PLAUSIBILITÀ

Fritz non poteva saperlo ancora. Da persona in gamba qual era, è normale che considerasse l’amore qualcosa su cui si può lavorare. Per dire: quando parlava con me sembrava che si tirasse su le maniche. Ricambiava l’interesse che sulla base della combinazione fra il viso onesto e i jeans lilla stonewashed gli avevo manifestato quando l’avevo visto per la prima volta in una cantina buia. Fin qui, molto specifico. Ma non mi liberavo dal sospetto che da parte mia l’interesse fosse da imputarsi più a una specie di buonsenso che a una vera scintilla. I miei umori hanno generalmente un carattere opposto al buonsenso, il che me lo rende addirittura eccitante. Qui – con Fritz, con Gazelle[1] – avvertivo in ogni caso il fiorire di un equivoco di tipo strutturale e profondo. Mi interessavo a Fritz in un modo del tutto pigro e ozioso, per il fatto degli stonewashed lilla ad esempio, e il loro paradigma di plausibilità che aveva un’aria così familiare; in generale Fritz mi sembrava sprizzare plausibilità da tutti i pori; ma forse questo è solo il nome che io attribuisco a ciò la cui organizzazione mi appare troppo pratica e straightforward per essere vera – cioè per essere attrattiva. O non sarà che negli incontri desidero evitare il buonsenso, perché so che poi si mette in moto il mio e mi invischia in cose serratamente logiche? In ogni caso non mi attirava particolarmente l’idea che qualcosa di plausibile dovesse diventare veramente vero. Al contrario, ero quasi sicura che presto o tardi mi sarei sentita stuzzicata, anzi costretta, a smarcarmi in un modo che contravveniva alle regole che nessuno aveva esplicitato, e mi sembrava più leale non attirarlo nemmeno fuori dal suo buco, questo giovane tizio con la sua buona filosofia di vita, e tuttavia, poiché a livello logico non mi veniva in mente nessun argomento contrario – non da ultimo perché la sua buona filosofia della vita e dell’amore nulla ha da temere da una logica che difende il No –, gli avevo insomma dato appuntamento. Mi era chiaro che non avrebbe considerato un valido argomento per non vedersi l’obiezione che il mio interesse era perverso, voyeuristico e ossessivamente inutile, per la buona ragione – e in questo viceversa era simile a me – che si era fatto un principio di non aver paura di nulla e nessuno scrupolo puritano. E tuttavia, confrontato con i miei umori nella loro reale manifestazione, avrebbe trovato argomenti morali, estetici e di quotidiana pratica di vita contro i miei comportamenti. Se mi fossi lasciata andare con questo tizio avrei tirato fuori il peggio di lui, lo avrei disteso gentilmente sulle ginocchia di entrambi, in modo che potesse coccolarlo, avrei continuato, di nascosto, a farmi beffe della sua “plausibilità” fino a dover tanto ridere di battute segrete e impossibili da spiegare – senza che con tutto ciò diminuisse la mia inaffidabilità e voglia di cose diverse da lui –, che si sarebbe sentito offeso, avrebbe cominciato a piagnucolare, e io, dal momento che non sarei stata in grado di spiegargli perché poteva anche essere banale e piacermi, mi sarei allontanata. Era meglio, conclusi, farlo aspettare inutilmente adesso, seppure la cosa non mi convincesse del tutto.

Da: Ann Cotten, Des Todes dummer Bruder (Il fratello stupido della morte)[2], in: Ann Cotten, Der schaudernde Fächer (Il ventaglio che trema), Suhrkamp 2013 (traduzione mia)

Tema del racconto, e della raccolta, è l’amore: la fusione impossibile e la distanza che rimane. La “plausibilità” si sforza di ignorare la distanza – anzi, essenza della plausibilità è proprio il fatto – la pratica capacità – di non vedere la distanza. Un io sensibile, cioè dolorosamente consapevole di sé e di ciò a cui, tutto intorno, si urta, non dispone di questa abilità che permetterebbe di passare attraverso la vita in modo relativamente indolore. Buonsenso e plausibilità attirano – per contrasto – l’io sensibile come per una sotterranea invidia; ma egli sa che l’idillio non durerebbe. È un problema psicologico, metafisico, dunque anche, in senso lato, politico, come emerge parzialmente dalla conclusione del racconto, purtroppo non ancora tradotto.

Trovo ineccepibile il lavoro di analisi dell’autrice. Parla di cose che conosce, che riguardano potenzialmente tutti, e le analizza con una lingua e una logica impeccabili. Va al fondo dell’analizzabile.

La vita è spesso, e anzi per definizione, aporetica. Quello che possiamo fare, è utilizzarla per l’arte: “Ciò che facciamo da tempo, è rendere la vita utilizzabile per l’arte.” (Dalla quarta di copertina).


[1] Ragazza che la narratrice incontra nel caffè dove sta riflettendo sull’appuntamento con Fritz e sull’opportunità di andarci.

[2] Il titolo del racconto allude al romanzo di Jeff Lindsay Darkly Dreaming Dexter, tradotto in tedesco Des Todes dunkler Bruder (il fratello oscuro della morte) e in italiano La mano sinistra di Dio, alla base di un’omonima serie.

