UN ALTRO SONETTO DELLA STESSA

Per le informazioni su Ann Cotten e sulla raccolta Fremdwörterbuchsonette rimando al post precedente e al relativo articolo su Poliscritture. Qui un altro sonetto doppio, o sonettessa, seguito da un tentativo di interpretazione. Buona lettura.

32	Stare fermi, teleologico


Quando verso le otto alle tue candele,						
piccole come istanti su lontane alture,
ti metti a lambire l’alfabeto, capezzoli tremanti
riconoscendo, senza un ordine, «semplicemente belli»,				 

e io, lungo lo spigolo della coscienza, le colgo
che vacillano, sorridendo complici, dietro la nuca,
e privo di morso manovro a perdere la faccia;  
il mio dubbio sul movimento, cinicamente filtrando la tua 
                                                destrezza,		  

si paralizza di stupore alle parole note delle tue dita.
Sono soltanto carta e tendo l'orecchio a ciò che dici?
Caduto via già prima, andato senza ritirare
la tua presenza di risposta – la media è annebbiamento,
è come se nell’universo tu parlassi con te stesso:
«A: essere umano. B: altro. Qualcuno mi sente?» muore il suono.

E giacere nell’universo che ci abbraccia,
rivestimento di imbottitura, controcorrente alle fiammelle.
Se ci sfugge la meta alla deriva, fuori dal tempo 
si rovescerà lo sfarfallio delle scintille. Non che 

mi piaccia, mi si incollano le palpebre, 
quasi non sono più io destandomi da questo mare,
e grido: «Sono Houdini! Fate saltare i corsetti!»
Li ho fatti saltare da un pezzo. Con te. Un nuovo idioma 
                                     dobbiamo procurarci,

un meta-essere-in-movimento, un balzare 
da impulsi unicamente, per distendersi 
oltre i cadaveri delle sinapsi e aspirarci verso il vuoto.
Nessun buco nero conosce i nostri giochi. Cedere
dovrà ai colpi delle lingue: muta, eludendo
la diagonale, sulle guance si trattiene la nostra meta.

Questa “sonettessa”, come definisce Ann Cotten i componimenti della raccolta, mostra una chiara cesura fra il primo e il secondo sonetto: i versi 13-14 (“è come se nell’universo tu parlassi con te stesso: / «A: essere umano. B: altro. Qualcuno mi sente?» muore il suono”) chiudono una prima parte del componimento incentrata su una scena relativamente statica, in ambiente chiuso, con due personaggi (un idillio in fondo) e aprono alla seconda che ha invece come teatro il Tutto, l’Universo.

Nella prima parte, dei due personaggi (prescinderò dal genere dal momento che non è possibile evincerlo dal testo tedesco) uno gioca con la fiamma delle candele, la lambisce e contorna con effetti di alfabeto; il movimento delle dita diventa parole (v.9 “le parole note delle tue dita”). L’altro, l’io parlante, appare dapprima scettico rispetto a questo “gioco-movimento”, restio a lasciarsi coinvolgere (v.5 “e io, lungo lo spigolo della coscienza, … dietro la nuca”); ma quasi in un unico movimento il dubbio e la diffidenza cedono allo stupore di fronte alla “lingua” che parla nel movimento dell’altro. A chi si rivolge quest’ultimo? Che già si è allontanato, in una sua dimensione, dalla caparbia immobilità dell’altro pur senza interrompere il filo della comunicazione, di una corrispondenza. È uscito dallo spazio euclideo della stanza, dalle proporzioni e abitudini umane, il suono della sua voce si perde nel vuoto degli spazi cosmici.

Nella seconda parte entrambi i personaggi si trovano in quello che possiamo chiamare, con metafora, il vuoto interstellare. Del terrestre (umano) rimangono le fiammelle, “die kleinen Feuer”, i piccoli fuochi delle candele, ma il movimento dei personaggi è in senso contrario, e se non si giungerà a una meta le scintille dei piccoli fuochi – quel che rimane del noto, del terrestre e dell’umano – si ribalteranno fuori dal tempo.

