L’ANIMA DELLA LETTERATURA. Genio e regolatezza

PRODOTTO 1

Vi segnalo un post che vale la pena di leggere. Il punto è il primo romanzo di Romolo Bugaro, La buona e brava gente della nazione (1998), da poco ripubblicato da Marsilio, ma soprattutto la postfazione dell’autore, riportata integralmente nell’articolo. In due parole: vent’anni dopo la prima pubblicazione, cioè ora, in questa riedizione, Bugaro ci dice che il romanzo che leggiamo non è che sia proprio suo, o al massimo lo è per metà, dal momento che l’editor, all’epoca, gli aveva fatto un editing talmente approfondito da stravolgerlo considerevolmente:

La buona e brava gente della nazione è stato scritto da me con una certa architettura, una certa forma linguistica, poi è stato sottoposto a un lavoro di editing e revisione talmente profondo e radicale da superare di molto ciò che viene solitamente definito con i termini “editing” e “revisione”, e infine stampato.”

Poiché il punto pare essere l’editing – cioè il lavoro su di un’opera dopo che è stata conclusa – vorrei portare dapprima due testimonianze, o meglio una e mezza. La prima è di Victor Hugo, che in una “Nota all’edizione definitiva (1832)” di Notre-Dame de Paris dice:

“L’annuncio, che è stato fatto, che questa edizione sarebbe apparsa aumentata di diversi capitoli nuovi, è erroneo. Si doveva dire inediti. Infatti, se con nuovi si intende fatti da poco, i capitoli aggiunti a questa edizione non sono nuovi. Sono stati scritti contemporaneamente al resto dell’opera, appartengono allo stesso periodo, sono venuti dallo stesso pensiero, hanno sempre fatto parte del manoscritto di Notre-Dame de Paris. Ma c’è di più: l’autore non capirebbe che si possano aggiungere ulteriori sviluppi a un’opera di questo genere, una volta conclusa. Sono cose che non si fanno a piacere. Un romanzo, secondo lui, nasce, in qualche modo necessariamente, provvisto di tutti i suoi capitoli; un dramma nasce con tutte le sue scene. Non crediate che ci sia qualcosa di arbitrario nel numero delle parti di cui si compone questo tutto, questo microcosmo misterioso che chiamate dramma o romanzo. L’innesto o la saldatura non prendono su opere di questo genere, che devono sgorgare in un unico getto e restare come sono. Una volta che la cosa è fatta, non abbiate ripensamenti, non metteteci più le mani. […] Il vostro libro non è riuscito? Pazienza. Non aggiungete capitoli a un libro mal riuscito. È incompleto? Bisognava completarlo mentre lo facevate. Il vostro albero è nodoso? Non lo raddrizzerete. Il vostro romanzo è tisico? non è vitale? Non gli darete il respiro che gli manca. Il vostro dramma è nato zoppo? Datemi retta, non mettetegli una gamba di legno.”

Il romanticismo battagliero e magniloquente del giovane autore di successo può irritare, ma il messaggio è chiaro: una volta che l’opera è conclusa non ha senso rimetterci le mani per cercare di migliorarla. Non si migliora nulla, si falsifica e basta. Figuriamoci se le mani ce le mette un altro. Questo, Victor Hugo non se lo immaginava neanche. Poi arrivò Gordon Lish.

Romanticismo, si diceva. Alla base c’è l’idea che l’opera letteraria non soltanto è legata all’autore (un pensiero) nel senso preciso che dall’autore o attraverso l’autore sgorga, ma è anche necessariamente legata a un momento nel tempo, tanto che egli stesso non può modificarla in un altro momento. Riuscita o abortita, l’opera è la concrezione di un frammento di tempo passato attraverso la vita di un autore. Incrociare la vita dell’autore in un momento preciso del tempo è ciò che vincola l’opera. Con questo, l’autore assume, nell’opera, un’importanza che va molto oltre il mero fatto di redigerla.

