LO SGARGABONZI E LA RESTAURAZIONE

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Carlo X e gigli di Francia

Qualche tempo fa un cultore del racconto breve, RW, che già mi aveva fatto conoscere Amy Hempel, mi ha consigliato la raccolta Jocelyn uccide ancoraedita da Minimum fax, autore Lo Sgargabonzi, che il critico Claudio Giunta considera il miglior scrittore comico italiano.

Sgargabonzi

Ora, riguardo all’umorismo letterario italiano io sono un po’ scettica, quindi non ho arrischiato l’acquisto ma l’ho prudentemente preso in biblioteca, dove già è stato difficilissimo reperirlo in quanto relegato nell’esile sezione dedicata alla letteratura umoristica italiana e infognato a due centimetri da terra in mezzo a trenta opere della Littizzetto. Ma insomma alla fine ce l’ho fatta. Però non sono andata tanto avanti a leggere perché lo scetticismo si è dimostrato abbastanza fondato, e questo non per colpa dell’autore ma per motivi che sono del tutto miei e di ordine squisitamente anagrafico. Detto in parole povere sono troppo vecchia.

In realtà c’è un’altra ragione per cui non ho potuto occuparmi con la necessaria serietà di questo autore comico, ed è che abbiamo cambiato dirigente scolastico. Il nuovo è cattolico, dunque la sua missione in questa vita è far crepare il prossimo – con le buone, è ovvio. E con le buone, con le buonissime, il nuovo dirigente ci piazza un'(inutile) riunione dietro l’altra, che sommandosi alle (inutili) riunioni di legge fanno sì che non solo io non sia riuscita a leggere Lo Sgargabonzi (che pazienza), ma che non riesca a leggere proprio niente.

Su una cosa tuttavia, fra una riunione e l’altra, mi è cascato l’occhio; qualcosa che mi ha colpito proprio nel momento in cui del mestiere esperivo l’avvilente schiavitù. È un breve passo dal racconto “L’uomo che non si lascia stare mai”. Il narratore parla dei ricordi musicali della sua infanzia e adolescenza:

“Rammento poi che alle superiori i miei compagni di classe si dividevano in due categorie. Quelli che si bevevano qualsiasi cosa passasse su Videomusic e quelli che invece ascoltavano musica impegnata rinvenuta sulle musicassette dei fratelli. Dai Doors ai Led Zeppelin passando ovviamente per Zappa. […] Io di quegli artisti conoscevo giusto il nome, perché dovevo studiare per l’interrogazione di storia sulla Restaurazione. La Restaurazione, sul piano squisitamente storico-politico, fu il processo di ristabilimento del potere dei sovrani assoluti in Europa, ossia dell’Ancien Régime («Antico Regime»), in seguito alla sconfitta di Napoleone. Ebbe inizio nel 1814 con il Congresso di Vienna, convocato dalle grandi potenze per ridisegnare i confini europei, ovvero gli Imperi di Austria e Russia e i Regni di Prussia e Gran Bretagna. Non so quanti di quelli che negli anni Novanta ascoltavano i Deep Purple possano permettersi di snocciolare nozioni così. Ma non voglio fare polemica.”

È un pezzo di prosa classica: misurato, essenziale ma esauriente, asciuttissimo nei mezzi retorici; ciononostante, o forse proprio per questo, di grande impatto; con quel qualcosa di geniale che sprizza da un grammo di ambiguità. E mi ha colpito, come dicevo, in un momento di fragilità, presa com’ero in una trance ipnotica fra la lucina rossa che ti ammicca dal registro elettronico e la esatta codificazione delle tipologie delle prove di verifica del debito di settembre – compito quest’ultimo senz’altro più difficile che non asportare con un taglio netto la famosa esatta libbra di carne. Mi ha colpito come una nemesi perché proprio in questi giorni sto facendo in quinta Il Rosso e il Nero, e dai ragazzi pretendo fra le altre cose che mi snocciolino delle nozioni precise sulla Restaurazione, ma non solo: in previsione delle ulteriori parti del programma pretendo pure che conoscano a menadito tutte le rivoluzioni e conseguenti cambi di regime dalla Grande Rivoluzione all’avvento della Terza Repubblica. Una richiesta rispetto alla quale si mostrano estremamente refrattari. È come una prova di forza, a vedere chi cede prima. Generalmente cedo io.

