CONCLUSIONE PROVVISORIAMENTE DEFINITIVA

Conclusione provvisoriamente definitiva del ventuno ottobre duemilaventi:

Irrilevanza della poesia lirica contemporanea.

Ha la stessa rilevanza di un diario intimo molto curato, redatto per se stessi in una lingua fortemente idiolettica.

La rilevanza di qualsiasi diario intimo dipende in linea di massima da un’unica ma fondamentale circostanza: che l’autore abbia o no prodotto qualcos’altro di rilevante.

Immagino sia per mascherare l’irrilevanza che la poesia lirica ha risolutamente intrapreso la strada della faticosità tordicervello.

Ancorché le attese vadano generalmente deluse, dal romanzo siamo ancora in diritto di aspettarci qualcosa. Dalla poesia lirica sembra difficile.

29 pensieri riguardo “CONCLUSIONE PROVVISORIAMENTE DEFINITIVA”

  1. Eh, la questione è grossa. La rilevanza della poesia, la difficoltà/illeggibilità di molta poesia…
    Non posso esprimermi sulla poesia contemporanea non italiana, ma viene da chiedersi chi siano stati allora gli ultimi poeti lirici contemporanei rilevanti. Sereni e Caproni (arriviamo quindi al 1990), Bertolucci e Luzi (entriamo nei primissimi 2000)? Zanzotto direi di no, troppo oscuro.
    Comunque, appena ho letto il titolo ho pensato all’orario provvisoriamente definitivo che ho finito di preparare per colleghe e colleghi e che oggi è entrato in vigore, sperando che lo si riesca a utilizzare per un po’ prima di una nuova chiusura.

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    1. E’ stata una reazione di stizza all’ennesima lettura di liriche in cui non si capisce niente – o meglio, in cui forse si riuscirebbe a ipotizzare un significato studiandole come la stele di Rosetta, e con qualche dritta da parte dell’autore il quale solo si sa cosa voleva dire.
      Quando dico contemporanea intendo proprio contemporanea, dopo il 2.000 – a parte Zanzotto che non si capiva niente neanche prima.
      Io poi di poesia so poco. L’ultimo poeta che posso dire di conoscere un po’ è Montale, e un poco di Caproni. Però della poesia che si legge e si è letta negli ultimi vent’anni mi colpisce l’aspetto sempre più soggettivo, a-logico e perso nella produzione di immagini sempre più autonome rispetto a un (comunque auspicabile) contenuto concettuale. Magari il contenuto concettuale te lo spiega il curatore nell’introduzione, ma non è la stessa cosa …

      Tifo per la didattica in presenza. (Mi sono stupita leggendo da qualche parte che in Svezia (mi pare) la chiusura delle scuole non è in discussione perché si stima che i danni all’istruzione supererebbero i benefici per la salute pubblica. Io mi chiedo se in Italia c’è qualcuno che pensa all’eventuale chiusura delle scuole in termini di danno all’istruzione. Magari sì, ma non credo che sia il primo pensiero).

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      1. Una poesia che ha bisogno delle istruzioni per l’uso ha qualcosa che non va.
        Per la faccenda delle scuole invece, la ministra, che come sai non stimo particolarmente, in questo momento credo che stia in effetti sostenendo l’idea per cui l’istruzione vale il rischio. Ovviamente si potrebbe anche ritenere che quella di Azzolina sia soltanto una presa di posizione.

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      2. Colpevolmente, ho sempre seguito poco quel che succede nei ministeri. Ma devo dire che, a livello di impressione, la Azzolina mi piace più di altri. Al netto delle frasi infelici o ridicole che mi pare tutti i ministri facciano ultimamente a gara a pronunciare, lei sembra una tipa decisa e se non altro non si disdice tanto facilmente. Vedremo. Al momento la trovo apprezzabile.

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  2. In un certo senso è quel che accade nella pittura, eccezion fatta per i writers. L’equivalente è l’astrattismo. La tendenza all’espressione personale porta dritto dritto all’incomunicabilità, perchè: 1, è più facile non comunicare; 2 non si ha nulla da dire se non vaghe impressioni personali; 3 non si vuole faticare ad acquisire umilmente strumenti espressivi condivisi. Inoltre manca una filosofia, o, in termini più modesti, una visione del mondo, cosa che invece aveva l’arte del passato, in tutte le sue forme. Tuttavia, qualcosa si trova, qua e là..non disperiamo.

