NOI DILETTANTI (racconto e distanza)

Sarà l’influenza della short story, sarà l’idea che, anche solo per le dimensioni ridotte, non impegna più di tanto – fatto sta che il racconto è un genere molto praticato. Quando ero giovane i dilettanti, cioè noi, scrivevamo poesie. Oggi che la poesia ha perso di appeal, o è diventata difficile, troviamo il nostro naturale sbocco nel racconto.

Per i giovani, ora come allora si tratta di esprimere “qualcosa che hanno dentro”. I meno giovani riversano nel contenitore fatti reali o di invenzione, che arricchiscono di pennellate didascaliche. I più avvertiti evitano di suggerire apertamente una morale.

Ciò che accomuna noi dilettanti, giovani e vecchi, è l’assenza di distanza. Che il giovane, nell’ansia di una comunione estatica, gli rovesci addosso un barile di parole, o che il non più giovane racconti un fatto – entrambi sono la prima, ingombrante presenza su cui il lettore incespica. Non vede uno stile, vede una persona (nel senso in cui diciamo che si sente il maiale che strilla).

La letteratura intrattiene con la vita rapporti necessari, ma non è la vita. La letteratura ha luogo su un palcoscenico, che già la diversa elevazione distingue dalla platea; però viene osservata da occhi che non appartengono alla dimensione scenica bensì alla vita, o, nella metafora, alla platea. Dall’autore al fruitore, il testo letterario deve passare attraverso due dislivelli: deve essere “montato”, ma la montatura non si deve vedere (a meno che, naturalmente, lo scopo non sia mostrarla, ma allora dovremo avere una montatura della montatura). Ciò che nella vita sarebbe “posa” e suonerebbe falso, quindi da evitare, è espressamente richiesto sulla scena; ma visto dalla platea deve apparire “naturale”, o comunque adeguato al mezzo.

Pur non essendo generi teatrali, l’epica e la narrativa hanno sempre badato a costruire una serie di filtri che avessero, come il palcoscenico rialzato, la funzione di dis-livellare il narrato, di farne qualcosa di non omogeneo rispetto sia all’autore che al lettore. Nel racconto breve, dove per forza di cose i filtri “esterni” diminuiscono o scompaiono, essi dovrebbero essere interiorizzati e dar luogo a un tono che ponga fin da subito il racconto “nella giusta distanza”. Più il racconto è breve, più in realtà è difficile scriverlo.

Come ci sono dilettanti giovani e meno giovani, così anche la distanza ha due facce: autobiografica e ideologica. La distanza autobiografica è la base della buona autofiction. La mancanza di scarto rispetto all’ideologia genera la falsità e la ripetizione; e, sul lato del lettore, l’insofferenza e la noia.

Questa, fra lo scrivente e l’opera, è la prima, imprescindibile distanza. Ce ne sono altre. In generale, più in un racconto vengono inseriti dislivelli – palcoscenici successivi – più il racconto acquista profondità. Viceversa l’assenza di dislivelli – lo scorrere “naturale” dall’autore al testo e, nel testo, da un personaggio all’altro e da una circostanza all’altra senza “salti” – genera un’inevitabile impressione di piattezza. (La piattezza non voluta è ovviamente diversa dall’impressione di piattezza consapevolmente perseguita e messa in scena.)

Come si costruisce un palcoscenico? Se lo sapessi non sarei una dilettante; ciononostante mi permetto un paio di osservazioni:

Il racconto non-realista – il racconto fantastico, surrealista, visionario, oppure filtrato attraverso la distorsione del soggettivo disagio psichico – parte apparentemente avvantaggiato. Il porsi fin da subito su un piano diverso dal quotidiano, l’effetto di straniamento, uno stile evocativo o sorprendente rappresentano sicuramente un primo “dislivello” e sembrerebbero garantire quella “foresta di simboli” senza la quale non c’è letteratura. Ovviamente non basta, o la scorciatoia sarebbe davvero troppo comoda. I simboli devono essere oscuri – cioè non banali -, ma in qualche modo leggibili: devono avere “sguardi familiari”. E rimane comunque il problema dei dislivelli interni: un racconto fantastico che corra dall’inizio alla fine, senza contraddittorio, sull’onda di un’unica ossessione o monomania dell’autore, ci strapperà alla fine uno sbadiglio. Magari uno sbadiglio letterario ma pur sempre uno sbadiglio.

A pensarci un attimo, anche il racconto realista avrebbe le sue facilità. La distanza potrebbe essere garantita dal fatto di mettere in scena personaggi terzi; anche nel caso di un io narrante, questi racconta qualcosa che gli è capitato addosso dall’esterno, o di cui è stato testimone. Così funzionava per Maupassant. Il guaio è che la realtà è diventata incerta e poco convincente; non si sa come afferrarla; quando tenti di metterci una mano sopra ti accorgi che stringi il falso. E i personaggi terzi, come pure l’io narrante, acquistano un minimo di spessore e di verità solo se sono passati attraverso la lente dell’ironia.

À SUIVRE… 5 (NIETZSCHE COME FONDAMENTO DELLA METAPOLITICA?)

