GIUSEPPE GENNA LOMBROSIANO?

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In calce a un estratto dall’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, History, pubblicato su Minima&Moralia, un lettore commenta laconicamente: “Linguaggio post-lombrosiano”. Commento illuminante. Per chi non voglia sobbarcarsi più di tanto la prosa ipnotica e visionaria di Genna, ho estrapolato un estratto dell’estratto che dovrebbe permettere di cogliere il punto:

“Diffidiamo dei biondi. La loro solarità è caucasica, e ciò lo si è sperimentato una volta per tutte, è anche in qualche modo nazista. I biondi nazisti tuttavia sono cupi, ghiaccei, cinerini. Soprattutto sono sempre lisci. Anche se portano barbe, sono lisci, non si tratta di barbe vichinghe e disordinate o folte, sono azzimate e rade. I loro volti bambini o ragazzini esprimono una cifra che non ha nulla a che vedere col complotto, con il sottopotere muschivo a cui siamo abituati noi, gli eterni levantini italiani, gli eternamente cauti. La nostra perennità si nutre di cospirazione. Di uno sterminato esercito di cospirazioni, microfaghe, una legione romana che bisbiglia urlando, popolana anche quando insediatasi nei palazzi e nei salotti e nelle anticamere, travasandosi dalle piazze popolane, quel popolo di mangiatori di acciughe sotto sale sa bene cospirare e garantirsi una perennità, due soldi che sfamano e quanto è sufficiente a stare nel futuro che li interessa: di qui alla loro morte. Dopo la loro morte continuerà tutto come prima, le acciughe a morire, i figli dei figli a masticarle sotto sale. I biondi nazisti emettono le molecole di una morte tagliente, squadrata, algebrica, precisa. L’organizzazione sta ai biondi nazisti quanto il sotterfugio preterorganizzato sta ai biondi italiani, queste eccezioni con un gene svevo, che non imbiancano se non alle basette e ostentano un candore falso come la moneta corrente, l’oro finto della granaglia che inflaziona e deflaziona il pane, i circensi.”

L’arsi del paragrafo, quel “Diffidiamo dei biondi” così perentorio, così luminosamente icastico, non poteva non ricordarmi la sapienza popolare che mia nonna (classe 1893) citava talvolta: “al più bon di ross l’a butè so ped’r in-t-un foss”: il più buono dei rossi (di capelli) ha gettato suo padre in un fosso.

Di nonna in nonno e un po’ preoccupata, non so ancora perché, da quell’accenno alle “barbe azzimate e rade”, mi precipito a osservare da vicino la foto di mio nonno dal lato paterno, socialista della prima ora, mai avuto la tessera del PNF, che nella foto sfoggia i baffetti che portò tutta la vita e che sono… e che sono… ma porca miseria, sono baffetti hitleriani! Avevo un nonno criptonazista e non lo sapevo neanche! Adesso che ci penso aveva pure gli occhi azzurri, gli stessi che ho ereditato; è il gene longobardo, non c’è scampo.

Famiglia M.

Mi vedo già zolianamente predeterminata a organizzare campi di sterminio, quando mi dico: No ma ferma tutto, ma non erano gli altri che ragionavano così? O piuttosto che sragionavano secondo gli stessi stilemi, e intanto andavano in giro con strumenti di misurazione e tabelle di riferimento? Ma non sarà che ‘sto Giuseppe Genna è razzista e non lo sa? Che ha un gene che gli sfugge, un gene che gli sguscia fra le dita, lui non vorrebbe ma lo spinge a scrivere delle cose razziste? Non sarà mica che ha un gene che magari ce l’aveva anche Julius Evola, lo stesso identico? Non ci sarebbe niente di strano, sono siciliani tutti e due, no?

Perplessa come sono digito Giugenna e eccomi sul blog di Giuseppe Genna – scrittore in Milano, Mondo. E sotto il titolo “Memorie da quel tempo berlingueriano” trovo questo:

“Questa posa, questa capigliatura, i capelli brizzolati, questa complessione fisica, questa cifosi tenera, queste grisaglie, queste cravatte, questa soppesata nonchalance nei confronti della realtà, questa responsabile facilità dell’assumersi la responsabilità, questi colori, questo simbolo, questo microfono, questa fede al dito, questa calma in pubblico che sfiora la riottosità ed è pudica […]”

Segue, naturalmente, una caratterizzazione più prettamente morale; ma, appunto, segue. E allora mi domando: E se Berlinguer avesse avuto la pancia? E se non avesse avuto la fede al dito? O i capelli tutti bianchi invece che brizzolati? Magari di quel bianco un po’ giallino che fa un pochetto schifo? Perché questa insistenza sul fisico, come se da esso dovesse necessariamente e univocamente trasparire il morale, come se dato un certo fisico se ne potesse dedurre il morale, e viceversa?