Romanticismo, si dirà. Può darsi, tuttavia sorprende (o no, appunto) che Alain Robbe-Grillet, forse il più noto esponente del Nouveau roman e cocco di Roland Barthes, autore di romanzi che sarebbe difficile definire romantici, inizi la finzione autobiografica Le miroir qui revient (Lo specchio che ritorna) con la famosa frase: “Je n’ai jamais parlé d’autre chose que de moi” (“Non ho mai parlato d’altro che di me”).

La seconda testimonianza è più recente ma più indiretta – piuttosto una supposizione che una testimonianza. Uno dei personaggi del romanzo 1Q84 di Murakami Haruki è un editor senza troppi scrupoli che propone/impone al protagonista, un aspirante scrittore, un lavoro non del tutto pulito di ghostwriting. Diverse recensioni che avevo letto all’epoca suggerivano che Murakami avesse voluto “vendicarsi” degli editor che all’inizio della carriera gli sfiguravano i libri senza che lui potesse opporsi: o mangi questa minestra o salti questa finestra.

Ci si aspetterebbe che la postfazione di Bugaro andasse in questa direzione: l’autore affermato che finalmente può dire come sono andate le cose. Le cose sono andate che l’editor gli ha cambiato il lessico, modificato radicalmente il registro, inventato uno stile (!) – senza parlare, poiché Bugaro vi accenna soltanto, delle modifiche strutturali. Orrore!, pensiamo, e ci aspettiamo da Bugaro un j’accuse, una recriminazione, una ferma condanna. Niente di tutto ciò:

“Il romanzo, dopo gli interventi dell’editor, […] ci ha probabilmente guadagnato. È abbastanza paradossale che sia proprio io a dirlo, ma credo malgré moi che sia così. Mentre lavoravamo, una piccola parte di me sentiva che il testo cresceva, migliorava. Certi innesti, per quanto lontani dal mio sentire dell’epoca, lo facevano brillare. Era come ritrovarsi in uno spazio dove gli opposti convivevano: buio profondo e luce abbagliante fusi insieme in una percezione del tutto nuova.”

Interessante che Bugaro usi esattamente la stessa parola, innesti, che usa Hugo per dire che non funzionano; interessante anche che questi “innesti” fossero “lontani dal [suo] sentire dell’epoca”. E conclude, in gloria:

“Magari è addirittura venuto il momento di ringraziare il mio vecchio editor, che non vedo e non sento da molti anni, per il tempo e la pazienza che mi ha dedicato tanto tempo fa.”

Bene, meglio un autore soddisfatto che un autore amareggiato; inoltre la sua postfazione (un bel testo che consiglio di leggere per intero) potrebbe fondare il genere del Bildungsnachwort. Ma qual è l’idea di opera letteraria che ne emerge? Sicuramente l’idea di un’opera fortemente scollegata dall’autore, alla quale non solo è possibile, ma in linea di principio pure auspicabile che mettano mano altri (infatti, da un punto di vista assoluto, quale opera non sarebbe “migliorabile”?); un’idea di opera quindi eventualmente costruibile a più mani – che è, credo, il progetto fondante dei Wu Ming – dico credo perché dei Wu Ming ho letto soltanto, quando ancora erano Luther Blisset, Q, e neanche fino in fondo, perché sì, un bel ripasso di storia se si vuole, più efficace del manuale, ma non c’è stile. D’altra parte eliminare lo stile, questo residuo borghese, non è l’obiettivo dei Wu Ming? Ma fra l’eliminare lo stile dei Wu Ming e il farselo confezionare da un altro di Bugaro (lasciare che un altro te lo confezioni e essere soddisfatto del risultato) c’è una differenza di gradi ma non di sostanza. Entrambi giocano nello stesso campo (il campo, per inciso, in cui prosperano le scuole di scrittura), che è quello di un’opera tendenzialmente svincolata dall’autore, un’opera che brilli di luce propria – e questo suonerebbe bene, naturalmente; non fosse che l’idea di luce propria taglia ogni collegamento con una qualunque sorgente e ciò che ne deriva: gli effetti di specchio, i riflessi, le rifrazioni cangianti sulla materia. La luminosità rischia allora di apparire un po’ finta, un po’ dubbia. Un buon prodotto però, ben confezionato; con un occhio, come è giusto, al valore di scambio – letterario eh, non si pensi.

