JAN WAGNER, una poesia italiana

canto serale, lago di como

autunno, quando gli ippocastani depongono le armi,

mazze chiodate giacciono sparse sul terreno

all’intorno, sui rami le bacche del sorbo selvatico

                        si gloriano del loro

veleno. ora riposano – tutti gli ami da pesca

sul fondo, le barche di legno nelle rimesse,

mentre le foglie si mutano in fumo

                        riposano le ville

dalla fatica dello sfarzo, e un orlo di lampioni

divide la passeggiata dal lago, vuoto

il traghetto trasporta un ultimo carico

                        di luce oltre l’acqua.

(Da: Australien, 2010. Traduzione mia)

All-focus

Di Jan Wagner (Amburgo 1971), vincitore nel 2017 del Georg-Büchner-Preis, il massimo premio letterario tedesco, ho parlato qui e qui. È un poeta a cui viene riconosciuta un’estrema raffinatezza formale, e nel contempo rimproverata l’assenza di engagement. Di questa, vera o presunta, assenza di impegno – tema “pesante” – parlerò un’altra volta, a proposito di altre poesie. Questo vuol essere soltanto un piccolo assaggio – di raffinatezza e di “disimpegno”.

Non credo sia mai stata tradotta. Di Wagner è uscita in Italia la raccolta Variazioni sul barile dell’acqua piovana (Regentonnenvariationen, 2014), Einaudi 2019, a cura di Federico Italiano; inoltre una scelta di poesie a cura di Anna Maria Carpi qui, e una a cura di Dario Borso qui. Altro al momento non mi risulta. Io pesco dall’antologia personale Selbstporträt mit Bienenschwarm (Autoritratto con sciame di api), Hanser Berlin 2016, che anche solo da guardare di fuori è un libro bellissimo (a proposito di – vera, presunta? – futilità).

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E sempre a proposito di futilità, c’è un altro libro di Jan Wagner che vorrei possedere: Achtzehn Pasteten (Diciotto terrine), Berlin Verlag 2007, non tanto per avere tutte le liriche di cui la mia antologia mi presenta solo una scelta, ma perché ha una copertina bellissima:

Però non è più in commercio, e nelle librerie antiquarie costa dai 105 ai 125 euro più la spedizione. Non so…

Da notare che non sono affatto una bibliofila – proprio per niente. Ma quando una cosa è bella è bella.

8 pensieri riguardo “JAN WAGNER, una poesia italiana”

  1. Hai scritto di raffinatezza (e “disimpegno”): brilla nella mente la scena, tra gradazioni di ombre rosse, brune e di fumo che si allargano, con la doppia sciabolata in crescendo dall’orlo dei lampioni al traghetto di luce, contro la quiete notturna. Magnifica.

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    1. Grazie, a nome di Jan Wagner. Hai l’occhio da poeta. In un primo momento l’ “orlo di lampioni” mi aveva leggerissimamente urtato, come un po’ banale. Poi ho capito che andava “luce con luce”.
      Mi chiedo se in questa poesia (Wagner è poeta coltissimo) non ci sia una reminiscenza del virgiliano “et iam summa procul villarum culmina fumant / maioresque cadunt altis de montibus umbrae”, dove compaiono anche le “castaneae molles” e il “cytisus” – che in una lenta degenerazione dall’antichità all’oggi, e dall’idillio al reale, diventano ricci di castagne matte e bacche (velenose?) del sorbo selvatico.
      E forse, nel ripetuto “riposano”, anche un lontano ricordo del “Dormono le cime dei monti…”

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      1. Direi che… hai senz’altro ragione. La poesia si continua e si rimanda le voci, credo. Se Wagner è colto tanto più. Anche se la poesia è creativa e varia in piccoli particolari da scoprire e in grandi visioni da affermare. Ma in fondo li’ siamo e solo lì.

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  2. Mi associo a Francesco! Coincidenze: sono stata due settimane fa a Como e ho passeggiato lungo la riva orlata di lampioni. Per la cronaca: sapore d’autunno anche con 30 gradi; c’è un che di malinconico ( forse le acque ferme ) anche nella tarda primavera. ( Forse puoi intuire il motivo del mio viaggio… )

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