Ma tornando a noi, cosa mi vuole Lo Sgargabonzi? Potrebbe egli seriamente affermare che precise nozioni sulla Restaurazione sono un’inutile pedanteria, quando invece sono necessarie alla comprensione dell’assoluto capolavoro che è Il Rosso e il Nero? O arriverebbe addirittura ad affermare che si può benissimo vivere senza conoscere Il Rosso e il Nero e altri assoluti capolavori consimili? E che risulterebbe invece più difficile vivere senza conoscere la musica dei Deep Purple? O che addirittura soltanto i pedanti stanno ancora lì a gingillarsi con Il Rosso e il Nero, mentre i ganzi ascoltano Fabri Fibra (perché i Deep Purple, a dir la verità, sono già un pochino troppo classici). Vuol forse suggerire, Lo Sgargabonzi, che gli insegnanti delle materie umanistiche sono tutti dei gran sfigati e Tagliati Fuori Senza Speranza?

Se così fosse egli avrebbe, naturalmente, ragione.

Ma non del tutto. E non perché la cultura è comunque importante ecc. Lascio questi argomenti a chi li vuole. No, non perché la cultura è importante, perché a quel punto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa è cultura. Ma perché i Tagliati Fuori hanno sempre una risorsa in più. Infatti io domani vado a scuola e gli leggo il passaggio dello Sgargabonzi: gli faccio una meta-lezione; li costringo a riflettere sul senso che ha o non ha acquisire nozioni sulla Restaurazione, li obbligo a dimenticare per un attimo le verifiche e l’esame di stato e a considerare se stessi dal di fuori.

Non perché pensi che si possa arrivare a una conclusione (magari edificante: è comunque giusto acquisire informazioni sulla Restaurazione perché bla bla; in questo tipo di prassi le conclusioni non sono contemplate); ma giusto così, come esercizio.

 

 

19 pensieri riguardo “LO SGARGABONZI E LA RESTAURAZIONE”

  1. Ciao.

    A dire il vero lo Sgargabonzi mi ha sempre convinto a metà: se da un lato è da apprezzare il lavoro certosino di citazionismo, cultura pop e coraggio (ad esempio il racconto su Anna Frank), dall’altra parte per dissacrare i mostri sacri e far ridere… beh è un’impresa che non sempre gli riesce. Proprio il far ridere è cosa folle (basti pensare al numero esiguo di autori, gira e rigira sempre gli stessi: Wodehouse, Campanile, Benni, Adams, ecc) ed ammetto di provare un certo rispetto per chi ci cimenta in un suicidio a fin di bene.

    Per ciò che riguarda la Restaurazione… In una sua intervista (letta pochi giorni fa) risponde così alla domanda sui suoi referenti letterari:

    “Sui referenti letterari: nessuno. Può sembrare una provocazione, ma i libri che ho letto in vita mia sono pochissimi e credo stiano larghi nelle dita di quattro mani senza che ce ne sia stato nessuno che mi abbia segnato particolarmente. Se ti devo fare dei nomi che per me sono stati importanti vengono tutti da altri ambiti. Ti dico gli Squallor in primis, poi a seguire i fumetti di Carlo Peroni (Slurp! su tutti), il Renato Pozzetto degli anni ’70, il cinema di Todd Solondz o di Ciprì e Maresco, gli Oasis, Sergio Bonelli, la riviera romagnola, la vicenda del Mostro di Firenze e i giochi da tavolo di Reiner Knizia”