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  3. Chiedo scusa per l’imbarazzante lunghezza di questo commento, ma tant’è, confido nella sopportazione di Elena…
    Intanto, la definizione di “poesia lirica” non esaurisce la produzione poetica contemporanea. In mezzo a tanta fuffa, l’offerta del mercato è molto diversificata e direi che la poesia segue il destino dell’arte in generale (il cui ambito operativo non ha più confini precisi), tanto è vero che alcuni “poeti” si rifiutano addirittura di chiamare i loro prodotti “poesia” ma preferiscono, per esempio, la locuzione “scrittura di ricerca”.

    Ora, mi piacerebbe leggere un romanzo (che so, scritto da Kundera) intitolato “La rilevanza”… Scherzi a parte, il concetto è centrale (…stavo per scrivere “rilevante”) nel tuo giudizio, ma è dato per scontato e, forse, ragionandoci su, potrebbe rivelarsi ricco di implicazioni spiazzanti. Io non so dominare tanta materia, farò soltanto qualche considerazione certo non nuova.
    La rilevanza, dunque. Se la rilevanza è, come credo di capire, la capacità del prodotto culturale e in particolare artistico di entrare e circolare all’interno dell’orizzonte simbolico dei consumatori di cultura e arte, è evidente che, non da oggi, esistono due mercati, fra loro incommensurabili: uno di massa, appunto, e uno… chiamiamolo “di nicchia”. La rilevanza, però, può essere intesa anche come la capacità del prodotto di entrare e circolare all’interno dell’orizzonte simbolico di un insieme di soggetti più ristretto, quello dei produttori di cultura e arte. E in questo ambito sappiamo bene che, anche autori ostici e perfino illeggibili (di letteratura, arte, cinema e teatro), sono spesso alimento per autori molto meno estremi (perfino nel mainstream, cioè, oggi, Joyce e Beckett tornano utili, benché in forma liofilizzata).
    Poi, certo, il tempo fa la sua parte. Quali sono le avanguardie artistiche del Novecento diventate rilevanti per il consumatore? Il cubismo e l’astrattismo, per esempio, dato che anche un analfabeta sa che un profilo di Picasso ha due occhi e che un quadro che non rappresenta niente è un quadro astratto. Facendo un balzo di mezzo secolo, la pop art, dato che anche per l’analfabeta l’icona Marylin Monroe è quella di Warhol. Qui, grosso modo, questa rilevanza, per l’arte contemporanea che fa ricerca, finisce. Un artista scomparso da qualche anno come Jannis Kounellis, protagonista dell’arte povera, attira le masse alle antologiche che gli vengono dedicate, ma per il consumatore è un perfetto sconosciuto, e, insomma, non gli dice niente che gli sia familiare, malgrado l’impressionante dinamica simbolica che la sua opera innesca. Presso il produttore, però, in qualsiasi ambito operi, dubito che l’acciaio o la juta o gli armadi appesi al soffitto o il feltro o il caffè di Kounellis siano poco rilevanti. Il consumatore non lo sa, lo sa il produttore.
    Se si interpreta il mondo nei termini di un mercato (calice che è difficile rifiutare), il concetto di rilevanza è importante. Però, oggi, è molto più evidente (rispetto ai tempi di Dante, per esempio, in cui anche un fabbro accompagnava il proprio martellare con i versi, per quanto storpiati, di una novità enorme come la “Commedia”) che la rilevanza della produzione artistica di ricerca è relativa quasi totalmente ai produttori – perfino, come detto, quelli mainstream. Certo, si può con ragione obiettare che questo è un altro modo per dire che i “poeti” (e in generale gli artisti), oggi, si leggono solo fra loro.
    Non considero esaurita l’analisi del tuo post, punti come “idioletto” e “diario intimo” richiedono una considerazione critica, ma qui, almeno per ora, mi fermo.

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    1. E ben, vengo presa sul serio…

      “Poesia lirica” per delimitarla dalla poesia epica, che pure esiste, e, direi, anche dalla poesia civile, che mi interessa poco ma esiste pure quella. Poesia lirica, giusto per improvvisare una definizione, è quella che assume esplicitamente il punto di vista di colui che parla; che parla per colui che parla, il quale parla esplicitamente a partire da sé, se non immancabilmente di sé. Poi le si può dare il nome che si vuole. Naturalmente esistono forme miste, ad esempio inserti lirici (non necessariamente in versi) all’interno di romanzi. Non li amo molto ma ci sono. Sull’arte in generale, vedi sotto.

      Rilevanza. “Rilevante” significa “importante”, “che ha conseguenze”. Ora io non pensavo né al pubblico, di massa o di nicchia, né ai “produttori”. Intendevo “rilevante” nel senso di “importante per qualcuno che non è colui che scrive” – in senso assoluto, indipendentemente dal fatto che qualcuno lo legga e lo trovi più o meno interessante.
      Se dico – ovviamente in senso molto generale e come tendenza – che la poesia lirica contemporanea è irrilevante, intendo che a) quello che dice, b) come lo dice, difficilmente esce dall’individuo e dalle sue immediate pertinenze, quand’anche l’individuo fosse un “bravo” poeta.

