ANIMALI IMPAGLIATI

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Gli animali imbalsamati mi hanno sempre fatto una gran tristezza. Più loro degli umani nel museo del Pianeta delle scimmie. Anche perché il Pianeta delle scimmie è un film, invece gli animali imbalsamati sono veri. Comunque era un po’ che non mi capitava di pensarci. L’occasione me l’ha data Raffaele con il suo articolo sull’Airone di Giorgio Bassani, qui.

La scena in cui Edgardo Limentani, il protagonista, osserva affascinato la vetrina di un imbalsamatore è importante, perché proprio gli animali esposti gli suggeriscono una via di scampo dal fastidio della vita. Ne vorrei citare qualche passaggio:

“Di là dal vetro il silenzio, l’immobilità assoluta, la pace.

Guardava ad una ad una le bestie imbalsamate, magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive.

La volpe, per esempio, che occupava orizzontalmente il centro della vetrina fra due stivaloni di gomma dritti appaiati e un Browning semiaperto, girava di lato il muso digrignante come se, di girarsi, finisse proprio allora, in quell’attimo; e dai suoi occhi gialli, pieni di odio, dai denti bianchissimi, dalle fauci rosse, accese, dal pelo di un biondo fulvo, ricco e luminoso, dalla gonfia coda ipertrofica, si sprigionava una salute prepotente, quasi insolente, sottratta per incanto a qualsiasi possibile offesa di oggi e di domani.

[…]

Era però sugli uccelli che i suoi sguardi non si sarebbero mai stancati di posarsi.

Le anitre, almeno una dozzina, stipavano in gruppo il proscenio del teatrino, così vicine da credere di riuscire a toccarle, e quiete, finalmente, non spaventate, non costrette a tenersi alte, sospese alle corte ali palpitanti nell’aria immobile e infida. […] Vivi ad ogni modo anche gli uccelli di una vita che non correva più nessun rischio di deteriorarsi, tirati a lucido, ma soprattutto diventati di gran lunga più belli di quando respiravano e il sangue correva veloce nelle loro vene, lui solo, forse – pensava -, era in grado di capirla davvero la perfezione di quella loro bellezza finale e non deperibile, di apprezzarla sino in fondo.”

Nell’ambiguità fra essere qualcosa di vivo o qualcosa di morto, che conferisce all’animale imbalsamato un che di perturbante, il personaggio di Bassani sceglie l’apparenza di vita – una vita potenziata, esaltata, lustra – più vita della vita “ordinaria” perché liberata dalle tribolazioni e dalle paure – liberata dalla continua minaccia dell’impermanenza.

Mi vengono in mente, fra gli animali impagliati letterari, due casi che, dalla soglia in cui si trovano, muovono l’uno verso un’apoteosi celestiale, l’altro verso la polvere e il disfacimento. Il primo è Loulou, il pappagallo del racconto di Flaubert Un cuore semplice. La domestica Félicité, il “cuore semplice”, inconsolabile per la morte del pappagallo che le avevano regalato, lo fa impagliare, ed eccolo, “splendido, ritto su un ramo d’albero avvitato su un piedistallo di mogano, una zampa sollevata, la testa piegata da un lato e nell’atto di mordere una noce che l’impagliatore, per amore del grandioso, aveva dorato.” Col tempo, la devotissima Félicité scopre inconfutabili analogie fra Loulou e lo Spirito Santo come appare in certe immaginette sacre che si procura. Si ammala di polmonite. Siamo nei giorni che precedono la festa del Corpus Domini. Per uno dei repositori lungo il percorso della processione viene scelto il giardino della casa della sua padrona. Félicité si dispera di non avere nulla di prezioso da offrire per adornare il piccolo altare. Vorrebbe offrire Loulou, “la sua unica ricchezza”. Le vicine obiettano, il parroco, di più larghe vedute, dà il permesso. Il gran giorno arriva, il repositorio è un tripudio di fiori, ghirlande di foglie e “cose rare”: “e delle cose rare attiravano gli occhi. Un zuccheriera di vermeil aveva una corona di violette, dei ciondoli in diamanti di Alençon brillavano sul muschio, due paraventi cinesi mostravano i loro paesaggi. Di Loulou, nascosto sotto le rose, si vedeva soltanto la fronte blu, simile a un inserto di lapislazzuli.” L’ostensorio, il “grande sole d’oro che irradiava” è deposto sull’altare, i turiboli vanno a ritmo pieno, si fa un gran silenzio. Félicité rende l’anima. “E quando esalò l’ultimo respiro le sembrò di vedere, nei cieli aperti, un pappagallo gigantesco planare sopra la sua testa.”