 

 

 

18 pensieri riguardo “L’ANIMA DELLA LETTERATURA. Genio e regolatezza”

  1. il punto è forse questo: o sei un autore o non lo sei. Il problema è che è difficile saperlo, il nostro ego fa troppa ombra. Un altro punto: ci sono editor bravi, e altri no (potrei fare copia e incolla: il loro ego fa troppa ombra). L’editor è molto utile nel caso si voglia dare ordine a una testimonianza, a un diario, ma senza mai dimenticare che l’autore è quello là, che magari non sa scrivere ma ha qualcosa da dire.
    Per il resto, se ci fosse Italo Calvino a farmi da editor accetterei i suoi consigli; dato che Calvino non c’è preferisco lasciar perdere 🙂
    Infine, se Bugaro è contento, sono contento anch’io…

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    1. Mah, l’idea che sta prendendo molto piede adesso, e che io trovo esecrabile però chissà, magari è quella adatta ai tempi, è che l’autore, va be’, ci mette il manoscritto, quello però è solo l’inizio. L’opera vera e propria sarebbe di regola il risultato di un lavoro collettivo in cui intervengono varie persone, in primis l’editor. Ora, se si tratta di impaginazione, copertina e bandelle mi va bene, credo invece che il trend sia proprio di fare del testo un prodotto collettivo. Allora sai, siccome io sono un’individualista… 🙂

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      1. ha già preso piede anche per il cinema, purtroppo. I vari blob e le sigle dei cicli tv, per esempio, con montaggi arbitrari dove si vedono solo i “frames” più violenti di Psycho e di Arancia Meccanica, o le scene di sesso, eccetera. C’è tutta una teologia intorno a questi montaggi arbitrari, sembra la storia della mosca cocchiera ma almeno lì c’era una morale alla fine… (scusa il termine “teologia” usato in questo modo, ma mi vedo queste persone che si credono di essere divinità). (per fare un nome, Marco Giusti di blob, che va in giro a rilasciare compiaciute interviste proprio su questi temi – magari pensa di essere meglio di Kubrick…).
        Quello che penso io, e che vale solo per me stesso (ci tengo a sottolinearlo) è che è meglio non pubblicare, se poi quello che ne esce non è mio. Tanto, di soldi non ne faccio e se dovevo apparire in tv era meglio farlo trent’anni fa (ero più bello di oggi) 🙂

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      2. Ottimo il paragone con la mosca cocchiera! Attualmente il mondo della cultura (?) è pieno di personaggi che dimenandosi, svolazzando qua è là, citando valanghe di nomi propri più o meno famosi credono di produrre, e invece non fanno che occupare spazio – tendenzialmente tutto lo spazio. Peccato, come dici, che manchi la morale: “dovrebbero essere cacciati” – ma questi non li caccia più nessuno.
        (E poi chissà, magari hanno ragione loro e il mondo adesso va così). Ciao, grazie dei contributi e buona giornata!

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  2. Vedo che, non a caso, hai buttato tra le righe anche il nome dell’editor di Carver ;-). Sono dell’idea che sia sbagliato “stravolgere” il testo di un autore, indipendentemente dal risultato finale… Posso comprendere qualche piccolo ritocco, qualche suggerimento volto a delle migliorie che però non diventi un obbligo, un’imposizione, altrimenti il rischio è anche quello di storcere l’essenza di un testo, oltre che massacrare lo stile originale dell’autore.