Non è una bella situazione (18/19: “Geheuer / ists nicht”), e il senso è di apnea e di soffocamento – con allusione al celebre Houdini che si faceva incatenare sul fondo della Senna e ne riemergeva. Per respirare bisogna spezzare non le catene di Houdini ma i corsetti: le abitudini, le convenzioni, le sclerotizzazioni di qualsiasi genere. Questo sarebbe banale, non fosse che la “frantumazione” delle catene non si dà in loco, a partire da dove si è; bisogna prima lasciarsi aspirare, anzi aspirarsi da sé, nel vuoto (v. 25: “ans Vakuum” – la scelta di ‘Vakuum’ rinforza l’immagine dell’essere aspirati). È l’esperienza del vuoto che, paradossalmente, permette di trovare un terreno solido perché non calpestato, ancora libero da menzogna (“eludendo la diagonale”), su cui è possibile costruire dell’umano (“sulle guance si trattiene la nostra meta”).

Osservo inoltre che i due personaggi appaiono, oltre che attraverso la voce (voce lirica dell’uno, voce che risuona e si perde nel vuoto cosmico dell’altro), attraverso parti del corpo: nuca, dita, palpebre, lingua, guance; oltre a caratteristiche e movimenti del corpo: destrezza, lambire, manovrare, giacere, stendersi, balzare. Cristiana Fischer parla a questo proposito di “lato propriocettivo della poesia”, che intendo come acquisire consapevolezza e rendere consapevoli del proprio corpo. È attraverso il corpo infatti che viene rappresentata la situazione di partenza, l’uscirne nel vuoto privo di punti cardinali in cui la meta va alla deriva e soggiornare è quasi impossibile, e il riacquistare una nuova stabilità.

Questo per ricostruire una struttura argomentativa e i suoi elementi portanti; ma il bello della poesia è anche, e forse soprattutto, in certe immagini, in certe suggestioni, e nella capacità di Ann Cotten di sprigionare queste suggestioni, che chiameremmo “poetiche”, a partire da una disarticolazione dei gesti, degli atti linguistici, delle parti del corpo, dei luoghi e delle situazioni che appare ostica e quasi barbara, quando non fosse “riculturizzata” dall’esattezza e dalla precisione della forma.  

PAROLE STRANIERE. QUATTRO SONETTI DI ANN COTTEN

Ann Cotten è una poetessa e prosatrice di lingua tedesca, nata nel 1982 a Ames, Iowa, e trasferitasi all’età di cinque anni a Vienna con la famiglia. Attualmente vive fra Vienna e Berlino. Benché il tedesco sia la lingua base della sua produzione, il bilinguismo la porta verso più marcate commistioni, che si allargano anche al giapponese sia per un interesse per la cultura nipponica che per le caratteristiche semiotiche di questa lingua. (Continua su Poliscritture, qui)

LE CUGINE. UN’ARCHEOLOGIA

Reggio Emilia, via San Carlo con la chiesa dei SS. Carlo e Agata

Appartenevano al ramo cittadino della famiglia. Il padre aveva all’ingresso della città, appena passato il ponte di San Pellegrino, uno stallo la cui insegna fino a poco tempo fa si leggeva ancora. Erano sei sorelle. Di una, della suora, non so nulla, a parte che era la farmacista del convento, o forse di una casa di cura annessa al convento, su, a Verona mi pare. Nemmeno quella sposata, che andò poi a stare in Liguria, l’ho mai conosciuta; ma di lei, dell’Anna Tolve, so nome e cognome – parlo del cognome del marito, naturalmente. Questo perché mia madre ne parlava spesso; e poi è una combinazione che si ricorda: Anna Tolve – un nome e un cognome che stanno bene assieme. Insomma lei, l’Anna, a parer mio ha fatto bene a sposare Tolve, anche se poi lui le faceva un sacco di corna; perché le corna sono comunque qualcosa di molto diffuso e i bei nomi no. Così, questa Anna che non ho mai visto è un personaggio noto, una carta sicura nelle partite un po’ monotone che sono diventate le conversazioni con mia madre: Chi dici, mamma? Ah, sì, l’Anna Tolve! (Continua qui)

QUEL MASCHILISTA DI ARNO SCHMIDT

Negli Stabilimenti Greiff Schmidt conobbe Alice Murawski, di due anni più giovane, e la sposò il 21 agosto 1937. Il rapporto fra i coniugi era di tipo patriarcale come quello dei genitori di Schmidt. In una lettera a Jerowsky, Schmidt lo descrive come "un amore verticale perfettamente ideale (la mia specialità! Purtroppo!)". Schmidt proibì alla moglie di continuare a lavorare, come lei avrebbe desiderato. Pretese invece che, oltre a sbrigate le faccende domestiche, si trasformasse in assistente e segretaria per i suoi progetti letterari. […]
I diari di Alice Schmidt risalenti alla metà degli anni '50, le cui qualità letterarie furono scoperte tardi, sono usciti a cura di Susanne Fischer.
(Dalla voce 'Arno Schmidt' di Wikipedia deutsch)

Allo stesso tempo [le annotazioni di Alice] mostrano come questo Pigmalione si preoccupasse che la sua metà, plasmata secondo l'ideale della consorte di uno scrittore, restasse ben ancorata a terra: «A. mi tarpa di nuovo le ali».
«Così avresti oliato per bene il Blut und Boden dei nazisti» le distrugge nel 1955 un primo racconto breve. 
(Ulrich Baron, recensione del Diario 1955 di Alice Schmidt a cura di Susanne Fischer, qui). 

