LA COSA E LA TRACCIA

Sono la padrona di un cane disturbato. Quando l’ho preso aveva un anno e era disturbato perché aveva cambiato diversi padroni, oppure aveva cambiato diversi padroni perché era disturbato, difficile dire. In ogni caso ha un carattere complicato, di quelli che o riescono, a forza di cocciutaggine, a scavarsi una calda e comoda buca in mezzo al mondo ostile, oppure periscono, senza cambiare di una virgola e senza capire perché il mondo ce l’ha con loro.

Il termine politicamente corretto è ‘meticcio’, ma di fatto si tratta di un bastardino con la testa di Jack Russell e l’ostinazione caratteristica della razza, mentre dal genitore plebeo deve aver ereditato la codardia che cerca inutilmente di nascondere dietro delle arie smargiasse. È un cane esagitato, ama alla follia il genere umano in visita, esprime la sua gioia con latrati continui e insopprimibili che impediscono agli umani di comunicare. Si calma soltanto quando capisce che la visita si protrarrà; tuttavia non gli piace sentirsi escluso e interviene nella conversazione in modo anche petulante. Si concepisce, credo, come una mia estensione. Non ha mai morso nessuno, tranne una volta – oh, un morso leggero, ma pur sempre un morso – un amico tedesco di cui, non me lo spiego diversamente, deve avere avvertito l’inquietante origine nelle steppe centrali. La partenza degli ospiti, che arriva a intuire ancor prima che gli interessati ne formulino per se stessi l’intenzione, lo precipita in un parossismo di angoscia che sfoga in incontrollabili latrati e manovre violente volte a trattenere il visitatore. Da quando si è scavato la sua comoda buca a casa mia i congedi sull’uscio sono congedi da sordomuti: ciao ciao con la manina, bacio inviato con la destra mentre la sinistra trattiene il cane che fino all’ultimo tenta di scongiurare l’orrido inevitabile: la separazione.

Con i suoi simili si spreca molto meno. Un po’ di aggressività di prammatica coi maschi, enfatizzata senza rischi se il guinzaglio lo tira indietro, come quelli che nei film dicono tenetemi se no lo ammazzo. Con le femmine una curiosità bene educata, un che di cavalleresco, qualche mugolio di romantico rimpianto al pensiero di ciò che avrebbe potuto essere… ma poi un risoluto volger di terga senza rammarico.

L’interesse maggiore, esclusivo, appassionato va alle tracce. Annusa a lungo, da diverse angolazioni; se è il caso, assaggia cautamente in punta di lingua; compara, collaziona, riflette. È chiaro che non la presenza della cosa lo affascina, ma i segni: stratificati nel tempo, sovrapposti, intrecciati; da districare e ricostituire, identificare e ristabilire in una corretta cronologia. Non ci vuole fretta; e infatti prende il suo tempo, fa un lavoro accurato. Quando ha finito, ai documenti – ma che non siano anche monumenti – aggiunge il suo e trotterella via senza ripensamenti: pratica archiviata.

L’autunno, con cumuli di fogli(e) ai margini di strade e carraie, stagione d’oro delle pergamene e degli incunaboli, prepara grandi soddisfazioni ai colleghi dell’Archivarius Lindhorst. Ed ecco che il cane, con la delicatezza di un archeologo che rimuove le incrostazioni dalla mummia di una principessa, scava con la zampina, solleva uno strato di foglie, annusa, lo riadagia, sonda lo spessore in un altro punto. Come impallidiscono le insulse, contingenti presenze, l’interesse di un attimo più delusione garantita, di fronte a questa messe di puri significati, questo mare di accenni inebrianti, questo poema sinfonico dell’olfatto degno di Des Esseintes! Ma libero dalla vergogna decadente perché al cento per cento naturale.

Al ritorno dalla lunga passeggiata, dopo il biscotto vitaminico che lo ritempra, il cane si acciambella nella cesta imbottita. Sembra che dorma ma non è vero; con gli occhi chiusi abbaia sommessamente, a scatti; voga con le zampe, trema; si sta raccontando delle storie.

14 pensieri riguardo “LA COSA E LA TRACCIA”

    1. Grazie! Il merito va tutto al cane – e al telefonino per la foto (sono una schiappa, non ho mai fatto foto in vita mia prima che la tecnica ne facesse una cosa di una facilità inquietante).
      Ma niente contributo sonoro – o il cane perderebbe in un colpo solo tutti i punti simpatia che ha accumulato…

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  1. Da subito simpatico per il morso al Pruzzo, riconosco nei suoi comportamenti quelli della nostra Pina. Dalle nostre osservazioni i documenti rilasciati non archiviano la pratica, ma costituiscono il messaggino di risposta, sino alla prossima.

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      1. Ach, so. Tutta la mia solidarietà a lui, ma la simpatia va in ogni caso al botolo.
        Quanto ai Pruzzi:
        https://it.wikipedia.org/wiki/Prussiani
        Incipit: I pruzzi (Pruzzen) o prussi (Prußen), da cui i prussiani (Preußen) o, ancora, pruteni, erano una popolazione del gruppo dei balti occidentali, originariamente insediata tra i fiumi Nemunas e Minge. La Prussia venne così chiamata ispirandosi al loro nome, anche se successivamente alla loro scomparsa e sostituzione con popolazioni tedesche portate dai cavalieri teutonici.
        Non mi hai ancora perdonato per Bernhard?

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      2. Ciao. Non so cosa sia successo: stavo rispondendo al tuo ultimo commento, quando improvvisamente è sparito tutto, compreso il tuo commento. Inghiottito dalla macchina. Comunque qui per il momento tutto bene, a parte che si invecchia, mannaggia miseria. Voi?

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  2. Ma figurati. Piuttosto ero io che mi sentivo in difetto.
    Ma guarda te i pruzzi, non ci sarei mai arrivata. Scienza ci vuole, altro che. E io che pensavo che fosse un’espressione blandamente dispregiativa, tipo i crucchi…

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  3. Leggendo questo pezzo m’è venuta alla mente un’idea stramba (o forse scontata? io comunque finora non c’ero arrivato) che anche lo scrittore fa come il tuo cane (a proposito, ha un nome? non lo scrittore, il cane, dico): annusa tracce, tracce di storie, di situazioni, di “umano”. E come il tuo cane lo scrittore punta non le cose, ma i loro segni. Insomma, c.d.d.: lo scrittore è un cane.

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    1. L’idea è tanto poco stramba (ma nemmeno scontata, credo) che è esattamente quello che intendevo. Il pezzo doveva concludersi con la frase: Fa quello che faccio io. Poi però si è molto sbilanciato sul lato del cane disturbato, del cane empirico, allora ho lasciato perdere. A questo punto però devo precisare: io sono una scrittrice a metà – nel senso che della scrittrice ho soltanto le sfighe – e gli scrittori non sono cani. Siamo tutti e tre – io, il cane e gli scrittori – spiriti superiori (escluso naturalmente il poeta barbariccia).
      Il cane si chiama Leo.
      Grazie del commento, mi mandi a letto contenta.

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      1. “escluso naturalmente il poeta barbariccia”. Anche se fuori tempo massimo, questo non potevo non apprezzarlo. Buona vita

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