DI TRAVI E DI FUSCELLI (con un quiz a premi)

Domenico Fetti, La parabola della pagliuzza e della trave

So benissimo che prima di rimarcare la pagliuzza nell’occhio del fratello bisognerebbe provvedere a rimuovere la trave che è nel proprio, e so pure che la trave, quando sia di estetica e in particolare di letteraria natura, è molto difficile da individuare figuriamoci da asportare. Lo so perfettamente e non c’è bisogno che nessuno me lo ricordi. Epperò.

Epperò, per quanto sinceramente mi sforzi di riportare la mia percezione almeno alle dimensioni dell’insignificante fuscello, non riesco a disfarmi dell’impressione che la gente vada in giro con una trave inchiodata in mezzo alla fronte. Cioè, per essere più chiara: io negli occhi letterari altrui vedo travi, non vedo fuscelli.

Mi spiegherò: questo blog (incautamente battezzato Dalla mia tazza di tè in onore di Proust, e invece tutti pensano a un’anziana signora semirimbambita col mito dell’Inghilterra vittoriana) non è certo quel che si dice un blog di successo. Non applica strategie, non cerca consensi. Non è nemmeno su Facebook. Però quando un post piace o interessa lo si vede dalla colonnina delle visite che schizza in alto. Ora, facendo recentemente un repulisti di scartoffie, dematerializzate e non, mi è capitato fra le mani un intero fascio di racconti scritti dieci o quindici anni fa e maturi per il falò/cestino, dove infatti sono finiti ad eccezione di tre o quattro che mi sono sembrati abbastanza ben riusciti. Ne ho pubblicati sul blog due che, come testimonia l’implacabile colonnina, sono caduti nell’indifferenza generale. D’altra parte perché avrebbero dovuto interessare, non c’è motivo. Questo infatti è solo un lato, e di gran lunga il meno importante, del problema. All’altro arriviamo adesso.

Da qualche tempo bazzico con discreta assiduità un sito molto più frequentato, caratterizzato da una pluralità di contributi, e di “classe” superiore al mio. Il nucleo e, credo, la parte più interessante è il discorso politico, ma ospita anche brevi saggi di contenuto filosofico o letterario, poesie e racconti editi e inediti. E chi al giorno d’oggi non scrive racconti, questo genere così maneggevole. Ultimamente ne sono comparsi in rapida successione tre o quattro che, in sé, non attirerebbero alcun predicato, essendo letteralmente il nulla. Ma dal momento che sono pubblicati un predicato bisogna pur attribuirlo e per come la vedo io l’unico adatto è: vergognosi. Vergognosi perché non fanno che ribadire l’esistente così come si dice che sia e come tutti già sanno che è – cioè l’esistente precisamente come non è; e in più lo popolano di anime belle, positive, ignare del dubbio, vertueuses comme on ne l’est pas, per citare Flaubert che di realismo se ne intendeva. La fiera del luogo comune – ma se anche fosse il contro-luogo comune non cambierebbe nulla, cambierebbe il segno davanti ma non la qualità della cosa, perché questi “scrittori” – nel senso che, purtroppo, scrivono – non sono in grado di vedere e dire nulla oltre quello che è già stato visto e detto innumerevoli volte e che proprio per questo è falso e inutilizzabile.

Fin qui la cosa, ed è già abbastanza fastidiosa. Ma non è ancora il peggio. Il peggio è la processione, nei giorni seguenti, di amici e compagni di parrocchia, opportunamente sollecitati, che vengono a deporre l’obolo di un commento laudativo. Dicono tutti le stesse cose: quanto il racconto li abbia commossi e edificati, come sia tutto vero e proprio uguale alla realtà. Si destreggiano fra i sinonimi (“toccante e commovente”); i letterati ricorrono all’iperbato (“una prosa agile che invero molto commuove”) e i meno letterati alle solite formule, talmente nulladicenti che a me suonerebbero offensive (“racconto agile”, “un fresco racconto”, “una bella pagina di scrittura”); qualcuno, nell’affanno di esprimere non sa nemmeno lui cosa, sfiora il nonsense (“come in ogni suo lavoro, x riesce anche qui, a dare vivacità, interesse e contenuti, segno della sua innata capacità di gestire al meglio il suo pensiero”); e c’è anche chi, senza volere, ci prende: “ho avuto modo di apprezzare la sensibilità di y che sa esaltare, con la sua vena di scrittore, … le situazioni più scontate”. Si vede che sono nuovi al commentare, alla fine del commento si firmano per esteso con nome e cognome, le coppie con entrambi i nomi a sottolineare che non il singolo ma il nucleo familiare ha fatto il suo dovere, che l’approvazione in calce al racconto non viene da un individuo, sempre sospetto, ma dalla famiglia mattone della società.

