Dove si va a finire col realismo francese: Michel Houellebecq, ESTENSIONE DEL DOMINIO DELLA LOTTA

Houellebezq

 

Estensione del dominio della lotta (ma una traduzione più corretta sarebbe Estensione del campo della lotta), pubblicato nel 1994, è il primo romanzo di Michel Houellebecq, e se non è valso all’autore il record di vendite e i riconoscimenti del successivo Le particelle elementari (1998), ha dalla sua di essere breve (circa 150 pagine) e, pur mischiando saggio e narrativa in una struttura abbastanza composita, di non scorrere in mille rivoli come il più vasto e ambizioso romanzo che segue. Di fatto, Estensione del dominio della lotta offre in una forma compatta, stringata e efficace la quintessenza dell’analisi houellebecqiana del disagio occidentale alla fine del secolo scorso.

La prosa di Houellebecq e i suoi temi possono piacere o non piacere (io ad esempio non ne vado matta), quello che è indubbio è la statura dello scrittore – la taille – incommensurabile con altri più gradevoli e più graditi (psicologizzanti, istoricizzanti, memorializzanti), e magari come lui insigniti del prestigioso premio Goncourt. La differenza – l’incommensurabilità – sta nel fatto che Houellebecq appronta un modello di interpretazione del reale: uno schema esplicativo in cui inserire i disordinati e mal digeriti dati dell’esperienza. In questo egli è non soltanto uno scrittore novecentesco, ma altresì l’erede diretto del grande realismo francese del XIX secolo.

È noto che il realismo – in particolare nella versione estrema del naturalismo, ma non solo – ha un debole per gli aspetti più dolorosi, truci, miserevoli e persino ributtanti della realtà, senza dubbio nella convinzione che se qualcosa è brutto e fa male è sicuramente reale. E in effetti gli eroi e le eroine dei romanzi realisti del XIX secolo sono personaggi che si fanno male, che letteralmente si martoriano, nell’urto contro la realtà. Con tutte le differenze legate alla sensibilità degli autori e ai diversi momenti storici, Julien Sorel, Eugénie Grandet, Lucien de Rubempré, Emma Bovary, Gervaise Macquart e gli altri rappresentano gli ideali di un individuo – possiamo anche chiamarli sogni, in ogni caso si tratta di soggettività, cioè dell’istanza romantica – che si sfasciano contro strutture del reale del tutto indipendenti dal soggetto e infinitamente più robuste di lui.

Che Houellebecq sia un grande estimatore del realismo basterebbe a dimostrarlo la lode calorosa che il narratore in prima persona fa di Claude Bernard, fisiologo francese che intorno alla metà del XIX secolo contribuì in modo determinante alla definizione del metodo scientifico in medicina (fra l’altro sostenendo e praticando orrendamente, e a quanto risulta del tutto inutilmente, la vivisezione) e la cui influenza fu decisiva per Zola e la sua concezione di romanzo sperimentale, vale a dire scientifico:

“[…] Ecco una frase degna di Claude Bernard, e ci tengo a dedicargliela. Oh, studioso inattaccabile! Non è un caso se le osservazioni più apparentemente distanti dall’oggetto cui inizialmente miravi finiscono per allinearsi come quaglie grassottelle sotto la radiosa maestà della tua aureola protettrice. Certo deve possedere una ben grande potenza il protocollo sperimentale che nel 1865, con rara perspicacia, stabilivi affinché i fatti più stravaganti non potessero oltrepassare la tenebrosa barriera della scientificità, se non dopo essersi sottoposti al rigore delle tue leggi inflessibili. Io ti saluto, fisiologo indimenticabile, e dichiaro a gran voce che non farò nulla che possa neppur minimamente abbreviare la durata del tuo regno.”

