Dove mi trovo d’accordo con Nietzsche

Io sono molto solidale con i deboli. Con i veramente deboli. Credo che debbano essere protetti (se si può. Non sempre si può), amati, ammirati. Che davanti a loro ci si debba inchinare; anche se non sempre riesco a farlo.

Non so quanto cuore ho, forse poco. Ma di quello che ho, la grossa parte è per i deboli.

Non però per i deboli che vogliono fare i forti. Non per i deboli che scavalcano la barriera, raccolgono in giro penne di pavone e si travestono da forti. E guai a chi si azzarda a toccargliele, le penne di pavone.

Nel caso di questi deboli, dei deboli che vogliono fare i forti, sono perfettamente d’accordo con Nietzsche: vanno pestati. Fin ca g’n’è un toc, come si diceva.

11 pensieri riguardo “Dove mi trovo d’accordo con Nietzsche”

    1. I veri deboli li riconosci subito, ed è difficile sbagliarsi, perché non hanno difese. Sono inermi, non hanno armi: fisiche, verbali o di carattere. Sono alla mercé. Sono le vere figure di Cristo, per questo ispirano qualcosa che assomiglia alla venerazione. Generalmente non gli viene neanche in mente di chiedere aiuto, che avrebbero una specie di diritto a un aiuto. Nei veri deboli non c’è nessun tipo di rancore.
      (Altra cosa le persone che fingono debolezza per comodità, per impietosire ecc. Quelle in genere si riconoscono velocemente perché piagnucolano, piatiscono …)
      I deboli travestiti da forti sono dei deboli con in più del rancore. Magari non lo sanno neanche, se glielo dici cadono dalle nuvole, ma in realtà è così. Sono dei deboli che invidiano i forti e sono ben decisi a non accettare di essere deboli – di finire in mezzo ai deboli. Però siccome deboli lo sono e non si possono cambiare, si travestono: assumono arie soddisfatte di sé, parlano molto di quello che hanno fatto, delle benemerenze acquisite. Suonano sempre un po’ falsi, è chiaro, non potrebbe essere diversamente dal momento che sono falsi. Tendono ad appoggiarsi a modi di pensare o organizzazioni. La loro debolezza si indovina subito e porterebbe anche a trattarli con gentilezza, non fosse, subito sotto la superficie, quell’espressione caparbia di sfida: vogliono essere presi sul serio, con tutta la panoplia intatta. Ogni dubbio minaccia un crollo; allora diventano cattivi. Ma siccome non sono forti, la loro cattiveria è una parodia della forza: bava alla bocca, fumo dalle narici, zoccoli che grattano per terra. Se questo non aiuta – e non aiuta – si calmano come per magia e diventano subdoli…

      Poi naturalmente ci sono un sacco di casi intermedi… 🙂

      P.S. Bravi i due dell’inno, davvero, chapeau!
      .

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  1. “deboli che vogliono fare i forti”

    Ma i deboli devono imparare ad essere forti per insegnare ai forti che devono/possono essere anche deboli (a seconda delle necessità). Non ho mai accolto di Nietzsche la barriera invalicabile che ha posto ( a differenza di Marx) tra deboli e forti

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    1. Ciao Ennio, e benvenuto sul mio blog – un evento che smentisce le differenze di classe fra blog su cui riflettevo proprio stamattina.
      Credo (credo) che l’antropologia di Nietzsche sia più “primaria” di quella di Marx, poiché per Marx il primum non è l’individuo ma la struttura economica in cui è inserito, quindi la classe ecc.
      Il mio discorso è sostanzialmente psicologico e la mia esperienza in questo campo è che i rapporti umani sono in prima battuta (e generalmente lì si rimane) dei rapporti di forze, e che anche su chi si dice di amare si tende con tutti i mezzi, sporchi e puliti, a esercitare il proprio potere (poi, niente di tragico, tutti rapporti “normali”).
      I miei “deboli buoni”, che non tentano di saltare la barriera perché non la vedono neanche, sono in un certo senso dei casi limite (non che per questo non ce ne siano, e anche tanti), sono persone, se mi passi l’espressione, “a statuto speciale”.
      Per tutti gli altri la barriera è superabile, in un senso e nell’altro, ma il superamento costa: costa l’ammissione, da parte del debole e di fronte a se stesso, della sua debolezza come di qualcosa che, forse, si può cambiare, ma che prima di tutto si deve riconoscere – e già riconoscerlo è e dà una forza.
      A me danno fastidio quei deboli che vogliono passare dall’altra parte senza pagar pegno, saltando la barriera. Oltretutto sono ridicoli, perché credono di dissimularsi e invece li vedi subito, ce l’hanno scritto in fronte.
      Parlo di fenomeni – Simonitto docet – che conosco bene tanto da me stessa (sia nel ruolo del “forte” che in quello del “debole”) quanto da persone che mi sono vicine, e che ha fatto spesso il tema delle nostre riflessioni.
      Grazie ancora di essere passato e a presto

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  2. Ciao Elena. Questa affermazione di Nietzsche è tratta dallo Zarathustra: ” In verità, io risi assai spesso dei deboli, che si credevano buoni perché avevano rattrappite le zampe!”
    Grazie e buona domenica

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  3. E ancora, da “Così parlò Zarathustra”, dallo stesso capitolo intitolato “Gli uomini sublimi” (oppure, a seconda delle traduzioni, “Dei sublimi”):

    “Se questo sublime si stancasse della sua eccellenza:
    allora soltanto si rivelerebbe la sua bellezza – allora
    soltanto io vorrei gustarlo e gli troverei sapore.
    Solo quando si sarà allontanato da sé stesso egli potrà
    saltare oltre la propria ombra! – dentro il ‘suo’ sole.”
    (…)
    “Egli si dovrebbe far simile al toro; e la sua felicità dovrebbe
    aver l’odore della terra e non del disprezzo della terra.”

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  4. La seconda citazione dovrebbe essere in relazione opposta all’espressione del “debole”, in quanto quest’ultimo disprezza e tradisce la terra e rifiuta quel “sacro dire di sì” verso cui cerca di avviarsi il “sublime”. Il “debole” nasconde il proprio timore di vivere dietro la maschera dell’umiltà, un modo capovolto e più subdolo di imporre il proprio ego nel mondo, e un modo, per sé stesso, di imprigionarsi maggiormente.

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    1. Sì, capisco. Accolgo soprattutto l’inizio: “Se questo sublime si stancasse della sua eccellenza:
      allora soltanto si rivelerebbe la sua bellezza”. La fedeltà alla terra è già un po’ troppo nietzschiana per il mio temperamento. Mi basterebbe una disponibilità alla sincerità, soprattutto verso se stessi. Ma “un modo capovolto e più subdolo di imporre il proprio ego nel mondo” è perfetto. Grazie delle citazioni e dei chiarimenti.

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