JEAN DE SPONDE, IL PRIMO DEI DODICI SONETTI DELLA MORTE

Vanitas 1

 

Mortali, che dai morti aveste vita,

Che ancor nel Corpo, ch’è sua tomba, muore,

Voi che badate a raccattar quegli ori

Di chi da morte vita ebbe rapita:

 

Voi che lor morte d’altre ancor seguita

Vedete, e case non avete fuori

Che sian di morti,  che pur non vi sfiori

Di morte il dubbio, o memoria smarrita?

 

Forse la vita, amando sue dolcezze,

Di morte aborre le orride fattezze,

Né voglia può nutrire a sé contraria?

 

Mortali, ognun v’accusa, ma io scuso

La gran smemoratezza ch’è in vostro uso:

Di eterna vita impronta necessaria.

 

Mortels, qui des mortels avez pris votre vie,
Vie qui meurt encor dans le tombeau du Corps,
Vous qui ramoncelez vos trésors, des trésors
De ceux dont par la mort la vie fut ravie :

Vous qui voyant de morts leur mort entresuivie,
N’avez point de maisons que les maisons des morts,
Et ne sentez pourtant de la mort un remords,
D’où vient qu’au souvenir son souvenir s’oublie ?

Est-ce que votre vie adorant ses douceurs
Déteste de penser de la mort les horreurs,
Et ne puisse envier une contraire envie ?

Mortels, chacun accuse, et j’excuse le tort
Qu’on forge en votre oubli. Un oubli d’une mort
Vous montre un souvenir d’une éternelle vie.

(Il secondo e il dodicesimo sonetto qui)

 

Dopo due mesi di epi- o pandemia le cose si delineano finalmente con maggiore chiarezza. Emerge che la strage pandemica, almeno qui da noi, è soprattutto una strage di anziani. Se questo, bene o male, si sapeva fin dall’inizio, ora il non detto, ma sempre più chiaramente sottinteso nelle tensioni governo-regioni, è la domanda se abbia senso sacrificare l’intera economia di una nazione probabilmente per anni a venire, per salvaguardare una fascia di popolazione che non produce e anzi costa, e in ogni caso è avviata di suo al fine corsa. 

[Osserverò en passant, sul “non produce e anzi costa”, che c’è un po’ in giro l’idea che l’INPS regali pensioni agli anziani; si dice che la popolazione attiva paga le pensioni degli anziani. Forse si dimentica che la grande maggioranza (non tutti, ma la maggioranza) degli anziani che percepiscono pensioni ha versato durante tutta la vita lavorativa una parte del reddito per garantirsi una pensione di vecchiaia. Se poi l’INPS o la politica in generale hanno gestito male le somme versate, questo non è colpa dei pensionati.]

La cosa strana è che questa non è la prima pandemia negli ultimi cento anni, ma la terza o la quarta, secondo come si conta. Lasciando da parte la Spagnola, particolarmente devastante per vari motivi, l’Asiatica e la sua variante Spaziale sono abbastanza paragonabili alla pandemia attuale, ma non hanno fatto tutto quel casino. Anche per questo ci sono naturalmente dei motivi: la globalizzazione era di là da venire, dunque la diffusione del contagio è stata più lenta; anche all’interno di uno stesso paese o regione la gente si muoveva molto meno, l’informazione era meno globale, capillare e mefitica ecc. Ma soprattutto, le passate pandemie non intasavano gli ospedali. Non saturavano le terapie intensive, per la buona ragione che le terapie intensive non esistevano. Se un anziano – e già ce n’erano meno – in seguito all’influenza sviluppava una polmonite virale, a nessuno veniva l’idea di ricoverarlo: moriva nel suo letto e buonanotte.

