PROLEGOMENI a ogni futura prosa che voglia presentarsi come letteratura

Il mio ultimo post, in cui lamento la qualità di certa prosa narrativa pubblicata su un sito che frequento, ha scatenato un putiferio. Non che abbia a dolermene: come ogni animo nobile, amo la zuffa. Ma ho pensato, per il futuro, che forse non sarebbe male disporre di una specie di prontuario, un calepino di pratica consultazione che permetta di decidere velocemente se sì o se no, e per ogni caso concreto abbia pronte lì, nero su bianco, le motivazioni della sentenza. Perché è vero che, come ebbe a dire a sproposito un cardinale, ci sono cose che a doverle spiegare non si sa se ridere o piangere, e i casi a cui mi riferivo erano di quelli che basta avere gli occhi; n’importe: l’autore incazzato richiede una singolar tenzone – che si conclude con un nulla di fatto poiché, nel momento in cui gli sono contrari, rifiuta gli arbitri.

Però insomma – qualcosa di pronto può sempre far comodo; così ho pensato di annotare, man mano che mi vengono in mente, i casi sicuri in cui qualcosa di scritto non è letteratura. Si intende qui narrativa – sulla poesia non mi arrischio.

Quindi, la forma generale della proposizione potrebbe essere: Non è letteratura quando…

(È solo un inizio, la lista verrà aggiornata quando capita.)

NON È LETTERATURA QUANDO…

  • è scritta da Giuseppe Genna
  • contiene l’aggettivo “svariati”
  • vi compaiono come personaggi positivi casalinghe che tengono la casa a specchio
  • da essa emerge che le donne sono d’aiuto all’uomo, come è scritto nella Genesi, e vanno trattate bene perché sono comode da godersi tutti i giorni.
  • le donne che hanno pretesa di punto di vista autonomo, ma con le quali è diplomaticamente opportuno andar d’accordo – tanto poi è impossibile che in fondo non siano d’accordo – vi sono definite “personcine vivaci dall’espressione intelligente”

NON È LETTERATURA QUANDO…

  • l’autore parla troppo di sé, ma non si chiama Jean-Jacques
  • l’autore parla di sé e non se ne accorge neanche
  • parla di cose di cui, secondo ogni evidenza, non ha la più pallida idea
  • scrive sconcezze e non se ne rende conto
  • a proposito di sé e della propria opera usa l’aggettivo “modesto”
  • quando lo stroncano, è convinto di non essere apprezzato a causa della sua coraggiosa ideologia
  • è orgogliosissimo dei suoi limiti, che chiama “pensare con la propria testa”

A proposito di “scrive sconcezze e non se ne rende conto” ho notato da tempo che i cattolici, che si impongono severi limiti nella pratica, si risarciscono come possono, e forse inconsciamente, con le analogie e le ambiguità del linguaggio, in un continuo ammiccare e strizzar l’occhio più o meno intenzionale, come si faceva ai tempi miei alle scuole medie. E adesso più nemmeno lì, credo. Così, il gatto di casa si chiama Pisello, gli insegnanti cattolici raccontano alle colleghe innocue barzellette imbarazzanti, e le gite parrocchiali si concludono regolarmente, al ritorno in pullman a tarda sera, col coro dello Spazzacamino.

E così può capitare che, in un racconto, un onestissimo uomo si rechi in assenza del marito a casa di un’onestissima donna, mosso dalla curiosità “di osservare da vicino com’è fatto un nido di rondine”.

10 pensieri riguardo “PROLEGOMENI a ogni futura prosa che voglia presentarsi come letteratura”

  1. Ti accontenti di troppo poco.
    De minimis praetor non curat.
    (È come un religarsi a tempi antichi? Senz’altro.)
    Ma che senso ha la nostra vita se non in più ampie prospettive, da inverare?

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    1. Lo so, e la mia preoccupazione era che tu e qualche altra persona lo leggeste.
      Però io ho un blog, che comunque mi ha aiutato. E ogni tanto devo metterci qualcosa anche se non ho tempo. Non posso tutte le volte tappare il buco con un vecchio racconto. Lasciare il buco dici? Vedrò.
      (Le più ampie prospettive – bisogna vedere se da qualche parte si manifestano)
      Grazie Cris.

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  2. Secondo me (scusa se mi permetto di dare consigli), dovresti numerare in modo brutalmente progressivo i singoli punti, in modo che, come dal menù di un ristorante cinese, uno possa scegliere subito il suo piatto (fra i tanti che TU gli offri).

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      1. L’idea era di numerarli; però non riuscivo a inserire uno spazio conveniente fra uno e l’altro. Sono tipograficamente imbranata.
        Ma ci devo pensare. Effettivamente con i numeri sarebbe più pratico: ce li potremmo lanciare reciprocamente in faccia come critiche feroci, senza star lì a sprecar tanto fiato:
        – Sei!
        – Undici!
        – Undici sarai tu!
        ecc.

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  3. Sugli scrittori cattolici. Ultimamente ho letto la O’Connor e il primo romanzo di Giulio Mozzi, che però già conoscevo. Qui dico solo che gli scrittori cattolici di valore (?) sono inaspettatamente crudeli e perciò molto succulenti.

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    1. Mozzi ho letto solo racconti e non è tanto il mio, pur essendo senz’altro quel che si dice un autore. Ma i racconti di O’ Connor sono splendidi. Sarà pure cattolica, ma non fa certo del catechismo spicciolo – e comunque prima di essere cattolica è una scrittrice, che lo sapesse o no.

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    2. Aggiornamento: Mozzi vuole buscar el levante por el ponente, cioè spinge sul pedale del Male per mostrare quanto l’uomo, questo essere così fondamentalmente abietto, abbia bisogno del Gran Medico. Cioè ha intento apologetico, cioè non mi interessa.

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