Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e bianco. Ce l’ha con me il negro accattone che, siccome non sgancio niente, prova a ricattarmi: “Fai così perché sono nero!”. Non degnandolo di uno sguardo né di una risposta, e per giunta impedendo alla mia accompagnatrice di tacitarlo con qualche moneta (pagare un pizzo in mia presenza significherebbe fare di me un complice), comincia a inveire: “Razzista! Ignorante!”. Ce l’ha con me il bianco, non africano ma africanista, professore universitario e amico di amici, che via mail mi chiede di presentare il suo libro sulla cucina africana. Quando rispondo che di regola non presento libri e meno che meno libri sulla cucina africana comincia a insultare, addebitandomi una “mentalità ignorante ed ottusa” secondo lui tipica degli italiani. Di questi figuri, oltre la rozzezza, oltre la violenza, mi colpisce il trasudare impunità: sanno di avere alle spalle un continente grande e grosso e di potersi permettere tutto con chi, come me, rappresenta una nazione esigua e in declino. Scrive Carl Schmitt che l’ultimo rifugio per un uomo tormentato da altri uomini è una giaculatoria al Dio crocefisso: Cristo salvami dal continente color morte!