      Cosa devo fare io con un testo come questo:
      “II. non tacere tutto ciò che dirupa, che dilava. che torna alla nerezza invertebrata. un lungo plebiscito ha dovuto stabilire il limite contornabile, la somma di cadute che decreta un pianterreno. per cui ti chiedo la postura della valanga. di insegnare alla freccia un’amnesia oltre ogni orientamento. di usare lo stesso vaso dove il Carbonaio avrà lasciato i liquidi rudimenti del trapasso. poi sarà altra carpenteria, e un mantice ad arrostirti la febbre. sarai la vigilia e non l’avvento. l’osso più magro del sostantivo. il guscio covato anche dopo la schiusura. la ricirconcisione. questo sarai. perché l’attesa deve durare un giorno in più della fine: allora le doglie scavalcheranno il concepimento. allora resteremo assolutamente abbandonati. e per questo: […] salvi.”
      L’autore è un bravo poeta? E’ un cattivo poeta? Chi può dirlo? Il testo ha una rilevanza per qualcuno che non sia l’autore stesso o il suo entourage debitamente istruito? Secondo me no.

      Questo e simili estremi (tutti riconducibili all’ultimo Rimbaud) sono giustificati dal fatto, incontrovertibile, che la lingua poetica è frusta, così come la scala tonale tradizionale, il disegno mimetico, il chiaroscuro, l’illusione di profondità, la figura ecc. sono frusti in musica e nelle arti figurative. E con questo veniamo al parallelo con l’arte, che viene sempre messo avanti come se fosse illuminante ma non lo è affatto.
      A un certo punto l’arte ha abbandonato ciò con cui lavorava (colori, creta, marmo ecc.) e lo ha sostituito con oggetti disparati e/o esseri viventi (o anche ex esseri viventi: esseri viventi sezionati longitudinalmente, morti appesi ecc.). Installazioni, body art e altro non sono che la fine dell’arte figurativa, il punto in cui l’arte figurativa diventa altro. Rappresentazione narcisistica, provocazione, trovatina concettuale del kaiser, messa in scena d’effetto, artigianato talentuoso (un’amica artista lavora con i nodi. Annoda. A volte per decine di metri. Annoda bene, realizza un sacco di idee che poi ti spiega, perché se non te le spiega non le capisci di sicuro. Differenze col macramè creativo?). Il problema è che la poesia non può cambiare medium. Lavora con la parola. Non può sostituirla con coppi vecchi o fiaschi spagliati o ossa da spolpare. E allora? Cosa può salvarla dal solipsismo, cioè dall’irrilevanza?

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      1. Sulla poesia lirica: avevo il sospetto che ne facessi la parte per il tutto, chiedo venia.
        Sulla rilevanza: no, qui non ci siamo, la tua è una petizione di principio. Chi non capirebbe che “rilevante” è qualcosa che è importante per qualcuno? Il punto è che ci sia modo di “verificare” la cosa, ovvero che la cosa si “manifesti”, sia osservabile e dunque opinionabile, che so, nei termini del consumatore che compra o discute quel certo libro di poesia, oppore dell’autore che, quel certo libro, lo imita o lo cita… se no, senza manifestazione, parliamo del sesso degli angeli – oppure, cosa che mi rifiuto di pensare, rilevanza e irrilevanza valgono solo perché valgono per te.
        Morte dell’arte: che te lo dico a fare, hai tutto il diritto di crederlo, resta il fatto che qualcuno è convinto di poter continuare a farle: o lo si convince che sbaglia, o si prova a capire come questa e quella mutino pelle.

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      2. Secondo me non ci intendiamo sul “rilevante”. Io ho usato “irrilevante/irrilevanza” nel senso che ho specificato: importante (o significante, significativo) soltanto per chi l’ha scritto. Non sto dicendo che “irrilevanza” voglia dire sempre e solo quello, sto dicendo che io l’ho usato in quel senso. Penso anche che il mio uso sia legittimo, appunto perché la poesia (e l’arte in generale) dovrebbe essere rilevante per una collettività, per quanto ristretta, e non solo per il (singolo) produttore. Altrimenti ogni poeta sarebbe un Don Chisciotte della poesia.
        E’ chiaro che la rilevanza o irrilevanza si manifesta – almeno in linea di principio – nella ricezione (quindi nella discussione ecc.); in questo senso la mia è appunto la presa di posizione di un fruitore – presa di posizione ovviamente molto di massima, occasionata, come dicevo a Alessandro, dalla incomprensibilità dell’ennesimo testo poetico. E’ il tentativo di rendere conto, in primis a me stessa, di un effetto di saturazione e di una rivolta.