Con questo siamo al cuore del problema: che non è evitare che gli anziani siano costretti a lasciare bruscamente una vita che parrebbe altrimenti prolungabile all’infinito, ma evitare di intasare gli ospedali (e in subordine i servizi di pompe funebri, i cimiteri ecc.), cioè evitare un ingorgo gestionale che paralizzerebbe il Sistema Sanitario anche nello svolgimento delle sue normali funzioni e creerebbe caos sociale. Il calcolo, come è stato più volte ribadito, è sulla lama di un rasoio, ma evidentemente si stima che un esercito di disoccupati sia più semplice da gestire di un esercito di moribondi.

Torniamo agli anziani che morivano nel loro letto. Oggi, in tempi normali almeno, nessuno muore più nel suo letto. Se qualcuno morisse nel suo letto si avrebbe l’impressione che non è stato curato, che non si è fatto tutto quello che si poteva. Essere ricoverato, da un lato rassicura il malato – gli dà l’impressione che si possa ancora fare qualcosa -, dall’altro esonera la famiglia dal dover occuparsi della salma. Anche quella è affidata alle mani dei tecnici, che sanno cosa e come. Questi cambiamenti, sopravvenuti nelle nostre vite negli ultimi cinquantanni, sono dovuti agli sviluppi della medicina e alla conseguente gestione sempre più ospedaliera della malattia, fattori che, come è noto, hanno portato fra le altre cose alla negazione della morte. La morte è diventata qualcosa di scandaloso, un incidente da cancellare in fretta. Possibilmente non deve comparire.

Autorizzata a comparire è la vita – come si diceva, indefinitamente prolungabile. Cinquant’anni fa a settant’anni si era vecchi, si poteva morire senza perdere la faccia. Adesso, uno che muore a settant’anni è uno che non ce l’ha fatta. Un fallito in un certo senso, uno che è crollato prima del traguardo. Peccato per lui. Il compito da portare avanti è durare il più a lungo possibile, pro-lungare, aggiungere via via un altro segmento fino al balbettio, all’imbecillità, alla tragedia delle badanti. Fino all’inesistenza – fattuale se non biologica.

In tutto ciò è un fatto che nelle nostre società si è sempre meno vitali. Per quello che comunemente si intende per vivere c’è sempre più bisogno di supporti esterni: mezzi di trasporto, musica, sostanze, intrattenimento – fino agli oratori o al volontariato per i più virtuosi. La morte, abbiamo detto, non compare; ma dall’orrore del tedio nei giovani fino all’ossessione per il prolungamento della vita negli anziani ogni cosa viene fatta per allontanare la morte. Che è come dire che ci si pensa incessantemente.

È evidente che la vita lunga – al limite prolungabile all’infinito – non ha nulla a che vedere con una vita eterna. Anzi, nulla di più antitetico: chi ha una vita piena, cioè una vita che conserva un assaggio, una traccia (una memoria) di eternità, come nota Sponde, non pensa alla morte. Chi invece è costretto a passare da un ammazza-tedio al seguente o da un controllo medico al seguente, magari non se ne rende conto e pensa di prendersi cura della propria vita, in realtà pensa di continuo alla propria morte. Non pensa che a quello. Vive nella sua non-luce.

È dunque vero, come dice Sponde e contrariamente all’opinione di medici e moralisti, che vive bene, vive una vita che ha qualcosa dell’eterna, soltanto chi dimentica l’esistenza della morte. Chi non ne ha ricordo.

Un obiettivo che varrebbe la pena perseguire.

 

 

 

Ho colmato una lacuna culturale: William Faulkner, MENTRE MORIVO

Mentre-morivo

 

Giuro che se non era per la lacuna lo mollavo lì pagina 19.

Però è anche bello tener duro; ti riporta al passato: quando eri giovane, avevi la passione della lettura e buttavi giù come niente dei mallopponi da cinquecento pagine – dalla prima all’ultima riga e coscienziosamente tutte le descrizioni (hai scoperto più tardi, con sconcerto, che c’è gente che le salta), senza capirci troppo in sé ma l’importante era capirci qualcosa per te.