Se non l’avete già fatto, leggete Un cuore semplice. Qua e là c’è qualche flaubertismo, ma nel complesso è una cosa meravigliosa.

Un destino opposto – dagli onori di casa, se non proprio dagli altari, alla polvere – è invece quello di Bendicò, il cane del Principe di Salina e, in un certo senso, animale araldico del casato. Riporto la chiusa del romanzo, dopo la famosa strage delle reliquie:

“[Concetta] continuò a non sentire niente: il vuoto interiore era completo; soltanto dal mucchietto di pelliccia esalava una nebbia di malessere. Questa era la pena di oggi: financo il povero Bendicò insinuava ricordi amari. Suonò il campanello. «Annetta» disse «questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portatelo via, buttatelo.»

Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante; si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.”

Che con l’imbalsamazione ci si trovi su un limite che ha qualcosa dell’impensabile o dell’impossibile, lo conferma anche, a suo modo e indirettamente, il romanzo di Thomas Bernhard Correzione. L’intera narrazione – affidata, secondo il modo di Bernhard, a un narratore che conosceva il personaggio centrale (Roithamer), di cui cerca di ricostruire il percorso fino al suicidio – si fa a partire dalla “mansarda di Höller”, una stanza nella casa dell’imbalsamatore Höller dove Roithamer era solito passare lunghi periodi e dove il narratore si propone di esaminare e riordinare le sue carte. Nel romanzo c’è una scena (vista o più probabilmente sognata) in cui Höller prepara un “grande uccello nero”, ma non è di quella che vorrei parlare. Ciò che mi ha incuriosito è la lunga disquisizione a proposito della casa di Höller. L’imbalsamatore ha progettato e costruito la sua casa in una strettoia della valle dell’Aurach, un punto dove tutti pensano che la prossima piena la trascinerà via. Ma benché l’Aurach devasti effettivamente ogni anno diversi punti della valle, la casa dell’imbalsamatore non subisce alcun danno, perché egli l’ha costruita tenendo conto di tutti i parametri, calcolando esattamente tutte le variabili. In questa “migliore di tutte le case” l’imbalsamatore vive con la sua famiglia in un tempo che si direbbe, come spesso in Bernhard, fuori dalla storia: fra un passato mai esistito e una modernità inaccettabile. Anche qui sul filo del rasoio di uno strano limite.

Nel romanzo, un’altra casa “impossibile” è stata costruita con lo stesso sistema: il “cono” in mezzo alla foresta che Roithamer, dopo lunghissimi calcoli, costruisce per l’amatissima sorella. Una casa perfetta, una casa ideale; talmente ideale e perfetta che la sorella muore poco dopo esservisi trasferita.

Rispetto alla linea di confine di una perfezione che assicurerebbe all’esistenza qualcosa come una (pericolosa) vivibilità, l’imbalsamatore si tiene appena al di qua, nella vita, a prezzo però di un’esistenza avulsa da ogni contesto e quasi fiabesca. Roithamer, più compromesso con il tempo e con la storia, non può che scollinare coerentemente di là: nella morte.

Con queste brevi osservazioni su un romanzo difficile si conclude la parte seria del post e comincia quella semiseria o nient’affatto seria. Un’estate di qualche anno fa, non sapendo bene che fare, mi misi a scrivere sonetti. La rima, il metro: era una sfida, aveva qualcosa del passatempo enigmistico. Qualcuno l’ho poi anche pubblicato sul blog, ma in seguito allo scarso successo (sarebbe meglio dire: alla totale assenza di successo) ho pensato di lasciar perdere. Avevo anche già smesso di scriverne: non era stato difficile, più facile che smettere di fumare. Tuttavia gli animali impagliati mi hanno fatto venire in mente due cose dell’epoca che ancora non mi dispiacciono. Quindi ve le rifilo. Sentitevi pur liberi di non reagire, non me ne avrò a male 🙂

 

CONVERSAZIONI DI ANIMALI IMPAGLIATI

 

 I. Un gallo di brughiera e una faina

 – Però  quest’esistenza ha il suo vantaggio,

Tentenna assorto il gallo di brughiera.