Dev’essere, mi dico, una caratteristica degli scrittori ipnotici e visionari, e in effetti mi viene in mente un altro pezzo di bruttura, stavolta di Antonio Moresco:

“La faccia di Céline

Questa foto è stata scattata nel 1934. Céline ha quarant’anni esatti. Ha già scritto e pubblicato Viaggio al termine della notte e sta scrivendo Morte a credito. È un uomo maturo, già potentemente formato come scrittore. È Céline. Questo è proprio Céline. La sua foto della maturità, il suo baricentro somatico. Dopo le immagini giovanili in divisa da corazziere e prima di quelle finali, dove appare travestito da delirante clochard in mezzo ai suoi cani e gatti o mentre parla con il suo pappagallo. È una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga. Com’è possibile che uno dei maggiori scrittori del Novecento abbia una faccia simile? Eppure questa faccia appartiene proprio al più grande scrittore lirico del Novecento, al suo inventore più scatenato e più raffinato, al rabdomante del male, all’anima nera dell’Europa, della letteratura e del Novecento, alla cartina di tornasole delle sue abominevoli verità, appartiene a uno dei più grandi artisti della parola scritta che siano mai esistiti. Che faccia avevano gli altri grandi scrittori del Novecento? Vediamo. Kafka aveva quella faccia da angelo anoressico con le ali al posto delle orecchie. Proust da mondano un po’ debosciato da cui al massimo non ti potevi aspettare niente. Joyce aveva quella faccia da schiaffi da irlandese alcolista e un po’ dandy. Musil poteva sembrare al massimo un dentista, un direttore di banca austriaco un po’ testa di cazzo o il titolare di un negozio di articoli ortopedici. […] Nessuno, assolutamente nessun’altro grande scrittore del Novecento ha una simile faccia di merda, da alieno salito dagli strati intestinali e gastrici dell’Europa e del Novecento, da meteora piombata all’incontrario, dal basso, nel mondo della cosiddetta letteratura. Nessuno. Solo Céline.” (Testo pubblicato sul Primo Amore, poi raccolto nel volume La parete di luce, ed. Effigie 2011.)

Non ho intenzione di commentare (ma il baricentro somatico! fra il baricentro somatico e il baricentro somarico c’è una sola piccola lettera di differenza – questo dalla parte del significante, perché dalla parte del significato non c’è manco quella). Vorrei solo far riflettere sui pericoli dell’irrazionalismo (“i biondi”, “una faccia di merda”). Uno pensa che sia sufficiente delimitare l’acconcia aiuoletta in cui si desidera soggiornare per risultare ipso facto innocenti. Ma non è vero: tu cedi alle sirene dell’irrazionalismo e inaspettatamente ti trovi dove non volevi neanche andare – ti trovi dove neanche tu sai che sei. Nella fattispecie ti trovi gomito a gomito con quelli che guardano le foto degli inquisiti e commentano: ah be’, con una faccia così. Oppure, se l’immagine è normalissima, l’immagine di una persona normalissima come potrebbero essere loro stessi: però si vede che c’è qualcosa che tocca, si capisce che c’è del marcio.

(Guardiamolo, quindi, questo Giuseppe Genna: queste occhiaie, questa pappagorgia, i tratti segnati da ombre curiali, ombre di buia cancelleria di tribunale in cui si insabbiano le cause in rotoli ammucchiati dietro ante chiuse da esagonale rete metallica; guardiamole le labbra a ricciolo d’anatra di questo che sguazza nel Macero, Mondo, e spera di sfangarla, che dovrebbe proprio farcela a sfangarla, che non è del tutto sicuro ma intanto ostenta sicurezza con la sigaretta fra le dita grassocce e le unghie mangiate alla radice; guardiamola l’espressione che ha nella bocca, di quello che vuol fare il buono ma non si decide, non sa se riuscirà a persuadere, qualche volta ha come la percezione di esagerare nella recita, di esagerare col patetico; guardiamola la trepidazione che traspare, nonostante tutto. Ma soprattutto guardiamole, le guance cascanti, la glabra cotenna sottesa di soffice grasso, faccia e collo un rettangolo siculo remotamente approdato dal Vicino Oriente, gli antenati acciughe sotto sale mattina mezzogiorno e sera ma nutrito lui di troppe, oh troppe longobarde cotiche e cotechini e zamponi con fagioli bianchi o borlotti. In umido.

Ah! La chair que trop avons nourrie…

Visto? Non è poi mica difficile.)

 

 

 

12 pensieri riguardo “GIUSEPPE GENNA LOMBROSIANO?”

  1. Divertentissimo post.
    A margine, mi permetto di notare, da lettore semplice, che la descrizione fisica (non fisiognomica!) dei personaggi è uno dei momenti salienti dell’arte dello scrivere; e tra chi riesce – con il tratto e i colori giusti, – a farci vedere e quindi conoscere i personaggi e chi, invece, gli rovescia addosso un secchio di vernice e ce li nasconde col velo di un colore solo.

