Storie di gatte 1: Tanizaki Jun’ichirō, LA GATTA, SHŌZŌ E LE DUE DONNE

SHOZO

 

“Dal mattino seguente, Lily e Shinako diventarono amiche inseparabili. La gatta pareva fidarsi ciecamente della nuova padrona e mangiava con gran gusto il riso con le scaglie di tonnetto essiccato e beveva il latte. Faceva con estrema puntualità i bisogni nella sabbia più volte al giorno, e l’odore pungente aleggiava nella piccola stanza di quattro tatami e mezzo lasciando riaffiorare nella mente di Shinako molti ricordi. In alcuni momenti addirittura le pareva di rivivere i giorni in cui abitava a Ashiya. Non era forse quello l’odore della casa in cui era vissuta per alcuni anni insieme a Shōzō? Un odore intenso e inconfondibile che impregnava i fusuma, i pilastri di legno, le pareti, i soffitti e tutto quello che c’era nella casa di Ashiya. Con quel particolare afrore sempre nel naso, Shinako aveva patito per due anni e mezzo la difficile e dolorosa convivenza con la suocera e con il marito. A un certo punto aveva cominciato a maledirlo quel puzzo nauseabondo, non ne poteva più, e invece adesso quasi lo amava e sembrava suscitare in lei solo ricordi piacevoli. Aveva odiato la gatta anche a causa di quel tanfo insopportabile, lo stesso tanfo che ora si era trasformato in un dolce profumo e le rendeva ancora più cara quella piccola bestiola. Da quel giorno prese l’abitudine di dormire sempre in sua compagnia, a stretto contatto con lei, e si chiedeva come avesse potuto respingere in passato una creatura così affettuosa e obbediente. E pensò a se stessa in quel periodo come a una donna perfida e volubile, se non addirittura diabolica.”

Iniziamo con le abitudini igieniche della gatta Lily e l’afrore che impregna le case in cui vive, invece che con qualche descrizione della sua agilità, viva intelligenza e temperamento affettuoso, perché vorrei sottolineare il carattere morale di questo racconto di Tanizaki Jun’ichirō, pubblicato nel 1936 e apparentemente leggero: studio di figure in un ambiente – anzi in due -, divertissement fine a se stesso per un pubblico amante dei gatti.

In realtà la gatta, per quanto graziosa e accattivante, è soltanto una gatta; le sue reazioni rispondono a una logica imprevedibile perché non umana; non sono mai quelle che, antropomorficamente, i personaggi si aspettano o si augurano. Nel racconto la bestiola è via via caricata di significati e implicata in piani machiavellici che essa scrolla via da sé con indifferenza, poiché in nessun senso le appartengono; la sua funzione, in definitiva, è di essere una specie di limite a cui i personaggi si affacciano con stupore e da cui gli si aprono sconcertanti prospettive – come accade, nel passaggio citato, a Shinako, la quale dopo aver impiegato tutte le sue doti di astuzia per farsi cedere la gatta, amatissima dall’ex marito, unicamente come strumento per riconquistarlo, finisce per amarla incondizionatamente e per vedere la se stessa di un tempo in una luce del tutto nuova.

Il racconto si apre con una lunga lettera di Shinako a Fukuko, la rivale vittoriosa che si è insediata, come legittima consorte, nella casa di Ashiya. Nella lettera la moglie ripudiata, che nella disavventura coniugale ha perso tutto, chiede di poter riavere almeno la gatta, perché le ricordi la felicità passata. Sapendo che l’ex marito Shōzō è attaccatissimo alla bestiola, Shinako pensa di appoggiare la sua richiesta insinuando in Fukuko il sospetto che Shōzō ami più la gatta della moglie – come era stato con lei stessa e come, Shinako mostra ipocritamente di temere, potrebbe accadere ora alla rivale.

