ZINGARI (terza ed ultima puntata)

Trento Longaretti, Il carrozzone degli zingari

TERZA PUNTATA (le altre puntate qui e qui)

III

Cosa so io degli zingari

Degli zingari io so pochissimo.

Diceva mia madre che quando lei era piccola, quindi anni ’20, primi anni ’30 del secolo scorso, gli zingari erano “magnàn”: riparavano le pentole e gli utensili in rame; o anche commerciavano di cavalli; viceversa i commercianti di cavalli avevano un bell’essere stanziali, era come se conservassero qualcosa di zingaresco. D’altra parte un mio compagno di liceo (primi anni ’70) ci diceva che suo nonno, capofamiglia assoluto benché i figli avessero a loro volta famiglia, portava gli orecchini, i quali indicavano il suo status di ‘sdór: riduzione per aferesi di resdór, da un ipotetico latino volgare *regitor, stessa etimologia di rex.

Io di questi qua con gli orecchini, da piccola, qualche volta ne avevo visti: erano della Bassa (che vuol dire Bassa Padana), mori di capelli e scuri di pelle, e sembravano un po’ degli zingari.

[Notiamo, per accuratezza filologica, che esiste anche il femminile, ‘sdóra o resdóra, la moglie dello ‘sdór, che oggi come oggi si collega visivamente a una bonaria signora di mezza età che tira la sfoglia a mano e fa i tortelli, ma nei nuclei plurifamiliari agricoli che vivevano sotto lo stesso tetto era la capa in testa, non necessariamente bonaria, che presiedeva all’organizzazione domestica.]

Tornando agli zingari, non risulta che rubassero, o che si dicesse che rubavano. Se così fosse stato mia madre l’avrebbe riferito, non era il tipo da omissioni ideologiche. A quel che so, gli zingari comparivano regolarmente, riparavano gli utensili di rame, commerciavano di cavalli. Punto.

Quando arrivavano si accampavano in una piazzetta abbastanza centrale, dove piantavano il tendone anche i piccoli circhi o si esibivano, senza tendone, saltimbanchi e artisti girovaghi. Non vorrei far confusione, ma mi pare che dicesse, mia madre, che ci si fermavano anche i pastori con il gregge; in ogni caso una vocazione animalista la piazzetta la doveva avere, perché fino a tempi recenti nel breve scampolo rimasto dopo la costruzione della Casa del Popolo si teneva il mercato settimanale degli animali vivi, più che altro pulcini di gallina o di anatra. Dopo la guerra, dicevo, vi fu costruita la Casa del Popolo e la piazzetta sparì. Sparirono anche le pentole e i paioli di rame. Almeno uno però durò abbastanza da lasciarmi il ricordo di un quintale di giardiniera che dovemmo buttare perché era rimasta a raffreddare nel paiolo. Dicevano che a lasciarli raffreddare nel rame i cibi diventano velenosi. Non so; so che io la assaggiai ed era amarissima.

All’epoca della giardiniera attossicata io avevo tre o quattro anni, eravamo alla fine degli anni ’50 e mio padre lavorava all’Enopolio Consorziale, detto Cantinone, un enorme parallelepipedo stile fascio dedicato alla produzione del vino. Per qualche tempo (non so quanto) mio padre fu assunto tempore vindemiae e licenziato alla fine della lavorazione del vino, circa marzo-aprile (risultava cioè annualmente disoccupato un po’ più a lungo di un odierno precario della scuola). Però avevamo gratis alloggio, luce, acqua, e pure il vino. Il nostro appartamento era nelle pertinenze della cantina: una serie di edifici dismessi che prima erano stati la Fornace, di cui restava la ciminiera. Ricordo che le finestre della parte abitativa, larghe e salubri come le voleva il regime, avevano saracinesche di ferro anche al primo piano, come in tutto il resto del complesso. Si trovava, questo Cantinone – e la sua lamentevole spoglia si trova tuttora – un po’ fuori paese, in località detta Villa delle Ville, toponimo assai strano dal momento che per la maggior parte erano catapecchie. Comunque lungo il muro di cinta del Cantinone scorreva e scorre – ma parlare al presente è in qualche modo inadeguato giacché se del Cantinone rimane la materia, la forma è perduta – il canale. Il Canale Ducale.