Il tragico è che sono assolutamente sinceri. Così si chiude il cerchio vizioso: la scrittura letteraria, che dovrebbe accrescere e dilatare la consapevolezza dei lettori, li conferma invece nelle quattro “verità”, dette ‘di buon senso’, che sono molto orgogliosi di possedere già; e i lettori, di rimando e per gratitudine, distribuiscono maldestre e tuttavia, poiché il fenomeno si produce identico a vari livelli, in qualche modo efficaci patenti di letterarietà. La letteratura come la stampa: ognuno si legge il giornale (e si guarda il programma) che lo conferma nelle cose che pensa. Filisteismo allo stato puro. Di che distruggere una cultura.

Tornando ai miei racconti salvati dal fuoco – che, ribadisco, non sono il problema. In fondo, mi dico, è una questione di claque: tu non ce l’hai. Giusto, io non ce l’ho, la claque mi infastidisce, dunque mi fugge. Come darle torto.

Però adesso qualcosa voglio fare, voglio puntare un riflettore da 2 watt sul mio ultimo raccontino, attirare l’attenzione, focalizzare, pubblicizzare. E quale mezzo migliore di un concorso a premi. Un concorso letterario. In realtà volevo già indirlo nel post precedente alla fine del racconto, poi mi sono scordata. Va be’ fa niente, lo indìco adesso:

CONCORSO LETTERARIO

Nel racconto pubblicato qui ci sono due allusioni o quasi-citazioni: due microsituazioni che rimandano a altrettante opere molto note: una è un classico della letteratura occidentale, l’altra forse un classico non si può definire, ma è unanimemente riconosciuta come capolavoro. Di quali opere si tratta? Le risposte vanno inviate nello spazio “commenti” del post.

Premi: chi indovinerà una delle due opere riceverà un racconto inedito con dedica autografa dell’autrice. Chi indovinerà entrambe le opere riceverà (mi pare logico) due racconti inediti con dedica autografa. Su carta garantita a facile combustione (ottima per avviare il fuoco del camino nelle dolci serate ottobrine).

Scadenza: il concorso non ha scadenza. Si considererà scaduto quando entrambe le opere saranno state correttamente indicate.

24 pensieri riguardo “DI TRAVI E DI FUSCELLI (con un quiz a premi)”

  1. Non partecipo al concorso, perchè non son una persona particolarmente colta sotto il profilo letterario e soprattutto perchè il racconto che lo genera e che è bello, angosciante nel suo sapore di incubo, mi è sembrato molto, molto tuo.
    Però concordo con tutto l’antefatto, anzi tenderei a generalizzare. Il mondo letterario, che siano blog o altro, mi sembra un mondo chiuso, nel quale l’ingresso è predeterminato in partenza, tale che, una volta che si è dentro, si scrive in modo autoreferenziale, per coloro che sono anch’essi dentro e per i seguaci, senza alcun altra cura o ispirazione, in modo meccanico. Viene voglia di rimpiangere il mecenatismo rinascimentale.

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  2. Ti lascio qui i miei auguri, Elena cara! 🙂

    P. S. Il concorso mi mette ansia…. Io comunque quando ho letto il tuo racconto ho pensato a Conrad ( non mi chiedere perché)

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    1. Che rozzona che sono, Giacinta! Oltre a non avere orecchio, non penso neanche agli auguri. Non posso dire che sto diventando un orso perché lo sono già (e casa mia assomiglia sempre di più a una tana!)
      Tanti auguri anche a te e ai tuoi cari, che vada tutto liscio e il tempo scorra via felice!
      Conrad (come pensiero) mi piace un sacco, ma non è lui. Si tratta veramente di un dettaglio, è assai improbabile che qualcuno indovini. Quindi cara Giacinta, come dice Frodo a Galadriel: “Se me lo chiedi, ti darò l’Unico Anello” – se me lo chiedi scioglierò l’enigma.
      Grazie di tutto, Giacinta. Sei un balsamo per me.

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    1. L’ostessa venne a prendere le ordinazioni:

      «Rana o pesce gatto?»

      Il pesce gatto non gli era mai piaciuto, benché lo avesse cucinato qualche volta per suo padre; le rane invece trovava che non avessero alcun sapore e nella presente circostanza questo era un punto a favore; ma gli facevano schifo quando il modo in cui erano presentate ricordava troppo la forma da vive.

      «Come sono cucinate le rane?» chiese prudentemente.

      L’ostessa aveva sentito “rane”; tanto le bastò per dirigersi verso la cucina senza più occuparsi di lui.

      Cercare una situazione analoga (stessa struttura, sempre di cibo si parla) in un classico della letteratura americana (il che restringe parecchio il range… 🙂 )
      Buona caccia!