Sì, prima eravam vivi, ma non c’era

Un attimo di quiete dal servaggio

 

Imposto alle pellicce ed al piumaggio

Dalla natura arpia e filibustiera:

O mangi, o sei mangiato, o di leggiera

Muori di fame. Qui soltanto assaggio

 

L’indivisa teoria e la squisita

Fratellanza. – Può essere, concede

Dubbiosa la faina. Ma stupitz-sce

 

Che la teoria sia fuori dalla vita,

E scusi se m’inzeppolo, ma vede,

Vorrei sapere che ne pensa Nietz-sche.

 

 

II. Un pappagallo dai colori sgargianti e un altro uccello, di fronte alla fuga precipitosa di un visitatore 

– Ma che gli prende a quello, che è scappato?

E che? Gli fa spavento la cromia?

Troppo sgargiante, da idiosincrasia,

Questa livrea per cui sono ammirato?

 

– No no, tranquillo, è un male pubblicato;

Trattasi di automatonofobia:

Un panico che incombe su chi spia

Ciò che appar vivo, eppure è inanimato.

 

Il pappagallo tace, riluttante.

– Saremmo dunque una contraddizione?

Vuol sbattere le ali, ma il cervello

 

Non spedisce l’impulso, ché è mancante.

Annichilisce per l’umiliazione;

Ma fulminea un’idea soccorre in quello

 

Il cartesiano uccello:

Penso, ergo sono! esclama trionfante.

E dietro il vetro esiste, come avante.

 

 

 

 

 

13 pensieri riguardo “ANIMALI IMPAGLIATI”

  1. ho conosciuto degli imbalsamatori di animali, tanti anni fa. Molti di loro sono dei veri artisti, non è affatto semplice (bisogna avere molte conoscenze zoologiche, essere osservatori, saper modellare come uno scultore…). Un tempo, tutti andavano a caccia e quindi c’era molto lavoro; oggi non saprei, ma comunque è grazie agli imbalsamatori se possiamo sapere come erano fatte specie ormai estinte. Purtroppo, dovremo dire tra poco la stessa cosa per elefanti, leoni, tigri, ed è molto triste.
    Due cose ancora: la prima è che gli animali imbalsamati sono molto velenosi, vanno maneggiati con cura perché – per evitare la fine del cane del principe di Salina – più veleni ci sono e più durano nel tempo. Qualcosa di simile avviene con il cuoio delle borsette e delle scarpe, la concia della pelle è molto simile all’imbalsamazione (le concerie sono ai primissimi posti per l’inquinamento ambientale).
    La seconda cosa, molto più personale, è che di quel periodo lontano mi sono rimasti due canarini e un piccolo scoiattolo come ricordo. Li trovo ancora, ogni tanto, e mi dispiace che siano stati imbalsamati, ero perplesso anche da bambino. Da adulto, mai e poi avrei fatto imbalsamare un animale che ho conosciuto. (se poi si pensa che lo fanno anche agli umani…)

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    1. Anche mio padre andava a caccia, quando ero piccola (poi smise perché diceva che non c’era più niente da prendere) e una volta portò a casa uno scoiattolino e lo fece imbalsamare. Temo proprio che gli avesse sparato per farlo imbalsamare. Io non ero così entusiasta, fiutavo la frode. Anni dopo mia madre, che era maestra, lo portò a scuola, e là rimase, sull’armadietto, insieme a ad altri oggetti “didattici”. Chissà che fine ha fatto; probabilmente la stessa di Bendicò, benché sprovvisto, lo scoiattolino, di quarti di nobiltà…
      Quanto a “farlo anche agli umani”, Mignon, di cui parlavamo con Giacinta a proposito della Danzatrice di Izu, fa proprio quella fine: viene sostanzialmente imbalsamata. L’ho sempre trovata un’idea di pessimo gusto, ma pare che Goethe fosse terrorizzato dalla morte e che trovasse insomma un cadavere imbellettato preferibile all’idea della decomposizione.
      (ma che begli argomenti che sto trattando … 🙂 )