Lo stile enfatico e magniloquente è dovuto al fatto che il narratore (di cui non sappiamo il nome) – ora trentenne e reduce da un doloroso abbandono da parte della moglie – riporta un testo che ha scritto anni prima, qualcosa come un autoritratto dell’artista da adolescente: “Insomma, ero giovane, mi divertivo. Tutto ciò avveniva prima di Véronique; erano i bei tempi.” Ma, stile a parte, al realismo e al suo inflessibile rigore, all’idea di realtà come qualcosa che è lì per torturarci il narratore rimane fedele fino alla fine, drammatica, del romanzo. Nella clinica dove tentano o fingono di curargli una grave depressione, ha la seguente conversazione con una gentile psicologa:

“«Però non capisco, concretamente, come la gente riesca a vivere. La mia impressione è che tutti dovrebbero essere infelici. Vede, noi viviamo in un mondo talmente semplice: c’è un sistema basato sulla dominazione, il denaro e la paura – un sistema piuttosto maschile, chiamiamolo Marte; e c’è un sistema femminile basato sulla seduzione e il sesso, chiamiamolo Venere. Questo è tutto. È davvero possibile vivere, e credere che non ci sia nient’altro? Come i realisti della fine del XIX secolo Maupassant ha creduto che non ci fosse nient’altro; e questo lo ha condotto alla pazzia furiosa.»

«Lei fa una gran confusione. La follia di Maupassant non è altro che uno stadio classico dello sviluppo della sifilide. Qualsiasi essere umano normale accetta i due sistemi di cui lei parla.»

«No. Se Maupassant è diventato pazzo, è stato perché aveva una coscienza acuta della materia, del nulla e della morte – e perché non aveva coscienza di nient’altro. Simile in questo ai nostri contemporanei, egli stabiliva una separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo. È l’unico modo in cui al giorno d’oggi si può pensare il mondo. […] Più in generale, siamo tutti soggetti all’invecchiamento e alla morte. E per l’individuo umano il concetto di invecchiamento e di morte è insopportabile; nelle nostre civiltà, sovrano e incondizionato esso si sviluppa, riempie progressivamente il campo della coscienza, non lascia sussistere nient’altro. Così, a poco a poco, si afferma la certezza della limitazione del mondo. Il desiderio stesso scompare; non restano che l’amarezza, l’invidia e la paura. Soprattutto, resta l’amarezza; un’immensa, inconcepibile amarezza. Nessuna civiltà, nessuna epoca è stata capace di sviluppare nei propri appartenenti una tale quantità di amarezza. Da questo punto di vista viviamo momenti senza precedenti. E se dovessi riassumere in una parola lo stato mentale contemporaneo, sceglierei senza dubbio questa: amarezza.»

Giovane quadro disincantato e senza ambizioni in una ditta di programmi informatici, il narratore sperimenta personalmente la “separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo”. Le numerose persone che incrocia – colleghi, superiori, antagonisti, segretarie – possono stargli più o meno simpatici (per dire, non è un misantropo), resta il fatto che la prima cosa che il narratore (e con lui il lettore) percepisce è la radicale alterità degli individui in quanto individui rispetto a sé. Non c’è substrato comune (qualcosa come umanità o appartenenza a una classe o siamo tutti figli di Dio), nessuna possibile condivisione – tanto più che quello che normalmente viene offerto alla condivisione è la chiacchiera. O meglio – come il romanzo sottolinea costantemente con una sorta di umorismo tragico, ciò che nel sistema Marte (il sistema della lotta per la spartizione del potere e del denaro) ha sostituito il substrato comune e si è qualificata come medium della condivisione, è la pubblicità.

Nulla, quindi, che realmente ottunda la coscienza della limitatezza del mondo (nella figura della vecchiaia e della morte) e consenta una serenità del vivere.

Stesso sentimento di alterità nei confronti delle cose, naturali o artificiali. Se talvolta pare che un paesaggio o un nobile e vetusto manufatto siano lì lì per suscitare una pur blanda partecipazione estetica da parte del narratore, immediatamente l’entusiasmo ricade ancor prima di sollevarsi. Coerentemente, il romanzo si chiude come segue: 

“Sento la mia pelle come una frontiera, e il mondo esterno come uno schiacciamento. L’impressione di scissione è totale; ormai sono prigioniero in me stesso. La fusione sublime non avverrà; lo scopo della vita è mancato. Sono le due del pomeriggio.”

