MOLIÈRE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Malato immaginario

 

Il malato immaginario, commedia in tre atti di Molière rappresentata per la prima volta nel 1673 al Teatro del Palais Royal, si fa beffe, come noto, degli ipocondriaci, categoria alla quale mi pregio di appartenere. Ma il povero Argan, borghese benestante e senza un problema, tanto egoisticamente concentrato su se stesso da soffrire ininterrottamente le pene dell’inferno, non è l’unico bersaglio della satira di Molière e forse nemmeno il principale. Lo sbeffeggiamento più feroce è riservato ai medici e alla medicina, alla Facoltà e ai suoi rappresentanti. Naturalmente, ci si premura di aggiungere, alla medicina della sua epoca, ai medici del ‘600 e in particolare ai sostenitori del principio di autorità e del conservatorismo imperante alla Sorbona, agli acerrimi nemici, per dire, delle nuove (e corrette) teorie sulla circolazione del sangue. Non tocca certo, ci si affetta a precisare, la medicina moderna sperimentale e scientifica.

Non ne sarei cosi sicura.

Nel secondo atto della commedia il malato immaginario Argan riceve la visita di due medici, i Diafoirus padre e figlio, per una questione matrimoniale. Argan vuol dare in moglie la figlia Angélique al giovane Thomas Diafoirus, il tipo compiuto dell’imbecille pedante e ridicolo, perché ritiene che per la sua condizione di malato la cosa migliore sia avere un medico in famiglia (“Le madri dei tuoi amori / sognan trepide dottori” cantava Guccini ancora a metà degli anni ’70). Va da sé che Angélique non è d’accordo, e con l’aiuto della domestica Toinette riuscirà a vanificare i piani del padre. Ma se Thomas Diafoirus è lo sciocco il cui compito è far ridere il pubblico, Diafoirus padre non è affatto stupido, come dimostrano queste poche battute in cui si parla dell’avvenire del figlio:

ARGAN  Non avete mai pensato, dottor Diafoirus, di dargli una spintarella e di fargli avere un qualche incarico di medico di corte?

IL DOTTOR DIAFOIRUS  A dirvela con franchezza, l’esercitare la nostra professione presso le persone importanti non mi è mai parsa cosa troppo simpatica, e ho sempre pensato anzi che per noi medici è meglio dedicarsi al grande pubblico. Il grande pubblico è più accomodante. Di quello che fate, non dovete rispondere a nessuno; e una volta che si seguano bene le regole della professione, non c’è nessun bisogno di preoccuparsi per le eventuali conseguenze. Mentre il gran fastidio con le persone importanti è che quando si ammalano pretendono a tutti i costi che il dottore li guarisca.

TOINETTE  Questa è bella! Sono dei gran maleducati, a volere che voi signori li facciate guarire; come se fosse compito vostro, quando è chiaro che voi siete lì per prendere lo stipendio e per ordinargli le cure; guarire tocca a loro, se ce la fanno.

IL DOTTOR DIAFOIRUS  È vero. L’unico nostro dovere è quello di trattare la gente secondo le regole.    (Traduzione di Luigi Lunari)

Trattare la gente secondo le regole – dans les formes. Se ora sostituite a ‘regole/formes‘ la parola ‘protocolli’, che è come si dice adesso, scommetto che cominciate anche voi a vedere la cosa in una nuova prospettiva.

La prima volta che ho sentito la parola ‘protocolli’ in ambito medico è stato forse una quindicina di anni fa, dal mio terzultimo o quartultimo medico curante (ho la sfortuna di essere incappata in una sede poco ambita, spesso vacante e soggetta a cambi repentini), in ogni caso da uno che aveva fatto la formazione ad hoc e che ogni volta che gli esponevo un problema, invece di fare un’ipotesi mi comunicava quello che i protocolli internazionali prevedevano per il mio caso. Voglio dire quali accertamenti.

È noto che in occasione della recente esplosione epidemica fra Lodi e Piacenza, con epicentro a Codogno, il Presidente del Consiglio, probabilmente sull’onda di un comprensibile disappunto, ha espresso la convinzione che in qualche snodo della sanità lombarda non siano stati applicati i protocolli del caso. Attirandosi le ire del Governatore dell’eccellentissima regione Lombardia, che non tollera critiche al fiore all’occhiello della sua amministrazione. Ma – i protocolli? Pare – da quello che ho potuto leggere sulla stampa – che in un primo momento i protocolli ministeriali prevedessero il tampone per tutti i casi di polmonite atipica o sospetta, mentre in seguito l’avessero limitato a quelli in qualche modo riconducibili alla Cina. Per cui, se alla moglie del paziente 1 non veniva in mente che il marito aveva cenato tempo prima con un amico di ritorno dalla Cina (che poi, come si scoperse, non c’entrava niente), il paziente 1 poteva pure schiattare lì, come in effetti stava per fare, che il tampone non glielo facevano. Perché il protocollo non lo prevedeva.

Il punto non è decidere se abbia ragione Conte o Fontana (io ho un pregiudizio positivo nei confronti di Conte perché è più gradevole da guardare di Fontana, ma ammetto che non è un criterio). Il punto è che l’eccellentissima sanità lombarda ha avuto per settimane un’epidemia sotto al naso, e non se ne è accorta. Perché i protocolli non prevedevano il tampone.

Stavamo tutti benissimo, stavamo da Dio, c’era un po’ di influenza in giro ma che vuoi che fosse, male di stagione, gli anziani gniccavano perché si sa che prima o poi gli tocca, si elaborava velocemente il lutto e si guardava avanti – poi a una moglie viene in mente che il marito ha cenato con un amico che tornava dalla Cina, a quel punto la sanità lombarda, che fin lì ha registrato numerosi casi di polmoniti atipiche senza fare una piega, per non parlare di un’ipotesi, tac!, applica il protocollo che prevede il tampone e l’Italia precipita nell’epidemia.