E adesso che mi viene in mente l’ho già avuto fra le mani all’epoca, Mentre morivo. Deve essere stato l’anno della maturità, fra Luce d’agosto e Tristram Shandy (accomunati questi due dall’edizione negli Oscar Classici, più grandi, più belli e più “seri” degli Oscar comuni). Ricordo la copertina scialbina col titolo originale: As I lay dying (o in un accesso di hybris mi ero procurata l’edizione inglese?), titolo più sontuoso dello striminzito Mentre morivo, però con questo lay irritante che si confonde con l’altro, almeno per me che non sono mai riuscita a tener distinti i paradigmi. Quindi non so se sia stato un effetto del simple past o del sesto senso che ci dice, a colpo d’occhio, cosa dobbiamo aspettarci da un libro – fatto sta che io Mentre morivo l’ho avuto fra le mani, ma l’ho anche rimesso giù.

Un capolavoro senza dubbio; ma anche un romanzo strano: talmente conficcato nell’America profonda che un lettore europeo rimane perplesso di fronte alla almeno apparente primitività dei personaggi (per certi versi sembra di vedere le tahitiane di Gauguin); e allo stesso tempo abbastanza europeo da risultare di faticosa lettura quanto i suoi omologhi modernisti su questa sponda dall’oceano. Pubblicato nel 1930, si svolge in un momento imprecisato del decennio precedente nella Yoknapatawpha County, la contea immaginaria in cui Faulkner ambienta i suoi romanzi e che è lo specchio fedele dei luoghi del Mississippi in cui lo scrittore nacque e trascorse la maggior parte della vita. Ma se non fosse per un giradischi a valigetta che compare a un certo punto, potrebbe svolgersi in un periodo indeterminato fra la metà del Seicento e la prima guerra mondiale, tanto profonda e non toccata dalla storia ci appare questa America rurale degli stati del sud. Teniamolo presente, perché quando uno dei personaggi si mette a parlare di un “insetto cubistico”, la cosa stride un po’. D’altra parte il personaggio che si esprime così finisce rinchiuso in manicomio, ed è comprensibile che nell’America immobile, sanguigna e profonda in cui ci guida Faulkner non possa finire che lì.

La storia è nota: la famiglia Bundren (il padre Anse, i figli Cash, Darl, Jewel, il piccolo Vardaman e la figlia Dewey Dell) partono dalla fattoria sul carro trainato dai muli per seppellire la madre Addie a Jefferson, dove giacciono gli altri defunti della sua famiglia, come le era stato solennemente promesso dal marito. Il viaggio, sconsigliato da tutti ma ostinatamente intrapreso e portato avanti oltre ogni ragionevolezza, diventa una lotta assurda contro circostanze avverse, un seguito di eventi tragici o grotteschi (la bara trasportata sul carro che emana un fetore pestilenziale, gli avvoltoi che li seguono da lontano e da vicino, la gamba di Cash, fratturata nell’attraversamento di un fiume in piena, “ingessata” con una colata di cemento), finché, giunto dio sa come a Jefferson, il gruppo può “purificarsi” disfacendosi di tutta la materia infetta: del cadavere della madre, finalmente sepolta, di Darl, il figlio strano, consegnato brevi manu agli scagnozzi del manicomio, e del feto che, all’insaputa di (quasi) tutti, alberga nel grembo della diciassettenne Dewey Dell. Almeno così si interpreta – per quanto sulla purificazione dal feto la stessa Dewey Dell nutra fondati dubbi: molto probabilmente è stata soltanto turlupinata, e abusata per soprammercato, da un commesso di farmacia. In ogni caso, col pragmatismo che contraddistingue gli americani, nelle ventiquattr’ore che trascorrono a Jefferson il padre trova il tempo di risposarsi, e con la nuova signora Bundren sul carro al posto della vecchia, la famiglia può riprendere la via di casa.

