MOTTI LATINI

Ovidio

 

Sto leggendo la raccolta di racconti Non c’è. E non deve esserci (Mimesis) della scrittrice ungherese contemporanea Edina Szvoren. È una scrittura di qualità. Purtroppo ciò che questa scrittura di qualità veicola a me è che l’Ungheria dev’essere un posto abbastanza orrendo e gli Ungheresi un popolo decisamente triste. Ma non è di questo che voglio parlare.

Il fatto è che, leggendo, arrivo alla frase: “Solo l’ingegnere forestale capiva cosa volesse dire cito pede labitur aetes.”

Ettecredo che lo capiva solo lui, penso, c’è un errore di stampa. Ovviamente è aetas e non aetes. Ma guarda questi correttori di bozze (pardon, questi editor). Poi, presa da scrupolo (io sono sempre presa da scrupoli), vado a controllare. La frase latina, che google mi dà come citazione da Ovidio, è naturalmente cito pede labitur aetas. Però, nella riga immediatamente sotto, ecco che c’è anche cito pede labitur aetes. Che storia è questa. Clicco e mi compare la seguente schermata:

IMG_20200725_150958_BURST001_COVERE non è l’unica. Pare che nei prontuari ungheresi di motti latini diffusi sul web, l’errore di vocale sia egemone. Quindi: Edina Szvoren è andata a cercarsi la frase latina su un centone digitalizzato; l’editor ungherese non si è accorto dell’errore; la traduttrice italiana non si è accorta dell’errore; l’editor italiano non si è accorto dell’errore; l’unica che è inciampata su quell’aetes è una stronza di insegnante in pensione. È inciampata perché è vecchia, se no l’avrebbe agilmente scavalcato.

Conclusione – anzi, conclusioni:

  1. Se non sapete il latino, perché non lasciate perdere? (o in alternativa cercate una fonte affidabile).
  2. L’errore, così radicato, diventerà in breve tempo una variante; col diffondersi della letteratura ungherese si imporrà come dominante – in fondo la storia delle lingue è piena di fatti del genere – e soppianterà la forma originariamente corretta. E a quel punto si scoprirà che il latino è ancora una lingua viva. Che si evolve.

Storie di gatte 2: Colette, LA GATTA

la gatta

 

Quando ho letto il romanzo o racconto lungo di Tanizaki di cui ho parlato qui, mi sono chiesta se per caso lo scrittore giapponese non conoscesse La gatta, romanzo breve di Colette pubblicato nel 1933, tanto la situazione, il tema, i rapporti fra i personaggi sono simili.

Il nucleo di entrambe le narrazioni è il legame elettivo e esclusivo fra un giovane uomo e la sua gatta, e la conseguente gelosia della moglie. In entrambi i casi il numero dei personaggi è ridotto al minimo, da teatro classico più che da narrativa; le scene sono quasi tutte in interni, con l’appendice di una veranda o di un giardino (che però, ad esempio in Colette, è hortus conclusus); i due protagonisti maschili, figli unici viziati dalle madri e orfani di padre, eterni adolescenti, sono individui deboli, privi di attitudini marcate e di iniziativa, che tendono ad adagiarsi nelle circostanze; pur con le notevoli differenze di ceto di cui parleremo, ereditano entrambi un’attività in declino in cui sono diretti da qualcun altro (la madre per Shōzō, M. Veuillet, l’anziano uomo di fiducia del padre, per Alain, il protagonista della Gatta); il matrimonio dell’uno e dell’altro è stato organizzato/auspicato dalle famiglie – per motivi strettamente economici per Shōzō, più sfumatamente sociali per Alain; agli interessati la moglie in fondo sta bene, non c’è resistenza ma nemmeno entusiasmo: anche qui essi non fanno che adeguarsi a una situazione preimpostata, accomodarsi tant bien que mal in uno stampo preparato per loro; e per finire, nel duello moglie – gatta, pur con accenti diversi, chi ha la meglio è la gatta.

Naturalmente ci sono anche delle differenze, prima fra tutte l’assenza, in Colette, di una rivale umana della moglie Camille. Nel suo romanzo la gatta Saha non è, come la Lily di Tanizaki, lo strumento manipolato e in un certo senso la vittima di una rivalità fra donne; non è nemmeno, come vedremo, la rivale di Camille in senso stretto, bensì colei contro la quale la moglie, fin dall’inizio, non può prevalere.

Ma più fondamentale, secondo me, la differenza di tono e di ceto. Le metto insieme perché, come nel teatro classico i protagonisti della tragedia sono re, principi, eroi dell’antichità e della mitologia, mentre i borghesi e (di striscio) il popolo devono accontentarsi della commedia quando non della farsa, così nel racconto di Tanizaki il tono leggero, a tratti farsesco, l’insistere sulle deiezioni gattesche e sui peti di gatta e padrone, la conclusione stessa, che non conclude niente e si limita a mostrarci un povero (e ridicolo) Shōzō in fuga da entrambe le mogli e soprattutto da se stesso, sono adeguati a una piccola borghesia a rischio indigenza; mentre alla grande borghesia delle sete Amparat e delle lavatrici Malmert si addice il registro letterario, lo scavo psicologico, l’analisi che si addentra nei processi del sonno e nella (in)decifrabilità dei sogni, e soprattutto il conflitto – tragico fino al tentato gatticidio – fra la moglie e la gatta, che adombra però, ed è questa la vera tragedia, il conflitto fra la sessualità disinibita e moderna della moglie (lavatrici Malmert) e la sessualità colpevolizzante, adolescenziale e onirica dell’erede delle storiche sete Amparat.