Al lettore poco esperto di cose del Giappone – e soprattutto del Giappone intorno al 1936 – la lettera di Shinako trasmette l’impressione di buona borghesia agiata, di donne la cui occupazione principale consiste nell’analisi e puntuale descrizione dei propri sentimenti nella cornice di una casa minimale, ampia e luminosa. La realtà, come ci viene via via svelata, è un po’ diversa. La stessa Shinako, che nella débâcle coniugale ci ha rimesso pure il corredo messo insieme in anni di economie, vive ora in una stanzetta presso la sorella sposata e sbarca il lunario con lavori di cucito. Quanto alla “bella casa di Ashiya”, a cui va la sua inguaribile nostalgia, essa ci appare più accroccata e maltenuta che minimale (“Aveva sistemato il tavolino all’estremità della veranda sul retro della casa, ancora sporca di fango e detriti a causa dei recenti allagamenti.”). La casa è occupata al pianterreno dall’agonizzante negozietto di casalinghi della famiglia; dopo la costruzione della nuova statale e della linea ferroviaria Hankyū infatti la zona si è impoverita e spopolata, è chiaro che si dovrebbe trasferire l’attività, installarsi altrove. Purtroppo, “oltre a non avere la più pallida idea di come affrontare la questione, Shōzō era decisamente pigro e incurante degli affari. L’idea di finire in povertà non lo scalfiva più di tanto, e d’altronde non si era mai impegnato nel commercio.”

Lasciamo stare che io su quello “scalfiva” avrei qualcosa da ridire (ovviamente non perché sia in grado di leggere l’originale giapponese, ma perché in italiano si scalfisce qualcosa, non qualcuno), e concentriamoci su questo bamboccione buono a nulla, questo non cresciuto come dicono adesso, figlio unico viziato dalla mamma, mai diventato adulto a tutti gli effetti, quindi con qualcosa di infantile che lo rende innocuo e piuttosto simpatico; peraltro dispostissimo ad aderire all’opinione dell’interlocutore, facilmente manovrabile e tuttavia con un fondo di caparbietà, un nucleo ultimo di abulia che diventa una fedeltà a se stesso, un rifiuto, quando si viene al dunque, di “eseguire”, di entrare compiutamente nei giochi dell’altro.

Nei giochi dell’altro, o meglio delle altre, poiché Shōzō deve fare i conti con tre donne: Shinako, la moglie in carica Fukuko, e la vecchia madre Orin. All’origine del ripudio di Shinako – la nuora virtuosa e lavoratrice, ma sprovvista di capitale – ci sono le macchinazioni di Orin, dovute in piccola parte a un’antipatia personale, ma più che altro alla necessità di reperire per Shōzō una moglie che garantisca la sicurezza economica:

“Tuttavia l’avidità di Orin non era fine a se stessa ed era in un certo senso comprensibile. In definitiva tutto quel denaro non serviva a lei, in fondo non le restavano molti anni da vivere. Il suo cruccio era di potersene andare in pace all’altro mondo, assicurando un futuro a Shōzō, il cui carattere debole e poco intraprendente non lasciava ben sperare.”

Fukuko, la prescelta, è la figlia del fratello di Orin – e in questo caso la solidarietà famigliare si sposa con necessità complementari: il fratello di Orin e zio di Shōzō desidera ardentemente accasare la figlia, la quale però, pur disponendo di rendite, non trova marito a causa di un passato poco limpido e di un’indole che fa mal presagire per il futuro. Orin offre rispettabilità in cambio di sicurezza, e Fukuko stessa ha tutto l’interesse a entrare in una casa in cui l’autorità della suocera sarà sostanzialmente azzerata dall’inferiorità economica, e in cui la debolezza di carattere del marito le permetterà, entro certi limiti, di continuare a fare quello che le pare.

Dal canto suo Shinako, la ripudiata, che non l’ha presa bene non tanto perché sia innamorata di Shōzō (uno così, lo ammette volentieri anche lei, meglio perderlo che trovarlo) quanto per la brutalità con cui è stata messa alla porta, è convinta di aver perso una battaglia ma non la guerra e vuole servirsi della gatta Lily come di un piede di porco per scassinare la nuova unione, dapprima suscitando la gelosia di Fukuko nei confronti della gatta per gettare discordia nella coppia, poi risvegliando in Shōzō il rimpianto e la nostalgia di una loro ipotetica ideale convivenza.