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  2. Grazie Elena per la citazione e, soprattutto, per le citazioni che, a partire da “L’airone”, hai richiamato dando vita ad una piccola tassonomia letteraria dell’imbalsamazione.
    E se in latitudini e tempi così diversi, autori così eterogenei (fatto salvo il legame Bassani-Tomasi) hanno portato dentro la loro opera questa “figurazione” si potrebbe pensare che siamo di fronte a qualcosa di più di una pura e semplice coincidenza o di un caso.
    C’è, in effetti, a partire dalle citazioni (e dalle considerazioni) che hai tratto da “L’airone”, proseguendo con quelle tratte da “Un cuore semplice”, Il gattopardo” e “Correzione” la compresenza, se pure con pesature diverse, di tre cose che l’imbalsamazione porta con sé e che sembra possedere e ispirare e cioè: bellezza, perfezione, eternità. Tre assoluti che sono irraggiungibili o irrealizzabili per qualsiasi essere vivente. E pur tuttavia vengono perseguiti e desiderati dall’uomo da sempre cercando, quanto meno, di avvicinarcisi il più possibile.
    L’imbalsamazione diventa quindi un sostituto simbolico e un modello spendibile letterariamente per dialogare con e su questi assoluti e la loro pretesa di raggiungimento.
    In altre parole l’imbalsamazione surrogherebbe l’aspirazione al superamento della morte attraverso una fissità immutabile, astorica e indistruttibile che assicura bellezza, perfezione ed eternità, il che letterariamente parlando offre non pochi spunti e possibilità.
    Anche se, come accade al cane del principe di Salina, neanche con l’imbalsamazione il raggiungimento di quegli assoluti è possibile.
    Resta comunque che con l’imbalsamazione “ci si trovi su un limite che ha qualcosa dell’impensabile o dell’impossibile”, così come hai giustamente osservato, il quale limite rimanda a quell’illusione del “tutto e perfetto” contro cui Thomas Bernhard si scaglia veementemente vedendovi il contenuto di falsità in essa contenuto e la sua conseguente impossibilità , così come egli fa in “Antichi maestri”. Che è anche quell’illusione di una “forma” immobile e assolutamente “ordinata” che Thomas Mann disvela e distrugge, in quanto portatrice di morte, in “Morte a Venezia”.
    Insomma tutte quelle cose vanamente e spesso anche drammaticamente perseguite di cui l’imbalsamazione ne è una feticistica e mortifera oggettivazione.
    Che dovrebbe ben procurare quel:
    “…panico che incombe su chi spia
    Ciò che appare vivo, eppure è inanimato”

    Un caro saluto
    Raffaele

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    1. Grazie a te Raffaele del commento veramente ricco, che elabora molto bene e fino in fondo l’ambiguità del limite, quale traspare dall’imbalsamazione e dal suo carattere perturbante (l’aggettivo “perturbante” non mi piace per niente, ma pare che sia il corrispondente italiano del tedesco “unheimlich”).
      Che statuto hanno gli animali imbalsamati? Sono oggetti? Sì e no… Anche per questo essi forniscono una “figurazione” molto più mortifera, come dici giustamente, della “forma ordinata” e forse anche dell’arte in generale, che non ad esempio una bella statua.
      Chissà, potremmo inaugurare una nuova categoria: “Animali imbalsamati” e metterci via via le occorrenze letterarie che incontriamo o che ci vengono in mente. Ad esempio c’è un racconto di Silvio D’Arzo, Elegia alla signora Nodier, che meriterebbe un post tutto per lui.

      E per chiudere, grazie di avere citato il mio sonetto proprio come se fosse vero!

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      1. Grazie a te Elena.
        Due cose che mi fa piacere condividere su quello di cui parli nella tua risposta.

        La prima è sul termine “perturbante” (che in effetti è abusato) sul quale mi permetto di riportarti il brano in cui ne parlo nel commento che scrissi su “Doppio sogno” di Schnitzler, in cui mi collego al termine “perturbante” nel significato di “unheimlich”, evidenziandone l’ambiguità, riferibile, in questo senso, anche alla natura ambigua degli animali impagliati.