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  3. Be’, ci riprovo. Però, se indovino, la maggior parte del merito è di Giacinta che ha richiesto “l’aiutino”, il quale poi è risultato un “aiutone”… Un classico della letteratura americana… E allora viene subito in mente Moby Dick. L’ultima tua parola, Elena, è scritta in corsivo, ed è, guarda caso, “caccia”. E dunque, una cena e le bistecche al sangue preferite agli gnocchi, ecc., mangiate nella “Locanda del baleniere” in un capitolo del capolavoro di Melville, un romanzo ormai considerato un classico.
    Se indovino, e se Giacinta vuole, le cedo il premio perché, ripeto, la maggior parte del merito è suo.
    Buona giornata e buona Pasquetta. E grazie per il gioco e il concorso.

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    1. Quasi beccato, Subhaga, ma non del tutto 🙂
      Adesso, per fair play, lascerei la parola a Giacinta, che magari non ha avuto tempo di riflettere perché è impegnata nella preparazione del pranzo di Pasquetta. Comunque vada, il racconto in premio lo spedirò mezzo a te e mezzo a lei, così dovrete incontrarvi a metà strada (ca. 600 chilometri a testa) per ricomporre il capolavoro.
      Scherzi a parte, da un’analisi accurata è risultato che ho finito i capolavori. Cercherò di rendere presentabile qualcosa 🙂
      Buona Pasquetta anche a te!

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  4. Sì, certo, Elena, di sicuro la parola a Giacinta. Mi piacciono i giochi letterari e io non sono impegnato a preparare il pranzo di Pasquetta.
    Una folgorante affermazione dal Moby Dick, a proposito ancora di cibo: “L’Inferno è un’idea nata originariamente da un pasticcio di mele mal digerito.”
    Grazie ancora.

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  5. In effetti sono impegnata in cucina e , per giunta, oggi ho lavato e stirato tende:-) L’aiutone c’e ‘ stato ma non è bastato per farmi venire in mente qualcosa! A questo punto, penso che Subhaga che si è avvicinata alla soluzione e ha avanzato un’ipotesi, sia più meritevole di me! Alla prossima…. 😊

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  6. Be’, rieccomi. Ma se indovino mi piacerebbe (se tu e Giacinta siete d’accordo) che anche Giacinta – senza di lei e il tuo conseguente aiuto non sarei giunto alla risposta – ricevesse il tuo racconto inedito. Per me, sempre in caso di esito positivo, puoi spedire questa volta il tuo inedito in allegato email. Grazie mille.
    Ho trovato un’altra locanda, quella del “capitolo 15. Stufato di pesce” del Moby Dick, nella meravigliosa traduzione classica di Pavese, per me un libro parallelo al libro originale (non ho mai letto il Moby Dick in originale, ma conosco un po’ le traversie di Pavese durante la traduzione, specialmente nelle parti tecniche marinaresche). La scena seguente si svolge nella locanda chiamata “Marmitte da Raffineria”.

    P.S.
    per Giacinta: Subhaga, che sembrerebbe evidentemente il nome di una lei per la “a” finale, come ho notato nel tuo commento, invece è il nome di un lui. Grazie mille. Un caro saluto.
    E grazie ancora a Elena per il gioco e per l’ospitalità.

    Ecco infine il brano:

    … c’introdusse in una piccola stanza e facendoci sedere a un tavolo, cosparso degli avanzi d’un pasto recente, si voltò e ci disse: «Tellina o Merluzzo?»
    «Cos’è questo Merluzzo, signora?» dissi io molto
    garbatamente.
    «Tellina o Merluzzo?» quella ripeté.
    «Una tellina a cena? una tellina fredda: è questo che intendete, signora Hussey?» dissi, «ma è un’accoglienza
    troppo fredda e tellinosa, d’inverno, non vi pare, signora Hussey?»

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    1. Sì, è quello 🙂 , e io continuerei la citazione fino a:

      “e sembrando non aver sentito che la parola ‘tellina’, la signora Hussey si affrettò verso una porta spalancata che dava sulla cucina, sbraitò: «Tellina per due», e scomparve.”

      Manderò il racconto per mail, anche a Giacinta se ci tiene; devo solo pescare qualcosa di decente e non è facile.
      (Avanzo nella lettura, mi sto facendo un’idea 🙂 )

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  7. Sì, che ci tengo! 🙂

    @Subhaga : ” Sono sempre stato un lettore voracissimo, sin da bambino, da quando ho conosciuto per la prima volta i classici letterari attraverso una collana per l’infanzia di libri illustrati, “La scala d’oro”, della UTET. “.
    Hai detto questa cosa qui? Se è così, mi scuso ma l’errore mi ha permesso di scatenare il segugio che è in me e di darti una identità precisa… 🙂

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    1. Cara Giacinta,
      sì, quelle sono parole mie, e sono contento che tu sia andata sulle mie tracce.
      Naturalmente, non c’era bisogno di scusarsi per l’equivoco sul nome.
      Ti ringrazio e ti auguro una bellissima giornata

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