Si potrebbe dire, affrettando e schematizzando le conclusioni, che la famiglia è un nodo da cui non ci si libera (il cadavere della madre), e che questo nucleo di legami ferrei è fatto in modo che nella lotta più o meno feroce fra i rispettivi egoismi, come nelle alleanze che inconsapevolmente e automaticamente si formano, c’è chi, strutturalmente, è destinato a vincere e chi, altrettanto strutturalmente, non può che perdere. Il vincitore assoluto è il vittimista indolente, il lagnoso Anse Bundren, perennemente (a sentir lui) scalognato e perennemente piagnone, che però possiede la qualità rara (un dono celeste di cui forse non è nemmeno consapevole) di far fare agli altri ciò che torna comodo a lui.

Il romanzo è strutturato in capitoli brevi, ognuno dei quali è la “voce” di un personaggio che racconta o descrive dal suo punto di vista. Romanzo polifonico, poliprospettico, che privilegia la tecnica del flusso di coscienza con tutte le faticose incongruenze sintattiche e semantiche che comporta. Osservo solo, en passant, che nelle parti descrittive come in quelle in cui il prodursi di un evento minimo viene “narrato” scomponendolo di fatto in una serie di fotogrammi, il flusso di coscienza funziona (e stanca) a meraviglia; quando invece è necessario “riassumere” fatti o azioni il cui svolgersi supera un tempo breve o brevissimo, la tecnica deve scendere a più miti e tradizionali consigli. Questo naturalmente non vale solo per Faulkner ma, mutatis mutandis, anche per certi narratori(?) contemporanei, magari notevolissimi in modalità estatica, ma nulli quando si tratta di raccontare. Fortunatamente Faulkner è eccellente in entrambi i modi, come si vede soprattutto nel successivo Luce d’agosto.

Ma veniamo alla famigerata pagina 19:

“Quando Jewel sta quasi per toccarlo, il cavallo s’impenna e con le zampe davanti sferza fendenti contro di lui. Allora Jewel è chiuso in uno scintillante labirinto di zoccoli, come un’illusione di ali; in mezzo, sotto il petto che si erge, lui si muove con la flessuosità fulminea di un serpente. Per un istante prima che il contraccolpo gli arrivi al braccio vede tutto il proprio corpo libero da terra, orizzontale, che sbatte con la flessuosità del serpente, finché trova le froge e di nuovo tocca terra. Allora rimangono rigidi, immobili, terribili, il cavallo che punta all’indietro sulle zampe irrigidite e tremanti, la testa abbassata; Jewel piantato per terra, una mano che toglie l’aria al cavallo, l’altra che lo carezza leggera sul collo con brevi innumeri colpetti, maledicendolo con oscena ferocia.

Rimangono immobili in un terribile, rigido iato, il cavallo che trema e geme. Poi Jewel gli è in groppa. Sale fluido verso l’alto in un turbine curvo, come la sferzata di una frusta. Il corpo a mezz’aria modellato sul cavallo. Ancora per un istante il cavallo resta immobile, le zampe allargate, la testa bassa, prima di esplodere in movimento. Vengono giù per la collina con una serie di salti da rompere la schiena, Jewel lassù in alto come una sanguisuga sui garresi, fino alla stecconata dove il cavallo ancora una volta si contrae, arrestandosi di colpo.”

Chi parla deve avere un qualche tipo di esperienza delle avanguardie europee di quel periodo; può darsi che per percepire a quel modo sia sufficiente un certo air du temps, uno Zeitgeist talmente pervasivo da raggiungere anche la contea di Yoknapatawpha; ma per descrivere così bisogna aver recepito come minimo il cubismo, il futurismo e il Blaue Reiter. Chi parla è Darl, colui che, per l’appunto, paragonerà la sagoma della bara materna sul cavalletto a un “insetto cubistico”. Darl viene visto dalla collettività come uno strano, uno che mette a disagio per come guarda, per il suo modo di guardare che è come se ti costringesse a vedere come vede lui:

“Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. È come se in un modo o in altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui.” 