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    1. Eh sì, il problema è che adesso conta sempre di più il cosiddetto “risultato finale”, su cui gli editor sembrano avere idee molto precise, e sempre meno l’autore. I manoscritti non vengono letti per “sentire” se c’è la voce di un autore, magari non ancora matura, ma per vedere se c’è la possibilità di cavarne un “risultato finale”, che potrebbe benissimo non avere nulla a che fare con l’autore. Inoltre la mia impressione, di non addetta ai lavori, è che il numero degli editor aumenti in misura inversamente proporzionale alla loro qualità. Brutti tempi per la letteratura, almeno secondo me…

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  3. 1Q84 e Q chiusi entrambi a p.10. Forse anche per il loro editing chissà. Concordo su tutto, soprattutto sul problema dello stile. Il fatto è che non c’è stile in nulla, nemmeno nella moda, e non si vuole neppure più. Avere uno stile implica un così gran numero di domande e una così grande severità che la gente non regge.

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  4. Ciao.
    La monopolizzazione del media televisivo (= serie tv americane) abbinato all’accesso H24 a internet (dove non si fa che leggere) ha plasmato ( oltre al cervello) probabilmente modi differenti di fruire l’oggetto libro e, in particolar modo, il romanzo, visto anch’esso come oggetto per dibattere sulle varie piattaforme e “vittima” dei suoi stessi fan. Si spiega così il successo delle varie saghe (Trono di Spade su tutte), cioè lo spezzettare la narrazione e il feticismo per i trame intricate e con molti personaggi.

    Nel caso dei romanzi di “autore” credo che la situazione sia la stessa di anni fa, magari con un occhio alla fruibilità per il lettore occasionale.

    Bisogna poi pensare che lo scrittore italiano tende di più alla supercazzola rispetto al pragmatico anglosassone.

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    1. Ciao RW, e bentornato.
      Credo che anche sui romanzi di “autore” tu sia troppo ottimista. L’idea che prevale attualmente, sia a livello accademico che editoriale, è che il romanzo è un prodotto a tot mani. L’autore fornisce la materia, l’idea, un primo abbozzo, sul quale poi si lavora in diversi. Se ti va bene ti concedono di lavorarci da solo seguendo le direttive dell’editor. L’idea stessa di autore puzza troppo di romanticismo. E’ una reazione, un bisogno di smarcarsi e dire qualcosa di nuovo. Passerà, o forse no.
      D’accordo sulla supercazzola: è il vizio nazionale, figurati se la letteratura ne è esente.
      Mi interessa quello che dici sul Trono di Spade. Non ho visto la serie (grave lacuna culturale, tsè tsè…), però più di dieci anni fa comprai e lessi il primo volume della saga (senza realizzare bene che era il primo di una serie infinita). Ora il volume si trova sul coperchio di un armadio, dove sostiene una pianta in vaso che ha bisogno di uno spessore. Scritto benissimo, per l’amor del cielo. Quello che mi infastidì (già nel primo volume!) era il continuo rilanciare, come se la trama fosse una palla che doveva rimbalzare continuamente e costringere il lettore a tenere gli occhi fissi sui rimbalzi. Fastidioso, per me. E naturalmente il primo volume finiva dopo avere innescato l’ennesimo rocambolesco rimbalzo che proiettava il racconto in un’altra direzione, del tutto arbitraria: a piacere.
      Più lungo, meglio congegnato, meglio scritto, ma in definitiva un romanzo d’appendice. O meglio, una lunga partita di Risiko. Benissimo come intrattenimento, ma bisognerebbe tener distinte le categorie, o il pop(ular) si sta ingoiando proprio tutto?

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      1. Io lessi solo il primo volume: mi piacque molto l’uso dei POV e del cosiddetto Low-Fantasy. Il problema, a mio avviso, è che proprio la struttura imperniata sulla visione dei singoli personaggi porta a dilungarsi e a fare i salti mortali per diversificarli e creare un intreccio – anche emotivo – coerente. Mi immagino i Promessi Sposi senza il narratore onnisciente: sarebbe stata un’opera affastellata e monca di profondità.

