Un’altra di Cangone

L’instancabile Cangone, che per campare (dura schiavitù del pane quotidiano: per quanti Paternoster si recitino non cade dal cielo) deve sfornarne una al giorno, oggi pubblica questa. Per chi non avesse voglia di andare a vedere, riassumo brevemente: il Papa in carica (non riesco a chiamarlo Papa Francesco, mi suona come Topo Gigio) ha detto che, nella persona dei migranti, Dio stesso ci chiede di poter sbarcare. Lamillo Cangone non è d’accordo, anzi in questa interpretazione della divina volontà annusa “l’utopismo eretico, non il realismo cristiano”. Naturalmente se teniamo buona questa distinzione fra utopismo e realismo il primo eretico sarebbe Gesù Cristo, ma non è questo il punto che vorrei approfondire. Sull’opportunità o meno di far sbarcare i migranti e su come conciliare l’eventuale divieto con la prassi cristiana il Cangone può pensarla come gli pare.

Vorrei invece analizzare brevemente la retorica e la logica della prosa di Cangone. Ora, io capisco che se uno è costretto a scrivere una cazzatiella al giorno per sbarcare il lunario, magari mentre valuta l’accoppiata prosciutto di Langhirano – lambrusco Salamino di Santa Croce, più di tanto non si può pretendere. Tuttavia dovrebbe tenere presente, il Lamillo, che quando il liber scriptus proferetur, dentro ci saranno anche, ineluttabilmente, le antelucane “preghierine” che ha vergato per il Foglio – e che il diavolo potrebbe rivelarsi miglior loico di lui.

Quindi: vediamo dapprima la perifrasi che, senza necessità alcuna, Langone utilizza al posto del nome proprio “Africa”. Senza necessità, perché non si trova nel caso di evitare una ripetizione o di fare maggior chiarezza; dunque appositamente scelta, la perifrasi, autonomamente significante, connotante ecc. Siete pronti? Bene: nella “preghiera” di Cangone, l’Africa è “il Continente color morte”. Anzi, citiamo tutta la frase, così si capisce che non c’è ironia, autoironia, sarcasmo obliquo – niente di tutto ciò, nient’altro che il puro Cangone-pensiero: “io trovo amaro e pesantissimo l’obbligo di prendere in carico chiunque arrivi dal Continente color morte.”

[Pare che “il Continente color morte” non sia nemmeno un’invenzione di Cangone, a giudicare dal post seguente, pescato sul Forum di Termometro Politico ma che sembra essere un’altra preghierina di Langone pubblicata sul Foglio – tanto più che lo stesso testo, parola per parola, lo si ritrova nell’opera del nostro Pensieri del lambrusco, edita da Marsilio – quindi smettete di comprare libri editi da Marsilio.

#1

Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e bianco. Ce l’ha con me il negro accattone che, siccome non sgancio niente, prova a ricattarmi: “Fai così perché sono nero!”. Non degnandolo di uno sguardo né di una risposta, e per giunta impedendo alla mia accompagnatrice di tacitarlo con qualche moneta (pagare un pizzo in mia presenza significherebbe fare di me un complice), comincia a inveire: “Razzista! Ignorante!”. Ce l’ha con me il bianco, non africano ma africanista, professore universitario e amico di amici, che via mail mi chiede di presentare il suo libro sulla cucina africana. Quando rispondo che di regola non presento libri e meno che meno libri sulla cucina africana comincia a insultare, addebitandomi una “mentalità ignorante ed ottusa” secondo lui tipica degli italiani. Di questi figuri, oltre la rozzezza, oltre la violenza, mi colpisce il trasudare impunità: sanno di avere alle spalle un continente grande e grosso e di potersi permettere tutto con chi, come me, rappresenta una nazione esigua e in declino. Scrive Carl Schmitt che l’ultimo rifugio per un uomo tormentato da altri uomini è una giaculatoria al Dio crocefisso: Cristo salvami dal continente color morte! 

Se qualcuno potesse fornirmi informazioni sul contesto della “giaculatoria” attribuita a Carl Schmitt gliene sarei grata.]

Non commento neanche. Faccio solo presente che, se lasciamo passare senza protestare la cangoniana perifrasi, potremmo trovarci ad avallare diverse cose: per esempio che, visto che il povero George Floyd era sicuramente il tipo “color morte”, aver adeguato lo status biologico alle suggestioni cromatiche non è poi così grave.

Questo per la retorica. E veniamo adesso alla logica. Dice Cangone rivolgendosi alla Madonna: “Tuo figlio ha definito il suo giogo “dolce”, il suo peso “leggero”, e io trovo amaro e pesantissimo l’obbligo di prendere in carico chiunque arrivi dal Continente color morte. Dunque non capisco in nome di chi parli Bergoglio, nelle cui parole annuso l’utopismo eretico, non il realismo cristiano.”

Se penso che per secoli i teologi si sono affrontati, e ancora si affrontano, a suon di scienza e ferree argomentazioni per stabilire il sottile confine fra eresia e ortodossia – e bastava chiedere a Lamillo Cangone! Informarsi discretamente se un carico morale o dottrinale gli apparisse pesante o inver leggero, se il giogo gli sedesse comodo o fastidioso sul collo. Che spreco di tempo e di acume, mentre avevamo a portata di mano la sensibilissima bilancia! E ammiriamo la logica: 1. Cristo ha detto che il suo giogo è dolce e il suo peso è leggero; 2. a Lamillo Cangone l’esortazione del Papa a farsi carico dei migranti appare insostenibilmente pesante; 3. ergo, il Papa non parla a nome di Cristo. Non fa una piega. Proviamo qualche altra applicazione: 1. Cristo ha detto che il suo giogo è dolce e il suo peso è leggero; 2. Elena Grammann trova l’esortazione di Cristo ad amare il prossimo come se stessi insostenibilmente pesante; 3. ergo, Cristo non parla a nome di Cristo. Eccetera.