        Io non voglio convincere nessuno che sbaglia. Non è proprio la mia intenzione. Però posso valutare quello che viene fatto e posso specificare le ragioni della mia valutazione (“la poesia lirica attuale è qualcosa che vale soltanto all’interno dell’intenzione privata da cui scaturisce”). E rimanendo nel campo dell’espressione verbale, che mi è più familiare dell’espressione figurativa o visiva, posso benissimo pensare che la poesia lirica, come genere letterario, abbia fatto il suo tempo e che chi ancora la coltiva produca, di necessità, più (o meno) sublimi irrilevanze. (Teniamo anche presente che la lirica è legata all’io, sta e cade con l’io, e l’io, di questi tempi, è piuttosto in crisi…). Potrei anche incontrare qualcosa di rilevante (e prima che rilevante ovviamente comprensibile) e cambiare idea, ricredermi. Per il momento, in linea di massima, la vedo così.
        O dobbiamo demandare ogni giudizio agli accademici, così come demandiamo l’auscultazione dei polmoni ai medici? Anche questa naturalmente è una possibilità – cioè, lo era; ora, purtroppo, non lo è più.

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  4. C’è poi un problema fondamentale, che ho trovato espresso magistralmente da Malcolm Lowry, in una lettera all’editore che voleva tagliare “Sotto il vulcano” (…se non l’hai letto, leggilo, io ti consiglio la traduzione storica, del 1961, di Giorgio Monicelli, fratellastro del regista, ma anche quella di Marco Rossari, del 2018, è ottima), con una semplice ma bellissima variazione sul l’incipit della “Metafisica” di Aristotele: “Tutti gli uomini desiderano naturalmente cantare la vita”. Ecco perché la poesia morirà, se morirà, solo con l’uomo.

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  5. Mi sono disunito, chiudo allora con qualche nome di poeti che possono dirsi lirici e che sono, per i motivi detti in precedenza, rilevanti: Mario Benedetti (il friulano, non l’omonimo uruguaiano), da poco scomparso, il vecchio ragazzo Umberto Fiori, gli ex-ragazzi Gian Mario Villalta e Maria Grazia Calandrone, e infine Laura Pugno. Infine, un accenno a quell’area molto interessante che si suole definire della “scrittura di ricerca”, con un solo nome sicuramente rilevante: Gherardo Bortolotti: niente versi ma una prosa molto piana, senza impennate, per niente oscura o slogata ma in qualche modo misteriosa e inquietante, a me fa venire in mente Kafka.
    Grazie Elena, è stato un piacere.

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    1. Grazie a te per avermi dato materia di riflessione che perdura.
      Sui poeti che sono rilevanti per i motivi detti in precedenza – detti ovviamente da te 🙂 :
      Di Mario Benedetti avevo letto delle cose in rete e mi era sembrato un grande. Forse non è un caso che sia scomparso.
      Laura Pugno rappresenta per me un concentrato, un vero e proprio exemplum di oscurità e irrilevanza (nel senso da me specificato). Fiori, Villalta e Calandrone non conosco. Quello che ho trovato in rete in un frettoloso pomeriggio non può dirsi meditato.
      Infine, vorrei capire come fai a dire che “la prosa di Gherardo Bortolotti non è per niente oscura”. (Con questo non voglio dire che non la si possa trovare affascinante, ma se è di non-oscurità che si parla… Anzi no, oscurità non è il termine giusto, è ambiguo; arbitrarietà è il termine più corretto. E comunque sembra appena uscito, con qualche addolcimento, dalla fucina surrealista intorno al 1930.)
      Grazie ancora per i tuoi preziosi contributi alle mie riflessioni e alla prossima.

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      1. Dopo qualche tentennamento, ho deciso che questa citazione è maliziosa… Però dovresti ammettere che in sè non è male, essendo anche le parole di un poeta che ha un notevole credito (ma che io ancora non conosco). Domani ti scrivo due righe su Bortolotti.

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  6. No be’, su Laura Pugno devo ricredermi. Non avevo considerato che:

    “Come una perla, la lingua di Laura Pugno sembra originarsi in reazione a un innominabile corpo estraneo, attorno al quale si aggruma un nuovo corpo diverso, levigatissimo e iridescente; o un «corpo quasi identico», come una madreperla, calco interno, «guscio di calcio». È intorno a questa indicibilità radicale che la lingua sedimenta avvolgendosi su se stessa in figure ossessivamente ricorsive, vortice rallentato fino alla quasi immobilità intorno a un vuoto”. Gianmaria Annovi

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    1. Scusami, ho risposto a questo tuo commento con la citazione di Annovi nel posto sbagliato, cioè al tuo commento precedente… Fanculo allo smartphone.