Non so se il racconto breve di Alice Schmidt sia conservato e se meriti la critica del marito. Di sicuro c’è che il comportamento pesantemente nazista è il suo, di Arno: il suo considerare la donna, al di fuori dell’ambito sessuale (l’unico rilevante nella sua produzione letteraria), un aiuto dell’uomo, una stampella su cui appoggiarsi fin dall’inizio, un essere privo di scopi e volontà proprie la cui esistenza ha l’unico senso di agevolare quella del maschio. Naturalmente si è scelto la donna giusta:

Nel luglio 1955 [Alice] registra un’insperata magnanimità: «Arno è così caro, non devo cucinare il pranzo.»” (Ulrich Baron, v. sopra)

Ma chi è Arno Schmidt, e com’è che mi viene in mente di parlarne? Arno Schmidt (Amburgo 1914 – Celle 1979) è stato un importante scrittore tedesco-occidentale del secondo dopoguerra. Uso l’aggettivo “importante” perché mi sembra il più adatto ad approcciare la questione. Parecchio discusso in vita, fra accesi entusiasmi e accuse di ciarlataneria, è prevalso man mano l’uso di qualificarlo “grande” – quando non “grandissimo” – senza che siano del tutto scomparse le voci nettamente critiche. L’esordio è nel 1949, col racconto Leviatano, seguito da altri racconti, romanzi brevi, romanzi più corposi, fino all’opus magnum del 1970: Zettel’s Traum (Il sogno di Zettel, non ancora tradotto, mi chiedo se mai lo sarà), milletrecento e passa pagine nell’edizione originale, riproduzione formato A3 del dattiloscritto dell’autore, su più colonne, con annotazioni autografe ecc., per un totale di otto chili di carta stampata. Soltanto nel 2010 Suhrkamp pubblicherà un’edizione composta da un tipografo (cioè non simil-dattiloscritta e/o manoscritta), ora fuori commercio. Il tipografo ci lavorò diversi anni. Per dire.

Schmidt viene volentieri accostato a Joyce – senza considerare, francamente, che Joyce appartiene alla prima metà del secolo e Schmidt alla seconda, il che insinua almeno il dubbio di un certo anacronismo. Io però sono tutto fuorché un’esperta di Arno Schmidt, avendo letto soltanto quattro o cinque dei suoi primi racconti o romanzi brevi. Da giovane mi irritò il pessimismo integrale di Specchi neri (1951) e da vecchia mi irrita, di piccoli capolavori quali Leviatano (1949), I profughi (1953), Paesaggio lacustre con Pocahontas (1955), lo sperimentalismo già sperimentato. I testi di Schmidt non sono di facile lettura. Gli era chiaro che dopo la guerra non si poteva semplicemente narrare come prima (e già prima…); ma le sue soluzioni a mio parere non offrono, a fronte della fatica della lettura, nulla di nuovo, nessuna percezione della realtà sostanzialmente diversa da quelle già elaborate dalla cultura tedesca ed europea prima dell’involuzione nazista. Ad esempio nei Profughi e in Pocahontas, racconti incentrati, pur nella grande diversità delle situazioni, su un rapporto di coppia in una situazione di viaggio o di vacanza, io ritrovo molto del tono generale del Castello di Rheinsberg di Tucholsky (vedi, su questo blog, qui, idillio n° 2). Ma Il castello di Rheinsberg è del 1912.