E veniamo alla sessualità e sensualità. Sapevo – per sentito dire, perché per ora non ho letto quasi niente – che temi molto frequentati da Tanizaki sono l’erotismo (La chiave di Tinto Brass si ispira a un suo famoso romanzo), il sado-masochismo, le femmes fatales che calpestano maschi imbelli e cose di questo genere. Ora, io in La gatta, Shōzō e le due donne di erotismo non ho trovato nemmeno un briciolo. Può darsi che la lunga scena in cui Shōzō e la gatta Lily si contendono i pescetti marinati strappandoseli di bocca adombri espliciti contenuti sessuali; come è possibile che gli strilli di dolore di Shōzō quando Fukuko, a letto, lo riempie di pizzicotti per fargli promettere che cederà la gatta alla ex-moglie, siano camuffati gemiti di voluttà; o che l’osservazione che la gatta Lily, per l’abitudine di infilarsi sotto le coperte del padrone, “finiva con l’essere testimone persino dei segreti più intimi della coppia” alluda discretamente a una raffinata perversione voyeuristica; può darsi – tanto più che l’erotismo, in Giappone, mi pare abbia modi espressivi abbastanza lontani dai nostri. Tuttavia raramente mi è capitato di leggere un romanzo, in cui in fin dei conti si ripudia una moglie per sposarne un’altra, altrettanto esente da turbamenti erotici. Decisamente pudico. Non fosse il tema futile, potrebbe stare in una biblioteca di suore.

Il romanzo di Colette è tutto un altro paio di maniche. I turbamenti erotici compaiono già a pagina 2, così come compare, immediatamente, la loro fatale asimmetria:

[Camille] servì il fidanzato per ultimo, gli porse il bicchiere appannato con sorriso di intesa. Lo guardò bere e si turbò bruscamente a causa della bocca che premeva i bordi del calice. Ma lui si sentiva così stanco che rifiutò di partecipare a quel turbamento, e si limitò a stringere leggermente le dita bianche, le unghie rosse che gli riprendevano il bicchiere vuoto.”

Strana stanchezza quella di Alain, che scompare miracolosamente alla partenza di Camille e famiglia: “Quando lei si sedette al volante, davanti ai genitori, si sentì vispo e allegro.” E la prima cosa che fa è chiamare la gatta: “Saha! Saha!”

Alain è attaccatissimo alla gatta certosina che ha comprato tre anni prima a un’esposizione felina: “Resta il fatto che all’età in cui si desidera un’automobile, un viaggio, un’edizione rara, un paio di sci, Alain fu il ragazzo-che-ha-comprato-un-gattino”. D’altronde, la gatta Saha si inserisce perfettamente nel luogo magico dell’infanzia: il giardino, il compendio di tutte le meraviglie, sprofondato in un passato che è insieme biografico e storico, se è vero che, come dice la madre di Alain, Mme Amparat, in un futuro assai prossimo nessuno a Neuilly, periferia nobile di Parigi, potrà più permettersi un giardino simile.

Il giardino e la gatta rappresentano l’infanzia coccolata e protetta di un bambino dalla salute cagionevole, l’identità intatta e irrelata, l’innocenza prima della Legge, l’integrità dell’Io non inficiata dall’esecrabile commercio con l’Altro. Una zona sacra che, costi quel che costi, deve essere salvaguardata dal contatto col profano. Così Alain riesce a dirottare il ricevimento di nozze a casa dei Malmert, benché, naturalmente, il loro giardino sarebbe stato assai più adatto all’evento:

“— La giornata di ieri!… sospirò Camille. E pensare che c’è gente che si sposa spesso!…

Ebbe un ritorno di vanità e aggiunse:

— A parte che è andato tutto benissimo. Liscio come l’olio, no?

— Sì, disse Alain, poco coinvolto.

— Oh, tu!… Sei come tua madre! Voglio dire, posto che nessuno vi rovini il pratino e getti mozziconi di sigarette nella ghiaia, siete disposti a trovare tutto perfetto, giusto? Rimane che il nostro matrimonio sarebbe stato più carino a Neuilly. Solo che avrebbe disturbato la sacrosanta gatta…”

Ma la cosa va più in là: il giardino, la vecchia villa antiquata in cui si fanno i lavori per ricavare un appartamento per la coppia (che  provvisoriamente vive in un mini alloggio al nono piano di un modernissimo e vertiginoso edificio futurista – di nuovo l’opposizione suolo-giardino-passato da una parte, spazio aereo-modernità-futuro dall’altra) devono essere protetti non solo dagli estranei indifferenti e inquinanti (gli invitati al matrimonio) ma dalla stessa moglie, da Camille, alla quale lo status di legittima consorte non ha tolto lo stigma dell’estraneità e alterità. Ecco un frammento di una conversazione fra Alain e sua madre, una domanda di Alain che mette l’anziana Mme Amparat in non poco imbarazzo:

“Pensate[, mamma,] che ci sia un modo – è un’idea che mi gira per la testa, – un modo carino, naturalmente – che non scontenti nessuno, – un modo di impedire che Camille abiti qui?”

Il modo, come ben vede l’imbarazzatissima Mme Amparat, si chiama divorzio. Ma non siamo ancora a questo punto.