Il narratore è un personaggio che ci sembra già di conoscere; non è per nulla un tipo nuovo nel paesaggio francese. Il giovane disincantato e abulico, nemico giurato di ogni illusione e di ogni passione, freddo ragionatore e dissezionatore di visceri secondo l’esempio di Claude Bernard, vivisezionatore al bisogno (e invito i lettori a leggere il romanzo e scoprire perché – mica posso dire tutto), già orfano del senso naturale e ora anche di quello artificiale, appartiene di diritto alla tradizione francese e ha il suo rappresentante più blasonato in Antoine Roquentin. Riuscirebbe quindi un tantino noioso – sempre la solita pappa grigiastra -, non fosse che il nostro narratore è il testimone – o il testimonial, per restare in tema – di una effettiva estensione del campo della lotta, e questo non tanto per le proprie personali esperienze, quanto per quelle del co-protagonista: Raphaël Tisserand, l’uomo che combatte – e soccombe – nel sistema Venere.

Con l’avvento delle società liberali (quindi grosso modo a partire dalla Rivoluzione Francese) il campo della lotta non ha fatto che estendersi fino a comprendere, almeno idealmente, ogni singolo individuo. Ognuno è autorizzato, anzi è chiamato, a lottare per conquistarsi una fetta possibilmente cospicua di beni e dunque di potere. C’è stata però un’altra rivoluzione, perdente sul versante politico ma vincente su quello culturale, la rivoluzione libertaria del ’68, che ha esteso il campo della lotta non tanto nel senso dei partecipanti o aventi diritto, quanto in quello della posta in gioco. Se l’enjeu classico era il denaro come strumento di potere, di prestigio e affermazione sociale, ora se ne affianca un altro, del tutto indipendente e provvisto di una sua robusta efficacia, in grado di assicurare prestigio e affermazione più e meglio del denaro: il successo sessuale. Il narratore ne è cosciente da tempo, tant’è che nel testo giovanile dove tesse le lodi di Claude Bernard troviamo la massima:

“La sessualità è un sistema di gerarchia sociale.”

Prima della rivoluzione libertaria del ’68 l’attività sessuale dei singoli era in linea di massima circoscritta all’interno del matrimonio – se non altro lo era l’attività sessuale socialmente e culturalmente accettata. Comportamenti “libertini”, che ovviamente esistevano, erano tollerati ma malvisti se operati da individui di sesso maschile, pesantemente stigmatizzati se operati da individui di sesso femminile. Questo modello socio-culturale aveva intanto il vantaggio dell’1 a 1 – cioè grosso modo a ciascuno era garantito il suo partner sessuale; ma soprattutto aveva il vantaggio che l’ambito della sessualità era escluso dalla competizione liberale (cioè di mercato), poiché la quantità e facilità di conquiste (la famosa lista di Leporello!), a differenza della quantità di denaro accumulato, non era un valore e non produceva successo e affermazione. Con la rivoluzione del ’68 però il campo della lotta si estende alla sfera sessuale, anzi d’ora in avanti l’ambito della sessualità sarà il campo privilegiato della lotta – una lotta in cui per i perdenti non c’è appello, nessuna speranza in un radioso avvenire. L’avvenire che potrebbe risolvere questa disuguaglianza bisogna andarlo a cercare nel passato, che è quel che farà Houellebecq con Sottomissione (2015), e non è per nulla radioso, è l’avvenire dell’islam.

Una conseguenza di tutto ciò è che la coscienza della rilevanza sociale della sessualità si ritrova al giorno d’oggi (o al giorno d’ieri, è passato un quarto di secolo dalla pubblicazione del romanzo, le cose potrebbero anche essere cambiate) preinstallata e automatizzata nei giovani. Osserviamo l’esperimento – secondo protocollo claudebernardiano – proposto dal narratore:

“Consideriamo un gruppo di giovani che si trovano insieme il tempo di una serata, oppure di una vacanza in Bulgaria. Tra loro esiste una coppia preliminarmente formata; lui lo chiamiamo François, lei Françoise. Otterremo un esempio concreto, banale, facilmente osservabile.