Chi parla è il signor Tull, il vicino soccorrevole e ironico che rappresenta il punto di vista neutro della collettività. Sua moglie, la signora Tull, il tipo dell’esaltata che cammina nella via del Signore e non dubita un attimo della ricompensa, vede le cose diversamente:

“Quando l’unico peccato che [Addie Bundren] ha mai commesso è stato quello di preferire Jewel, che non l’ha mai amata e è stato la sua punizione, rispetto a Darl che era stato toccato dal Signore Stesso e veniva considerato strano da noi mortali, e che invece l’amava.”

Vantaggi della polifonia: la signora Tull – una delle voci che aprono il libro e te lo farebbero anche richiudere tanto è stupida – in questo caso vede più chiaro degli altri. L’essere respinto ai margini dell’amore materno respinge Darl ai margini della realtà, di una realtà che, in questi luoghi, è la terra, o meglio un misto di terra, carne e sangue, una sorta di primitiva immanenza associata alla madre: “I miei figli appartenevano soltanto a me, al sangue selvaggio che ribolliva e scorreva sulla terra, a me e a tutto ciò che viveva; a nessuno e a tutto”  dice Addie, la madre. E se Darl mette in parole strane ciò che vede, la madre disprezza le parole e le considera un pallido e vuoto succedaneo delle cose:

“Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l’orgoglio o la paura.”

Immediatezza, aderenza al sangue e alla terra, rifiuto della mediazione della parola, taciturna ostinazione, chiusura – Addie è veramente la madre dei suoi figli – di Cash, di Jewel, di Dewey Dell, ma non di Darl, che di fronte all’immediatezza della realtà deve scomporre e descrivere. Dal margine in cui si trova respinto Darl volge verso le cose uno sguardo che è quasi esterno: estraneo, estraniante e percepito come inquietante. Uno sguardo che non si desidera avere addosso.

Questo però non spiega ancora la familiarità con le avanguardie. Un piccolo indizio ci viene concesso nelle ultimissime pagine, quando Darl, guardato a vista sul treno che lo porta al manicomio di Jackson, parla di sé alla terza persona:

“Una moneta da cinque centesimi ha una donna da una parte e un bisonte dall’altra; due facce e niente dietro. Non so che cosa sia. Darl aveva un cannocchialino che aveva comprato in Francia durante la guerra. Dentro c’erano una donna e un maiale con due dietri e niente facce. Quello lo so che cos’è.”

Oltre a dirci che Darl ignora l’apparenza, ma vede la faccia nascosta delle cose, questo passaggio ci informa che ha fatto la guerra in Francia. È possibile che, tornato a casa, abbia visto la contea di Yoknapatawpha con un certo distacco; è possibile che in Francia abbia familiarizzato con certi concetti e certi modi di rappresentazione. Ma è una giustificazione molto fragile questa che ci viene parsimoniosamente offerta a qualche pagina dalla fine; sembra quasi che Faulkner voglia mettere, in extremis, una pezza a un’incongruenza. Vale la pena di seguire invece un’altra pista, la pista dello sguardo. Se il romanzo è poliprospettico, il punto di vista che compare il maggior numero di volte (19 su 59, seguito dal bambino Vardaman con 10; gli altri vanno da 1 a 6 a testa) è quello di Darl. È come se l’autore gli riconoscesse un’autorità maggiore o una prospettiva privilegiata; come se dicesse: bene, ci sono anche gli altri, ma il vero narratore è lui. In effetti Darl sa più cose: indovina i segreti, è informato su fatti che materialmente non può avere visto. È l’unico ad aver intuito che Dewey Dell ha avuto una relazione con un tale Lafe, come è l’unico a sapere che Jewel non è figlio di Anse (difficile che le saghe famigliari non virino qua e là alla telenovela). A più riprese viene rimarcata dagli altri una sua scarsa partecipazione agli eventi, come se le cose non lo riguardassero o lui non fosse veramente lì; c’è, in Darl, qualcosa di impersonale:

“L’ho sempre capito perché la gente arrivava a dire che lui era strano, ma proprio per questo nessuno poteva prenderlo come un fatto personale. Era come se anche lui ne fosse al di fuori, come tutti gli altri, e prendersela con lui sarebbe stato come prendersela con una pozzanghera che se ci metti un piede dentro ti schizza.”