Camille, naturalmente, si rende conto di qualcosa; non riesce però a cogliere il problema nella sua interezza, non ne vede i reali contorni. Il suo disagio e la sua ostilità si concentrano sulla gatta. Questo è corretto, o quantomeno giustificato, perché l’affetto di Alain per la gatta è immensamente superiore all’affetto per la moglie (sempre che di un suo affetto per la moglie si possa parlare); ma trascura o non vede il fatto che la gatta è il nucleo vivo, emotivo e emozionante, di qualcosa di più vasto e imprescindibile che altro non è se non l’identità narcisista di Alain: a più riprese Colette ne sottolinea la bellezza, e il mattino della notte di nozze osserva che, sorgendo dal letto coniugale completamente nudo, “poiché la porta a specchi […] lo rifletteva dalla testa ai piedi, Alain la aprì con compiacente lentezza e non si affrettò a richiuderla”. L’ingenua Camille però vede in Saha una rivale, e non va più in là:

“— Vado a vedere se i lavori…

— Oh, i lavori!… Ti interessano forse, i lavori? Confessa — incrociò le braccia in una posa da attrice tragica — confessa che vai a trovare la mia rivale!

— Saha non è la tua rivale, disse Alain con semplicità.

«Come potrebbe essere la tua rivale?», continuò fra sé. «Tu puoi avere rivali soltanto nell’impuro…»”

Con questo siamo al cuore (a uno dei cuori) del problema. Per Camille, innamorata del marito, la sessualità è spontanea e priva di doppiezza, non ha secondi fini. Per Alain il suo matrimonio è una questione multistrato in cui generalmente deve tenere per sé ciò che pensa.

“«Se non ti avessi scelta, Saha, forse non avrei mai saputo che si può scegliere. Quanto al resto… Il mio matrimonio soddisfa tutti, Camille compresa, e ci sono dei momenti in cui soddisfa anche me, ma…»”

Camille non è stata scelta. I rapporti coniugali con Camille, quanto a qualità, a tono, rientrano nella serie delle avventure occasionali, complicati dal fatto che, in questo caso, Alain non può semplicemente squagliarsela al mattino presto scendendo le scale senza far rumore. Durante tutto il romanzo Alain la squadra e la soppesa, ne valuta i diversi pezzi (“ha una una schiena da popolana”, “se non sta attenta, l’attaccatura del collo le dà un che di tracagnotto”, “le calze di seta, le gambe, ecco quel che aveva di meglio”), non molto diversamente da quel che farebbe un macellaio con un quarto di bue appeso a un gancio. La sessualità spontanea e accesa di Camille lo sconcerta e lo irrita, ci vede qualcosa di indecente. Poiché Camille ingrassa mentre lui dimagrisce, le attribuisce malignamente tratti vampireschi:

“«È vero, è ingrassata. Nel modo più seducente, peraltro, perché anche i suoi seni…» Tornò su se stesso e si scontrò, di cattivo umore, con l’antica rimostranza virile: “Ingrassa a fare l’amore… Si ingrassa della mia sostanza.» Insinuò una mano invidiosa sotto la giacca, si tastò le costole e smise di ammirare la fossetta e le guance infantili.”

Sullo sfondo di una sessualità così intesa da Alain – una sessualità funzionale ad altro: a un matrimonio che accontenta tutti, a una veloce soddisfazione personale, a calmare gli ardori della moglie e estrometterla finalmente, avere spazio per sé, per la zona sacrosanta del suo sé a cui nessuno, tranne Saha, ha accesso – sullo sfondo di una sessualità così intesa è chiaro che Camille ricade nella zona dell’impuro e corruttibile, mentre a Saha, adamantina, bluastra nei riflessi della pelliccia certosina, fedele e disinteressata, spetta di diritto il regno dell’immutabile e intatto, il passato favoloso dell’infanzia che ha disegnato una volta per tutte, per Alain, i contorni del suo io, e che egli è ben deciso a non abbandonare.

Stando così le cose è inutile e meschino, da parte di Camille, prendersela con la gatta, sfogare su di lei la frustrazione per ciò che le sfugge di Alain (quasi tutto). E quando, spinta dalla gelosia e, bisogna dire, da un demone della calura estiva, spinge Saha giù dal parapetto di una terrazza del nono piano, non fa che affrettare la fine del matrimonio. Che si conclude la sera stessa, quando Saha, miracolosamente salva, e Alain, che ha capito come si sono svolti i fatti, riparano nella vecchia villa Amparat – i cui lavori di ampliamento, finalmente conclusi, non serviranno ormai a nessuno. Il problema che tormentava Alain, e al quale non trovava soluzione: come impedire a Camille di insediarsi nella vecchia casa con giardino, si è risolto praticamente da solo. 

A questo punto un dubbio di non poco conto assale il lettore: Alain aveva già avuto prove dirette e indirette della crescente insofferenza di Camille nei confronti della gatta. Sapeva che, dal suo punto di vista, Camille aveva valide ragioni di esserne gelosa. Perché non ha cercato un modo di tutelare Saha? Perché l’ha lasciata dal mattino alla sera in balia della rivale? Se si guarda al risultato, si direbbe che Alain ha contato sulla gatta per liberarsi di Camille; che ha messo a rischio la vita della gatta per recuperare la libertà di adolescente irresponsabile. Lui naturalmente non lo ammetterebbe; però in un certo senso torna.

Resterebbe da dire qualcosa sull’accostamento fra uno scrittore giapponese e una scrittrice francese, accomunati dal periodo – gli anni trenta del secolo scorso – e soprattutto dal tema insolito. C’è fra loro, al di là delle analogie, una differenza continentale, che so, di stile, di insieme? O almeno, quale dei due mi è piaciuto di più?