Ma se il passaggio della gatta Lily da un affidatario a un’altra destabilizza e crea scompiglio, il nuovo assetto delle alleanze non è quello calcolato. Fukuko, pur subodorando la trappola ordita da Shinako, finisce per cadervi. Tuttavia la gelosia la porta non ad assicurare la presa sul consorte, bensì a credersi tradita e a strillare su due piedi che se ne torna da papà; sicché Orin, che della nuora viziata e fannullona si faceva andar bene tutto, compresa la biancheria sporca imbucata negli angoli bui degli armadi, vede sfumare l’agognata tranquillità economica. Ma questi sono i personaggi più superficiali e “facili”, e la scena in cui si accapigliano, perché Fukuko vuole andarsene seduta stante mentre Orin cerca di trattenerla, è una scena da farsa. Con gli altri due le cose sono più complesse e più interessanti.

Al nuovo sguardo con cui Shinako considera il suo sé del passato abbiamo già accennato. Durante la convivenza con Shōzō, Shinako si è mostrata quello che si dice una bravissima donna, interamente dedita al risanamento finanziario della famiglia, al quale sacrifica fino all’ultimo soldo delle sue sudate economie – inutilmente, si capisce, perché per chiudere le fisiologiche voragini di bilancio ci vuole ben altro che i suoi modesti risparmi. Tuttavia Shinako – in questo molto più simile a Orin della sua fortunata rivale – ne ha fatto un obiettivo di vita a cui subordina ogni altra considerazione, non risparmiando al consorte i mugugni e le critiche per la sua inettitudine e mostrando insofferenza per la gattina che è l’unico oggetto delle sue preoccupazioni. Quando viene cacciata per far posto a Fukuko, l’opinione pubblica è tutta per lei, e lei stessa si compiace di contemplarsi con lo sguardo compassionevole dell’opinione pubblica. Ecco come si vede invece dopo che Lily le è stata affidata:

“Per Lily sono disposta a tutto, non lo farei per nessun altro al mondo, si sorprendeva a pensare quando andava a procurarsi la sabbia, meravigliandosi del compito ingrato cui si sottoponeva in virtù dell’affetto verso l’animale. Perché non la trattavo anche prima con la metà dell’attenzione di adesso?, continuava a chiedersi pentita. Se mi fossi comportata così fin dall’inizio, non sarei andata incontro a una sorte tanto avversa; mio marito non mi avrebbe mai allontanata da casa e non avrebbe accolto un’altra al mio posto. È tutta colpa mia, sono stata una stupida imprevidente. Una donna incapace di voler bene a una creaturina dolce e innocente merita fino in fondo di essere odiata e ripudiata dal marito. Loro non c’entrano niente, il loro complotto è riuscito soltanto a causa dei miei difetti e della mia insensibilità…”

Lily, col suo comportamento imprevedibile, ha avuto su Shinako l’effetto – raro! – di indurla a uno sguardo esterno e spregiudicato su se stessa, al pentimento e al miglioramento. Anche se i piani di riconquista del marito perduto, come è probabile, non andranno in porto,  Shinako ha già avuto una ricompensa, espressa dalla metafora dei piedi freddi: come è noto, le case tradizionali giapponesi durante l’inverno sono tutte uno spiffero e Shinako, che è freddolosa, passa le notti a tremare dentro il futon, con l’unica, irrinunciabile consolazione di una borsa dell’acqua calda. Ma acqua calda o no i piedi rimangono gelidi, nemmeno la presenza del marito riusciva a scaldarli, anzi Shōzō si irritava non poco quando si svegliava di soprassalto al casuale contatto con quelle estremità gelate. Ora però, da quando Lily si infila la sera nel futon e si raggomitola nella scollatura della sua camicia da notte sprigionando un prodigioso calore, Shinako non ha più freddo e si addormenta serena, con i piedi caldi, in quel  tepore celeste.