Lasciamo questi giovani alle loro attività di svago, ma isoliamo dapprima nel loro vissuto una campionatura di segmenti temporali stocastici che filmeremo con l’aiuto di una telecamera ad alta velocità, ben dissimulata sulla scena. Da una serie di misurazioni emergerà che Françoise e François trascorrono all’incirca il 37% del loro tempo a baciarsi, scambiarsi carezze, in sostanza a prodigarsi i segni del più grande amore reciproco

Ripetiamo adesso l’esperimento annullando il precitato ambiente sociale, vale a dire che ora Françoise e François saranno soli. La percentuale crolla di colpo al 17%.”

Insomma, l’amore è bello quando lo si può mostrare, esibire, quando si può farne sfoggio allo scopo nemmeno dissimulato di suscitare l’invidia altrui – esattamente come accade col denaro. Il dato interessante – e che scombina tutto rispetto al liberalismo classico – è che i talenti preposti all’acquisizione dell’amore sono del tutto diversi da quelli preposti all’acquisizione del denaro. Prendiamo ad esempio Raphaël Tisserand.

In epoca di liberalismo classico Raphaël Tisserand avrebbe avuto un certo valore. Sarebbe stato portatore di un certo valore. Nell’ipotesi ideale di appiccicargli un cartellino col prezzo, il prezzo sarebbe stato ragguardevole. Raphaël Tisserand lavora nell’informatica, campo avveniristico circonfuso di misterico prestigio, guadagna bene, ha una macchina trend, un guardaroba ben fornito e, si immagina, tutto il resto in tono. In epoca di liberalismo classico sarebbe stato un partito ambito; avrebbe potuto scegliere. Ora no. Ora Raphaël Tisserand non solo non può scegliere, ma va proprio in bianco. Su uno dei due assi che determinano il successo – e su quello più importante – Raphaël Tisserand si trova classificato fra i diseredati della terra.

Questo perché Raphaël Tisserand è brutto. Niente di tremendo, si intende. Fisico tracagnotto, tratti del viso larghi, spessi. Ricorda un po’ una rana-bue. È aperto, sincero, di buon cuore; ma non ha un briciolo di fascino; non piace, non attira. In regime di liberalismo sessuale il suo valore è zero.

La seconda delle tre parti di cui si compone L’estensione del dominio della lotta è di fatto dedicata alla lotta di Tisserand – lotta atroce e persa in partenza – per aggiudicarsi un po’ di amore.

[Sarebbe il caso di approfondire cosa intenda Houellebecq quando (abbastanza sorprendentemente) gli capita di usare la parola ‘amore’. Conscio del fatto che proprio l’amore, come fenomeno, potrebbe falsificare la sua teoria esplicativa, egli tenta qualche precisazione, che però risulta parziale e poco convincente e la cui analisi ci porterebbe troppo lontano. Diciamo soltanto che, per quel che riguarda Tisserand, per amore egli intende prima di tutto una reciproca, travolgente attrazione erotica. Se poi questo primo stadio possa o debba arricchirsi di altre connotazioni non è dato sapere, in quanto Tisserand non lo raggiunge mai.]

Tisserand lotta. Incurante delle sconfitte, delle umiliazioni, delle ferite, lotta. È un eroe, il nuovo eroe; l’elogio funebre che ne fa il narratore non sarebbe indegno di Ettore domatore di cavalli:

“Almeno, mi sono detto quando ho saputo della sua morte, si sarà battuto fino in fondo. Il villaggio-vacanze, le settimane bianche… Almeno non avrà rinunciato, non si sarà dato per vinto. Fino in fondo e malgrado i ripetuti insuccessi avrà cercato l’amore. Schiacciato fra le lamiere della sua 205 GTI, stretto nel completo nero con cravatta dorata, sull’autostrada quasi deserta, so che nel suo cuore c’era ancora la lotta, il desiderio e la volontà della lotta.”

Così, anche Raphaël Tisserand entra gloriosamente nella schiera degli eroi del romanzo realista francese: di coloro che soccombono nel tentativo di imporre le proprie irrinunciabili aspirazioni a una realtà che costitutivamente non le può accogliere. E non ci disturbi il fatto che dalle aspirazioni di nobiltà di Julien Sorel, passando per i sogni di passione e di bellezza di Madame Bovary, si sia approdati allo schietto desiderio di realizzazione erotica e a un sistema di valutazione degli individui in base al loro “peso” sessuale. Procedendo sulla direttrice del realismo letterario è lì, e non altrove, che si arriva.