Poiché per Tanizaki devo basarmi su una traduzione, e poiché procedendo, per quanto lentamente, nello studio del giapponese, mi rendo sempre più conto che una traduzione letteraria da questa lingua è di fatto una riscrittura, che io mi metta a parlare dello stile di Tanizaki non ha molto senso. Oltretutto mi manca qualsiasi termine di confronto. Certo è che invece la duttilità della prosa di Colette, la sua abilità di cogliere e fissare la singolarità irripetibile degli istanti, la sfumatura che di una situazione generale fa un evento particolare unico e tuttavia condivisibile, rappresentativo, è ammirevole; al confronto il testo di Tanizaki –  ripeto: in traduzione e per una persona non abituata alla prosa giapponese – rischia di apparire quasi rozzo, stranamente primitivo.

Se però devo dire quale dei due preferisco, allora mi sembra che il racconto di Tanizaki sia più aperto, contenga più possibilità; che una certa, immagino apparente, noncuranza per la “forma letteraria” lasci maggiormente trasparire una casualità della vita, un’attitudine del destino a prendersi gioco di noi – quando rovescia i nostri piani ma anche quando fa emergere una consolazione dall’odore pungente degli escrementi di gatto. Al contrario il porsi, per Colette, spontaneamente e senza esitazioni nel solco di una tradizione letteraria sovrana, l’aderirvi pienamente e senza ripensamenti, finisce per collocarla senza appello in quella che Cioran, qualche anno più tardi, chiamerà “la claustrofobia francese”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’altra di Cangone

L’instancabile Cangone, che per campare (dura schiavitù del pane quotidiano: per quanti Paternoster si recitino non cade dal cielo) deve sfornarne una al giorno, oggi pubblica questa. Per chi non avesse voglia di andare a vedere, riassumo brevemente: il Papa in carica (non riesco a chiamarlo Papa Francesco, mi suona come Topo Gigio) ha detto che, nella persona dei migranti, Dio stesso ci chiede di poter sbarcare. Lamillo Cangone non è d’accordo, anzi in questa interpretazione della divina volontà annusa “l’utopismo eretico, non il realismo cristiano”. Naturalmente se teniamo buona questa distinzione fra utopismo e realismo il primo eretico sarebbe Gesù Cristo, ma non è questo il punto che vorrei approfondire. Sull’opportunità o meno di far sbarcare i migranti e su come conciliare l’eventuale divieto con la prassi cristiana il Cangone può pensarla come gli pare.

Vorrei invece analizzare brevemente la retorica e la logica della prosa di Cangone. Ora, io capisco che se uno è costretto a scrivere una cazzatiella al giorno per sbarcare il lunario, magari mentre valuta l’accoppiata prosciutto di Langhirano – lambrusco Salamino di Santa Croce, più di tanto non si può pretendere. Tuttavia dovrebbe tenere presente, il Lamillo, che quando il liber scriptus proferetur, dentro ci saranno anche, ineluttabilmente, le antelucane “preghierine” che ha vergato per il Foglio – e che il diavolo potrebbe rivelarsi miglior loico di lui.

Quindi: vediamo dapprima la perifrasi che, senza necessità alcuna, Langone utilizza al posto del nome proprio “Africa”. Senza necessità, perché non si trova nel caso di evitare una ripetizione o di fare maggior chiarezza; dunque appositamente scelta, la perifrasi, autonomamente significante, connotante ecc. Siete pronti? Bene: nella “preghiera” di Cangone, l’Africa è “il Continente color morte”. Anzi, citiamo tutta la frase, così si capisce che non c’è ironia, autoironia, sarcasmo obliquo – niente di tutto ciò, nient’altro che il puro Cangone-pensiero: “io trovo amaro e pesantissimo l’obbligo di prendere in carico chiunque arrivi dal Continente color morte.”

[Pare che “il Continente color morte” non sia nemmeno un’invenzione di Cangone, a giudicare dal post seguente, pescato sul Forum di Termometro Politico ma che sembra essere un’altra preghierina di Langone pubblicata sul Foglio – tanto più che lo stesso testo, parola per parola, lo si ritrova nell’opera del nostro Pensieri del lambrusco, edita da Marsilio – quindi smettete di comprare libri editi da Marsilio.

#1

Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e bianco. Ce l’ha con me il negro accattone che, siccome non sgancio niente, prova a ricattarmi: “Fai così perché sono nero!”. Non degnandolo di uno sguardo né di una risposta, e per giunta impedendo alla mia accompagnatrice di tacitarlo con qualche moneta (pagare un pizzo in mia presenza significherebbe fare di me un complice), comincia a inveire: “Razzista! Ignorante!”. Ce l’ha con me il bianco, non africano ma africanista, professore universitario e amico di amici, che via mail mi chiede di presentare il suo libro sulla cucina africana. Quando rispondo che di regola non presento libri e meno che meno libri sulla cucina africana comincia a insultare, addebitandomi una “mentalità ignorante ed ottusa” secondo lui tipica degli italiani. Di questi figuri, oltre la rozzezza, oltre la violenza, mi colpisce il trasudare impunità: sanno di avere alle spalle un continente grande e grosso e di potersi permettere tutto con chi, come me, rappresenta una nazione esigua e in declino. Scrive Carl Schmitt che l’ultimo rifugio per un uomo tormentato da altri uomini è una giaculatoria al Dio crocefisso: Cristo salvami dal continente color morte! 