Se non sono un’esperta e nemmeno un’ammiratrice incondizionata, perché ho tirato fuori Arno Schmidt? C’è stata recentemente, su Poliscritture, un’accesa discussione a partire da un articolo di Dario Borso (scaricabile qui il saggio completo) – lui sì grande esperto, traduttore e imprescindibile commentatore di A.S. – che conduce una serrata polemica contro il defunto germanista Cesare Cases a proposito di una recensione su Schmidt pubblicata nel 1954. A cold case se mai ce ne furono, ma che per quanto cold ha parecchio scaldato gli animi. Sulla discussione preferirei sorvolare, tanto più che ne emerge soltanto, bipartisan, ciò che Paul Simon cantava già nel lontano 1969:

Still, a man hears what he wants to hear
And disregards the rest

(Paul Simon, The Boxer, 1969)

ragion per cui sono molto scettica sul senso delle discussioni, soprattutto quando le parti in causa sono ferme su convinzioni di partenza che, precisamente, non tollerano di essere messe in discussione. Mi hanno colpito invece, mentre cercavo informazioni, gli sgradevoli lati maschilisti di Arno Schmidt. Certo, non tracceremo corrispondenze esatte fra il cosiddetto “io empirico” dell’autore e la sua opera; tuttavia è l’io empirico che, materialmente, scrive l’opera, e qualche traccia, qualche muro portante o transenna o paratia trasfigurata in eterna struttura deve essersi per forza depositata. Mi è venuto in mente che ben prima di scoprire i lati schiavisti di A.S. c’erano state nei suoi testi cose che non mi quadravano.

Non riassumerò la biografia di A.S., volendo si può consultare Wikipedia. Vorrei solo sottolineare come, a partire dagli ultimissimi mesi di guerra (durante i quali Schmidt, approfittando di un congedo dalla Wehrmacht, organizzò la fuga della moglie dalla Slesia, su cui incombeva l’avanzata dell’Armata Rossa, verso la Bassa Sassonia) fino all’inizio degli anni ’60 e oltre, la vita della coppia sia stata molto dura. Arno aveva deciso di vivere da “libero scrittore”, come si dice in tedesco, e rimase fedele alla decisione. Si sa però che vivere da libero scrittore difficilmente riempie la pancia, soprattutto quando si rifiuta qualsiasi compromesso non solo con la società borghese ma anche con l’establishment culturale che potrebbe offrire una piccola nicchia protetta; e soprattutto quando alla moglie si proibisce di lavorare. [Diversamente il nostro Antonio Moresco, che con Schmidt qualche punto in comune ce l’ha, fra cui l’inettitudine al lavoro non letterario e la passione per gli Zettel: le centinaia o migliaia di foglietti su cui sono annotati gli infinitesimi mattoncini che comporranno l’opera. Alla moglie, Moresco “permise” però di lavorare e mandare avanti la baracca]. Schmidt fu un duro e puro: la vita della coppia era consacrata alla (di lui) letteratura. Ma il conto non lo pagava solo lui.

Veniamo alla letteratura. Paesaggio lacustre con Pocahontas è un meraviglioso racconto del 1955. Il noto critico tedesco Marcel Reich-Ranicki, autore, nel 1967, di una sonora e dettagliatissima stroncatura del fenomeno Arno Schmidt, lo ha comunque inserito, assieme a I Profughi, nel suo canone della letteratura tedesca del dopoguerra; per Walter Kempowsky è “la più bella storia d’amore” di A.S.; Günter Grass dichiara che è il suo racconto preferito, ecc. Perfetto. Ma come comincia questa bellissima storia d’amore? Comincia che due amici, ex commilitoni, fanno una vacanza insieme sul Dümmer, un lago della Bassa Sassonia. Erich, vedovo senza alcuna intenzione di risposarsi, è mastro imbianchino, ha dei dipendenti, una bella impresa; non può vedere Adenauer, la CDU e l’opera di “normalizzazione” che essi portano avanti: colpo di spugna sul passato, riabilitazione e riassorbimento nell’amministrazione di politici e burocrati collusi col nazismo, facciamo finta che non sia successo niente e ric0minciamo dai valori cristiani che non sono mai venuti meno. Erich dice, confidenzialmente, che “di là”, nella Germania dell’Est, non si sta così male come vogliono farti credere all’ovest. Joachim, uno dei tanti alter ego dell’autore, è uno scrittore squattrinato: la sua quota per la pensione sul lago è generosamente offerta da Erich. I due sodali non sono nemmeno arrivati che sono già in caccia; l’intraprendente è Erich, che individua subito la preda in una coppia di amiche; Joachim va piuttosto al traino ma non si tira indietro, ad esempio quando si tratta di dare un falso nome sul registro della pensione:

«Nomi falsi?? - : Eh ben! Metti caso che ne ingravidi una! E i documenti qua non te li chiede nessuno.»