E qui dobbiamo precisare. Non vorrei infatti che qualche affezionato lettore, il quale, se mi segue da un po’, avrà indovinato più o meno dove vivo, volendo prendere visione dei luoghi – i Canali Ducali non sono poi così fitti -, esplodesse in una sonora risata: ma come, questo sarebbe un canale?! – che fu non molto tempo fa la reazione di amici tedeschi. Allora: non è un canale navigabile, né uno di quei canali larghissimi e pieni fino all’orlo che si vedono alla Bassa. È un canale di irrigazione, largo mediamente tre metri, che prende l’acqua dal torrente a monte e la convoglia per una quarantina di chilometri attraverso prati e campi. Distribuisce ogni anno 30 milioni di metri cubi d’acqua e lo fa dal XVI secolo, contribuendo in modo decisivo alla ricchezza e al benessere della zona; per cui c’è poco da ridere.

Poiché il luogo era tranquillo e quasi campestre e c’era l’acqua, sul margine della strada sterrata del Cantinone, verso il canale, si fermavano i carrozzoni degli zingari. Mia madre era una persona curiosa, attratta dall’individuale e concreto, e nei confronti dell’individuale e concreto del tutto priva di pregiudizi. Ricordo però che rideva, bonariamente ma rideva, perché una zingara – bisognerebbe dire una signora zingara – parlandole del marito aveva in qualche modo supposto una commensurabilità, una sostanziale omogeneità, fra il suo matrimonio zingaro e il matrimonio stanziale di mia madre – come se mia madre e la zingara e i rispettivi ménage non appartenessero, con tutta la buona volontà, a due universi completamente distinti; talmente distinti che diventava difficile, nel concreto, trovare la dimensione umana comune e si finiva per essere, l’uno nei confronti dell’altro, come due alieni non-belligeranti.

I bambini del vicinato erano quasi tutti maschi e più grandi di me. Quelli degli zingari invece erano bambine circa della mia età. Fraternizzai immediatamente benché avvertissi, da parte loro, una specie di patina di indifferenza sulla quale si arenavano i miei slanci. Avevo da poco imparato a cucire berretti per le bambole. Era molto semplice: si prendeva un rettangolo di tessuto un po’ sostenuto (io avevo un rotolino di panno rosso perfetto per lo scopo), si piegava in due, si faceva una cucitura in diagonale, si rivoltava, ed ecco un bellissimo berrettino a pan di zucchero. Ne confezionai, seduta stante, diversi per le bambine degli zingari senza farmi smontare dal loro più che tiepido entusiasmo.

Mia madre non vedeva di buon occhio questa frequentazione per un motivo molto preciso: aveva paura che prendessi i pidocchi – timore quanto mai fondato, a giudicare dal tempo che gli adulti passavano a spidocchiarsi seduti fuori dai carrozzoni. Io avevo il divieto di salirvi, ed è vero che il loro interno mi incuteva un po’ di timore; significava toccare con mano una diversità e, forse, inconciliabilità che cercavo di smussare a forza di chiacchiere e berrettini per le bambole. Vi salii tuttavia, una volta che le bambine avevano deciso di fare le pulizie. Non so cosa adoperassero, penso sapone, in ogni caso qualcosa che faceva molta schiuma. Lavavano alacremente gli arredi del carrozzone con questa cosa che faceva schiuma e tutto l’interno era pieno di schiuma bianca. È l’ultima immagine che ho degli zingari perché – non so se quella volta o un’altra, ma credo quella -, poiché disattendevo regolarmente i divieti di mia madre, mio padre venne lui stesso a prelevarmi. Era un fatto eccezionale, che occorse non più di tre volte durante la mia intera infanzia, e credo che se ognuna di queste tre volte Dio Padre si fosse mostrato di persona ad annunciare il Giudizio Universale, l’effetto non sarebbe stato maggiore. Mio padre poi non diceva né faceva nulla; bastava la presenza. E l’espressione.