Se qualcuno potesse fornirmi informazioni sul contesto della “giaculatoria” attribuita a Carl Schmitt gliene sarei grata.]

Non commento neanche. Faccio solo presente che, se lasciamo passare senza protestare la cangoniana perifrasi, potremmo trovarci ad avallare diverse cose: per esempio che, visto che il povero George Floyd era sicuramente il tipo “color morte”, aver adeguato lo status biologico alle suggestioni cromatiche non è poi così grave.

Questo per la retorica. E veniamo adesso alla logica. Dice Cangone rivolgendosi alla Madonna: “Tuo figlio ha definito il suo giogo “dolce”, il suo peso “leggero”, e io trovo amaro e pesantissimo l’obbligo di prendere in carico chiunque arrivi dal Continente color morte. Dunque non capisco in nome di chi parli Bergoglio, nelle cui parole annuso l’utopismo eretico, non il realismo cristiano.”

Se penso che per secoli i teologi si sono affrontati, e ancora si affrontano, a suon di scienza e ferree argomentazioni per stabilire il sottile confine fra eresia e ortodossia – e bastava chiedere a Lamillo Cangone! Informarsi discretamente se un carico morale o dottrinale gli apparisse pesante o inver leggero, se il giogo gli sedesse comodo o fastidioso sul collo. Che spreco di tempo e di acume, mentre avevamo a portata di mano la sensibilissima bilancia! E ammiriamo la logica: 1. Cristo ha detto che il suo giogo è dolce e il suo peso è leggero; 2. a Lamillo Cangone l’esortazione del Papa a farsi carico dei migranti appare insostenibilmente pesante; 3. ergo, il Papa non parla a nome di Cristo. Non fa una piega. Proviamo qualche altra applicazione: 1. Cristo ha detto che il suo giogo è dolce e il suo peso è leggero; 2. Elena Grammann trova l’esortazione di Cristo ad amare il prossimo come se stessi insostenibilmente pesante; 3. ergo, Cristo non parla a nome di Cristo. Eccetera.

Un’ultima osservazione sulla chiusa della Preghierina: pare che alle litanie lauretane sia stato aggiunto recentemente il titolo solacium migrantium e Cangone non se ne dà pace. Visto che frequento poco il Santo Rosario io non me ne ero neanche accorta, ma non mi sembra il caso di disperarsi. La Madonna vi viene invocata, fra gli altri titoli, come salus infirmorum, consolatrix afflictorum e auxilium christianorum. In tutte e tre queste funzioni la sua efficacia è dubbia, se non nulla; sarà scarsamente performante anche come solacium migrantium, e amen. Non vedo il problema.

 

 

Storie di gatte 1: Tanizaki Jun’ichirō, LA GATTA, SHŌZŌ E LE DUE DONNE

SHOZO

 

“Dal mattino seguente, Lily e Shinako diventarono amiche inseparabili. La gatta pareva fidarsi ciecamente della nuova padrona e mangiava con gran gusto il riso con le scaglie di tonnetto essiccato e beveva il latte. Faceva con estrema puntualità i bisogni nella sabbia più volte al giorno, e l’odore pungente aleggiava nella piccola stanza di quattro tatami e mezzo lasciando riaffiorare nella mente di Shinako molti ricordi. In alcuni momenti addirittura le pareva di rivivere i giorni in cui abitava a Ashiya. Non era forse quello l’odore della casa in cui era vissuta per alcuni anni insieme a Shōzō? Un odore intenso e inconfondibile che impregnava i fusuma, i pilastri di legno, le pareti, i soffitti e tutto quello che c’era nella casa di Ashiya. Con quel particolare afrore sempre nel naso, Shinako aveva patito per due anni e mezzo la difficile e dolorosa convivenza con la suocera e con il marito. A un certo punto aveva cominciato a maledirlo quel puzzo nauseabondo, non ne poteva più, e invece adesso quasi lo amava e sembrava suscitare in lei solo ricordi piacevoli. Aveva odiato la gatta anche a causa di quel tanfo insopportabile, lo stesso tanfo che ora si era trasformato in un dolce profumo e le rendeva ancora più cara quella piccola bestiola. Da quel giorno prese l’abitudine di dormire sempre in sua compagnia, a stretto contatto con lei, e si chiedeva come avesse potuto respingere in passato una creatura così affettuosa e obbediente. E pensò a se stessa in quel periodo come a una donna perfida e volubile, se non addirittura diabolica.”

Iniziamo con le abitudini igieniche della gatta Lily e l’afrore che impregna le case in cui vive, invece che con qualche descrizione della sua agilità, viva intelligenza e temperamento affettuoso, perché vorrei sottolineare il carattere morale di questo racconto di Tanizaki Jun’ichirō, pubblicato nel 1936 e apparentemente leggero: studio di figure in un ambiente – anzi in due -, divertissement fine a se stesso per un pubblico amante dei gatti.

In realtà la gatta, per quanto graziosa e accattivante, è soltanto una gatta; le sue reazioni rispondono a una logica imprevedibile perché non umana; non sono mai quelle che, antropomorficamente, i personaggi si aspettano o si augurano. Nel racconto la bestiola è via via caricata di significati e implicata in piani machiavellici che essa scrolla via da sé con indifferenza, poiché in nessun senso le appartengono; la sua funzione, in definitiva, è di essere una specie di limite a cui i personaggi si affacciano con stupore e da cui gli si aprono sconcertanti prospettive – come accade, nel passaggio citato, a Shinako, la quale dopo aver impiegato tutte le sue doti di astuzia per farsi cedere la gatta, amatissima dall’ex marito, unicamente come strumento per riconquistarlo, finisce per amarla incondizionatamente e per vedere la se stessa di un tempo in una luce del tutto nuova.