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  7. No problem, avevo capito. Aspetto le righe su Bortolotti. Intanto mi affilo le unghie svolgendo un tuo gerundio:
    “Però dovresti ammettere che in sè non è male, essendo anche le parole di un poeta che ha un notevole credito”. “essendo” ha chiaramente valore causale, quindi, svolgendolo, la frase mi risulta: “Però dovresti ammettere che in sé non è male, dal momento anche che sono le parole di un poeta che ha un notevole credito”. Cioè un motivo aggiuntivo per valutare positivamente il testo in questione è che “sono le parole di un poeta che ha un notevole credito”.
    Ora, a) a proposito del testo in questione, non solo io non ammetto che non è male, ma devo confessare che mi suscita un’ilarità incontrollabile; e b) il credito di cui godono gli scrittori contemporanei è una moneta che non ha corso nel piccolo feudo che mi sono aggiudicata in Atlantide.
    Ci sono due quantità che, quando ci penso, mi procurano la vertigine dell’infinito: il numero delle persone che morte ha disfatte e il numero dei poeti contemporanei che godono di qualche credito.
    Felice notte e a domani 🙂

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  8. Su Bortolotti: non vedi come si aggira, con quel “noi” coraggioso (perché, lo sappiamo, il “noi” è pericoloso) per paesaggi che ci sono molto familiari: città, centri commerciali, serie tv, web, catastrofi imminenti o già avvenute, miseria culturale abituale, etc, senza mai un trasalimento? Come se chi parla avesse metabolizzato ogni cosa e mancasse perfino della disperazione? A me sembra un risultato notevole questo sguardo sedato sul nostro mondo e il nostro tempo, a momenti mi fa perfino pensare a un mio futuro vecchio nonno che intrattiene me bambino, seduti entrambi a un focolare atomico. E poi insisto, non è oscuro, anche perché, in linea di massima, si lascia andare poco ai ragionamenti.

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    1. Io avevo presente più che altro Le storie del pavimento, di cui LPLC ha pubblicato un estratto e di cui ho trovato in giro altri “pezzi”. Quest’opera mi pare decisamente surrealista e mi ha ricordato molto il romanzo La famiglia che perse tempo di Maurizio Salabelle, interessante e originale, ma troppo surrealista e visionario per i miei gusti. E comunque mi pare che con Bortolotti non siamo più nella lirica, ma in una zona intermedia onirico-narrativa – come, con altre proporzioni (testo decisamente più lungo), con Salabelle (troppo presto scomparso, purtroppo).

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      1. Ecco, “Le storie del pavimento” non lo conosco, se non per qualche estratto, come non conosco “Senza paragone”; conosco invece “Tecniche di basso livello” e “Quando arrivarono gli alieni”, tutti e tre, questi ultimi, oggi riproposti con ” Low. Una trilogia”. Ogni tanto si aprono, nella scrittura di Bortolotti, piccoli squarci lirici, però molto controllati e poco sottolineati. A presto

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  9. Cara Elena, che bello vedere citato Maurizio tra le tue letture! La famiglia che perse tempo è il primo romanzo che ha tentato di pubblicare e anche l’ultimo che sia stato pubblicato, purtroppo postumo; è il più innovativo e sperimentale dei suoi libri ma capisco che possa risultare spiazzante. Puoi provare a leggere altre sue cose, se le trovi: la maggior parte è fuori commercio ma magari su qualche sito di libri usati si trova… In commercio penso che ci siano ancora Il maestro Atomi e forse L’altro inquilino, entrambi pubblicati da Casagrande. A proposito del commento lasciato da wwayne, non credergli: non sono una grande scrittrice, solo una a cui piace raccontare storie!

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    1. In effetti la lettura di La famiglia che perse tempo sulle prime mi aveva spiazzato, nonostante la bellezza della scrittura. Mi pareva che l’autore si ponesse seriamente e onestamente il problema della narrabilità del mondo – e questo andava grandemente a suo onore -, ma la soluzione a cui arrivava non mi convinceva. Ho ordinato or ora Un assistente inaffidabile, “usato in ottime condizioni”, di cui il collezionista di letture dice un gran bene. Ti farò sapere – appena posso: ho una pila di libri da leggere che arriva al terzo piano di un casamento standard 🙂

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