demarcazione della memoria che pian piano si sfalda -, assicurando la comprensibilità, rieducando il senso comune senza strappi, ed evitando così che il passo, per la fretta di avanzare, capitomboli a terra. In questo senso, nel senso di una rispondenza puntuale fra forma e contenuto, fra intenzione e realizzazione, nel senso di essere quello che dice, il romanzo raggiunge una perfezione.

Ripensando a una conversazione con Brahe, dice Epstein:

Avrei dovuto dirgli: è strano, lei guardando vede ancora le cose, proprio lei che lavora nell'assoluta scomparsa delle cose! Sì, potevo dirglielo fuori dai denti: non vede come le cose che cominciano ad esserci, che ci saranno, sono pura energia, pura luce, pura immaginazione? Non vede come le cose ormai cominciano a essere non-cose? Come non chiedono più movimenti del corpo ma sentimenti? Non più gesti ma intelligenza, e percezione?

La scoperta di Epstein non rimane senza conseguenze: lo scrittore ha deciso che non scriverà più. Decisione irrevocabile. Epstein non scriverà più perché ora le sue storie, anziché doverle scrivere, le vede. Guardando le cose, nella manciata di secondi in cui le percepisce percepisce anche la storia che è già lì, fatta, senza bisogno che qualcuno la scriva:

Avrei dovuto essere più esplicito con lui. Ma come potevo? Come spiegargli che io vedo le storie compiutamente? Non spezzoni o immagini o pensieri, ma storie perfettamente realizzate, finite come un lavoro finito, che nascono da quello che vedo e muoiono quando smetto di vederlo, senza che abbia bisogno di dire nemmeno una parola. D'altra parte come potrei spiegarlo, a chiunque? Dovrei raccontarlo in un racconto, ma non posso tornare indietro.

Epstein era scrittore di romanzi e più precisamente, come dice lui stesso, di “avventure“. Poiché otterrà effettivamente il “Grande Premio”, possiamo presumere che le avventure non siano da intendere nel senso di Salgari, ma piuttosto come storie “costruite”. Ora, rispetto alla scelta radicale di Epstein di non scrivere più avventure, cioè costruzioni artificiali condensate, ma di assistere all’autocostruzione naturale delle cose e provarne un sentimento, il romanzo di Del Giudice si pone come formazione di compromesso: non costruzione di un’avventura, cioè di una trama – in Atlante occidentale non ci sono quasi fatti, figuriamoci “avventure” -, ma attenta rilevazione fenomenologica di un cambiamento nella struttura delle cose, cui corrisponde un adeguarsi del sentimento.

La conclusione, come si addice a un romanzo sereno e senza trama, è serena e inessenziale: l'”Esperimento” di Brahe dà i risultati sperati, a Epstein viene attribuito il “Grande Premio”; entrambe le notizie coincidono con il rientro di Epstein in Germania e dunque con la separazione, almeno provvisoria, dei protagonisti. Così, allo sfiorarsi degli aerei all’inizio corrisponde ora un distaccarsi, come se, in uno di quei raddoppiamenti di struttura cari a Del Giudice, il cielo sopra Ginevra, la città, il lago, l’anello sotterraneo fossero essi stessi una specie di gigantesco acceleratore nel quale due particelle si urtano, si modificano, percorrono un tratto insieme, si separano di nuovo. Le ultimissime righe sono un dialogo, poco prima della partenza del treno di Epstein, fra lui e Brahe:

«E adesso?» [- chiede Brahe]
«Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova».
«E questa?»
«Questa è finita».
«Finita finita?»
«Finita finita».
«La scriverà qualcuno?»
«Non so, penso di no. L'importante non era scriverla, l'importante era provarne un sentimento»

Atlante occidentale si può a stento definire una storia: è un sentimento, che una attenta arte della rilevazione e della rappresentazione mette a disposizione dei lettori.

Nota

Atlante occidentale è un romanzo abbastanza breve (160 pagine) ma, sotto un’apparente semplicità e quasi quotidianità di situazioni, piuttosto complesso e di non facile lettura. Per presentarlo, ho scelto un percorso che mi è parso imprescindibile – un’arteria principale per così dire. Sono stata costretta a ignorarne quantità di altri, più o meno laterali, più o meno articolati, decifrabili o per me percorribili. Quindi è senz’altro possibile che il lettore che non l’avesse ancor letto e fosse invogliato a farlo si trovi poi davanti un libro un po’ diverso, o addirittura si chieda se lui e io abbiamo letto lo stesso libro…