Il racconto si apre con una lunga lettera di Shinako a Fukuko, la rivale vittoriosa che si è insediata, come legittima consorte, nella casa di Ashiya. Nella lettera la moglie ripudiata, che nella disavventura coniugale ha perso tutto, chiede di poter riavere almeno la gatta, perché le ricordi la felicità passata. Sapendo che l’ex marito Shōzō è attaccatissimo alla bestiola, Shinako pensa di appoggiare la sua richiesta insinuando in Fukuko il sospetto che Shōzō ami più la gatta della moglie – come era stato con lei stessa e come, Shinako mostra ipocritamente di temere, potrebbe accadere ora alla rivale.

Al lettore poco esperto di cose del Giappone – e soprattutto del Giappone intorno al 1936 – la lettera di Shinako trasmette l’impressione di buona borghesia agiata, di donne la cui occupazione principale consiste nell’analisi e puntuale descrizione dei propri sentimenti nella cornice di una casa minimale, ampia e luminosa. La realtà, come ci viene via via svelata, è un po’ diversa. La stessa Shinako, che nella débâcle coniugale ci ha rimesso pure il corredo messo insieme in anni di economie, vive ora in una stanzetta presso la sorella sposata e sbarca il lunario con lavori di cucito. Quanto alla “bella casa di Ashiya”, a cui va la sua inguaribile nostalgia, essa ci appare più accroccata e maltenuta che minimale (“Aveva sistemato il tavolino all’estremità della veranda sul retro della casa, ancora sporca di fango e detriti a causa dei recenti allagamenti.”). La casa è occupata al pianterreno dall’agonizzante negozietto di casalinghi della famiglia; dopo la costruzione della nuova statale e della linea ferroviaria Hankyū infatti la zona si è impoverita e spopolata, è chiaro che si dovrebbe trasferire l’attività, installarsi altrove. Purtroppo, “oltre a non avere la più pallida idea di come affrontare la questione, Shōzō era decisamente pigro e incurante degli affari. L’idea di finire in povertà non lo scalfiva più di tanto, e d’altronde non si era mai impegnato nel commercio.”

Lasciamo stare che io su quello “scalfiva” avrei qualcosa da ridire (ovviamente non perché sia in grado di leggere l’originale giapponese, ma perché in italiano si scalfisce qualcosa, non qualcuno), e concentriamoci su questo bamboccione buono a nulla, questo non cresciuto come dicono adesso, figlio unico viziato dalla mamma, mai diventato adulto a tutti gli effetti, quindi con qualcosa di infantile che lo rende innocuo e piuttosto simpatico; peraltro dispostissimo ad aderire all’opinione dell’interlocutore, facilmente manovrabile e tuttavia con un fondo di caparbietà, un nucleo ultimo di abulia che diventa una fedeltà a se stesso, un rifiuto, quando si viene al dunque, di “eseguire”, di entrare compiutamente nei giochi dell’altro.

Nei giochi dell’altro, o meglio delle altre, poiché Shōzō deve fare i conti con tre donne: Shinako, la moglie in carica Fukuko, e la vecchia madre Orin. All’origine del ripudio di Shinako – la nuora virtuosa e lavoratrice, ma sprovvista di capitale – ci sono le macchinazioni di Orin, dovute in piccola parte a un’antipatia personale, ma più che altro alla necessità di reperire per Shōzō una moglie che garantisca la sicurezza economica:

“Tuttavia l’avidità di Orin non era fine a se stessa ed era in un certo senso comprensibile. In definitiva tutto quel denaro non serviva a lei, in fondo non le restavano molti anni da vivere. Il suo cruccio era di potersene andare in pace all’altro mondo, assicurando un futuro a Shōzō, il cui carattere debole e poco intraprendente non lasciava ben sperare.”

Fukuko, la prescelta, è la figlia del fratello di Orin – e in questo caso la solidarietà famigliare si sposa con necessità complementari: il fratello di Orin e zio di Shōzō desidera ardentemente accasare la figlia, la quale però, pur disponendo di rendite, non trova marito a causa di un passato poco limpido e di un’indole che fa mal presagire per il futuro. Orin offre rispettabilità in cambio di sicurezza, e Fukuko stessa ha tutto l’interesse a entrare in una casa in cui l’autorità della suocera sarà sostanzialmente azzerata dall’inferiorità economica, e in cui la debolezza di carattere del marito le permetterà, entro certi limiti, di continuare a fare quello che le pare.

Dal canto suo Shinako, la ripudiata, che non l’ha presa bene non tanto perché sia innamorata di Shōzō (uno così, lo ammette volentieri anche lei, meglio perderlo che trovarlo) quanto per la brutalità con cui è stata messa alla porta, è convinta di aver perso una battaglia ma non la guerra e vuole servirsi della gatta Lily come di un piede di porco per scassinare la nuova unione, dapprima suscitando la gelosia di Fukuko nei confronti della gatta per gettare discordia nella coppia, poi risvegliando in Shōzō il rimpianto e la nostalgia di una loro ipotetica ideale convivenza.

