RISAIE E BAMBÙ. Filologia giapponese per principianti

Taketa

 

Rileggendo il post dell’altro giorno e le mie ipotesi sulla città di Takeda/Taketa, mi sono sentita come il marchesino Eufemio quando, nel saggio di francese, “fe’ noto che … / … Rome è una città simile a Roma”.

Mi sono decisa a rivolgermi a Sōkosan, la mia insegnante di giapponese. In genere tengo distinto l’apprendimento della lingua dalle incursioni in letteratura per non fomentare l’impressione, non ingiustificata, di persona un po’ stramba e piuttosto presuntuosa, oltre che fastidiosamente pignola. Avendo però esaurito tutte le risorse di internet ho dovuto coinvolgerla, e molto gentilmente Sōkosan mi ha svelato l’arcano (e fornito la cartina “in lingua”).

Ovviamente chi traduce traduce da un testo scritto, non da un audiolibro o da una fonte orale, e la scrittura giapponese, per quanto riguarda i lessemi almeno, non è fonetica ma ideogrammatica: il kanji dà il significato della parola, non il suono. Quindi la traduttrice si è trovata di fronte alla parola 竹田, formata dagli ideogrammi 竹 [take], che vuol dire bambù, e 田 [ta], cioè risaia. Il problema è che nelle parole composte certe consonanti sorde (t, k, p) diventano facilmente sonore (d, g, b), come anche la fricativa f diventa b. Ad esempio, ‘sacchetto’ si dice ‘fukuro’, ma se voglio dire ‘sacchetto di carta’ dico ‘kamibukuro’, e il signor 山田 (risaia di montagna) si chiama Yamada e non Yamata, come ci si aspetterebbe. Conclusione: probabilmente la traduttrice, di fronte agli ideogrammi 竹田 ha scelto la traduzione fonetica più corrente, cioè Takeda, senza sapere, o senza preoccuparsi di indagare, che la città si pronuncia invece Taketa, come appare da tutte le translitterazioni (compresa, nell’era di internet, quella sul sito ufficiale del comune).

Chissenefrega, direte voi. Fino a un certo punto, dico io. Perché un conto è, in un romanzo, una città reale, un conto una città fantastica. O una città reale trasformata in città fantastica, come la Parma della Certosa di Stendhal.

Non mi resta che recarmi di persona nel Kyūshū e vedere se Taketa è davvero posta al centro di una corona rocciosa e se l’unico, stretto ingresso è scavato nella roccia.

 

P.S. Per chi non conoscesse l’immortale marchesino Eufemio, qui di seguito il sonetto di Gioachino Belli:

A dì trenta settembre il marchesino,
d’alto ingegno perché d’alto lignaggio,
die’ nel castello avito il suo gran saggio:
di toscan, di francese e di latino.
Ritto all’ombra feudal d’un baldacchino 
con voce ferma e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrìvonsi con due g come cuggino.
Quindi, passando al gallico idioma,
fe’ noto che jambon vuoI dir prosciutto,
e Rome è una città simile a Roma.
E finalmente il marchesino Eufemio, 
latinizzando esercito distrutto, 
disse exercitus lardi, ed ebbe il premio!

1 commento su “RISAIE E BAMBÙ. Filologia giapponese per principianti”

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