        “Il concetto di perturbante rimanda a quell’ accezione di inconsueto, estraneo, non familiare, sviluppata da Freud nel suo saggio del 1919 avente come titolo “Il Perturbante”. Ma sempre Freud – sviluppando ulteriormente l’analisi dei significati semantici del termine tedesco Unheimlich da lui utilizzato per definire il perturbante, in contrapposizione a Heimlich (da heim casa) che sta per tranquillo, fidato, intimo – arrivò a considerare che Unheimlich farebbe più precisamente riferimento a qualcosa di misterioso, di celato che viene alla luce, che emerge, sostanzialmente negli stessi termini in cui l’aveva definito prima di lui Schelling: “E’ detto unheimlich tutto ciò che potrebbe restare[…] segreto, nascosto, e che è invece affiorato” (F. Schelling – Filosofia della mitologia). In questa accezione il perturbante rimanderebbe quindi a qualcosa che è in noi e perciò, in quanto tale, ci appartiene ma, nello stesso tempo, ci è estraneo; è nella nostra casa ma è nascosto a noi stessi. In sintesi: ciò che noi siamo ma non conosciamo, ciò che “anche” siamo e che, come tale, appartenendoci anch’ esso, può affiorare e apparire. Vi è quindi, nel concetto di perturbante, l’introdursi di un’implicita ambiguità che genera l’instaurarsi di un doppio che contiene due diverse polarità e due diverse affettività: quella nota e quella ignota”.

        La seconda cosa è sul racconto Elegia alla signora Nodier di Silvio D’Arzo – con la vocazione della signora Nodier a imbalsamare il passato – che ho letto e che avevo trovato bellissimo quasi allo stesso livello del più noto e giustamente celebrato Casa d’altri. Meriterebbero in effetti entrambi un post a sé, ma in categorie diverse.
        Sulla categoria “Animali imbalsamati” ogni qual volta mi capiterà, contribuirò alacremente.
        Un carissimo saluto e a risentirci.
        Raffaele

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      2. Molto interessante la tua analisi del concetto di perturbante a partire dalla definizione di Schelling, e molto calzante. Del saggio di Freud ho un vaghissimo ricordo che lo porta fondersi con L’uomo della sabbia. Più modestamente, mi fermavo alla cosa familiare (l’animale) che appare improvvisamente in una situazione, o in uno stato, del tutto nuovo, inaudito: né propriamente morto né propriamente vivo. Ma come si vede il campo è vasto: ci sbizzarriremo 🙂

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  3. Sono giorni che ci penso e finalmente lo scrivo. Scrivere sonetti: che cosa meravigliosa! In tempi di versi liberi, più che abusati ormai, più una scusa per non dover riflettere e attendere che la manifestazione di una reale ispirazione, scrivere sonetti è meraviglioso. Le regole che disciplinano l’ispirazione credo che la donino al tempo stesso. E quelli che hai postato sono belli, con un sapore antico che, come sai, apprezzo molto.

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    1. Ti ringrazio. Mi ero messa a scrivere sonetti più che altro come divertissement.
      La poesia contemporanea è per me terra incognita, nel senso che non ci capisco nulla e la sua difficoltà mi scoraggia. Però credo che quello che dici sia vero: il verso libero, in linea di massima, permette a chiunque di sentirsi poeta e di dare la stura a una emotività personale poco o nulla elaborata. Sono anche d’accordo che nella lotta con le costrizioni della metrica regolare e della forma fissa il “contenuto”, quello che “si voleva dire”, si precisi e si affini e prenda anche direzioni inaspettate e migliori rispetto a un’intenzione iniziale ancora vaga.
      Mi pare che nella poesia contemporanea, o almeno in una parte consistente di essa, si siano sostituite le difficoltà della forma regolare con difficoltà semantiche: metafore che pescano sempre di più in un inconscio o in esperienze strettamente personali, collegamenti funamboleschi fra campi semantici molto lontani ecc. Io lì però, appunto, non seguo più.
      Grazie ancora e buona domenica (di fuoco).

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      1. Concordo. E non ti nascondo che quando sento che l’arte deve essere libera espressione, talvolta mi deprimo. Ma neanch’io sono una specilaista e seguo poco, quel che posso.

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