Ma se il passaggio della gatta Lily da un affidatario a un’altra destabilizza e crea scompiglio, il nuovo assetto delle alleanze non è quello calcolato. Fukuko, pur subodorando la trappola ordita da Shinako, finisce per cadervi. Tuttavia la gelosia la porta non ad assicurare la presa sul consorte, bensì a credersi tradita e a strillare su due piedi che se ne torna da papà; sicché Orin, che della nuora viziata e fannullona si faceva andar bene tutto, compresa la biancheria sporca imbucata negli angoli bui degli armadi, vede sfumare l’agognata tranquillità economica. Ma questi sono i personaggi più superficiali e “facili”, e la scena in cui si accapigliano, perché Fukuko vuole andarsene seduta stante mentre Orin cerca di trattenerla, è una scena da farsa. Con gli altri due le cose sono più complesse e più interessanti.

Al nuovo sguardo con cui Shinako considera il suo sé del passato abbiamo già accennato. Durante la convivenza con Shōzō, Shinako si è mostrata quello che si dice una bravissima donna, interamente dedita al risanamento finanziario della famiglia, al quale sacrifica fino all’ultimo soldo delle sue sudate economie – inutilmente, si capisce, perché per chiudere le fisiologiche voragini di bilancio ci vuole ben altro che i suoi modesti risparmi. Tuttavia Shinako – in questo molto più simile a Orin della sua fortunata rivale – ne ha fatto un obiettivo di vita a cui subordina ogni altra considerazione, non risparmiando al consorte i mugugni e le critiche per la sua inettitudine e mostrando insofferenza per la gattina che è l’unico oggetto delle sue preoccupazioni. Quando viene cacciata per far posto a Fukuko, l’opinione pubblica è tutta per lei, e lei stessa si compiace di contemplarsi con lo sguardo compassionevole dell’opinione pubblica. Ecco come si vede invece dopo che Lily le è stata affidata:

“Per Lily sono disposta a tutto, non lo farei per nessun altro al mondo, si sorprendeva a pensare quando andava a procurarsi la sabbia, meravigliandosi del compito ingrato cui si sottoponeva in virtù dell’affetto verso l’animale. Perché non la trattavo anche prima con la metà dell’attenzione di adesso?, continuava a chiedersi pentita. Se mi fossi comportata così fin dall’inizio, non sarei andata incontro a una sorte tanto avversa; mio marito non mi avrebbe mai allontanata da casa e non avrebbe accolto un’altra al mio posto. È tutta colpa mia, sono stata una stupida imprevidente. Una donna incapace di voler bene a una creaturina dolce e innocente merita fino in fondo di essere odiata e ripudiata dal marito. Loro non c’entrano niente, il loro complotto è riuscito soltanto a causa dei miei difetti e della mia insensibilità…”

Lily, col suo comportamento imprevedibile, ha avuto su Shinako l’effetto – raro! – di indurla a uno sguardo esterno e spregiudicato su se stessa, al pentimento e al miglioramento. Anche se i piani di riconquista del marito perduto, come è probabile, non andranno in porto,  Shinako ha già avuto una ricompensa, espressa dalla metafora dei piedi freddi: come è noto, le case tradizionali giapponesi durante l’inverno sono tutte uno spiffero e Shinako, che è freddolosa, passa le notti a tremare dentro il futon, con l’unica, irrinunciabile consolazione di una borsa dell’acqua calda. Ma acqua calda o no i piedi rimangono gelidi, nemmeno la presenza del marito riusciva a scaldarli, anzi Shōzō si irritava non poco quando si svegliava di soprassalto al casuale contatto con quelle estremità gelate. Ora però, da quando Lily si infila la sera nel futon e si raggomitola nella scollatura della sua camicia da notte sprigionando un prodigioso calore, Shinako non ha più freddo e si addormenta serena, con i piedi caldi, in quel  tepore celeste.

Veniamo ora a Shōzō l’infingardo, la cui unica ragione di simpatia risiede nel fatto che egli assomiglia molto, in effetti, alla sua gatta – con la differenza che una gatta non è chiamata a gestire un negozio di casalinghi. Costretto da Fukuko a cedere Lily alla ex moglie, Shōzō soffre di nostalgia – e soffre anche perché Fukuko, volendo impedire che il marito si rechi da Shinako con la scusa di rivedere Lily, lo sorveglia strettamente e gli proibisce di uscire. Ma un pomeriggio che la consorte è andata a trovare i suoi, affidando a Orin la sorveglianza del marito, Shōzō, dopo un diverbio con la madre, prende la bicicletta e esce.

“Poco prima aveva detto che voleva andare a giocare a biliardo, lo desiderava in tutta sincerità. Ma era rimasto così scosso dopo il diverbio con Orin che il biliardo non lo attirava più. Senza una meta precisa in mente, percorse la via lungo la riva del fiume Ashiya suonando di continuo il campanello, sbucò sulla nuova statale, attraversò quasi d’impulso il ponte Narihira e si diresse verso Kōbe [cioè nella direzione della casa di Shinako, n.d.r]. Mancava poco alle cinque, ma il sole d’autunno stava già calando in fondo alla strada che correva lunga e diritta. I raggi obliqui da ovest rischiaravano il paesaggio in larghe fasce orizzontali pressoché parallele e radenti la superficie del manto stradale. La luce rosseggiante investiva frontalmente la carreggiata, dove passanti e veicoli avanzavano trascinandosi dietro ombre di smisurata lunghezza. Shōzō correva dritto verso il sole, tenendo il capo abbassato e rivolto di lato per difendersi dai riflessi abbaglianti dell’asfalto simili a lame d’acciaio.”