Franco Fortini, Una lettera a Nietzsche

Per introdurre l”accurata,  problematica e non scolastica analisi  che Elena Grammann fa di un preveggente scritto, in cui Franco Fortini, verso la fine degli anni Settanta del Novecento, avvertì – tra i primi – i rischi della Nietzsche-Renaissance,  stralcio questo passo da uno dei saggi che Roberto Finelli – un filosofo che spesso ho segnalato  – ha dedicato su “Consecutio Temporum”  del  30 aprile 2019 (qui)  al tema dell’abbandono del pensiero di Marx  dopo la breve fioritura avvenuta a cavallo del biennio “rosso” del ’68-’69 : «Così in breve, a partire da quei fine anni ’70, filosofi, intellettuali, operatori culturali a vario titolo, diventarono quasi tutti heideggeriani e anziché di processo di valorizzazione, di composizione organica, di saggio del plusvalore, di tecnologia come sistema forza lavoro-macchinismo nella produzione di capitale, si cominciò a parlare di «Tecnica» come volontà di manipolazione e potenza di un Soggetto umano nella sua contrapposizione all’Oggetto: e come realizzazione nell’età moderna di una metafisica cominciata nell’età classica di Platone ed Aristotele, quale conseguenza di una rimozione originaria del senso dell’Essere e quale affermazione di un miope quanto ottuso antropocentrismo». [E. A.]

di Elena Grammann

 […] gli ormai numerosi necrofori delle lettere e della critica che vanno gridando «Viva la morìa!», come i monatti, subito dopo tornando a portarsi il fiasco alla bocca.
                            (F. Fortini, Avanguardie della restaurazione)

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere, non ricordo dove e piuttosto come osservazione incidentale, che quando all’inizio degli anni settanta Nietzsche e Heidegger, ripuliti dai sospetti rispettivamente di anticipazione del e collusione col nazismo, furono sdoganati e misero radici in Italia, l’unico che fece opposizione fu Fortini. Stante la mia scarsa simpatia per i due filosofi la cosa mi interessava. (… Continua su Poliscritture)

PROLEGOMENI a ogni futura prosa che voglia presentarsi come letteratura

Il mio ultimo post, in cui lamento la qualità di certa prosa narrativa pubblicata su un sito che frequento, ha scatenato un putiferio. Non che abbia a dolermene: come ogni animo nobile, amo la zuffa. Ma ho pensato, per il futuro, che forse non sarebbe male disporre di una specie di prontuario, un calepino di pratica consultazione che permetta di decidere velocemente se sì o se no, e per ogni caso concreto abbia pronte lì, nero su bianco, le motivazioni della sentenza. Perché è vero che, come ebbe a dire a sproposito un cardinale, ci sono cose che a doverle spiegare non si sa se ridere o piangere, e i casi a cui mi riferivo erano di quelli che basta avere gli occhi; n’importe: l’autore incazzato richiede una singolar tenzone – che si conclude con un nulla di fatto poiché, nel momento in cui gli sono contrari, rifiuta gli arbitri.

Però insomma – qualcosa di pronto può sempre far comodo; così ho pensato di annotare, man mano che mi vengono in mente, i casi sicuri in cui qualcosa di scritto non è letteratura. Si intende qui narrativa – sulla poesia non mi arrischio.

Quindi, la forma generale della proposizione potrebbe essere: Non è letteratura quando…

(È solo un inizio, la lista verrà aggiornata quando capita.)

NON È LETTERATURA QUANDO…

  • è scritta da Giuseppe Genna
  • contiene l’aggettivo “svariati”
  • vi compaiono come personaggi positivi casalinghe che tengono la casa a specchio
  • da essa emerge che le donne sono d’aiuto all’uomo, come è scritto nella Genesi, e vanno trattate bene perché sono comode da godersi tutti i giorni.
  • le donne che hanno pretesa di punto di vista autonomo, ma con le quali è diplomaticamente opportuno andar d’accordo – tanto poi è impossibile che in fondo non siano d’accordo – vi sono definite “personcine vivaci dall’espressione intelligente”

NON È LETTERATURA QUANDO…

  • l’autore parla troppo di sé, ma non si chiama Jean-Jacques
  • l’autore parla di sé e non se ne accorge neanche
  • parla di cose di cui, secondo ogni evidenza, non ha la più pallida idea
  • scrive sconcezze e non se ne rende conto
  • a proposito di sé e della propria opera usa l’aggettivo “modesto”
  • quando lo stroncano, è convinto di non essere apprezzato a causa della sua coraggiosa ideologia
  • è orgogliosissimo dei suoi limiti, che chiama “pensare con la propria testa”

A proposito di “scrive sconcezze e non se ne rende conto” ho notato da tempo che i cattolici, che si impongono severi limiti nella pratica, si risarciscono come possono, e forse inconsciamente, con le analogie e le ambiguità del linguaggio, in un continuo ammiccare e strizzar l’occhio più o meno intenzionale, come si faceva ai tempi miei alle scuole medie. E adesso più nemmeno lì, credo. Così, il gatto di casa si chiama Pisello, gli insegnanti cattolici raccontano alle colleghe innocue barzellette imbarazzanti, e le gite parrocchiali si concludono regolarmente, al ritorno in pullman a tarda sera, col coro dello Spazzacamino.

E così può capitare che, in un racconto, un onestissimo uomo si rechi in assenza del marito a casa di un’onestissima donna, mosso dalla curiosità “di osservare da vicino com’è fatto un nido di rondine”.