LA QUESTIONE DELLA LINGUA 4. Christian Raimo e l’italiano (che non sa)

christian-raimo

Di fronte a questa foto la tentazione di avvalermi del metodo lombrosiano recentemente riproposto da Giuseppe Genna è forte, fortissima; però non posso. Deontologia professionale. Serietà umana. Il piatto è ghiotto, ma mettiamo da parte con un sospiro Lavater e concentriamoci – non sui tratti somatici che il caso, serpeggiando lungo l’azzardo dei connubi, ha appioppato a tradimento al valoroso Christian Raimo, bensì sulla lingua che sceglie di scrivere. Guardiamo cosa fa Raimo con la lingua. Come la tratta. Anzi come la maltratta. Come ne abusa. Come la violenta. Che sotto le apparenze ireniche si celi un vile stupratore? Andiamo a vedere.

Il 21 agosto Raimo pubblica su minima&moralia, qui, un articolo dal titolo “Una vile classe politica”, in cui rende conto delle impressioni relative alla seduta parlamentare del 20 durante la quale il premier Conte ha tenuto il suo famoso discorso. Concediamo a Raimo l’attenuante della foga che accendono in lui gli eventi politici. Ma, dottor Raimo, la foga non è la figa, e ci si aspetterebbe un minimo di controllo, soprattutto da parte di un giornalista e scrittore, che è anche insegnante e editor e chissà quante altre cose ancora. Vediamo invece cosa scrive l’insegnante e editor:

“L’impressione agghiacciante è che quello che si è visto ieri in senato è stato uno spettacolo che ha mostrato l’incredibile mediocrità della nostra classe politica […]”

L’italiano dispone di un modo congiuntivo, che fra i vari usi ha anche quello di distinguere uno stato di cose presentato come reale, oggettivo, dallo stesso stato di cose presentato però come relativo a un punto di vista soggettivo o comunque a una prospettiva di non oggettiva certezza. Quindi io dirò: “Quello che si è visto ieri in senato  è stato uno spettacolo ecc.” (che in effetti era più che sufficiente); ma se ci piazzo davanti una “impressione agghiacciante” allora devo dire “che quello che si è visto ieri in senato sia stato ecc.”.  Queste però sono finezze che non ci si possono aspettare da un giornalista e scrittore. Andiamo avanti che c’è di meglio.

“A un certo punto nemmeno il gusto del trash, dell’esibizione della rissa verbale da bar, è riuscita a essere più appassionante, l’odore del sangue si è velocemente rappreso, e ci ha consegnato una noia di retoriche così viete, sgrammaticate, usurate, da farci venir voglia non di cambiare governo, paese, politica, ma semplicemente canale.”

Allora: quello che a un certo punto non è più (il più andava lì) riuscito a essere appassionante, sembrerebbe “il gusto del trash, dell’esibizione della rissa verbale da bar”, che però è un soggetto maschile. Il giornalista e scrittore il soggetto maschile se l’è perso per strada e ha concordato con l’esibizione della rissa da bar, o con la rissa da bar, vai a sapere, che però sono complementi di specificazione. Ma che si sia perso il soggetto per strada è comprensibilissimo, perché naturalmente non è il gusto che è o non è appassionante, bensì – eventualmente, a seconda dei gusti – il trash e l’esibizione della rissa verbale da bar. Insomma, un gran casino – nella frase e nella testa di chi l’ha scritta. (Magari è un semplice refuso, direte voi. Possibile, ma nei primissimi commenti diversi lettori si lamentavano dei refusi. Raimo non li ha corretti, segno che gli va bene così.) L’odore del sangue si è velocemente rappreso”: potrebbe anche passare per un’ipallage, poiché ovviamente non è l’odore che si rapprende (di fatto non si capisce bene cosa si rapprenda) ma francamente a me sembra, come sopra, il ruzzolone di un cervello che non si dà neanche il tempo di pensare – oltreché una reminiscenza adolescenziale infilata come una mela in bocca alla porchetta: “Coltiviamo per tutti un rancore / Che ha l’odore del sangue rappreso …” 

(Sulla doppia tripletta finale, che ha il peso di sei palle da biliardo attaccate ai, vedi sul sito una commentatrice di buon senso).

Segue un tiepido apprezzamento del discorso di Conte. Poi:

“Quello di Conte è stato soltanto un mero sfogo, con le vesti certo non guadagnate per meriti del massimo rappresentante del governo […]”

Intanto manca un connettore: se prima apprezzava, per quanto tiepidamente, ora critica; c’è uno snodo nell’argomentazione (!) che deve essere indicato. “Ma era il minimo sindacale. (Omettere i connettori è un po’ una caratteristica di Raimo; credo che sia anche per questo che perfino nei suoi articoli più ripuliti, ad esempio quelli che pubblica su Internazionale, non è sempre facile capire che cavolo vuole dire). “soltanto un mero” è ridondante; dire che è inelegante è dire poco, lo segnerebbero anche in un tema di maturità. “con le vesti”. Con le vesti? Con le vesti?