Un’ultima osservazione sulla chiusa della Preghierina: pare che alle litanie lauretane sia stato aggiunto recentemente il titolo solacium migrantium e Cangone non se ne dà pace. Visto che frequento poco il Santo Rosario io non me ne ero neanche accorta, ma non mi sembra il caso di disperarsi. La Madonna vi viene invocata, fra gli altri titoli, come salus infirmorum, consolatrix afflictorum e auxilium christianorum. In tutte e tre queste funzioni la sua efficacia è dubbia, se non nulla; sarà scarsamente performante anche come solacium migrantium, e amen. Non vedo il problema.

 

 

7 pensieri riguardo “Un’altra di Cangone”

  1. Leggo spesso i tuoi articoli come ho letto anche le critiche che ti sono state rivolte (tra cui quella dell’essere una e trina) ed in effetti confermo che anche a me appari una e trina, non perché dietro il tuo nome si nasconda una pluralità di persone, ma perché la tua genialità nel “recensire” ha la potenza dell’una e trina, poliedrica nel suo acume.
    Ti faccio i miei più sinceri e ammirati complimenti. So che non sai cosa fartene, ma te li faccio ugualmente.

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    1. Non è vero che non so cosa farmene, ti ringrazio anzi per i complimenti, che sono dilettevole miele alla più o meno segreta vanità dell’io – figuriamoci poi di un io poliedrico la cui vanità sarà proporzionalmente moltiplicata… 🙂
      (Però è vero che i complimenti mettono sempre un po’ in imbarazzo)

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  2. Cara Elena, già mi avevi fatto conoscere il Lamillo, questa volta mi hai indotto ad approfondire un po’, così ho letto qualcuna delle sue preghiere quotidiane. Così oggi ho scoperto che è poco virile richiedere un menù degustazione e che il prosecco è praticamente roba per ricchioni.
    Ho pure visto che prova simpatia per il balordo che qualche giorno fa ha arrostito pubblicamente un gatto.
    Tornando al continente color morte, di che colore sarà l’Europa? Un frivolo rosa? Oppure il rosa va bene perché ricorda i salumi?

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  3. Caro Alessandro, sto leggendo una raccolta di racconti di una scrittrice ungherese (brava, fra parentesi) e mi sembra che il colore dell’Europa, soprattutto della Mittel-, sia un grigio carico. Quelli come Cangone, che vogliono salvare il “buono dell’Europa”, non si accorgono che hanno gesti e posture da imbalsamatori. Questo in generale.
    Il Cangone poi è ancora più patetico, perché fa della sua personalissima e spontanea percezione la misura di tutte le cose – atteggiamento tipico delle persone che non hanno mai preso in considerazione l’idea di modificare qualcosa di se stessi e non sanno che crescere e maturare vuol dire precisamente quello. Identitari psicologicamente ancor prima che politicamente.
    A proposito di “politicamente”: nella preghiera a cui fai riferimento, quella del menù degustazione e del prosecco, Cangone parte, incidentalmente, da un libro pubblicato “dalla molto piccola e molto jungeriana casa editrice Passaggio al Bosco”. La casa editrice Passaggio al Bosco, “talmente imboscata da non dichiarare il proprio indirizzo nel colophon”, e che in effetti invoca come nume tutelare Ernst Jünger, è una casa editrice fascista. Punto.
    Se ora mettiamo in fila Carl Schmitt, Ernst Jünger – manca solo Martin Heidegger e abbiamo la triade dei rifondatori di un’Europa sana e correttamente nazionalsocialista.

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  4. Avrei voluto commentare con argomentazioni appropriate o magari anche solo intelligibili il tuo post così lucido ed acuminato, ma non ci riesco. La lettura della preghierina mi ha lasciata di sale. Mi pare comunque evidente che in questo paese la deriva culturale sia ormai insanabile, e che ormai, parafrasando Dante, qui viva la pietà quando è ben morta,una pesantissima pietra tombale che schiaccia qualsiasi senso di umanità.

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    1. Questo tizio, il Cangone, è un fenomeno interessante. Insomma, fra il bieco e l’interessante. Sfrutta l’insofferenza, giustificata, per la tirannia del politicamente corretto per cavalcare tutti gli stanchi ronzini del politicamente scorretto con aria da liberatore degli oppressi – dove l’oppresso è principalmente lui stesso. Questa auto-referenzialità emerge bene nel sistematico sprezzo di ogni logica argomentativa, sostituita da un modo spudoratamente assertivo. Lo schema di base è: Così è perché mi piace. Pietra d’angolo, credo, del “pensiero” fascista.
      Della religione, questi tizi prediligono le forme: la liturgia, la messa in latino, presumibilmente il canto gregoriano (nella polifonia barocca c’è già troppa soggettività). Non hanno tutti i torti: se togli la liturgia le religioni istituzionalizzate crollano come castelli di carte. Rimane un impalpabile spirito – come deve essere.

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