Insomma, politicamente saranno pure progressisti, ma in altri ambiti li trovo fastidiosamente regressisti. E non per una questione di morale: la “preda”, in fondo, non chiede di meglio che essere predata, i dongiovanni vacanzieri non promettono nulla che non possano o non vogliano mantenere, nessun imbroglio, tutto chiaro fin dall’inizio. Non si tratta di morale ma di estetica: che squallido inizio per la più bella storia d’amore. Letteralmente: occhiata circolare per reperire e valutare la merce, e vai. Siamo sicuri che stiamo leggendo uno scrittore di avanguardia? Uno che va al fondo delle cose? A me fa l’impressione di un fondo un po’ stantio.

Si dirà che è, appunto, il realismo di Schmidt: Schmidt rifiuta gli abbellimenti e i decorativismi pseudoromantici e rappresenta le cose come sono. Si potrebbe controbattere che lo scrittore squattrinato del racconto alle “cose come stanno” – cioè all’atteggiamento padronale del maschio che stende la mano e prende possesso della femmina – aderisce senza difficoltà, né questo atteggiamento è mai messo in discussione – al massimo è oggetto, nella persona di Erich, di bonaria ironia. Ma vediamo la questione del realismo.

Delle due amiche, una è piccolina, rotonda, soda, volgarotta; l’altra, Selma, è definita “uno spaventapasseri”: un metro e ottanta, ossuta, naso aquilino, labbra inesistenti, profilo di irochese, seno non pervenuto. Erich lancia un’OPA sulla grassotta, a Joachim rimane la seconda scelta. In fin dei conti, dice Erich, il sottufficiale eri tu: sei quello che ha più coraggio. Sarà anche quello che ha più coraggio, ma esita. Poi però succede il miracolo: in canoa, sul lago, le due amiche hanno un piccolo incidente – niente di grave – e Selma appare a Joachim come torso emergente dall’acque, alghe nei capelli, foglie lacustri aderenti all’epidermide, dietro gli orecchi, come fiori, tenere piumette rosa salmone. Non è più la sgraziata spilungona, è una principessa indiana, è Pocahontas, è Ondina (non per niente Schmidt lavora a una biografia di La Motte-Fouqué), è una ninfa delle acque, è lo Spirito del luogo, un’incarnazione della Natura infinitamente al di là delle umane categorie di bello e brutto. E scoppia l’amore – per nulla ideale, anzi molto concreto, che infatti varrà all’autore e al suo editore Alfred Andersch una denuncia per oltraggio alla morale, alla religione e a qualche altro pilastro della società adenaueriana. Ma oggetto dell’amore non è Selma-Selma, bensì Selma-Pocahontas, Selma-Ondina; tant’è vero che trascorsi gli ultimi, pochi giorni di vacanza, Selma-Selma si imbarcherà lacrimante sull’autobus che la riconsegna alla ditta tessile di Osnabrück, alla routine di impiegata, e al suo destino senza luce.

Poi, figuriamoci, Arno/Joachim, come gli altri suoi avatar, è molto galante, molto ben disposto e anche magnanimo nei confronti di queste bizzarre creature, questi spiriti della natura eterei e imprevedibili, fondamentalmente eterogenei rispetto ai maschi, che sono le donne suscettibili di diventare sue compagne. Si può affermare senza tema di essere smentiti che le tratta quasi come esseri umani.

I profughi racconta il viaggio in treno nell’inverno 1950, con bagagli e masserizie, dalla Bassa Sassonia alla Renania-Palatinato di un gruppo di quei (milioni di) tedeschi dell’est, fuggiti davanti all’Armata Rossa o cacciati poi dai Sudeti e altri territori variamente inglobati da Russia, Polonia e Cecoslovacchia, che si erano dapprima provvisoriamente stanziati soprattutto nello Schleswig-Holstein e in Bassa Sassonia e che si cercava di “smistare” verso regioni più occidentali. Già alla partenza l’io narrante, di cui non ci viene detto il nome, fa la conoscenza di Katrin, pimpante vedova di guerra. Giunti dopo un paio di giorni alla meta – un paesino della Renania-Palatinato – si spacciano per fidanzati (lo status di fidanzati ha o aveva in Germania maggiore ufficialità che in Italia) e si insediano con i libri (di lui), i mobili (di lei) e un gatto (del luogo) in una mansarda. Nonostante i disagi e le difficoltà si approda all’idillio. Un idillio completo: Katrin sa battere a macchina – professionalmente, con dieci dita:

«Senti, io adesso mi esercito ogni giorno, - E poi potrai dettarmi tutto» concluse solenne e tempestosa.

Formattata a tempo di record.