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    1. Sullo Sgargabonzi non ho espresso alcun giudizio, tranne che sono troppo vecchia per apprezzare come forse merita un umorismo di nuova generazione. Certe cose, ad esempio “La mia amicizia con Nanni Moretti”, mi sono piaciute, ma nel complesso la trovo una comicità un po’ troppo diluita, mi pare che gli manchi il talento della frase fulminea che blinda tutto e non dà scampo. O magari mi sbaglio completamente e questa “diluizione” è precisamente la sua qualità. D’altra parte, quando dico che non ho avuto tempo di rifletterci, è vero; soltanto volevo scrivere qualcosa sulla Restaurazione perché quel pezzo sì che è fulminante.
      Quello che dice nell’intervista mi lascia perplessa. Non voglio porre l’annoso problema se sia o no possibile produrre qualcosa di minimamente valido dal punto di vista letterario senza aver letto praticamente nulla, cioè senza alcun riferimento. Quello che mi chiedo, invece, è un’altra cosa: se i libri gli interessano così poco, perché ne scrive?

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      1. Ma non può essere che scherzasse? mi sembra impossibile scrivere un passaggio come quello riportato avendo davvero letto soltanto quello che dichiara. Nell’intervista avrà detto quel ci aspettava da lui, credo (temo).

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    2. Avevo letto anch’io un po’ di mesi fa un’intervista, probabilmente la stessa che ricordi, ma, come dice mocaiana, ho un po’ il sospetto che giochi su questo fatto di aver letto pochissimi libri. Comunque ho l’impressione che sia in effetti per molti aspetti un “talento naturale”. Se poi mi piaccia o meno è un altro discorso. Non ho letto i suoi libri, ma per un po’ di tempo ho seguito la sua pagina Facebook e le sue trovate erano spesso notevoli, tuttavia a un certo punto ho avuto la sensazione di trovarmi all’interno di un gioco del cinismo obbligato e mi sono stufato.
      Infine, è ovvio che il suo amore per gli Squallor (direi di Alfredo Cerruti in particolare) non può che trovarmi d’accordo.

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      1. Purtroppo dai venti ai trenta ho vissuto all’estero e mi sono persa un sacco di cose, fra cui, immagino, gli Squallor. Aggiungi che ho sempre guardato pochissimo la televisione, che da quando siamo passati al digitale terrestre non la guardo proprio più, e avrai un quadro relativamente accurato della mia inattualità.
        La questione per me non è se Lo Sgarga sia o meno un talento naturale o quali siano i suoi punti deboli e i suoi punti di forza, quanto piuttosto la domanda sull’intenzione: perché scrive, se la “letteratura” gli è così indifferente? E’ vero che c’è (o c’è stata, adesso mi sembra un po’ passata) la moda di scrivere romanzi/racconti fatti di post uso facebook o blog, ma anche per fare una cosa del genere bisogna avere un’idea di cosa sia un romanzo e bisogna avere un’intenzione letteraria. Lo Sgarga ce l’ha? Se sì, da dove gli viene? E se no, qual è la differenza fra i suoi libri e i libri delle barzellette di Totti, a parte una casuale migliore qualità?
        Questo è un po’ quel che mi chiedo – ma così, fra un coniglio di classe e un altro (il Classconiglio della nuova Alice).

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      2. Anche il preside della mia vecchia scuola parlava dei conigli di classe☺
        Quanto allo Sgargabonzi, penso che sia possibile scrivere senza una precisa intenzione letteraria. Si può scrivere Madame Bovary, ma anche un libro di ricette (cosa sacrosanta), o per monetizzare un successo ottenuto in altri campi e i risultati possono andare al di là delle intenzioni. Poi, a dirla tutta, mica stiamo parlando di Swift o di Sterne, e neppure di Campanile.

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  2. Per farmi perdonare (i libri che non piacciono sono cose tragiche) ti segnalerò opere che – forse -piacerebbero anche ai colleghi commentatori:

    1) Narrativa breve

    – Lydia Davis: racconti davvero brevissimi. Rispetto alla Hempel ha una “voce” meno tranciante e molto più manieristica. In America c’è il suo Meridiano arancione; da noi due raccolte editi dalla Bur. Su Amazon si ha la possibilità di leggere le prime pagine.