L’OMELIA DEL PATRIARCA KIRILL

Saruman 2022

L’omelia pronunciata domenica scorsa da Sua Beatitudine Kirill I, patriarca di Tutte le Russie e un po’, nella Cattedrale moscovita di Cristo Salvatore e non in un villaggetto sperduto in mezzo alla steppa, ci dice molte cose di questo paese. Come abbiamo letto, per Kirill la guerra in Ucraina – anzi mi correggo, l’operazione speciale nel Donbass, perché è evidente che al patriarca non pervengono informazioni riguardanti il resto dell’Ucraina, su cui Sua Beatitudine pare del tutto all’oscuro – è giustificata e anzi giusta perché salvaguarda il Donbass dall’imposizione, cui andrebbe altrimenti soggetto, di mostrare la propria lealtà all’Occidente per il tramite obbligato di una parata del gay pride. Non un certo assetto economico-finanziario, non la trasparenza e democraticità delle istituzioni, non la tutela e salvaguardia dei diritti umani sono richiesti per essere accettati nel club esclusivo dei paesi occidentali; niente di tutto questo, ti basta organizzare una parata del gay pride e sei a posto: quello è il vero lasciapassare, la cartina al tornasole che mostra senza possibilità di errore se sei o no disposto a andare all’inferno per un po’ di libertà individuale e di trasparenza. Bene ha fatto Kirill a metterlo in chiaro, e speriamo che Zelensky l’abbia recepito, così sa cosa deve fare per togliersi i pensieri e avere tutti gli aerei che vuole.

Comunque, sparata la comunicazione in formato supposta per il popolo, Sua Beatitudine affronta il problema della guerra nel Donbass (resto dell’Ucraina: non pervenuto) in modo assai più serio, come dice egli stesso non fisico ma metafisico – dove per fisico si intendono, penso, i cumuli di macerie e i corpi a pezzi, il controllo del territorio e delle persone, cose così; mentre metafisico è l’enjeu, la posta in gioco. I termini non sono scelti a caso, c’è da scommetterci, perché appena sentono ‘metafisico’ i russi vanno in brodo di giuggiole e ti scodellano come niente una leggenda del Grande Inquisitore. Poiché però le cose meglio del patriarca non le dice nessuno, citerò alcuni passaggi dell’omelia come li riporta un sito a caso, ma si trovano più o meno dappertutto, anche Avvenire ne dà una scelta e un resoconto, un po’ più stringati.

«Oggi esiste una prova per dimostrare la lealtà a questo governo [il potere mondiale prima evocato], una specie di lasciapassare verso quel mondo “felice”, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della “libertà” visibile. Sapete che cos’è questa prova? Una prova molto semplice e allo stesso tempo terribile: è il gay pride. Le richieste a molti di organizzare un gay pride sono una prova di lealtà a quel mondo molto potente; e sappiamo che quando le persone o i paesi rifiutano queste richieste, allora non possono entrare in quel mondo, ne diventano estranei. […] I gay pride sono progettati per dimostrare che il peccato è una delle variabili del comportamento umano. Ecco perché per entrare nel club di quei paesi è necessario organizzare una parata del gay pride.[…] E sappiamo come le persone resistono a queste richieste e come questa resistenza viene repressa con la forza. Ciò significa che si vuole imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio, e quindi imporre con la forza alle persone la negazione di Dio e della sua verità. […] Intorno a questo argomento oggi c’è una vera guerra». L’argomento è centrale, decisivo: «Se l’umanità riconosce che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità concorda sul fatto che il peccato è una delle opzioni per il comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì. E le parate gay sono progettate per dimostrare che il peccato è una delle variazioni del comportamento umano». (Qui)

Ricapitolando: l’operazione speciale di Putin, dice il patriarca nel più puro spirito e lessico dostoevskiano, è cosa buona e giusta perché libera i russo-ortodossi del Donbass dal giogo occidentale che vuole costringerli alla peccaminosa deriva lgbt+, la quale, se non sarà stoppata dalla Santa Madre Russia, condurrà alla fine della civiltà umana.

E ben.

Questa è la Russia attuale, signori. E la premessa non esplicitata ma perfettamente leggibile del discorso di Sua Beatitudine è: noi russi siamo meglio degli occidentali. Posizione nota anche come panslavismo, che, come tutti i pan-, poggia sulla convinzione: noi siamo meglio di voi.

Per concludere: è plausibile che la Russia si senta minacciata dall’Occidente (USA, Nato, UE)? A me non pare; tuttavia io non sono un’analista politica né tantomeno militare. Quel che è certo invece, è che la Russia con l’Europa non vuole averci nulla a che fare – se non venderle il gas che le serve per finanziarsi; perché Tutte Queste Russie di cui Kirill è il patriarca, con la loro spaventosa estensione, i loro centoquarantaquattro milioni di abitanti e le loro testate nucleari, hanno un pil che è più o meno quello dell’Italia. E lì credo che sia una parte del problema.