        “Credo che anche sui romanzi di “autore” tu sia troppo ottimista. L’idea che prevale attualmente, sia a livello accademico che editoriale, è che il romanzo è un prodotto a tot mani. L’autore fornisce la materia, l’idea, un primo abbozzo, sul quale poi si lavora in diversi. Se ti va bene ti concedono di lavorarci da solo seguendo le direttive dell’editor. L’idea stessa di autore puzza troppo di romanticismo”

        Oddio, così fa molto Wu Ming.
        Il rischio è quello di vedere solo opere “sicure”, tipo il solito giallo estivo.

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      2. Non si tratta solo di gialli estivi, ma anche di romanzi ambiziosi, difficili, pubblicati per il loro valore letterario di avanguardia – e concertati a più mani (menti), soprattutto quando l’editor, o il responsabile della collana, è lui stesso scrittore e ha un’idea precisa di dove deve andare la letteratura italiana (almeno per i sei mesi seguenti). E’ chiaro che a farne le spese sono soprattutto gli esordienti (ma non solo), ma questo è abbastanza grave, perché così le voci nuove vengono “potate” a dovere come i cespugli di bosso. Sicuramente le mie sono affermazioni parziali e non coprono tutta la fenomenologia dell’editoria contemporanea, ma mi sembrava che la postfazione di Bugaro fosse piuttosto significativa in questo senso.

        Per George R.R. Martin hai visto sicuramente meglio tu di me. Io però tenderei a tenere distinta la letteratura dai giochi di ruolo; forse sbaglio.

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  5. Racconto la mia esperienza in proposito. Ho pubblicato due romanzi: uno con un grosso editore, uno con un piccolissimo. Ho avuto fortuna: su entrambi i manoscritti l’editing si è limitato a una minima revisione di punteggiatura (che ho tollerato malvolentieri ma cui mi sono sottoposta) e a una questione di virgolette: uno dei due editori usa le cosiddette caporali nei discorsi diretti, l’altro preferisce le virgolette alte. Che sia stato un caso, la negligenza degli editor addetti alle mie opere o la sublime qualità delle stesse, ho visto stampare i miei romanzi esattamente come li avevo fatti io, solo con qualche punto in più e qualche virgola in meno. Ho invece subito richieste di modificare, non stilisticamente ma contenutisticamente, altri testi da parte dell’agenzia letteraria che mi rappresentava: ci può stare, non è strano che un lettore terzo si accorga di qualche incongruenza, pesantezza o pecca nella trama e suggerisca qualche cambiamento all’autore. Ma c’è stato un caso, di un’opera che poi è rimasta (per il momento) inedita, in cui mi è stato chiesto, da parte dell’agenzia, di trasformare un romanzo sul terrorismo in una young novel, di spostare l’azione nel futuro, di dare un lieto fine che non rientrava nelle mie intenzioni… e tutto questo in via preventiva, senza nemmeno coinvolgere un possibile editore, che poi, magari, avrebbe chiesto altre modifiche… Ho rifiutato e riposto nel cassetto il romanzo.

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    1. Un’esperienza che conferma il trend, direi. D’altra parte il ritornello è che l’editoria è un’industria come un’altra e che è ora di smetterla con gli idealismi romantici. Infatti gli scaffali delle librerie sono pieni di romanzi del Mulino Bianco – a tutti i livelli, beninteso.

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  6. Se si deve confezionare un prodotto con determinate caratteristiche pensate a tavolino da qualche editor di belle speranze, per me, che lo scriva qualcun altro. Diverso è ascoltare consigli e suggerimenti, ma poter decidere del proprio lavoro e del proprio stile: se no, chi ce lo fa fare?

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