Potenza dei protocolli. Genialità di Molière.

 

10 pensieri riguardo “MOLIÈRE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS”

  1. Da medico, per giunta con una specializzazione in malattie infettive, non potrei essere più d’accordo. La verità è che nessuno si è posto le domande giuste, nessuno (neanche fra molti miei colleghi) ha ricercato nelle evidenze disponibili (poche e confuse forse, ma comunque presenti) la dimensione reale del problema… soprattutto, sembra che nessuno si sia preoccupato realmente del “fattore umano”. Protocolli senza scienza, medicina senza umanesimo (e umanità), politica senza visione. Lo stato di ipocondria ormai è generalizzato.
    E alla fine sembra che a trarne beneficio siano solo i palinsesti televisivi e gli opinionisti dell’ultima ora.
    Molière oggi è quanto mai attuale…

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    1. Incassare l’approvazione di un medico infettivologo mi fa crescere di tre spanne 🙂
      Noi profani brancoliamo nel buio e ci sparpagliamo all’inseguimento delle lucciole o lanterne “dei palinsesti televisivi e degli opinionisti dell’ultima ora”, come dici giustamente. Il mio modesto articolo viene dall’amore per Molière e la sua capacità incredibile di vedere il fondo delle cose, dal tentativo di ricostruire un ordine nella massa di informazioni parziali e discordanti che ci arrivano dai media, e dalla mia esperienza coi medici (i quali, non lo metto in dubbio, potranno poi parlare delle loro esperienze con gli ipocondriaci 🙂 ).
      E’ chiaro che con la (corretta) estensione degli aventi diritto a cure mediche all’intera popolazione, il rischio di diventare un numero in una statistica è alto e forse inevitabile. Rimane il fatto – invariato rispetto all’epoca di Molière – che il paziente desidera essere curato, mentre ciò che la prassi medica e soprattutto ospedaliera tende sempre di più a fare – forse non può evitare di fare – è gestirlo. Che poi la gestione abbia spesso o anche la maggior parte delle volte effetti positivi, questo crea quell’impressione di efficienza e efficacia che colleghiamo alla medicina contemporanea e che è anche corretta, non dico. Però la modalità introiettata dal sistema sanitario è la gestione, non propriamente la cura, e su questo, sul fattore umano, penso che si potrebbe lavorare.
      Ti ringrazio molto dell’attenzione e della partecipazione e spero che ci sentiremo ancora 🙂

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  2. E quando uno è fuori dai protocolli, è finito, spacciato, nessuno ti guarda, nessuno sa che fare. Lo dico per esperienza personale, purtroppo. Devi attendere di incontrare uno di quei medici che intendono la medicina per quella che è e dovrebbe essere, un’arte, oltre che una scienza.

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  3. Una lettura, la tua, decisamente originale e illuminante. salutare ,direi quasi , se non sembrasse orrendamente di cattivo gusto, perché ha il coraggio di dichiarare che il re è nudo . L’acriticità – e consentimi, anche l’ignoranza, che dietro i protocolli trova il suo paravento preferito – è ormai elevata a sistema. Confidiamo in quei medici che intendono la medicina , come li definisce felicemente @mocaiana, che, pur sopraffatti dall’emergenza e dalla fatica, rari nantesin gurgite vasto , sapranno fare la differenza.
    Un abbraccio, di necessità rigorosamente virtuale

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    1. Ciao, e grazie dell’attenzione e del commento. Mah, i medici. Tu e @mocaiana avete ragione, e in questo momento non invidio i medici lombardi (presto neanche gli altri, temo); ma in generale ho un sentimento ambivalente nei loro confronti che mi porta ad avere un po’ il dente avvelenato. E’ chiaro che hanno un potere su di noi, e già questo è irritante; in più questo potere è basato sul fatto che rispetto a un determinato ambito (salute-malattia, stato dei nostri organi e loro funzionamento) ne sanno su di noi più di noi stessi. Credo che questo irriti il nostro orgoglio e la nostra vanità. Si guarda al medico con un misto di timore e irritazione, vorremmo fare a meno di lui ma non possiamo, o semplicemente non ne abbiamo il coraggio; e per poco che siamo ansiosi finisce che, come Argan, gli chiediamo anche quanti grani di sale dobbiamo mettere in un uovo 🙂 (Risposta di Diafoirus père: “sei, otto, dieci, sempre a numeri pari, come per le medicine a numeri dispari.”

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  4. @Elena Gramman
    Non avevo mai considerato i medici da questo punto di vista, a dire il vero, sai?
    Ma per me, guarda, andrebbe anche bene, se però davvero ne sapessero più di noi , se insomma potessimo fidarci e affidarci, cosa che invece, come dicevamo, accade sempre più di rado.
    Colgo l’occasione per chiarire a mia volta, e ci mancherebbe altro, che la polemica non è contro i medici lombardi ( e italiani tutti ) che davvero in queste ore e in questi giorni stanno superando ogni limite di abnegazione, quanto piuttosto contro un sistema che innegabilmente, ormai da trent’anni, si ostina a togliere opportunità e strumenti ad un’adeguata formazione del pensiero critico, che inevitabilmente si riflette anche nelle competenze specialistiche.
    Che la questione sia tutta lì, in quel precetto che vieta la prescrizione di un granum salis dispari? Perché di solito è quello che, quando c’è, poi fa tutta la differenza……;-).
    Un saluto carissimo

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