Veniamo ora a Shōzō l’infingardo, la cui unica ragione di simpatia risiede nel fatto che egli assomiglia molto, in effetti, alla sua gatta – con la differenza che una gatta non è chiamata a gestire un negozio di casalinghi. Costretto da Fukuko a cedere Lily alla ex moglie, Shōzō soffre di nostalgia – e soffre anche perché Fukuko, volendo impedire che il marito si rechi da Shinako con la scusa di rivedere Lily, lo sorveglia strettamente e gli proibisce di uscire. Ma un pomeriggio che la consorte è andata a trovare i suoi, affidando a Orin la sorveglianza del marito, Shōzō, dopo un diverbio con la madre, prende la bicicletta e esce.

“Poco prima aveva detto che voleva andare a giocare a biliardo, lo desiderava in tutta sincerità. Ma era rimasto così scosso dopo il diverbio con Orin che il biliardo non lo attirava più. Senza una meta precisa in mente, percorse la via lungo la riva del fiume Ashiya suonando di continuo il campanello, sbucò sulla nuova statale, attraversò quasi d’impulso il ponte Narihira e si diresse verso Kōbe [cioè nella direzione della casa di Shinako, n.d.r]. Mancava poco alle cinque, ma il sole d’autunno stava già calando in fondo alla strada che correva lunga e diritta. I raggi obliqui da ovest rischiaravano il paesaggio in larghe fasce orizzontali pressoché parallele e radenti la superficie del manto stradale. La luce rosseggiante investiva frontalmente la carreggiata, dove passanti e veicoli avanzavano trascinandosi dietro ombre di smisurata lunghezza. Shōzō correva dritto verso il sole, tenendo il capo abbassato e rivolto di lato per difendersi dai riflessi abbaglianti dell’asfalto simili a lame d’acciaio.”

È una delle poche scene in un esterno, e forse l’unica che non si svolge nelle dipendenze o in prossimità di una casa. C’è qualcosa di liberatorio nella fuga di Shōzō dal negozio di casalinghi, dalla moglie e dalla madre coalizzate contro di lui, decisissime a fargli varcare la soglia dell’età adulta tramite il sacrificio della gatta; c’è qualcosa di infantile, di ridicolo e di commovente in quest’uomo che fugge dall’assunzione di responsabilità pedalando a più non posso e suonando di continuo il campanello. Ma c’è anche un tono particolare, storico, nella luce della scena; una luce che c’è stata in quegli anni e poi più, come nei quadri di Edward Hopper; come se fossero necessari, per produrla, uno sradicamento e la vicinanza dell’Oceano.

I timori di Fukuko e, con segno inverso, le speranze di Shinako – che la gatta finisca per ricondurre Shōzō in una zona di influenza della prima moglie – sono infondati. L’avversione di Shōzō per Shinako è profonda e radicata; quando immagina una possibilità di rivedere la gatta la sua preoccupazione maggiore, oltre a eludere la sorveglianza di Fukuko, è come fare per non incontrare Shinako:

“Nonostante l’ansia che lo tormentava, fino ad allora aveva obbedito alla volontà della moglie e non si era mai azzardato ad andare dalle parti di Rokkō. Tra l’altro, oltre che dalla severa sorveglianza delle due donne di casa, era frenato anche dal pensiero di rivedere Shinako e di cadere nella sua astuta trappola. In realtà non aveva ancora capito fino in fondo perché l’ex moglie avesse insistito così tanto per avere la gatta, ma sospettava che avesse imposto a Tsukamoto [l’intermediario sia del primo matrimonio che nella questione della gatta, n.d.r.] di non dargli notizie in modo da lasciarlo nell’ansia e nell’incertezza per attirarlo verso di sé. Da una parte desiderava accertarsi che Lily stesse bene, ma dall’altra la sua avversione nei confronti di Shinako aumentava giorno dopo giorno e il suo umore ne risentiva irrimediabilmente. Voleva rivedere Lily a ogni costo, ma non sopportava l’idea di finire tra le grinfie dell’ex moglie. «Ah, finalmente ti sei deciso a venire!» immaginava di sentirsi dire da Shinako, lì ad accoglierlo con la bocca distorta in un ghigno trionfante. Il solo pensiero gli faceva ribrezzo.”