8 pensieri riguardo “PLAUSIBILITÀ”

  1. Non so come altri racconti tratterebbero l’amore, ma qui manca del tutto la freccia di Cupido, l’attrazione involontaria ma certa, non per i jeans lilla ovviamente, ma per l’aspetto – volto, gestire, interloquire, rispondere allo sguardo – che, pare, sia il punto iniziale per una possibile continuazione, su cui le osservazioni di Ann Cotton sono in effetti pertinenti.

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      1. Questa è solo una pagina di ventidue, comunque la narratrice stessa dice “Ma non mi liberavo dal sospetto che da parte mia l’interesse fosse da imputarsi più a una specie di buonsenso che a una vera scintilla” – dove la scintilla sta per la freccia di Cupido, immagino.
        Quanto all’aspetto, sono d’accordo che è essenziale per l’innamoramento, ma dell’aspetto fanno parte anche i jeans lilla (cioè il modo di vestire); inoltre penso che lo scatenante non sia tanto qualcosa di complessivo – una specie di inventario che si può all’occorrenza dettagliare – ma piuttosto uno o alcuni particolari vissuti come significativi o essenziali, che catturano, fanno passare sopra a un sacco di altri dettagli che invece non piacerebbero, e si allargano nella costruzione fantasmatica della persona di cui ci si innamora.
        Per il presente racconto, per come la vede Ann Cotten, posso citare:
        “(…) il giovane Fritz, che mi assomigliava tanto. Come anche Punto A [così la narratrice chiama un altro uomo col quale ha un qualche tipo di relazione] a suo modo mi assomiglia – e forse in qualche modo tutti gli amati ci assomigliano se siamo un po’ narcisi. Nel caso di Fritz erano ruvidi cerchi intorno agli occhi in un ruvido viso rotondo che aveva qualcosa di artigianale e gentile. Inoltre mi attiravano i suoi jeans tubolari lilla stonewashed – un delitto di cui anch’io mi sentivo capace.”
        “Un’impressione suscita echi e forse è qui che si trova il ramo più grosso nella genealogia delle circostanze in cui si svolge la vita di persone esteticamente impressionabili. Ad esempio non ci si innamora di una persona – che non si conosce nemmeno. Qualcosa produce un confuso algoritmo che fa schizzare in alto, come il fagiolo magico della fiaba, un idrometro per la misurazione della “giustezza” percepita. Questa persona appare come una parziale soluzione cifrata al compito che la vita pone ad ognuno. Ma che cos’è una soluzione? Nient’altro che un nuovo enigma, che soltanto nella differenza col proprio o precedente costituisce una traccia preziosa. Da che cosa riconosciamo una soluzione? Dal suo rapporto ricco di rapporti con l’enigma. Nel momento in cui riconosciamo una soluzione come soluzione ci si chiariscono un sacco di cose sull’enigma. Di questo si tratta. Purtroppo nella vita e nell’amore succede poi che la soluzione, nel caso si inizi una relazione, viene incorporata nell’enigma, che con ciò si disloca ed è costretto a cercare una nuova soluzione.”
        E’ certo che quel che A.C. chiama amore è piuttosto lontano dall’idea ancora marcatamente romantica che si tende a farsene. Magari dovrebbe provvedere la parola di un esponente o di una radice; in ogni caso leggendola si entra abbastanza presto nella dimensione (per lei) corretta.
        Questa A.C. si intende veramente come fuori dall’ovvietà borghese o proletario-borghese (che stessa cosa è).

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      2. Mi pare una buona risposta, ma non credo di avere compreso le ultime frasi.
        Starei sulle generali. L’attrazione che sorpassa le condizioni, la tematica dell’amore profano nel XIII-IV secolo, ricondotta per forza all’ordine teologico e sociale, come desiderio che invece vive solo di sé.
        La nostra condizione – occidentale – ha moltiplicato le mediazioni tra desiderio e possibilità, e convenienze, e persino tra sua potenza e realizzabilità.
        Le corna mondiali ne danno testimonianza.
        Benedetti quei rapporti che vivono felicemente un desiderio incanalato e pacifico.

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      3. Benedetti, come no? Vuoi che non li benedica? Ma a parte che “desiderio incanalato” mi suona un po’ come una contraddizione in termini, temo che questi happy few non producano (buona) letteratura, il desiderio incanalato e pacifico tendendo a essere silenzioso. E occhio alle mistificazioni! Per decenni Aragon ha sommerso Elsa Triolet di versi d’amore cantati su tutte le chitarre; ma era di fatto omossessuale, e come marito poco soddisfacente, pare.
        Quello che da secoli sostanzia la letteratura, occidentale e non solo, non è il desiderio incanalato e pacifico: sono le corna.

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  2. Giusto: la contraddizione è lì, nel desiderio “incanalato”. Tra la fonte e la realizzazione il percorso si spacca?
    Oh, sì.
    Oh no, altrimenti non esisterebbe la coppia. Invece si dà.
    Coppia a separazione… ancora 1 a 0. È uno dei rovelli, sciolti civilmente da una 50ina di anni da noi, ma vedi il Texas e un altro stato usa che ne annuncia la ripresa, sul divieto di aborto: fine tendenziale dei vincoli legali matriminiali et parafernalia varie.

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