“Il resto del suo discorso è stato una misera rivendicazione dell’azione di governo, e dei progetti futuri, una retorica micronazionalista modulata sui “piccoli borghi e il folklore”, “dei nostri ragazzi che partono”, una visione delle questioni politiche così priva di un reale senso di responsabilità di cui lui stesso ha chiamato al saccheggio (“sarà un anno bellissimo”), né tantomeno delle ambizioni e delle sfide politiche che ci sono oggi da affrontare, e prima da comprendere.

Tutto il periodo fa … vabbè; ma se qualcuno mi spiega da cosa dipende quel né tantomeno delle ambizioni e delle sfide politiche che ci sono oggi da affrontare, e prima da comprendere, gli pago da bere. 

Sempre a proposito di Conte:

“Docente di materie giuridiche, ha inscenato un discorsetto da piccolo barone universitario, inanellando una serie di citazioni pseudocolte per concedersi uno status da parvenu a colpi di belle parole”.

Quindi: l’intenzione di Giuseppe Conte nel corredare il suo discorso di citazioni sarebbe stata di concedersi uno status di parvenu. A questo punto il lettore si chiede com’è che lo stesso Raimo sia parvenu nel mondo delle lettere. (E lasciamo pur stare la valutazione del discorso di Conte e delle sue citazioni, che non è una valutazione ma una mera denigrazione, e che tuttavia Raimo, nei commenti, chiama “circostanziare le accuse”. Questo come constatazione di fatto).

Salto una serie di cose e cosine, tanto credo che si sia capito il genere; salto anche la locuzione latina locuta alla cazzo e passo al pezzo forte, ai fuochi d’artificio:

“E poi: le stilettate (volgari, è tutto sempre volgare) sulla religione, i rosari, i vangeli, tra tutti sono state la parte più penosa.
Perché hanno mostrato che la cultura cristianodemocratica è davvero morta, Dossetti, La Pira, Scoppola, oggi sono pensatori non solo inutilizzati ma inservibili. Le responsabilità in questo caso sono della mediocrissima classe politica, frutti ormai marci del berlusconismo, ma anche di chi nella chiesa negli anni a cavallo tra i due secoli ha pensato che incarnare un ruolo da protagonista diretto nel dibattito pubblico o legare la cultura politica cristiana solo ai temi etici, ha ridotto il pantheon valoriale cristiano a questo: Giovanni Paolo II contro Padre Pio, cuore immacolato di Maria contro citazioni pop del vangelo di Matteo, un minestrone di santini e scaramanzie in cui è facile far valere tutto.”

Non sto neanche a dire che non vedo opposizioni fra Giovanni Paolo II e Padre Pio, né, sostanzialmente, fra il cuore immacolato di Maria e le citazioni pop del vangelo di Matteo; ma forse qui la preposizione “contro” ha il valore del famigerato “piuttosto che”, vai a capire. Quello su cui vorrei attirare l’attenzione è il periodo evidenziato. Il punto è la morte della cultura cristianodemocratica. Chi ne è responsabile? La mediocrissima classe politica, ma anche chi – e adesso cerchiamo di scomporre – /nella chiesa a cavallo fra i due secoli / ha pensato che / incarnare un ruolo da protagonista diretto nel dibatto pubblico o legare la cultura politica cristiana solo a temi etici / ha ridotto il pantheon valoriale cristiano solo a questo: ecc. Cioè: c’è stato qualcuno, a cavallo fra i due secoli, che ha pensato che incarnare un ruolo da protagonista nel dibattito pubblico o legare la politica cristiana solo ai temi etici abbia ridotto il pantheon valoriale cristiano a questo: Giovanni Paolo II ecc., e questo qualcuno è corresponsabile della morte della cultura cristianodemocratica. Questa frase, già complicatissima da ricostruire, è assurda. Quello che Raimo, immagino, ma posso solo immaginarlo, voleva dire, è che qualcuno nella chiesa, negli anni a cavallo ecc., ha pensato che fosse possibile o opportuno incarnare un ruolo da protagonista ecc., legando la politica cristiana ai soli temi etici, e questo ha ridotto il pantheon valoriale cristiano a ecc. Si possono immaginare anche sensi un po’ diversi, ma sempre immaginare bisogna – come quando nei temi di scuola si cerca di capire cosa voleva dire il ragazzo.

Così scrive il giornalista e scrittore, nonché insegnante e editor. Raimo sta alla lingua come Salvini sta alla politica. Puntuale analogia di dégénérescences.