    – Claire Keegan: un senso di incompiuto e sospeso. Ammetto che fatico a inquadrarla.

    2) Opera italiana

    – “Il suicidio di Angela B.” di Umberto Casadei: libro introvabile. Adorato agli addetti ai lavori.

    3) Romanzo international

    – “Una banda di idioti” di John Kennedy Toole: un Don Chisciotte senza buoni propositi.

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  3. ho letto tutto volentieri, come se fosse un racconto 🙂
    non so se avrei raccolto lo sgargabonzi a pochi centimetri da terra… ormai comincio a pensare, prima di raccogliere qualcosa così in basso 🙂
    Leggendo quello che scrive RW qui sopra direi che sono lontanissimo dallo sgargabonzi, io già dai tempi della scuola avevo mollato le scemenze che passava la tv, mi piacevano Moebius e Dino Battaglia (e Sergio Toppi), direi che è da idioti perdere tempo con quei fumetti lì, ma se poi uno studia glielo si può perdonare.

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    1. Caro Giuliano, non so, mi sembra che questo Sgargabonzi si faccia un punto d’onore di evitare come la peste qualsiasi élite estetica o intellettuale, si installi risolutamente nella migliore mediocrità e da lì invii i suoi umoristici strali verso tutto ciò che sta sopra, sotto o dentro. D’altra parte non è l’unico: anche Aldo Nove fa (o faceva) così…

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  4. Non conosco Lo Sgargabonzi, mai sentito nominare, vabbè che sono aliena a tanta narrativa contemporanea, quindi direi giustificata, in linea di massima… In realtà sto recuperando molti classici nell’ultimo periodo, come ad esempio Alexandre Dumas, che con il suo Dantès, e con tutte le fatiche che gli sta facendo patire, mi sta prendendo parecchio. Indi ragion per cui 😉 quando ti ho sentita citare Stendhal ho rizzato subito le orecchie. Spero che ci parlerai di quel suo romanzo, un giorno o l’altro… Lo spero davvero.

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    1. Credo che lo stesso RW sia dispostissimo a perdonare chi ignora l’esistenza dello Sgargabonzi. Meno perdonabile sono io che pur insegnando francese, di Alexandre Dumas ho letto soltanto, in gioventù, I tre moschettieri. Per il resto mi sono accontentata di film e sceneggiati vari 🙂
      Davvero una volta potrei parlare del Rosso e il Nero, perché no? Ma devo capire come farlo in modo non scolastico!

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    1. Come dicevo, cambio del dirigente. L’impressione è che voglia rendersi conto di tutto (siamo un liceo molto grande con quattro indirizzi), ma che voglia farlo in compagnia di centoquaranta persone.
      Poi ci sono le voci di corridoio: pare che a settembre un’insegnante (che ora non è più in questa scuola) abbia assegnato una prova un po’ “strana”, nella quale l’esaminando ha totalizzato 2/100 punti ed è conseguentemente stato bocciato. Ricorso dei genitori. Per evitare ciò, codificazione sempre più precisa delle prove di verifica (già fatto circa duemila volte: non si tratta di codificare, si tratta di sorvegliare che le codificazioni vengano poi rispettate!), stesura di verbale che nessuno degli eventuali nuovi, ovviamente, leggerà, con il risultato che qualora dovesse arrivare un nuovo insegnante (supplente, incaricato, che so), se non ha lui un po’ di buon senso il caso si ripeterà, sarà convocato a novembre 2020 un nuovo Collegio con relative sottocommissioni, che procederanno a una nuova e più precisa definizione e a nuovo verbale, e così all’infinito. Ma noi (leggi “io”) non ci saremo, perché saremo in pensione!

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      1. Beata! In pensione! un mito per noi colleghi ai quali mancano ancora 10 anni (sic!) . ma se il problema non è la valutazione, ma la richiesta del compito, fatelo stilare, a Settembre, a chi esaminerà e caso mai lo si aiuta nella redazione, ora di che utilità è questo lavoro?

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