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      1. Grazie 🙂
        Sulla descrizione fisica dei personaggi concordo, credo che sia uno degli ostacoli in cui, da scrittore, è più facile inciampare. Se è dettagliata risulta facilmente maldestra, se è ellittica dà l’impressione di quei pittori che sorvolano su mani e piedi perché non sono capaci di farli…
        Per far vedere bene un personaggio, lo scrittore deve vederlo bene lui per primo, deve averne un qualche tipo di sicura esperienza, questa è la condizione necessaria, se non sufficiente, almeno credo.

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  2. Elena, sei troppo forte!! Come ho sorriso di gusto nel leggerti, ma forse è proprio il caso di sorridere per non rischiare di piangere… E Moresco, che dipinge Céline come un mostro, che faccia avrà mai Moresco? 😉 (io non l’ho mai visto né letto, Antonio Moresco)

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    1. Grazie, se ho fatto sorridere ho raggiunto il mio scopo.
      Moresco è un tipo particolare, sicuramente non trascurabile. Crede fermamente di essere il Dante del terzo millennio, infatti procede per trilogie e trilogie di trilogie. Ne ha già scritte un tot, che sono a metà fra il romanzo-fiume novecentesco, la slapstick comedy e il fumetto. Scherzi a parte, gli inizi erano da prendere sul serio. Dopo non so, mi sembra più uno che si è perso per strada.
      Comunque cura moltissimo la sua iconografia. Mica si fa fotografare così come viene 🙂

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  3. Felice di essere all’origine di una risata! Vuol dire che non ho sprecato la mia giornata.
    L’interpretazione del viso di Proust è un esempio lampante di come un ritratto (fotografico) dica forse qualcosa su chi lo interpreta, ma di sicuro nulla sulla persona ritratta – e inoltre è infilata in una serie di scemenze superficiali messe lì per fare numero.
    (Proust è stato lo scrittore in cui per anni mi sono interamente riconosciuta).

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  4. ci sono tante cose di cui scrivere… mi sembra che scrivere così, avendo la possibilità di essere letti da molte persone (non so Genna, ma Moresco ha un suo giro di lettori) sia una gran perdita di tempo. E’ vero che le descrizioni fanno parte dei “fondamentali” dello scrittore, ma un po’ di rispetto per il nostro prossimo ci vorrebbe. (sto rileggendo I demoni, Dostoevskij fa molte descrizioni di questo tipo ma si tratta di personaggi immaginari…).
    La fisiognomica è pericolosa, oltre che un po’ stupida: se uno è nato biondo o ha la cifosi o porta gli occhiali spessi non è certo un tratto distintivo della personalità. E’ giusto dirlo, ma poi ci si ferma lì, senza trarre conclusioni più o meno offensive. A me è successo questo: negli anni ’90 ho avuto un collega calabrese (giovane) che assomigliava moltissimo a Kafka. Da allora, quando vedo le foto di Kafka mi torna l’immagine di quel ragazzo calabrese. Mah.
    Comunque sia, i baffetti di tuo nonno erano simili a quelli di Charles Spencer Chaplin e di Oliver Norvell Hardy 🙂 due dei maggiori poeti del Novecento. Poi quell’altro li ha fatti passare di moda, ma io posso dirti una cosa: certi baffetti e certi pizzetti nascono dalla difficoltà di radersi nei punti più difficili (sotto il naso, il mento…). Pensa ai rasoi che si usavano cent’anni fa: chissà quanti tagli! meglio tenersi il pizzetto e i mezzi baffi…

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    1. La fisiognomica ha avuto un discreto successo, credo, fino alla prima metà dell’Ottocento. Più tardi è stata sostituita dall’interesse per la genetica, chiamata all’inizio, in campo medico, “ereditarietà” – il povero Mendel, come fai notare nel tuo post, è arrivato un po’ troppo presto (però è strano, perché Zola si sarebbe entusiasmato…). L’interesse per la genetica ha portato nella prima metà del Novecento a diffusi studi razziali (prima della seconda guerra mondiale erano moneta corrente sia in Francia che in ambito anglosassone). Dopo ci si è accorti del pericolo.
      Quello che io contesto a Genna – al di là dello stile che trovo pessimo, ma questo è un giudizio personale – è la faciloneria e l’arbitrarietà di giudizi (che reggono interi paragrafi e sono l’unico lievito dello stile) del tipo: biondi caucasici=nazisti. Allora io sono autorizzata a scrivere un romanzo in cui un tale Giuseppe Genna, di origine siciliana, è necessariamente mafioso. La domanda se la dimensione estetica possa autorizzare questo tipo di giudizi (qualora non siano espressi da un personaggio e unicamente relativi al suo punto di vista, come non sembrerebbe essere il caso qui) richiederebbe una lunga disamina che non è il caso di tentare in questa sede. Io credo di no.
      Per Moresco il caso è un po’ diverso: lui cerca di ancorare un giudizio moralmente negativo, preesistente e espresso in termini com’è il suo solito intestinal-iperbolici, alla faccia di una persona quale appare in una foto. Credo che la démarche si commenti da sé. Però devo aggiungere che io scelgo di essere illuminista, e l’illuminismo non è più tanto di moda, mi pare.
      Grazie del commento (e delle informazioni sui baffi! 🙂 )

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