 

 

14 pensieri riguardo “LA QUESTIONE DELLA LINGUA 4. Christian Raimo e l’italiano (che non sa)”

  1. A me Raimo sta anche simpatico e spesso sono d’accordo con lui, però in effetti non capisco perché spesso, soprattutto su minima&moralia, sia così sciatto. Dici bene, fa come quegli alunni che, non sapendo come tirarsi fuori da un periodo un po’ difficile, vanno “a senso”. La tua ricostruzione del paragrafo sul cristianesimo democratico è sicuramente quella giusta, ma a volte va peggio e non si riesce neppure a ricostruire il pensiero di Raimo.

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    1. A me sembra semplicemente inconcepibile, oltre che imperdonabile, che uno che, bene o male, vuol fare lo scrittore possa a) scrivere di getto così male, b) non rileggersi e non correggersi, c) continuare a non correggersi nemmeno quando a fargliene presente la necessità sono i suoi affezionati lettori. Questo atteggiamento denota presunzione, mancanza di rispetto nei confronti dei lettori, e soprattutto mancanza di rispetto nei confronti della lingua – un atteggiamento per lo meno strano in uno che fa della scrittura la sua (una delle sue) professioni. Forse Raimo deve decidere se vuol fare lo scrittore (ma non ha i numeri, e in fondo lo sa) o l’agitatore di piazza – sul modello di Masaniello, perché i rivoluzionari seri curavano molto lo stile.
      Raimo è un caso estremo, piuttosto indecente; ma in generale su minima&moralia della correttezza e dell’esattezza se ne fregano abbastanza. Sono molto up to date… 🙂

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      1. Non so. So solo che mentre scrivevo il mio “pezzo” ho cercato un suo articolo di qualche tempo fa, sempre su minima&moralia, e non l’ho più trovato. Strana cosa quella di pubblicare e poi cancellare; ma rientra nella logica della fretta e della velocità: bisogna essere tempestivi, al passo con l’evento che non dura mai più di qualche giorno o qualche ora, non c’è tempo per riflettere; allora magari dopo ci si accorge che quello che si è scritto non era forse così buono, o così opportuno. Se poi uno è un tipo interventista e impulsivo il pubblica-cancella può diventare un’abitudine.
        Che esista un Enfer delle pièces retranchées di Raimo non credo. Sarebbe far loro troppo onore 🙂

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    1. 🙂 Oh be’, Raimo i miraggi ce li ha anche in pieno inverno:
      “Istruzione garantita fino a trent’anni, parità di salario uomo-donna subito, grandi centri di accoglienza bellissimi e funzionanti, e corridoi umanitari che portano in un’Europa con tasso di crescita demografica zero un sacco di gente, chiusura immediata dei Cie e delle carceri, un grande piano di alloggi sociali, tassazione anche al 90 per cento per i grandi patrimoni, una settimana lavorativa a 25 ore, tanti teatri, biblioteche, eliminare l’uso delle automobili a benzina, asili nido triplicati anche al Sud dove non ce ne stanno, chiudere le cliniche private e obbligare tutti a curarsi con il servizio sanitario nazionale che deve essere un’eccellenza del mondo” (http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-peggiore-campagna-elettorale-sempre/)

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  2. ma davvero fa l’editor?
    potremmo dedicargli una canzone di Jannacci-Chiosso, quella che fa “Ho soffrito per te / non sei capito niente” (è una canzone divertente, merita un passaggio)

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    1. Raimo è stato fino al 2017 editor di Minimumfax, adesso è consulente Laterza. Però lui stesso precisa che “la scrittura e la politica sono “due vocazioni diverse” “. Qui evidentemente è la vocazione politica che parla, ma potrebbe parlare più corretto, per conto mio (e poi le due vocazioni è come la storia dei due padroni: o servi l’uno o servi l’altro). Bellissima la canzone di Jannacci, non la conoscevo!

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  3. Conosco pochissimo il mondo dell’editoria, ma l’impressione è che oltretutto chi riesce a entrare, appena entrato, si affretti a stringere tutte le mani, a diventare l’amicone di tutti, in una parola a adeguarsi il più possibile. Il che ha come risultato una scarsissima pluralità. Sembrano tutti fatti con lo stampino e i risultati non sono eccezionali, almeno secondo me 🙂

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  4. Ci sono, però, anche tanti autori e autrici di valore, che scrivono quello che sentono e non quello che gli impone un fantomatico mercato, e che magari non fanno grandi numeri… io ne ho conosciuto diversi, e mi è capitato di leggere cose molto belle

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    1. Non lo metto in dubbio, ma al di là anche di un discorso di successo personale quello che fa il panorama letterario di una nazione sono i grandi (o anche solo medi) numeri. E fin che i numeri li fa Michela Murgia converrai che c’è da stare poco allegri.

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