È una delle poche scene in un esterno, e forse l’unica che non si svolge nelle dipendenze o in prossimità di una casa. C’è qualcosa di liberatorio nella fuga di Shōzō dal negozio di casalinghi, dalla moglie e dalla madre coalizzate contro di lui, decisissime a fargli varcare la soglia dell’età adulta tramite il sacrificio della gatta; c’è qualcosa di infantile, di ridicolo e di commovente in quest’uomo che fugge dall’assunzione di responsabilità pedalando a più non posso e suonando di continuo il campanello. Ma c’è anche un tono particolare, storico, nella luce della scena; una luce che c’è stata in quegli anni e poi più, come nei quadri di Edward Hopper; come se fossero necessari, per produrla, uno sradicamento e la vicinanza dell’Oceano.

I timori di Fukuko e, con segno inverso, le speranze di Shinako – che la gatta finisca per ricondurre Shōzō in una zona di influenza della prima moglie – sono infondati. L’avversione di Shōzō per Shinako è profonda e radicata; quando immagina una possibilità di rivedere la gatta la sua preoccupazione maggiore, oltre a eludere la sorveglianza di Fukuko, è come fare per non incontrare Shinako:

“Nonostante l’ansia che lo tormentava, fino ad allora aveva obbedito alla volontà della moglie e non si era mai azzardato ad andare dalle parti di Rokkō. Tra l’altro, oltre che dalla severa sorveglianza delle due donne di casa, era frenato anche dal pensiero di rivedere Shinako e di cadere nella sua astuta trappola. In realtà non aveva ancora capito fino in fondo perché l’ex moglie avesse insistito così tanto per avere la gatta, ma sospettava che avesse imposto a Tsukamoto [l’intermediario sia del primo matrimonio che nella questione della gatta, n.d.r.] di non dargli notizie in modo da lasciarlo nell’ansia e nell’incertezza per attirarlo verso di sé. Da una parte desiderava accertarsi che Lily stesse bene, ma dall’altra la sua avversione nei confronti di Shinako aumentava giorno dopo giorno e il suo umore ne risentiva irrimediabilmente. Voleva rivedere Lily a ogni costo, ma non sopportava l’idea di finire tra le grinfie dell’ex moglie. «Ah, finalmente ti sei deciso a venire!» immaginava di sentirsi dire da Shinako, lì ad accoglierlo con la bocca distorta in un ghigno trionfante. Il solo pensiero gli faceva ribrezzo.”

Ma quando, nuovamente in fuga da casa e approfittando di una breve assenza di Shinako, Shōzō riesce a penetrare nella stanzetta di quattro tatami e mezzo dove trova una Lily perfettamente accudita e in salute, ma indifferente alla sua presenza, quasi che l’età (la gatta ha più di dieci anni) e i numerosi parti le pesassero improvvisamente addosso impedendole movimenti e effusioni che vadano oltre le generiche, sollecitate fusa, i suoi pensieri sono diversi:

“Riflettendo a fondo, a causa del suo carattere Shōzō aveva cacciato la prima moglie e aveva anche causato numerose sofferenze alla sua adorata gatta. E per giunta quella mattina non aveva avuto neanche il coraggio di entrare in casa propria e si era trascinato quasi senza volerlo nella stanza di Shinako. Lì, mentre ascoltava la gatta che faceva le fusa e sentiva l’odore acre dei suoi escrementi, gli veniva solo voglia di mettersi a piangere… Povera Shinako, povera Lily!, pensava. Ma non sono forse io il più miserabile di tutti, solo al mondo e senza un posto dove andare?”

Senza preludere a un facile quanto improbabile happy end, anche su Shōzō l’incontro con la gatta, diverso da tutto ciò che, antropomorficamente, aveva potuto immaginare, ha l’effetto di una spiazzante autoagnizione sulla quale, come su un terreno devastato ma solido, potrà eventualmente costruire.

Resta da dire qualcosa della gatta, che occupa il primo posto nel titolo e molto spazio nel racconto, mentre qui è passata un po’ in secondo piano. Lily è speciale, pensa Shōzō, perché è straordinariamente intelligente, e la sua intelligenza si vede nella quantità di sentimenti diversi che esprime con lo sguardo. Non è sempre stato così. L’evento che ha fatto emergere il sentimento negli occhi della gatta è stato il primo parto:

“Allora Shōzō si commuoveva e lasciava l’anta socchiusa. Lily sporgeva la testa fuori dalla cassetta, dietro pacchi e scatole accatastati alla rinfusa, e lo guardava senza smettere di miagolare. Che creatura meravigliosa, è così dolce e sensibile, quasi non sembra un animale, pensava Shōzō trattenendo a stento le lacrime. In effetti la gatta aveva assunto un’aria misteriosa e intrigante: gli occhi che brillavano intensi in fondo all’oshiire buio non erano più quelli di una gattina birbona; a poco a poco avevano acquisito una luce femminile e sensuale, erano pieni di vanità, fascino e languida malinconia.”

Anno dopo anno e parto dopo parto (Lily è una gatta estremamente prolifica), la tristezza e la spossatezza del tempo e della generazione dominano nello sguardo di Lily e forniscono la base per la solidarietà pre-umana, creaturale, a cui determinate persone (Shōzō, più tardi Shinako) sono in grado di rispondere. Non c’è, in Lily, nulla di leziosamente antropomorfico, ma qualcosa di molto più profondo e perturbante che ci riguarda tutti: la malinconia della creatura.