Nota: Per la traduzione italiana dei brani citati ho seguito quella di Sergio Claudio Perroni per Bompiani, modificandola in alcuni punti.

 

 

13 pensieri riguardo “Dove si va a finire col realismo francese: Michel Houellebecq, ESTENSIONE DEL DOMINIO DELLA LOTTA”

  1. Il narratore ricorda quindi per alcuni aspetti il protagonista de La nausea, anche se poi la storia procede oltre… Interessante. Ma interessante è soprattutto il modo con cui presenti ogni volta le tue letture e le correlate riflessioni. Bellissimo leggerti, e se un giorno affronterò Houellebecq mi toccherà, per forza di cose, ripassare qui 😉 (ma con grande piacere, off course)

    Piace a 1 persona

      1. Qui da noi la situazione è ancora abbastanza tranquilla, e infatti le scuole riaprono lunedì. Ma mi auguro che tutto questo allarmismo sia esagerato e che possa rientrare in fretta… Speriamo.

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  2. Molto bella e puntuale la tua analisi. In gioco i temi di sempre anche se rapportati a un contesto a noi molto vicino, la fine del secolo scorso. Il problema di fondo è ricorrente: il bisogno di affermarsi all’interno di un ambiente ( e allinearsi alla logica che lo sostanzia ), o, quantomeno, la necessità di non sentirsi da questo escluso. E’ comprensibile che un trentenne avverta in modo marcato la questione; un uomo più avanti negli anni, può invece iniziare a corteggiare la fine, a convivere serenamente con l’idea della morte.
    Mi chiedo, comunque, se qualcosa sia cambiato negli ultimi decenni in merito a bisogni e al modo di pensare all’esistenza e al suo senso.
    Non ho mai letto niente di Houellebecq, cercherò di procurarmi il libro:-)

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    1. Credo che tu abbia centrato il problema di fondo: “il bisogno di affermarsi all’interno di un ambiente (e allinearsi alla logica che lo sostanzia)”. Il fatto è che per Houellebecq, se capisco bene, all’infuori di questo ambiente (che comprende tutto, anche la percezione della natura) non c’è nulla, se non eventualmente la proposta di un ambiente diverso. Cioè per lui la possibilità dell’ascesi (soluzione individuale) non esiste. Convivere serenamente con l’idea della morte suona molto bene, ma bisogna vedere se rientra nel range dei possibili. Quando dice che la parola che riassume al meglio lo stato mentale contemporaneo è ‘amarezza’ credo che non abbia tutti i torti.
      Forse sono un po’ abbattuta per l’epidemia. Quando leggevo delle prime misure di “contenimento” prese a Wuhan non potevo fare a meno di pensare alla “Peste” di Camus. Adesso ci siamo anche noi. E quello che mi preoccupa non è la letalità, relativamente bassa, del virus, bensì il fatto che fra non molto gli ospedali non saranno più ospedali ma lazzaretti. Credo che morire serenamente al lazzaretto non sia così facile 🙂

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  3. Il nostro grado di attaccamento alla vita dipende sicuramente dall’idea dell’esistenza e dalla natura dei legami con gli altri esseri ( più o meno a noi vicini ) il nostro attaccamento alla vita. Io sono su posizioni più… orientali e questo mi aiuta a relativizzare un po’ tutto.
    Un caro saluto!
    p.s.
    ieri e oggi corsi a distanza di aggiornamento sulle videoconferenze … Anche da voi?
    🙂

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    1. Da noi il primo domani mattina alle 9. Sono già preoccupata, non mi ci vedo a fare una videoconferenza, d’altra parte tenere un metro e mezzo di distanza uno dall’altro in un’aula mi pare impossibile, dunque…
      Un saluto anche a te!
      P.S. Se esiste un’opzione orientale, com’è che l’Oriente si è occidentalizzato così velocemente e con tanto successo? 🙂

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