Non è quindi sbagliato dire che molti tratti accomunano Darl alla figura e al ruolo di un autore. In effetti soltanto se assumiamo che Darl in un certo senso è Faulkner possiamo accettare da lui espressioni come “Sono come due figure in un fregio greco”, o “Attraverso il proscenio in disfacimento dell’entrata”, o le descrizioni au ralenti, scomposte in fotogrammi come un quadro futurista.

Se il personaggio Darl, con un preponderante spazio di parola, rappresenta Faulkner e la tecnica modernista della narrazione, a cosa si applica questa tecnica? Qual è il suo oggetto?

Credo che una delle caratteristiche più sconcertanti di questo romanzo sia il contrasto fra la modernità e duttilità della tecnica e il carattere primitivo, rigido, legnoso dei personaggi. Di Anse e di Jewel viene detto più volte che sembrano intagliati nel legno, Jewel cammina e cavalca tutto d’un pezzo, senza muovere il torace; e anche negli altri, tranne Darl e il bambino Vardaman, si manifesta quella rigidità e laconicità ieratica che inerisce al primitivo e dovrebbe, secondo Baudrillard, suscitare l’invidia di noialtri civilizzati. A me suscita insofferenza, ma questa è un’altra questione.

Qualcosa si muove sulla superficie di questa primitiva dignità? Qualcosa di discorsivo viene a increspare l’amalgama terra-carne-sangue che non ha bisogno di parole, anzi, le sprezza? Come no. Il problema è che queste minime onde di discorso, queste paucolalie, cominciano il più delle volte con “Il Signore…”: bel sistema di rimandare al mittente la responsabilità o, inversamente, di trasformare qualsiasi idiozia in un’azione provvidenziale.

Una vera pietra filosofale, questo “Il Signore…”, e che funziona anche. Come si vede nel caso di Anse Bundren, uno dei più affezionati alla formula, che per tener fede alla parola data alla defunta, parola sacra davanti al Signore, mette a repentaglio la vita dei suoi figli, toglie loro ciò che hanno di più caro, li imbroglia e li deruba, ne azzoppa uno e ne spedisce un altro in manicomio, e per che cosa veramente? Per procurarsi una dentiera e una nuova moglie. Coadiuvato, nell’impegno a tener fede alla promessa, da Dewey Dell, che vuole arrivare a Jefferson per abortire.

L’ironia geniale di Faulkner culmina nel momento in cui Anse, troppo tirchio per comprare una vanga per la fossa, decide di chiederla in prestito, e guidato dalla mano del Signore (in God we trust) dirige i suoi passi precisamente verso la donna che presenterà il giorno dopo ai figli allibiti come la nuova signora Bundren. Ha seppellito la vecchia con la vanga della nuova, più chiaro di così.

A cosa si applica dunque, per tornare alla domanda, la tecnica modernista identificata nello sguardo del personaggio/autore Darl? Si applica a grattare la vernice da queste figure riformate, pietistiche, monolitiche nella fede che le tiene al riparo dalla storia e in privilegiato contatto invece (oh invidia!) con “il terribile sangue, l’amaro flusso rosso che ribolle nella terra” – e a scoprire che sotto ci sono gli stessi radicali egoismi, gli stessi inganni, le stesse ipocrisie e doppiezze dei disincantati cattolici e papisti.