FRATELLI SERBI

Leggo ora, dal Fatto quotidiano, la notizia “A Belgrado migliaia di persone in piazza per sostenere Putin: «Siamo fratelli»” (qui). Cito la frase finale della comunicazione: “Successivamente le persone scese in strade si sono dirette all’ambasciata bielorussa, dove hanno scandito i seguenti cori: «Serbi e russi fratelli per sempre», «la Crimea è Russia», «il Kosovo è Serbia»“.

Innanzitutto, bene che a Belgrado si possa manifestare, mentre a Mosca non si può. Magari i serbi potrebbero rifletterci. Ma non è questo che volevo dire. Volevo dire che l’assistente russa di mia madre (evito di proposito il termine ‘badante’ che lei non avrebbe accettato, e con ragione) – alla quale ripenso molto spesso in questi giorni e che è stata una vera miniera di informazioni indirette – mi disse una volta la stessa cosa, cioè che i serbi erano i loro fratelli – appunto come lo sono i fratelli: da sempre e per sempre, non è un legame che si possa fare e disfare. Ricordo che la scelta lessicale mi stupì abbastanza: non ero abituata a considerare la fratellanza fra i popoli come una cosa di sangue e destino, ma piuttosto come una cosa di amore, di volontà, di solidarietà; l’obiettivo assoluto, d’accordo, ma che si raggiunge, o si prova a raggiungere, a forza di determinazione e fatica, superando notevolissimi ostacoli che sarebbe sciocco ignorare. Lì invece no. Lì loro erano fratelli, un point c’est tout. Mi sembrò un pochino vecchio, un po’ rimasto indietro. Andava ad aggiungersi ad altre osservazioni che mi apparivano, come dire, datate. Ad esempio questa signora avrebbe voluto trovare in ogni paese europeo l’elemento nazionale, io direi folkloristico, che pensava di essere in diritto di aspettarsi: che so, la baguette col café au lait in Francia, le danze lusitane in Portogallo, il Wiener Schnitzel in Austria e Germania e gli orologi in Svizzera. Non trovandoli – o almeno non trovandoli nella misura pervasiva che immaginava – si sentiva defraudata di qualcosa. Mi è di conforto pensare che, se andasse in Catalogna, potrebbe assistere ogni domenica alle sardane spontanee in piazza. Rimane il fatto che a me queste nostalgie sembravano un po’ fuori tempo, non sono una fan della conservazione del passato sotto spirito. È un certo livello di omogeneità che può tutelare le differenze, non il contrario. Naturalmente sull’omogeneità si può e si deve discutere; ma da dentro, non da fuori. Anche su questo però la signora aveva idee ben chiare e definite. Disse ad esempio una volta (ed ebbe poi modo di ripeterlo), con la lapidarietà e la civiltà di una cannonata, che gli italiani sono servi degli americani. Lo disse mentre prendevamo insieme il tè che le avevo offerto, e siccome gli italiani saranno pure servi degli americani ma hanno il senso del rispetto per gli ospiti, e oltretutto ero stata colta piuttosto di sorpresa, mi limitai a un sorriso imbarazzato. C’era sicuramente nel suo atteggiamento generale una parte di frustrazione, come peraltro in Putin e nella Russia che lo sostiene. E lei infatti per Putin stravedeva. Se lo guardava beata sullo schermo del computer. Ci fece notare, con orgoglio, che aveva “gli occhi da lupo”; pare sia una caratteristica fisiognomica molto positivamente connotata; non so. Ma sto divagando. Aggiungo solo che per molti aspetti la stimavo e la ammiravo; non per tutti.

Ma per tornare al punto e alla fratellanza russo-serba, la stessa impressione di sfasatura storica – tragicamente ampliata, ça va sans dire – l’ho avuta con l’aggressione russa all’Ucraina. Non fosse che la gente muore davvero, e che la Russia ingloba davvero, e ingloba adesso, sembrerebbe di assistere a qualche filmato della metà del secolo scorso. La retorica di Putin – nel senso proprio del modo in cui parla – fa uno strano effetto; un effetto esotico, come sentir parlare l’indigeno di una remota isoletta. Ci sarebbe da ridere, non fosse che la remota isoletta ha un arsenale atomico.

Del marcio ce n’è dappertutto. Ma in Russia, e questa è la cosa preoccupante, c’è del vecchio.