Qualche tempo dopo ci trasferimmo, e non so se fu quello il motivo per cui non vidi più gli zingari o se già prima avessero smesso di venire; in ogni caso alla fine degli anni ’50 il tempo dei carrozzoni trainati dai cavalli era agli sgoccioli. Per arrivare al successivo incontro ravvicinato bisogna aspettare sette o otto anni e superare la metà degli anni ’60, quando ero alle medie e avevo sviluppato per l’annuale fiera del paese (durata massima quattro-cinque giorni) un’attrazione ossessivo-compulsiva. Un anno feci amicizia – un’amicizia effimera, vista la breve durata della fiera – con una ragazzina, figlia di una famiglia di giostrai; ma dovevano essere piccoli giostrai, o più probabilmente gente che lavorava per loro. Di questa amicizia ricordo due cose: che giocavamo a bigliardino dal prete e che la ragazzina, soprattutto in presenza di altri giovani autoctoni, ripeteva incessantemente che loro non erano zingari perché erano battezzati. A me, che lei fosse o no zingara – come che fosse o no battezzata – non me ne poteva fregare di meno, anzi, credo che saperla francamente zingara mi avrebbe fatto più piacere. Ma lei ripeteva questa storia del battesimo con aria ostinata e scontenta, come qualcuno che tenta di uscire da un ghetto e sa già che fallirà.

C’è un’altra cosa che ricordo di questo breve incontro; una cosa che non riguarda né gli zingari né i giostrai ma soltanto me. Non so di preciso quanti anni avessi, direi fra gli undici e i tredici, comunque l’età in cui si cominciano a fare osservazioni su se stessi – o forse, più precisamente, a essere sorpresi da una specie di autonomo prodursi di queste osservazioni. Allora, l’osservazione che si produsse in occasione di questo incontro fu che era ben strano che io ricercassi la compagnia di persone che oggi si definirebbero “al margine” (naturalmente non disponevo del termine, ma l’idea era precisa e era quella). Per dire: mia sorella non si sarebbe sognata. Fu la prima volta, credo, in cui scoprii in me questo Hang nach unten. Mia sorella ha sempre mostrato una tendenza – misurata e onorevole – all’ascesa sociale. Il mio interesse invece, se c’è, va verso il basso.

Ma tornando al punto, fin lì io non ricordo che si dicesse che gli zingari rubavano. Abbiamo avuto dei vicini di casa che rubacchiavano – cosette: biancheria stesa, indumenti appesi al filo – chi per situazioni di indigenza, chi per una specie di cleptomania. Ma gli zingari, mi pare, erano lasciati fuori. Fu più tardi che si cominciò a dirlo, fu negli anni ’80 e ’90 che mia madre, forse anche perché invecchiava, cominciò a raccomandarsi per la fiera di chiudere bene porte e finestre “perché c’erano in giro gli zingari”. E che gli zingari (certi zingari?) rubassero era fuor di dubbio. La mia impressione è che si fossero adeguati; o dovuti adeguare. Quale mestiere onesto si offriva ancora a una vita nomade? E insomma non abbiamo assistito, da un certo punto in poi, a un incanaglimento generale della società? Non diversamente dagli altri gruppi sociali, anche gli zingari si saranno incanagliti – a modo loro.

Più tardi, per quel che posso vedere dall’osservatorio di un paesino e di una piccola città di provincia, sia nell’accattonaggio che nel furto mi pare che gli zingari siano stati soppiantati da esponenti delle ondate migratorie. In giro se ne vedono pochi e probabilmente, a parte qualche rara anziana con la sottana lunga e la cantilena, sono sempre meno individuabili dall’aspetto. Lungo la ferrovia che collega il paese alla città c’è un piccolo insediamento, ovviamente abusivo. Lo scampolo triangolare di terra appare di anno in anno più strutturato e organizzato. I bambini vanno a scuola e gli adolescenti alle superiori in città. Questi ultimi, occasionalmente, raccontano che loro non pagano bollette della luce perché spillano l’elettricità direttamente dai cavi Enel. Per questo sono da alcuni blandamente biasimati, da altri francamente ammirati.

2 pensieri riguardo “ZINGARI (terza ed ultima puntata)”

  1. Ti invidio un po’. Io ho conosciuto gli zingari solo attraverso la letteratura per bambini ( ho perso memoria dei titoli ) e ne rimasi affascinata; ritrovavo un modo di vivere più in armonia con la natura e con il mistero che nasconde. In questo senso, il dipinto che hai scelto a corredo del post è perfetto. Grazie per la piacevolissima lettura.

    p.s. abbiamo in comune una disposizione (“Hang nach unten” )

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