Ma quando, nuovamente in fuga da casa e approfittando di una breve assenza di Shinako, Shōzō riesce a penetrare nella stanzetta di quattro tatami e mezzo dove trova una Lily perfettamente accudita e in salute, ma indifferente alla sua presenza, quasi che l’età (la gatta ha più di dieci anni) e i numerosi parti le pesassero improvvisamente addosso impedendole movimenti e effusioni che vadano oltre le generiche, sollecitate fusa, i suoi pensieri sono diversi:

“Riflettendo a fondo, a causa del suo carattere Shōzō aveva cacciato la prima moglie e aveva anche causato numerose sofferenze alla sua adorata gatta. E per giunta quella mattina non aveva avuto neanche il coraggio di entrare in casa propria e si era trascinato quasi senza volerlo nella stanza di Shinako. Lì, mentre ascoltava la gatta che faceva le fusa e sentiva l’odore acre dei suoi escrementi, gli veniva solo voglia di mettersi a piangere… Povera Shinako, povera Lily!, pensava. Ma non sono forse io il più miserabile di tutti, solo al mondo e senza un posto dove andare?”

Senza preludere a un facile quanto improbabile happy end, anche su Shōzō l’incontro con la gatta, diverso da tutto ciò che, antropomorficamente, aveva potuto immaginare, ha l’effetto di una spiazzante autoagnizione sulla quale, come su un terreno devastato ma solido, potrà eventualmente costruire.

Resta da dire qualcosa della gatta, che occupa il primo posto nel titolo e molto spazio nel racconto, mentre qui è passata un po’ in secondo piano. Lily è speciale, pensa Shōzō, perché è straordinariamente intelligente, e la sua intelligenza si vede nella quantità di sentimenti diversi che esprime con lo sguardo. Non è sempre stato così. L’evento che ha fatto emergere il sentimento negli occhi della gatta è stato il primo parto:

“Allora Shōzō si commuoveva e lasciava l’anta socchiusa. Lily sporgeva la testa fuori dalla cassetta, dietro pacchi e scatole accatastati alla rinfusa, e lo guardava senza smettere di miagolare. Che creatura meravigliosa, è così dolce e sensibile, quasi non sembra un animale, pensava Shōzō trattenendo a stento le lacrime. In effetti la gatta aveva assunto un’aria misteriosa e intrigante: gli occhi che brillavano intensi in fondo all’oshiire buio non erano più quelli di una gattina birbona; a poco a poco avevano acquisito una luce femminile e sensuale, erano pieni di vanità, fascino e languida malinconia.”

Anno dopo anno e parto dopo parto (Lily è una gatta estremamente prolifica), la tristezza e la spossatezza del tempo e della generazione dominano nello sguardo di Lily e forniscono la base per la solidarietà pre-umana, creaturale, a cui determinate persone (Shōzō, più tardi Shinako) sono in grado di rispondere. Non c’è, in Lily, nulla di leziosamente antropomorfico, ma qualcosa di molto più profondo e perturbante che ci riguarda tutti: la malinconia della creatura.

 

 

 

2 pensieri riguardo “Storie di gatte 1: Tanizaki Jun’ichirō, LA GATTA, SHŌZŌ E LE DUE DONNE”

    1. E’ vero. La crisi da sola non è sufficiente a fargli prendere coscienza di sé. Bisogna che la gatta, in un primo momento, deluda le loro aspettative (appena recapitata a casa di Shinako, Lily fa mostra di non riconoscerla e, appena può, scappa) e che loro siano abbastanza umili per mettersi nei suoi panni, per “farsi gatto” in un certo senso, e da quella prospettiva vedere il se stesso umano che sono o che erano…

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